venerdì 31 marzo 2017

THE FEVER

 
Col titolo di The Fever  sono stati rimasterizzati in un doppio CD i tre primi mitici album di Southside Johnny e gli Asbury Jukes per la Epic. Non ci sarebbe nulla di straordinario visto che quei tre album erano già stati pubblicati più volte in CD, la novità è la presenza assieme a loro del Live al Bottom Line del 1976 a suo tempo fatto uscire come promo e subito dopo scomparso dalla circolazione. Se a qualcuno interessa, questa è la storia di quei gagliardi better days, quel leggendario biennio tra il 1976 e il 1978.

Fu una reazione alla claustrofobia di un posto come Ocean Grove, cittadina del New Jersey affacciata sul mare creata da metodisti che lì comprarono case per trascorrere la loro vecchiaia, a spingere John Lyon alias Southside Johnny verso la musica, quasi fosse una fuga da tanto tradizionalismo. Ad Ocean Grove si erano stabiliti i nonni ma sua madre e suo padre si comprarono una nuova casa per sfuggire ai modi autoritari del nonno, rigoroso metodista, che non accettava che il padre di Southside Johnny ascoltasse Louis Armstrong. Ben presto la famiglia Lyon divenne la stranezza del quartiere e nelle orecchie del giovane John entrarono le note dei dischi ascoltati da papà, roba come Count Basie, Jimmy Rushing e Duke Ellington ma anche T-Bone Walker, Big Joe Turner, Wynonie Harris and The Blue Shouters, il primo Sonny Boy Williamson. Fu naturale  scoprire l'esistenza di un altro mondo al di fuori  di quel ritiro metodista, dove riversare energie e desideri, e sognare sui suoni che arrivavano dalle stazioni radiofoniche nere delle vicine Newark e Philadelphia che trasmettevano incessantemente Muddy Waters, Jimmy Reed, Little Walter ed Elmore James.  John (1948) e suo fratello, più vecchio di un anno, alla fine degli anni cinquanta passavano le notti ad ascoltare quella musica e quando si imbatterono in Maybellene di Chuck Berry lo stupore fu ancora maggiore, di colpo scoprirono il rock n'roll. Il passo successivo fu spendere i pochi dollari che avevano a disposizione da CJ's,  un record store di Asbury Park che vendeva dischi "bucati" (a solo uso promozionale) ad un dollaro e novantotto al pezzo. "A mio fratello piaceva la musica folk così si indirizzò verso Bob Dylan e Joan Baez e si comprò una chitarra e l'armonica. Presto mi impossessai della sua armonica e all'età di quattordici anni iniziai a fare pratica sui dischi di Jimmy Reed e Sonny Boy Williamson non pensando minimamente di diventare un musicista e tantomeno un cantante".  Le cose andarono però in un altro senso e John Lyon divenne armonicista  copiando lo stile blues di Chicago mentre come cantante prese spunto dai suoi idoli che erano  Jackie Wilson, Big Joe Turner,  Ray Charles, James Brown e Ben.E King di cui apprezzava la rilassata sensualità cool.
 

L'incontro con altri gatti randagi del Jersey Shore avvenne verso il 1967, " c'era questo club, l'Upstage, che era una sorta di crocevia, stava aperto dalle 8 di sera fino alle cinque di mattina, non serviva alcolici, era a mezzo miglia da casa e ci andavo ogni sera. Ci passavo intere nottate, si poteva suonare con tutti quelli che ci cascavano dentro. Iniziai a fare delle jam con Steve Van Zandt e la sua band. C'erano Bobby Williams o Vini Lopez alla batteria, Garry Tallent era il bassista, David Sancious o qualche altro suonavano le tastiere. Io ero il cantante. Venne anche Bruce Springsteen. Imparammo a suonare vari tipi di musica e a fare jam, a Tallent piaceva il rockabilly, a me piaceva il blues, tutti amavano il rock con le chitarre, Hendrix e Jeff Beck. Fu la nostra scuola".

