mercoledì 12 luglio 2017

TOM PETTY and THE HEARTBREAKERS HYDE PARK 9 luglio 2017


L'ultima data del British Summer Time, appuntamento nel verde di Hyde Park diventato un classico dell'estate rock londinese  dopo il concerto dei Rolling Stones del 2013 e quello degli Who del 2015, vede come headliner Tom Petty and The Heartbreakers ed  è un boccone troppo ghiotto da lasciarsi sfuggire anche perché è l'unica data europea del suo tour del quarantennale.  I cancelli si aprono verso mezzogiorno ed il pubblico è già numeroso, c'è un piccolo palco per le esibizioni, un susseguirsi di postazioni per lo street food,  la birra e i drink,  un merchandising che vende magliette senza un attimo di tregua.

Ma è l'enorme Great Oak Stage il colpo d'occhio maggiore anche se il sole è alto ed il caldo più da pianura padana che da parco londinese, nonostante minacciose previsioni di pioggia. Imponenti querce (simulate) le cui fronde verdi sovrastano e contornano l'enorme palco danno l'idea di un ottocentesco quadro bucolico che al tramonto, grazie alla luce e agli effetti degli schermi,  si confonde con la vegetazione ed il cielo di Hyde Park. Suggestivo.  Quando prendo posto nel secondo girone sotto il palco, il gold circle, sono già all'azione James Hunter Six. 


 Con un torrido set di 40 minuti incrociano soul, R&B, qualche scampolo di blues e diverso northern soul,  musica calda, coinvolgente ed una salda conoscenza del genere messa al servizio di una interpretazione affatto banale e standard. James Hunter è un vocalist dall'ugola negroide benedetto prima da Van Morrison e poi da Allen Toussaint.  Viso rugoso da marinaio segnato dal sole, piccolo ma muscoloso, camicia rossa e Gibson in mano, canta convinto una musica figlia di James Brown, Sam Cooke, Jackie Wilson e con la sua bella voce da soul singer anni '50 non sfigura rispetto ai suoi maestri. Lo avevo visto qualche anno fa in azione a Narcao Blues ma fu un set piuttosto monotono e stanco, tutto diverso dalla esibizione londinese,  gagliarda e carica di feeling  in virtù anche di una eccellente sezione ritmica, batteria e contrabbasso, che sa essere soft nei brani di più esplicito orientamento northern soul con qualche infiltrazione jazz. Hunter è un soulman bianco dal piglio operaio, un commitment  di Colchester, Essex, nato nel 1962, orgoglioso di tenere in vita senza nostalgia una formula che in Inghilterra ha sempre fatto proseliti. Nei Six ci sono un pianista che sa il fatto suo e due scoppiettanti sassofonisti, baritono e tenore,  un combo che anche su disco ha mostrato le sue qualità e la predilezione per la sponda "nera" del rock n'roll.  The Hard Way e Minute By Minute sono due dischi che consiglio a chiunque coltivi tali orticelli.
 

Dopo di loro è la volta degli  Shelters, quartetto di Los Angeles con un unico disco alle spalle prodotto da Tom Petty. Si passa dalla fuliggine inglese al sole californiano ed è un altra storia. Due chitarristi diversi che cantano insieme o alternativamente,  trascinano un set bruciante ed elettrico, pur con moderne aperture melodiche.  Josh Jove suona la Gretsch e assomiglia ad un giovane Phil Alvin, stesso viso stessa brillantina, è il rocker della band, quello con una impostazione più classicamente rock n'roll,  gli fa da contraltare lo scatenato Chase Simpson, veemenza  grungy e fulminee entrate di chitarra, capelli al vento e morsi da teppista sonoro. Si dividono i compiti ma sono complementari,  grintosi, veloci, diretti,  la giusta attitudine per abbracciare rock garagista e power-pop,  concedersi a qualche frastuono grunge, colorare il set con uno sporadico pastello psichedelico ed unirsi in abbaglianti armonie di pop inglese alla Kinks. Attorno a loro il bassista Jacob Pillott addenta il ritmo come una iena mentre Sebastian Harris picchia sulla batteria come un ossesso.  Va in scena il loro album, un rock californiano giovane e vitaminico sposa i Replacements con Tom Petty ed è un matrimonio originale,  non il desueto rumore di tante band alternative che giocano sul sound senza avere un briciolo di idea di canzone.  Qui c'è  respiro e varietà oltre che determinazione,  gli sconosciuti  Shelters infiammano Hyde Park con un set di energia e bravura. Applausi.
 

Quando entrano in scena i Lumineers è ancora pomeriggio ed il caldo non molla. Gli spazi tra i presenti si riducono perché cala la marea del pubblico di ultima generazione  che sgomita per accaparrarsi le prime fila senza rispetto per chi ha sudato ore per tenersi la propria non idilliaca posizione.  E' il pubblico delle band di moda e non tardo molto a capirlo perché non passano molti minuti prima che tutti accompagnino  con degli insopportabili coretti di oooooh, eeeeeh, aaaah,  da concerto di Vasco le canzoni che un belloccio ma talvolta stonato cantante con aria messianica sta riversando dal palco.   I suoi compagni sono un tastierista che suona un pianoforte grande come uno yacht ma si sente a malapena, un bassista insignificante, una violoncellista imbalsamata con viso di porcellana ed uno che batte sui tamburi come fanno i Mumford and Sons creando un aspettativa di canzone che non decolla mai e rimane sempre al punto di partenza. Devo ammettere che questo folk-rock di respiro vagamente celtico (compresi Mumford & Sons, Monster of Men e compagnia bella) mi annoia oltre misura perché tutto uguale, fasullo e falsamente popolare. I Lumineers cantano la stessa canzone per cinquanta minuti, ripetitivi e senza alcun appeal melodico,  hanno come unico intento coinvolgere un pubblico di bocca buona con coretti e ritornelli che si cantano come in un karaoke. Vadano a quel paese con le loro canzonette, le loro barbe,  i loro piedi scalzi, il loro tamburo, le loro bretelle ed il loro pubblico.  I Pogues erano un' altra cosa.
 

