sabato 25 agosto 2018

DIECI ESPERIENZE ESTATICHE

 
 

MILES DAVIS   BITCHES BREW    1969

"Avevo visto chiaramente una strada verso il futuro e stavo cominciando a seguirla, lo stavo facendo per me stesso, per quello che volevo e di cui avevo bisogno nella mia musica, pensavo che stavo facendo la stessa cosa di Stravinskij quando era tornato alle forme semplici". Con queste parole Miles Davis introduce la genesi di Bitches Brew album rivoluzionario che prefigura i paesaggi estatici di quello che sarebbe stato definito in modo semplicistico jazz-rock. Ne fanno parte difatti tutti i musicisti che dal jazz e dall'esperienza con Davis poi gettarono un ponte sul rock e sul funk: il sassofonista Wayne Shorter ed il pianista Joe Zawinul inventori di Weather Report, il chitarrista John McLaughlin ed il batterista Billy Cobham della Mahavishnu Orchestra, i bassisti Dave Holland e Bennie Maupin, il pianista Chick Corea ed il percussionista Airto Moreira creatori di Return To Forever, il batterista Jack DeJohnette. "Cominciammo la mattina presto nello studio della Columbia sulla 52ma strada e registrammo per tre giorni consecutivi in agosto. Avevo detto a Teo Macero, il produttore del disco, di non rompere i coglioni, di lasciare semplicemente acceso il registratore e registrare tutto quanto, senza venire a interrompere e fare domande. Io dirigevo come un maestro, una volta cominciato a suonare, e buttavo giù un po' di musica o dicevo all'uno o all'altro di suonare le varie cose che cominciavo a sentire man mano che la musica cresceva, che diventava un insieme". Il risultato è un trip electro-jazz-funk di incredibile energia e sensualità uscito prima come doppio album nel 1970, poi ridefinito in modo completo in The Complete Bitches Brew Sessions del 2004.

 

TRAFFIC       TRAFFIC  1968

L'estasi bucolica si consuma in un cottage di un gardiacaccia ad Aston Tirrold nel Berkshire, un luogo contornato da boschi di noccioli e pini. Sheepcott era ad un quarto di miglia dalla casa più vicina e per anni diventa il rifugio dei Traffic. Tappeti indiani furono piazzati vicino al camino per dare più atmosfera all'ambiente, teatro di conversazioni notturne sull'astronomia ed il Libro Tibetano dei Morti. Il folk si amalgamò coi ritmi latini e coi link jazz del flauto di Chris Wood, ammiratore di Rahsaan Roland Kirk e appassionato di musica africana e giapponese. Le percussioni di Jim Capaldi, la voce e le tastiere di Steve Winwood e le chitarre di Dave Mason fecero il resto. Non c'era acqua corrente né elettricità, sopperiva un generatore ausiliario, le lunghe session furono magiche ed irripetibili, in quel cottage in mezzo alle colline inglesi successe qualcosa di straordinario, Mr.Fantasy fu l'equivalente inglese di Music From A Big Pink e ancora meglio fece l'omonimo secondo album prodotto da Jimmy Miller nel quale il misticismo e il clima pastorale di quei giorni in campagna trovano sfogo in canzoni sublimi, complesse e semplici al tempo stesso, pure e raffinate,dove non esistevano barriere tra rock, jazz, musica etnica, pop e psichedelia color pastello. Feelin' Alright in tutto e per tutto.

 

NICK DRAKE   BRYTER LAYTER  1971

Il medesimo intreccio di folk e jazz esplorato dai Traffic del Berkshire lo si ritrova nel secondo album del tormentato songwriter inglese Nick Drake, anche se in questo caso l'ambientazione è prettamente urbana e notturna. Gli arrangiamenti di Robert Kirby valorizzano l'architettura musicale e poetica di Drake, la crema del folk anglosassone (Dave Pegg, Dave Mattacks, Richard Thompson) si accompagna a musicisti americani di talento (il batterista Mike Kowalski, il pianista Paul Harris) e l'ex Velvet Underground John Cale  con viola e clavicembalo scarabocchia il quadro con misurata bizzarria. Produce da maestro Joe Boyd un'opera che rasenta la perfezione assoluta e si distingue per la sua leggerezza e l'abbandono estatico che induce nell'ascoltatore, nonostante i testi parlino di alienazione urbana e delle potenzialità inespresse di una vita. Il cantato di Drake, incantato e malinconico ma di un candore irresistibile è la stella polare di un affascinante universo sonoro dove gli strumenti si accarezzano in ballad che hanno le virtù della grazia e del sogno. Una limpida chitarra acustica lascia spazio a sax e flauto, il clavicembalo e la viola si intrecciano con organo e pianoforte, basso e batteria nemmeno si sentono tanto sono lievi, arrangiamenti operistici si sovrappongono a pennellate di jazz e ad un folk progressivo. Il cielo del nord è qui rischiarato da una luce seducente.

 

MARVIN GAYE      WHAT'S GOING ON   1971

Potrebbe sembrare una bestemmia parlare di estasi per un album il cui contenuto nasce attorno al punto di vista di un veterano del Vietnam che torna in patria e si vede circondato da odio, sofferenze e ingiustizie. Temi riguardanti l'abuso di droghe, la povertà e la guerra si mischiano a tensioni interiori e alla paura di un mondo inquinato, alla deriva. Ma l'architettura dell'opera, un concept album dalla struttura ciclica con le tracce che fanno da introduzione alla successiva e quella finale riprende l'iniziale, e sopratutto il lirismo  che pervade tutto l'album, un soul avvolgente e orchestrale con sovrapposizioni di cantato, innesti di jazz, gospel e musica classica, fanno di  What's Going On un opera monumentale, un punto di non ritorno nella storia della soul music, ancora oggi stupefacente tanto è il potere di coinvolgimento e il benessere quasi sensuale che trasmette. Effetto quasi paradossale visto che tutto nasce dopo che un membro dei Four Tops, Renaldo "Obie"Benson, durante un tour fu testimone di un atto di violenza e brutalità da parte della polizia verso dei manifestanti pacifisti a Berkeley nel 1969. Tornato a Detroit raccontò l'episodio al songwriter Al Cleveland il quale ci scrisse sopra una canzone, rifiutata dai Four Tops perché considerata di protesta e non adatta al loro repertorio. Di tutt'altro parere Benson e Cleveland la rivendicarono invece come una canzone di amore ed incomprensione e la cedettero all'interessato Marvin Gaye il quale aggiunse una nuova melodia, cambiò alcune liriche, la abbellì e trasformò What's Going On  in una storia del ghetto divenuta un concept album.  Un album che ha segnato in modo indelebile la carriera di Marvin Gaye e ha indicato nuove strade nel sound della Motown.  

