giovedì 22 settembre 2016

BRUCE SPRINGSTEEN Chapter and Verse



Domani 23 settembre, giorno del suo compleanno, come annunciato a più riprese esce Chapter and Verse il disco che anticipa di qualche giorno la pubblicazione dell'autobiografia di Bruce Springsteen Born To Run. E' un disco che raccoglie 18 tracce tra le più famose dell'artista del New Jersey, una sorta di antologia piuttosto inutile dato che almeno 13 di queste canzoni le si conoscono a memoria e sono state edite in tutte le salse. La peculiarità, se di ciò si può parlare, è che queste canzoni sono state scelte appositamente dall'autore come specchio dei temi e delle sezioni del libro, una sorta di accompagnamento audio alla lettura della sua biografia. La cosa che però probabilmente invoglierà i fans ad acquistare Chapter and Verse è la presenza di cinque tracce rare, già circolanti su bootleg e robe da pirati ma per la prima volta a disposizione di una pubblicazione ufficiale. Cinque tracce che vanno a scandagliare negli esordi del boss quando la E-Street Band non esisteva ancora e Bruce Springsteen era uno dei tanti cani randagi della costa del New Jersey che cercava una  vita diversa da quella di suo padre e dei tanti locali il cui destino era marchiato dalla trilogia fabbrica, sbronza il venerdì con gli amici, matrimonio in fumo.
La prima traccia in questione è Baby I incisa col gruppo dei Castiles negli studi del Brickmall Shopping Center di Bricktown nel New Jersey il 22 maggio del 1966. I Castiles erano un gruppo formato dall'amico George Theiss, il quale se la filava con la sorella di Bruce Ginny, il cui repertorio era basato sul beat e sui gruppi inglesi del periodo, Who, Kinks e Stones in testa. Difatti il brano, scritto da Springsteen con lo stesso Theiss, è influenzato da quel sound, qui in  versione ancora acerba e minimale, un beat rozzo che riflette quei tempi pioneristici del rock giovanile. Avrebbe dovuto uscire come 45 giri assieme a That's What You Get ma non vide mai la luce. Sempre dei Castiles è la seconda traccia inedita, You Can't Judge A Book By It's Cover, un brano di Willie Dixon che ebbe notorietà attraverso una scalpitante versione di Bo Diddley. I Castiles ne danno una versione punk, spigolosa e metallica ma certo non in grado di competere con quella esplosiva che gli irlandesi Strypes fecero sul loro album d'esordio Snapshot.
Fu in quel periodo, a metà degli anni sessanta, che Springsteen incontrò e fece amicizia con Steve Van Zandt, il quale lo seguì negli Steel Mill. Ci fu prima la parentesi degli Earth e poi quella dei Child con cui Springsteen, all'inizio del 1969, iniziò a frequentare la scena di Asbury Park ed entrare in contatto con il tastierista Danny Federici ed il batterista Vini Lopez. Ad un certo punto i Child dovettero cambiare nome perché lo stesso era stato adottato da una band di New York e così nacquero gli Steel Mill, il cui nome era un aperto tributo alla loro origine blue collar e al rock piuttosto duro di cui erano artefici, i cui modelli adesso non erano più solo i gruppi inglesi ma anche le band psichedeliche della West-Coast e i canadesi i Steppenwolf. Lo si sente nel terzo inedito, He's Guilty (The Judge Song), un must dei loro live, registrata nel febbraio del 1970 ai Pacific Recording Studio di San Mateo in California. Uno sferragliare elettrico con molta energia e adrenalina, un rockaccio sporco sebbene ingenuo nelle sue soluzioni melodiche e strumentali, trascinato dalla voce sprezzante di Robbin Thompson, cantante di una band rocciosa e underground. Crudo e al sangue, Guilty il cui vero titolo è Guilty( Send That Boy To Jail) conta su un assolo torcibudella di Bruce e su un pregnante organo Hammond (Federici). Bruce trascinerà Lopez, Van Zandt e Federici nella Bruce Springsteen Band primo abbozzo della E Street Band. Come BSB registrerà il 14 marzo 1972 in un capannone della fabbrica di tavole da surf di Carl "Tinker" West, un amico del New Jersey che per un certo periodo fece da manager ai Child, The Ballad Of Jesse James, nulla a che vedere con il traditional che Springsteen avrebbe cantato con la Seeger Sessions Band, piuttosto una dolente ballata elettrica con un potente anche se primitivo assolo di chitarra ed un orgiastico coro gospel/soul che fa molto Stones periodo Let It Bleed.
L'ultima traccia inedita riportata dal nuovo album è Henry Boy  una canzone che in qualche modo rispecchia Growin' Up anche se il racconto è in terza persona e non in prima. Registrata a New York nel giugno del 1972, nei mesi in cui venne realizzato Greetings From Asbury Park, NJ  è frutto di una performance in solitario di Bruce, solo voce e chitarra acustica. Un prologo alla più rifinita Growin' Up, anche lei presente in questa sbrigativa antologia nella versione già apparsa nel box Tracks del 1998. Da qui in poi Chapter and Verse è una sonora presa in giro.  
MAURO ZAMBELLINI   22 Settembre 2016


giovedì 11 agosto 2016

THE ROLLING STONES Totally Stripped



  Il 1995 è stato un anno eccezionale per i Rolling Stones, li vidi alla fine di luglio a Basilea e fu uno dei concerti migliori della band visti dal sottoscritto. Proprio nel mezzo di quel Voodoo  Lounge  Tour  il gruppo si esibì al Paradiso di Amsterdam, all'Olympia di Parigi e alla Brixton Academy di Londra, tre locali storici molto diversi per capienza e ampiezza dalle arene e dagli stadi del resto del tour, concerti più intimi davanti ad un pubblico di qualche migliaio di persone festose ed incredule di trovarsi così vicine a Jagger e compagni, concerti elettrici ma con una ampia sezione semi-acustica che pareva in sintonia con una delle mode dell'epoca, i concerti unplugged. L'idea di tali show ai Rolling Stones venne durante la conferenza stampa newyorchese con cui annunciarono  il Voodoo  Lounge  Tour  quando un giornalista chiese " c'è qualche possibilità di vedervi suonare unplugged?". Oh yeah, rispose Ron Wood. La moda degli unplugged era cominciata nel 1989 grazie a MTV e aveva prodotto dischi di un certo successo, nel 1992 quello di Eric Clapton e l'anno seguente Rod Stewart e Nirvana. I Rolling Stones presero la palla al balzo, l'annuncio del Voodoo  Lounge Tour  fu dato nel maggio del 1994, due mesi più tardi uscì l'album con lo stesso nome, il primo concerto del tour avvenne a Washington, poi ci furono gli Stati Uniti, il Canada, il Sud America, il Sud Africa e nel marzo del 1995 il Giappone. Prima di esibirsi al Tokjo Dome gli Stones si imbucarono per alcuni giorni negli studi della Toshiba/Emi per iniziare a lavorare a quello che sarebbe diventato l'album Stripped.