Il tramonto lo porta  la fatalona Stevie Nicks, sono le 18 e dopo  Gold and Brain è subito Fleetwood Mac con  Gypsy, zingaresca ballata di un epoca d'oro californiana. Scrosciano applausi ed urla, lei bionda vestita di nero, grandi occhiali scuri adornata da veli e scialli, appare come una suadente maga gotica che inscena un set romantico dove immagini di piogge urbane, lupi della steppa, castelli incantati e vampiri, simboli runici fanno da coreografia ad una musica che si vorrebbe fatale e sognante. Ma così non è perché se Stevie Nicks  è quella di sempre, la voce intatta sintonizzata su un unica tonalità e i modi da regina, oggi decaduta ed invecchiata, di una ricca California rock, compresi i continui cambi di scialle, lo svolazzo dei veli, le unghie vampiresche ed il vaporoso ondeggiare sul palco, la band suona un ampolloso sound da anni ottanta, debordante nelle tastiere e plateale nelle chitarre, roba che si usa solo in qualche galà a Las Vegas. Un sound vecchio e sorpassato, laccato e tronfio, non aiutato dalla presenza di Waddy Wachtel, chitarrista che abbiamo amato con Warren Zevon, Jackson Browne, X-Pensive Winos, Linda Ronstadt ma che sul palco di Hyde Park sembra più concentrato in platealità da Reo Speedwagon.  Certo rimangono le canzoni indimenticabili della Nicks,  Dreams,  Gold Dust Woman, Criyng In The Night, Belladonna, una lunga Rhiannon interpretata con ardore e passione ma l'enfasi del set è troppo pomposa per sedurre,  non tanto per la sua regale e teatrale esibizione quanto per il suono di una band che sembra appartenere ad un'altra era.  Il pubblico applaude in massa e la Nicks lo ricambia con una intima versione di Landslide.  Dice di essere lì grazie a Tom Petty " la sua star preferita".  
 

Che ci sia stima reciproca lo si vede di lì a poco quando Tom Petty la invita sul Grand Oak Stage per cantare insieme una bella versione di Stop Draggin' My Heart Around   un ricordo dei loro primi anni ottanta quando tutto girava facile ed eccitante attorno a loro.

 
Ma se Stevie Nicks è ancorata ai ricordi, così non è  Tom Petty e i suoi Heartbreakers la più potente, lucida, scintillante, coordinata rock n'roll band oggi in circolazione, capace di unire poesia e crudezze, storie di strada e malinconie da loser, visioni bucoliche e amori spezzati,  romantica e spietata nel giro di poche note, un insieme di musicisti ed un songwriter che ti mettono al tappeto non ricorrendo all' impeto del comunicatore e tanto meno al fisico e carnale intrattenitore messianico ma con l'esclusivo potere della musica, del rock n'roll.   Una band stratosferica che suona a memoria e con divertimento, precisa e in scioltezza dietro ad un leader che non fa nulla per nascondere la sua età, compresa una pancetta incipiente e dei fastidi alla schiena,  ma è la quintessenza del rocker:  voce nasale, chitarrista eccellente, posa da ribelle con camicia rossa e gilè nero,  tra il disincantato e lo spiritoso, autore superlativo,  tenero e nostalgico quando con la chitarra acustica intona Learning To Fly e Wild Flowers, due momenti da magone complici le immagini che sullo schermo rievocano la sua storia e quella band,  ma attento a non celebrarsi sfoderando un tiro che va dritto senza fronzoli su quelle strade che hanno fatto il rock americano .  Dai Creedence ai Byrds, da Dylan a Springsteen, dal pop alla psichedelia compresa una sporca versione di I Should Have Know It, unico estratto di Mojo, una sorsata di bourbon col grado alcolico dei Black Crowes. 

 E il Tom Petty di oggi ricorda un po' Chris Robinson,  la barba incolta, i capelli lunghi, l'aria del vagabondo, la giacca militare da reduce del Vietnam indossata all'inizio dello show. Un inizio all'insegna del più puro rock n'roll con un titolo del primissimo album, Rockin' Around (With You) come volesse ringraziare Londra e l'intera Inghilterra per essere stato accettato all'inizio di carriera prima che nella madre patria. Le cose cambieranno con Damn The Torpedoes ma grazie ad un lancio promozionale che cavalcava l'ondata punk, Tom Petty riscosse il primo seguito in Inghilterra, cosa che non ha dimenticato ringraziando più volte con gentilezza e trasporto il  pubblico di Hyde Park (to be here on such beautiful London summer is amazing) e dalla felicità che traspariva nelle presentazioni delle canzoni, spesso umoristiche come nell'introduzione delle due belle coriste e ballerine inglesi, le sorelle Charlie e Hattie Webb già protagoniste con Leonard Cohen.  E' bastato l'intro chitarristico di Mary Jane's Last Dance, secondo brano dello show, a scatenare i 65 mila di Hyde Park con quella aria stracciona di un folk-rock da deserta terra di nessuno losangelena, contrappuntata dall'armonica di Scott Thurston  anche se poi è stata You Don't Know How It Feels a far capire che lo show sarebbe stato un gigantesco album della sua carriera dove trovare pezzi famosi e tracce meno conosciute, come Forgotten Man unico estratto dal recente Hypnotic Eye e come la semisconosciuta Walls della colonna sonora di She's The one.  Non so se sia una questione di diritti d'autore o che altro ma gli album più setacciati sono stati quelli a nome Tom Petty senza gli Heartbreakers ovvero Full Moon Fever e Wildflowers, ue autentici capolavori. Dal primo sono arrivate You Don't Know How It Feels,  una stellare e rarefatta versione di It's Good To Be A King, come a Lucca uno degli apici del concerto ma qui arricchito da una coda ancora più psichedelica e devastante, la malinconica ballata Crawling Back To You, l'acustica Wildflowers  e la byrdsiana You Wreck Me  con accordi alla Chuck Berry.  Dal secondo sono state prese I Won't Back Down,  la corale Yer So Bad con Petty all'acustica e Campbell con la Rickenbacker, l'evocativa Free Fallin' cantata da tutto Hyde Park ed una micidiale Runnin' Down A Dream dove gli Heartbreakers hanno cancellato ogni dubbio, sono  loro la miglior band oggi in circolazione nel classic rock.  
 
