sabato 26 novembre 2016

THE ROLLING STONES Blue & Lonesome

  Dal 2005, dall'anno di A Bigger Bang i Rolling Stones non facevano un disco in studio, una assenza interrotta da un album tutto all'insegna del blues, registrato con la co-produzione di Don Was  in soli tre giorni lo scorso dicembre ai British Grove Studios a West London, poco distante da Richmond ed Eel Pie Island dove il gruppo si formò ed iniziò a suonare nei pub e nei club come una giovane blues band. Un ritorno alle origini e alle loro vere radici quindi, un disco contenente brani non firmati da loro ma appartenenti al vasto repertorio del blues, brani di artisti famosi come Willie Dixon, Howlin' Wolf, Little Walter, Magic Sam, Otis Rush, Jimmy Reed e altri nomi più di nicchia come Little Johnny Taylor, Eddie Taylor e Lightin' Slim. Dodici titoli che a parte I Can't Quit You Baby, cavallo di battaglia dei Led Zeppelin oltre che di Otis Rush, si tengono a debita distanza da  standard straconosciuti per addentrarsi piuttosto nel retrobottega del genere con brani più oscuri e meno noti anche quando portano la  firma dei grandi vecchi del genere. Motivo sufficiente  per reputare Blue & Lonesome un sincero omaggio oltre che al blues stesso, alle origini stesse della band e all' esordio discografico degli Stones, quando rovistando negli archivi del genere configuravano con la loro interpretazione tesa, adrenalinica, bianca e giovane, il nascente British R&B. Il produttore Don Was ha detto " questo disco è un testamento della purezza del loro amore verso il fare musica, e il blues è, per gli Stones, la sorgente di tutto quello che fanno".


Blue & Lonesome è un disco solido e serio specie se paragonato alla sfavillante carriera della band, un disco di Chicago Blues che sarebbe potuto essere edito dalla Chess Records, dove non ci sono facili concessione alla modernità e alle furbizie tecnologiche, un disco a tratti dal sound sporco e viscerale dove gli Stones, a cominciare proprio da Jagger, non scadono in una parodia di se stessi e nemmeno  si accontentano di imitare i bluesmen da cui hanno tratto la loro linfa. Si cimentano di fatti in una interpretazione  pulsante, del tutto autentica,  personale e moderna, pur nel rigore di quella classicità blues che più di cinquanta anni fa costituì la scintilla che diede spinta alla loro macchina e nel corso del tempo è rimasta un punto di riferimento per non deragliare mai, anche nei momenti più pop e commerciali. A partire da Keith Richards e Ron Wood, da sempre i più accreditati bluesmen della squadra visto l'amore per il jazz di Charlie Watts, per finire a Mick Jagger che anche qui giganteggia per come si cala nel ruolo e si sente a suo agio anche come armonicista, gli Stones rimarcano la confidenza con quel patrimonio che costituì il vocabolario con cui imparare a scrivere canzoni e a suonarle. A settanta e più anni ritornano al luogo di partenza, con la dignità ed il rispetto di musicisti che devono tutto a questa musica.
 

Dodici titoli che prediligono la matrice Chicago di un blues urbano, ma non solo, come si evince in Hoodoo Blues (qui alla batteria c'è quel mostro di Jim Keltner, uno dei più raffinati batteristi rock) dove lo stridere di chitarra e armonica e la voce incupita di Jagger portano gli Stones in un juke joint del Mississippi, oppure nella bellissima Little Rain di Jimmy Reed dove l'armonica soffia alta e acuta e le cadenze sono lente e sospese come fosse la più probabile discendente di Bright Lights, Big City. Se si vuole anche la versione di I Can't Quit You Baby sebbene firmata da Willie Dixon e portata nella West Side di Chicago da Otis Rush viene ammorbidita e personalizzata dal tocco inequivocabile di Eric "manolenta" Clapton che ne smussa le asperità e con l'aiuto di Jagger la trasforma in una blues ballad da brividi.

Nel segno di Chicago è Commit A Crime, Jagger ulula alla Howlin' Wolf e la tensione viene accentuata dalla sua armonica, strumento molto presente in tutto il disco e nella windy city sono ambientate  anche Ride' Em On Down di Eddie Taylor e Hate To See You Go dell'armonicista Little Walter, nella quale il sound piuttosto sporco da registrazione anni cinquanta vede le chitarre fondersi con l'armonica mentre Jagger cita baby please don't go.
 

Evocano le origini del British R&B Just Your Fool, altro pezzo con la firma di Little Walter, coma d'altra parte quella  I Gotta Go che pare fondere un po' di Off The Hook con I Wish You Would  portando gli Stones a casa dei primi Yardbirds.

Just Like I Treat You di Howlin' Wolf è della stessa matrice, le chitarre inseguono la sezione ritmica mentre l'armonica svolazza. Più lente sono la stupenda Blue & Lonesome  il cui big bang iniziale non tragga in inganno perché Jagger ad un certo punto pare piangere tanto è coinvolto in questa solitudine blu e All of Your Love di Magic Sam dove la West Side di Chicago torna a nuova vita grazie ad un inciso di armonica gustosissimo, a chitarre che se la sparano alla grande e al sapiente lavoro del pianoforte, qui non mi è dato di capire se Chuck Leavell o Matt Clifford.  

Rimane da dire di Everybody Knows About My Good Thing il cui titolo calza a pennello per portare di nuovo in cattedra Eric Clapton mentre il piano punteggia attorno ad un vago sentore di Little Red Rooster e Jagger canta come se volesse convincerci che lui è un vero bluesman e il bello è che  riesce nell'intento perché la grande sorpresa del disco è proprio lui .
 