 

DAVID  CROSBY     IF I COULD ONLY REMEMBER MY NAME 1971

Il flusso di coscienza che accompagna le note e il cantato di questo disco ha del prodigioso, una illuminazione che ha incantato un' intera generazione. Mai disco ha avuto il potere di prefigurare un universo in cui la musica è amore e bellezza naturale. Certo fu necessario l' LSD ma che importa, come scrisse Elémire Zolla (1926-2002) scrittore, filosofo, storico delle religioni e conoscitore di dottrine esoteriche " la storia intima dell'uomo è fondata sulla successione degli stupefacenti", e allora If I Could Only Remember My Name dove già il titolo suggerisce uno stato "altro" in cui la mente se ne è andata dal corpo, è un trip di tale potenza estatica da lasciare senza fiato, magnificamente confusi dentro una dilatazione sensoriale di straordinaria intensità. Mistico, visionario, onirico ma pervaso da una incredibile immediatezza e spontaneità. Oggi può suonare come un'elegia del quadro idilliaco di una California di libera coscienza e di libero amore ma l'album va goduto come una lunga suite sonora, un susseguirsi di atmosfere e visioni, una sinfonia folk-rock di suoni sospesi e chitarre sognanti screziata di colori lisergici, con David Crosby accompagnato dall'intera comune artistica della Bay Area, dai Grateful Dead ai Jefferson Airplane, da Joni Mitchell a Neil Young e Graham Nash.

 

TELEVISION    MARQUEE MOON  1977

L'estasi newyorchese ha tutt'altri suoni, altre frizioni, distorsioni violente, nuove scenografie e sogni inquieti. Il popolo degli hippie è ormai un ricordo e LSD una droga non più di moda, nel 1977 tutto viene rimesso in discussione, il futuro ha colori plumbei, i Velvet Underground avevano prefigurato con anni d'anticipo la decadenza. Ma come qualche volta succede, per assurdo i tempi difficili generano creatività ed un tale Tom Miller, assunto il nome del poeta simbolista Verlaine si inventa una luna al neon attorno a cui far caracollare un acido suono chitarristico che azzarda un unione tra i Grateful Dead e i Velvet Underground. Singolare il risultato, una  psichedelia ferrosa intrisa di ossessioni metropolitane e schizzi poetici, frastagliata di arpeggi e voli di chitarre elettriche, quelle di Richard Lloyd e Tom Verlaine, capaci di disegnare un nuovo cosmo musicale. Marquee Moon  è un disco premonitore e spartiacque, profondamente legato alle estetiche sonore della seconda metà degli anni settanta (le produzioni della Ork Records)  ma proiettato in avanti. Patti Smith che con il leader dei Television ha condiviso relazioni sia sentimentali sia artistiche, ha detto " il suono della chitarra di Tom Verlaine fa pensare all'urlo di mille uccelli". La chitarra di Verlaine, infatti suona stridula, straniante, assecondando le tonalità gutturali del suo cantato da androide allucinato, ma altrettanto geniale è l'elicoidale fraseggio di Richard Lloyd, forgiante una struggente rivisitazione della vecchia psichedelia underground dentro gli scenari della new-wave.

 

SANTANA      CARAVANSERAI   1972

Ad altre latitudini l'estasi si tinge di tramonti roventi, notti di blu abbacinante, orizzonti tremolanti nel miraggio della calura sahariana. Le cicale cantano, le carovane avanzano lentamente sulle piste, il silenzio è  musica,  percussioni si rincorrono in una fusione ritmica morbida e avvolgente, le tastiere sono un tappeto dalle mille trame, e sopra il caravanserraglio si erge limpida, distinguibile, lirica la chitarra di Carlos Santana che qui suona come un vento del deserto raggiungendo l'apoteosi proprio in Song Of The Wind. E' l'ultimo album di Santana con l'organista Gregg Rolie e il chitarrista Neal Schon i quali formeranno i Journey l'anno seguente e a mio modesto parere assieme ai due primi lavori del messicano, Santana e Abraxas, è una delle perle della sua discografia. Un disco luminoso senza cadute pop-commerciali, pressoché strumentale perché l'abbandono sensoriale è qui dettato dal suono caldo e avvolgente, da intermezzi jazzati, da echi di mondi diversi e da una fusion che dall'America Latina ha fatto ritorno in Africa. Perfetto in ogni dettaglio e sfumatura, Caravanserai  riesce nell'obiettivo di sollevare l'ascoltatore in uno stato etereo con delle sonorità che sembrano scaturire naturali dalla terra e dal vento, un eccelso intreccio strumentale con le varie tracce legate tra di loro attraverso lo sfumare di un pezzo nell'altro,creando una unica grande suite di puro godimento.  

JOHN COLTRANE     A LOVE SUPREME  1965

Ma che diavolo sta suonando? , disse Miles Davis ascoltando una delle improvvisazioni che John Coltrane suonava sul palco dell’Half Note. Siamo nel pieno degli anni ’60, e il sassofonista era resident artist del club di Hudson Street. «Sembrava di stare in chiesa», ricorderà anni dopo Archie Shepp – musicista free e suo storico collaboratore – di quelle serate newyorkesi. A un certo punto, ha detto Dave Liebman, «la gente ha rivolto le mani verso il soffitto. Si sono alzati tutti in piedi, erano rapiti».  A Love Supreme è uno degli album che hanno cambiato la storia del jazz, c’è la musica, allo stesso tempo conclusione del periodo modale e prologo di quello sperimentale, c’è il testo, rappresentato dalla poesia-salmo che dà­ titolo al disco, inserita dal sassofonista nel libretto, e c’è la rivelazione religiosa. Tra il ’55 e il ’57, infatti, mentre suonava con il quintetto di Miles Davis, Coltrane sprofonda nella dipendenza da eroina che riuscirà a  a superare solo dopo un lungo periodo di solitudine nella sua casa di Philadelphia.

Nel 1957 sperimentai, per grazia di Dio, un risveglio spirituale che doveva condurmi a una vita più ricca, più piena. All’epoca, per gratitudine, chiesi umilmente di avere il privilegio di rendere felici gli altri con la musica. Mi sembra che mi sia stato accordato, rendo grazie a Dio”, si legge nelle note d’accompagnamento.

È un disco di spunti infiniti, per il sassofonista era una dichiarazione d’amore rivolta verso il cielo, per i giovani musicisti dell’epoca il manifesto espressivo totale.  L’album è diviso,, in quattro sezioni – Aknowledgement, Resolution, Pursuance e Psalm , tutte costruite sulla base di frasi molto semplici, sulle quali vengono innestate le jam vertiginose del sassofonista e dei musicisti del quartetto, vere e proprie cattedrali di suoni enfatici, quasi violenti. Accompagnato da Jimmy Garrison (contrabbasso), Elvin Jones (batteria) e McCoy Tyner (pianoforte), Coltrane disegna un viaggio mistico che culmina nel finale, dove il suo sax tenore si sdoppia in quella che per molti è l’improvvisazione definitiva, l'estasi per eccellenza.

 

THE ALLMAN BROTHERS BAND   LIVE AT FILLMORE EAST  1971

Si è scritto tante volte su queste pagine a proposito di questo disco, considerato da molti il più bel live nella storia del rock e del blues, un'opera destinata a far parlare di se per decenni, un doppio disco da cui emergeva  una band capace di mettere insieme la fantasia di Jimi Hendrix, la tradizione blues di Muddy Waters e le invenzioni del quintetto di Miles Davis di Kind of Blue  secondo una fluidità sonora che nessuno nel rock aveva mai ascoltato. Ma questa volta c'è di mezzo l'estasi e non la storia e allora la qui presente In Memory of Elizabeth Reed è cibo degli Dei, materia pesante, la chitarra di Richard Betts sembra un violino, l'organo di Gregg un'orchestra, Duane Allman è in cielo e la performance assume quelle modalità che i musicisti jazz cominciavano a definire fusion. Quell'approccio che derivava da Miles Davis e John Coltrane, in particolare dal loro lavoro in Kind of Blue.  Duane Allman confidò al giornalista Robert Palmer che quel modo di suonare in Elizabeth Reed proveniva da quell'album, lo aveva ascoltato così tante volte negli ultimi due anni che lo conosceva a memoria. Quello che Duane trovava accattivante era l'improvvisazione modale che Davis aveva sperimentato alla fine degli anni cinquanta, estendere gli assoli basandosi su una singola scala o una sequenza di scale, piuttosto che sulla progressione di un accordo. Questo concetto forniva grande libertà ai solisti per condurre la musica verso nuove direzioni, una libertà che la ABB fece propria. Gli assoli di Duane in Elizabeth Reed, Whipping Post e Mountain Jam furono tra le cose più inventive e creative della sua carriera di musicista e la sua collaborazione con Dickey Betts  raggiunse un livello di potenza ed emozione che finì col contagiare gli altri ed influenzare generazioni di musicisti. 

