martedì 21 febbraio 2017

THE OLD AND THE YOUNG

 
 
Giovani e vecchi insieme, nella musica non conta l'età ma il sentimento, il rispetto, la coerenza. Prendete Joe Henry, musicista, produttore e autore di area folk americana che ha saputo rivitalizzare all'inizio del nuovo secolo un semi dimenticato Solomon Burke (1940-2010) attraverso un disco, Don't Give Up On Me che ha portato il Re del Soul a confrontarsi con canzoni di Van Morrison, Bob Dylan, Elvis Costello, Tom Waits, Nick Lowe, Brian Wilson offrendo versioni di una ricchezza e freschezza incredibili. Così possiamo dire di Jeff Tweedy di Wilco che ha ridato lucentezza e reso accessibile ad una platea rock la cantante gospel Mavis Staples  (classe 1939)  producendole i due formidabili You Are Not Alone  e One True Vine, e ancora, per citare i casi che mi vengono in mente, Patterson Hood dei Drive By Truckers produttore e musicista dell'espressivo affondo noir di Bettye Lavette (classe 1946) in The Scene Of  The Crime. Per non dire di Rick Rubin, produttore a tutto campo e di larghe vedute, che ha regalato una seconda carriera a Johnny Cash con la sequenza dei memorabili American Recordings.  Quando il giovane incontra il vecchio spesso sono miracoli, specie se fuori dai calcoli del marketing.

L'ultimo in ordine di tempo riguarda l'attenzione che il giovane folk-rocker americano Steve Gunn ha rivolto al veterano del folk-progressive inglese Michael Chapman (classe 1941), autore di una sequenza interminabile di dischi alle spalle a partire dall'esordio nel 1969 (Rainmaker) ma finito nel circuito di nicchia se non ci fosse stato Gunn ed un pugno di artisti "contemporanei" (Lucinda Williams, Maddy Pryor, William Tyler, Hiss Golden Messanger, Thurston Moore) a rendergli omaggio nel 2012  col tributo Oh Michael, Look What You've Done: Friends Play Michael Chapman  per la specializzata etichetta Tompkins Square. Ancora di più ha fatto Steve Gunn, giovane promessa del nuovo folk-rock americano con una militanza nei Violators di Kurt Vile, che come racconta lo splendido video di Ancient Jules se ne va con una moto BMW assolutamente vintage tra le strade silenziose della campagna inglese a casa di Michael Chapman per chiacchierare con lui sul passto ed il presente, sorseggiare un te e duettare insieme con le chitarre. E'un video illuminante oltre che romantico, non solo l'incontro di due musicisti, ma una pillola di saggezza musicale, due mondi che si incontrano, il vecchio e giovane folk, la provincia inglese e quella americana, un artista dimenticato sebbene di culto ed uno sulle pagine delle riviste specializzate, sebbene di nicchia. Certe volte conta di più il rispetto che tutto il resto. Il rispetto Steve Gunn di Lansdowne, Pennsylvania ma di base a Brooklyn, se lo è conquistato con una discografia improntata alla sperimentazione e all'eclettismo, vedendolo collaborare oltre che con Kurt Vile, con Mike Cooper, con gli Hiss Golden Messenger, con Mike Gangloff e con i Black Twin Pickers con cui ha realizzato il clamoroso Seasonal Hire  nel 2015 .

 L'essere all'avanguardia non gli ha impedito negli anni di solidificare, pur in una libertà esecutiva di prim'ordine, una forma canzone che trova la sua esuberante e per certi versi innovativa tecnica chitarristica sposarsi con la scrittura, le armonie e la melodia che necessitano per qualificarsi come songwriter. Il risultato è l'ultimo disco del nostro, l'eccellente Eyes On The Lines  pubblicato lo scorso anno dalla Matador, nove canzoni che parlano di maree e pleniluni, passeggiate notturne e panchine nel parco dove la voce particolare tra baritono e mormorio trasognato di Gunn si appoggia ad un suono che intreccia senza margini folk progressive di natura english cn echi degli Appalachi, visioni cosmiche e riverberi garage, acidità west-coast e feedback da costa orientale proprie dei Feelies.

Un disco dove è facile e piacevole perdersi (ascoltarsi Ark e cercare di non smarrire la strada di casa) e le narrazioni sono ispirate alla scrittrice contemporanea Rebecca Solnit, mentre un nugolo di musicisti di grande presa sonica, oltre alle chitarre acustiche ed elettriche di Steve Gunn ci sono Nathan Bowles con percussioni, banjo e organo, Hans Chew col piano, James Elkington e Paul Sukeena con le chitarre, Mary Lattimore con l'arpa, Jason Meagher col basso ed il flauto, Justin Tripp con le tastiere e John Truscinski con la batteria, rende moderno un folk-rock che ha il cuore nel passato e i piedi nel presente.

 
 Alcuni di questi musicisti si sono ritrovati pochi anni fa con Michael Chapman a provare il nuovo Black  Dirt Studio di Jason Meagher a NY e da lì sono nate le base per la registrazione di 50  il recente lavoro dell'artista inglese. L'amicizia tra Chapman e Gunn risale al 2006 al festival della chitarra di Portland nel Maine, perché se Gunn è uno dei chitarristi più originali tre le nuove generazioni, Chapman ha un curriculum sullo strumento di provata esperienza pur rimanendo esiliato nel limbo degli outsider. Chitarrista sopraffino, elegante ed originale il cui stile è stato influenzato da Big Bill Broonzy e Django Reinhardt, oltre che songwriter di un taglio unico assimilabile a John Martyn, Chapman all'inizio degli anni settanta fu in procinto di entrare nella band di Elton John e nella sua lunga discografia, che per prolificità potrebbe competere con quella di Willie Nelson, diversi sono  gli episodi solo strumentali testimonianti del suo lavoro sullo strumento tanto da essere considerato il padrino della chitarra rock sperimentale. Ma è il feeling che si è instaurato tra il maestro e quei ragazzi ad aver reso possibile 50 , che personalmente reputo uno degli episodi discografici imperdibili di questo inizio 2017, un disco magico dai colori invernali con squarci di luce cristallina ed una voce profonda e grave che si infila nel cuore e non vi lascia più andare.
 Registrato senza troppa programmazione ma lasciando scorrere strumenti ed emozioni secondo l'istinto del momento, 50  (gli anni di attività di Chapman nella musica) è un disco di poesia e immagini, un disco visionario in cui l'autore rivisita con una nuova prospettiva americana qualche classico del suo repertorio ed una manciata di canzoni inedite, accompagnato da una band che rappresenta l'elite più cool dell'attuale scena alternativa statunitense (Nathan Bowles, il prodigioso James Elkington, il bassista Jimy SeiTang, Jason Meagher e la folksinger Bridget St.John ai cori). Lo stile circolare chitarristico di Steve Gunn si innesta sugli arpeggi di un Chapman sfoderante estro e dilatazioni tanto da trasformare un tessuto che originariamente potrebbe essere etichettato come folk in aperture di rock psichedelico, di progressive, di dawg-jazz, di bluegrass e di virtuosismi alla John Fahey e dove la malinconia latente in tutto il disco suona ammaliante e confortevole, come fosse riscaldata da un camino in un casolare perso tra le nevi. Disco suggestivo con storie di strada (Spanish Incident), di città (Memphis In Winter), di sciagure ambientali (Sometimes You Just Drive), di boschi e lavoro (I Don't Mind Working As A Beast of Burden?)  nel quale le emozioni sembrano sospese in uno spazio senza tempo in cui il vecchio ed il nuovo si fondono con adamantina bellezza. Magia di altri tempi con il tratto distintivo di oggi.
MAURO    ZAMBELLINI    FEBBRAIO 2017









