venerdì 21 giugno 2019

NIENTE DI NUOVO SUL FRONTE OCCIDENTALE


Sono girate moltissime recensioni, riflessioni e commenti a riguardo di Western Stars, ultimo disco di Springsteen che ha mosso le acque attorno alla sua musica come non succedeva da tempo. Ne è stato investito anche il mio piccolo blog che da una media di 5/10 commenti per post si è passati a più di 60 commenti a margine della mia recensione del disco, tutti improntati ad opinioni e punti di vista critici o emotivi, spesso divergenti ma sempre civili ed educati. Grazie di cuore a chi vi ha partecipato. C'è comunque un secondo tempo, è con mio piacere che pubblico la seguente riflessione scritta dall'amico MARCO DENTI,  redattore part time del Buscadero e free lance a 360 gradi, che reputo tra le più approfondite, analitiche e circostanziate lette in questi giorni sui media nazionali. Buona lettura.

M.Z

 
NIENTE  DI  NUOVO  SUL FRONTE  OCCIDENTALE

Come i personaggi che cerca ancora di raccontare, Springsteen è incastrato in un meccanismo da cui non sa o non vuole uscire. Questione di status, più che di soldi, ma Springsteen non è soltanto il troubadour che viene a raccontarci le sue storie, è un onesto lavoratore con scadenze e impegni da rispettare. Un argomento di cui è vietato parlare, ma che ha un peso specifico non relativo sull’esistenza di Western Stars , e anche sulla sua peculiare natura. Di fatto dopo il famigerato contratto da cento milioni di dollari del 2005, Springsteen ne ha rinegoziato un altro (con un anticipo di trenta milioni) che prevede, dal 2015 al 2027 13 album (esattamente uno all’anno) di cui 4 di inediti in studio. La tabella di marcia è stata rispettata per quanto riguarda i box retrospettivi (il primo era The Ties That Bind: The River Collection , seguiranno in ordine sparso Born In The USA , Nebraska e qualcosa di molto simile a Tracks 2 ) e i dischi dal vivo (saranno cinque, il primo è stato Broadway , con risultati non esaltanti) con il fuori programma di Chapter & Verse . Per inciso, e per avere una vaga idea delle dimensioni del patteggiamento totale, Springsteen ha ottenuto di poter continuare a pubblicare i “live” digitali, a sua discrezione, e ha imposto una rigorosa verifica delle royalties da tutti i paesi in cui è distribuito al netto delle tasse e della fiscalità di ogni nazione. Immagino le parcelle degli avvocati, ma questo (e non un altro) è il mondo in cui vive Springsteen. Un mucchio di soldi, e un sacco di dischi da mettere insieme.  Quelli in studio dovevano arrivare alla media di uno ogni tre anni (i calendari non sono un’opinione), ma già il primo, Western Stars, salta il turno, arriva in ritardo e segna una sorta di linea di demarcazione. Nei prossimi otto anni, Springsteen dovrà incidere altri tre album in studio, partorire tre box e quattro dischi dal vivo. È qualcosa in più di un album all’anno: è una catena di montaggio. Questa, con un pizzico di realismo, è la condizione di Springsteen, oggi. Lasciamo perdere le questioni personali e autobiografiche. Non facciamo finta che Springsteen sia il profeta che viene a raccontarci cosa sta succedendo in America (e comunque non lo sta facendo). In tutta onestà, Springsteen gioca in un ruolo che si è scelto e questo, per dirlo con le sue parole, è il prezzo di pagare. La libertà ha un altro valore, e chiedete a John Mellencamp che negozia disco per disco (e i risultati sono lì da vedere). Western Stars è il primo album di inediti del nuovo contratto, proprio come High Hopes (ricordate?) era l’ultimo tassello della precedente trattativa. È un disco montato ad arte attorno a un concept (attenzione, non a un concept album) che è stato sviluppato per sommi capi, seguendo delle indicazioni altalenanti e qualche falsa pista. C’è stato un grande lavoro (persino eccessivo) nel creare attorno a Western Stars un’aura che ha generato commenti con un’enfasi pari soltanto a quella del disco, ma è tutto frutto di quel concept che Springsteen ha prima annunciato come un album di “pop californiano” (qualsiasi cosa significhi) e poi, grazie a una sottile e pervicace campagna di marketing, ha indirizzato verso il West in generale. Quando sono apparse le prime foto su Instagram, pensavo fossero le testimonianze di un bel viaggio (necessario) dopo la routine di Broadway e, invece no, erano già le avvisaglie di una serrata campagna promozionale che, passando per i videoclip, il ridondante comunicato della Columbia (che ha dettato la linea), le interviste/confessioni le sta provando tutte per “posizionare” il disco (una catena di centri commerciali ha persino riempito gli scaffali di finti Western Stars in attesa dell’uscita). Lo stesso Springsteen si è prestato a interpretare il concept di Western Stars con ogni ammennicolo del caso (cappello, stivali, giaccone), ma qui l’abbaglio è plateale, se lo si vuol vedere. Già dal titolo, Springsteen gioca con uno dei grandi miti americani, il West, ma la sua visione è da cartolina, limitata, e anche un po’ troppo patinata (in questo molto legata alle sonorità scelte con Ron Aniello). Una svista non da poco, che pare fare il bis con quella, a suo tempo, della location di Broadway. Già il West in sé è stato prima un ladrocinio brutale nei confronti dei nativi americani, poi una truffa conclamata ai pionieri, per non dire della corsa all’oro. Oggi è una una terra devastata a livelli apocalittici nell’ambiente (la California) e nell’umanità (i confini con il Messico). Di quale West parli Springsteen non è chiaro, di sicuro non è quello di Cormac McCarthy o di Larry McMurtry. L’unico nome che affiora, e proprio nella stessa Western Stars , è quello di John Wayne, perfetto interprete di un West posticcio, e se un indizio non fa una prova, rimane pur sempre un bel punto di domanda. Tutto lì? Restano i contorni paesaggistici, l’alone dei panorami al tramonto che dovrebbero e/o potrebbero coincidere con una condizione esistenziale, ma è un West del tutto arbitrario che purtroppo altri hanno saputo sviscerare in modo molto più convincente, dai Wall of Voodoo di Call Of The West a King Of California di Dave Alvin per non dire di un qualsiasi album di Tom Russell. In Western Stars , l’effetto, grazie anche alla colonna sonora cinematica, è quello di una serie di fotogrammi in technicolor, affascinanti, ma un po’ sgranati, dove si possono cogliere brevi e intensi momenti strumentali, ma la visione d’insieme, per quanto si tratti di un disco uniforme e coerente come non capita da tempo a Springsteen, non è per niente approfondita ed è limitata a piccoli dettagli che dovrebbero costruire le singole storie, ma che si limitano a essere particolari sparsi. Suggestioni, impressioni, frammenti: le canzoni reggono a forza di cliché e di luoghi comuni e il principio narrativo “kick the stone”, ovvero prendi un personaggio, mettilo sulla strada e guarda un po’ cosa succede, a volte funziona, a volte no. Ma non è quello il punto: le caratteristiche dello stuntman ( Drive Fast ), dell’autostoppista ( Hitch Hikin’ ), del viandante ( The Wayfarer ), dell’attore ( Western Stars ) e, buon ultimo, del songwriter ( Somewhere North of Nashville ) sono un’altra cosa rispetto all’America   blue collar di Springsteen dove, bene o male, magari non si arrivava a nessuna terra promessa, ma un approdo comunque lo si trovava. Se non altro, anche nei momenti più cupi, restava una “reason to believe”. Questa è la vera differenza, e forse anche la vera novità: Western Stars è frequentato da gente che non torna a casa, che è molto distante da se stessa e che, in definitiva, si è arresa. Un’umanità che avrebbe richiesto uno sfondo più accurato e un ritratto meno romantico. Il capolinea di Moonlight Motel , elegiaco nella forma, evanescente nella sostanza, è forse l’emblema della desolazione di Western Stars che è popolato, sì, di loser come in ogni altra canzone di Springsteen, ma dove sono stati accuratamente rimossi i conflitti che li hanno generati. Da cosa dipende questa scelta non è chiaro. La soluzione, in prima istanza, ha una sua efficacia consolatoria, ma vuoi per l’assonanza con il titolo, vuoi perché Sam Shepard “il vero West” l’ha scandagliato davvero, torna in mente quello che diceva in Motel Chronicles ovvero qui “la gente qui è diventata la gente che fa finta di essere”. Quello di Western Stars è uno Springsteen epico, piuttosto che drammatico: un cambio di prospettiva sensibile che ricorda quel momento in cui John Grady Cole, il protagonista di Cavalli selvaggi di Cormac McCarthy “guardava il paesaggio con certi occhi incavati come se il mondo esterno fosse stato alterato o messo in dubbio da altri aspetti che aveva scorto altrove. Come se non riuscisse più a vederlo nel modo giusto. O peggio, come se lo vedesse finalmente nel modo giusto. Lo vedesse come era sempre stato e sempre sarà”. Sembra proprio il ritratto dello Springsteen di Western Stars, e il fatto di essersi affidato a un tono spogliato di ogni urgenza scorre in parallelo con i risvolti narrativi che si risolvono in struggenti sprazzi musicali o ampie orchestrazioni, e in una voce mai così curata, accorta, levigata e corretta, persino nella dizione (per non dire dell’intonazione). L’impianto sonoro è funzionale allo scopo: molte decorazioni, un sacco di strumenti stratificati uno dentro l’altro, nessuna vera funzione specifica se non quella di ricordare, con una dose letale di nostalgia, le colonne sonore di vecchi film o rendere omaggio a Roy Orbison (l’unico, valido motivo per ascoltare There Goes My Miracle ). Niente di nuovo o di sorprendente sul fronte occidentale: tanto assemblaggio e riciclaggio, ovvero molto mestiere che porta a canzoni buone per ogni stagione ( Tucson Train, Sundown, Hello Sunshine ) ma tutto sommato innocue, per quanto perfettamente inserite nel contesto di Western Stars. E nessuna sorpresa anche per le reazioni a caldo che, come già per Broadway , sono state dettate e guidate dall’emotività, fonte di una prosopopea ricca di elogi e superlativi, ma spesso del tutto priva di attinenza al merito, e alla sostanza. Il motivo è molto semplice: Western Stars è un disco di una malinconia indicibile perché è fin troppo evidente che inquadra con un’istantanea impietosa uno Springsteen che ha ancora qualcosa da dire, non sa bene come farlo, ma lo deve fare. Lo dovrà fare. E lasciamo stare l’età, che ognuno ha quella che ha. Il prossimo concept, già annunciato (a riprova che gli ingranaggi girano a tempo pieno) diventa inquietante (tour compreso): non sia mai che l’album con la E Street Band si risolva in qualcosa di simile alla reunion di Graham Parker & The Rumour: grandi (grandissimi) rock’n’roller, ormai un po’ attempati, che sfornano della buona musica, ma la scintilla, il brivido, la scossa sono ormai alle spalle. Almeno in questo, per quanto a livello inconscio, Western Stars è molto più sincero. Addio al miracolo. All’ovest, l’orizzonte è quello del declino. Ci arriveremo a tappe forzate.