Benmont Tench e Mike Campell sono due mostri, il polistrumentista Scott Thurston la riserva che ti fa vincere la Champions, Steve Ferrone l'orologiaio della congrega, le due coriste uno spettacolo di semplicità ed erotismo senza ricorrere a banali esibizioni di nudità e lingerie.  E Tom il rocker che non fa omelie esistenziali o distribuisce messaggi universali se non quello di regalarti due ore di paradiso senza preghiere e fanatismi. Attraverso uno spettacolo superbo dove Refugee suona intatta come una volta, Don't Come Around Here No More vale più  di venti anni di brit-pop psichedelico e  American  Girl è ancora lì fresca e luminosa come quella ragazza che incontrammo a ventanni. Tutto ciò incorniciato da una coreografia di immagini, luci, disegni, ritagli di giornali e dischi, foto di chi c'è e chi c'era, strade, macchine e motel,  flash stroboscobici e raffinatezze optical, rigorosità geometriche ed esplosioni di colori, una coreografia elegante e seducente ma di straordinario impatto visivo, perfettamente coordinata con la musica. Tante emozioni ed una musica che appaga in modo totale.  Sarà difficile per me recensire il prossimo concerto perché Tom Petty and The Heartbreakers ad Hyde Park 2017 hanno rasentato la perfezione.

MAURO  ZAMBELLINI   LUGLIO 2017  

 























giovedì 18 maggio 2017

LITTLE STEVEN Soulfire


Lo stesso Miami Steve Van Zandt ha definito Soulfire  il disco di una vita, quello che ripercorre tutta la sua storia di artista, performer, produttore, arrangiatore e compositore. Dodici titoli divisi tra cover, canzoni nuove, reinterpretazioni di quelli che l'autore ritiene i migliori brani scritti nella sua carriera. Ci sono canzoni che provengono dai dischi con Southside Johnny & The Asbury Jukes, un titolo di Gary U.S Bonds, cover di Etta James, James Brown, Electric Flag, "in quest'album ci sono io che faccio me stesso".

Erano ventanni che Little Steven non pubblicava un disco a suo nome, l'idea è nata l'ottobre scorso quando con la sua storica band, The Disciples of Soul, è stato invitato a suonare al BluesFest di Londra. "Sebbene in gioventù abbia avuto un periodo blues non ho mai registrato del vero blues urbano di Chicago, ho preso in seguito altre direzioni ma il BluesFest mi ha fornito l'occasione di rivedere alcune cose e riarrangiarle, Così ho fatto per The Blues Is My Business di Kevin Bowe e Todd Cerney registrata da Etta James nel 2003". E' uno dei titoli di Soulfire, il disco scaturito dall'apparizione londinese, una one night only performance che si è trasformata in un album e nella tournee estiva attualmente in corso.  A quel gruppo di disadattati, ladri e portuali che sono i Disciples of Soul ( sono parole sue) si sono aggiunte tre coriste ed una sezione fiati, tra cui Stan Harrison e Eddie Manion degli Asbury Jukes/Miami Horns, con quella ciurma Little Steven si è infilato nel suo studio di New York aiutato dal produttore Geoff Sanoff (Fountains of Wayne, Stephen Colbert) e dal chitarrista Marc Ribler. Mixato dallo specialista Bob Clearmountain (Springsteen, Who, Bowie, Rolling Stones) e da Bob Ludwig ne è uscito un disco potente, brillante, febbrile, eccitante, dove le trombe, i tromboni e i sassofoni del soul hanno incontrato le chitarre del rock n'roll come nei primi album di Southside Johnny prodotti dallo stesso Van Zandt, recentemente ristampati in un doppio CD col titolo di The Fever. Roba calda, trascinante, che rimanda a quel sound tipico del Jersey Shore pre-The River, un mix di torrido R&B, sanguigno soul e sguaiato rock chitarristico, uno stile che il tempo e le nuove mode hanno affossato e adesso Soulfire riporta  a galla.
 

Non ci vuole tanto per entrare in sintonia con un tale disco, bastano le note delle prime due tracce per ritornare giovani. La prima, che dà il titolo all'album, è stata scritta da Little Steven con Anders Bruus della band danese dei Breakers, uno dei tanti gruppi passati nel suo programma radiofonico, ed è un rock venato di garage soul incattivito da graffi chitarristici, arrangiato da una travolgente sezione fiati. Little Steven canta come non capitava da anni, si sente concettualmente coinvolto dal progetto e  ridà voce a quel mood che faceva del primo disco coi Disciples of Soul, l'ottimo Men Without Women, un manifesto di gioiosa liberazione maschile al suono del rhythm and blues. Quel fuoco soul e quell'anima ribelle la ritroviamo in I'm Coming Back, titolo di Better Days  altro album di Southside Johnny prodotto nel 1991  da Little Steven, quindici anni dopo l'esordio di John Lyon. E' un brano spudoratamente springsteeniano sebbene ci siano cori e fiati, Little Steven trascina e canta con la foga di un predicatore soul, sembra un miracolo averlo ancora così dopo tante pallide esibizioni con il Boss. Toni caldi e febbricitanti anche in The Blues Is My Business di Etta James, il rock è qui diluito, si fa per dire, da una dose di scalpitante e chiassoso R&B ma le chitarre urlano fameliche e la festa sembra ormai nel vivo via. Il tempo di una pausa, I Saw The Light originariamente scritta per Richie Sambora è solo un po' più smorzata, ma le voci femminili e diversi solo di chitarra le danno carica e anticipano il clou del party. Dal carnet di Southside Johnny arrivano altri quattro titoli. Due facevano parte di quel manifesto dell'Asbury Sound che è This Time It's For Real, anno 1977.