 

STAPLE SINGERS     BE ATTITUDE: RESPECT YOURSELF (1972)

 

Per spiegare che  "in tempi come i nostri, di rapidi mutamenti sociali, le canzoni aiutano a sincronizzarsi, a muoversi insieme allo stesso ritmo", Jules Evans, l'autore di Estasi: istruzioni per l'uso ovvero l'arte di perdere il controllo (Carbonio Editore), richiama questo fondamentale "affare di famiglia" che non può essere sottovalutato da chi ama la musica afromaericana in toto, qui nelle sue pieghe gospel e soul. L'estasi è qui un trance mistico e religioso, ma di quella religione che appartiene agli uomini di qualunque colore siano, la religione che avvicina sì al divino ma anche agli altri, alla bellezza, alla comprensione e al rispetto delle diversità, alla libertà di essere un cittadino del mondo senza barriere. L'apoteosi discografica degli Staples Singers la trovate in Faith and Grace: A Family Journey 1953-1976 , un box che da solo allarga e prolunga l'estasi all'infinito ma per chi non vuole trascendere in modo completo può bastare l'ascolto di questo superbo Be Attitude: Respect Yourself.

 

MAURO ZAMBELLINI



















mercoledì 1 agosto 2018

the MAGPIE SALUTE High Water I

 
 

Il fatto che nel titolo ci sia il numero uno sottintende che un secondo capitolo di High Water uscirà il prossimo anno e saranno quindi tre, live a parte, i dischi di questo collettivo che per formazione e stile prolunga a suo modo l'esaltante saga dei Black Crowes. Proprio il meno appariscente dei due Robinson, il chitarrista e cantante Rich, dopo qualche svolazzante disco a suo nome, si è impossessato dell' eredità dei corvacci ridando fiato a un rock strettamente legato agli anni settanta con schiamazzi di r&b sudista intinto nel bourbon. Dal vivo, e sono reperibili diversi bootleg,  i Magpie Salute assomigliano troppo ai Black Crowes, cover comprese, per destare un giustificato entusiasmo.  Per fortuna in studio Rich e compagni si ricordano di essere una band diversa e ampliano lo spettro sonoro incorporando armonie west-coast, ballate ariose e atmosfere acustiche dal tono pastorale e folkie. Riescono nell'intento di diversificarsi,  il miscuglio assortito e ben amalgamato rende High Water I meno dispersivo del già apprezzabile disco d'esordio, possiede unità e corpo e pur non negando l'esperienza più che decennale maturata dai tre fondatori della band (Rich Robinson, il chitarrista Marc Ford ed il bassista Sven Pipien) coi Black  Crowes,  allarga il campo, contestualizzando il contributo portato dal cantante John Hogg, dal tastierista Matt Slocum e dal batterista Joe Magistro .  High Water I è un disco godibilissimo di cui è facile lasciarsi irretire, per il sound solidamente anni settanta e per la semplicità con cui una materia strausata come il rock viene declinata in brani che rinfrescano e aggiornano una identità reinventata.  Il gioco riesce per la chimica instauratasi all'interno della band,  semplificazione strumentale di una convergenza e di un benessere collettivo che permette ai Magpie Salute di confermarsi arzilli continuatori di un rock classico di matrice southern.  Nonostante i sei abbiano scelto le montagne e i boschi di Woodstock come ritiro spirituale, cosa che si riflette un po' in tutto il disco.  High Water I inizia come l'album d'esordio ,  Mary The Gypsy  è un fiotto hard-rock registrato live ma già il seguente titolo, High Water,  emana una frescura differente.  Un impasto di chitarre acustiche portano nell'ovest i Magpie Salute e nello stesso tempo resuscitano quei modi da ballata pastorale che facevano capolino in Amorica. Non è l'unico momento bucolico, Walk On Water, altro riferimento all'acqua, ha chitarre acustiche ed una dolenza da ballata alla Tom Petty, For The Wind è una canzone folk con annesso sconquasso elettrico da Led Zeppelin del terzo album, You Found Me si spinge fino al country in compagnia di una lap steel e Open Up chiude le danze con le cadenze lente e sincopate, rette dal pianoforte di Matt Slocum, di un soul ibrido. 


Rich Robinson e John Hogg si dividono le parti vocali così da non annoiare e non far rimpiangere troppo Chris Robinson, lo stesso Rich risponde con la sua chitarre bluesy al più pindarico e psichedelico Marc Ford, un interplay che regala alla band fantasia e vivacità. Se il passato lo si ritrova nei pezzi più potenti, nella bella Send Me Omen dove si affacciano Led Zep e Free, nella caotica e muscolosa Take It All e nelle limpide chitarre di Can You See, il presente è sottolineato dalle tracce che premiano la ricerca dei Magpie Salute verso nuovi lidi. Sister Moon  dondola tra folk, Beatles e Paul Simon ed è il frutto dei racconti attorno al fuoco di John Hogg e Marc Ford durante un soggiorno di dieci giorni in una casa isolata nei boschi,  Color Blind, il cui testo riflette le difficoltà di integrazione vissute in gioventù a Londra da John Hogg, metà svedese e metà africano, è un modo per ricordare che i Rolling Stones non sono solo riff e fiammate rock-blues ma nel loro repertorio si ritrovano anche delizie come Winter. Inoltre l'assonnato ragtime un po' Kinks-style di Hand In Hand aggiunge un altro elemento alla strada che i Magpie Salute ( il cui nome indica nella   superstizione inglese una gazza che porta buone nuove) hanno imboccato.

Dai Corvi Neri alla Gazza del buon augurio, la continuità non è solo ornitologica ma il frutto di un lavoro in cui il passato è ancora motivo di ottimo rock basta suonarlo con la sensibilità e la verve di musicisti che hanno mantenuto intatto il loro entusiasmo.  High Water I ha la limpidezza dell'acqua di fonte e la bruciante elettricità di una band che possiede tecnica e feeling da vendere.

MAURO  ZAMBELLINI  



lunedì 23 luglio 2018

LITTLE STEVEN and The Disciples of Soul SOULFIRE LIVE !