Molti iniziarono a pensare di farsi una propria band, Steve Van Zandt e John Lyon crearono Funky Dust and The Soul Broom per suonare Muddy Waters ed Elmore James, insieme i due si esibivano come Southside  and The Kid perché amavano il blues pre-bellico suonato con la chitarra acustica e l'armonica. " Poi Bruce si unì a Dr.Zoom and The Sonic Boom mentre Steve ed io facemmo la Sundance Blues Band. Non eravamo dei puristi, suonavamo il blues ma ci piaceva far ballare la gente, così spaziavamo da Sam and Dave a Sam Cooke di cui sempre riprendevamo Twistin' The Night Away. Ci piaceva la soul music".
 

A quel punto le strade si divisero, Bruce andò con gli Earth e con gli Steel Mill prima di approdare alla Columbia, mantenendo comunque stretti legami con Van Zandt mentre Southside Johnny assemblò una nuova unità coinvolgendo musicisti locali, il batterista Kenny Pentifallo ed il chitarrista Billy Rush della Blackberry Booze Band nella quale Lyon era stato il cantante, il tastierista Kevin Kavanaugh, il bassista Alan Berger ed il tenorsassofonista Carlo Novi, gente che mangiava pane e rhythm and blues ad ogni ora del giorno.

Van Zandt si mise a lavorare ad un demo di quattro canzoni tra le quali  I Don't Want To Go Home scritta dallo stesso e The Fever di Springsteen. Costituirono le basi di quel piccolo gioiello discografico prodotto da quella comunità di amici del New Jersey, quel I Don't Want To Go Home  che contribuì a riportare in auge la gioia del soul e l' euforia del ryhthm and blues tra il pubblico bianco del rock.  Sostanziale era la presenza di una travolgente sezione fiati, i Miami Horns, su canzoni che sapevano di baldorie notturne e appiccicose storie d'amore. Quei randagi del New Jersey  strapparono un contratto alla sussidiaria della Columbia, la Epic,  e col nome di Southside Johnny and the Asbury Jukes ( Jukes era il nome della band di Little Walter uno degli armonicisti amati da John Lyon)  registrarono al Record Plant di New York sotto la supervisione di Jimmi Iovine, l'ingegnere del suono più in voga in quegli anni. "All'epoca eravamo giovani e gasati ma ne io ne Steve sapevamo bene cosa fare in uno studio di registrazione. Per fortuna Jimmy Iovine ed il suo assistente Dave Thoener ci aiutarono a capire come funzionavano le cose, prendemmo confidenza con le macchine. In verità non sapevamo bene quello che stavamo facendo ma ne è uscito un album geniale. Tutto si svolse in maniera non troppo formale, tipo, ricevi una telefonata alle 3 di notte e devi essere in studio a mezzogiorno. Fate  conto che non guidavo e, non sapevo nemmeno come arrivarci, per fortuna esistevano gli autobus". Prodotto da Steve Van Zandt, il quale contribuì a tre canzoni, I Don't Want To Go Home è un esordio superbo che distilla le influenze di John Lyon con versioni di Got To Get You Off My Mind di Solomon Burke,  Broke Down Piece of Man di Steve Cropper, il Ray Charles di I Choose To Sing The Blues. Un' altra canzone scritta da Springsteen, You Mean So Much To Me,  assieme alla title-track e a The Fever  esaltano un disco già buono in sé.   "You Mean So Much To Me fu scritta per divertimento, Ronnie Spector era in città e Jimmi Iovine la conosceva dai tempi in cui aveva lavorato a Rock n'Roll di John Lennon. Gli venne l'idea di telefonarle ed il giorno dopo Ronnie era in studio. Passammo tutta la notte a provare il duetto e poi la registrammo".  