Con Blue & Lonesome i Rolling Stones non fanno niente di trascendentale perché l'essenza del blues sta nella terra e nella vita a volte disperata delle persone, loro si impegnano, con una certa modestia vien da dire, ad omaggiare le proprie origini e le radici su cui sono cresciuti, dimostrando serietà e rinfrescando  le primitive passioni. Non è da tutti. Chapeau.

MAURO  ZAMBELLINI    Novembre 2016

 

 

 

 

 

 

 

 









sabato 8 ottobre 2016

ARIANNA ANTINORI BAND 1 e 35 CANTU'

  C'è chi continua ad ignorare questa preziosa realtà della musica italiana, una voce forte e passionale come non ne girano da noi, una voce che viene dall'anima e si trasforma in passione e amore, in un darsi senza filtri sul palco, sanguigna all'inverosimile tra cascate di sudore, smorfie di sofferenza, urla di gioia, capelli sbattuti all'indietro, fisicità a fior di pelle. Arianna Antinori è anima e corpo, angelo e animale, entusiasmo e tenacia, ha il soul nel sangue e il blues nei nervi e li trasforma in un rock che è una quintessenza emozionale e di eccitazione.
Vederla di nuovo dal vivo sul palco dell'1 e 35 mi ha di nuovo meravigliato per come l'industria della musica italiana, compressa tra le messinscene dei talent show e le marchette delle case discografiche, non si sia ancora accorta di un tale talento, di una tale forza della natura. E allo stesso modo continuano ad ignorarla molti addetti ai lavori del rock di qualità, che la snobbano forse per la sua estrema naturalezza, la sua innocenza, la sua genuinità, aspetto che mette sempre a disagio gli "intellettuali" , al fatto che i suoi show siano per la maggior parte improntati a cover dell'amata spiritual guidance Janis Joplin, dei Led Zeppelin, dei Beatles, di John Lennon, di Bob Marley, dei Fleetwood Mac. Come se agli albori della loro carriera Rolling Stones, Fleetwood Mac, Them, la stessa Joplin e tanti altri, non avessero cantato il blues ed il r&b degli altri, e poi non dimentichiamolo che la Antinori è cantante ed interprete, non cantautrice. 

 Ma Arianna Antinori ha anche realizzato,con l'aiuto di Jean Charles Carbone e Marco Fasolo, un suo disco solista le cui canzoni, a partire da Give, Freedom, You Know, Our Days, Shut Up, un concentrato di soul e pop ad alta temperatura, contribuiscono all'ossatura di un set che è sudore, cuore e rock n' roll. Lo si è visto all'1 e 35 di Cantù venerdì 7 ottobre, un'ora e mezzo alla velocità di un tir , una performance senza un cedimento, una pausa, un calo di voce, a parte gli scambi con un pubblico che si rapporta con lei come con un'amica di vecchia data e lei risponde con la spontaneità della ragazza della porta accanto, senza vergogne, titubanze, filtri, spiritosa e generosa. Altro che l'uragano Matthew sulle coste americane, la tempesta perfetta che si è abbattuta su Cantù la sera del 7 settembre porta il nome Arianna e con lei adesso c'è una band che è diventata parte della sua pelle. Il fidato Joe Deroit, suo compagno di vita, è la chitarra ritmica aggiunta ad un trio di masnadieri che si fanno chiamare Red Maldera in onore all'ex giocatore di Milan e Roma ovvero il chitarrista Carlo De Bei un insieme di assoli fulminei e assassini ma nello stesso tempo misurato e tecnico, mai sopra le righe ma asciutto, essenziale, anche fantasioso quando, ad esempio, riesce a trasformare un pezzo punk come Helter Skelter  in un delirante fragore psichedelico. Insomma un chitarrista coi fiocchi, che non se la tira ma bada al sodo con bravura.
 


 

La sezione ritmica, tatuata e cattiva, il basso di Manuel  Bisetto  più la batteria di Paolo Bertorelle  (sentirli in azione nel CD dei Red Maldera, Million  Dollar  Star) sono quello che qualsiasi band di rock n'roll inglese o americano vorrebbe avere, ovvero tempo, potenza, precisione, la degna coda della tempesta Arianna. E poi c'è lei, sensuale anche senza volerlo, perché naturale animale da palcoscenico nata sulle note di Janis Joplin e cresciuta attorno ad una personalità esplosiva e ad uno stare sul palco senza riserve. Adesso la Antinori è a un bivio, la gavetta è finita, il suo percorso  non esclude un futuro "in italiano", deve sicuramente modulare il suo set torrenziale con qualche fiammata melodica in più, così da far respirare la sua ugola e raffreddare il suo sangue ma basta sentire come ha trasformato una canzone di Lucio Battisti, Insieme a te sto bene, in un pezzo dei Led Zeppelin per far capire che qui c'è un bene prezioso e chi lo coglierà avrà i risultati che si merita.

Il pubblico non era numeroso la sera di venerdì 7, un centinaio di presenti ma gli applausi sono stati quelli di una platea ben più ampia, sono scrosciati fin dalle prime note, chi non l'aveva mai vista esibirsi dal vivo stava incredulo davanti a tanta  energia e generosità, alla fine c'è stata un'ovazione,  tutti la volevano abbracciare e parlarle, dopo che l'uragano Arianna si era abbattuto su Cantù regalando una notte di gioia con una sequenza devastante di Me and Bobby McGee, Mercedes Benz, Move Over, Piece of My Heart, Heartbreaker, Shake Your Money Maker,  Whole Lotta Love ed una Immigrant Song che nemmeno Robert Plant oggi sa cantare così bene.

 Se non credete alle mie parole la prossima volta che passa dalle vostre parti andate a  vederla , mi saprete dire.
 