Un live perfetto in anni in cui questo formato appartiene solo agli artisti del passato, come lo è Miami Steve Van Zandt alias Little Steven, pressoché gli unici a riscaldare il presente con concerti che non si dimenticano facilmente e riportano in auge la gioia del rock n'roll. Little Steven non è uno qualsiasi, è autore, cantante, musicista, produttore, arrangiatore, conduttore radiofonico, talent scout, attore cinematografico, è quello che si dice un artista a tutto tondo con una conoscenza  enciclopedica della musica, dal rock n'roll al jazz, dal soul al R&B, dalla psichedelia al garage. Soulfire del 2017 lo ha riconsegnato alla musica dopo anni in cui si era diviso tra il cinema e la E-Street Band ed è stato un grande ritorno, quasi impensabile, coronato da un tour entusiasmante che lo ha visto più volte sui palchi della nostra penisola. Concerti incredibili con una big band di musicisti e coriste in grado di evocare le grandi revue del soul e del r&b, snobbati dalla marea degli springsteeniani d'Italia, capaci di inseguire il Boss in vacanza sui nostri laghi e nostri mari in cerca di un selfie ma di disertare l'artista che ha creato il Jersey Sound. Speriamo che gli stessi si accorgano dell'uscita di questo potente triplo live che di fatto traduce con una qualità audio eccellente ed una performance da leccarsi i baffi (chi li ha)i concerti del suo tour ancora in corso. L'ossatura dello show è il materiale di Soulfire ma cover e vecchi titoli dei dischi di Little Steven completano un quadro ampio, vario e colorato che, grazie alla competenza, all'amore e alle dettagliate presentazioni dell'autore,  si trasforma in un epico ed elettrizzante viaggio attraverso la storia del rock n'roll, del soul e del r&b americano. Zeppo di citazioni e dettagli sull'origine e la genesi delle singole canzoni, Soulfire Live! è uno di quei dischi di cui se ne sentiva un gran bisogno, per rievocare la stagione dei grandi dischi live, in primis gli anni settanta, e per rinfrescare un sound, il Jersey Sound, ormai passato di moda ma ancora in grado di entusiasmare, divertire, eccitare, uno sfavillante party della musica americana tra rock bianco e black music, una festa per le orecchie e il cuore. Little Steven è il capitano di una ciurma di pirati, i Discepoli dell'Anima, che mettono a ferro e fuoco il soul di James Brown e quello di Marvin Gaye, il r&b di Etta James ed il rock-soul degli Electric Flag, gli album di Southside Johnny ed il rock sporco e suburbano degli uomini senza donne. Magnifico ed esaltante, dall'introduzione di Mike Stoller, uno dei grandi autori assieme a Jerry Leiber della musica americana del secolo passato, al potente attacco di Soulfire  che infila la sequenza originale del disco in studio con I'm Coming Back e Blues is My Business, versione di oltre nove minuti e cover di Etta James, per arrivare alla magia di Love On The Wrong Side of Town, canzone scritta per Southside Johnny, e a Until The Good Is Gone, pescata dal suo album del 1982 Men Witout Women, riproposta in una lussureggiante versione con un lungo talkin' nel mezzo ed esplosione finale. Da quell'album vengono ripescati anche Angel Eyes , Forever, la struggente Princess of Little Italy mentre da Voice of America arrivano Solidarity, Checkpoint Charlie, I'm A Patriot , Out Of Darkness, e Bitter Fruit esce da Freedom No Compromise. Tutto risuona potente con un'enfasi da straordinaria ma non accademica lezione di musica dove il rock delle chitarre si fonde coi fiati e le coriste del r&b, e le tastiere dell'ex Youngbloods Joe "banana" Bauer tessono un sottofondo di cui Booker T andrebbe fiero. Little Steven canta come nei tempi eroici della E-Street Band , gli arrangiamenti sono regali, nella ballad Some Things Just Don't Change prima di omaggiare l'amico Southside Johnny per cui aveva scritto questa canzone (era su This Time It's For Real) cita Stevie Wonder, le Marvelettes, i Temptations, Marvin Gaye, Detroit, mentre nella lunga e sincopata Down and Out In New York City parlando di blaxpointation ricorda James Brown, Curtis Mayfield, ancora Marvin Gaye prima che i soul horns inscenino una coreografia funky- jazz di grande effetto. Alla festa non potevano mancare le black radio degli anni sessanta, i dj, il doo-wop, The City Weeps Tonight è una sinfonia urbana nata in quegli anni mentre Standing In The Line of Fire è una scudisciata rock scritta con Gary U.S Bonds,  altro suo eroe del passato.

Le influenze terzomondiste sono sbrigate con il reggae di Solidarity e di I'm A Patriot  e il dub di Leonard Peltier, l'episodio che mi piace meno dello show e ne smussa un po' la tensione ma con gli Electric Flag di Groovin' Is Easy, ennesima prova della sapienza da nicchia musicale di Little Steven, e le fiondate di Ride The Night Away con cui mette in campo il rock da E-Street Band del favoloso Better Days, lo show si invola verso l'apoteosi finale. Dancing in the streets non c'è ma si balla lo stesso nella strade multicolori di Bitter Fruit, salsa rock con spezie portoricane mentre Forever è la sintesi perfetta di quel sound nato attorno a Southside Johnny, Bruce e Little Steven, le chitarre rock, il coro soul, i fiati r&b, le tastiere in mezzo e la voce da ultima spiaggia invocante una possibile salvezza.  In coda e per finire alla grande ci stanno Checkpoint Charlie, più bella oggi che ieri, e soprattutto I Don'want To Go Home,  titolo del primo album di Southside Johnny, e Out of Darkness a chiudere uno show lungo, romantico e travolgente, fotografia di una musica che Little Steven ancora oggi contribuisce a rendere immortale.
Il disco è uscito nelle piattaforme digitali il 27 aprile e il 31 agosto sarà disponibile in triplo CD.