Invitarono il produttore Don Was e con lui la band suonò vecchi pezzi solitamente trascurati dal vivo in versioni stringate e spoglie, prevalentemente acustiche. Rimisero in pista uno dei brani che li aveva avvicinati al blues, quel Love In Vain che costituisce il cordone ombelicale con Robert Johnson, poi fu la volta di una  The Spider and The Fly  in chiave minore e della malinconica ballata Wild Horses. Rispetto ai loro esordi la tecnologia aveva fatto passi da giganti ma Richards e soci cercarono di offrire un basso profilo del loro materiale, prendere i migliori elementi di una registrazione unplugged senza farla completamente unplugged. D'altra parte gli Stones erano nati come una band da club e sapevano come muoversi al riguardo, se Love In Vain manteneva quella veste polverosa da blues di Robert Johnson, Wild Horses  mostrava la dolente atmosfera sudista dei Muscle Shoals dove era stata originariamente registrata e così Let It Bleed e The Spider and The Fly  sembravano uscire da un disco di country-blues del Delta. Di questo lavoro in studio se ne ha testimonianza visiva nel DVD contenuto nel nuovo box intitolato Totally  Stripped,  incluso in questo box, quattro DVD più un CD. Titoli che  finirono per costituire il menù dell'originale album Stripped  del 1995. assieme alle registrazioni provenienti dalle session dell'Estudios Valentim De Carvalho di Lisbona, due giorni dopo la loro esibizione allo stadio di Gijon, ovvero il classico di Buddy Holly Not Fade Away, una archeologica I'M Free e quella Sweet Virginia esibita con chitarre acustiche in quello stile country che aveva insegnato loro Gram Parsons. A questo materiale di studio vennero aggiunte sei tracce provenienti dalle esibizioni dal vivo al Paradiso di Amsterdam e L' Olympia di Parigi, tra cui la Like a Rolling Stone  di Dylan con cui fecero promozione all'album pubblicandola anche in singolo e in video. Nel box Totally  Stripped , il CD audio che accompagna i tre DVD dei  concerti di Amsterdam, Parigi e Londra, è stato completamente rivoluzionato con quattordici titoli tutti esclusivamente live senza menzione delle versioni in studio di Tokjo e Lisbona. E' perciò un nuovo CD, che ha mantenuto una sola performance in comune con lo Stripped  originale, senza fare menzione del materiale in studio e meno coerente con l' ottica unplugged con cui era stato originariamente concepito. 

Totally  Stripped   ha principalmente il compito di documentare quei tre concerti in sale piccole, pur col taglio di un vero live degli Stones con l'inclusione dei must dei loro show ovvero Midnight Rambler, Miss You, Gimme Shelter, Jumpin' Jack Flash. E sono proprio i tre DVD a far volare in alto Totally  Stripped  e a renderlo un documento eccezionale, tre concerti che fotografano uno dei momenti più felici ed esaltanti dell'avventura concertistica della band in un anno, il 1995, in cui la band è al massimo della forma, unita, entusiasta e in salute anche se non più giovane. Tre concerti che, proprio per essere in spazi ridotti, sono completamente diversi da quanto generalmente hanno fatto gli Stones in sessanta anni. Nel piccolo spazio del Paradiso di Amsterdam, una chiesa sconsacrata trasformatasi tra gli anni sessanta e settanta in uno squat per hippie, davanti a 1500 persone gli Stones il 26 maggio del 1995  suonano con l'immediatezza  e quella viscerale attitudine degli esordi quando erano una rock band da club che mischiava eretico blues e torrido R&B, oltre a regalare una significativa parentesi acustica che culmina nelle versioni unplugged di Let It Bleed  con tre chitarre in linea, le acustiche di Jagger e Richards e la lap steel di Wood, di una mai così romantica Beast of Burden, una barocca Angie e lo splendido affondo country dell'accoppiata Wild Horses-Sweet Virginia nelle quali si fanno sentire Chuck Leavell col piano e Bobby Keys col sax. Charlie Watts va di spazzole mentre Darryl Jones col suo basso, in questi frangenti, è l'unico a tenere attaccata la spina elettrica. A margine di questa pausa acustica una brillante The Spider and The Fly cantata da Jagger con l'atteggiamento focoso dei tempi del Marquee e un Richards a cui non  sembra vero di poter fare come i vecchi bluesmen imbracciando una Gibson d'antan. Il concerto si apre con Not Fade Away  di Buddy Holly ma interpretata come omaggio al beat di Bo Diddley  e tra le chicche c'è la resa western di Dead Flowers dove Wood sfoggia una Gibson Firebird. Nella luminosa e semiacustica  Shine a Light, virata gospel dal coro di Bernard Fowler e Lisa Fisher,  una composizione mai esibita prima di allora on stage , ci si mette Don Was con l'organo mentre nella scintillante versione di Like a Rolling Stone, il biglietto da visita di questi show, Jagger maneggia ironia e rispetto ( ed un colpo di armonica un po' stonato) presentandola con  "Bob Dylan l'ha scritta per noi".
 


Sette delle canzoni del Paradiso non rientrano negli altri due DVD, tra cui The Worst, tratta da Voodoo  Lounge,  cantata da Richards, il quale si mette nei panni del crooner anche con Slippin' Away  un soul degno di entrare nell'ultimo disco di Peter Wolf tanto è dolce e tenero. Sferzante la parte elettrica dello show, a cominciare dalla rasoiata di Live With Me e dall sua degna compagna Respectable oltre alla nervosa e sporca resa rockabilly di Rip This Joint, ricordo della loro "vacanza" francese a Villefranche.  Un concerto di altissimo livello, con una menzione particolare per Gimme Shelter , esibita solo ad Amsterdam, dove una sensualissima Lisa Fisher si cala nel ruolo di Merry Clayton e Richards con Wood se la sparano portando le chitarre in Paradiso. Una delle migliori Gimme Shelter  in circolazione su video e CD.  Il set si chiude con l' adorabile versione acustica di Street Fightin' Man,  che è il solo numero presente nell'originale album Stripped.
 