 
MARCO DENTI

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giovedì 30 maggio 2019

BRUCE SPRINGSTEEN WESTERN STARS




Non assomiglia a nessun precedente album di Bruce Springsteen Western Stars, nemmeno a quelli fatti senza la E-Street Band perché questo non è un disco di rock e nemmeno di folk ma la  colonna sonora cinematografica del West visto con gli occhi e col cuore da un innamorato dei grandi spazi, delle praterie, delle nuvole che corrono veloci nei cieli blu, delle assonnate cittadine di provincia, dei tramonti rosso sangue e dei cavalli. E' un disco californiano non perché come scritto ovunque si rifà ai cantautori pop californiani degli anni settanta ma perché c'è una percezione cinematografica dal primo all'ultimo brano che rimanda a John Ford, ai film western di John Wayne, a Hollywood, alle colonne sonore dei film americani degli anni quaranta. Dal punto di vista sonoro è un disco che risente di un massiccio uso di archi e violini, una orchestrazione che si ripete in quasi tutti i brani e combacia con l'immagine della copertina, una visione oleografica ed un po' troppo patinata del West. Non certo quello ruvido e polveroso dei romanzi di Cormac McCarthy e Larry McMurtry per rimanere negli stessi scenari.  Un disco atipico nella discografia di Springsteen, a suo dire influenzato dai songwriters pop californiani, in primis Glen Campbell e Jimmy Webb (che peraltro californiani non sono essendo nati il primo a Nashville ed il secondo in Oklahoma) ma anche "minori" quali Bill LaBounty e Terence Boylen, molto distante dall' uomo che ci ha riempito cuore e mente di sogni  e di rock ( e quando era solo folk suonava come fosse il più devastante dei rockers) tanto che sorge il dubbio che  se un lavoro del genere l'avesse fatto chiunque altro lo si sarebbe liquidato con sufficienza, a meno di non essere interessati  alla discografia di Burt Bacharach, con tutta la stima che  riconosco a quest'ultimo in termini di partiture e arrangiamenti. Western  Stars  è il frutto di un pomposo  lavoro in sala regia che si traduce in un suono artefatto tanto è studiato e orchestrato, una pompa magna di archi e violini che finisce col soffocare le canzoni. Le storie raccontate sono tutte collocate sotto le stelle dell'Ovest : cowboy alla deriva e  bar per cuori solitari , autostrade che non portano a nulla e uno stuntman che sbarca il lunario in un B movie con la clavicola rotta ed una placca di metallo nell'anca, città vuote e isolamento umano, voglia di comunità e spazi desertici, Springsteen sa essere malinconico come la sceneggiatura richiede ma è l'invadenza orchestrale e l' enfasi melodica a togliere realismo al quadro, rischiando di renderlo stereotipato. La sua voce, finalmente serena pur con quelle ombrose tonalità alla Roy Orbison,  non aiuta a dare cuore al film tanto gli arrangiamenti predominano. Ci sono episodi come Chasin' Wild Horses  e There Goes My Miracle  di difficile digestione per chi conosce e ha amato la discografia di  Springsteen, si tratta nel migliore dei casi di musica leggera americana ma Western Stars  non so se per contratto o per reale ambizione, è un disco fortemente voluto dall'artista e come tale bisogna accettarlo, dimenticandosi che sia lo stesso uomo di The River,  anche se un più basso profilo sonoro avrebbe certamente giovato alle canzoni.