MAURO  ZAMBELLINI    LUGLIO 2018

venerdì 11 maggio 2018

JOHN MELLENCAMP PLAIN SPOKEN from the Chicago Theatre


Una produzione discografica iniziata nel 1976, ventitre dischi in studio e diverse antologie, altri musicisti avrebbero inondato la propria discografia di live ma Mellencamp si è sempre rifiutato di assecondare la logica di inscatolare in un box l'esibizione di una sera, reputando impossibile catturare quello che uno fa sul palco. Difatti di live ufficiali John Mellencamp ne contava fino ad ieri solo due, quel Live at Town Hall con cui nel luglio del 2008 portò in scena Trouble No More salvo aggiungervi la cover di Highway 61 Revisited e i suoi classici Small Town, Pink Houses e Paper In Fire, e un mini CD del 2009 con otto titoli di Life Death Love and Freedom. Purtroppo manca nell'ufficialità una degna testimonianza live degli anni ottanta, il suo periodo più selvaggiamente rock, e per ovviare bisogna ricorrere a qualche bootleg, chi scrive consiglia un live da Bloomington nel 1984 e uno da Boston nel tour americano del 1989. E' quindi benvenuto Plain Spoken cronaca di un concerto tenuto il 25 ottobre 2016 a Chicago nel corso del tour omonimo, disponibile nei plurimi formati CD, DVD e Blue-Ray. La serata è di quelle eleganti, teatro pieno di belle signore accomodate ai tavolini con tanto di bicchiere di vino davanti, pubblico agè benestante e politicamente corretto, luci soffuse e band vestita per l'occasione in nero, come ad una serata di gala. Quanto sono lontani i tempi di little bastard e del rollingstoniano Uh-Uh ma tutto si può dire tranne che Mellencamp abbia abdicato. Non ha perso il suo naturale caratteraccio, quando venne in Italia se ne ebbe una dimostrazione e con gli anni è diventato sempre più caustico, politico, giustamente polemico con chi amministra il suo paese, tanto che a mio modo di pensare, visto le levigature folk guthriane del suo rock e le sue canzoni non certo accomodanti, risulta essere il miglior Dylan attualmente in circolazione. Please, non scannatemi, Dylan come autore di testi e musica rimane insuperabile ed unico, ma quel modo scricchiolante, a volte arruffato ed imperfetto di suonare e cantare, legato alle radici e a Woody Guthrie, dove il folk incontra il rock secondo una strumentazione che fonde l'elettrico con le chitarre acustiche e l'hillbilly del violino e della fisarmonica, oggi ha in Mellencamp il suo interprete più godibile e maturo, anche perché in un suo concerto le canzoni le si riconoscono, li si vivono per quello che sono e sono state, trasmettono una emozione ancora viva non avendo vergogna di portarsi appresso il passato facendoci ricordare i tempi in cui abbiamo cominciato ad amare la musica del piccolo bastardo. Anche il look di Mellencamp e della band ricorda l'"orchestra" di Mr. Zimmerman, abiti sobri, scuri, camicie bianche, una sorta di band del vecchio Testamento, come The Band nelle copertine dei loro primi dischi. E allora godiamoci questo Mellencamp di Chicago che nel film originale regala  frammenti della sua storia con narrazioni sulla sua gioventù, i suoi inizi musicali, i suoi rapporti con la famiglia e col music business, qualche frecciata politica. Più che un concerto un documentario pur essendo la musica e l'esibizione al centro del progetto. Un documento ed un disco molto belli, esplicativi del cammino fatto da Mellencamp, uno a cui l'età avrà probabilmente tolto qualcosa della sua originaria spregiudicatezza rock ma l'ha arricchito di profondità, realismo, indipendenza di vedute, coerenza, coraggio politico. Tanto di cappello, tanto più che questa sua maturità si accompagna ad una musica evocativa in cui tutte le espressioni della musica americana sono rappresentate. Da quella folk declinata secondo lo stile da ballata rock del songwriter americano classico, e tutta la prima parte ne è portavoce, dai due titoli con cui inizia lo show, LawlessTimes e Troubled Man, unici estratti da Plain Spoken, a quella intimista dello storyteller voce, chitarra acustica e pianoforte, la voce rotta dall'emozione in The Longest Days , la raucedine waitsiana nella stravolta The Full Catastrophe dove l'artista col solo microfono ed un fazzoletto in mano sembra colto in una posa da chansonnier all'Olympia come fosse il DeVille della copertina di Where The Angels Fear To Tread. Dal corale country di My Soul's Got Wings raggiunto sul palco da Carlene Carter, e l'inaspettata Overture, un intreccio di musica strumentale tra classica e Appalachi, a quella ruvidamente  R&B con cui, sbarazzatosi della chitarra acustica,  Mellencamp si ricorda della sua passione per James Brown e fa il soulman in Authority Song, in Pop Singer e Check It Out, fino a quella rock nelle dure e toste Rain On Scarecrow, Pink Houses e Cherry Bomb. Un Mellencamp completo, un concerto diviso in tre parti, la prima (comprendente anche Minutes To Memories,  una versione di Smalltown che incrocia John Prine, T-Bone Burnett e Springsteen, una Stones In My Passway virata Delta blues dalla slide di Andy York), improntata sul suono dei suoi ultimi album, con ampio sfoggio del violino di Miriam Sturm, il contrabbasso di John Gunnell, la fisarmonica e le tastiere di Troye Kinnett, un intermezzo centrale acustico ed un finale rock dove Gunnell imbraccia il basso elettrico, Dane Clark picchia con più convinzione e Mike Wanchic e Andy York salgono in cattedra con le loro chitarre.

Serata elegante ma che musica ragazzi.

 

MAURO ZAMBELLINI   MAGGIO 2018

sabato 24 marzo 2018

RORY GALLAGHER working man blues


Continua a vivere Rory Gallagher, nel ricordo dei tanti estimatori sparsi in tutto il mondo, nelle centinaia di band che suonano imitando il suo sound e i suoi assoli, nei festival che ogni anno, in primis quello di Ballyshannon, rievocano le sue gesta, la sua musica, la sua onestà, la sua indipendenza. Un bluesman fuori dagli schemi, amato dal pubblico, spesso trascurato dalla letteratura ufficiale del rock, un artista che ha dedicato tutta la sua vita alla musica in modo totale e completo, fino alla prematura morte nel 1995. Non si sposò mai e non ebbe figli, visse in solitario e con l'umiltà, l'orgoglio e la tenacia di un working class man,  trascorse la vita sui palchi, in tour e nelle sale d'incisione forgiando una personalissima contaminazione tra blues, rock e folk, uno stile che grazie all'enorme talento chitarristico ed una voce dolce e sofferente, diventerà l'archetipo dell'irish rock/blues, uno stile differente dal classico american blues da cui traeva influenze, in primis Muddy Waters e Big Billy Broonzy, e dal British blues che lo circondava.  Irlandese del Donegal, è nato a Ballyshannon il 2 marzo del 1948, William Rory Gallagher concentra in sé la purezza del bluesman autentico e la tenacia del rocker, l'intensità della birra scura irlandese e del whiskey, di cui fu fervente ammiratore, ed il cuore di un popolo temprato alle ingiustizie, alle sofferenze e all'emigrazione. Nei suoi quarantasette anni di esistenza Gallagher ha portato l'irish stout blues in giro per il mondo nonostante la paura di volare, ha venduto oltre venti milioni di dischi, si è esibito nei giorni difficili e pericolosi del conflitto nord-irlandese quando gli altri si tenevano alla larga da Belfast e Londonderry, e già visibilmente malato ha continuato da vero celtic warrior il suo never ending tour  fino a collassare a Rotterdam in Olanda nel gennaio del 1995,  nell'ultimo suo show.  Ospedalizzato a Londra venne sottoposto, due mesi dopo, al trapianto di fegato, danneggiato dalla combinazione di alcol e sedativi che l'artista assumeva per vincere la sua fobia di volare. Tredici settimane di cure intensive sembrarono aprire uno spiraglio di luce ma una infezione improvvisa  peggiorò irrimediabilmente il suo già precario stato di salute ed il 14 giugno del 1995  Rory Gallagher se ne andò per sempre. Quindici mila persone invasero le strade di Cork nel giorno del suo funerale, ancora oggi un annuale festival a Ballyshannon celebra la sua figura di uomo e musicista, una icona della cultura popolare irlandese, un musicista indipendente mai compromesso col business .
 

 

Capelli lunghi,  basette pronunciate,  sguardo dolce, l'immancabile camicia a quadri ed il giubbetto jeans, e soprattutto la sua amata Sunburst Fender Stratocaster del 1961 con la cassa scrostata dal sudore di migliaia di esibizioni, assurta a totem del suo incendiario rock-blues, sono gli elementi distintivi di un grande musicista, un  autodidatta che inventò uno stile chitarristico asciutto, appassionato, nervoso e lirico, rimanendo un tipo semplice e alla mano anche nel momento del più grande riconoscimento. La sua devozione al genere gli regalò riconoscimenti e stima da tutti i più grandi, Eric Clapton lo citò come uno dei responsabili del suo ritorno al blues, i Rolling Stones tentarono di ingaggiarlo per sostituire Mick Taylor, fu una influenza fondamentale su diverse generazioni di chitarristi, il classico  enfant prodige che a nove anni ha già in mano la chitarra e si destreggia con l'ukulele. Una storia lunga comprendente un periodo glorioso coi Taste, un trio nato sull'onda dei Cream e della Jimi Hendrix Experience (a proposito, quando a Wight nel 1970 un giornalista chiese a Hendrix come si sentisse ad essere il più grande chitarrista in circolazione, lui rispose di rivolgersi nel camerino a fianco dove c'era Rory Gallagher) ma che qui tratta esclusivamente il suo periodo solista visto che in questi giorni 17 suoi dischi sono ristampati rimasterizzati in CD ed in vinile ad un prezzo davvero economico. Un motivo per fare un po' di luce sulla sua discografia. 


