lunedì 12 novembre 2018

Cartoline dal Sud: 2) NASHVILLE, TENNESSEE

 
Il mio quarto viaggio nel sud-est degli Stati Uniti inizia a Nashville, città che non avevo mai visto, e si concluderà dopo quindici giorni a New Orleans, città che ormai conosco quasi a memoria ed ogni volta ci torno volentieri. Siamo in tre, con me ci sono Roberto, l'organizzatore dell'Ameno Blues, anche lui fortemente motivato dalla musica, e Gigi, storico compagno di venture più o meno proibite. A Nashville via Londra arriviamo la sera del 2 ottobre, ci staremo tre giorni, pochi ma quanto basta per farsene un'idea. Il viaggio è lungo, i giorni non sono molti, bisogna calibrare bene le tappe e Nashville offre molti punti di interesse, soprattutto musicali. Non è una città bellissima ma sono poche le città americane che possono fregiarsi di un simile apprezzamento, i paragoni con le città europee sono fuorvianti. 

Sarà per la musica, la  centrale Broadway piena di locali e di negozi di stivali e il Cumberland River che la attraversa ma Nashville mi ricorda un po' Austin anche se quest'ultima è più calda e colorata per via delle sue influenze messicane e la sua skyline non me la sono ancora oggi tolta dagli occhi. Insomma la preferisco ma Nashville  vanta  più musei musicali  oltre che un intero quartiere, Music Row, interamente dedicato all'industria discografica. Sbarazziamo il campo sul fatto che Nashville voglia dire solo country music, affatto, a Nashville potete trovare di tutto, dal blues al rock a qualsiasi sottogenere che il sud degli Stati Uniti abbia partorito. E' vero che sta nel Tennessee, vicino agli Appalachi, ma qui il sud si comincia a sentire di brutto, anche nella cucina, sempre abbondante e over, specchio di quel more is better che stride con il nostro più raffinato less is better. Dopo una settimana non se ne può più di quelle montagne carbo-proteiche e si sogna una spartana aglio, olio e peperoncino. Ma tant'è.  Dicevo dei musei, dall'Hotel Clarion, a est del Cumberland River e vicino al Nissan Stadium, patria della squadra di football dei Tennessee Titans, dove siamo alloggiati, arrivare sulla centrale Broadway è un gioco da ragazzi ma è meglio spostarsi con la navetta perché in centro i parking sono carissimi. Appena imboccata la Broadway da sud ci si imbatte nel Johnny Cash Museum,

visita obbligata per chi ama e ha amato l'uomo in nero. Occhi e orecchie vanni in giuggiole tra copertine di dischi, fotografie, vestiti, cimeli, poster, chitarre, stivali, giacche, film e postazioni digitali dove è possibile selezionare le canzoni di Cash, anche nelle versioni di altri. La vita dello straordinario musicista nato nell'Arkansas ma di fatto legato a Nashville dove è morto nel settembre del 2003 dopo aver vissuto nella vicina Hendersonville, nel Tennessee, è raccontata per filo e per segno.

Come è noto gli americani hanno una storia che paragonata alla nostra è ridicola ma una cosa che sanno fare bene è valorizzare quel poco che hanno. Con tutte le nostre ricchezze artistiche, storiche e archeologiche dovremmo imparare da loro come si difende un patrimonio, non lo si lascia degradare e si fa business. Perché con la cultura si fanno soldi e si crea lavoro, nonostante qualche cretino affermi il contrario.

Se il Johnny Cash Museum è una piccola delizia, la  Country Music Hall of Fame è un imponente palazzo dedicato al cuore bianco della musica americana.  Non avere problemi di spazio garantisce esposizioni colossali, padiglioni dove è possibile esibire pure delle  automobili, qui è il caso dell'enorme Cadillac dello stilista country&western Nudie (quello delle giacche di Gram Parsons per intenderci) accessoriata di corna di vacca e di fucile saldato sul cofano posteriore. Oltre ad una serie di "gingilli" kitsch piazzati per tutta la carrozzeria dell'auto.

E' una delle stravaganze del Museo che al di là delle bizzarrie mantiene una rigorosità esemplare nel ricapitolare con foto, pannelli, cimeli, dischi, strumenti, poster, vestiti e quant'altro l'evoluzione della country music  con i suoi principali e più oscuri protagonisti. Dagli immigrati europei anglo-scoto-irlandesi e tedeschi coi loro archeologici strumenti e le loro arie, fino al country moderno, comprese quelle tondeggianti ragazzine bionde cotonate e truccate che cantano pop pensando sia country, sognando magari di diventare la nuova Dolly Parton. Altra stoffa. Ma c'è posto anche per emergenti interessanti come Sturgill Simpson e Chris Stapleton a cui hanno allestito apposite bacheche.  

Se tutto il Museo è top, ci sono due  sezioni che mi hanno deliziato in modo particolare, forse perché più vicine al mio sentire, e sono quelle dedicate alla carriera di Emmylou Harris ( Songbird's Flight), e soprattutto quella denominata Outlaws & Armadillos che attraverso una ricchezza di materiale impressionante  racconta del country fuorilegge degli anni 70 contaminato con il rock e con la scena di Austin. Dai pionieri del movimento tipo Tom T.Hall, Bobby Bare  fino ai veri apostoli di quel filone ovvero Waylon Jennings, Willie Nelson, Jesse Colter, Tompall Glaser, Kris Kristoffersson, Billy Joe Shaver, David Allan Coe,senza dimenticare i poeti Townes Van Zandt, Guy Clark, Jerry Jeff Walker e i cani sciolti Kinky Friedman e Terry Allen e i flatlanders Joe Ely, Butch Hancock e Jimmy Dale Gilmore.
 E' una sezione temporanea ma dura  fino al febbraio del 2021, interessantissima, favolosa, allestita in modo superbo con pannelli ricchi di foto e scritti dove viene spiegato tutto, anche i dettagli più nascosti. Varrebbe la pena visitare la Country Music Hall of Fame anche solo per questa sezione ma nel museo si accede anche allo storico studio B della RCA dove registrarono Elvis Presley, Waylon Jennings, Dolly Parton e altri famosi. Due ore e mezzo di visita e non sentirli, da evitare invece lo shop, prezzi elevati anche nei dischi e oggettistica super turistica. Meglio quello del Johnny Cash Museum.

Ascoltare musica sulla Broadway è la cosa più semplice di questo mondo, già dalle 10 di mattina i locali versano birra, friggono alette di pollo e patatine ed esibiscono musicisti in tutte le salse.