giovedì 2 febbraio 2017

GANG CALIBRO 77

 
Partiti su una arrembante base rockista i Gang sono approdati ad una canzone italiana capace di coniugare testi anticonformisti di denuncia sociale e memoria storica con le radici folk e rock della loro educazione musicale. Con Sangue e Cenere (2015) hanno raggiunto lo zenith di questa traiettoria, un disco la cui bellezza, profondità e poesia lo rendono assimilabile alle grandi opere d'autore della canzone italiana, lavori che appartengono alla produzione di De Andrè, Gaber, Guccini, Della Mea, De Gregori. Autori che, insieme ad altri, hanno rallegrato la gioventù dei fratelli Severini, quando negli anni settanta alle manifestazioni o al Circolo Giovanile, sul muretto o ai giardinetti del paese suonavano e cantavano le loro canzoni, coinvolti e contagiati da quel movimento creativo e politico che in quegli anni moltiplicava i pani e riempiva di rose la vita di migliaia di giovani che non si riconoscevano nel passato e guardavano al futuro con un idealismo che non si è più ripetuto. Bollati sbrigativamente come gli "anni di piombo", gli anni settanta hanno lasciato dietro di sé, nonostante le sconfitte, la violenze e i riflussi autodistruttivi, un patrimonio creativo distribuito in diverse manifestazioni artistiche, non ultima la musica. Un canzoniere importante è nato in quegli anni, canzoni operaie e ispirate dalla resistenza, canzoni che immaginavano un nuovo umanesimo, canzoni di rivolta e canzoni di disagio, canzoni che traslavano in musica il linguaggio del proletariato giovanile, canzoni di nuove esperienze e canzoni di strada, canzoni contro e canzoni di speranza. Alcuni dei migliori album della canzone d'autore italiana sono stati pubblicati in quella decade, chi era giovane (e non solo) in quegli anni ne venne contagiato: si creò un sentire unico e diverso che metteva insieme a livello emotivo Beatles, Rolling Stones, Dylan, Crosby, Stills, Nash & Young, De Andrè, Guccini, De Gregori, Bennato, Area, Gaber, Lolli, salì una musica ribelle, a volte anche intimista e riflessiva, che fu la colonna sonora di quegli anni inquieti. Erano molti gli immaginari e diversi erano gli stili e tutti riuscivano a convogliare e convivere nella canzone. Marino e Sandro Severini ovvero i Gang sono tornati a quel "movimento" non tanto per omaggiarlo come si fa con le opere e gli autori importanti ma per ridare legittimità a quel messaggio fuori dal pensiero unico, cantando quella generazione e offrendole un rifugio nel tempo e nella storia, contro i tanti, intellettuali in primis, che in tutti questi anni l'hanno segregata nella cupa pagina degli anni di piombo.
 

Calibro 77 è il titolo del loro disco e non perché le canzoni interpretate arrivino tutte da quell'anno, sono difatti sparse per tutto il decennio, ma perché il 1977 è un anno significativo e rappresentativo, una sorta di spartiacque, contradditorio anche visto che è l'anno della contestazione dell' autonomia contro Lama alla manifestazione dei sindacati confederali a Roma, è l'anno della grande manifestazione contro la repressione che coinvolse 25 mila persone a Bologna, dei 200 mila che sfilarono a Roma dietro le bandiere della CGIL-CISL-UIL per chiedere al governo una svolta riformista. Ma è anche l'anno di una fila impressionante di morti e feriti da parte delle BR, del terrorismo, della polizia, con la morte di Pierfrancesco Lorusso, Walter Rossi e Giorgiana Masi militanti di Lotta Continua, la strage di Acca Larentia dove morirono dei fascisti, i tanti gambizzati tra cui il ferimento di Indro Montanelli, l'uccisione del presidente dell'Ordine degli Avvocati Fulvio Croce oltre all'appello di Leonardo Sciascia sulle colonne della Stampa contro l'inesistenza di uno stato di diritto in Italia. E' anche l'anno che in altre parti del mondo scoppiò una influente rivoluzione musicale, col punk i Gang furono tra i primi alle nostre latitudini a cavalcare quel death or glory, il 1977 per tutti questi motivi è un anno cardine.

La simbiosi tra le voci del nuovo umanesimo e la matrice rock trova compimento nella personale interpretazione che i Gang offrono degli undici titoli di questo canzoniere che spazia da Guccini a De Andrè, da Della Mea a De Gregori, da Bennato a Gaber, da Finardi a Pietrangeli.
 

L'essere ancora adesso on the road lo dice il modo con cui si apre Calibro 77,  i Gang scelgono Sulla strada di Eugenio Finardi, una canzone che andava a cogliere il margine beat e americanoide di quel movimento, la mitologia del viaggio come cambiamento, più esistenziale che fisico, la ricerca di un altro Egitto avrebbe cantato De Gregori. C'era ritmo ed un cinematico folk-rock nella versione di Finardi, cosa che i Gang rispettano marcandone il sound con un sopraffino lavoro di chitarre (Sandro Severini, Jono Manson, Ben Wright) e di Hammond (Jason Crosby). Il sax dell'originale è stato sostituito dall'assolo di una cruda chitarra elettrica, un più sprezzante "cagare" ha messo nel cassetto un "ranare" che oggi non si usa più nel linguaggio della strada.

Folk-rock elettrico, gagliardo e scalpitante, è uno degli stili del disco, riproposto nella indurita versione di Questa casa non la mollerò di Ricky Gianco, già adattata al tempo sull'aria di Six Days On The Road dei Flying Burrito Brothers, il cui tema, l'occupazione delle case, viene sdrammatizzato quando l'occupante vede il cugino che si è fatto poliziotto arrivare a sgombrarlo. Chitarre in gran spolvero e pianoforte al posto del violino country dell'originale, un sano roots-rock barricadiero. Sulla stessa falsariga l'ermetico Cercando un altro Egitto di Francesco De Gregori, anche qui arrangiamento ricco e drive spedito, la firma di Jono Manson in fase di produzione oltre al raffinato mix strumentale: si sentono flauto, tromba, trombone, sax, Hammond e percussioni in un ensemble di musicisti coi fiocchi, per lo più americani. Il disco è stato difatti registrato negli studi di Manson a Santa Fe in New Mexico e masterizzato da David Glasser a Boulder in Colorado.