 

l suo esordio solista risale al 1971,  l'omonimo Rory Gallagher primo disco di questo lotto d ristampe. Copertina nera come il disco esordio di Johnny Winter,  l'album  è un ottimo biglietto da visita. Ci sono classici del suo guitar riff, ereditati dal periodo coi Taste ma rivolti a nuovi orizzonti. Sono Hands Up e Sinner Boy cavalli di battaglia dei suoi live show, e Laundramat che racconta il periodo in cui i tre Taste abitavano in un monolocale a Earls Court a Londra nel cui seminterrato si trovava una lavanderia. Ma altrettanto significative sono la introspettiva I Fall Apart con la Fender in gran spolvero,  Wayne Myself Goodbye altro tour de force acustico con il pianoforte di Vincent Crane (Atomic Rooster, Arthur Brown, Dexy's Midnight Runners) che strimpella alla New Orleans, e It's You, venata di country dal mandolino e dalla pedal steel, un rimando  a Lonnie Donegan e allo skiffle degli esordi.  Completano il quadro gli omaggi ai suoi miti Muddy Waters, con il quale registrerà l'anno dopo London Session,  e Otis Rush attraverso Gypsy Woman e It Takes Time. Il suggestivo episodio acustico di Just Smile risente dell' influenza del folk inglese (in primis i Pentangle) degli anni 60 e 70.  Per concludere Can't Believe It's True è uno sguardo verso il jazz, qui Gallagher è alle prese col sassofono, uno strumento che solo occasionalmente sarà usato nelle sue registrazioni.
 
 Il secondo capitolo della sua avventure  si intitola Duece ed è un altro must. Registrato ai Tangerine Studios di Dalton, nella parte settentrionale di Londra, fondati dal leggendario Jon Meek, vede all'opera gli stessi musicisti dell'esordio ovvero l'esuberante bassista Gerry McAvoy, vero alter-ego di Rory, ed il batterista Wilgar Campbell in un trio che non fa sconti e cerca di tradurre in studio il feeling e la forza espressi nei live show. Come si vede il format a tre è simile a quello dei Taste ma Gallagher è libero di agire come vuole usando chitarra, slide e mandolino, passando dall'elettrico all'acustico, dal blues al folk senza rendere conto a nessuno. L' album inizia in modo superbo con le confessioni di un troubadour in perenne viaggio con la musica, nelle stanze degli hotel di I'm Not Awake Yet, una sorta di ballata venata di nostalgia dove spicca la voce abbandonata e la chitarra acustica in chiave folk. In Used To Me le linee di chitarra compongono un'atmosfera spagnoleggiante mentre la magnifica There's A Light , mostra ancora influenze jazz e l'interesse per Charlie Christian. Should've Learnt My Lesson è puro Chicago blues alla maniera di Buddy Guy, In Your Town ha strette parentele con i Thin Lizzy e la loro Jailbreak, Crest of A Wave è uno strepitoso esercizio di slide e Out Of Mind è un affondo acustico nei paesaggi della musica degli Appalachi di Doc Watson. Registrato in modo da esaltare il carattere ruvido e terreo degli spettacoli dal vivo, Deuce vende 17 mila copie, una cifra considerevole che però lascia deluso l'artista. Andrà molto meglio  Live In Europe , primo disco ad entrare nella top ten e ultimo disco con l'iniziale formazione a tre con McAvoy e Campbell. Raccoglie registrazioni effettuate durante un tour effettuato nel febbraio e nel marzo del 1972 in Germania, Belgio e Olanda e cattura l'essenza delle loro live performance. Molto amato dai fans al pari di Irish Tour 74 il disco venne pubblicato nello stesso anno del tour. L'album si apre con un grande omaggio al blues, Messin' With A Kid di Mel London è una delle registrazioni targate Chicago di Buddy Guy mentre al polo opposto I Could've Had Religion  rievoca lo stile primordiale dei Reverendi Robert Wilkins e Gary Davis con una morbida introduzione di chitarra e armonica ed un  lento andamento delle dodici battute. Anni più tardi Bob Dylan mostrerà interessamento verso questa canzone credendola un blues tradizionale ed ignorando il vero autore, Rory Gallagher. In Going My Hometown l'autore cita la famosa casa automobilistica Ford, allora presente con le sue fabbriche nell'amata Cork, Pistol Slapper Blues è un altro dei suoi stupendi ed innumerevoli country-blues acustici mentre Bullfrog Blues e Laundromat  sono due dei  cavalli di battaglia del suo set dal vivo.

Le cose cambiano col terzo album in studio, Blueprint registrato in sole due settimane e pubblicato all'inizio del 1973. Assieme a Gallagher e Mc Avoy ci sono adesso Rod De Ath alla batteria ed il tastierista e chitarrista Lou Martin, entrambi provenienti dai Killing Floor. Il quartetto rimarrà assieme per cinque anni, l'introduzione di un pianista abbellisce il sound, il power trio  degli inizi si arricchisce di sfumature che non intaccano l'essenza della musica di Gallagher, saldamente legata al blues. Ma Daughter of The Everglades, uno dei vertici melodici del suo vasto repertorio, è un saluto alla swamp music della Louisiana (anche se le Everglades sono ubicate in Florida) che Rory renderà tangibile in Fresh Evidence  con un tributo a Clifton Chenier, il re dello zydeco, e  Seventh Son of a Seventh Son prende spunto dai poteri sopranaturali del guaritore della tradizione folk irlandese Finbar Nolan con una orchestrazione( tastiere) ed uno sviluppo piuttosto anomalo per lo stile del nostro. Blueprint è un'altra delle perle discografiche dell'artista di Cork,  attuale ancora oggi nella sua classicità e nelle sue diverse sfaccettature, da quella più strettamente rock style di Hands Off  a quella più raffinata di Banker's Blues scritta da Big Bill Broonzy e arricchita dallo squisito pianismo barrelhouse di Lou Martin,  dalla scalpitante Race The Breeze, un Delta blues costruito sul ritmo dei vecchi treni merci, al brillante strumentale acustico Unmilitary Two-Step, fino al delicato e pacato soul di If I Had A Reason .