 

MAURO  ZAMBELLINI     OTTOBRE 2016

le foto in bianco e nero sono di Antonio Tavecchia Spanò Greco













giovedì 22 settembre 2016

BRUCE SPRINGSTEEN Chapter and Verse



Domani 23 settembre, giorno del suo compleanno, come annunciato a più riprese esce Chapter and Verse il disco che anticipa di qualche giorno la pubblicazione dell'autobiografia di Bruce Springsteen Born To Run. E' un disco che raccoglie 18 tracce tra le più famose dell'artista del New Jersey, una sorta di antologia piuttosto inutile dato che almeno 13 di queste canzoni le si conoscono a memoria e sono state edite in tutte le salse. La peculiarità, se di ciò si può parlare, è che queste canzoni sono state scelte appositamente dall'autore come specchio dei temi e delle sezioni del libro, una sorta di accompagnamento audio alla lettura della sua biografia. La cosa che però probabilmente invoglierà i fans ad acquistare Chapter and Verse è la presenza di cinque tracce rare, già circolanti su bootleg e robe da pirati ma per la prima volta a disposizione di una pubblicazione ufficiale. Cinque tracce che vanno a scandagliare negli esordi del boss quando la E-Street Band non esisteva ancora e Bruce Springsteen era uno dei tanti cani randagi della costa del New Jersey che cercava una  vita diversa da quella di suo padre e dei tanti locali il cui destino era marchiato dalla trilogia fabbrica, sbronza il venerdì con gli amici, matrimonio in fumo.
La prima traccia in questione è Baby I incisa col gruppo dei Castiles negli studi del Brickmall Shopping Center di Bricktown nel New Jersey il 22 maggio del 1966. I Castiles erano un gruppo formato dall'amico George Theiss, il quale se la filava con la sorella di Bruce Ginny, il cui repertorio era basato sul beat e sui gruppi inglesi del periodo, Who, Kinks e Stones in testa. Difatti il brano, scritto da Springsteen con lo stesso Theiss, è influenzato da quel sound, qui in  versione ancora acerba e minimale, un beat rozzo che riflette quei tempi pioneristici del rock giovanile. Avrebbe dovuto uscire come 45 giri assieme a That's What You Get ma non vide mai la luce. Sempre dei Castiles è la seconda traccia inedita, You Can't Judge A Book By It's Cover, un brano di Willie Dixon che ebbe notorietà attraverso una scalpitante versione di Bo Diddley. I Castiles ne danno una versione punk, spigolosa e metallica ma certo non in grado di competere con quella esplosiva che gli irlandesi Strypes fecero sul loro album d'esordio Snapshot.
Fu in quel periodo, a metà degli anni sessanta, che Springsteen incontrò e fece amicizia con Steve Van Zandt, il quale lo seguì negli Steel Mill. Ci fu prima la parentesi degli Earth e poi quella dei Child con cui Springsteen, all'inizio del 1969, iniziò a frequentare la scena di Asbury Park ed entrare in contatto con il tastierista Danny Federici ed il batterista Vini Lopez. Ad un certo punto i Child dovettero cambiare nome perché lo stesso era stato adottato da una band di New York e così nacquero gli Steel Mill, il cui nome era un aperto tributo alla loro origine blue collar e al rock piuttosto duro di cui erano artefici, i cui modelli adesso non erano più solo i gruppi inglesi ma anche le band psichedeliche della West-Coast e i canadesi i Steppenwolf. Lo si sente nel terzo inedito, He's Guilty (The Judge Song), un must dei loro live, registrata nel febbraio del 1970 ai Pacific Recording Studio di San Mateo in California. Uno sferragliare elettrico con molta energia e adrenalina, un rockaccio sporco sebbene ingenuo nelle sue soluzioni melodiche e strumentali, trascinato dalla voce sprezzante di Robbin Thompson, cantante di una band rocciosa e underground. Crudo e al sangue, Guilty il cui vero titolo è Guilty( Send That Boy To Jail) conta su un assolo torcibudella di Bruce e su un pregnante organo Hammond (Federici). Bruce trascinerà Lopez, Van Zandt e Federici nella Bruce Springsteen Band primo abbozzo della E Street Band. Come BSB registrerà il 14 marzo 1972 in un capannone della fabbrica di tavole da surf di Carl "Tinker" West, un amico del New Jersey che per un certo periodo fece da manager ai Child, The Ballad Of Jesse James, nulla a che vedere con il traditional che Springsteen avrebbe cantato con la Seeger Sessions Band, piuttosto una dolente ballata elettrica con un potente anche se primitivo assolo di chitarra ed un orgiastico coro gospel/soul che fa molto Stones periodo Let It Bleed.
L'ultima traccia inedita riportata dal nuovo album è Henry Boy  una canzone che in qualche modo rispecchia Growin' Up anche se il racconto è in terza persona e non in prima. Registrata a New York nel giugno del 1972, nei mesi in cui venne realizzato Greetings From Asbury Park, NJ  è frutto di una performance in solitario di Bruce, solo voce e chitarra acustica. Un prologo alla più rifinita Growin' Up, anche lei presente in questa sbrigativa antologia nella versione già apparsa nel box Tracks del 1998. Da qui in poi Chapter and Verse è una sonora presa in giro.  
MAURO ZAMBELLINI   22 Settembre 2016