Dallo scoppiettante gruppo di giovani country-rockers a folksinger al femminile che strimpellano davanti a tre persone ancora assonnate, da scafati cowboy che amplificano in modo chiassoso il classico Nashville sound a piccoli combo che mischiano honky tonk e rockabilly, ce n'è per tutti i gusti e si può girare da un locale all'altro (gli ingressi gratuiti e si può evitare di bere ad ogni tappa) senza per forza di cose ubriacarsi. Il più interessante di questi locali, per l'arredamento interno, i cimeli , la qualità della birra e delle signorine al banco è il Nudie's Honky Tonk, inventato dallo stesso Nudie e dislocato a fianco del celebre negozio di dischi di Ernest Tubb, dentro il quale c'è una
ampia selezione di country, bluegrass e affini con la parte finale occupata da un altare dedicato a Loretta Lynn. Per due giorni di seguito attorno a mezzogiorno al Nudie's Honky Tonk  mi è capitato di ascoltare un brillante gruppo country-rock di cui non ricordo il nome che visto alle nostre latitudini farebbe il botto. Ma anche lì l'apprezzamento era notevole ed il secchiello dei tips ben pieno. Ma i locali migliori per ascoltare musica non stanno sulla Broadway, bisogna andare in altri quartieri. A East Nashville per esempio divenuto il quartiere più in della città per insediamento artistico, atelier e ristoranti.  Ma una traversa della Broadway ospita una delle sale da concerto migliori d'America, la chiesa madre della musica country, il Ryman Auditorium.  Vale la pena una visita, anche se non la regalano, e se ha avete fortuna di capitare nei giorni giusti, un concerto. Annunciati erano Bob Weir, Boz Scaggs e Jason Isbell & 400 Unit, ma non nei giorni della mia permanenza a Nashville. Peccato.
 

Il quartiere chiamato The Gulch sta tra la Broadway ed il Music Row ed è un quartiere fighetto come se ne incontrano sempre più spesso nelle città americane. Anche Austin ne ha di simili. Negozi trendy all'europea, wine bar, veggie e sushi bar, atmosfera soft. Pure un piccolo supermercato con all'interno una tavola calda per poter mangiare senza avvelenarsi, accompagnati da ottima musica diffusa. Questa è una delle ricchezze americane, non il cibo intendo, ma la musica nei locali, almeno nel sud-est. Dai bar ai ristoranti, dalle tavole calde ai negozi, la musica è sempre "di livello", abbondanza di rock storico (non per forza classico) e roba nuova allettante e interessante che fa venir voglia di comprarsi il disco. Proprio lì nella tavola calda leggo su uno delle tante riviste  gratuite che riportano gli eventi della settimana,mi  sembra fosse il Nashville Scene, il concerto di tale Kristina Murray, che dalla presentazione sembra essere una delle promesse del songwriting di Nashville. Prendo nota, mi piace viaggiare seguendo l'input del momento, difficilmente programmo un viaggio attorno a grandi concerti almeno di non andare appositamente, preferisco lasciarmi trasportare da ciò che viene e prediligo ambientazioni piccole, club, bar, juke joint.
Comunque sono arrivato a The Gulch perché allo Station Inn , locale ruspante e confortevole di Pine Street, si esibisce Jack Pearson, chitarrista e cantante che tra il 1997 ed il 1999 fu nella  Allman Brothers Band. Ne uscì per questioni di tinnito ma non ha mai abbandonato la musica divenendo un musicista molto seguito dalla comunità di Nashville ed in genere da tutti gli appassionati di rock-blues. Un vero mago della chitarra, stimato e apprezzato, richiesto in festival e concerti ma limitato negli spostamenti causa la sua paura di volare.  E' di casa allo Station Inn dove ci suona mediamente una volta al mese, ed il locale, in realtà non troppo grande, è gremito. Si esibisce in trio col batterista Joshua Hunt ed il tastierista Charles Treadway che per tutto il concerto farà scorrere le sue dita su un  Hammond che regala pienezza al suono del combo. Un suono fluido e pastoso, un mix di rock, blues e jazz che Jack Pearson, capelli lunghi, baffoni bianchi, aspetto piuttosto dimesso, terrà ancorato a paesaggi allmaniani. Pearson è un virtuoso dal tocco elegante e dal fraseggio melodico, non ha una voce formidabile ma le sue qualità li sfodera tra le corde della chitarra creando quel suono a ruota libera che trova compimento nella splendida versione di In Memory of Elizabeth Reed, molto applaudita dai presenti. La performance è divisa in due lunghi set con una lunga pausa nel mezzo, il tempo per girovagare nel locale, comprarsi una t-shirt e ordinare delle birre, servite al banco da due signore anziane che contribuiscono a rendere lo Station Inn più un centro anziani che un rock club. Facile in questa pausa avvicinare Pearson, farsi firmare il suo Live in vendita all'entrata e strappargli la promessa di un intervista il giorno dopo, che non avverrà causa un forte raffreddore che lo costringerà a letto. Tra i titoli passati e riconosciuti I Can Fix It, World Gone Crazy, Real Hot Pepper, uno strambo rifacimento di Besame Mucho e la bella cover di As The Years Go Passing By, un brano che hanno suonato tutti, da Albert King a Fenton Robinson, da Eric Burdon a Santana, da Jeff Healy a Gary Moore. Lunghezze oltre gli otto minuti, brani che se non fosse per le pause per accordare le chitarre e asciugarsi il sudore, si unirebbero in una lunga ininterrotta jam. Prima dell'esibizione in trio, Jack Pearson in coppia col maestro del fingerpicking, l'australiano Tommy Emmanuel ha deliziato i presenti con un paio di numeri acustici di alta scuola.
 