Il momento prolifico ed il mood creatosi con Blueprint invoglia Gallagher a ritornare quasi subito al lavoro, il nuovo album nasce nelle prove effettuate in un club di Cork, e poi trova completezza ai Polydor Studios con la produzione dello stesso artista. Sebbene l'ampia discografia di Gallagher consenta diversi lavori memorabili, ogni fan ha le sue predilezioni, personalmente tra i suoi album di studio Tattoo è uno dei  miei preferiti, occupa un posto privilegiato nel mio cuore ed è difficile dire il perché visto che le differenze coi dischi precedenti non sono così evidenti. Ma almeno quattro/cinque tracce sono ad un livello eccelso, la supplicante Tattoo's Lady con cui si apre il disco e la seguente cruda e autobiografica Cradle Rock dove l'irlandese accende la sua bottleneck in un R&B di rara potenza, accompagnandosi con l'armonica e sostenuto da una sezione ritmica in cui Gerry McAvoy si muove come un indemoniato, pompando un basso micidiale. Non si può rimanere indifferenti alla bellezza di 20:20 Vision, un altro dei raffinati numeri acustici di Rory nello stile di Davy Graham, un folksinger molto amato dal nostro , o non cogliere le sfumature jazzy di They Don't Make Them Like You Anymore dove chitarra e pianoforte suonano all'unisono, e bearsi dell'emozionante incalzare di A Millions Miles Away, uno dei brani in assoluto più amati del nostro. E ancora sentirsi sballottati tra il Delta e Chicago con Who's That Coming  con il dobro e la bottleneck che dettano legge. Ce n'è a sufficienza, compresa la bonus track Tucson Arizona estratta dal repertorio di Link Wray, per decretare Tattoo uno dei più riusciti e apprezzati album di studio di Rory Gallagher, il cui materiale sarà l'ossatura dei concerti del tour irlandese del 1974, incensato nell'originale album doppio di quell'anno e celebrato in maniera completa con l'edizione in 7 CD più il DVD del 2014 dove sono raccolti tutti i concerti di Cork, Dublino e Belfast. Più di due milioni di copie vendute, performance da far accapponare la pelle, il coraggio di un artista che nei momenti bui di una sanguinaria guerra civile non ebbe paura di ritornare nell'amata Irlanda del Nord, dove qualsiasi artista si teneva alla larga, ed incurante dei pericoli del terrorismo, accendere il cuore ed emozionare col suo sanguigno, appassionato e sincero rock/blues centinaia di giovani cattolici e protestanti che riempirono il Belfast Ulster Hall. Un vero working class hero, un uomo ed un artista unico, personaggio simbolo di un rock ancora espressione di sentimenti popolari come l'uguaglianza, la tolleranza, la fratellanza. Adesso viene ristampato l'originale album con dieci brani, ma il mio consiglio è quello di portarsi il box del 2014 con tutti i concerti.

 

Il settimo album di Rory Gallagher Against The Grain, il cui titolo allude ai contrasti tra l'artista e l'industria discografica la quale sempre gli richiese singoli di successo ed una maggiore commercialità, esce in un momento in cui la popolarità dell'irlandese negli Stati Uniti è lievitata fin a tal punto che la stampa lo accosta ad Eric Clapton ed Alvin Lee. L'album segna il passaggio alla Chrysalis e ad un sound più duro, cosa  che piace molto al pubblico americano. Diversi brani, a cominciare dalla furente  Souped-Up Ford e dal riff mainstream di Let Me In  battono questa strada ma ciò non priva  l'album di spunti interessanti, e sono la maggioranza, come la rivisitazione straight-rock n'roll di un brano di Sam & Dave (I Take What I Want), come la introspettiva Lost At Sea dove Gallagher descrive gli effetti della solitudine, come All Around Man dei Mississippi Sheiks trasformato in uno sporco blues, come la ballata in puro stile americano At The Bottom, come il country rockabilly di My Baby, Sure, come la strepitosa rivisitazione di Out On Western Plain di Leadbelly. In definitiva un album molto più americano dei precedenti ma ugualmente nobile. 





L'ultimo album con la formazione a quattro con Mc Avoy, Martin e Rod de Ath esce nel 1976 e per la prima volta Rory Gallagher si fa aiutare da un produttore esterno, il bassista dei Deep Purple Roger Clover perché l'intenzione è quella di continuare sulla strada inaugurata da Against The Grain, indurire il sound in senso hard-rock-blues. Per fare ciò va a registrare Calling Card al Musicland di Amburgo sottolineando quel feeling con la Germania che le numerose apparizioni al Rockpalast hanno instaurato. La sinergia che la band ha sviluppato dopo anni di concerti è garanzia di feeling ed  è ancora  in grado di regalare  pezzi da novanta. Dall'adrenalinico boogie woogie di Country Mile al riff hard-rock di Moonchild tenuto in coordinate dall'intricato fraseggio chitarristico e dalla bella melodia, dalle tinteggiature jazzistiche di Calling Card con un interplay tra la chitarra di Roy ed il pianoforte di Martin davvero straordinario, a quella Edged In Blue che nelle intenzioni avrebbe dovuto essere un singolo per sbancare le classifiche Usa, idea poi declinata. Un primo piano lo meritano  anche Jack -knife Beat il cui ritmo funky era un omaggio ai Little Feat, band molto ammirata da Rory, la dolce ballata Where Was I Going To? aggiunta come bonsu track, l'acustica Barley & Grape Rag,  e Secret Agent un rock frutto della passione di Rory per la letteratura noir.  L'amore che Gallagher nutriva verso il noir ed il poliziesco pareva un riflesso della sua vita solitaria e appartata ( gli ultimi anni li passò vivendo in un hotel sopra l'attracco di Chelsea), quasi una identificazione con i personaggi dei romanzi di Lawrence Block e Raymond Chandler. Amava quel tipo di detective solitario e con la scimmia sulla schiena dell' alcol, in una città scura e pericolosa, e se nella versione americana prediligeva le storie hard-boiled, in quelle europee lo affascinavano spie, agenti segreti, intrighi. Diverse le canzoni scritte con questo umore,  oltre a Secret Agent  vale la pena ricordare Sinnerboy, Big Guns, The Devil Made Me Do It, il poderoso jam-blues B Girl cantato con uno sprezzo da bassifondi, roba da far impallidire le migliori band americane, Kickback City,  Continental Op, Off The Handle.

 

Ma c'è un altro aspetto decisamente affascinante e talvolta sottovalutato nella musica di Rory Gallagher, la sua bravura con la chitarra acustica ed il mandolino, il suo amore per le forme tradizionali della musica popolare. Forse è solo col passare degli anni che la portata e l'immensa ricchezza dell' opera di Gallagher può essere valutata in tutta la sua reale bellezza, quello che Gallagher ha lasciato alle spalle è una eredità di registrazioni che dentro una scabra purezza di forme celano un oceano di sentimento, un approccio spontaneo ad espressioni come il folk, il country, il jazz, usate per nutrire e personalizzare il suo blues trasformandolo in quello che lui definiva a good, vintage ethnic sound, un linguaggio del corpo e dell'anima che riversava sul suo pubblico con una media di 300 gig all'anno, fradicio di sudore e passione e con una devozione al  110% . Un eroe  sempre pronto a dare qualcosa in più. Arrivava il periodo natalizio e mentre gli altri musicisti non vedevano l'ora di staccare la spina per riposarsi e stare in famiglia, lui si imbarcava come un umile ed antico bardo in improvvisati tour nell'Irlanda rurale. Rory Gallagher era un operaio della musica che andava dove la musica lo chiedeva.  Sono le sue radici musicali a testimoniare quanto ampia fosse la sua fame di musica e la sua umanità.