giovedì 11 agosto 2016

THE ROLLING STONES Totally Stripped



  Il 1995 è stato un anno eccezionale per i Rolling Stones, li vidi alla fine di luglio a Basilea e fu uno dei concerti migliori della band visti dal sottoscritto. Proprio nel mezzo di quel Voodoo  Lounge  Tour  il gruppo si esibì al Paradiso di Amsterdam, all'Olympia di Parigi e alla Brixton Academy di Londra, tre locali storici molto diversi per capienza e ampiezza dalle arene e dagli stadi del resto del tour, concerti più intimi davanti ad un pubblico di qualche migliaio di persone festose ed incredule di trovarsi così vicine a Jagger e compagni, concerti elettrici ma con una ampia sezione semi-acustica che pareva in sintonia con una delle mode dell'epoca, i concerti unplugged. L'idea di tali show ai Rolling Stones venne durante la conferenza stampa newyorchese con cui annunciarono  il Voodoo  Lounge  Tour  quando un giornalista chiese " c'è qualche possibilità di vedervi suonare unplugged?". Oh yeah, rispose Ron Wood. La moda degli unplugged era cominciata nel 1989 grazie a MTV e aveva prodotto dischi di un certo successo, nel 1992 quello di Eric Clapton e l'anno seguente Rod Stewart e Nirvana. I Rolling Stones presero la palla al balzo, l'annuncio del Voodoo  Lounge Tour  fu dato nel maggio del 1994, due mesi più tardi uscì l'album con lo stesso nome, il primo concerto del tour avvenne a Washington, poi ci furono gli Stati Uniti, il Canada, il Sud America, il Sud Africa e nel marzo del 1995 il Giappone. Prima di esibirsi al Tokjo Dome gli Stones si imbucarono per alcuni giorni negli studi della Toshiba/Emi per iniziare a lavorare a quello che sarebbe diventato l'album Stripped.


Invitarono il produttore Don Was e con lui la band suonò vecchi pezzi solitamente trascurati dal vivo in versioni stringate e spoglie, prevalentemente acustiche. Rimisero in pista uno dei brani che li aveva avvicinati al blues, quel Love In Vain che costituisce il cordone ombelicale con Robert Johnson, poi fu la volta di una  The Spider and The Fly  in chiave minore e della malinconica ballata Wild Horses. Rispetto ai loro esordi la tecnologia aveva fatto passi da giganti ma Richards e soci cercarono di offrire un basso profilo del loro materiale, prendere i migliori elementi di una registrazione unplugged senza farla completamente unplugged. D'altra parte gli Stones erano nati come una band da club e sapevano come muoversi al riguardo, se Love In Vain manteneva quella veste polverosa da blues di Robert Johnson, Wild Horses  mostrava la dolente atmosfera sudista dei Muscle Shoals dove era stata originariamente registrata e così Let It Bleed e The Spider and The Fly  sembravano uscire da un disco di country-blues del Delta. Di questo lavoro in studio se ne ha testimonianza visiva nel DVD contenuto nel nuovo box intitolato Totally  Stripped,  incluso in questo box, quattro DVD più un CD. Titoli che  finirono per costituire il menù dell'originale album Stripped  del 1995. assieme alle registrazioni provenienti dalle session dell'Estudios Valentim De Carvalho di Lisbona, due giorni dopo la loro esibizione allo stadio di Gijon, ovvero il classico di Buddy Holly Not Fade Away, una archeologica I'M Free e quella Sweet Virginia esibita con chitarre acustiche in quello stile country che aveva insegnato loro Gram Parsons. A questo materiale di studio vennero aggiunte sei tracce provenienti dalle esibizioni dal vivo al Paradiso di Amsterdam e L' Olympia di Parigi, tra cui la Like a Rolling Stone  di Dylan con cui fecero promozione all'album pubblicandola anche in singolo e in video. Nel box Totally  Stripped , il CD audio che accompagna i tre DVD dei  concerti di Amsterdam, Parigi e Londra, è stato completamente rivoluzionato con quattordici titoli tutti esclusivamente live senza menzione delle versioni in studio di Tokjo e Lisbona. E' perciò un nuovo CD, che ha mantenuto una sola performance in comune con lo Stripped  originale, senza fare menzione del materiale in studio e meno coerente con l' ottica unplugged con cui era stato originariamente concepito. 

Totally  Stripped   ha principalmente il compito di documentare quei tre concerti in sale piccole, pur col taglio di un vero live degli Stones con l'inclusione dei must dei loro show ovvero Midnight Rambler, Miss You, Gimme Shelter, Jumpin' Jack Flash. E sono proprio i tre DVD a far volare in alto Totally  Stripped  e a renderlo un documento eccezionale, tre concerti che fotografano uno dei momenti più felici ed esaltanti dell'avventura concertistica della band in un anno, il 1995, in cui la band è al massimo della forma, unita, entusiasta e in salute anche se non più giovane. Tre concerti che, proprio per essere in spazi ridotti, sono completamente diversi da quanto generalmente hanno fatto gli Stones in sessanta anni. Nel piccolo spazio del Paradiso di Amsterdam, una chiesa sconsacrata trasformatasi tra gli anni sessanta e settanta in uno squat per hippie, davanti a 1500 persone gli Stones il 26 maggio del 1995  suonano con l'immediatezza  e quella viscerale attitudine degli esordi quando erano una rock band da club che mischiava eretico blues e torrido R&B, oltre a regalare una significativa parentesi acustica che culmina nelle versioni unplugged di Let It Bleed  con tre chitarre in linea, le acustiche di Jagger e Richards e la lap steel di Wood, di una mai così romantica Beast of Burden, una barocca Angie e lo splendido affondo country dell'accoppiata Wild Horses-Sweet Virginia nelle quali si fanno sentire Chuck Leavell col piano e Bobby Keys col sax. Charlie Watts va di spazzole mentre Darryl Jones col suo basso, in questi frangenti, è l'unico a tenere attaccata la spina elettrica. A margine di questa pausa acustica una brillante The Spider and The Fly cantata da Jagger con l'atteggiamento focoso dei tempi del Marquee e un Richards a cui non  sembra vero di poter fare come i vecchi bluesmen imbracciando una Gibson d'antan. Il concerto si apre con Not Fade Away  di Buddy Holly ma interpretata come omaggio al beat di Bo Diddley  e tra le chicche c'è la resa western di Dead Flowers dove Wood sfoggia una Gibson Firebird. Nella luminosa e semiacustica  Shine a Light, virata gospel dal coro di Bernard Fowler e Lisa Fisher,  una composizione mai esibita prima di allora on stage , ci si mette Don Was con l'organo mentre nella scintillante versione di Like a Rolling Stone, il biglietto da visita di questi show, Jagger maneggia ironia e rispetto ( ed un colpo di armonica un po' stonato) presentandola con  "Bob Dylan l'ha scritta per noi".
 