 
Gli Stones bissarono il 3 luglio all'Olympia di Parigi, trentuno anno dopo la prima esibizione nello storico locale, davanti ad un pubblico di duemila persone circa. Introdotti da fascinose luci bluastre, sullo sfondo tende leopardate in linea con la camicia di Richards ed il voluto decor decadente-chic del palco, uno scatenato Jack Nicholson in abito nero e occhiali scuri in balconata, il set dell'Olympia è sangue, sudore e ballate da capogiro. Una scaletta di ventidue brani per una performance da  vedersi almeno una volta la settimana per parecchi mesi. La band rolla al massimo, con una sezione fiati (due sax, tromba e trombone) che è la quintessenza del Memphis sound. Il concerto è strepitoso fin dalle note iniziali di Honky Tonk Woman che rimbomba come una Marsigliese del loro rock sesso, chitarre e libertà. In quel riff c'è una buona parte della storia del rock n'roll, derive country comprese e Parigi fin dalle prime note si rivela accogliente come non mai, non dimenticando che loro nel 1971 scelsero la Francia come esilio fiscale.  Chuck Leavell sale in cattedra ma è tutto l'inizio a mettere a dura prova le coronarie, in sequenza la rotolante Tumbling Dice, la fucilata semi-punk di You Got Me Rockin', una rabbiosa All Down The e la lasciva Shattered.  Lisa Fisher è una bomba sexy, guepiere nera di pelle, calze a rete e stivali al ginocchio, in Miss You, versione che perde qualsiasi contaminazione Disco per diventare una lunga ed eccitante danza rock, ostenta il suo lato B e coinvolge Jagger in un numero hard-core, una panterona come lo poteva essere la Tina Turner dei tempi d'oro. Tra i numeri non presentati ad Amsterdam spiccano il classico di Howlin' Wolf  Down In The Bottom  con Wood impegnato a slidare sulla chitarra acustica,  I Go Wild e le canzoni imprescindibili dei loro concerti nelle arene, Midnight Rambler, Start Me Up, It's Only Rock n' Roll, Brown Sugar e Jumpin' Jack Flash, quest'ultimo messo in chiusura di show. Carezze e polvere da sparo, chitarre di ogni forma e suono, lo swing di Watts ed il funky di Jones, la voce di Jagger e l'ugola squillante di Lisa Fisher, il sax di Bobby Keys e il velluto di Chuck Leavell, gli Stones sono al massimo e mettono a disposizione di una intimità da club la loro potenza da stadio. C'è qualcosa delle loro origini ma la tecnica, la malizia e la bravura di performer è enormemente cresciuta negli anni e prima di una nobile vecchiaia, questo è l'apice della loro avventura. Che siano i migliori Stones della storia capaci di sintetizzare in un unico set origini blues, ballate acustiche, la sensualità del soul e uno sguaiato ed elettrico rock n'roll, è un'ipotesi più che fondata. D'altra parte il terzo concerto, quello del 19 luglio alla Brixton  Academy di Londra, è considerato tra le dieci miglior performance di tutti i tempi della band, anche se, a parere del sottoscritto, per via di una venue più ampia (oltre le duemila persone) comincia ad avere i clichè dei concerti nelle arene perdendo un po' di urgenza da club. Sottigliezze, a Brixton, gli Stones giocano in casa e si presentano abbigliati per l'occasione con giacche nere (Jagger e Richards), blu brillante (Wood), bianche (Lisa Fisher e Darryl Jones). Più sobrio, al solito, Charlie Watts che contende all'honky tonk man Keith Richards (così lo presenta Jagger) la più calda ovazione del pubblico, mentre da par sua Mick sgambetta e si agita come fosse su un grande palco, come non aveva  fatto nei due show precedenti.  Tra le novità in cartello il bluesaccio Black Limousine, mai troppo esibito in tour, dove Wood si concede da vero bluesman suonando il dobro, la nostalgica Faraway Eyes mai così country con Jagger seduto al piano, la flebile Connection cantata da Richards, delle sferzanti Brown Sugar  e Jumpin' Jack Flash, già esibite a Parigi,  ed una memorabile Monkey Man  firmata dall' assolo di Wood con la celebre Gibson a cassa in plexiglas trasparente e da una Lisa Fisher esplosiva sia con la voce sia con la prorompente e seducente mimica con cui mette in riga Jagger. E poi c'è Love In Vain, asciutta e sentita come un blues prebellico, una chicca che vale da sola il concerto. Anche a Brixton gli Stones sono al top con un interplay tra i singoli naturale ed intuitivo (lo stesso Bobby Keys è in gran spolvero, sentire il suo assolo in Miss You), loro amano quello che suonano e questo feeling è palpabile in tutti e tre gli show, anche la mancanza di Satisfaction rende questi concerti assolutamente differenti ed unici.
Tre DVD per tre concerti memorabili resi disponibili ventuno anni dopo con un audio eccellente e una buona qualità  video, nonostante la digitalizzazione sia agli albori. Splendida la confezione a libro del box con fotografie da favola sia a colori che in bianco e nero. Se qualcuno a ferragosto è rimasto in città può consolarsi con questa chicca. Compratevi le birre e una bottiglia di Jack Daniel's.
MAURO  ZAMBELLINI    
 


mercoledì 20 luglio 2016

LUCINDA WILLIAMS PUSIANO 19 luglio 2016


Suonare pochi giorni dopo che si sono esibiti Bruce Springsteen e Neil Young è partecipare ad un altro campionato, Come se subito dopo Real Madrid-Barcellona andasse in scena Sassuolo-Empoli, due squadre che giocano bene ma stanno su un altro pianeta rispetto alle prime due. Lucinda Williams ha avuto la sfortuna di suonare il giorno dopo Neil Young a Milano e tre giorni dopo Bruce Springsteen a Roma ma non ha sfigurato, ha solo giocato una partita diversa, di umiltà, di coraggio, di onestà, andando per la propria strada accompagnata da una sequenza di canzoni che sono tra le più belle scritte nella letteratura americana del rock da vent'anni a questa parte.

 Lei è soprattutto una songwriter e forse le dimensioni del teatro o di un club le sono più propizie anche se nella splendida ambientazione di Pusiano in un parco immerso nel verde con vista sul lago e luna piena che illuminava un cielo chiarissimo ( a proposito un grazie al sindaco tifoso di rock e ad Andrea Parodi che nonostante le difficoltà e perfino un lutto hanno reso possibile vedere per la prima volta in Italia l'artista di Lake Charles) la Williams ha dato vita ad un concerto sofferto e sincero, a tratti commovente per come si è immersa con quella voce dolente, malinconica, triste nelle sue storie di solitudine e mancanze, a tratti barcollante quando doveva vestire i panni della rockeuse che il migliaio di presenti desideravano vedere ed invece avvertivano una certa fragilità, avvalorata dalle sue presentazioni a bassa voce, misurate, parche ma coerenti col suo universo di perdenti e di fantasmi. Piuttosto timida, fasciata da jeans neri e camicia a quadri slacciata su un reggiseno nero, con cappello da cowboy in testa, crocifisso al collo e abbondanza di bracciali, la signora Williams non maschera gli anni ed un phisique in cui la bottiglia ha lasciato il segno ma proprio per questo è amabile, nelle sue imperfezioni, nelle sue incertezze, nel suo non essere quello che l'immaginario del rock richiede. E' vera da morire, capace di creare momenti di grande intensità e pathos e magari dopo apparire svogliata e stanca, come volesse sbrigare la pratica della canzone nel più breve tempo possibile. Ma dentro quelle sue ballate che non sai se sono più dolorose che rassegnate e quelle cantilene che sono una specie di country-rap che paiono dilungarsi senza fine e ti immergono in quei luoghi che sembrano uscire dalla prima serie di True Detective o in qualche B-movie del profondo sud, volitiva quando incita la  band, dolce quando parla di sé stessa, c'è quello che ancora oggi amiamo dell'America, libertà, paura, mistero.


Va detto che c'è una notevole differenza tra i suoi album in studio, a cominciare dal sublime rarefatto The Ghosts Of Highway  20  di cui si è potuto ascoltare Dust , Bitter Memory e la canzone che dà il titolo all'album,  ma pure il magnifico Down Where The Spirit Meets The Bone  di cui ha presentato Burning Bridges, la toccante West Of Memphis  uno degli apici del concerto e quella Foolishness ,  che assieme a Righteously,, ha il potere di catapultarti in un' ipnosi, dove la cantante ripetendo a cantilena ed in sequenza quasi ossessiva le parole alimenta un ritmo che sale e progressivamente ti coinvolge in una folle elicoide in cui ci si bea di questo trance quasi parlato, dove i musicisti si chiamano Bill Frisell, Greg Leisz, Ian Mc Lagan, Val McCallum, Doug Pettibone, e la trasposizione dei suoi album con l'attuale band dal vivo, i Buick Six, onesti e poco più, dove la sezione ritmica del bassista David Sutton e dell'arzillo batteria Butch Norton, fa il proprio sporco dovere ma il chitarrista Stuart Mathis pare perfino scolastico nei suoi assoli come nemmeno in Italia si usa più.


Qualche mese fa, visti nello spazio chiuso dell'Ancienne Belgique di Bruxelles, i tre avevano sciorinato una grinta rock-blues ben maggiore, a Pusiano si sono limitati ad un compito ben fatto pur con le fantasiose escandescenze di Norton ed il diligente lavoro di Sutton. E così la performance di Pusiano conferma le caratteristiche della Williams, una sopraffina autrice di canzoni meravigliose ed una performer con le fragilità di chi sente quasi a disagio davanti ad un pubblico numeroso, non è insomma una performer da stadio piuttosto una rocker da club, intima se si considera che a brillare tra i brani migliori del concerto sono stati l'acustica ed in solitario  Ghosts Of Hwy 20  ed una struggente Lake Charles  esibita col solo  Mathis, che è arrivata dritta al cuore dei presenti (un pubblico  preparato e rispettoso) con quei riferimenti autobiografici e confessionali.