Il tasso di americanità è una prerogativa di Calibro 77 anche se la voce calda e il cantare raccolto di Marino Severini mantengono il disco negli scaffali della musica d'autore italiana. Ne sono testimonianza i trattamenti subiti da Canzone del maggio di Fabrizio DeAndrè, un dolente blues con uno splendido inciso di sax ed un Hammond da soul-band, da Venderò di Edoardo Bennato  importato sulle montagne degli Appalachi con tanto di fisarmonica, mandolino e dobro in una veste bluegrass, da Sebastiano di Ivan Della Mea, canzone su operai, scioperi, sindacato e padroni Fiat, rigenerata in un rutilante folk-rock dylaniano con la svolazzante armonica di John Popper ed una sporcizia blue-collar da randagi rockabilly.

L'intimismo è affidato ad una canzone di Claudio Lolli, non poteva essere diversamente, in Io ti racconto i Gang allentano la mortale tristezza dell'autore senza intaccarne la poesia, la marginalità di un tema di solitudine urbana viene preservata nell'interpretazione struggente di Marino e in un pianoforte che è un morso al cuore.

La stessa Uguaglianza di Paolo Pietrangeli, canzone sulle vittime del lavoro, viene svolta con una stringata esecuzione folkie che ne acuisce il tono drammatico e l'unico ricamo sono le chitarre tenore e baritono di Jono Manson.  Un crescendo da ballata springsteeniana accompagna il finale di Un altro giorno è andato, l'agile talkin' blues di Francesco Guccini viene rallentato ad arte nella prima parte della canzone dove prevalgono voce e pianoforte ma poi le chitarre si mettono ad abbaiare e l'unisono full-band sottolinea l'enfasi finale. Di tutt'altro segno è la scanzonata Ma non e' una malattia di Gianfranco Manfredi, l'ironia di un improbabile " il personale è politico" è stemperata in un pimpante e allegro dixieland, trombe, sax, clarinetto, cori e sezione ritmica evocano una marchin'band di New Orleans, anche se da ultima spiaggia, questo era difatti il titolo dell'album del 1976 da cui è tratta. Chiude il disco la versione di I Reduci di Giorgio Gaber. Non una canzone ma una fotografia spietata e magnifica sulle illusioni ed il seguente retour a la normale di una generazione, brano che i Gang affrontano in modo superbo. Il pianoforte di Jason Crosby è da applausi, Marino canta come se raccontasse la sua e le nostre storie, senza cedere alla retorica e al compiacimento, nella sua voce si scorge una partecipazione emotiva incredibile, è dimessa ma stringe il cuore. Ed è questa la caratteristica che pervade tutto il disco, oltre alla veste sonora folk-roots-rock americana (decisivo l'apporto di Jono Manson),  i Gang non hanno affrontato Calibro 77 con l'atteggiamento dell'interprete e del bravo musicista ma col trasporto emotivo di chi a queste canzoni crede e ha creduto perché parte della loro vita. Oltre che riconoscere l'importanza di un'epoca che in tanti hanno liquidato come una sconfitta. Massimo rispetto.

 

MAURO  ZAMBELLINI  





sabato 31 dicembre 2016

MY PLAYLIST 2016



La tentazione di lasciar perdere il compilare una playlist visto l'inflazione delle self-made-list sui social è stata grande ma amante del tradizionale panettone natalizio  ho receduto dall'intento, non volendo tradire la consuetudine maturata in questi anni. Quindi via con la lista dettata da gusti personali, niente  classifica o consigli per gli acquisti ma solo piaceri personali a lungo rimasti nel lettore o sul piatto o nello stereo car ( la mia auto non è ancora dotata di chiavetta, per fortuna).
 

E' probabile che la mia lista venga tacciata  di essere  reazionaria, termine che mi fa girare un po' le palle visto che sono sempre stato dalla parte di chi si ribella ma bisogna abituarsi al nuovo (sic) che avanza, forse sarebbe più consono usare il termine conservatore nel senso che ci tengo a conservare quanto di buono il rock n'roll ha prodotto fino a oggi, incurante di apparire retrò. Da qualche parte ho letto che una band come i Drive By Truckers, quest'anno con American Band  lambiscono solo la mia prima scelta continuando comunque ad essere una delle mie band alternative preferite assieme, a Wilco (il cui Schmilco ho trovato pallidino in confronto allo strepitoso concerto milanese), vengono liquidati tra i "reazionari" per non sapere destrutturare e scombinare in senso sghembo il loro roots-rock. Mah, qualcuno dovrebbe suggerire a costoro di leggere i testi "reazionari" di American Band che sono quanto di più caustico  c'è in giro  oggi nel raccontare il malessere di essere americani.  Bando alle polemiche, i gusti non si discutono, basta non fare ideologia su quelli degli altri, trattandoli come zoticoni solo perché al famolo strano (direbbe Verdone) preferiscono una cucina più  classica, cucina con cui in tanti sono cresciuti senza soffrire di pellagra, proprio con quei gusti "reazionari" che spesso significano dischi che si ascoltano oggi, domani e dopo domani senza finire dopo qualche mese nello scaffale soffocati dalla polvere e da una next thing ancora più strana. 
 