Sette delle canzoni del Paradiso non rientrano negli altri due DVD, tra cui The Worst, tratta da Voodoo  Lounge,  cantata da Richards, il quale si mette nei panni del crooner anche con Slippin' Away  un soul degno di entrare nell'ultimo disco di Peter Wolf tanto è dolce e tenero. Sferzante la parte elettrica dello show, a cominciare dalla rasoiata di Live With Me e dall sua degna compagna Respectable oltre alla nervosa e sporca resa rockabilly di Rip This Joint, ricordo della loro "vacanza" francese a Villefranche.  Un concerto di altissimo livello, con una menzione particolare per Gimme Shelter , esibita solo ad Amsterdam, dove una sensualissima Lisa Fisher si cala nel ruolo di Merry Clayton e Richards con Wood se la sparano portando le chitarre in Paradiso. Una delle migliori Gimme Shelter  in circolazione su video e CD.  Il set si chiude con l' adorabile versione acustica di Street Fightin' Man,  che è il solo numero presente nell'originale album Stripped.
 
 
Gli Stones bissarono il 3 luglio all'Olympia di Parigi, trentuno anno dopo la prima esibizione nello storico locale, davanti ad un pubblico di duemila persone circa. Introdotti da fascinose luci bluastre, sullo sfondo tende leopardate in linea con la camicia di Richards ed il voluto decor decadente-chic del palco, uno scatenato Jack Nicholson in abito nero e occhiali scuri in balconata, il set dell'Olympia è sangue, sudore e ballate da capogiro. Una scaletta di ventidue brani per una performance da  vedersi almeno una volta la settimana per parecchi mesi. La band rolla al massimo, con una sezione fiati (due sax, tromba e trombone) che è la quintessenza del Memphis sound. Il concerto è strepitoso fin dalle note iniziali di Honky Tonk Woman che rimbomba come una Marsigliese del loro rock sesso, chitarre e libertà. In quel riff c'è una buona parte della storia del rock n'roll, derive country comprese e Parigi fin dalle prime note si rivela accogliente come non mai, non dimenticando che loro nel 1971 scelsero la Francia come esilio fiscale.  Chuck Leavell sale in cattedra ma è tutto l'inizio a mettere a dura prova le coronarie, in sequenza la rotolante Tumbling Dice, la fucilata semi-punk di You Got Me Rockin', una rabbiosa All Down The e la lasciva Shattered.  Lisa Fisher è una bomba sexy, guepiere nera di pelle, calze a rete e stivali al ginocchio, in Miss You, versione che perde qualsiasi contaminazione Disco per diventare una lunga ed eccitante danza rock, ostenta il suo lato B e coinvolge Jagger in un numero hard-core, una panterona come lo poteva essere la Tina Turner dei tempi d'oro. Tra i numeri non presentati ad Amsterdam spiccano il classico di Howlin' Wolf  Down In The Bottom  con Wood impegnato a slidare sulla chitarra acustica,  I Go Wild e le canzoni imprescindibili dei loro concerti nelle arene, Midnight Rambler, Start Me Up, It's Only Rock n' Roll, Brown Sugar e Jumpin' Jack Flash, quest'ultimo messo in chiusura di show. Carezze e polvere da sparo, chitarre di ogni forma e suono, lo swing di Watts ed il funky di Jones, la voce di Jagger e l'ugola squillante di Lisa Fisher, il sax di Bobby Keys e il velluto di Chuck Leavell, gli Stones sono al massimo e mettono a disposizione di una intimità da club la loro potenza da stadio. C'è qualcosa delle loro origini ma la tecnica, la malizia e la bravura di performer è enormemente cresciuta negli anni e prima di una nobile vecchiaia, questo è l'apice della loro avventura. Che siano i migliori Stones della storia capaci di sintetizzare in un unico set origini blues, ballate acustiche, la sensualità del soul e uno sguaiato ed elettrico rock n'roll, è un'ipotesi più che fondata. D'altra parte il terzo concerto, quello del 19 luglio alla Brixton  Academy di Londra, è considerato tra le dieci miglior performance di tutti i tempi della band, anche se, a parere del sottoscritto, per via di una venue più ampia (oltre le duemila persone) comincia ad avere i clichè dei concerti nelle arene perdendo un po' di urgenza da club. Sottigliezze, a Brixton, gli Stones giocano in casa e si presentano abbigliati per l'occasione con giacche nere (Jagger e Richards), blu brillante (Wood), bianche (Lisa Fisher e Darryl Jones). Più sobrio, al solito, Charlie Watts che contende all'honky tonk man Keith Richards (così lo presenta Jagger) la più calda ovazione del pubblico, mentre da par sua Mick sgambetta e si agita come fosse su un grande palco, come non aveva  fatto nei due show precedenti.  Tra le novità in cartello il bluesaccio Black Limousine, mai troppo esibito in tour, dove Wood si concede da vero bluesman suonando il dobro, la nostalgica Faraway Eyes mai così country con Jagger seduto al piano, la flebile Connection cantata da Richards, delle sferzanti Brown Sugar  e Jumpin' Jack Flash, già esibite a Parigi,  ed una memorabile Monkey Man  firmata dall' assolo di Wood con la celebre Gibson a cassa in plexiglas trasparente e da una Lisa Fisher esplosiva sia con la voce sia con la prorompente e seducente mimica con cui mette in riga Jagger. E poi c'è Love In Vain, asciutta e sentita come un blues prebellico, una chicca che vale da sola il concerto. Anche a Brixton gli Stones sono al top con un interplay tra i singoli naturale ed intuitivo (lo stesso Bobby Keys è in gran spolvero, sentire il suo assolo in Miss You), loro amano quello che suonano e questo feeling è palpabile in tutti e tre gli show, anche la mancanza di Satisfaction rende questi concerti assolutamente differenti ed unici.
Tre DVD per tre concerti memorabili resi disponibili ventuno anni dopo con un audio eccellente e una buona qualità  video, nonostante la digitalizzazione sia agli albori. Splendida la confezione a libro del box con fotografie da favola sia a colori che in bianco e nero. Se qualcuno a ferragosto è rimasto in città può consolarsi con questa chicca. Compratevi le birre e una bottiglia di Jack Daniel's.
MAURO  ZAMBELLINI    
 