Nel 1984 Gallagher suonò in una serie di show in compagnia di talenti del folk quali Juan Martin, Richard Thompson, David Lindley ed uno dei brani suonati, Flight To Paradise, una sorta di duello chitarristico tra Rory e Martin è finito nell'album postumo Wheels Within Wheels, assieme alla collaborazione tra Rory e Bert Jansch in She  Moved Thro' the Fair/An Crann Ull e a Bratacha Dubha dove Gallagher è in compagnia di Martin Carthy, Chris Newman e Mairie Ni Cathasaigh. Un  disco postumo pubblicato nel 2003 e adesso ristampato, dove viene esaltato il lato folkie di Gallagher, la sua bravura con la chitarra classica, la National, il mandolino e la mandola elettrica,  un disco di arte povera, il suo riconoscimento verso quel mondo folk e tradizionale che amava tanto. Wheels Within Wheels  è un disco meraviglioso anche se poco conosciuto e raccoglie registrazioni effettuate in località diverse tra il 1974 e il 1994 con Martin Carthy, Bert Jansch, Lonnie Donegan, Juan Martin, i Dubliners, un aspetto meno spettacolare ma altrettanto suggestivo di Gallagher con affondi nel folk tradizionale irlandese, nel flamenco, nel blues prebellico, nello swamp-blues e nello skiffle. Consigliatissimo.

 



Tra le pubblicazioni postume ora ristampate un posto di rilievo lo occupano il doppio CD BBC Sessions (1999) e Notes from San Francisco. La radio ha costituito per Gallagher una delle sue fonti di apprendimento e conoscenza musicale, l'artista ha sempre nutrito verso la BBC una sorta di rispetto per l'ispirazione che ha ricevuto nell'ascoltare le sue trasmissioni quando il blues ed il jazz erano merce da carbonari. Le registrazioni radiofoniche per la BBC furono un modo per Gallagher per farsi conoscere da un pubblico diverso da quello dei suoi show, era così legato alla BBC che capitava che nel mezzo di un tour Rory raggiungesse Londra per registrare, tanta era la considerazione che attribuiva a quelle apparizioni. Il doppio CD, uno in studio ed uno in concerto, sintetizza le tante ore registrate per l'emittente inglese. Il disco in studio è un'autentica festa del primo Gallagher (la maggior parte del materiale si riferisce agli anni 1971-1974), il disco in concert riporta incisioni di proprietà della BBC avvenute tra il 1977 ed il 1979 in locali quali l'Hippodrome, l'Hammersmith Odeon, il Paris Theatre di Londra, il Venue e una hall di Leicester. Diversa invece l'origine di  Notes from San Francisco  una registrazione del novembre del 1977  uscita postuma solo nel 2011. Una vicenda rimasta per anni negli archivi.  Dopo aver completato un tour mondiale di oltre sei mesi, Gallagher  era volato a San Francisco con la sua band  (Lou Martin, Gerry McAvoy, Rod de'Ath) per lavorare col produttore Elliott Mazer, noto per i suoi lavori con Dylan, Janis Joplin, The Band. Rory attendeva questa occasione da tempo ma il risultato non fu pari alle aspettative, non tutto girò giusto, ci furono incomprensioni con Mazer, e Gallagher non rimase soddisfatto di quelle registrazioni, sciolse la band che stava con lui da cinque anni e il disco non fu pubblicato. Prima di morire ritornò sui suoi passi, intenzionato a rimixarlo e a farlo uscire ma non ne ebbe il tempo. Per fortuna il lungimirante fratello Donal ha fatto sì che nel 2011 quelle session venissero rese pubbliche col titolo esplicito di Notes from San Francisco. E lì si ritrovano alcune delle tracce che sarebbero state l'ossatura di Photo-Finish ( Mississippi Sheiks, Overnight Bag, Cruise On Out, Fule To The Fire, Brute Force &Ignorance) disco del 1978  che  sancisce il ritorno al power-trio dei Taste con il fido McAvoy affiancato da Ted McKenna alla batteria. Immediatamente dopo aver scartato il lavoro con Mazer, Gallagher si fratturò un dito della mano, stette qualche tempo inattivo ma lasciata  San Francisco raggiunse la Germania, una piccola località vicino Colonia e con l'aiuto dell'ingegnere Alan O' Duffy, un irlandese che aveva lavorato con i Kinks, con Paul McCartney, Clapton e gli Stones  portò a termine il lavoro iniziato in California, che intitolò Photo-Finish per averlo consegnato all'ultimo momento alla casa discografica.
 

Fino al 1981 la band ritornerà ad essere un trio dal sound crudo e spettacolare  fatto di assoli brucianti, riff assassini, scale contorte e sofferenti slidin'. Personalmente prediligo il Rory Gallagher del passato ma Top Priority e l'ennesimo live Stage Struck mantengono uno standard elevato anche per chi ama soprattutto il Gallagher bluesman, mentre i dischi degli anni ottanta, Jinx (1982) con Brendan O'Neill al posto di McKenna e Defender, ben cinque anni dopo, stessa formazione ma un nugolo di invitati tra cui l'ex Lou Martin, Bob Andrews dei Rumour e l'armonicista Mark Feltham dei Nine Below Zero, contengono lo stesso dei momenti blues ma la produzione è del tipo mainsteam rock. In particolare Defender abbonda di canzoni con quelle tematiche noir tante care all'artista, Kickback City e Continental Hop ispirata agli scritti di Dashiell Hammett, e Loanshark Blues, omaggio alla storica Maxwell Street, I Ain't No Saint nello stile di Albert Collins,  Don't Start Me To Talking di Sonny Boy Williamson con il geniale contributo di Mark Feltham non tradiscono le radici blues dell'artista. Gli anni ottanta furono meno prolifici, palesando un netto calo di ispirazione in parte dovuta ai suoi problemi di salute, alle sue ossessioni e alla maniacalità nelle registrazioni, una vera fobia dei dettagli, che lo rendeva insicuro e mai soddisfatto. La paura di volare compromise alcuni tour in terra americana ma la passione di Rory Gallagher verso il blues non fiaccò mai, così evidente nell'ultimo suo album del 1990, Fresh Evidence, un sincero ritorno alle origini, a quei nomi e quegli stili che lo avevano influenzato. Se The King of Zydeco è il sentito tributo a Clifton Chenier, altri titoli sono strettamente connessi con alcuni dei bluesmen che più contarono nel modo di suonare e cantare di Rory, specie per quanto riguarda l'uso della slide. "Talvolta uso il tubetto del Coricidin quando suono la bottleneck, l'ottone ed il rame hanno un suono più aspro e li uso con la National, il vetro è più dolce e morbido, l'acciaio è un buon compromesso". Ci sono riferimenti a Robert Johnson (Heaven's Gate), a Slim Harpo (Middle Name), a Big Joe Williams, a Tampa Red, a Robert Nighthawk, Empire State Express fa parte del repertorio di Son House, Alexis è dedicata a Korner il padre del British Blues, Slumming Angel è una ballata da lacrime agli occhi dove la voce di Rory è un vero morso al cuore e Ghost Blues è un meraviglioso  Delta blues che scivola sulla slide di Rory con una sezione ritmica ed un'armonica (Mark Feltham) davvero brillanti, qualcosa che avrebbe potuto appartenere al real folk blues di John Lee Hooker. Fresh Evidence è un'altra delle registrazioni imprescindibili  di Rory Gallagher, il disco che chiude una delle più belle avventure del rock/blues lasciandoci una amarezza difficile da lenire. Impossibile dimenticarlo, ancora oggi i suoi dischi non hanno perso una briciola della loro originale bellezza e lui rimane l'esempio di un musicista onesto, sincero, coraggioso, fedele al suo pubblico, alla sua musica e alla sua incendiaria Fender Sunburst. Un mito.

 

MAURO ZAMBELLINI      MARZO  2018