 Uno dei momenti topici ma non il solo di una scaletta perfetta, perché se è vero che la Williams è regina delle ballate che corrono tra la Louisiana e il Texas ed il meglio di sé lo dà nei toni caduchi, bluesati e malinconici, e al riguardo hanno strappato applausi sia Dust, sulla scomparsa del padre, sia la sofferta Unsuffer Me  sia la lontana (discograficamente parlando)  Essence  e sia Drunken Angel , è vero anche che il rock n'roll scorre caldo nel suo sangue e allora quando imbraccia la chitarra elettrica e diventa una della band è un piacere sentirla incazzata in Changed The Lock,  aprire con Protection, mandare a farsi fottere Donald Trump in Foolishness, chiudere con una selvaggia Joy.

  Che vada per la sua strada e non sia un animale da palcoscenico che cerca l'applauso facile ma che il suo low profile sia una cosa assolutamente da preservare nel rock dei giorni nostri, lo testimonia il bis con cui Lucinda Williams  chiude il bel concerto di Pusiano del Buscadero Day, non sceglie una sua canzone, come in tanti vorrebbero invece che sia, ma si appella allo sferragliare Clash di Should I Stay or Should I Go prima di infilarsi in una Rockin' In The Free World  di imbarazzante confronto con quello che si era sentito la sera prima da Neil Young + Promise of The Real  a Milano. Ma Lucinda Williams la sia ama  per questo, donna dignitosa, senza trucchi, furbizie e rifacimenti,  coerente all'inverosimile nel vivere in un rock più grande di lei con la sincerità di chi scrive, canta e suona col cuore. E l'intelligenza. 

MAURO ZAMBELLINI   20 luglio 2016

 








lunedì 4 luglio 2016

BRUCE SPRINGSTEEN and The E Street Band San Siro 3 luglio 2016

 
Qualche mese fa, quando venne annunciato il nuovo tour, scrissi sulla mia pagina di facebook che questo sarebbe stato il mio ultimo concerto di Springsteen. Ho cominciato a vederlo nel 1981, a Zurigo, nel tour di The River e dopo 35 anni col The River Tour Revisited mi sembrava l'occasione giusta per chiudere un cerchio, anche perché gli ultimi show a cui avevo assistito, in particolare quello di Udine del 2009 e Milano 2013, quando presentò l'intero Born In The Usa, mi avevano lasciato un po' l'amaro in bocca. Quaranta concerti visti del Boss nel corso degli anni, con la E Street Band, solo e con quella stramba band del 1992/93 potevano bastare, i sogni non durano all'infinito, ma dopo il concerto visto ieri sera a San Siro, 3 luglio, non sono così sicuro di mantenere fede alla mia affermazione. E' stato emozionante, tanto emozionante, ancora una volta, ancora adesso che ho più del doppio degli anni che avevo nel 1981,  ho vissuto una serata in cui un cantante, un rocker e la sua band hanno investito una folla di sessantamila persone di una gioia collettiva indescrivibile, ignota a coloro che non hanno mai visto un concerto di Bruce, ragione per la quale la stragrande maggioranza di chi la prova ritorna a suoi concerti, ragione per cui il sottoscritto mette in discussione l'affermazione fatta. Si è vissuto un'altra volta una comunione generale di felicità, allegria, coinvolgimento, una magia che viene trasmessa dagli artisti e recepita dal pubblico in maniera biunivoca, trasformando un semplice evento musicale in qualcosa di trascendentale pur con le connotazioni squisitamente terrene del rock n'roll, come se la spiritualità si fondesse con un piacere fisico e sensuale. Non si va più, almeno per chi lo conosce da tanto, ad un suo concerto per cercare una reason to believe ma per gioire, far festa, liberare corpo e mente in un sabba collettivo di suoni elettrici e ballate da far accapponare la pelle.
 

Devo ammettere che prima del concerto avevo qualche perplessità, alimentate da qualche ascolto su youtube delle esibizioni precedenti e un po' condizionato dal turbinio di cose lette sui social, qualcuna sensata, molte ingiustificate, altre fastidiosamente devozionali da rasentare una sottomessa fede religiosa, altre pretestuose come quelle che, giustificate dal caro-biglietto (non esclusivo comunque di un concerto del Boss) si inoltravano in analisi marxiste-leniniste della sua vita borghese arrivando a bollare l'artista un venduto al capitalismo della società dello spettacolo, un prezzolato. Altre ancora che, rimanendo nell'alveo di com'era verde la mia valle lo accusavano , con la messa inscena degli spettacolini dei recenti tour con bambini sul palco e il karaoke dei cartelli, un clown, una sorta di scoppiato come Elvis Presley a Las Vegas. E' pur  vero che in Italia la prassi di chi fluttua da una barricata all'altra con identica foga è ben diffusa in molte manifestazioni sociali, ma l'astio nei confronti dell'artista e del suo concerto mi sono parsi esagerati e anche ridicoli, specie per un ambito musicale. In più si erano messi i tanti che si sentivano traditi dal fatto che il nuovo The River Tour 2016  avesse perso per strada molte canzoni di quel disco e così gridavano alla truffa. Tutto ciò a Milano il 3 luglio non è avvenuto perché di quel disco sono state eseguite ben 14 canzoni (su 20). Qualche perplessità la nutrivo anch'io e l'ho tuttora, perché se è vero che il concerto nel suo insieme mi ha emozionato oltre ogni previsione, e alla fine coinvolto, è  pur vero che la resa vocale di Springsteen specie nei brani più strillati e focosi di The River, e mi riferisco a Jackson Cage, Two Hearts, Crush On You, Out In The Street, I'm Rocker, è piuttosto sofferente e mostra i limiti degli anni, che alcuni classici come The River, The Promised Land e Born To Run non siano stati all'altezza delle esibizioni migliori, che la stecca all'inizio di Drive All Night  è parsa imbarazzante e che Spirit In The Night, canzone che amo alla follia, sia stata trattata quasi con una sufficienza da crooner privandola di quell'enfasi notturna e soul-blues che possiede. Ma con tre ore e quarantacinque minuti di show ed una scaletta record di 36 titoli, perché di show si tratta anche se non ci sono luci e trucchi da avanspettacolo, queste sono cose non solo perdonabili ma secondarie, specie per un'artista che ha sulle spalle 67 anni e da una band, che a parte Jakob Clemons, è abbondantemente over sixty.