mercoledì 20 luglio 2016

LUCINDA WILLIAMS PUSIANO 19 luglio 2016


Suonare pochi giorni dopo che si sono esibiti Bruce Springsteen e Neil Young è partecipare ad un altro campionato, Come se subito dopo Real Madrid-Barcellona andasse in scena Sassuolo-Empoli, due squadre che giocano bene ma stanno su un altro pianeta rispetto alle prime due. Lucinda Williams ha avuto la sfortuna di suonare il giorno dopo Neil Young a Milano e tre giorni dopo Bruce Springsteen a Roma ma non ha sfigurato, ha solo giocato una partita diversa, di umiltà, di coraggio, di onestà, andando per la propria strada accompagnata da una sequenza di canzoni che sono tra le più belle scritte nella letteratura americana del rock da vent'anni a questa parte.

 Lei è soprattutto una songwriter e forse le dimensioni del teatro o di un club le sono più propizie anche se nella splendida ambientazione di Pusiano in un parco immerso nel verde con vista sul lago e luna piena che illuminava un cielo chiarissimo ( a proposito un grazie al sindaco tifoso di rock e ad Andrea Parodi che nonostante le difficoltà e perfino un lutto hanno reso possibile vedere per la prima volta in Italia l'artista di Lake Charles) la Williams ha dato vita ad un concerto sofferto e sincero, a tratti commovente per come si è immersa con quella voce dolente, malinconica, triste nelle sue storie di solitudine e mancanze, a tratti barcollante quando doveva vestire i panni della rockeuse che il migliaio di presenti desideravano vedere ed invece avvertivano una certa fragilità, avvalorata dalle sue presentazioni a bassa voce, misurate, parche ma coerenti col suo universo di perdenti e di fantasmi. Piuttosto timida, fasciata da jeans neri e camicia a quadri slacciata su un reggiseno nero, con cappello da cowboy in testa, crocifisso al collo e abbondanza di bracciali, la signora Williams non maschera gli anni ed un phisique in cui la bottiglia ha lasciato il segno ma proprio per questo è amabile, nelle sue imperfezioni, nelle sue incertezze, nel suo non essere quello che l'immaginario del rock richiede. E' vera da morire, capace di creare momenti di grande intensità e pathos e magari dopo apparire svogliata e stanca, come volesse sbrigare la pratica della canzone nel più breve tempo possibile. Ma dentro quelle sue ballate che non sai se sono più dolorose che rassegnate e quelle cantilene che sono una specie di country-rap che paiono dilungarsi senza fine e ti immergono in quei luoghi che sembrano uscire dalla prima serie di True Detective o in qualche B-movie del profondo sud, volitiva quando incita la  band, dolce quando parla di sé stessa, c'è quello che ancora oggi amiamo dell'America, libertà, paura, mistero.


Va detto che c'è una notevole differenza tra i suoi album in studio, a cominciare dal sublime rarefatto The Ghosts Of Highway  20  di cui si è potuto ascoltare Dust , Bitter Memory e la canzone che dà il titolo all'album,  ma pure il magnifico Down Where The Spirit Meets The Bone  di cui ha presentato Burning Bridges, la toccante West Of Memphis  uno degli apici del concerto e quella Foolishness ,  che assieme a Righteously,, ha il potere di catapultarti in un' ipnosi, dove la cantante ripetendo a cantilena ed in sequenza quasi ossessiva le parole alimenta un ritmo che sale e progressivamente ti coinvolge in una folle elicoide in cui ci si bea di questo trance quasi parlato, dove i musicisti si chiamano Bill Frisell, Greg Leisz, Ian Mc Lagan, Val McCallum, Doug Pettibone, e la trasposizione dei suoi album con l'attuale band dal vivo, i Buick Six, onesti e poco più, dove la sezione ritmica del bassista David Sutton e dell'arzillo batteria Butch Norton, fa il proprio sporco dovere ma il chitarrista Stuart Mathis pare perfino scolastico nei suoi assoli come nemmeno in Italia si usa più.