Registrato principalmente nello studio casalingo di Springsteen nel New Jersey, con l'aggiunta di alcune session in California e a New York, ci sono voluti più di venti musicisti per realizzarlo, tra cui Patti Scialfa che ha contribuito alle voci e agli arrangiamenti vocali di quattro tracce, Jon Brion  (Kanye West, Fiona Apple) che suona la celesta, il moog ed il Farfisa, David Sancious  con le tastiere, Charlie Giordano  con l'organo e  Soozie Tyrell col violino, oltre al produttore Ron Aniello che ha suonato basso, tastiere e altri strumenti. Se qualche riferimento al passato è concesso,  il ricordo va a taluni arrangiamenti di Tunnel Of Love ( ma là le canzoni erano di ben altro livello) e al pasticcio  di Outlaw Pete in WOAD,  anche se qui il carico orchestrale è imponente. Nell'iniziale Hitch Hikin' serve al coinvolgente crescendo accompagnato dalla voce di Bruce che ripete come un mantra I'm hitch hikin' all day long ma in diversi momenti è davvero eccessivo e stucchevole.  In The Wayfarer   sembra che la chitarra, il pianoforte ed una batteria metronomica aspettino l' arrivo puntuale dell'orchestrazione, mentre la melodia intona "sono un viandante che vaga di città in città, alcune persone traggono ispirazione stando davanti ad un fuoco con le pantofole infilate sotto il letto; quando tutti dormono e le campane suonano mezzanotte le mie ruote sibilano sull'autostrada".

La malinconia della canzone che dà il titolo all'album  è sottolineata dalla lap steel, ci sono stivali, canyon, coyote, tramonti, whiskey bar e John Wayne oltre all'immancabile cascata di archi e violini.  Tucson Rain è una road song costruita sul verso" il duro lavoro pulirà la tua mente ed il tuo corpo", e Sleepy Joe's Cafè  possiede l'afflato country di un viaggio tra San Bernardino ed il confine messicano  incrociando truckers, bikers e trombe mariachi.

"Guidare veloce, cadere rovinosamente, non pensare al domani, non preoccuparsi delle cicatrici, ho due chiodi nel mio tallone, una clavicola rotta ed una placca nella gamba ma riesco lo stesso a portarmi a casa". Pare Junior Bonner nel film  l' Ultimo Buscadero trasportato nel mondo delle auto ma è Drive Fast (The Stuntman), lenta e nostalgica pur con un sobbalzo a metà, inficiata dal solito carico orchestrale.
In Chasin' Wild Horses  la lap steel  evoca grandi spazi e sembra di essere capitati in una canzone dei Richmond Fontaine ma poi la grandeur da colonna sonora di un film degli ani 40 prende il sopravvento,  cosa che si ripete in There Goes  My Miracle  con " le strade sono diventate dorate, sto cercando il mio amore, ecco che il mio miracolo si allontana, l'amore, dà l'amore prende". Non pensavo di sentire tali versi in una canzone di Springsteen ma l'atmosfera Hollywoodiana lo richiede. 

I tramonti fanno parte della scenografia "anche se non è il tipo di posto in cui vuoi stare da solo. Giornate calde e notti fredde, vado da un bar all'altro qui nella città solitaria desiderando solo che tu sia qui al tramonto". Sundown è l'ulteriore immagine western di questo film, al pari di Somewhere North of Nashville, il brano più corto dell'album con un'aria vagamente Devils and Dust. C'è un violino in solitudine e ci si immagina Bruce cantarla ad occhi chiusi. Una storia di incomprensione è il motivo di Stones, "lui si sveglia al mattino come se avesse delle pietre in bocca, il vento soffia attraverso gli alberi", la ballata volutamente non decolla ma si infrange sulle bugie di lei. Il finale di Moonlight Mile lascia l'amaro in bocca per cosa avrebbe potuto essere e non è. Lenta e dolente con arrangiamenti finalmente leggeri ed una pedal steel che è dolce malinconia lambisce i confini del folk, la voce di Bruce mai così umana fa la radiografia dell'anima. Può essere che un unico, o quasi, ascolto in anteprima non permetta un giudizio più approfondito ma fossero state tutte così le Western   Stars  non si avvertirebbe una palpabile sensazione di imborghesimento pop.

 

MAURO  ZAMBELLINI    MAGGIO 2019  

 
 
 
 
 
 

sabato 4 maggio 2019

THE DREAM SYNDICATE THESE TIMES


Poteva essere un episodio a se il potente ritorno dei Dream Syndicate di How Did I Find Myself Here? ma evidentemente non è stato così, l'ottima accoglienza del disco e i concerti che sono seguiti hanno rimesso in moto una delle macchine migliori del rock californiano passato e recente. Mai pago di se e della sua musica, costantemente alla ricerca di qualcosa di nuovo, il vulcanico Steve Wynn, l' autentico regista della reunion, ha riportato i compagni di ventura ai Montrose Studio di Richmond in Virginia e con la produzione del fidato John Agnello ha registrato These Times, album che presenta  differenze sostanziali rispetto al precedente acclamato lavoro. In primis Steve Wynn ha scritto i testi dei brani dopo che la band aveva finito di registrarli, in questo modo le liriche sono state dettate dai suoni ed un attento ascolto del disco conferma come le parole siano dipendenti dal sound e non viceversa, come spesso invece succede per l'opera di un songwriter. Ma qui, in campo, c'è una rock n'roll band e la cosa è evidente perché se da una parte Wynn è il maestro di cerimonia, dall'altra c'è un collettivo in grado di creare un sound che in questo frangente ha imposto uno scatto in avanti rispetto al proprio  standard stilistico. Come ha affermato lo stesso Wynn, These Times è un disco profondamente diverso da How Did I Find Myself Here? e se quello era un album per le ore serali, tutto spacconerie ed esplosioni catartiche, questo These Times è l’album gemello per le 2 del mattino, più malinconico e variabile, con la band che si muove come fosse il dj di una trasmissione notturna, mentre l’ascoltatore si lascia andare ai sogni chiedendosi, il giorno dopo, se qualcuno di questi fosse reale". Steve Wynn ha aggiunto  di essere stato influenzato da Donuts del dj, polistrumentista e rapper di Detroit J Dilla e dal modo con cui questi si è approcciato alla musica, come un collezionista che vuole distorcere e fare sua la musica da lui preferita. Acquisito tale atteggiamento, Wynn si è cimentato con oscillatori, sequencer, drum machine, loop, qualsiasi aggeggio potesse essere utile per deviare dal suo usuale modo di comporre musica ,"facendolo sentire come se stesse lavorando ad una compilation piuttosto che alla medesima stessa cosa ".

 
Il risultato è un disco che impone uno scarto rispetto al consolidato e apprezzato all guitars rock dei Dream Syndicate ed introduce variabili che pur non entrando in contrasto con il riconosciuto stile della band, occhieggiano verso un suono più futuristico e spaziale dove l'elettronica, comunque ben dosata e controllata, crea un immaginario proiettato ben oltre il crudo realismo rock urbano delle opere precedenti. Già in passato in qualche suo lavoro solista, Wynn aveva "aperto" a tali innovazioni, qui il lavoro è più ampio, già dall'inizio con The Way Inn e Put Some Miles (non perdetevi lo splendido video di quest'ultima con quei riferimenti jazzistici in contrasto con gli echi alla Wall of Voodoo del brano), il suono riverberato, distorto e atmosferico rende l'idea di cosa siano Questi Tempi per la band di Los Angeles.  Ovvero un flusso inarrestabile di immagini e flash, versi e parole su tutto ciò di cui si parla e si pensa oggi, un'opera moderna su un mondo che sta rapidamente precipitando, evolvendosi (?) e cambiando in modo così celere e brusco, lasciando però alle spalle anche macerie e miserie. I testi dell'album sono uno specchio del terrore, del panico, delle ossessioni, della speculazione, della malinconia ed in ultima analisi della follia umana che segnano i nostri tempi, These Times suona come un disco di rock apocalittico con il coraggio di guardare in faccia ai cambiamenti, Per questo i Dream Syndicate sterzano di quel tanto per rinnovare il loro abituale format e raccontare in modo pur frammentario e atomizzato questa deriva. Se ballate come Bullet Holes ci consegnano il vecchio e consolante romanticismo insito nel loro rock, pur con le oscurità di un pessimismo che Wynn non ha mai nascosto, Recovery Mode sembra uscire da uno dei  dischi solisti di Wynn e Speedway è una forsennata corsa sulle strade del vivere e morire a Los Angeles, con quella carica anfetaminica che contraddistingueva l'anomalo punk dei Dream Syndicate.
 