Di tutt'altro tenore la sortita la sera seguente al The Basement un oscuro locale al 1604 di 8th Ave. South, periferia sud di Nashville. Arrivarci è un po' come uscire dalla città, abitazioni sparse, magazzini, qualche area abbandonata,  luci inesistenti ed una casa che sembra uscita da un film horror. L'indirizzo parla chiaro ma di musica  non se ne vede l'ombra, qualche asse di legno inchiodato in diagonale sulla porta suggerisce l'abbandono dell' abitazione, piuttosto cadente. Poi una luce che proviene dal retro indica il vero accesso, bisogna costeggiare una stradina laterale e ci si ritrova in un cortile sul retro della casa . L'atmosfera horror non cambio ma un tipo giovane sul ballatoio in legno antistante all'entrata maneggia un mazzetto di dollari, per cui capisco al volo come funziona. Otto dollari e tre band, mi pare conveniente. Due locali comunicanti  non molto ampi, poche sedie, un bagno sgangherato, un bancone per le birre con un barman maleducato, un piccolo patio per i fumatori ed una oscurità piuttosto inquietante. Pare di essere in uno scalcinato centro sociale o in una casa occupata ed invece è uno dei luoghi culto della musica underground, e non solo,  di Nashville. Naturalmente fili a vista che pendono come stelle filanti, impianto elettrico pre-bellico e ventole arrugginite che sparano aria fredda da bronchite. Un posto così in Italia lo chiudono ancora prima di aprirlo, invece negli States funziona e l'acustica è perfetta. Dopo aver maneggiato con cavi, amplificatori e microfoni sul palco, una band di cowboy texani parte senza presentarsi e pronunciare verbo. Una graziosa cantante con cappellaccio, jeans a zampa, capelli lunghi e chitarra a tracolla trascina la band sulle note di un classico country-rock elettrico aggiornato con una spigliatezza ed una freschezza giovanile. Siamo dalle parti del cow-punk ma le melodie sono il forte del loro set. 45 minuti di musica e non si smette un minuto di far andare il piedino.  Non mi preoccupo nemmeno di conoscere il loro nome, nell'oscurità basta la loro musica e la loro spontaneità. Dopo di che è la volta di Kristina Murray la star della serata. Nativa della Georgia, è oggi di casa a Nashville dove si è fatta un nome tra i songwriters della città e giornali e riviste parlano di lei. The Basement si è difatti riempito per il suo arrivo, un pubblico giovane , per età molto diverso da quello dello Station Inn. Supportata da una gruppo di cinque elementi, tra cui due tastiere, la bella Kristina infila una canzone dietro l'altra sfoggiando una bella voce ed una varietà tematica che la posiziona su quella strada indicata al tempo da Emmylou Harris e Linda Ronstadt che oggi arriva a Courtney Marie Andrews.
Un mix di troubadour storytelling, folk-rock, country-rock e accenni southern rock, cantato col piglio di chi si muove nell' underground ma ha ambizioni da grande. Un sound solido che permette diversi assoli di chitarre ed il dialogo tra pianoforte ed organo, Kristina Murray si fa prendere dal calore del pubblico e sciorina per intero i pezzi del suo Southern Ambrosia dove accanto ai nomi citati spuntano cenni di Jackson Browne,  sognanti ballate ed uno scoppiettante honky-tonk. Il disco è prodotto da  Michael Rinne ed è pubblicato dalla Loud Magnolia Records della stessa Murray. Da tenere presente, a Nashville sulla Murray sembrano scommetterci e gli applausi sono generosi. Quando, dopo un'ora la Murray lascia il palco, è il momento della terza band ma il fuso orario non è ancora stato smaltito per cui  la cosa migliore sembra essere quella di tornare in hotel. Arrivederci a Macon.

 

MAURO ZAMBELLINI  NOVEMBRE 2018

 

































martedì 30 ottobre 2018

CARTOLINE DAL SUD. 1: SAMANTHA FISH AL BLUES & BBQ FESTIVAL



 

Sta costruendosi una reputazione di performer scatenata e viscerale la bella Samantha Fish, una gavetta in giro per gli States e concerti che ogni volta seducono il pubblico non per la bellezza delle sue gambe o la malizia delle sue mise ma per la musica, la voce, la sua infuocata chitarra. Ne ho avuto una dimostrazione al Blues and BBQ Festival, manifestazione gratuita che ogni anno a Lafayette Square a New Orleans per tre giorni mette in campo il meglio della musica locale e artisti ormai di fama nazionale. Come headliner dell'edizione 2018 è stata scelta proprio Samantha Fish con la sua band di sei elementi, un ritorno acclamato dopo la trionfale esibizione dello scorso anno e la scelta per la ventinovenne ragazza di Kansas City di trasferirsi a vivere proprio nella Crescent City. Anche quest'anno la Fish non ha deluso, anzi ha moltiplicato pubblico ed effetto tanto che lo spigliato e brillante presentatore del festival ha definito il suo show uno dei più eccitanti ed intensi di tutte le edizioni.
 
 

Lafayette Square è una piazza col giardino circondata dai grattacieli del Business District, tutto attorno è un pullulare di  posti ristoro con  la declinazione completa del fast food made in Usa,  dagli hamburger alle costine, dalle salsicce ai fagioli, dalla carne col chili al pollo fritto, presenti pure gli ormai immancabili involtini veggie, una coreografia di odori e sapori da mettere a dura prova la golosità di chiunque, nonché stomaco e fegato. Naturalmente non mancano birra ed un fornito banchetto di dischi della Louisiana Music Factory, il negozio di dischi più grande della città che ha resistito all'assalto di internet, e poi banchi di quadri di artisti locali,  poster, fotografie, artigianato vario, cappelli e t-shirts. L'atmosfera è rilassata ed il pubblico, numeroso visto la gratuità dell'evento, rispettoso dello spazio pubblico tanto che durante e alla fine del concerto è quasi impossibile trovare rifiuti, carte, bicchieri, piatti,  lattine o quant'altro. Una cosa che mi ha sorpreso pensando invece a quanto succede nei nostri open festival. Il cartello della rassegna è ampio e variegato, nei tre giorni si succederanno il bluesman  Walter Wolfman Washington (piacevole ed elegante il suo set), Jimmie Vaughan (deludente), John Papa Gros (divertente), Shemekia Copeland (calda e rockata ma inferiore alle mie attese), Papa Mali ( pindarico), Reverend John Wilkins (tra soul e gospel) e altri nomi come Kenny Brown, Washboard Chaz, Don Bryant,  Henry Gray con Terrance Simien e Lil Buick Singegal e Cookie McGee. Ma l'apertura venerdì 12 ottobre  la fa Samantha Fish, anzi Little Freddie King un bluesman locale molto popolare a New Orleans che scalda gli animi con un set in verità non memorabile dove, oltre all' abbigliamento sgargiante e alla età venerabile del musicista, spicca un blues non accademico ma lento, sintonizzato sull'ozioso groove di New Orleans con tracce di Bo Diddley  che si mischiano a qualche classico tipo Baby Please Don't Go. La voce del piccolo Freddie King sa di vecchie bettole di Bourbon Street, la band, discreta, annovera  un armonicista che riempie gli spazi lasciati dalla voce del leader, un bassista ed un batterista. Sono applausi di stima quelli che arrivano alla fine della sua esibizione, Little Freddie King è quello che si dice un eroe locale ed il suo nuovo lavoro Fried Rice and Chicken lo si trova in ogni negozio della città. Ma è quando sale sul palco Samantha Fish che Lafayette Square si infiamma. Memore del suo show la passata edizione del 2017 del Blues&BBQ Festival, il pubblico è accorso numeroso e la piazza è praticamente piena. Sinceramente conoscevo la Fish solo per l'ultimo CD Belle of the West e per i video su you tube dove non può passare inosservata una bella ragazza che canta un grintoso rock intinto nel blues, impugna una Telecaster e si presenta con mise accattivanti, minigonne vertiginose e tacchi a spillo. Sono curioso di capire se le sue qualità sono un esclusivo effetto dal fattore estetico oppure se dietro quelle mise e a quei vaporosi capelli biondi che fanno venire in mente Marilyn  c'è una cantante e musicista che vale.