Qualche mese fa, visti nello spazio chiuso dell'Ancienne Belgique di Bruxelles, i tre avevano sciorinato una grinta rock-blues ben maggiore, a Pusiano si sono limitati ad un compito ben fatto pur con le fantasiose escandescenze di Norton ed il diligente lavoro di Sutton. E così la performance di Pusiano conferma le caratteristiche della Williams, una sopraffina autrice di canzoni meravigliose ed una performer con le fragilità di chi sente quasi a disagio davanti ad un pubblico numeroso, non è insomma una performer da stadio piuttosto una rocker da club, intima se si considera che a brillare tra i brani migliori del concerto sono stati l'acustica ed in solitario  Ghosts Of Hwy 20  ed una struggente Lake Charles  esibita col solo  Mathis, che è arrivata dritta al cuore dei presenti (un pubblico  preparato e rispettoso) con quei riferimenti autobiografici e confessionali.

 Uno dei momenti topici ma non il solo di una scaletta perfetta, perché se è vero che la Williams è regina delle ballate che corrono tra la Louisiana e il Texas ed il meglio di sé lo dà nei toni caduchi, bluesati e malinconici, e al riguardo hanno strappato applausi sia Dust, sulla scomparsa del padre, sia la sofferta Unsuffer Me  sia la lontana (discograficamente parlando)  Essence  e sia Drunken Angel , è vero anche che il rock n'roll scorre caldo nel suo sangue e allora quando imbraccia la chitarra elettrica e diventa una della band è un piacere sentirla incazzata in Changed The Lock,  aprire con Protection, mandare a farsi fottere Donald Trump in Foolishness, chiudere con una selvaggia Joy.

  Che vada per la sua strada e non sia un animale da palcoscenico che cerca l'applauso facile ma che il suo low profile sia una cosa assolutamente da preservare nel rock dei giorni nostri, lo testimonia il bis con cui Lucinda Williams  chiude il bel concerto di Pusiano del Buscadero Day, non sceglie una sua canzone, come in tanti vorrebbero invece che sia, ma si appella allo sferragliare Clash di Should I Stay or Should I Go prima di infilarsi in una Rockin' In The Free World  di imbarazzante confronto con quello che si era sentito la sera prima da Neil Young + Promise of The Real  a Milano. Ma Lucinda Williams la sia ama  per questo, donna dignitosa, senza trucchi, furbizie e rifacimenti,  coerente all'inverosimile nel vivere in un rock più grande di lei con la sincerità di chi scrive, canta e suona col cuore. E l'intelligenza. 

MAURO ZAMBELLINI   20 luglio 2016

 








lunedì 4 luglio 2016

BRUCE SPRINGSTEEN and The E Street Band San Siro 3 luglio 2016

 
Qualche mese fa, quando venne annunciato il nuovo tour, scrissi sulla mia pagina di facebook che questo sarebbe stato il mio ultimo concerto di Springsteen. Ho cominciato a vederlo nel 1981, a Zurigo, nel tour di The River e dopo 35 anni col The River Tour Revisited mi sembrava l'occasione giusta per chiudere un cerchio, anche perché gli ultimi show a cui avevo assistito, in particolare quello di Udine del 2009 e Milano 2013, quando presentò l'intero Born In The Usa, mi avevano lasciato un po' l'amaro in bocca. Quaranta concerti visti del Boss nel corso degli anni, con la E Street Band, solo e con quella stramba band del 1992/93 potevano bastare, i sogni non durano all'infinito, ma dopo il concerto visto ieri sera a San Siro, 3 luglio, non sono così sicuro di mantenere fede alla mia affermazione. E' stato emozionante, tanto emozionante, ancora una volta, ancora adesso che ho più del doppio degli anni che avevo nel 1981,  ho vissuto una serata in cui un cantante, un rocker e la sua band hanno investito una folla di sessantamila persone di una gioia collettiva indescrivibile, ignota a coloro che non hanno mai visto un concerto di Bruce, ragione per la quale la stragrande maggioranza di chi la prova ritorna a suoi concerti, ragione per cui il sottoscritto mette in discussione l'affermazione fatta. Si è vissuto un'altra volta una comunione generale di felicità, allegria, coinvolgimento, una magia che viene trasmessa dagli artisti e recepita dal pubblico in maniera biunivoca, trasformando un semplice evento musicale in qualcosa di trascendentale pur con le connotazioni squisitamente terrene del rock n'roll, come se la spiritualità si fondesse con un piacere fisico e sensuale. Non si va più, almeno per chi lo conosce da tanto, ad un suo concerto per cercare una reason to believe ma per gioire, far festa, liberare corpo e mente in un sabba collettivo di suoni elettrici e ballate da far accapponare la pelle.
 

Devo ammettere che prima del concerto avevo qualche perplessità, alimentate da qualche ascolto su youtube delle esibizioni precedenti e un po' condizionato dal turbinio di cose lette sui social, qualcuna sensata, molte ingiustificate, altre fastidiosamente devozionali da rasentare una sottomessa fede religiosa, altre pretestuose come quelle che, giustificate dal caro-biglietto (non esclusivo comunque di un concerto del Boss) si inoltravano in analisi marxiste-leniniste della sua vita borghese arrivando a bollare l'artista un venduto al capitalismo della società dello spettacolo, un prezzolato. Altre ancora che, rimanendo nell'alveo di com'era verde la mia valle lo accusavano , con la messa inscena degli spettacolini dei recenti tour con bambini sul palco e il karaoke dei cartelli, un clown, una sorta di scoppiato come Elvis Presley a Las Vegas. E' pur  vero che in Italia la prassi di chi fluttua da una barricata all'altra con identica foga è ben diffusa in molte manifestazioni sociali, ma l'astio nei confronti dell'artista e del suo concerto mi sono parsi esagerati e anche ridicoli, specie per un ambito musicale. In più si erano messi i tanti che si sentivano traditi dal fatto che il nuovo The River Tour 2016  avesse perso per strada molte canzoni di quel disco e così gridavano alla truffa. Tutto ciò a Milano il 3 luglio non è avvenuto perché di quel disco sono state eseguite ben 14 canzoni (su 20). Qualche perplessità la nutrivo anch'io e l'ho tuttora, perché se è vero che il concerto nel suo insieme mi ha emozionato oltre ogni previsione, e alla fine coinvolto, è  pur vero che la resa vocale di Springsteen specie nei brani più strillati e focosi di The River, e mi riferisco a Jackson Cage, Two Hearts, Crush On You, Out In The Street, I'm Rocker, è piuttosto sofferente e mostra i limiti degli anni, che alcuni classici come The River, The Promised Land e Born To Run non siano stati all'altezza delle esibizioni migliori, che la stecca all'inizio di Drive All Night  è parsa imbarazzante e che Spirit In The Night, canzone che amo alla follia, sia stata trattata quasi con una sufficienza da crooner privandola di quell'enfasi notturna e soul-blues che possiede. Ma con tre ore e quarantacinque minuti di show ed una scaletta record di 36 titoli, perché di show si tratta anche se non ci sono luci e trucchi da avanspettacolo, queste sono cose non solo perdonabili ma secondarie, specie per un'artista che ha sulle spalle 67 anni e da una band, che a parte Jakob Clemons, è abbondantemente over sixty.