 
Some Things Just Don't Change è puro Motown sound, Little Steven l'ha scritta con in mente i Temptations, l'afflato è romantico, la voce è meno negroide di quella di Southside Johnny ma la sua disperata richiesta d'amore è commovente. Magnifico il finale, con Little Steven che urla e supplica come fosse Joe Tex. Coreografia wall of sound per Love On The Wrong Side of Town co-scritta con Bruce Springsteen, una ballad sontuosa zeppa di arrangiamenti orchestrali da boheme di New York, l'avrei vista bene in Return To Magenta di Mink DeVille. I Don't Want To Go Home dava il titolo all'album esordio di Southside Johnny and The Asbury Jukes ed è la prima canzone in ordine di tempo scritta da Van Zandt affascinato da quel suono e quel romanticismo che i Drifters avevano imposto tra la fine degli anni cinquanta e l'inizio dei sessanta. La scrisse per Ben E.King ma non ebbe mai il coraggio di proporgliela. Aperta da una pomposa sezione fiati e da una chitarra acustica si tramuta in una ballad col cuore in mano, accorata, struggente come lo potevano essere quelle ballate che quel manipolo di pionieri della costa del Jersey portavano in giro in quegli anni. Little Steven pronuncia il celebre verso reach up and touch the sky con cui Southside Johnny titolerà il suo primo live ufficiale, i Persuasions fanno i cori, ce n'è a sufficienza per accompagnarvi sulla scala del paradiso. Decisamente sferzante e cruda è Ride The Night Away co-scritta con Steve Jordan per il soul-rocker australiano Jimmy Barnes e poi finita in Better Days. Rock di chitarre e di avventure, gli immancabili fiati, i cori, le voci redenti in cerca di una terra promessa, questo è quello che manca a Bruce Springsteen da almeno quindici anni ed invece Little Steven sa ancora trasmettere.
 

I Persuasions ci sono anche in The City Weeps Tonight, un doo-wop in salsa newyorchese che sa di passeggiate mano nella mano sulla boardwalk mentre sempre New York City è il cuore di Down and Out In New York City, cover di un James Brown del 1973 e tema del film Black Caesar. Intrisa di bassi slappati, rifiniture jazz, flauti, trombe, sonorità urbane, ritmo sincopato, orchestrazioni da Philly Sound, è puro soul nel segno della blaxploitation sullo stile di Shaft. Episodio anomalo, unico nella discografia di Little Steven, una sorta di colonna sonora influenzata dallo score di Lilyhammer, provata dal vivo al BluesFest londinese e riarrangiata nelle session del disco.
 

Le ultime due tracce di Soulfire riguardano la ripresa di Standing In The Line of Fire co-scritta per l'omonimo album di Gary U.S Bonds e qui rimessa a nuovo con una coloritura spaghetti-western, come se quest'ultimo avesse incontrato Ennio Morricone, e Saint Valentine Day scritta per Nancy Sinatra ma poi finita in un disco delle Cocktail Slippers. Little Steven canta ombroso un altro di quei pezzacci che sanno di rock alla Springsteen fino al midollo, ci sono però i fiati e i cori femminili a ribadire la natura profonda di Soulfire ovvero "soul horns meet rock n'roll guitars". Come dire un pezzo di musica americana dello scorso secolo rimessa a nuovo da un Sopranos. Dio benedica Miami Steve Van Zandt.

MAURO  ZAMBELLINI      MAGGIO 2017       








giovedì 4 maggio 2017

THE MARCUS KING BAND Legend, Milano 3 maggio 2017


Era nell'aria, il nome circolava tra gli appassionati di rock e blues, tra i chitarristi bramosi di assoli al sangue, tra chi non ha dimenticato che il rock n'roll è sostanzialmente una questione di energia, passione, coinvolgimento. E così il Legend, locale alla periferia di Milano, seppure non dotato di grande capienza, si è riempito di curiosi la sera del 3 maggio, accorsi alla prima nazionale di una delle band più promettenti di questo scorcio del 2017. Chi c'era non si è pentito di aver perso una delle semifinali di Champions perché il calcio sarà un divertimento ma il rock n'roll è altra cosa, viaggia ad altezze ben più nobili, è uno spirito che entra nella mente, nel sangue, nella chimica delle emozioni ed è in grado di farti partecipare ad una serata che ti porti a lungo nel cuore. Certo sul palco ci deve essere qualcosa di diverso dalla normale routine dei concerti standardizzati nei minimi particolari,  dove già prima dell'evento si conoscono  l'ordine delle canzoni, quale saranno i bis e le cover e cosa diranno i musicisti in scena. No, con la Marcus King Band niente di tutto questo accade e come ha proferito il sassofonista Dean Mitchell al termine dell'esibizione ad un mio amico sotto il palco che gli chiedeva la scaletta dello show, noi saliamo sul palco senza aver deciso nulla in proposito, ogni sera è diversa dalle altre, quello che viene fuori è dettato dall'istinto del momento, a ciò che capita nella serata.
 

Quindi non dannatevi a trovare le set list della Marcus King Band in rete, il loro spontaneismo è cosa che spiazza e a cui non si è più abituati nel circo di tanto rock programmato e studiato a tavolino. E la notte del Legend ha reso possibile vedere e sentire chi ancora suona con un vigore irrefrenabile, un'energia incontrollata e contagiosa, non cercando di essere perfetti ma seguendo l' istinto, non badando alle intemperanze e al caos sonoro che in qualche frangente ha sovrastato palco e pubblico ma assecondando la libertà di musicisti che creano al momento, che improvvisano il dettaglio e l'insieme mettendo la loro tecnica, in alcuni casi ineccepibile, al servizio di un crescendo bruciante, travolgente, inaspettato. Certo ci possono essere difetti nel loro show, come la difficoltà a scorgere  canzoni memorizzabili attraverso refrain e melodie oppure una insistente voglia di sorprendere con la propria bravura, attraverso  un assolo, sia di chitarra che di sax o trombe o un cambio di ritmo non previsto, spingendo sempre più in là oltre i margini estremi del rock-blues, verso ardite sonorità jazz che ricordano la furia jazz-rock del Miles Davis elettrico e le dissonanze funky dei Parliament Funkadelic.