 
La canzone che dà il titolo all'album, I Don't Want To Go Home è invece un concentrato degli elementi del soul-rock creato da Southside Johnny, una ballata dal tono romantico enfatizzata da un accorto lavoro orchestrale, virata rhythm &blues dal fragore dei fiati dei Miami Horns e rockata dal finale chitarristico. Ma è The Fever il pezzo da novanta. "L'avevo già sentita  suonare da Springsteen a Princeton, NJ, era una di quelle canzoni che non ti dimentichi e per cui la gente va pazza. Qualche settimana più tardi stavamo facendo le prove allo Stone Pony e arrivò Bruce, si sedette ad un tavolo e mi disse che aveva qualcosa per me. Si mise al piano e cominciò a suonare The Fever dicendomi che l'aveva pensata per me, che potevo prenderla e farla mia. Gli risposi che era una sua canzone e sarebbe stato un hit certo, sicuro. Mi disse che non andava bene per il suo album e allora tagliai corto, se vuoi che sia mia non mi metterò certo a litigare. Se è questo che vuoi, canterò The Fever".  Quella canzone fu il simbolo della musica di Southside Johnny agli esordi, entrata nella leggenda e nel jukebox springsteeniano, talmente bella da essere ricordata in tutti questi anni e diventare storia. Un motivo in più per suggellare un'amicizia che è durata nel tempo. Springsteen, Steve Van Zandt e Southside Johnny in quegli anni stavano viaggiando sulla stessa macchina, Bruce aveva incendiato le strade del rock con Born To Run, Steve stava diventando uno dei perni della E-Street Band e quando nel 1976 uscì I Don't Want To Go Home quella comunità di musicisti del New Jersey  seppe imporre all'America un sound creato sul passato della propria musica ma rinfrescando quelle radici di musica afroamericana con i desideri di chi, giovane e stanco dei dinosauri, cercava una nuova terra promessa. Proprio nell'anno in cui nell'altra parte della città qualcuno gridava no future.

 

Incoraggiata dal potente dj di Cleveland, Kid Leo, bramoso di ripetere con Southside Johnny  quello che aveva fatto con Springsteen, la Epic registrò i Jukes nello stesso luogo che aveva portato fortuna a Bruce nel 1975 ovvero al Bottom Line di New York. Lì viene messo a punto un album live ( Jukes Live at Bottom Line, 1976)  per esclusiva finalità promozionale, un migliaio di copie da distribuire alle radio per far conoscere la band ed il suo show. Finito presto fuori catalogo, il disco è adesso recuperato in questo doppio CD The Fever-The Remastered Epic Recordings. Un live ad alto voltaggio, sporco e sudato, contenente cinque brani dell'album d'esordio tra cui You Mean So Much To Me cantata con Ronnie Spector ed una bella sequenza di cover, da Without Love di Aretha Franklyn  a Searchin' dei Coasters, da Little By Little di Junior Wells a Snatchin' It Back di Junior Wells, fino all'amata Havin' a Party di Sam Cooke. Con la sua voce arrochita, i suoi modi guasconi ed una energia da soulman di razza, Southside Johnny trascina i Jukes in un concerto incandescente, tra i migliori della sua lunga discografia, dove si respira l'eccitazione e l'entusiasmo di quei giorni, la voglia di conquistarsi le luci della ribalta con una musica che aveva cuore, anima e nervi senza piantare paletti tra rock dei bianchi e soul dei neri. Un esibizione di torrido  rhythm and blues festoso e gagliardo con cui far baldoria tutti assieme. Strepitose le cover, strepitosa la sezione fiati, strepitosa la resa di The Fever.
 