Still Here Now, specie nell' inizio, evoca la grandeur del loro rock epico, quei brani che ci hanno fatto innamorare di un America hard-boiled zeppa di peccato, in particolare qui il ricordo va alla grandiosa Merrittville, ma altri titoli del disco spingono verso un suono  che ricorda nelle innovazioni gli War On Drugs e nel passato lo space rock degli Hawkwind. Così gli oscillatori caratterizzano i toni dark e post-rock di Black Light mentre, lo sperimentalismo kraut di Treading Water Underneath The Stars, in realtà il pezzo più debole dell'album, serve ad un racconto su un futuro angustiato dalla guerra per l'acqua. L'incalzante Put Some Miles si avvale invece di una batteria ( Dennis Duck) mai  così metronomica e di un basso ( Mark Walton) a diro poco ossessivo, sessa ritmica della magnifica The Whole World il cui intro prepara ad un rock atmosferico in cui è facile lasciarsi irretire dal brillante lavoro di tastiere (Chris Cacavas), le quali per tutto l'album hanno un ruolo importante e si amalgamano al feedback e al riverbero delle chitarre di Wynn e alle svisate psichedeliche di Jason Viktor componendo un  sound meno chitarristico che in passato, un sound che testimonia della volontà dei Dream Syndicate di essere nel presente. Ancora una volta loro non devono niente a nessuno e cavalcano i These Times con una coerenza da far paura, mettendo le loro chitarre, i loro ritmi e la loro poetica visionaria a contatto con lo stridore e la confusione di un mondo che ha davanti a se più nebbia che speranze. Tanto di cappello.

 

MAURO ZAMBELLINI     APRILE 2019 




 

venerdì 26 aprile 2019

LITTLE STEVEN & The Disciples of Soul SUMMER OF SORCERY

 
E' un felice ritorno quello di Little Steven dopo le ottime impressioni destate da Soulfire  e dai concerti che ne sono seguiti, un ulteriore modo di proseguire un avventura musicale che lo vede protagonista da quaranta anni a questa parte sia solo che con Springsteen e Southside Johnny. Little Steven ama la musica e lo si percepisce in ogni cosa che fa, inoltre è riuscito a tenere desto il ricordo di quell'Asbury Sound che tanto ha contribuito alle nostre gioie rock. Miami Steve Van Zandt oltre che musicista e produttore è un grande conoscitore di musica, in primis quella legata agli albori del rock come il garage, il soul psichedelico, il beat, la musica degli anni sessanta e tutte quei nuggets che hanno contribuito a porre le fondamenta di ciò che è venuto dopo. Se Soulfire  esplorava il lato più propriamente R&B con tanto di annessi e connessi in quello stile che lo stesso artista definiva soul horns meets rock n'roll guitars, per Summer of Sorcery  Little Steven va ancora più a ritroso spingendosi ai suoi anni di gioventù quando le canzoni facevano da colonna sonora dell'estate, di quell' eccitante stagione in cui ventenne ti innamoravi per la prima volta della vita, quell' emozione unica che ti faceva sentire vivo. E' questa l'idea guida attorno a cui è nato Summer of  Sorcery.  " I  miei primi cinque album degli anni '80 erano molto personali e politici", ha dichiarato Little Steven aka Steven Van Zandt,"volevo che il mio nuovo materiale fosse più romantico. Come i dischi che ascoltavo quando sono cresciuto, quando erano una forma d'arte. Il concetto alla base del nuovo album era di catturare e comunicare quella prima ondata di estate, l'elettricità nell’aria di quella sensazione di possibilità illimitate, dell’innamorarsi del mondo per la prima volta. Ovviamente ci sono riferimenti personali e cenni sparsi ovunque a tutto quello che sta succedendo socialmente, ma con questo album ho raggiunto l’obiettivo che mi prefiggevo. Ho creato una raccolta di scene di film immaginarie che trasportano l’ascoltatore in un’estate da favola".
 

Esiste una continuità con il precedente Soulfire  perché nell'estate di magia  di Little Steven permangono le fonti della sua musica ovvero il rock n'roll che si mischia col garage-soul, il R&B che si incontra con la musica latina in quella dimensione che era propria di certi sobborghi newyorchesi dove le contaminazioni e il melting razziale erano già diffusi negli anni sessanta. E poi le chitarre e le festose voci femminili, le percussioni portoricane e i fiati che grondano di soul, gli arrangiamenti del Wall of Sound e i coretti del doo-wop. Un collage sonoro allegro, apparentemente spensierato, contagioso, in grado di trascinare l'ascoltatore nel caldo umido di una estate nel New Jersey coi bambini che giocano sui marciapiedi inumiditi dagli idranti che rinfrescano e puliscono le afose strade della città e i fratelli maggiori che cercano un appuntamento con la Rosalita del quartiere. E' il New Jersey ma potrebbe essere Brooklyn, Harlem o qualsiasi altra città americana degli anni sessanta prima che l'America conosca il trauma del Vietnam e i protagonisti di tale amarcord diventino adulti. Innocenza, sensualità e magia , una musica  del corpo e dell'anima suonata da un team di musicisti di prim'ordine, scritta appositamente da Miami Steve Van Zandt e registrata nei suoi Renegade Studios di New York con la co-produzione del chitarrista e band-leader dei Disciples of Soul Marc Ribler (Darlene Love, Roger McGuinn, Carole King), mixato e rimasterizzato da Bob Clearmountain e Bob Ludwig ,due da sempre vicini alle produzioni di Springsteen. Con Little Steven e Ribler sono il tastierista Lowell "Banana" Levinger (Youngbloods), il bassista Jack Daley (Boz Scaggs), il batterista Joe Mercurio (Ben E.King), il percussionista Anthony Almonte ( Kid Creole), Andy Burton è all'Hammond e al piano e una ricca sezione fiati tra cui Eddie Manion (Springsteen e Southside Johnny) e tre coriste completano una vera orchestra  responsabile di uno sfavillante sound denso di colori accesi. Summer Of Sorcery è una raccolta di canzoni che evocano le meraviglie e la magia della stagione estiva: la spiaggia e il lungomare, la gente nelle strade delle calde serate in città, il primo amore e la sfrenata lussuria, l'innocenza e l’esperienza di qualcosa che dà inizio a tutto.

La festa inizia con Communion , si cita Higher and Higher di Sly Stone, un carico di trombe, sassofoni e voci femminili sostiene il tutto e ad un certo punto  un cambio di ritmo ed una  chitarra distorta spingono verso un garage soul compreso di clapping e coretto doo woop. E' solo il preambolo perché Soul Power  è ancora più esplicito e sembra di avere Twistin The Night Away di Sam Cooke  in versione Asbury Sound.  Party Mambo!  non è nient'altro che un mambo nella versione pachuca di New York, più Buster Poindexter che Little Steven con tanto di botta e risposta tra Little  Steven ed il backing femminile. Gli ottoni, le percussioni alla Tito Puente, la chitarra che entra e se ne va rimandano anche a  Kid Creole and The Coconuts.  Gravity non è troppo distante da un simile groove, una rullata e parte la salsa rock con gli archi, l'ugola arsa di Steven, le voci di risposta, la voglia di ballare, il clarinetto e la tromba in una estemporanea pennellata jazz. Soul funky.
 