 
Perché la musica della Marcus King Band non è niente di particolarmente definibile, ma è tutto, è un magma informe di rock sudista, qualche frammento sfuggito alle jam degli Allman e della Marshall Tucker Band, molto J J Grey & Mofro e un pizzico di Santana, diverso soul, in primis per i toni negroidi e vetrosi della stupenda voce del leader, bravo anche a maneggiare un falsetto non sempre facile, tanto R&B, focoso e arrabbiato, specie nel continuo lavoro del sassofonista ed una valanga di jazz distribuita nelle varie declinazioni del be-bop, con il sax affiancato dagli squarci veementi dell'unico afroamericano della band, il trombettista Justin Johnson. E poi il funky pompato dal bassista Stephen Campbell,  le doppie tastiere (piano elettrico e Hammond) del bravo Matt Jennings e lo stantuffo impenitente  di un batterista fuori dall'ordinario, uno spettacolo nello spettacolo di potenza e dinamismo quale è Jack Ryan. Infine lui, Marcus King,  figlio d'arte,  paffuto, sorridente,  capelli lunghi, cappellaccio da cacciatore di taglie con tanto di piume infilate nella cinta, entusiasmo da vendere, motore di una band come ne esistono solo nel sud degli Stati Uniti, qualche somiglianza con la Tedeschi-Trucks Band pur con le dovute differenze.  
 
Con la sua chitarra strapazzata allo spasimo nel tentativo di imitare Derek Trucks (peraltro irraggiungibile), con la sua voce roca e densa, espressiva da far paura, la sua animalità, il suo vigore, la sua gioventù, Marcus King è un enfant prodige che cavalca libero e selvaggio nelle praterie del rock-blues senza porsi limiti alla sua ispirazione. Irruente, con pochi momenti di quiete e nessuna pausa tra i brani, una ballata in acustico prima dell'encore ed una sola cover (Dear Prudence dei Beatles) Marcus King e la sua band hanno inscenato uno show torrido e vulcanico, saturando di note e suoni una esibizione che in qualche momento ha comportato uno sforzo fisico nel seguirla perché due ore e più in uno spazio stretto e caldo sono un tour de force specie se travolti da un tale scirocco. Ma al di la di questo, l'esibizione della Marcus King Band è la dimostrazione di quanto il rock n'roll o come diavolo volete chiamarlo sia ancora capace di infastidire le certezze ed il conformismo, scomodare sensazioni dimenticate, fare piazza pulita di tanto buonismo musicale che oggi rischia di relegare il rock nei musei e nelle tavole rotonde, oltre che mandare a quel paese il luogo comune per cui tecnica e virtuosismo non possano convivere con la spontaneità, l'istinto primitivo, il caos controllato.

 
Una colata di suoni ha rivoluzionato ciò che si conosceva di Soul Insight  e del secondo disco omonimo, le tracce tratte da quei due album ( tra le poche riconosciute Ain't Nothing Wrong With That, Devil's Land, Rita Is Gone, Virginia, Thespian Espionage)  sono state rivoltate come un calzino fino a cambiarne i connotati, signore (in realtà molto poche al Legend) e signori, c'è ancora in giro chi si diverte ad inventare ed inventarsi in un concerto.  Di strada ne devono ancora fare, sono giovani e a volte ingenui nella loro esuberanza, ma The Marcus King Band è una forza della natura, un vento caldo che soffia irresistibile e gaudente.
 
 
MAURO ZAMBELLINI    MAGGIO 2017
le foto sono di Maurizio Galli e Marcello Matranga













venerdì 31 marzo 2017

THE FEVER

 
Col titolo di The Fever  sono stati rimasterizzati in un doppio CD i tre primi mitici album di Southside Johnny e gli Asbury Jukes per la Epic. Non ci sarebbe nulla di straordinario visto che quei tre album erano già stati pubblicati più volte in CD, la novità è la presenza assieme a loro del Live al Bottom Line del 1976 a suo tempo fatto uscire come promo e subito dopo scomparso dalla circolazione. Se a qualcuno interessa, questa è la storia di quei gagliardi better days, quel leggendario biennio tra il 1976 e il 1978.

Fu una reazione alla claustrofobia di un posto come Ocean Grove, cittadina del New Jersey affacciata sul mare creata da metodisti che lì comprarono case per trascorrere la loro vecchiaia, a spingere John Lyon alias Southside Johnny verso la musica, quasi fosse una fuga da tanto tradizionalismo. Ad Ocean Grove si erano stabiliti i nonni ma sua madre e suo padre si comprarono una nuova casa per sfuggire ai modi autoritari del nonno, rigoroso metodista, che non accettava che il padre di Southside Johnny ascoltasse Louis Armstrong. Ben presto la famiglia Lyon divenne la stranezza del quartiere e nelle orecchie del giovane John entrarono le note dei dischi ascoltati da papà, roba come Count Basie, Jimmy Rushing e Duke Ellington ma anche T-Bone Walker, Big Joe Turner, Wynonie Harris and The Blue Shouters, il primo Sonny Boy Williamson. Fu naturale  scoprire l'esistenza di un altro mondo al di fuori  di quel ritiro metodista, dove riversare energie e desideri, e sognare sui suoni che arrivavano dalle stazioni radiofoniche nere delle vicine Newark e Philadelphia che trasmettevano incessantemente Muddy Waters, Jimmy Reed, Little Walter ed Elmore James.  John (1948) e suo fratello, più vecchio di un anno, alla fine degli anni cinquanta passavano le notti ad ascoltare quella musica e quando si imbatterono in Maybellene di Chuck Berry lo stupore fu ancora maggiore, di colpo scoprirono il rock n'roll. Il passo successivo fu spendere i pochi dollari che avevano a disposizione da CJ's,  un record store di Asbury Park che vendeva dischi "bucati" (a solo uso promozionale) ad un dollaro e novantotto al pezzo. "A mio fratello piaceva la musica folk così si indirizzò verso Bob Dylan e Joan Baez e si comprò una chitarra e l'armonica. Presto mi impossessai della sua armonica e all'età di quattordici anni iniziai a fare pratica sui dischi di Jimmy Reed e Sonny Boy Williamson non pensando minimamente di diventare un musicista e tantomeno un cantante".  Le cose andarono però in un altro senso e John Lyon divenne armonicista  copiando lo stile blues di Chicago mentre come cantante prese spunto dai suoi idoli che erano  Jackie Wilson, Big Joe Turner,  Ray Charles, James Brown e Ben.E King di cui apprezzava la rilassata sensualità cool.
 