 

Sempre con Miami Steve Van Zandt in veste di produttore e artefice del sound dei Jukes (non è un caso che i migliori dischi di Southside Johnny ovvero i primi tre e il live appena menzionato e Better Days del 1991 siano frutto del suo lavoro) esce nel 1977 This Time It's For Real un album che non contiene un pezzo simbolico come The Fever  ma sentito oggi suona quasi superiore all'esordio. Un disco che fonde Stax  e doo-wop, Wall of Sound e New Orleans, registrato in un vecchio studio di New York con una sezione di archi diretta in modo per lo meno bizzarro da Steve Van Zandt. "L'idea di base ci venne da How Come You Treat Me So Bad, una cover di Lee Dorsey che stava sul primo album. Steve Popovich, A&R man della Columbia, ci suggerì di chiamarlo proponendogli di cantare insieme il pezzo. Ci sembrava una pazzia ma Lee Dorsey accettò, venne in studio e cantò nel disco. Allora a Steve venne in mente di fare la stessa cosa per il secondo disco coinvolgendo alcuni gruppi di doo-wop che amavamo, i Drifters, i Five Satins e i Coasters. La cosa fu più facile del previsto, lì chiamammo, vennero volentieri, cantarono per un'ora e quaranta minuti e  l'ora successiva la passarono a raccontarci le loro storie".


La copertina di This Time It's For Real ritrae la band in un malfamato vicolo notturno davanti allo scalcinato Pussy Cat Theatre, cinque titoli del disco sono opera di Steve Van Zandt, altri tre sono co-scritti con Bruce Springsteen. Il prorompente sound dei Miami Horns è rimpolpato dall'arrivo di Eddie Manion (sax baritono), Richie "La Bamba" Rosenberg (trombone) e Ricky Gazda (tromba), un arrembante mix di soul, R&B, rock n'roll scaldato dalla gagliarda e prorompente interpretazione di John Lyon. Spiccano gli arrangiamenti orchestrali con quel muro sonoro tipico delle produzioni di Phil Spector, in particolare nella stupenda e struggente Without Love e nell' altrettanto splendida Some Things Just Don't Change. L'elegante backing vocale dei Drifters aggiunto alle trombe mariachi fanno di Little Girl So Fine (c'è lo zampino di Springsteen nella scrittura) una vera chicca mentre Check Mr.Popeye con i Coasters in campo trasmette l'allegria di un club di New Orleans e l'amalgama tra fiati e archi della maestosa Love On The Wrong Side Of Town regalano l' immagine di una big band divisa tra luminosa enfasi orchestrale e cencioso R&B da bassifondi. In più c'è il sornione blues con tanto di armonica di I Ain't Got The Fever No More costruito sulle stesse cadenze di The Fever tanto da risultare una specie di sequel.  This Time It's For Real (1977) è un superlativo disco di soul-rock a cui il tempo ha dato ragione, nell'anno in cui uscì si guadagnò l'85esima posizione di Billboard, il posto più alto nella produzione Epic di Southside Johnny tanto da convincere questa ad offrirgli la chance di un terzo disco, Hearts of Stone.
 

Col 1978 l'umore generale era però cambiato e i musicisti di Asbury Park si trovarono a fare i conti con un più ombroso stato d'animo. Springsteen fece uscire il riflessivo Darkness On The Edge of Town e Van Zandt cominciò a cimentarsi con canzoni più introspettive e politiche. Il nuovo disco non fu facile da fare, i Jukes erano in tour,  Steve Van Zandt aveva affittato uno studio a New York, i musicisti passavano direttamente dall'autobus con cui tornavano dai concerti allo studio di registrazione. Dormivano sui divani, Little Steven faceva gli assoli, Southside Johnny si risvegliava, faceva le parti cantate e poi tornava a dormire. Tutto questo nei tre giorni di riposo del tour, poi rimontavano sull'autobus e via verso Cleveland, Pittsburgh, Youngstown, per poi ritornare di nuovo a New York e ricominciare le session . Un tour de force stressante e debilitante. Alcune canzoni di quel periodo finiranno nel debutto solista del 1982 di Van Zandt coi Disciples of Soul, l'ottimo  Men Without Women, una sarà recuperata in Missing Pieces (2004) , il resto entrò in quel disco osteggiato dalla stessa CBS la quale non puntò un centesimo sulla sua promozione preferendo rivolgere le proprie risorse al nuovo disco dei Cheap Trick.  Nonostante ciò  Hearts of Stone fu inserito da Rolling Stone nella lista dei migliori dischi pubblicati nel ventennio 1967- 1987 e il New York Times lo indicò come uno dei più riusciti lavori della comunità musicale del New Jersey.