 
Il circo rock? il karaoke?, beh se circo si tratta, ci faccio l' abbonamento stagionale perché un circo cosi divertente e travolgente non ce ne sono in giro, il rock n'roll continua a girare a manetta, le chitarre urlano e la band, "ridotta" ad otto senza il caravanserraglio degli ultimi anni, si è rimessa in riga ed è tornata ad essere una rock n'roll band. Little Steven è più credibile, sia nei duetti che con la chitarra, Nils Lofgren fa le sue giravolte e dovrebbe, comunque, essere usato di più visto le sue qualità tecniche, le due tastiere si passano la palla tra organo, piano ed elettronica varia, Max è rimasto il solito picchiatore, Soozie Tyrrell il tocco femminile che ci vuole ed il bassista Garry Tallent un bassista che meriterebbe molti più elogi di quanti ne ha visto la precisione, l'essenzialità, il taglio rocker del suo stile.  Jakob ce la mette tutta, è fin tenero nel suo sforzo di imitare lo zio, quando l'assolo di sax è secco, conciso, shouter è brillante, quando, nella Jungleland da brividi con cui si è aperta la parte finale della prima esibizione milanese, deve enfatizzare l'epica sinfonia di un film in bianco e nero, è bravo, volenteroso ma gli manca quel romanticismo e quel lirismo che il sax dello zio sapeva infondere al brano. E poi c'è Springsteen che ha allentato il suo lavoro chitarristico forse per via di un gonfiore alla mano, come si poteva vedere dallo schermo, ma si prodiga come uno showman totale, cantando, presentando, agitandosi, buttandosi tra il pubblico, passeggiando sulle pedane laterali, urlando a squarciagola, ballando e abbracciando le ragazze raccolte dal pit in Dancing In The Dark, uno dei pezzi leggeri del suo repertorio che il sottoscritto immancabilmente si ritrova a ballare spensierato come fosse la Miss You della E Street Band. E poi si immerge nel pathos di ballate che, per chi scrive, sono state la parte più struggente e significativa del concerto. Indipendence Day e Point Blank un tuffo al cuore e mi hanno ributtato indietro negli anni, allo Springsteen dell'81 a Zurigo e a quello imparato a memoria nei bootleg del '78, quest'ultima rallentata a narrazione per aumentarne il taglio drammatico, e così Drive All Night lenta, malinconica, cupa fino alle lacrime, impreziosita dalla citazione di Dream Baby Dream, e Jungleland la sinfonia newyorchese che ogni vecchio fan di Springsteen vorrebbe sentire. E ha sentito, ha applaudito, ha chiuso gli occhi e vissuto fino all'ultima nota, assieme all'incredulità del numeroso pubblico giovane presente, un ricambio generazionale così ampio che nessun altro grande nome del rock vanta in questi anni . Certo questo pubblico del pit, "nato" con e dopo The Rising, brano accolto con un ovazione pari a quella di The River e Born In The Usa, è anche quello un po' invadente della cartellonistica e del karaoke perché mi faceva specie vedere Bruce catapultarsi tra il pubblico tra cartelli piazzati a pochi centimetri dal viso, ma fa parte del circo ed il 3 luglio le richieste hanno permesso Lucky Town e ad una strepitosa versione nuggets fifties di Lucille di Little Richard, uno dei tanti momenti rock n'roll dello show. Indimenticabile, allo stesso modo dello scatenato rockbilly-blues di Working On The Highway, di Ramrod, di You Never Can Look (But You Better Not Touch) e di My Love Will Not Let You Down dove si è sentito un crescendo nella parte strumentale da togliere il fiato .

Un pubblico unico quello di Milano, the best public in the world come ha sottolineato Bruce, una festa collettiva che ha avuto l'apoteosi quando tutto lo stadio illuminato a giorno si è alzato in piedi e ha ballato sul tema funky-soul di Tenth Avenue Freeze Out, e sullo schermo sono comparse le immagini della E-Street Band e dei suoi defunti, e su una lunghissima e caracollante Shout nella quale Bruce con un brano degli Isley Brothers ha portato 60 mila persone "a vedere la luce"  dal reverendo James Brown e dato fondo alla sua ultima goccia di sudore dopo una titanica performance di 225 minuti (certo come capitalista lavora più di Stakanov), prima di zittire San Siro in una commovente versione in solitario di Thunder Road, ultima magia di un concerto non perfetto ma emozionante, corale e con una scaletta da favola. Questo è Bruce, una volta ancora.

MAURO ZAMBELLINI  4 luglio 2016

le foto sono di Lorenza Inquisizia Maggi







sabato 18 giugno 2016

WILKO JOHNSON presents THE BLUES



Ci sono molti modi per realizzare una compilation di blues, tanto tempo fa mi divertivo a togliere dagli scaffali gli Lp di quegli artisti che avevo conosciuto tramite le canzoni dei Rolling Stones, Them, Yardbirds, Animals, Spencer Davis Group, e via dicendo, e registrare su cassetta C120 i loro pezzi più conosciuti o rappresentativi. La infilavo nello stereo della macchina e quello era il modo per sopportare con allegria lunghe code, semafori, noiosi spostamenti, col doppio risultato di  far conoscere quei vecchi blues ad amiche e amici quando erano ospiti dell'abitacolo. Quelli erano i grandi vecchi che avevano dato vita al rock n' roll e i cui nomi comparivano in piccolo nei dischi che compravamo, sotto il titolo della canzone dell'artista o della  band di turno. Così imparai che Statesboro Blues degli Allman era in realtà di Will McTell o che I Need You Baby degli Stones era di BoDiddley e Take Your Hand Out Of My Pocket  non era di Van Morrison ma di Sonny Boy Williamson e Smokestack Lightning degli Yardbirds e di non so quanti altri gruppi arrivava da Howlin' Wolf. Fu il percorso che tanti giovani bianchi, musicisti compresi, fecero per risalire all'origine di tutto, il blues. Poi arrivò il CD e non fu più la stessa cosa, le cassette scomparvero, le registrazioni casalinghe pure, case discografiche di terza categoria vendevano nei mercatini antologie con infime registrazioni di quei santi vecchi col titolo The Story of the Blues, raggruppando capre e cavoli senza nessuna logica, spinti dall'unica ragione di possedere un qualche diritto su canzoni di cinquanta, sessanta, settanta anni prima. Col Pc fu ancora peggio, la barbarie tecnologica dilagò,  scaricare da un archivio in rete la storia di un popolo in musica, metterlo su chiavetta oppure masterizzarlo su CD, senza titoli e nomi. Non è roba che fa per me, sono nato in un'era di Long Playing, 45 giri e cassette e vivo distante da simili alchimie elettroniche, anche se al prossimo cambio di macchina dovrò adeguarmi visto che le auto di recente produzione non hanno più il lettore CD ma solo un'arida uscita Usb per le chiavette.
Sarà per l'età ma in quelle antiche compilation c'era  un romanticismo, una ricerca da certosino negli angoli nascosti di un genere, il blues ed il R&B, o di un artista, un minuzioso lavoro di assemblaggio, che oggi è svanito o almeno non riflette la passione di quella fase pionieristica quando amici, solo per il fatto di condividere un viaggio in macchina o una vacanza assieme, pur non essendo acquirenti di dischi, entravano in contatto con una cultura musicale che li avrebbe comunque condizionati per il resto della vita. Ho amici, amiche, ex fidanzate, compagni, che attraverso quelle cassette possono sbandierare un sapere musicale che altrimenti non avrebbero mai avuto. E come il sottoscritto c'erano tanti che si divertivano a passare le ore a compilare le C90 e C120 col meglio del blues, del rock n'roll, del southern rock, del British blues, del rhythm and blues, per poi condividerle allegramente con altri o addirittura regalarle. Il chitarrista Wilko  Johnson  che di blues è maestro anche se inglese, recentemente tornato in auge per essere stato diagnosticato un paio di anni fa malato terminale (ma è ancora qui vivo e vegeto, tiè!) e aver realizzato un eccellente disco di R&B inglese con Roger Daltrey degli Who, ha rinnovato quella antica pratica della compilation sfruttando il proprio carisma per spingere la Chess, etichetta e studio di registrazione storici del blues urbano afroamericano, a compilare un doppio CD con i brani topici della sua antica produzione in materia. Lo ha potuto fare perché il disco con Daltrey, Going  Back  Home,  uscito per la stessa etichetta e primo disco con materiale nuovo pubblicato dalla Chess  dopo il 1977, ha ottenuto un discreto successo commerciale. Sotto il titolo The  First Time  I  Met The  Blues   Wilko Johnson ha setacciato gli Essential Chess Masters selezionando quaranta titoli per un doppio CD di ottima qualità audio, corredato da un libretto che oltre a note e fotografie racconta l'intera storia della Chess, dai giorni gloriosi di Chicago con i fondatori Leonard e Philip Chess ai vari cambi di proprietà, fino ai giorni nostri.  E' materia che molti conoscono a memoria per essere  la base di tutto il rock che conta ma può costituire argomento di studio e di conoscenza per chi volesse partire adesso, sia esso un giovane o qualcuno che ha deciso, anche in tarda età, di impugnare uno strumento. The First Time I Met The Blues  è la Bibbia sacrilega della nostra musica, da qui non si scappa, ci sono chitarristi, armonicisti, cantanti/e, tutti di rigida origine afroamericana, che senza colpo ferire hanno fatto la miglior rivoluzione del XX secolo, contagiando generazioni di ogni razza e popolo. Sono annoverati grandi vecchi  come Muddy Waters (I Can't Be Satisfied, Lousiana Blues, Hoochie Coochie Man, Just Make Love To Me, Muddy Waters, The Same Thing), John Lee Hooker (Sugar Mama, I'm in The Mood), Howlin' Wolf ( Smokestack Lightning, Howlin' For My Darlin', Spoonful, Back Door Man, Goin' Down Slow, Killing Floor), Sonny Boy Williamson (Bring It On Home, Checkin' Up On My Baby, Help Me, Don't Start Me Talkin'),  Little Walter (Juke, Blues With A Feeling, Last Night, My Babe), c'è la generazione di mezzo del Chicago blues ( Buddy Guy, Otis Rush), ci sono i "rockers" (Chuck Berry, Bo Diddley), ci sono nomi meno noti come Tommy Tucker (High Heel Sneakers, I Don't Want Cha, Long Tall Shorty) e Sugar Pie De Santo (Slip in Mules, Soulful Dress), c'è insomma la storia  del blues urbano scritta con l'archivio della mitica Chess. Ci sono i semi che hanno fecondato Rolling Stones e Animals, Yardbirds e Who, Led Zeppelin e Humble Pie, Allman Bros.Band e Canned Heat, Johnny Winter e Black Crowes, Van Morrison e Rory Gallagher, Cream e Jimi Hendrix Experience, Dr.Feelgood e Nine Below Zero, Willy DeVille e John Hammond Jr, solo per fare alcuni nomi, c'è un patrimonio musicale senza il quale saremmo qui a cantare le canzoni di Perry Como e Pat Boone, la storia di un'avventura musicale che ha indirizzato le nostre orecchie ed il nostro cuore da un'altra parte. Da parecchio tempo ce ne siamo resi conto ma se ancora fosse necessario una ennesima testimonianza,  grazie Wilko Johnson, lunga vita a te e al blues.
MAURO  ZAMBELLINI   GIUGNO 2016
 