oldies but goodies

Detto questo, comincio proprio dai veterani, gli amati Rolling Stones presi nell'anno di grazia 2016. Un disco nuovo, Blue and Lonesome,  che ha fatto un botto di vendite, ne ho parlato bene dopo il primo ascolto  e confermo le impressioni iniziali, un disco di Chicago blues come il loro, oggi si fa fatica a trovarlo, sia tra gli afroamericani sia tra i visi pallidi. E' blues che viene dalla loro anima e dalle loro radici sixties, non è arruffato e dirty come molti avrebbero voluto ma il Chicago blues non possiede la sporcizia delle dodici battute del Mississippi, della Louisiana e in generale del sud. Prendere o lasciare, ci sarà sempre chi sparerà contro di loro ma una volta tanto il mercato ha premiato la qualità, con tutta la merda che riempie le classifiche vedere Blue  & Lonesome al nono posto di Billboard è una boccata di ossigeno ( e di dollari per loro). E il loro anno non finisce lì, coi video e i film ci sanno fare da sempre, Springsteen dovrebbe imparare da loro, Havana Moon, il documentario del loro concerto a Cuba, ha aggiunto una nuova perla alla loro collezione. Ottima performance in un contesto ambientale unico, un quid di commozione inaspettata per i signori del business, il pubblico cubano felice e stupefatto di trovarsi protagonista in un evento storico sulla loro terra, loro, musicisti temprati da una vita sul palco finalmente emozionati per un accoglienza caldissima da parte di un pubblico di ogni età ed estrazione sociale, diverso da quelli a cui sono abituati, in un evento che più che un concerto sembra una festa di liberazione. Havana Moon dopo la distribuzione nelle sale cinematografiche è stato pubblicato in DVD, accompagnato da due CD. Ma non è finita per gli Stones del 2016 anche se nella fattispecie è l'industria discografica la regista di un box monumentale e voluminoso con cui vengono ripubblicati tutti i loro album degli anni sessanta, dal disco d'esordio del 1964 fino a Let It Bleed ovvero tutto quanto è successo su vinile prima della nascita della Linguaccia. Copertine dell'epoca, vinile 180 gr., registrazione in Mono come negli originali , libro fotografico e confezione deluxe, il costo non è indifferente ma un Natale a Stonesville vale i sacrifici, non c'è Babbo Natale ma sesso, droga & rock n'roll. Il godimento è assicurato, con un buon impianto analogico (basta essersi tenuti piatto e amplificatori di gioventù) il sound è quello degli anni pionieristici del rock n' roll, vi parrà di rivivere una parte fondamentale della vostra/nostra/mia educazione  musicale. Per il sottoscritto The Rolling Stones In Mono è la ristampa dell'anno  e con l'altro box 3DVD/CD Totally Stripped  degli stessi Stones costituisce un' accoppiata da paura.
 

Altre due ristampe, per lo più ignorate dalle riviste specializzate, sono entrate felicemente nelle mie orecchie. Sono ORK Records: New York New York e These Dreams Will Never Sleep-The Best of Graham Parker 1976/2015. La prima ricapitola la storia di Terry Ork e della sua Ork Records, l' etichetta indipendente che fu il trampolino di lancio della new music degli anni settanta, in particolare newyorchese. La storia del punk e della new wave della città raccontata attraverso i singoli della Ork a cominciare dallo strepitoso Little Johnny Jewel dei Television per arrivare a tutti gli altri outsider protagonisti di quell' eccitante, fosco, ribollente underground, dai Marbles ad Alex Chilton, qui presente con Free Again, The Singer Not The Song, Summertime Blues, All The Time, Take Me Home & Make Me Like It, da Chris Stamey a Mick Farren, dai Feelies a Richard Lloyd, dai Cheetah Chrome ai Revelons fino alla sortita musicale del folle critico dell'epoca Lester Bangs, autore di Let It Blurt e Live.  Cartoline dal CBGB e da  quella New York scura, violenta e pericolosa  che costituì uno dei capitoli più affascinanti e romanzati del rock, più eccitante dello scintillante shopping mall che è oggi NYC. Due CD per 49 tracce, confezione a libro con box, foto inedite, testimonianze, copertine di dischi, discografia e la illuminante storia raccontata da Ken Shipley e Rob Sevier. Oggetto di culto.

Best of Graham Parker  racconta l'avventura di uno dei  rocker inglesi più amati e sottovalutati attraverso la sintesi dei suoi album pubblicati tra il 1976 e il 2015 , compresi gli acoustic demos e il mitizzato Live at Marble Arch. Tre CD per assolvere al compito, altri tre CD per la parte live con concerti del 1977, 1979 e 2015, più un DVD con estratti di concerto, apparizioni televisive, performance del 1978 e 2015. Un succoso resoconto della carriera di Parker, con e senza i Rumour in un elegante box dove i colori del bianco e nero servono ad esemplificare iconograficamente il suo rock fuligginoso e urbano, periferico pur col beneficio di produttori come Jimmi Iovine, David Kershenbaum, Jack Nitszche, Nick Lowe e Brynsely Schwartz. Un quarto CD nel sintetizzare i suoi album non ci sarebbe stato male perché la selezione appare fin troppo stringata. Come scrive Holly A. Hughes nell'eloquente booklet che accompagna il box " Parker è un potente cocktail di attitudine punk, mentalità new-wave, esuberante R&B con un groove di scorrevole pub-rock, country twang, colori reggae ed integrità folk. Non riesco a ricordarmi nessuno che, come Parker, ha maneggiato così tanti linguaggi in modo così superlativo".  Tensione e frustrazione, la stessa vissuta dai tanti giovani inglesi dell'epoca, e pure la bramosia di struggenti ballate  che sono state materia privilegiata peri Van Morrison e Bruce Springsteen. Graham Parker in tutti questi anni è rimasto fedele a sé stesso e alla sua musica, se pensate che bastino i suoi album storici degli inizi a liquidarlo vi sbagliate, provate ad ascoltarvi ballate come Disney's  America da Haunted Episodes o Blue Horizon da Deepcut To Nowhere  o Cruel Lips da Your Country  o England's Latest Clown da Don' t Tell Columbus  per capire come anche negli anni del silenzio o del crepuscolo la vena pungente ed il romanticismo di Graham Parker non sono mai scemati. Un artista da proteggere, anche nell'intervista che arricchisce il booklet di These Dreams Will Never Sleep  Parker si rivela generoso nel raccontare l'arte del songwriting mostrandosi sempre molto concentrato sulle canzoni, sul soul, sui nomi degli eroi che l'hanno ispirato, sulle tematiche delle parole. La selezione curata dal giornalista Paolo Hewitt  e dallo stesso GP è un'ottima sintesi della sua avventura artistica. Eloquente.
 