Le vecchie amicizie non si dimenticano, Love Again pare uscito da un disco di Southside Johnny, è rock and soul corale e romantico, all'opposto Vortex  si apre con le sirene della polizia in una rocambolesca atmosfera blaxpointation. L'orchestrazione è utile  al decor cinematografico, basso e fraseggio nervoso della chitarra strizzano l'occhio a Shaft,  il flauto sa di Herbie Mann, siamo in un ghetto dei sixties. A questo punto Little Steven si ricorda di avere un lato romantico, supplica in A World of Our Own nella quale fiati poderosi riempiono una tappezzeria sonora imponente alla Phil Spector,  Suddenly You  si fa ancora più notturno e sommesso, la chitarra acustica dirige una tenue love song  che pare estratta dal repertorio di Josè Feliciano, affascinante pur in contrasto con l'usuale stile di Van Zandt. Il rock n'roll bussa con Superfly Terraplane,  chitarre sguainate, immagino le coriste che sgambettano a destra e sinistra, un po di trombe pompose a metà ed il tiro di Springsteen  della Detroit Medley ma concentrato in una canzone.

Negli anni sessanta anche nei 45 giri c'era chi aggiungeva un tocco classico o esotico, un clavicembalo, un corno francese, un sitar, un violoncello. Considerato l'intento di ricreare quell'ingenuo senso di avventura Little Steven introduce Education con sitar e tabla prima che i Disciples of Soul spostino il raggio d'azione  verso un latin flavour,  i toni sono però smorzati rispetto al resto e anche la voce di Little Steven è bassa.  L'omaggio al  blues è risolto con I Visit The Blues , West Side di Chicago, una chitarra butta fuori rabbia e durezza ed una citazione di Killing Floor  di Howlin Wolf.  Rimane da dire del finale e allora un disco divertente e nostalgico di un'era musicale inebriata dalla gioventù, che alle orecchie del sottoscritto suona un gradino sotto Soulfire, dà il meglio di se con un pezzo da favola. Summer of Sorcery  è una rock ballad dove le chitarre arpeggiano di fianco alla voce del pirata che qui tira fuori tutto il romanticismo di cui è capace e  rimanda a quando lui, Southside e Springsteen incantavano le estati del Jersey Shore con le loro storie di amore, fuga e desiderio. Adesso sono rimasti solo i ricordi ma non c'è puzza di nostalgia e la canzone è tutto tranne che autoreferenziale, è si una stretta al cuore e la sgangherata voce di Little Steven raggiunge un tono epico così da rammentarci un tempo in cui eravamo alle porte del paradiso e non ce ne siamo accorti. E' una canzone emozionante pur strutturata su tempi mediamente veloci,  commovente con quell' assolo di sax che resuscita  Clarence Clemons e  lo staglia lì davanti a dirci con il suo inciso regale che nonostante tutto i sogni giovanili non muoiono mai. Strepitosa,  uno dei pezzi più belli di questo scorcio d'anno, con una orchestrazione da manuale che ne aumenta l'enfasi, il pathos, l'abbandono. Un gol decisivo al novantesimo minuto.

La copertina è opera dell'art-director Louis Arzonico che si è ispirato alle illustrazioni di Frank Frazetta artefice delle copertine dei dischi dei Molly Hatchet.

MAURO   ZAMBELLINI   APRILE  2019







venerdì 5 aprile 2019

TOM PETTY and THE HEARTBREAKERS THE BEST OF EVERYTHING 1976-2016


 

Sono state realizzate diverse antologie di Tom Petty ma questa è la migliore e la più completa e abbraccia l'intera sua avventura artistica dal 1976 al 2016, anno di pubblicazione del suo ultimo disco coi Mudcrutch.  Scomparso prematuramente nell'ottobre del 2017 dopo un lungo tour, Tom Petty ha lasciato un bagaglio di canzoni che a ragione possono essere definite un tesoro americano, come suggerisce il titolo del box di quattro CD uscito lo scorso anno zeppo di out-takes, versioni diverse, testimonianze live e qualche inedito. An American Treasure è il frutto di un lavoro d'archivio con il beneplacito della famiglia dell'artista, The Best of Everything è invece la sfavillante raccolta dei suoi hits e delle sue canzoni più famose estratte dai suoi singoli e dai suoi album, sia quelli con gli Heartbreakers, sia quelli solisti e con i Mudcrutch. Un tesoro di rock americano come pochi possono vantare, la testimonianza dell'arte sopraffina di Tom Petty nel saper concentrare nei minuti di un formato pop un mondo intero di rock n'roll declinato in tutte le sue varianti : dal jingle jangle byrdsiano dei sixties alle armonie in odore di Beatles, dallo sferragliare di una band che ha fatto indigestione di Rolling Stones e Animals ai secchi riff del rock n'roll dei cinquanta con particolare simpatia per Buddy Holly, Chuck Berry ed Elvis, dalle ballate profumate di California alle nervose sferzate elettriche tra punk e garage, dal fantasy psichedelico di Don't Come Around Here No More all'arruffato e sporco roots-rock dei Mudcrutch,  dall'urlo ribelle di Refugee  al grido di libertà di Free Fallin', dal mainstream di Don't Do Me Like That  a titoli entrati di diritto nel songbook americano di ogni epoca come American Girl e I Won't Back Down. Tom Petty ha inventato un suono che non possedeva nessuno, tenendo conto del passato ma guardando al futuro. Tradizionale ed eccentrico al tempo stesso, capace di rinnovarsi ad ogni disco senza sconfessare il background, frutto di un atteggiamento innovativo e del costante rifiuto a farsi incasellare in qualsiasi etichetta, cosa che non gli ha impedito di avere sempre un notevole senso della tradizione rock . Nelle trentotto tracce e nei due CD di questa antologia c'è un capitolo importante della Bibbia del rock americano, compreso un inedito, For Real  in verità piuttosto trascurabile se confrontato col resto, registrato nell'agosto del 2000 prima della pubblicazione dell'album The Last DJ.
 