Diverso dai due album che lo avevano preceduto, Hearts of Stone, il cui titolo si rifà alla canzone scritta da Springsteen per l'occasione, riflette il momento di passaggio tra l'euforia della gioventù ed il taglio da party-record dei due precedenti album e l'età della maturità, con tutte le responsabilità che ne conseguono. E' un disco elegiaco con testi che hanno a che fare con perdite, rimpianti, romanzi spezzati e rotture affettive.  La lenta e commovente ballata Hearts of Stone  ne riflette l'umore e il ribaldo R&B del passato cede il passo ad un rock più asciutto e romantico nonostante i fiati continuino a soffiare caldi come uno scirocco e la band sia pimpante come sempre con il chitarrista Billy Rush in gran spolvero.  Che Hearts of Stone sia il fratello minore di Darkness lo suggerisce la copertina, opera dello stesso Frank Stefanko, impegnato in quei giorni nelle session fotografiche del disco di Springsteen. Da un lato il volto amaro di Southside Johnny avvolto da una malinconica luce seppiata, dall'altro la band in relax ai tavolini di un bar.  Qualcuno scrive che Hearts of Stone sia il "miglior album di Springsteen mai registrato",  la realtà è un disarmante 112esimo posto in Billboard ed il conseguente licenziamento da parte della Epic.
 

 

Southside Johnny e gli Asbury Jukes non erano riusciti con tre dischi ed un promo-live a conquistarsi una visibilità nazionale, il riflusso vede Van Zandt rivolgersi a tempo pieno alla E-Street Band e John Lyon accasarsi con la Mercury. Paradossalmente il seguente The Jukes, ben più scialbo dei dischi finora trattati, raggiungerà il 48mo posto in classifica.  La verità però spesso ha tempi lunghi, di quel The Jukes oggi non si ricorda più nessuno, a parte i collezionisti, le canzoni di quei tre dischi d'esordio per la Epic invece continuano ad essere il cuore degli show di Southside Johnny, uno che in questi quaranta anni non ha mai mollato e continua a divertire con il suo soul ed il suo rock zeppi di  sentimento e calore. The Fever-The Remastered Epic Recordings  ci ricorda nel modo migliore i suoi better days.

MAURO ZAMBELLINI      MARZO 2017













3 commenti:

Bartolo Federico ha detto...

Il leone di Asbury avrebbe meritato ben altri riconoscimenti, una voce unica che ti risucchia in un vortice di emozioni, che ha sempre cantato con l'anima scoperchiata e il cuore sanguinante. Uno che un giorno sul palco ha pianto a dirotto quando ha cominciato a intonare le canzoni di Sam Cooke. E' stato lui che mi ha fatto toccare il cielo con un dito in mille bollicine di luce, e io non finirò mai di ringraziarlo.

armando ha detto...

Mi associo a ciò che dice Federico, Southside Johnny merita questo ed altro e pur mantenendosi non tanto distante dalle sue radici nell'arco degli anni, ha sempre dimostrato una certa coerenza con quanto espresso nella sua carriera. Un altro loser come tanti altri (penso a Willy De Ville e Graham Parker giusto per citarne qualcuno) di cui mai ci stancheremo di leggerne le gesta e soprattutto ascoltarne i vari lavori. Grazie Zambo !!!

roberto gambrosier ha detto...

artista generoso e interprete sopraffino. A volte il talento non basta per sfondare......resta tra i miei preferiti di sempre.
Purtroppo negli anni 80' ha sbagliato troppi dischi. Magari se Rick Rubin lo producesse........