 Non passa molto tempo per capire che la tesi giusta è la seconda,  Samantha Fish è oggi una delle migliori rockeuse in circolazione in terra americana, un concentrato di energia, determinazione, grinta, malizia artistica, una capace a  trascinare  il pubblico dentro le sue canzoni e a farlo vivere con l'entusiasmo di chi le interpreta, canzoni che magari non posseggono la profondità dei grandi cantautori ma sono lo specchio di una ragazza di provincia  che usa la musica per combattere luoghi comuni, intolleranza, una vita altrimenti destinata all'anonimato e alla desolazione. Una musica che è un arrembaggio sonoro fatto di rock graffiante e chitarristico, spesso venato dal blues della strada maestra e da qualche soffio di R&B, che si apre talvolta, quando la Fish impugna la chitarra acustica, a melodie country che configurano paesaggi provinciali e storie di amori perduti. Samantha Fish ha una bella voce che usa con padronanza di modulazioni, traspaiono le inflessioni del country americano ma è potente quando alza il tiro e strapazza ora la Telecaster ora la Gibson "diavoletto" immortalandosi in pose che complice il suo look, per l'occasione un top scollato, leggins e scarpe con tacco a spillo turchesi in contrasto col total black,  comunicano l'immagine di quei rocker delle backstreets che non fanno prigionieri. Ha voce, tecnica, attitudine, feeling e canzoni, ed è circondata da una band solida dove il sassofono e la tromba ( Christopher Spies, Harry Morter)sembrano in contrasto coi loro sapori R&B alle melodie della violinista (Rebecca Crenshaw), un batterista scarmigliato (Scott Graves) picchia duro, più composto è il bassista (Christopher Alexander) mentre il più anziano del lotto, il tastierista,(Phil Breen) si scioglie in disinvolte divagazioni con l' Hammond e il piano. Ma è lei  la star che non si risparmia e comunica divertimento ed emozioni necessarie per guadagnarsi un posto al sole nel rock che conta. La scaletta è costruita sui brani del recente Belle of the West  ma dal vivo questi sono rivoltati completamente, allungati e potenziati con improvvisazioni, così che  la sensazione che Samantha Fish in concerto sia altra cosa rispetto ai suoi dischi è netta e incontrovertibile. Si sta costruendo con una serie di tour interminabili la reputazione di artista live e lo si vede, il concerto è di una forza incredibile e il pubblico se ne accorge tributandole continuamente urla e applausi. Un rock e qualche blues potenti e spavaldi, graffi chitarristici laceranti che in qualche momento si attorcigliano al suono del violino, una voce che dopo l'urlo sa anche essere dolce e tenera. Passano i titoli del suo ultimo album, American Dream, Blood on the Water, Cowtown, Don't Say You Love Me, No Angels ma anche qualche brano di Chills & Fever disco registrato a Detroit con musicisti di New Orleans molto influenzato dal soul e dal R&B, e qualche ricordo di un passato più lontano come l'applauditissima e corale Bitch On The Run . La lunga Somebody's Always Trying è uno degli highlights dello show, parte R&B ma poi si innestano assoli, rallenty e ripartenze, la Fish si inginocchia davanti alla "spia" e tutto diventa un assordante rumore psichedelico. Samantha Fish non si risparmia e ci mette l'impegno e la verve di chi ancora deve arrivare alle porte dell''olimpo ma nel frattempo regala un concerto brillante e sanguigno dove non c'è un attimo di pausa. Nemmeno nelle uniche cover della serata, Crow Jane  di Skip James suonato con la cigar box e You'll Never Change di Bettye Lavette.
 

Dopo un'ora e quaranta di concerto è un tripudio, Lafayette Square è esaltata come lo è il sottoscritto, mai mi sarei aspettato uno show del genere ma  New Orleans è the big easy dove tutto è possibile. Samantha Fish non è il futuro del rock n'roll ma un luminoso presente che appaga orecchie, occhi e cuore. Non perdetevela il prossimo maggio a Milano.

MAURO  ZAMBELLINI     OTTOBRE 2018





sabato 27 ottobre 2018

GRETA VAN FLEET ANTHEM OF THE PEACEFUL ARMY




Scelgono una copertina di sapore cosmico pscichedelico, ricorda gli Hawkwind, la giovane band dei Greta Van Fleet per il loro terzo disco, in realtà i primi due erano dei mini CD. Anthem of the Peaceful Army non cambia l'impressione avuta con Black Smoke Rising e From The Fires ovvero i tre fratelli Kiszka, cantante, chitarrista e bassista ed il batterista Daniel Wagner, aspirano ad essere una copia aggiornata dei Led Zeppelin e ci mettono tutto il loro impegno e la loro buona tecnica per assomigliare agli illustri genitori. Riffoni di chitarre elettriche, impennate ritmiche, la voce in falsetto alla Robert Plant (ma che differenza), un massiccio martellamento in nome dell'hard-rock più granitico, distorsioni prese di sana pianta da Jimmy Page, qualche ballata epica come sanno fare (bene) i gruppi metal, questo è il loro menu, ribadito con una produzione più accurata anche nel terzo lavoro. Quindi nulla da dire, i vecchi del rock sorrideranno e magari ritireranno fuori dagli scaffali il secondo e terzo dei Led Zep, nel primo c'era il blues che i Greta Van Fleet non hanno, oppure In Rock e Firefall dei Deep Purple, tanto per non spendere euro inutili, mentre i giovani, e speriamo, si scalderanno per aver trovato un gruppo che suona nudo e crudo come una volta, come nei dischi del padre. Ma al di là delle diverse reazioni generazionali si tratta ora di capire se ricalcando queste tracce, ad un certo punto, una volta riconosciuta la strada, i ragazzi in partenza da Frankenmuth nel Michigan, città americana che più tedesca non si può, famosa per il  suo pollo fritto, la musica polacca e Babbo Natale, saranno in grado di proseguire da soli attraverso un orientamento esclusivamente personale, perché una strada battuta e conosciuta è sempre difficile da abbandonare. Poteva sembrare così all'inizio anche per i Black Crowes, quando venivano definiti degli imitatori di Stones e Faces ma poi i corvacci si sono ritagliati una loro via, hanno acquistato stile e scritto grandi canzoni e sono diventati una delle migliori rock n'roll band dello scorso fine secolo.