Vicino stilisticamente ai Rolling Stones (ma pure alle ballate di Graham Parker) c'è Peter Wolf se non altro perché anni addietro fu il frontman della J.Geils Band considerati i Rolling Stones d'America, supporter degli stessi nello storico concerto di Torino del 1982. Peter Wolf come solista è in pista dal 1984 e da un po' non sbaglia un colpo. Rimane un benemerito sconosciuto ai più ma i fortunati sanno che se si desidera un disco come si usava tra i settanta e gli ottanta nello stile di quei santi di città che surfavano tra rabbia elettrica e romanticherie da bucanieri, allora bisogna rivolgersi a lui. E' rimasto l'unico a parlare questo linguaggio da rocker, il suo disco del 2016 è ancora più bello dei tre che lo hanno preceduto, già eccellenti.  A Cure For Loneliness  è come dice il titolo, una cura per la solitudine, un disco caldo, confortevole, in qualche momento anche burbero perché Peter Wolf anche se qui diventa il Re delle ballate e degli umori crepuscolari non abbandona il colpo felino delle bar band. Coccola il cuore senza intorpidire i sensi con canzoni che evocano Willy DeVille, David Johansen, i Del Fuegos e gli Stones melodici di Waitin' For A Friend, un performer che ha scelto di mettersi al riparo dal glamour (lui che è stato per anni marito di Faye Dunaway) e con modestia ed una band che pare uscita dal Bottom Line del 1981 fa quello che tanti altri della sua generazione non riescono e non sanno più a fare. Se dovessi scegliere un solo disco per il mio 2016 prenderei A Cure For Loneliness, ci si può innamorare.
Lo scontroso di Van Morrison è solo di un anno più anziano di Peter Wolf, del 1945, e delle ballate conosce l'intera anatomia. Tutto si può dire di lui tranne che non sappia trasformare una canzone in un' opera lirica di swing e soul. Era parecchio tempo che non compravo un suo disco ma Keep Me Singing mi ha riportato a lui perché la serenità e la tranquillità che trasmette sono in grado di rappacificarvi col mondo. Ballate sontuose in cui lo swing del cantare di Morrison trova un approccio quasi jazzistico alla musica, brani che salgono lenti e corali, in particolare perdo la testa per In Tiburon con tutti quei riferimenti alla San Francisco della beat generation  e delle menti che si aprivano, quel fondere il blues col R&B ed il celtic soul abbattendo le barriere  tra America e Irlanda, tra giorno e  notte, tra parola e note. Ritornando a quanto scritto all'inizio Keep Me Singing  è un vero disco conservatore, perché con la sua musica e le sue canzoni conserva le good things con cui siamo diventati grandi e abbiamo imparato ad amare il mondo, apprezzare la bellezza, cogliere l'armonia e il senso della storia, rispettare le differenze. Terapeutico.


Inglese fino al midollo, Ian Hunter a 77 anni sembra conoscere una nuova primavera. Era difficile fare meglio di Man Overboard  il suo disco del 2009 con cui era tornato in auge, almeno nella nicchia dei resistenti, Fingers Crossed  lo eguaglia, per qualità di scrittura, verve rock n'roll, canzoni di cuore, una in particolare, Dandy che è il miglior omaggio dell'anno a David Bowie, talmente bella da ricordare All The Young Dudes. Accompagnato dalla fedel Rant Band, Ian Hunter si rivela alla sua venerabile età un cantante magnifico, soprattutto quando maneggia quelle abbandonate ballate che profumano di Dylan (ne è esempio il brano che intitola l'album), un rocker nervoso e graffiante quando scalpita alla maniera dei Mott The Hoople e rinfresca il glam ed un cabarettista di classe quando si siede al piano e si infila in quei quadretti tipicamente british fatti di ironia, tocco aristocratico e sudicio di pub del quartiere, quasi fosse l'unico sfidante di Ray Davies su questo stesso terreno. Fingers Crossed è un ottimo disco di rock inglese con tutto ciò che nobilita il genere, melodia, testi pungenti,sferzate elettriche, varieté,  atteggiamento dandy ed una band che si diverte.

Chiudo gli oldies but goodies  coi Mudcrutch che con 2  ( premio per la peggior copertina dell'anno) non avranno fatto un disco pimpante e arzillo come quello del 2008 ma elargiscono del sano e classico  rock n'roll autostradale americano come lo ha reso celebre  Tom Petty. Che nello specifico si "limita" a suonare il basso e cantare (oltre che scrivere diverse canzoni) ma, coi suoi due fidati Heartbreakers Benmont Tench (tastiere) e Mike Campbell (chitarre), coinvolge la band (gli altri sono il batterista Randall Marsh e il chitarrista e cantante Tom Leadon ) in un drive irresistibile tra accelerazioni, impennate chitarristiche e dolci armonie, tale da rievocare i Byrds in formato nuovo secolo. Se difatti  2 (alla faccia della fantasia per il titolo) lo infilate nello stereo della macchina vi trasforma un breve tragitto casa/lavoro in un coast to coast da cui non si vorrebbe più scendere. Road movie.

the blues is alive and well  

Non solo di blues qui si tratta ma il background è inequivocabile sia per Francesco Piu, per Simo, per la Tedeschi-Trucks Band e Cedric Burnside Project. Del primo un recente blog vi dice tutto quanto bisogna sapere, Love & Groove è il mio disco italiano del 2016. Non ne abbiano male gli altri. Di Simo e Tedeschi-Trucks Band avevo già scritto nel blog tempo addietro e non posso che ribadire i pareri positivi di Let Love Show The Way, un album viscerale, sanguigno, torrenziale, magari debordante nella durata e ancora ingenuo in certe sue parti ma espressione di un rock-blues urgente e senza filtri che dal vivo, nel concerto estivo al Carroponte, ha stregato i presenti facendo venire in mente i Taste dell'isola di Wight. J.Simo ha tecnica, gioventù e feeling, in trio sono una forza della natura.  

Diverso il discorso per Let Me Get By , qui regna sovrana l'eleganza, la variopinta alchimia sonora, la padronanza tecnica dell'ensemble, la voce suadente di Susan Tedeschi, la chitarra fantasiosa e allmaniana di Derek Trucks, gli arrangiamenti di una band che conosce a memoria i suoni e gli umori che dal blues si espandono a tutto il sud . Un album suonato benissimo, arioso e sereno pur con soluzioni musicali non ovvie e complesse, basta ascoltarsi Anyhow con cui si apre l'album (la mia canzone preferita dell'anno) per capire che qui c'è uno studio ed un team straordinari, quella  capacità di fondere trombe, arrangiamenti e melodia in un unisono perfetto e nello stesso tempo  mantenere salda la canzone senza perdersi nella suite. Prima che Trucks con la chitarra inventi uno di quegli assoli da incanto.
 

Se Let Me Get By è un piatto raffinato, il blues di Cedric Burnside Project è uno speziato e robusto red beans and rice. Il progetto è stato messo insieme dal nipote del più famoso e scomparso R.L Burnside con il chitarrista Trent Ayers e il polistrumentista Garry Burnside, mi è capitato di vederli dal vivo, ma erano in formazione ridotta a due, lo scorso ottobre al Blues and BBQ Festival di New Orleans dove sono stati il set più eccitante della rassegna, hanno letteralmente messo al tappeto Lafayette Square con un un'ora di torrido, ritmato, ipnotico blues, rockato come solo i musicisti provenienti dalla zona collinare a nord del Mississippi sanno fare. Lo chiamano North Hill Country Blues, un sottogenere del Delta proliferato nella zona settentrionale dello stato, nelle colline e nelle campagne attorno ad Holly Springs e Oxford,  ha avuto come alfieri R.L Burnside e Junior Kimbrough, i quali attraverso le incisioni della Fat Possum lo hanno esportato in tutto il mondo. In realtà l'inventore di questo blues aspro e a tratti visionario, spartano e povero di strumentazione ma incredibilmente coinvolgente e trascinante, risponde al nome di Mississippi Fred McDowell, uno a cui anche gli Stones devono molto. Con Descendents Of Hill Country  il CBP ha raccolto l'eredità dei North Mississippi Allstar, molto di quello che c'è nel disco rimanda difatti all'esaltante opera debutto del gruppo dei fratelli Dickinson, Shake Hand With Shorty. Chi apprezza le lande periferiche e marginali del blues è allertato. Suonatelo ad alto volume accompagnandolo con la birra.
 