L'incontro con altri gatti randagi del Jersey Shore avvenne verso il 1967, " c'era questo club, l'Upstage, che era una sorta di crocevia, stava aperto dalle 8 di sera fino alle cinque di mattina, non serviva alcolici, era a mezzo miglia da casa e ci andavo ogni sera. Ci passavo intere nottate, si poteva suonare con tutti quelli che ci cascavano dentro. Iniziai a fare delle jam con Steve Van Zandt e la sua band. C'erano Bobby Williams o Vini Lopez alla batteria, Garry Tallent era il bassista, David Sancious o qualche altro suonavano le tastiere. Io ero il cantante. Venne anche Bruce Springsteen. Imparammo a suonare vari tipi di musica e a fare jam, a Tallent piaceva il rockabilly, a me piaceva il blues, tutti amavano il rock con le chitarre, Hendrix e Jeff Beck. Fu la nostra scuola".

Molti iniziarono a pensare di farsi una propria band, Steve Van Zandt e John Lyon crearono Funky Dust and The Soul Broom per suonare Muddy Waters ed Elmore James, insieme i due si esibivano come Southside  and The Kid perché amavano il blues pre-bellico suonato con la chitarra acustica e l'armonica. " Poi Bruce si unì a Dr.Zoom and The Sonic Boom mentre Steve ed io facemmo la Sundance Blues Band. Non eravamo dei puristi, suonavamo il blues ma ci piaceva far ballare la gente, così spaziavamo da Sam and Dave a Sam Cooke di cui sempre riprendevamo Twistin' The Night Away. Ci piaceva la soul music".
 

A quel punto le strade si divisero, Bruce andò con gli Earth e con gli Steel Mill prima di approdare alla Columbia, mantenendo comunque stretti legami con Van Zandt mentre Southside Johnny assemblò una nuova unità coinvolgendo musicisti locali, il batterista Kenny Pentifallo ed il chitarrista Billy Rush della Blackberry Booze Band nella quale Lyon era stato il cantante, il tastierista Kevin Kavanaugh, il bassista Alan Berger ed il tenorsassofonista Carlo Novi, gente che mangiava pane e rhythm and blues ad ogni ora del giorno.

Van Zandt si mise a lavorare ad un demo di quattro canzoni tra le quali  I Don't Want To Go Home scritta dallo stesso e The Fever di Springsteen. Costituirono le basi di quel piccolo gioiello discografico prodotto da quella comunità di amici del New Jersey, quel I Don't Want To Go Home  che contribuì a riportare in auge la gioia del soul e l' euforia del ryhthm and blues tra il pubblico bianco del rock.  Sostanziale era la presenza di una travolgente sezione fiati, i Miami Horns, su canzoni che sapevano di baldorie notturne e appiccicose storie d'amore. Quei randagi del New Jersey  strapparono un contratto alla sussidiaria della Columbia, la Epic,  e col nome di Southside Johnny and the Asbury Jukes ( Jukes era il nome della band di Little Walter uno degli armonicisti amati da John Lyon)  registrarono al Record Plant di New York sotto la supervisione di Jimmi Iovine, l'ingegnere del suono più in voga in quegli anni. "All'epoca eravamo giovani e gasati ma ne io ne Steve sapevamo bene cosa fare in uno studio di registrazione. Per fortuna Jimmy Iovine ed il suo assistente Dave Thoener ci aiutarono a capire come funzionavano le cose, prendemmo confidenza con le macchine. In verità non sapevamo bene quello che stavamo facendo ma ne è uscito un album geniale. Tutto si svolse in maniera non troppo formale, tipo, ricevi una telefonata alle 3 di notte e devi essere in studio a mezzogiorno. Fate  conto che non guidavo e, non sapevo nemmeno come arrivarci, per fortuna esistevano gli autobus". Prodotto da Steve Van Zandt, il quale contribuì a tre canzoni, I Don't Want To Go Home è un esordio superbo che distilla le influenze di John Lyon con versioni di Got To Get You Off My Mind di Solomon Burke,  Broke Down Piece of Man di Steve Cropper, il Ray Charles di I Choose To Sing The Blues. Un' altra canzone scritta da Springsteen, You Mean So Much To Me,  assieme alla title-track e a The Fever  esaltano un disco già buono in sé.   "You Mean So Much To Me fu scritta per divertimento, Ronnie Spector era in città e Jimmi Iovine la conosceva dai tempi in cui aveva lavorato a Rock n'Roll di John Lennon. Gli venne l'idea di telefonarle ed il giorno dopo Ronnie era in studio. Passammo tutta la notte a provare il duetto e poi la registrammo".  