Le correnti di pensiero, intorno ai Greta Van Fleet, estroso nome preso in prestito da una vicina di casa, si orientano su due direzioni: da un lato c'è chi li etichetta come band derivativa e poco originale con quei parallelismi innegabili, e dall’altro c'è chi li osanna come i profeti della rinascita dell’hard-rock. Dalla loro parte c'è che vengono dal Michigan, una terra che ha dato molto all'hard-rock, basti pensare a MC5, a Stooges, al primo Bob Seger, a Ted Nugent tanto per fare i nomi più conosciuti, quindi sono cresciuti su un terreno fertile e le prerogative per una loro maturazione e personalizzazione  ci sono tutte. Aspettiamo e godiamoci, se possibile, questo Anthem of the Peaceful Army con tutte le sue ingenuità ma con l'indubbio entusiasmo che traspare da questi solchi e da questi ragazzi.
Non che il talento sia manchevole, e come spesso accade, a notarlo per primi, in un’intuizione dal sapore di dollari, sono produttori e major che, una volta adocchiato il soggetto, mettono in moto tutto quello che sta attorno al dispositivo per creare the next big thing. I Greta Van Fleet sono una macchina dall'ottima resa, anche perché costruita da ingegneri del calibro di Marlon Young, Al Sutton e Hershel Boone (già produttori di Kid Rock, Pop Evil, Sponge) e dalla Republic Records ovvero affiliazione Universal. Il rischio è che le accelerazioni esagerate su un motore non ancora messo a punto, soprattutto se a condurre il mezzo ci sono dei neopatentati, lo brucino. Giovani poco sopra l’età consentita per gli alcolici ma già in grado di confezionare un hard-rock di buona fattura con acuti spacca-vetri. Il quartetto composto dai tre fratelli Kiszka, di cui Joshua alla voce, il suo gemello Jacob alla chitarra e Samuel al basso, e dall’amico di scuola il batterista Daniel Wagner, dimostra in questo disco di avere sufficiente energia per zittire, almeno in parte, le malelingue. La suggestiva Age Of Man, descrivendoci meraviglie del ghiaccio e della neve, inizia morbida, cupa, fluttuante, prima di lanciarsi in una progressione epica con la voce su alti registri ed  un mellotron di altri tempi, The Cold Wind è vento freddo del Michigan e Joshua Kiszka rimane ancorato a quel provocante falsetto, orgasmico e appassionato che fu di Robert Plant. Lover Leaver (Take Believer) spicca accattivante con la sua lunatica parte centrale fatta di contrappunti tra la potente chitarra e la voce urlante, la linea di basso pompa a livelli massimi,spingendo la sezione ritmica fino all’ipnosi, mentre in un mix psichedelico e furioso il cantante dipinge l'immagine vivida di una tentatrice che ha usurpato la sua anima. Ma i Greta Van Fleet son capaci anche di affascinare con quella tenerezza che trasuda dall’incantevole ballata You’re The One, che scompensa un equilibrio ormai livellato su suoni crudi e duri, e ci mostra quel lato romantico che spesso le band metal e hard-rock, col loro approccio epico, riescono ad esprimere con intensità, tra chitarre acustiche e intrecci vocali. Così come colpisce la leggerezza della successiva The New Day, scanzonata e limpida  mentre in Mountain Of The Sun fa capolino una slide di sporco southern rock.  Brave New World è invece una composizione che strizza l'occhio  al prog e al rock sinfonico con quell' atmosfera ombrosa e cupa, quasi gotica, mentre il riff acustico e nostalgico della title track cavalca un sound alla Rainbow  e mostra tutta la spavalderia dei Greta Van Fleet una band che può fare breccia come fecero anni fa i Guns and Roses. Chi vivrà, vedrà.
MAURO ZAMBELLINI   OTTOBRE 2018




sabato 25 agosto 2018

DIECI ESPERIENZE ESTATICHE

 
 

MILES DAVIS   BITCHES BREW    1969

"Avevo visto chiaramente una strada verso il futuro e stavo cominciando a seguirla, lo stavo facendo per me stesso, per quello che volevo e di cui avevo bisogno nella mia musica, pensavo che stavo facendo la stessa cosa di Stravinskij quando era tornato alle forme semplici". Con queste parole Miles Davis introduce la genesi di Bitches Brew album rivoluzionario che prefigura i paesaggi estatici di quello che sarebbe stato definito in modo semplicistico jazz-rock. Ne fanno parte difatti tutti i musicisti che dal jazz e dall'esperienza con Davis poi gettarono un ponte sul rock e sul funk: il sassofonista Wayne Shorter ed il pianista Joe Zawinul inventori di Weather Report, il chitarrista John McLaughlin ed il batterista Billy Cobham della Mahavishnu Orchestra, i bassisti Dave Holland e Bennie Maupin, il pianista Chick Corea ed il percussionista Airto Moreira creatori di Return To Forever, il batterista Jack DeJohnette. "Cominciammo la mattina presto nello studio della Columbia sulla 52ma strada e registrammo per tre giorni consecutivi in agosto. Avevo detto a Teo Macero, il produttore del disco, di non rompere i coglioni, di lasciare semplicemente acceso il registratore e registrare tutto quanto, senza venire a interrompere e fare domande. Io dirigevo come un maestro, una volta cominciato a suonare, e buttavo giù un po' di musica o dicevo all'uno o all'altro di suonare le varie cose che cominciavo a sentire man mano che la musica cresceva, che diventava un insieme". Il risultato è un trip electro-jazz-funk di incredibile energia e sensualità uscito prima come doppio album nel 1970, poi ridefinito in modo completo in The Complete Bitches Brew Sessions del 2004.