La parte del leone la fanno le canzoni registrate con gli Heartbreakers, una band in grado di dare numeri a chiunque, la più potente, scintillante, lucida, completa, trascinante band del classico rock americano, capace di migliorarsi ogni volta e di rimanere al top per 40 anni di seguito (se ne ha testimonianza nella superba The Live Anthology) . Gli Heartbreakers con Tom Petty debuttarono nel 1976 in piena bagarre punk,  traeva in inganno il loro chiodo di pelle nera ma se si osservava bene le copertine dei primi dischi si scopriva che il taglio di capelli del leader rimandava allo scapigliato look del beat inglese e gli altri sembravano fuoriusciti da un gruppo power-pop degli anni settanta.  L'era gloriosa sancita da una popolarità più britannica che americana regala a questa antologia titoli divenuti pane quotidiano per chi ama il rock della strada.  Listen To Her Heart  e l'anfetaminico punk I Need To Know, entrambi presi dal secondo album You're Gonna Get It e i due classici  American Girl e Breakdown del primo omonimo album sono il banco di prova di una avventura destinata a divenire epica. Gli Stati Uniti finalmente li scoprono quando gli anni settanta sono alla fine,  Damn The Torpedoes  è un botto incredibile e catapulta  Tom Petty e la sua band nel mainstream dell'epoca,  allineandoli  a Springsteen e la E-Street Band e a Bob Seger con la Silver Bullet Band. Tre macchine da guerra che non fanno prigionieri, ognuna con una sua peculiarità. Gli Heartbreakers non includono i sassofoni e così il tasso soul e R&B è ridotto, al contrario British rock, California, anni cinquanta e schermaglie punk personalizzano un sound che corre sulle stesse strade di Springsteen ma con una decappottabile sotto il sole, d'obbligo i Ray Ban e i capelli al vento. Ribelli con una causa, il rock n'roll. Il tutto con una semplicità impressionante, con un gusto pop inalterato, perfetto e genuino, e un’energia garage mai domata, e come poche volte succede per gli intrepidi e gli innovatori, il suo (e il loro) rock lo porta in classifica, lo rende appetibile alla massa degli americani fino a farlo diventare mainstream. Damn The Torpedoes  è leggenda, da lì arrivano Don't Do Like Me That ovvero la canzone radiofonica perfetta,  la devastante Refugee nata da un riff di Mike Campbell per studiare i licks di Albert King, la diversamente romantica Even The Losers e l'ennesimo omaggio a Roger McGuinn di Here Comes My Girl.. Prodotto da Jimmy Iovine l'uomo che in quegli anni trasformava un vinile in una miniera di dollari, Damn The Torpedoes è talmente potente che il seguente pur bellissimo Hard Promises rischia di apparire come il parente povero della famiglia. Ed invece non è cosi, provate a risentirvi qui rimasterizzati The Waiting e l'ammiccante duetto con Stevie Nicks di Stop Draggin' My Heart Around  tratto dal suo album  Belladonna  ma di fatto registrato nello stesso anno con lo stesso produttore e gli stessi musicisti. Se capitava in quel lontano 1981 di viaggiare sulle strade americane, la sequenza delle due canzoni via radio era pressoché assodata, un sublime tormentone quotidiano.  I rimanenti  anni ottanta vedono sfrecciare Long After Dark, e qui c'è il singolo trattato Morricone di You Got Lucky, le colorazioni psycho-pop di Southern Accents (qui con Don't Come Around Here No More e le due ballate, la nostalgica  Southern Accents e la struggente e pianistica The Best of Everything  nella versione già usata per An American Treasure ), e il rock sfumato pop di Let Me Up (I've Had Enough), disco in studio registrato con una tecnica tale da farlo sembrare live, come si intuisce da Jammin' Me.  Ma il vero capolavoro della decade è un disco senza gli Heartbreakers anche se alcuni di loro vengono accreditati come session men. Full Moon Fever è un album superlativo che segna il sodalizio con Jeff Lynne nello stesso momento della parentesi con i Traveling Wilburys, ed è un lavoro che nasce in condizioni avverse dopo che un incendio distrusse la casa dell'artista ad Encino in California. Petty, per forza di cose,  si trovò ad abitare in situazioni di fortuna e i tanti giorni trascorsi in auto con l'allora moglie Jane Benyo andando su e giù per Mullholand Drive gli ispirarono Free Fallin' una invocazione alla gioia ed un invito a non essere pignoli e meticolosi, scritta di getto e assurta ad inno di libertà. Al contrario  Runnin' Down a Dream dello stesso album è una trascinante cavalcata rock con la fisionomia di una jam, rea di aver mandato in orbita nel 2008 a Phoenix il pubblico del Super Bowl,  mentre I Won't Back Down è l'ulteriore segno della grandeur di Petty nello scrivere instant classics.
 

Gli anni novanta si aprono e si chiudono con due album magnifici pur diversi tra loro, entrambi con gli Heartbreakers. Into The Great Wide Open nel 1991 include Learning To Fly che con quel verso “I’m learning to fly, but I ain’t got wings, coming down is the hardest thing” diventa una delle canzoni più cantate del suo songbook e la title track, anche lei inclusa in The Best of Everything, che di colpo resuscita un arioso e accattivante West-Coast rock.
 

Dopo Denny Cordell (l’uomo che Petty e Campbell riconobbero come  loro mentore, nonostante la brusca diatriba ai tempi di Torpedoes), Jimmy Iovine e Jeff Lynne, alla consolle si siede Rick Rubin ed il risultato è esaltante, pur nel generale ridimensionamento dell'impatto elettrico, senza sintetizzatori, computer o altri marchingegni. solo le chitarre ed il suono d’insieme dei musicisti. Wildflowers accreditato al solo Tom Petty è una sorta di suo disco unplugged, anche se non è proprio così ma bastano la canzone che dà il titolo all'album e You Wreck Me per far capire che anche senza gli Heartbreakers l'uomo di Gainesville è un fuoriclasse. La decade si chiude con un album spesso sottovalutato, Echo arriva dopo un brutto periodo di depressione dovuto al fallimento del matrimonio e ad una momentanea dipendenza dall’eroina, ma a mio parere è eccellente proprio per le sue tinte malinconiche ed autunnali, il suo bianco/nero sfuggente ed enigmatico. Qui viene riportata la sola  Room at The Top ma avrebbero meritato pure Billy The Kid  e Swingin' se non fosse che il criterio adottato per l'antologia è selezionare unicamente gli hits e i singoli. Se Echo è  sottodimensionato così non è per la colonna sonora del film She's The One assurta nel tempo a cult e la cui Walls (Circus) ha recentemente beneficiato di una bella versione da parte dei Long Ryders. Qui spicca anche la delicata e folkie Angel Dream (No.2). Da rivalutare è il bistrattato The Last D.J almeno per quanto riguarda  la malinconica Dreamville e la sua canzone-titolo la quale possiede un appeal commerciale solo di poco inferiore alla superba Mary Jane's Last Dance dall'irresistibile eco western.
 

Il pregio di The Best of Everything, oltre alla eccellente qualità audio, è non aver rispettato in modo cronologico la discografia, come se fosse una registrazione amatoriale, il modo con cui una volta si registravano le cassette che servivano a viaggi in auto con kilometraggio illimitato dove si malediva il momento di essere giunti a destinazione. Così il brano scelto da Highway Companion disco del 2006 a nome del solo Tom Petty solitamente trascurato, eppure ricco di interessanti soluzioni armoniche e di canzoni che farebbero grande l’album di qualsiasi altro artista, a cominciare da Saving Grace uno dei singoli più di successo del nostro, si mischia in modo solo apparentemente casuale con il tono country-western di You Don't Know How It Feels e con la scalpitante You Wreck Me entrambe tratte da Wildflowers, vicino agli estratti poco conosciuti dei due dischi dei Mudcrutch (I Forgive It All, Scare Easy, Hungry No More, Trailer)) alfieri di un rock volutamente più grezzo e roots. Highway Companion prodotto di nuovo da Jeff Lynne con l’aiuto di Petty e Campbell, è sostanzialmente un lavoro a tre con l'artista di Gainesville impegnato su tutti gli strumenti, dalle chitarre alla batteria, dalle tastiere al basso e armonica. Il disco sancisce il momento felice vissuto da Petty con la nuova moglie Dana York sposata nel 2001 dopo il naufragio del precedente matrimonio e anticipa gli ultimi due lavori dell'artista, il jammato, bluesato e psichedelico Mojo (qui c'è I Should Have Known It) ed il più sbarazzino e solare Hypnotic Eye presente  con il ruvido riff hard-rock di  American Dream Plan B. Sono l'ultima testimonianza del più disincantato e rispettoso  ribelle   dell’estetica del rock americano. Tom Petty ha rappresentato tanto, per la dedizione, perché era cool, perché non l’abbiamo mai visto nel posto sbagliato o dalla parte sbagliata, ci ha lasciato un’eredità enorme e questa antologia di 38 brani, consigliata a tutti anche a coloro che posseggono l'intera sua discografia per il modo in cui è stata realizzata compreso l'ottimo packaging fotografico,  è un modo per ricordare la sua grandezza. Come scritto già in altra occasione, sia onore a lui, noi possiamo soltanto essergli grati e riconoscenti.