 


lunedì 30 maggio 2016

ROCK N' ROLL

 

Esistono ancora i dischi di rock n'roll ? Beh, a dire il vero si fa sempre più fatica a trovarne, visto che il genere si è distribuito in cento diramazioni e sono le etichette a tenere banco, da americana all'alt-country, dalle jam band allo stoner rock, dall'indie-rock al nuovo hard-rock, tanto per buttarne lì qualcuna, mentre i dischi che propongono il vecchio verbo, con tutte le contaminazioni possibili ma sempre portatori di quel blend fatto di ganci elettrici, solide ritmiche, riff serrati e ballate che spezzano il cuore, sono sempre più rari. Certo, per chi scrive, è rock n'roll il magnifico doppio album The Ghosts of Highway 20  di Lucinda Williams nonostante siano le ballate dolorose e le atmosfere malinconiche e rarefatte a costituirne l'ossatura, e non azzardatevi a nominate il termine americana alla Williams, vi guarderà in cagnesco, e così lo è anche un altro disco di ballate, ovvero A Cure For Loneliness  di Peter Wolf   perché il rock n'roll non è solo velocità, eccitazione e assoli, ma pure riflessione, nostalgia, sentimento. Non escluderei nemmeno  Let Me Get By  della Tedeschi-Trucks Band tra le cose rock, pur col suo melting di soul, blues, jazz e southern music. Oltre a questi titoli, usciti ormai da qualche mese, la produzione di un certo tipo di rock n' roll  più o meno classico latita sommersa dai tanti songwriters, anche nazionali, in circolazione e dalle derive acustiche o pseudo americana che hanno finito per saturare un genere.
 


 Un bel sospiro di sollievo l'ho avuto con il recente Mudcrutch 2  con cui Tom Petty, uno dei pochi rimasti a masticare il vecchio verbo con la classe dei grandi, mostra  di essere sempre sul pezzo.  Qui non è con gli Heartbreakers ma con la sua band delle origini, i Mudcrutch, ovvero la chitarra in mano a Mike Campbell e Tom Leadon, lui al basso, Benmont Tench con organo, piano e mellotron (uno strumento che sembra ritornato di moda), Randall Marsh alla batteria. Nel 2008 era uscito il loro disco-reunion suscitando molto entusiasmo per la sua vena roots mista a qualche episodio vagamente psichedelico (Crystal River) e delle cover da leccarsi le dita ovvero il traditional folk Shady Grove virato rock n'roll, il pimpante standard country-rock Six Days on The Road ed una irresistibile resa di Lover of The Bayou dei Byrds screziata di psichedelia. In Mudcrutch 2  le canzoni sono al contrario tutte firmate da Petty e dai suoi soci, il disco è piacevole, estremamente piacevole nella sua alternanza di rock ariosi e autostradali, ballate dolenti e qualche fiammata country-rock ( come in The Other Side Of The Mountain)  ma, a mio modesto parere, non è pari al precedente. A dirla tutta sembra più un disco degli Heartbreakers che dei Mudcrutch, la voce di Tom Petty ogni tanto si mischia a quella di Leadon e Tench ma è lui che spicca in prima linea, d'accordo che il leader fa a meno della sua Rickenbaker e lavora di basso elettrico ma alla fine l'impressione è quella di avere tra le mani un nuovo disco degli Heartbreakers, meno jammato di Mojo  e meno mainstream di Hypnotic Eye, ma sempre posizionato sui clichè del sound degli spezzacuori. Mancano quegli sprazzi di rock ruvido e provinciale dei Mudcrutch quando si facevano largo in quel di Gainsville, Florida, tra alligatori, country-rock, southern rock ed echi di rock californiano, aspetto che invece non difettava nel "meno perfetto" ma più ruspante disco del 2008. Poco male, è sempre del buon rock n'roll quello che esce da Mudcrutch 2  e di questi tempi non guasta.
 

Chi non sembra esaurirsi mai nel suo rockare la città è Willie Nile, un artista che è diventato una sorta di personaggio da fumetto in bianco e nero ambientato nelle strade di New York (la grafica del suo nuovo disco è eloquente a proposito) col suo look da old rockers never die, col suo tono gagliardo e barricadiero, con la sua consapevolezza di essere passatista ma senza retorica, col suo "essere" tra storie epiche e di disperazione, occupando un posto di merito nella genealogia rock della città, tra Dion, Lou Reed, le New York Dolls, i Ramones e  Bruce Springsteen. Il suo World War Willie   a parere di chi scrive, è forse il suo miglior lavoro da Streets  Of  New York  ovvero dal 2006, un concentrato di serrato e nervoso rock chitarristico con quella vena romantica che gli è propria e quelle aperture melodiche che ti portano in fretta a cantare le sue canzoni. Se Forever Wild in apertura non appare solo il semplice titolo di una canzone ma l'inossidabile filosofia che muove il simpatico ed esuberante rocker di Buffalo trapiantato nella Grande Mela, altre canzoni come Let's All Come Together, Grandpa Rocks, Runaway Girl, Hell Yeah, Trouble Down In Diamond Town proprio con quei titoli esplicitano l'intero suo mondo musicale e la parata dei suoi miti, Clash compresi, oltre a sintetizzare un personale percorso discografico, citando nei riff, nelle melodie, negli sgarri elettrici e nelle delicatezze acustiche, album come Willie Nile, Golden Down,  Streets of N.Y, House  Of A  Thousand  Guitars  e American Ride.   