 
La canzone che dà il titolo all'album, I Don't Want To Go Home è invece un concentrato degli elementi del soul-rock creato da Southside Johnny, una ballata dal tono romantico enfatizzata da un accorto lavoro orchestrale, virata rhythm &blues dal fragore dei fiati dei Miami Horns e rockata dal finale chitarristico. Ma è The Fever il pezzo da novanta. "L'avevo già sentita  suonare da Springsteen a Princeton, NJ, era una di quelle canzoni che non ti dimentichi e per cui la gente va pazza. Qualche settimana più tardi stavamo facendo le prove allo Stone Pony e arrivò Bruce, si sedette ad un tavolo e mi disse che aveva qualcosa per me. Si mise al piano e cominciò a suonare The Fever dicendomi che l'aveva pensata per me, che potevo prenderla e farla mia. Gli risposi che era una sua canzone e sarebbe stato un hit certo, sicuro. Mi disse che non andava bene per il suo album e allora tagliai corto, se vuoi che sia mia non mi metterò certo a litigare. Se è questo che vuoi, canterò The Fever".  Quella canzone fu il simbolo della musica di Southside Johnny agli esordi, entrata nella leggenda e nel jukebox springsteeniano, talmente bella da essere ricordata in tutti questi anni e diventare storia. Un motivo in più per suggellare un'amicizia che è durata nel tempo. Springsteen, Steve Van Zandt e Southside Johnny in quegli anni stavano viaggiando sulla stessa macchina, Bruce aveva incendiato le strade del rock con Born To Run, Steve stava diventando uno dei perni della E-Street Band e quando nel 1976 uscì I Don't Want To Go Home quella comunità di musicisti del New Jersey  seppe imporre all'America un sound creato sul passato della propria musica ma rinfrescando quelle radici di musica afroamericana con i desideri di chi, giovane e stanco dei dinosauri, cercava una nuova terra promessa. Proprio nell'anno in cui nell'altra parte della città qualcuno gridava no future.

 

Incoraggiata dal potente dj di Cleveland, Kid Leo, bramoso di ripetere con Southside Johnny  quello che aveva fatto con Springsteen, la Epic registrò i Jukes nello stesso luogo che aveva portato fortuna a Bruce nel 1975 ovvero al Bottom Line di New York. Lì viene messo a punto un album live ( Jukes Live at Bottom Line, 1976)  per esclusiva finalità promozionale, un migliaio di copie da distribuire alle radio per far conoscere la band ed il suo show. Finito presto fuori catalogo, il disco è adesso recuperato in questo doppio CD The Fever-The Remastered Epic Recordings. Un live ad alto voltaggio, sporco e sudato, contenente cinque brani dell'album d'esordio tra cui You Mean So Much To Me cantata con Ronnie Spector ed una bella sequenza di cover, da Without Love di Aretha Franklyn  a Searchin' dei Coasters, da Little By Little di Junior Wells a Snatchin' It Back di Junior Wells, fino all'amata Havin' a Party di Sam Cooke. Con la sua voce arrochita, i suoi modi guasconi ed una energia da soulman di razza, Southside Johnny trascina i Jukes in un concerto incandescente, tra i migliori della sua lunga discografia, dove si respira l'eccitazione e l'entusiasmo di quei giorni, la voglia di conquistarsi le luci della ribalta con una musica che aveva cuore, anima e nervi senza piantare paletti tra rock dei bianchi e soul dei neri. Un esibizione di torrido  rhythm and blues festoso e gagliardo con cui far baldoria tutti assieme. Strepitose le cover, strepitosa la sezione fiati, strepitosa la resa di The Fever.
 
 

Sempre con Miami Steve Van Zandt in veste di produttore e artefice del sound dei Jukes (non è un caso che i migliori dischi di Southside Johnny ovvero i primi tre e il live appena menzionato e Better Days del 1991 siano frutto del suo lavoro) esce nel 1977 This Time It's For Real un album che non contiene un pezzo simbolico come The Fever  ma sentito oggi suona quasi superiore all'esordio. Un disco che fonde Stax  e doo-wop, Wall of Sound e New Orleans, registrato in un vecchio studio di New York con una sezione di archi diretta in modo per lo meno bizzarro da Steve Van Zandt. "L'idea di base ci venne da How Come You Treat Me So Bad, una cover di Lee Dorsey che stava sul primo album. Steve Popovich, A&R man della Columbia, ci suggerì di chiamarlo proponendogli di cantare insieme il pezzo. Ci sembrava una pazzia ma Lee Dorsey accettò, venne in studio e cantò nel disco. Allora a Steve venne in mente di fare la stessa cosa per il secondo disco coinvolgendo alcuni gruppi di doo-wop che amavamo, i Drifters, i Five Satins e i Coasters. La cosa fu più facile del previsto, lì chiamammo, vennero volentieri, cantarono per un'ora e quaranta minuti e  l'ora successiva la passarono a raccontarci le loro storie".


La copertina di This Time It's For Real ritrae la band in un malfamato vicolo notturno davanti allo scalcinato Pussy Cat Theatre, cinque titoli del disco sono opera di Steve Van Zandt, altri tre sono co-scritti con Bruce Springsteen. Il prorompente sound dei Miami Horns è rimpolpato dall'arrivo di Eddie Manion (sax baritono), Richie "La Bamba" Rosenberg (trombone) e Ricky Gazda (tromba), un arrembante mix di soul, R&B, rock n'roll scaldato dalla gagliarda e prorompente interpretazione di John Lyon. Spiccano gli arrangiamenti orchestrali con quel muro sonoro tipico delle produzioni di Phil Spector, in particolare nella stupenda e struggente Without Love e nell' altrettanto splendida Some Things Just Don't Change. L'elegante backing vocale dei Drifters aggiunto alle trombe mariachi fanno di Little Girl So Fine (c'è lo zampino di Springsteen nella scrittura) una vera chicca mentre Check Mr.Popeye con i Coasters in campo trasmette l'allegria di un club di New Orleans e l'amalgama tra fiati e archi della maestosa Love On The Wrong Side Of Town regalano l' immagine di una big band divisa tra luminosa enfasi orchestrale e cencioso R&B da bassifondi. In più c'è il sornione blues con tanto di armonica di I Ain't Got The Fever No More costruito sulle stesse cadenze di The Fever tanto da risultare una specie di sequel.  This Time It's For Real (1977) è un superlativo disco di soul-rock a cui il tempo ha dato ragione, nell'anno in cui uscì si guadagnò l'85esima posizione di Billboard, il posto più alto nella produzione Epic di Southside Johnny tanto da convincere questa ad offrirgli la chance di un terzo disco, Hearts of Stone.
 