 
MAURO  ZAMBELLINI       

p.s  questa recensione è dedicata alla memoria dell'amico Antonio Ruotolo con cui condivisi la gioia nel 2017 di un memorabile concerto di Tom Petty con gli Heartbreakers  ad Hyde Park.









martedì 19 marzo 2019

KEITH RICHARDS TALK IS CHEAP

 
Talk is Cheap , il primo disco solista di Keith Richards dopo un quarto di secolo coi Rolling Stones, nasce nel momento in cui la band è su un binario morto. Mick Jagger è impegnato nei suoi dischi solisti e l'ultimo lavoro della band, pubblicato nel 1986, ovvero Dirty Work  ha lasciato l'amaro in bocca ai fans che poco ritrovano dell'antico graffio dei Rolling Stones e soprattutto non vedono nessun progetto di tour in corso. A tale proposito Keith Richards affermò "ho fatto Dirty Work nello stesso modo in cui ho fatto Some Girls, cioè con la precisa idea di portarlo in tour, quindi quando abbiamo finito il disco.....diciamo che ci sono state delle forze avverse, mettiamola così, che hanno comportato che all'improvviso non saremmo andati in tour. La band è stata piantata in asso, perché se non vai in tour dopo un album, hai fatto solo metà del lavoro". Le forze avverse sono da ricondurre alla morte di Ian Stewart, un duro colpo specie per Richards, e soprattutto a Mick Jagger, in quei giorni completamente coinvolto nella promozione del suo secondo disco solista Private Cool e voglioso di mettersi in competizione con gli artisti da hit parade come George Michael, Prince, Terence Trent D'Arby, Madonna, Michael Jackson, Duran Duran. Pensava, al tempo, che i Rolling Stones fossero una cosa del passato ma il suo disco fu un fiasco e la storia sappiamo come è andata. Richards, preso atto della situazione, si mette a fare cose diverse, cose che se fosse stato coi Rolling Stones sarebbero state troppo complicate.

Nel giugno del 1987 stipula un contratto con la Virgin Records per la realizzazione di due dischi solisti. L'unica condizione che impone è quella di non subire nessuna interferenza esterna fino al completamento dei lavori.  Su esortazione dell''amico Steve Jordan, il batterista con cui nel 1986 aveva lavorato per il film di Chuck Berry Hail Hail Rock n' Roll, accetta la sfida e si lascia trascinare in uno studio di registrazione per realizzare quello che solo fino qualche mese prima riteneva impensabile : un album solista. " Sentivo che negli Stones avevo il mezzo perfetto per quello che volevo fare, non immaginavo però che mettere insieme qualcos'altro sarebbe stato altrettanto appagante" . Già a Parigi durante le registrazioni di Dirty Work  si era saldata l'amicizia con Steve Jordan, i due continuarono a vedersi a New York e cominciarono a scrivere canzoni insieme, per poi finire a suonare delle jam session a casa di Ron Wood. E' con Jordan che viene definito il nucleo degli X-Pensive Winos, chiamati così quando in studio comparve una bottiglia di Chateau Lafitte-Rotschild, e la prima scelta cade sul chitarrista Waddy Wachtel che Richards conosceva fin dagli anni settanta per aver lavorato con Linda Ronstadt, Warren Zevon e Stevie Nicks. Ne apprezzava il suo gusto ed il suo orecchio ed il fatto che non c'era bisogno di spiegarsi nulla quando si suonava insieme. "Aveva suonato con band femminili ma sapevo che voleva fare del rock perciò lo chiamai e dissi semplicemente, sto mettendo insieme una band e tu ne fai parte". Lo stesso Steve Jordan fu d'accordo, così come trovarono sintonia nel bassista Charley Drayton e nel pianista Ivan Neville della famiglia di Aaron Neville di New Orleans. Non fu necessaria  nessuna audizione, gli Winos vennero fuori così in modo naturale e fin dai primi accordi decollarono come un razzo. "Ho trovato qualcun altro con cui lavorare, rivelò Keith Richards, il lavoro di gruppo per me è fondamentale. La gioia di fare del rock n'roll è nella interazione tra chi suona, e cercare di trasferire questa interazione su nastro. Ho bisogno dell'entusiasmo degli altri e questi ragazzi me ne hanno dato tantissimo. Non mi hanno mai permesso di accontentarmi ". Come fonico fu preso Dan Smith che si era fatto le ossa alla Stax di Memphis e aveva lavorato con Don Nix e Johnnie Taylor, uno dei primi eroi di Richards. Dan Smith amava la musica, in particolare quella del Sud degli Stati Uniti dove aveva bazzicato i juke joint  con Furry Lewis e così parve subito l'uomo adatto per le registrazioni, inizialmente ubicate a Le Studio in una località appartata nei pressi di Montreal in Canada e poi trasferite a Montserrat nelle Bermude.
Fin dall'inizio le session di Talk Is Cheap  furono intuitive e spontanee ed in meno di dieci giorni vennero registrate sette canzoni. Richards arrivò a "sognare" le canzoni. Una notte si svegliò, prese la chitarra e suonò Make No Mistake nel registratore a cassette, poi la mattina dopo iniziò a cantarla.  Durante quelle session Richards sviluppò un nuovo modo di scrivere i brani, "quando tu sei in una band come i Rolling Stones ti senti come fossi in una tua capsula e qualsiasi cosa succede all'esterno non conta, puoi vivere comodamente in quella capsula ma perdi delle opportunità per scoprire cos'altro sta succedendo. Steve Jordan fu di grande aiuto perché mi fece scoprire dei tipi diversi con cui lavorare in modo differente. Una volta iniziato mi sentii subito a mio agio perché mi resi conto che potevo muovermi in modo leggermente diverso. Iniziammo a lavorare insieme tra febbraio e marzo del 1987, solo con chitarra e batteria, buttando giù del materiale da portare e sottoporre agli altri. Scrissi almeno trenta canzoni, ma ad un certo punto dissi a Steve che non sapevo come continuare, e allora lui mi rispose, quando hai dei dubbi, scrivi di Mick, e così venne fuori You Don't Move Me". Quel brano fa parte degli undici titoli che compongono l'originale Talk Is Cheap ed evoca gli Stones non solo nel sound tagliente della chitarra e nel ritmo dondolante dove spicca l'ottimo lavoro di Jordan con le percussioni ma anche nell'argomento principale, ovvero Mick Jagger, dove Keith sfoga la rabbia e l'amarezza per il mancato tour di Dirty Work e  rimprovera "il boss" per il fallimento commerciale dei suoi album She's the Boss e Primitive Cool, nell'esplicito verso " vuoi tirare il dado/ ma hai già fatto schifo due volte".
 