 
Il circo rock? il karaoke?, beh se circo si tratta, ci faccio l' abbonamento stagionale perché un circo cosi divertente e travolgente non ce ne sono in giro, il rock n'roll continua a girare a manetta, le chitarre urlano e la band, "ridotta" ad otto senza il caravanserraglio degli ultimi anni, si è rimessa in riga ed è tornata ad essere una rock n'roll band. Little Steven è più credibile, sia nei duetti che con la chitarra, Nils Lofgren fa le sue giravolte e dovrebbe, comunque, essere usato di più visto le sue qualità tecniche, le due tastiere si passano la palla tra organo, piano ed elettronica varia, Max è rimasto il solito picchiatore, Soozie Tyrrell il tocco femminile che ci vuole ed il bassista Garry Tallent un bassista che meriterebbe molti più elogi di quanti ne ha visto la precisione, l'essenzialità, il taglio rocker del suo stile.  Jakob ce la mette tutta, è fin tenero nel suo sforzo di imitare lo zio, quando l'assolo di sax è secco, conciso, shouter è brillante, quando, nella Jungleland da brividi con cui si è aperta la parte finale della prima esibizione milanese, deve enfatizzare l'epica sinfonia di un film in bianco e nero, è bravo, volenteroso ma gli manca quel romanticismo e quel lirismo che il sax dello zio sapeva infondere al brano. E poi c'è Springsteen che ha allentato il suo lavoro chitarristico forse per via di un gonfiore alla mano, come si poteva vedere dallo schermo, ma si prodiga come uno showman totale, cantando, presentando, agitandosi, buttandosi tra il pubblico, passeggiando sulle pedane laterali, urlando a squarciagola, ballando e abbracciando le ragazze raccolte dal pit in Dancing In The Dark, uno dei pezzi leggeri del suo repertorio che il sottoscritto immancabilmente si ritrova a ballare spensierato come fosse la Miss You della E Street Band. E poi si immerge nel pathos di ballate che, per chi scrive, sono state la parte più struggente e significativa del concerto. Indipendence Day e Point Blank un tuffo al cuore e mi hanno ributtato indietro negli anni, allo Springsteen dell'81 a Zurigo e a quello imparato a memoria nei bootleg del '78, quest'ultima rallentata a narrazione per aumentarne il taglio drammatico, e così Drive All Night lenta, malinconica, cupa fino alle lacrime, impreziosita dalla citazione di Dream Baby Dream, e Jungleland la sinfonia newyorchese che ogni vecchio fan di Springsteen vorrebbe sentire. E ha sentito, ha applaudito, ha chiuso gli occhi e vissuto fino all'ultima nota, assieme all'incredulità del numeroso pubblico giovane presente, un ricambio generazionale così ampio che nessun altro grande nome del rock vanta in questi anni . Certo questo pubblico del pit, "nato" con e dopo The Rising, brano accolto con un ovazione pari a quella di The River e Born In The Usa, è anche quello un po' invadente della cartellonistica e del karaoke perché mi faceva specie vedere Bruce catapultarsi tra il pubblico tra cartelli piazzati a pochi centimetri dal viso, ma fa parte del circo ed il 3 luglio le richieste hanno permesso Lucky Town e ad una strepitosa versione nuggets fifties di Lucille di Little Richard, uno dei tanti momenti rock n'roll dello show. Indimenticabile, allo stesso modo dello scatenato rockbilly-blues di Working On The Highway, di Ramrod, di You Never Can Look (But You Better Not Touch) e di My Love Will Not Let You Down dove si è sentito un crescendo nella parte strumentale da togliere il fiato .

Un pubblico unico quello di Milano, the best public in the world come ha sottolineato Bruce, una festa collettiva che ha avuto l'apoteosi quando tutto lo stadio illuminato a giorno si è alzato in piedi e ha ballato sul tema funky-soul di Tenth Avenue Freeze Out, e sullo schermo sono comparse le immagini della E-Street Band e dei suoi defunti, e su una lunghissima e caracollante Shout nella quale Bruce con un brano degli Isley Brothers ha portato 60 mila persone "a vedere la luce"  dal reverendo James Brown e dato fondo alla sua ultima goccia di sudore dopo una titanica performance di 225 minuti (certo come capitalista lavora più di Stakanov), prima di zittire San Siro in una commovente versione in solitario di Thunder Road, ultima magia di un concerto non perfetto ma emozionante, corale e con una scaletta da favola. Questo è Bruce, una volta ancora.

MAURO ZAMBELLINI  4 luglio 2016

le foto sono di Lorenza Inquisizia Maggi