World War Willie  è un disco vivo e pulsante, pieno di entusiasmo e di quel rock urbano d'autore che un tempo faceva proseliti e oggi è relegato nelle backstreets, un disco che in barba alla modernità si chiude con una emozionante Sweet Jane,  un modo per ricordare che l'ultimo santo rimasto in città è proprio lui, il piccolo Willie Nile.
 

 

Dall'altra costa americana arriva The Record Company, un terzetto formato dal chitarrista, cantante e armonicista Chris Vos, dal bassista e cantante Alex Stiff e dal batterista e pianista Marc Cazorla. Sono di casa a Los Angeles e sono riusciti a sopravvivere alla dittatura hip-hop, col loro unico album (prima c'erano stati alcuni Ep) intitolato Give It Back To You  dimostrano che ci sono giovani resistenti che ancora vanno in fibrillazione per Stooges e Rolling Stones, John Lee Hooker e Hound Dog Taylor. Possiedono l'immaturità dei coraggiosi ma sono freschi da morire, frullano i grandi vecchi con un'attitudine da teppistelli urbani pronti a far saltare in aria il club sotto casa, hanno  verve e masticano alla maniera di un chewinggum un rock n'roll tinto di beat e di blues. Sono la risposta americana agli Strypes, ritmica secca e concisa, quasi da Violent Femmes, l'armonica di Chris Vos ci mette una generosa dose di blues e di Yardbirds, la sua voce è credibile anche senza essere roca e disperata, la chitarra morde e lascia il segno senza essere un miracolo di tecnica. In qualche traccia, ad esempio On The Move, c'è parvenza di Black Keys prima maniera ma per ora La compagnia del disco non pare interessata a diventare trendy, anche la copertina e la grafica di Give It Back To You rimandano agli anni del vinile e del rock pionieristico, quando il blues costituiva per i giovani metropolitani una preziosa fonte di ispirazione. Senza eccedere nei volumi ma badando a non disperdere nulla della loro freschezza, i tre suonano con quella ingenuità e quel contagioso spirito da esordienti che spesso rendono una squadra di serie B più divertente di tante squadre di zona Champions. Sentire il groove incalzante di Feels So Good, l'ipnotico boogie di Turn Me Loose, il drive semiacustico di Give It Back To You con cui cantano di una California scivolata a Detroit, di This Crooked City un ballata evocativa che sale come fosse Atlantis di Donovan e di In The Mood For You  dove Stones e John Lee Hooker sono mixati con quella spregiudicatezza che anni fa apparteneva ai bravi ma fugaci Red Devils. Un finale selvaggio per un disco che è una boccata di aria fresca.
 

In tre sono anche Moreland & Arbuckle e Simo. Il trio del Kansas arriva al sesto disco, il chitarrista Aaron Moreland, l'armonicista e cantante Dustin Arbuckle ed il batterista Kendall Newby ripropongono invariata la loro mistura di gritty blues and roots rock from the heartland, graffiante sound di straordinaria compattezza che coniuga l' asciutto gesto bluesy di una trio da juke joint con gli sporchi riff di una garage band. Contemporaneamente tradizionali e moderni, Moreland & Arbuckle sono strutturati come un trio senza basso sull'esempio del maestro del genere Hound Dog Taylor, posseggono l'energia dei primissimi Black Keys e suonano un solido e serrato rock/blues  con tanto di aperture roots e pause melodiche da ballata heartland. La loro lenta ma costante evoluzione che li ha portati ad una delle etichette storiche del blues, la Alligator, non ha scalfito la natura di band underground ad alto numero di ottani, che non sfigura in un festival blues come in un club di rock alternativo. Non sono indie per intenderci ma posseggono lo spirito ed il basso profilo di chi si è fatto la gavetta sulla strada lontano dagli uffici discografici, nei concerti, nei festival, lavorando sodo e assimilando i diversi linguaggi del blues, dal North Hills Mississippi Blues al Delta Blues, dal blues rurale a quello urbano di Hound Dog Taylor, per poi riversarli in un sudato rock provinciale.  Dopo 7 Cities,  sorta di concept album basato sulle imprese del conquistatore spagnolo Francisco Vasquez Coronado nel 16mo secolo in America,  la loro discografia si allunga con Promised  Land or Bust , la terra promessa o la rovina, un vero e arzillo B-record fatto di rabbia e grazia, tensione e sarcasmo ( in When The Lights Are Burning Low attenti a quella donna che ha bad intentions behind bedroom eyes), una escursione simil-jazz (Why'D She Have To Go ) e la potente rivisitazione di I' m a King Bee di Slim Harpo. Dal Kansas, cuore e muscoli, il loro disco migliore


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Una bella storia rock è quella di J.D Simo, americano di Chicago che all'età di dieci anni è già in grado di suonare la chitarra nei bar della città. Nato  nel 1985, a quindici anni, abbandonata la scuola si trasferisce a Phoenix, Arizona e con una prima band incide un Ep dal vivo che vende cinquemila copie.  Vive per sei anni  sulla strada dormendo in un van, poi arriva a Nashville e trova occupazione prima come chitarrista nella Don Kelley Band e in seguito come sessionman negli studi della Music City. L'incontro con il batterista Adam Abrashoff ed il bassista Frank Swart lo convincono a formare un power trio sull'esempio di quelli in auge negli anni settanta. D'altra parte è cresciuto con una dieta di British Blues e blues del Delta anche se la folgorazione è avvenuta quando a soli cinque anni ha visto uno special sul comeback del '68 di Elvis Presley. La sua vita è un susseguirsi di avvenimenti a cascata, prima in giro a suonare con la sua band imitando i bluesmen della Chess, poi la scoperta di Steve Cropper e del rhythm and blues, infine l'assestamento del trio con Elan Shapiro al posto di Swart. Sudano, mangiano da schifo e si fanno le ossa nei bar della provincia americana e nei festival, partecipano al Mountain Jam e al Bonnaroo,  ci mettono l'anima e il sangue in quello che suonano e acquisiscono una sinergia perfetta, fino a pubblicare all'inizio del 2012 un disco a nome Simo. I tre sono tutt'uno, J.D rifiuta  di essere il leader ma il nome del trio è il suo, l'amalgama è grandiosa anche se ognuno è libero di improvvisare e di aggiungere di suo ad un sulfureo concentrato di rock/blues psichedelico con deviazioni hard.  Quando è il momento di pensare al nuovo disco succede il fatto che cambia la storia, i tre hanno pronto un po' di canzoni e scelgono di registrarle nientemeno che alla Big House, la casa-comune in cui vissero gli Allman tra la fine dei sessanta e l'inizio dei settanta a Macon in Georgia. E per l'occasione J.D Simo  imbraccia la storica Les Paul del 1957 di Duane Allman, un onore che condivide solo con Warren Haynes, Derek Trucks e Neels Cline di Wilco. La casa e la chitarra infondono una particolare chimica alle registrazioni, il piano originario di un album già in cantiere salta in aria, in meno di 48 ore  Simo registrano dodici nuovi pezzi in quelle session. Il progetto iniziale viene accantonato e con l'aiuto dell'ingegnere Nick Worley alla consolle la band suona come fosse dal vivo una vulcanica miscela di rock-blues senza darsi misure e limiti. Il risultato è un disco potentissimo e di carattere, magari derivativo ma ugualmente esplosivo, che si colloca tra gli Allman Brothers (basta l'iniziale Stranger Blues per ricordare One Way Out  e poi Ain' t Doin' Nothin'  è una jam strumentale che pare estratta da Whipping Post dove J.D Simo si immola in una estenuante imitazione di Duane Allman), i Led Zeppelin (Let Love Show The Way), i Free e i Gov't Mule, pur con una spalmatura  celtica in un brano.  Let Love  Show  The  Way, questo il titolo dell' album, è come la copertina, colorato, ingenuo, psichedelico, esuberante, un disco che non appartiene a questa epoca perché selvaggio, libero, vibrante, come lo erano le registrazione tra i sixties e i seventies prima che le case discografiche prendessero in mano la situazione imponendo agli artisti i loro diktat commerciali. Qualcosa di loro ricorda gli altrettanto spontanei e bravi svedesi Blues Pills ma qui il sound è decisamente americano, compreso qualche affondo southern rock ed un paio di episodi acustici di ottimo livello, il calmo e pastorale  country-blues di Today, I'M Here  e la dolce cover di Please Be With Me di Eric Clapton. Per chi fosse interessato o semplicemente curioso, sappia che Simo apriranno il concerto dei Blackberry Smoke al Carroponte di Sesto San Giovanni il 29 giugno.
 