 

TRAFFIC       TRAFFIC  1968

L'estasi bucolica si consuma in un cottage di un gardiacaccia ad Aston Tirrold nel Berkshire, un luogo contornato da boschi di noccioli e pini. Sheepcott era ad un quarto di miglia dalla casa più vicina e per anni diventa il rifugio dei Traffic. Tappeti indiani furono piazzati vicino al camino per dare più atmosfera all'ambiente, teatro di conversazioni notturne sull'astronomia ed il Libro Tibetano dei Morti. Il folk si amalgamò coi ritmi latini e coi link jazz del flauto di Chris Wood, ammiratore di Rahsaan Roland Kirk e appassionato di musica africana e giapponese. Le percussioni di Jim Capaldi, la voce e le tastiere di Steve Winwood e le chitarre di Dave Mason fecero il resto. Non c'era acqua corrente né elettricità, sopperiva un generatore ausiliario, le lunghe session furono magiche ed irripetibili, in quel cottage in mezzo alle colline inglesi successe qualcosa di straordinario, Mr.Fantasy fu l'equivalente inglese di Music From A Big Pink e ancora meglio fece l'omonimo secondo album prodotto da Jimmy Miller nel quale il misticismo e il clima pastorale di quei giorni in campagna trovano sfogo in canzoni sublimi, complesse e semplici al tempo stesso, pure e raffinate,dove non esistevano barriere tra rock, jazz, musica etnica, pop e psichedelia color pastello. Feelin' Alright in tutto e per tutto.

 

NICK DRAKE   BRYTER LAYTER  1971

Il medesimo intreccio di folk e jazz esplorato dai Traffic del Berkshire lo si ritrova nel secondo album del tormentato songwriter inglese Nick Drake, anche se in questo caso l'ambientazione è prettamente urbana e notturna. Gli arrangiamenti di Robert Kirby valorizzano l'architettura musicale e poetica di Drake, la crema del folk anglosassone (Dave Pegg, Dave Mattacks, Richard Thompson) si accompagna a musicisti americani di talento (il batterista Mike Kowalski, il pianista Paul Harris) e l'ex Velvet Underground John Cale  con viola e clavicembalo scarabocchia il quadro con misurata bizzarria. Produce da maestro Joe Boyd un'opera che rasenta la perfezione assoluta e si distingue per la sua leggerezza e l'abbandono estatico che induce nell'ascoltatore, nonostante i testi parlino di alienazione urbana e delle potenzialità inespresse di una vita. Il cantato di Drake, incantato e malinconico ma di un candore irresistibile è la stella polare di un affascinante universo sonoro dove gli strumenti si accarezzano in ballad che hanno le virtù della grazia e del sogno. Una limpida chitarra acustica lascia spazio a sax e flauto, il clavicembalo e la viola si intrecciano con organo e pianoforte, basso e batteria nemmeno si sentono tanto sono lievi, arrangiamenti operistici si sovrappongono a pennellate di jazz e ad un folk progressivo. Il cielo del nord è qui rischiarato da una luce seducente.

 

MARVIN GAYE      WHAT'S GOING ON   1971

Potrebbe sembrare una bestemmia parlare di estasi per un album il cui contenuto nasce attorno al punto di vista di un veterano del Vietnam che torna in patria e si vede circondato da odio, sofferenze e ingiustizie. Temi riguardanti l'abuso di droghe, la povertà e la guerra si mischiano a tensioni interiori e alla paura di un mondo inquinato, alla deriva. Ma l'architettura dell'opera, un concept album dalla struttura ciclica con le tracce che fanno da introduzione alla successiva e quella finale riprende l'iniziale, e sopratutto il lirismo  che pervade tutto l'album, un soul avvolgente e orchestrale con sovrapposizioni di cantato, innesti di jazz, gospel e musica classica, fanno di  What's Going On un opera monumentale, un punto di non ritorno nella storia della soul music, ancora oggi stupefacente tanto è il potere di coinvolgimento e il benessere quasi sensuale che trasmette. Effetto quasi paradossale visto che tutto nasce dopo che un membro dei Four Tops, Renaldo "Obie"Benson, durante un tour fu testimone di un atto di violenza e brutalità da parte della polizia verso dei manifestanti pacifisti a Berkeley nel 1969. Tornato a Detroit raccontò l'episodio al songwriter Al Cleveland il quale ci scrisse sopra una canzone, rifiutata dai Four Tops perché considerata di protesta e non adatta al loro repertorio. Di tutt'altro parere Benson e Cleveland la rivendicarono invece come una canzone di amore ed incomprensione e la cedettero all'interessato Marvin Gaye il quale aggiunse una nuova melodia, cambiò alcune liriche, la abbellì e trasformò What's Going On  in una storia del ghetto divenuta un concept album.  Un album che ha segnato in modo indelebile la carriera di Marvin Gaye e ha indicato nuove strade nel sound della Motown.  

 

DAVID  CROSBY     IF I COULD ONLY REMEMBER MY NAME 1971

Il flusso di coscienza che accompagna le note e il cantato di questo disco ha del prodigioso, una illuminazione che ha incantato un' intera generazione. Mai disco ha avuto il potere di prefigurare un universo in cui la musica è amore e bellezza naturale. Certo fu necessario l' LSD ma che importa, come scrisse Elémire Zolla (1926-2002) scrittore, filosofo, storico delle religioni e conoscitore di dottrine esoteriche " la storia intima dell'uomo è fondata sulla successione degli stupefacenti", e allora If I Could Only Remember My Name dove già il titolo suggerisce uno stato "altro" in cui la mente se ne è andata dal corpo, è un trip di tale potenza estatica da lasciare senza fiato, magnificamente confusi dentro una dilatazione sensoriale di straordinaria intensità. Mistico, visionario, onirico ma pervaso da una incredibile immediatezza e spontaneità. Oggi può suonare come un'elegia del quadro idilliaco di una California di libera coscienza e di libero amore ma l'album va goduto come una lunga suite sonora, un susseguirsi di atmosfere e visioni, una sinfonia folk-rock di suoni sospesi e chitarre sognanti screziata di colori lisergici, con David Crosby accompagnato dall'intera comune artistica della Bay Area, dai Grateful Dead ai Jefferson Airplane, da Joni Mitchell a Neil Young e Graham Nash.