Con più levigature soul e R&B è Gotta Get Back di Seth Walker, musicista e cantante passato da Austin a New Orleans, cosa che gli ha permesso di annerire e sporcare la sua musica come si fa da quelle parti, creando un groove non ancora perfetto ma promettente futuri sballi. Ha registrato a Nashville con un nugolo di musicisti di esperienza, il disco esalta la sua voce melodiosa e quel groove che sta tra Subdudes, Anders Osborne e Radiators. Ma nel suo carnet ci sono anche episodi folk-soul e momenti cantautorali così da risultare vario e poco allineato. Si contorna di contrabbasso, organo e fiati, ritmiche in levare, armonie vocali e cori gospel, qualche tocco caraibico ed un po' di doo-wop. Gli ingredienti per far festa nella Big Easy.

you want it darker
 

Un anno così funereo non è mai capitato,  impressionante fare la conta di chi se ne è andato, speriamo che il 2017 non sia così cattivo. Ci sono dischi che sono usciti a ridosso della scomparsa dell'artista, altri il cui tema è il lutto, la perdita, il dolore. Blackstar di David Bowie, il disco più "decorato" del 2016 appartiene alla prima lista, Skeleton Tree  di Nick Cave & The Bad Seeds alla seconda. Ho comprato Blackstar, disco ardito, coraggioso, cerebrale, in un anno lo avrò ascoltato non più di una decina di volte, troppa angoscia mi infonde il suo ascolto. Colpa mia, forse ma per farmi male il meno possibile ho limitato l'uso, d'altra parte non sono mai stato un fan del Duca pur riconoscendo la sua genialità ed il camaleontismo. Del disco di Nick Cave, di cui ricordo ancora con grande entusiasmo Push The Sky Away e il relativo tour, non so pressoché nulla a parte il fatto che sia stato realizzato per esorcizzare il dolore per la perdita del figlio. Fino ad oggi non l'ho ascoltato per cui passo oltre.

Ho ascoltato moltissimo invece in questo periodo di festività You Want It Darker  non senza una vena di malinconia e tristezza per la recente scomparsa del suo autore, Leonard Cohen. Apriva e chiudeva le mie  giornate con le sue note notturne, la voce che parla all'anima,  la poesia sulla mortalità. Una stanza vuota con l'unico sottofondo di una musica tratteggiata da sottili arrangiamenti, l'emozione a fior di pelle, il lascito di un artista superbo, profondo, integro fino alla fine. Di dolore si parla anche in uno degli album che più ho amato quest'anno, The Ghosts of Highway 20, il viaggio di Lucinda Williams in quelle strade del sud popolate di morti, fantasmi, ricordi, memorie, fede e grazia, che costituiscono l'humus per coltivare una musica che è la nuova letteratura del sud. Descrittiva ma anche visionaria, intima e carnale, dove le ballate del dolore si abbracciano col rock n'roll della tenacia ed eccellenti musicisti come Greig Leisz e Bill Frisell coi loro strumenti a corda ne sottolineano l'affascinante tristezza, l'eco solitario, le lentezze, come fosse un aggiornato  Time Out Of Mind di Dylan.
 

 

new kids in town

Giovani rockers crescono e Tom Petty li battezza. Dopo averli visti suonare se ne è innamorato e gli ha messo a disposizione il proprio studio casalingo per registrare The Shelters, il loro album omonimo, un lavoro che rinfresca il rock californiano secondo una declinazione power-pop e una verve giovane, scapigliata,  sbarazzina, quasi british. Quel formato di canzone da tre/quattro minuti spedita, spumeggiante e chitarristica che ascoltata ad alto volume vi fa correre contro il vento a cercare di nuovo i brividi di una west-coast ormai fuori uso. Quattro losangeleni con la faccia da duro e la brillantina del rockabilly, divertono e fanno ballare pur aggiungendo un pizzico di sognante psichedelia sixties. Le chitarre e le voci di Chase Simpson e Josh Jove, la scatenata batteria di Sebastian Harris, il trainante basso di Jacob Pillott, sono l'armamentario di una band che pur mirando al sodo è già in grado di sortire canzoni che fanno centro dopo pochi ascolti. Freschi da morire. Sulle stesse coordinate un'altra band di Los Angeles, The Record Company, agita le strade della città.  Give It Back To You  è un attestato di resistenza dedicato a quanti ancora vanno in fibrillazione per Stooges e Rolling Stones, John Lee Hooker e Hound Dog Taylor. Possiedono l'immaturità dei coraggiosi e da spregiudicati frullano i grandi vecchi con la loro attitudine da teppistelli urbani pronti a far saltare in aria il club sotto casa con un incendiario set di rock n'roll tinto di beat e di blues. Sono la risposta americana agli Strypes e basta osservare la copertina del disco per tranquillizzarsi sul futuro del rock n'roll. Sta dietro le spalle.
 

Totalmente diverso è Sturgill Simpson uno del Kentucky che ha fatto i lavori più disparati prima di arrivare alla musica. Il debutto è dentro un paesaggio sonoro di montagne e bluegrass ma nel 2013 High Top Mountain  ha la fortuna di beneficiare del produttore roots più in voga al momento, Dave Cobb. Ne viene fuori un mix di suoni elettrici e country fuorilegge sulla falsariga del fortunato Traveller di Chris Stapleton. Ma Sturgill Simpson è uno a cui piace cambiare ed esplorare, con A Sailor's Guide To Earth il suo background rurale si stempera in un più eclettico soul che esplode in ballate poderose ed epiche, qualcosa che sta tra i grandi della Motown e gli Hot House Flowers. I colori e il disegno di una copertina da quadro ottocentesco rendono l'idea, un sound possente fatto di squarci deflagranti ed una voce  tenorile servono a creare tensione, forza e immaginazione per storie di mare e marinai, come fosse un'avventura ai confini del mondo. Se non soffrite il mal di mare regala ottime sensazioni.
 