 

Calda merce southern è rimasta in Flux  il terzo disco di Rich Robinson, il quale sembra essere il vero erede del sound dei Black Crowes, più che i viaggi cosmici del fratello Chris, i cui Brotherhood viaggiano a duemila anni luce lontano da casa. Rich Robinson non ha tagliato i ponti con il rock dei Corvi Neri anche se la voce non è certo quella da "predicatore delirante soul" del fratello e come rivela il suo nuovo disco anche lui si prende la licenza di divagare, spaziando tra gli aromi del rock sudista e reminiscenze di Stones, aperture West-Coast e qualche fraseggio folk, sprazzi di psichedelia e tentativi prog. 

 Un disco, Flux, che conferma l'amore del meno famoso dei fratelli Robinson al rock anni settanta, pur adattandolo ai tempi odierni e rendendolo fruibile per una nuova schiera di ascoltatori. Se come cantante Rich Robinson non è certo memorabile, come chitarrista ha numeri da vendere, sia con l'acustica che con le elettriche, e come autore migliora a vista d'occhio anche se gli manca quel quid che nei Black Crowes  significava canzoni che si memorizzano con la velocità dei classici. Ma Rich Robinson è questo, prendere o lasciare, la sua voglia di musica si traduce in un flusso sonoro che attraverso tredici brani esplicitano la sua ricerca, qui aiutato da una band che non lesina in tastiere, organo e pianoforte (Matt Slocum, Marco Benevento e Danny Mitchell) e voci di supporto (John Hogg e Daniela Cotton) oltre alla tosta sezione ritmica di Zak Gabbard (basso) e Joe Magistro (batteria). Il disco è stato registrato come i precedenti agli Appllehead Studios di Saugerties, località dello stato di New York nei pressi di Woodstock ed è un continuo crescendo di cambi di marcia, di umore e di improvvisazione quanto mai significative. Per tale motivo risulta un vero flusso sonoro dove le canzoni sfiorano la jam, seguire l'istinto del momento, così da fluttuare con spontaneità dal funky di Shipwreck al groove di The Upstairs Land, dal gospel di Everything's Alright al blues distorto e scorticato di Which Your Way Blows, incrociando brani come Ides of Nowhere in cui l'iniziale inciso di chitarra tra flamenco e Laurel Canyon finisce per divenire un'idea per qualcosa di progressivo e sperimentale, e come Astral  la migliore traccia  dell'album con il vento della West-Coast e le chitarre dei Corvi Neri.

Rich Robinson si concede pure il vezzo di un singolo, Music That Will Lift Me, una sorta di frizzante ballata rock che si sviluppa su un assolo di chitarra alla Stones era Tattoo You.  
 
 

 

Altra natura quella degli Hard Working Americans una sorta di supergruppo formato dal cantante Todd Snider, dal chitarrista di Chris Robinson Brotherhood Neal Casal, dal fratello più giovane di Derek Trucks, il batterista Duane Trucks, dal bassista degli Widespread Panic Dave Schools, dal tastierista Chad Staehly, ai quali si è aggiunto in questo disco il chitarrista Jesse Aycock. Il loro esordio risale al 2014 con l'album omonimo, da allora sono sempre stati in movimento suonando in lungo ed in largo per gli Stati Uniti, tanto da registrare Rest  In  Chaos   durante il tour, in una pausa a Chicago e a Nashville, città dove risiede il portavoce della band, Todd Snider.

Il loro primo album era costituito praticamente solo da cover, questo nuovo disco è tutta opera loro ad eccezione della ripresa di The High Of Inspiration dell'appena scomparso Guy Clark. Lo stile non è  cambiato ovvero una robusta riproposizione di rock americano appena venato di roots, con in primo piano la voce roca e malinconica di Snider e dietro una solidissima band elettrica. Se The First Waltz,  il CD/DVD che raccontava la loro vita on the road,  per via della sua natura  live, era caratterizzato da versioni spesso tendenti alla jam, il gruppo in copertina omaggiava esplicitamente Jerry Garcia definendolo importante tanto quanto Beniamino Franklin, le tredici canzoni di Rest In  Chaos  mantengono una dimensione più ridotta rispecchiando il lavoro collettivo di un songwriter con la propria  band. Quindi ballate, anche meditative e riflessive, come l' iniziale, bellissima Opening Statement, resa evocativa dalla lap steel di Jesse Aycock, e It Runs Together, pervase da una malinconia seducente e da un disincanto verso il mondo circostante, specchio delle vicissitudini esistenziali di Snider, un lungo periodo nella tossicodipendenza dopo il boom degli anni novanta. Che le ferite siano ancora aperte lo si evince da brani come Dope Is Dope  e Roman Candles  in cui il nostro tratta la materia con fin troppa cognizione di causa, senza però cadere in commiserazione, piuttosto mantenendo quella lucidità che, per esempio, contraddistinse nel passato Steve Earle. Il quale, assieme a Jerry Jeff Walker e John Prine, è un po' il punto di riferimento del songwriting di Snider, caustico al punto giusto e pure capace di ironia e di una qualche  reazione contro le sconfitte e le scivolate della vita.

Ma Rest  In  Chaos  non è un disco di Todd Snider, la firma è quella degli Hard Working Americans, una band che vive attorno alla massiccia sezione ritmica di Trucks e Schools e agli svolazzi e ganci  di Neal Casal, un chitarrista che ha fatto passi da gigante ed è oggi uno dei sideman più personali in circolazione,  lirico e crudo al tempo stesso, bluesato e psichedelico, misurato e aggressivo a seconda delle occasioni. Se la voce ed il cuore li mette  Snider, il sound lo creano Casal e gli altri e allora gli stacanovisti americani sono una blue- collar band cattiva, sporca e determinata che evoca tanto gli Heartbreakers di Tom Petty versione Mojo, quanto del muscoloso pseudo rock-blues, il folk per sola voce e chitarra acustica della commovente The High Price of Inspiration di  Guy Clark e le cose più country di Neil Young, la caotica psichedelia di Acid e l'heartland rock di Purple Mountain Jamboree. Puro rock americano con sciabolate elettriche e confessioni da songwriter, un rotolare contagioso di strade, chitarre,  motel, energia e l'orgoglio di felici operai del rock n'roll.

MAURO ZAMBELLINI   primavera  sound 2016