 

TELEVISION    MARQUEE MOON  1977

L'estasi newyorchese ha tutt'altri suoni, altre frizioni, distorsioni violente, nuove scenografie e sogni inquieti. Il popolo degli hippie è ormai un ricordo e LSD una droga non più di moda, nel 1977 tutto viene rimesso in discussione, il futuro ha colori plumbei, i Velvet Underground avevano prefigurato con anni d'anticipo la decadenza. Ma come qualche volta succede, per assurdo i tempi difficili generano creatività ed un tale Tom Miller, assunto il nome del poeta simbolista Verlaine si inventa una luna al neon attorno a cui far caracollare un acido suono chitarristico che azzarda un unione tra i Grateful Dead e i Velvet Underground. Singolare il risultato, una  psichedelia ferrosa intrisa di ossessioni metropolitane e schizzi poetici, frastagliata di arpeggi e voli di chitarre elettriche, quelle di Richard Lloyd e Tom Verlaine, capaci di disegnare un nuovo cosmo musicale. Marquee Moon  è un disco premonitore e spartiacque, profondamente legato alle estetiche sonore della seconda metà degli anni settanta (le produzioni della Ork Records)  ma proiettato in avanti. Patti Smith che con il leader dei Television ha condiviso relazioni sia sentimentali sia artistiche, ha detto " il suono della chitarra di Tom Verlaine fa pensare all'urlo di mille uccelli". La chitarra di Verlaine, infatti suona stridula, straniante, assecondando le tonalità gutturali del suo cantato da androide allucinato, ma altrettanto geniale è l'elicoidale fraseggio di Richard Lloyd, forgiante una struggente rivisitazione della vecchia psichedelia underground dentro gli scenari della new-wave.

 

SANTANA      CARAVANSERAI   1972

Ad altre latitudini l'estasi si tinge di tramonti roventi, notti di blu abbacinante, orizzonti tremolanti nel miraggio della calura sahariana. Le cicale cantano, le carovane avanzano lentamente sulle piste, il silenzio è  musica,  percussioni si rincorrono in una fusione ritmica morbida e avvolgente, le tastiere sono un tappeto dalle mille trame, e sopra il caravanserraglio si erge limpida, distinguibile, lirica la chitarra di Carlos Santana che qui suona come un vento del deserto raggiungendo l'apoteosi proprio in Song Of The Wind. E' l'ultimo album di Santana con l'organista Gregg Rolie e il chitarrista Neal Schon i quali formeranno i Journey l'anno seguente e a mio modesto parere assieme ai due primi lavori del messicano, Santana e Abraxas, è una delle perle della sua discografia. Un disco luminoso senza cadute pop-commerciali, pressoché strumentale perché l'abbandono sensoriale è qui dettato dal suono caldo e avvolgente, da intermezzi jazzati, da echi di mondi diversi e da una fusion che dall'America Latina ha fatto ritorno in Africa. Perfetto in ogni dettaglio e sfumatura, Caravanserai  riesce nell'obiettivo di sollevare l'ascoltatore in uno stato etereo con delle sonorità che sembrano scaturire naturali dalla terra e dal vento, un eccelso intreccio strumentale con le varie tracce legate tra di loro attraverso lo sfumare di un pezzo nell'altro,creando una unica grande suite di puro godimento.  

JOHN COLTRANE     A LOVE SUPREME  1965

Ma che diavolo sta suonando? , disse Miles Davis ascoltando una delle improvvisazioni che John Coltrane suonava sul palco dell’Half Note. Siamo nel pieno degli anni ’60, e il sassofonista era resident artist del club di Hudson Street. «Sembrava di stare in chiesa», ricorderà anni dopo Archie Shepp – musicista free e suo storico collaboratore – di quelle serate newyorkesi. A un certo punto, ha detto Dave Liebman, «la gente ha rivolto le mani verso il soffitto. Si sono alzati tutti in piedi, erano rapiti».  A Love Supreme è uno degli album che hanno cambiato la storia del jazz, c’è la musica, allo stesso tempo conclusione del periodo modale e prologo di quello sperimentale, c’è il testo, rappresentato dalla poesia-salmo che dà­ titolo al disco, inserita dal sassofonista nel libretto, e c’è la rivelazione religiosa. Tra il ’55 e il ’57, infatti, mentre suonava con il quintetto di Miles Davis, Coltrane sprofonda nella dipendenza da eroina che riuscirà a  a superare solo dopo un lungo periodo di solitudine nella sua casa di Philadelphia.

Nel 1957 sperimentai, per grazia di Dio, un risveglio spirituale che doveva condurmi a una vita più ricca, più piena. All’epoca, per gratitudine, chiesi umilmente di avere il privilegio di rendere felici gli altri con la musica. Mi sembra che mi sia stato accordato, rendo grazie a Dio”, si legge nelle note d’accompagnamento.

È un disco di spunti infiniti, per il sassofonista era una dichiarazione d’amore rivolta verso il cielo, per i giovani musicisti dell’epoca il manifesto espressivo totale.  L’album è diviso,, in quattro sezioni – Aknowledgement, Resolution, Pursuance e Psalm , tutte costruite sulla base di frasi molto semplici, sulle quali vengono innestate le jam vertiginose del sassofonista e dei musicisti del quartetto, vere e proprie cattedrali di suoni enfatici, quasi violenti. Accompagnato da Jimmy Garrison (contrabbasso), Elvin Jones (batteria) e McCoy Tyner (pianoforte), Coltrane disegna un viaggio mistico che culmina nel finale, dove il suo sax tenore si sdoppia in quella che per molti è l’improvvisazione definitiva, l'estasi per eccellenza.

 

THE ALLMAN BROTHERS BAND   LIVE AT FILLMORE EAST  1971

Si è scritto tante volte su queste pagine a proposito di questo disco, considerato da molti il più bel live nella storia del rock e del blues, un'opera destinata a far parlare di se per decenni, un doppio disco da cui emergeva  una band capace di mettere insieme la fantasia di Jimi Hendrix, la tradizione blues di Muddy Waters e le invenzioni del quintetto di Miles Davis di Kind of Blue  secondo una fluidità sonora che nessuno nel rock aveva mai ascoltato. Ma questa volta c'è di mezzo l'estasi e non la storia e allora la qui presente In Memory of Elizabeth Reed è cibo degli Dei, materia pesante, la chitarra di Richard Betts sembra un violino, l'organo di Gregg un'orchestra, Duane Allman è in cielo e la performance assume quelle modalità che i musicisti jazz cominciavano a definire fusion. Quell'approccio che derivava da Miles Davis e John Coltrane, in particolare dal loro lavoro in Kind of Blue.  Duane Allman confidò al giornalista Robert Palmer che quel modo di suonare in Elizabeth Reed proveniva da quell'album, lo aveva ascoltato così tante volte negli ultimi due anni che lo conosceva a memoria. Quello che Duane trovava accattivante era l'improvvisazione modale che Davis aveva sperimentato alla fine degli anni cinquanta, estendere gli assoli basandosi su una singola scala o una sequenza di scale, piuttosto che sulla progressione di un accordo. Questo concetto forniva grande libertà ai solisti per condurre la musica verso nuove direzioni, una libertà che la ABB fece propria. Gli assoli di Duane in Elizabeth Reed, Whipping Post e Mountain Jam furono tra le cose più inventive e creative della sua carriera di musicista e la sua collaborazione con Dickey Betts  raggiunse un livello di potenza ed emozione che finì col contagiare gli altri ed influenzare generazioni di musicisti. 