Nel segno di blues apocrifo intrecciato con altri peccati sudisti è  The Marcus King Band, una delle rivelazioni dell'anno. Il leader Marcus King è un giovane ragazzo bianco con la voce da soulman nero ed una chitarra da faville. Per lui si è scomodato Warren Haynes che gli ha prodotto il secondo disco affermando  "è il primo chitarrista dall'esordio di Derek Trucks che suona con una maturità che va ben oltre la sua età". Marcus King ha solo ventanni ma è già un fenomeno in grado di maneggiare con una personalità da veterano blues e soul, jazz, gospel e rock, oltre a capitanare una band, la Marcus King Band, che sembra una brillante copia della Tedeschi-Trucks Band. Nativo di Greenville, South Carolina, figlio del bluesman Marvin King, Marcus King ha le sembianze da scavezzacollo di un giovane Ronnie Van Zandt, capelli lunghi, cappellaccio da ribelle confederato, sorriso beffardo, il tipico figlio del sud che ha imparato presto a muoversi nella musica, grazie al padre bluesman e grazie ad un talento precoce che lo porta a possedere una inusuale chiarezza sia come songwriter che come chitarrista, come cantante e come bandleader. Dopo il debutto nel 2015 con Soul  Insight  ha firmato con la storica Fantasy ed il nuovo disco è uno degli avvenimenti più invitanti nell'ambito di quella southern music che non finisce mai di stupire. Chi apprezza un disco come Let Me Get By della Tedeschi-Trucks Band troverà qui un giusto sequel. Muscoli e cuore, assoli e melodie, ritmo e raffinatezze, in The Marcus King Band  ci sono numeri di classe, a cominciare dalla voce soulful del leader e dalla sua esuberante chitarra. La band è superlativa, un ensemble dinamico che affonda perfino nel jazz  capace di mettere insieme Memphis, i Muscle Shoals e New Orleans senza accasarsi da realmente nessuna parte. Una promessa da tenere sotto osservazione, se non credete andate su YouTube ad ascoltarvi la loro interpretazione di Spanish Moon dei Little Feats.
 
 

Per finire una donna, finalmente. A parte la "stagionata" Lucinda Williams (un complimento, benintesi) mancano nuove figure femminili in grado di scaldare il cuore   come un tempo facevano Joni Mitchell, Rickie Lee Jones, Patti Smith, Linda Ronstadt, Chrissie Hynde. C'è Norah Jones troppo elegante, Mary Gauthier troppo outsider, Cat Power troppo indecifrabile , Tift Merritt troppo defilata, Brittany Howard degli Alabama Shakes troppo vogliosa di scalare le classifiche snaturando il suo background, ma manca la rockeuse per cui sognare di fare il roadie . In ambito roots la situazione è migliore, Gillian Welch è ormai la signora del country come una volta lo era Emmylou Harris e tra le nuove arrivate passi da gigante ha fatto  Carrie Rodriguez. Texana di origini messicane, diverse volte capitata in Italia, Carrie Rodriguez possiede una voce calda e dolce che si adatta al mood malinconico, errante ed evocativo delle sue canzoni on the border. In particolare Lola il suo splendido disco dell'anno trascorso cattura la sua anima migrante attraverso piccole ma significative storie famigliari al di qui e al di là del Rio Grande. Delicate canzoni nella forma ma spesse nei contenuti cantate in inglese ed in spagnolo, un flusso di emozioni che valgono più di un trattato sull'immigrazione, suoni che si collocano tra il folk, il country, tex-mex, ballate tratteggiate con una finezza incredibile e pregne dell' intensità di chi le vive in prima persona, musicisti sopraffini a partire dal marito Luke Jacobs (tutte le chitarre possibili di questo mondo), dal contrabbassista Viktor Krauss, dal chitarrista elettrico David Pulkigham (già con Alejandro Escovedo), da Brannen Temple e da Bill Frisell, che qui come nel disco di Lucinda Williams aggiunge quel tocco suggestivo, rarefatto e ambient che colloca il racconto di Lola  solo un po' più ad ovest di The Ghosts Of Highway 20. Struggente.

 

 E con questo chiudo e auguro Buon Anno a tutte e tutti.

 

MAURO ZAMBELLINI     DICEMBRE 2016

 





















martedì 13 dicembre 2016

FRANCESCO PIU Peace & Groove


Non è mai stato un bluesman ortodosso Francesco Piu, già il disco di quattro anni fa prodotto da Eric Bibb e con testi di Daniele Tenca, Ma-Moo Tones  faceva intravvedere un orizzonte più ampio e non solo dipinto di blues. E cosi è, Peace & Groove  è un bellissimo disco, tra i migliori "italiani" dell'anno dove il bluesman sardo si diverte a mescolare il blues col soul, il funky con il gospel, il folk con il rock creando un groove pacifista e psichedelico, brillante ed estremamente coinvolgente. D'altra parte il nostro non ha mai fatto mistero delle sue radici, da una parte il Delta e Chicago, dall'altra il rock, gli AC/DC, i Rolling Stones, i gruppi psichedelici, in mezzo l' attaccamento alla sua terra, qui concretizzato dalla stesura dei testi fatta a quattro mani con lo scrittore sardo Salvatore Niffoi, vincitore del Premio Campiello nel 2006 per l'opera La Vedova Scalza. Sono canzoni che raccontano storie d'amore, di guerra e di speranza quelle di Peace & Groove  ma se non ci fosse la veste sonora creata da Piu coi suoi compagni di ventura, tra i migliori musicisti italiani di blues e soul, il tutto rimarrebbe un esercizio nobile e politicamente corretto ma non scombinerebbe nessun senso. Ed invece Peace & Groove  nel sound non è affatto politicamente corretto perché Francesco Piu manda all'aria i clichè, il rigore e le radici e frulla il blues dentro un magma colorato e psichedelico che più che a Robert Johnson si avvicina a Sly and Family Stone. Finalmente un eretico nel nostro panorama nazionale del blues, magari non è l'unico ma con questo disco Francesco Piu è andato oltre, con coraggio, con fantasia, con spregiudicatezza, anche nelle cover sceglie di non essere rispettoso, il traditional Black Woman diventa un gospel misto di doo-wop sfilacciato con le launeddas e dei rumori di fondo che infondono un'aria sinistra e funerea, All The Love al contrario è un funky danzabile e jazzato cadenzato dal piano elettrico, dal drumming agile di Mauro Canu, dal basso slappato di Simone Scanu e dalla voce e la chitarra acustica di Piu, mentre Rough God Goes Riding  diventa una ballata lenta, accorata intensa.  La quarta  cover è Give Peace a Change ma non aspettatevi John Lennon, piuttosto la second line di un marching band di New Orleans, dixieland e brass band con tanto di trombe, tube e tromboni ovvero come far festa quando muore qualcuno. Eretico a dir poco il nostro Piu e lo dimostra pure con i brani originali co-scritti con Niffoi. La partenza a tutto spiano di Hold On, un groove assassino  su cui si staglia il canto gospel di Piu che inneggia a freedom ed un Hammond (Gianmario Solinas) che tocca alla Jimmy Smith, la seguente  You Feed My Soul  altra preghiera soul benedetta dalla National dell'autore, una My Eyes Won't See No More che si sviluppa attorno al ritmo in levare vagamente reggae della batteria e all' organo, che non gli par vero di punteggiare jazz mentre Piu implora con rabbia e distorce la chitarra. In The Case Of Your Love  è un funky nero come la pece che cita involontariamente Hold On I'm Comin' di Sam and Dave e viene  trasportata dai tromboni in una via di New Orleans, più intimista e non potrebbe essere diversamente dato il titolo,  Mother,  dedica commovente che Piu svolge con un canto isolato in mezzo ad un silenzio assordante di rumori evocativi e ancestrali. Bella da morire. Crumbled Stones è finalmente un  blues tirato da una armonica travolgente e da una nervosa sezione ritmica, comunque scombinato da voci invasate come fosse sfuggito ai primi 16 Horsepower.