Il chitarrista Waddy Wachtel  fu ancora più esplicito sul concetto di composizione di Richards, " in effetti la cosa era molto divertente, Keith diceva, sistemate dei microfoni, e poi via, ok  cantiamo. Cantiamo cosa ? dicevo io, non abbiamo niente, e lui rispondeva, si ok, facciamo finta, facciamo qualcosa. Questa era la routine, poi veniva fuori qualcosa, e lui mormorava, si, cazzo questa suona bene".  Lo si deve a Steve Jordan, che produsse il disco insieme a Keef, il cambiamento nel modo di lavorare di Richards, il quale  fu felice di adeguarsi anche perché non stava scrivendo canzoni per Mick Jagger ma per se. Mise le canzoni in una tonalità più bassa per permettere alla sua voce di attraversare note quasi in falsetto, più adatte al suo stile. "Dan Smith sistemò i microfoni e i compressori in modo che sentissi più alto in cuffia, il che significava che non potevo cantare forte e urlare, che era quello che facevo di solito , e mi trovai a scrivere canzoni più tranquille, ballate, canzoni d'amore. Canzoni che venivano dal cuore".

In particolare, Talk Is Cheap contiene due tra le più belle ballate scritte da Richards : Make No Mistake è una languida soul-ballad che pare estratta dal repertorio di Al Green impreziosita dalla voce di Sarah Dash e dai fiati dei Memphis Horns diretti da Willie Mitchell, mentre Locked Away  ha un sapore tutto cajun dovuto al violino di Michael Doucet e alla fisarmonica di Stanley "Buckwheat" Dural. In realtà Talk Is Cheap non è solo lo sforzo degli X-Pensive Winos perché per Make No Mistake  Richards e Jordan andarono a Memphis negli studi dove Willie Mitchell aveva lavorato ai dischi di Al Green e gli chiesero l'arrangiamento dei fiati per la canzone, e per Locked Away furono basilari sia i colori della Louisiana pennellati da Doucet e "Buckwheat" Dural, sia l'influenza della musica sudafricana. In quel periodo difatti  Richards stava ascoltando con particolare interesse quel folk agro e quel beat non troppo distanti dal blues rurale afroamericano che arrivavano da Soweto. Altre presenze importanti nel disco sono il bassista Joey Spampinato, il pianista Johnnie Johnson, l'organista Chuck Leavell, il chitarrista Mick Taylor ed il sassofonista Bobby Keys,  tutti coinvolti nel rockabilly di I Could Have Stood You Up , ancora Bobby Keys con Patti Scialfa nella nervosa Whip It Up, brano che non avrebbe sfigurato in Some Girls , il bassista "Bootsy" Collins e l'alto-sassofonista Maceo Parker nel funk di Big Enough, e ancora Spampinato e Dural con il tastierista Bernie Warrell più un nutrito coro (Sarah Dash, Sam Butler e Charley Drayton) nel torbido mezzo tempo sudista di Rockawhile dove si fanno notare sia la slide di Wachtel che la inconfondibile batteria di Jordan. Gli Winos nella loro line-up essenziale determinano il sound della sincopata e funkeggiante It Means A Lot  nella quale Richards vocifera contrapponendosi alle risposte di Jordan, della più ariosa How I Wish, una sorta di riedizione di Happy,  di Take It So Hard  il brano che spiega in modo sbrigativo perché Richards è definito il riff umano, l'archetipo del soul-rock moderno pur con la voce di un cantante tanto arruffato quanto di carattere, e della sporca Struggle altro banco di prova dei riff di Richards con la sezione ritmica impegnata a non concedere un grammo di grasso talmente ossuta, secca, tesa.
 

Talk Is Cheap venne pubblicato il 4 ottobre del 1988 ed entrò nelle classifiche americane al 75mo posto per starci ventiquattro settimane, raggiungendo il 24esimo posto e vendendo un milione di copie, una cifra considerevole viste le poche aspettative di partenza. Le recensioni furono generalmente positive, decisamente migliori rispetto al disco solista di Jagger, la rivista Guitar World lo definì " il miglior album dei Rolling Stones da 17 anni a questa parte". Il tour americano di Jagger fu cancellato per le misere prevendite, Richards andò in tour con gli X-Penisve Winos suonando nei teatri di quattordici città americane,  tutti esauriti e con l'immancabile standing ovation.  "Alla fine né Mick né io vendemmo molte copie dei nostri dischi solisti perché la gente voleva gli stramaledetti Rolling Stones, giusto? Se non altro io ne tirai fuori due grandi dischi di rock n' roll ed una credibilità mentre Mick andò là fuori a cercare di fare la pop star per conto suo, andò là fuori, cercò di issare la sua bandiera e dovette tirarla giù". Nemmeno un anno dopo, nell'agosto del 1989 iniziava il tour di Steel Wheels, il circo più grosso che i Rolling Stones avevano messo in piedi fino a quel momento,  Keith Richards e Mick Jagger si trovavano di fronte ad altri trenta anni di tour insieme.
 

Talk Is Cheap è probabilmente, secondo chi scrive, il miglior lavoro solista di Richards per via di una amalgama equilibrata di rock n'roll, soul, r&b, ballads con una veste sonora che da una parte contrasta nettamente coi trend supervitaminizzati degli anni ottanta e dall'altra non scompone l'idea che ci si è fatta di Richards ovvero quella del musicista che ama più le pieghe che l'ufficialità, un artista con l'anima profonda del blues. Che qui appare solo marginalmente ma che le tracce aggiunte della nuova edizione  rivelano compiutamente fin dall'iniziale Blues Jam, una jam strumentale di oltre quattro minuti dove le chitarre, qui in un solido e scorbutico Chicago style, dialogano col fluido pianoforte di Johnnie Johnson, pianista che ha suonato con Muddy Waters, Little Walter, Eric Clapton, Buddy Guy, Chuck Berry, John Lee Hooker, Bo Diddley, qui mattatore al pari di Richards del pezzo. Non sono da meno i dieci e passa minuti di Slim, ancora in gran spolvero Johnnie Johnson in una sorta di boogie-woogie jammato e ritmato da una sezione che pulsa attorno alle linee jazzate della chitarra, il tutto dentro un insieme rilassato e divertito nonché improvvisato, dove si sentono le risate e le voci dei protagonisti rapiti da tanto benessere sonoro. Anche un accenno seminascosto di Tequila nel finale per brindare a questo combo di maghi della musica. Non sono tutti strumentali i sei brani della nuova ristampa disponibile in Regular, Deluxe e Super Deluxe Edition, Big Town Playboy è difatti la riproposizione di un brano di Eddie Taylor smagrito a dovere dalla voce flebile ma amabile di Richards, sporcato da una chitarra bluesy e punteggiato da un pianoforte di prim'ordine. Mark On Me è la bonus tracks che più sconta gli anni ottanta con quel drumming quadrato e le tastiere synth, Brut Force (with Bootsy) è ancora strumentale e serve a "Bootsy" Collins per sfoggiare il suo basso tra electro-funk e jazz-rock, mentre My Baby  è la superba rivisitazione in chiave fifties e jazzy del pezzo scritto da Willie Dixon per Little Walter  tra spazzole, contrabbasso, pianoforte ed una voce che sembra singhiozzare una preghiera d'amore da lasciare senza parole. Mai titolo di disco fu più adatto per questa opera di Keith Richards, le parole non servono a niente oppure sono di poche parole  sembra suggerire Keef con Talk Is Cheap, un lavoro che passa indenne attraverso la nostalgia ,oltre a regalare una manciata di rock-soul-blues apparentemente straccioni ma talmente lungimiranti  da aver sconfitto l'età e risultare ancora oggi freschi e godibilissimi.

 

MAURO ZAMBELLINI    

p.s le affermazioni dei protagonisti sono tratte da Life (Keith Richards, Feltrinelli) e Keith Richards, The Biography (Victor Bockris, Poseidon)