 

STAPLE SINGERS     BE ATTITUDE: RESPECT YOURSELF (1972)

 

Per spiegare che  "in tempi come i nostri, di rapidi mutamenti sociali, le canzoni aiutano a sincronizzarsi, a muoversi insieme allo stesso ritmo", Jules Evans, l'autore di Estasi: istruzioni per l'uso ovvero l'arte di perdere il controllo (Carbonio Editore), richiama questo fondamentale "affare di famiglia" che non può essere sottovalutato da chi ama la musica afromaericana in toto, qui nelle sue pieghe gospel e soul. L'estasi è qui un trance mistico e religioso, ma di quella religione che appartiene agli uomini di qualunque colore siano, la religione che avvicina sì al divino ma anche agli altri, alla bellezza, alla comprensione e al rispetto delle diversità, alla libertà di essere un cittadino del mondo senza barriere. L'apoteosi discografica degli Staples Singers la trovate in Faith and Grace: A Family Journey 1953-1976 , un box che da solo allarga e prolunga l'estasi all'infinito ma per chi non vuole trascendere in modo completo può bastare l'ascolto di questo superbo Be Attitude: Respect Yourself.

 

MAURO ZAMBELLINI



















mercoledì 1 agosto 2018

the MAGPIE SALUTE High Water I

 
 

Il fatto che nel titolo ci sia il numero uno sottintende che un secondo capitolo di High Water uscirà il prossimo anno e saranno quindi tre, live a parte, i dischi di questo collettivo che per formazione e stile prolunga a suo modo l'esaltante saga dei Black Crowes. Proprio il meno appariscente dei due Robinson, il chitarrista e cantante Rich, dopo qualche svolazzante disco a suo nome, si è impossessato dell' eredità dei corvacci ridando fiato a un rock strettamente legato agli anni settanta con schiamazzi di r&b sudista intinto nel bourbon. Dal vivo, e sono reperibili diversi bootleg,  i Magpie Salute assomigliano troppo ai Black Crowes, cover comprese, per destare un giustificato entusiasmo.  Per fortuna in studio Rich e compagni si ricordano di essere una band diversa e ampliano lo spettro sonoro incorporando armonie west-coast, ballate ariose e atmosfere acustiche dal tono pastorale e folkie. Riescono nell'intento di diversificarsi,  il miscuglio assortito e ben amalgamato rende High Water I meno dispersivo del già apprezzabile disco d'esordio, possiede unità e corpo e pur non negando l'esperienza più che decennale maturata dai tre fondatori della band (Rich Robinson, il chitarrista Marc Ford ed il bassista Sven Pipien) coi Black  Crowes,  allarga il campo, contestualizzando il contributo portato dal cantante John Hogg, dal tastierista Matt Slocum e dal batterista Joe Magistro .  High Water I è un disco godibilissimo di cui è facile lasciarsi irretire, per il sound solidamente anni settanta e per la semplicità con cui una materia strausata come il rock viene declinata in brani che rinfrescano e aggiornano una identità reinventata.  Il gioco riesce per la chimica instauratasi all'interno della band,  semplificazione strumentale di una convergenza e di un benessere collettivo che permette ai Magpie Salute di confermarsi arzilli continuatori di un rock classico di matrice southern.  Nonostante i sei abbiano scelto le montagne e i boschi di Woodstock come ritiro spirituale, cosa che si riflette un po' in tutto il disco.  High Water I inizia come l'album d'esordio ,  Mary The Gypsy  è un fiotto hard-rock registrato live ma già il seguente titolo, High Water,  emana una frescura differente.  Un impasto di chitarre acustiche portano nell'ovest i Magpie Salute e nello stesso tempo resuscitano quei modi da ballata pastorale che facevano capolino in Amorica. Non è l'unico momento bucolico, Walk On Water, altro riferimento all'acqua, ha chitarre acustiche ed una dolenza da ballata alla Tom Petty, For The Wind è una canzone folk con annesso sconquasso elettrico da Led Zeppelin del terzo album, You Found Me si spinge fino al country in compagnia di una lap steel e Open Up chiude le danze con le cadenze lente e sincopate, rette dal pianoforte di Matt Slocum, di un soul ibrido. 


Rich Robinson e John Hogg si dividono le parti vocali così da non annoiare e non far rimpiangere troppo Chris Robinson, lo stesso Rich risponde con la sua chitarre bluesy al più pindarico e psichedelico Marc Ford, un interplay che regala alla band fantasia e vivacità. Se il passato lo si ritrova nei pezzi più potenti, nella bella Send Me Omen dove si affacciano Led Zep e Free, nella caotica e muscolosa Take It All e nelle limpide chitarre di Can You See, il presente è sottolineato dalle tracce che premiano la ricerca dei Magpie Salute verso nuovi lidi. Sister Moon  dondola tra folk, Beatles e Paul Simon ed è il frutto dei racconti attorno al fuoco di John Hogg e Marc Ford durante un soggiorno di dieci giorni in una casa isolata nei boschi,  Color Blind, il cui testo riflette le difficoltà di integrazione vissute in gioventù a Londra da John Hogg, metà svedese e metà africano, è un modo per ricordare che i Rolling Stones non sono solo riff e fiammate rock-blues ma nel loro repertorio si ritrovano anche delizie come Winter. Inoltre l'assonnato ragtime un po' Kinks-style di Hand In Hand aggiunge un altro elemento alla strada che i Magpie Salute ( il cui nome indica nella   superstizione inglese una gazza che porta buone nuove) hanno imboccato.

Dai Corvi Neri alla Gazza del buon augurio, la continuità non è solo ornitologica ma il frutto di un lavoro in cui il passato è ancora motivo di ottimo rock basta suonarlo con la sensibilità e la verve di musicisti che hanno mantenuto intatto il loro entusiasmo.  High Water I ha la limpidezza dell'acqua di fonte e la bruciante elettricità di una band che possiede tecnica e feeling da vendere.

MAURO  ZAMBELLINI