Colorato e visionario come la copertina, ma allo stesso tempo contagioso per ritmi, voci e soluzioni strumentali non ovvie, Peace & Groove  è un grande disco di festa e di preghiere.

MAURO  ZAMBELLINI      DICEMBRE 2016

sabato 26 novembre 2016

THE ROLLING STONES Blue & Lonesome

  Dal 2005, dall'anno di A Bigger Bang i Rolling Stones non facevano un disco in studio, una assenza interrotta da un album tutto all'insegna del blues, registrato con la co-produzione di Don Was  in soli tre giorni lo scorso dicembre ai British Grove Studios a West London, poco distante da Richmond ed Eel Pie Island dove il gruppo si formò ed iniziò a suonare nei pub e nei club come una giovane blues band. Un ritorno alle origini e alle loro vere radici quindi, un disco contenente brani non firmati da loro ma appartenenti al vasto repertorio del blues, brani di artisti famosi come Willie Dixon, Howlin' Wolf, Little Walter, Magic Sam, Otis Rush, Jimmy Reed e altri nomi più di nicchia come Little Johnny Taylor, Eddie Taylor e Lightin' Slim. Dodici titoli che a parte I Can't Quit You Baby, cavallo di battaglia dei Led Zeppelin oltre che di Otis Rush, si tengono a debita distanza da  standard straconosciuti per addentrarsi piuttosto nel retrobottega del genere con brani più oscuri e meno noti anche quando portano la  firma dei grandi vecchi del genere. Motivo sufficiente  per reputare Blue & Lonesome un sincero omaggio oltre che al blues stesso, alle origini stesse della band e all' esordio discografico degli Stones, quando rovistando negli archivi del genere configuravano con la loro interpretazione tesa, adrenalinica, bianca e giovane, il nascente British R&B. Il produttore Don Was ha detto " questo disco è un testamento della purezza del loro amore verso il fare musica, e il blues è, per gli Stones, la sorgente di tutto quello che fanno".


Blue & Lonesome è un disco solido e serio specie se paragonato alla sfavillante carriera della band, un disco di Chicago Blues che sarebbe potuto essere edito dalla Chess Records, dove non ci sono facili concessione alla modernità e alle furbizie tecnologiche, un disco a tratti dal sound sporco e viscerale dove gli Stones, a cominciare proprio da Jagger, non scadono in una parodia di se stessi e nemmeno  si accontentano di imitare i bluesmen da cui hanno tratto la loro linfa. Si cimentano di fatti in una interpretazione  pulsante, del tutto autentica,  personale e moderna, pur nel rigore di quella classicità blues che più di cinquanta anni fa costituì la scintilla che diede spinta alla loro macchina e nel corso del tempo è rimasta un punto di riferimento per non deragliare mai, anche nei momenti più pop e commerciali. A partire da Keith Richards e Ron Wood, da sempre i più accreditati bluesmen della squadra visto l'amore per il jazz di Charlie Watts, per finire a Mick Jagger che anche qui giganteggia per come si cala nel ruolo e si sente a suo agio anche come armonicista, gli Stones rimarcano la confidenza con quel patrimonio che costituì il vocabolario con cui imparare a scrivere canzoni e a suonarle. A settanta e più anni ritornano al luogo di partenza, con la dignità ed il rispetto di musicisti che devono tutto a questa musica.
 

Dodici titoli che prediligono la matrice Chicago di un blues urbano, ma non solo, come si evince in Hoodoo Blues (qui alla batteria c'è quel mostro di Jim Keltner, uno dei più raffinati batteristi rock) dove lo stridere di chitarra e armonica e la voce incupita di Jagger portano gli Stones in un juke joint del Mississippi, oppure nella bellissima Little Rain di Jimmy Reed dove l'armonica soffia alta e acuta e le cadenze sono lente e sospese come fosse la più probabile discendente di Bright Lights, Big City. Se si vuole anche la versione di I Can't Quit You Baby sebbene firmata da Willie Dixon e portata nella West Side di Chicago da Otis Rush viene ammorbidita e personalizzata dal tocco inequivocabile di Eric "manolenta" Clapton che ne smussa le asperità e con l'aiuto di Jagger la trasforma in una blues ballad da brividi.

Nel segno di Chicago è Commit A Crime, Jagger ulula alla Howlin' Wolf e la tensione viene accentuata dalla sua armonica, strumento molto presente in tutto il disco e nella windy city sono ambientate  anche Ride' Em On Down di Eddie Taylor e Hate To See You Go dell'armonicista Little Walter, nella quale il sound piuttosto sporco da registrazione anni cinquanta vede le chitarre fondersi con l'armonica mentre Jagger cita baby please don't go.
 

Evocano le origini del British R&B Just Your Fool, altro pezzo con la firma di Little Walter, coma d'altra parte quella  I Gotta Go che pare fondere un po' di Off The Hook con I Wish You Would  portando gli Stones a casa dei primi Yardbirds.

Just Like I Treat You di Howlin' Wolf è della stessa matrice, le chitarre inseguono la sezione ritmica mentre l'armonica svolazza. Più lente sono la stupenda Blue & Lonesome  il cui big bang iniziale non tragga in inganno perché Jagger ad un certo punto pare piangere tanto è coinvolto in questa solitudine blu e All of Your Love di Magic Sam dove la West Side di Chicago torna a nuova vita grazie ad un inciso di armonica gustosissimo, a chitarre che se la sparano alla grande e al sapiente lavoro del pianoforte, qui non mi è dato di capire se Chuck Leavell o Matt Clifford.  

Rimane da dire di Everybody Knows About My Good Thing il cui titolo calza a pennello per portare di nuovo in cattedra Eric Clapton mentre il piano punteggia attorno ad un vago sentore di Little Red Rooster e Jagger canta come se volesse convincerci che lui è un vero bluesman e il bello è che  riesce nell'intento perché la grande sorpresa del disco è proprio lui .
 

Con Blue & Lonesome i Rolling Stones non fanno niente di trascendentale perché l'essenza del blues sta nella terra e nella vita a volte disperata delle persone, loro si impegnano, con una certa modestia vien da dire, ad omaggiare le proprie origini e le radici su cui sono cresciuti, dimostrando serietà e rinfrescando  le primitive passioni. Non è da tutti. Chapeau.

MAURO  ZAMBELLINI    Novembre 2016