Col 1978 l'umore generale era però cambiato e i musicisti di Asbury Park si trovarono a fare i conti con un più ombroso stato d'animo. Springsteen fece uscire il riflessivo Darkness On The Edge of Town e Van Zandt cominciò a cimentarsi con canzoni più introspettive e politiche. Il nuovo disco non fu facile da fare, i Jukes erano in tour,  Steve Van Zandt aveva affittato uno studio a New York, i musicisti passavano direttamente dall'autobus con cui tornavano dai concerti allo studio di registrazione. Dormivano sui divani, Little Steven faceva gli assoli, Southside Johnny si risvegliava, faceva le parti cantate e poi tornava a dormire. Tutto questo nei tre giorni di riposo del tour, poi rimontavano sull'autobus e via verso Cleveland, Pittsburgh, Youngstown, per poi ritornare di nuovo a New York e ricominciare le session . Un tour de force stressante e debilitante. Alcune canzoni di quel periodo finiranno nel debutto solista del 1982 di Van Zandt coi Disciples of Soul, l'ottimo  Men Without Women, una sarà recuperata in Missing Pieces (2004) , il resto entrò in quel disco osteggiato dalla stessa CBS la quale non puntò un centesimo sulla sua promozione preferendo rivolgere le proprie risorse al nuovo disco dei Cheap Trick.  Nonostante ciò  Hearts of Stone fu inserito da Rolling Stone nella lista dei migliori dischi pubblicati nel ventennio 1967- 1987 e il New York Times lo indicò come uno dei più riusciti lavori della comunità musicale del New Jersey.

Diverso dai due album che lo avevano preceduto, Hearts of Stone, il cui titolo si rifà alla canzone scritta da Springsteen per l'occasione, riflette il momento di passaggio tra l'euforia della gioventù ed il taglio da party-record dei due precedenti album e l'età della maturità, con tutte le responsabilità che ne conseguono. E' un disco elegiaco con testi che hanno a che fare con perdite, rimpianti, romanzi spezzati e rotture affettive.  La lenta e commovente ballata Hearts of Stone  ne riflette l'umore e il ribaldo R&B del passato cede il passo ad un rock più asciutto e romantico nonostante i fiati continuino a soffiare caldi come uno scirocco e la band sia pimpante come sempre con il chitarrista Billy Rush in gran spolvero.  Che Hearts of Stone sia il fratello minore di Darkness lo suggerisce la copertina, opera dello stesso Frank Stefanko, impegnato in quei giorni nelle session fotografiche del disco di Springsteen. Da un lato il volto amaro di Southside Johnny avvolto da una malinconica luce seppiata, dall'altro la band in relax ai tavolini di un bar.  Qualcuno scrive che Hearts of Stone sia il "miglior album di Springsteen mai registrato",  la realtà è un disarmante 112esimo posto in Billboard ed il conseguente licenziamento da parte della Epic.
 

 

Southside Johnny e gli Asbury Jukes non erano riusciti con tre dischi ed un promo-live a conquistarsi una visibilità nazionale, il riflusso vede Van Zandt rivolgersi a tempo pieno alla E-Street Band e John Lyon accasarsi con la Mercury. Paradossalmente il seguente The Jukes, ben più scialbo dei dischi finora trattati, raggiungerà il 48mo posto in classifica.  La verità però spesso ha tempi lunghi, di quel The Jukes oggi non si ricorda più nessuno, a parte i collezionisti, le canzoni di quei tre dischi d'esordio per la Epic invece continuano ad essere il cuore degli show di Southside Johnny, uno che in questi quaranta anni non ha mai mollato e continua a divertire con il suo soul ed il suo rock zeppi di  sentimento e calore. The Fever-The Remastered Epic Recordings  ci ricorda nel modo migliore i suoi better days.

MAURO ZAMBELLINI      MARZO 2017













lunedì 27 marzo 2017

ALEJANDRO ESCOVEDO Chiari 25/03/2017

 
 
Periodo decisamente positivo per gli amanti del rock, nel giro di un paio di settimane sono passati James McMurtry con band, la potente Tedeschi-Trucks Band e Alejandro Escovedo. Come per McMurtry ho seguito  il concerto di Alejandro Escovedo al Teatro Toscanini di Chiari, location perfetta per questo tipo di esibizioni, non troppo ampia ma comoda e con una buona acustica. E' stato un concerto emozionante, vibrante, ruvido e romantico dove le radici punk di Escovedo si sono saldate su una riconosciuta abilità da songwriter nel raccontare storie dell'emisfero rock americano. Supportato da una band coi fiocchi capitanata da Antonio Gramentieri, uno dei migliori e più personali chitarristi italiani, il quale ha regalato all'artista texano un sound al vetriolo  a tratti davvero deflagrante, Escovedo si è rivelato una volta di più autore, cantante e rocker di stoffa pregiata, uno che ha saputo trarre dalle difficoltà della vita la spinta per essere comunque propositivo e lucido. Pochi anni fa una cordata costituita da Steve Earle, Lucinda Williams, The Jayhawks, John Cale, Ian Hunter e Sheila E. ha permesso all'artista di pagarsi delle esose cure mediche per la cura di una devastante'epatite, il fatto di aver toccato con mano la possibilità della morte sembra aver rigenerato Escovedo, i suoi ultimi album, a cominciare da Street Songs of Love  fino a Burn Something Beautiful non fanno mistero di una ritrovata sensibilità e creatività artistica, tra i migliori della sua lunga carriera .
 

Sul palco di Chiari Escovedo ha raccontato storie amare e spiritose, ha ricordato i tempi eroici coi Rank &File e i Nuns (il loro maggior pregio fu quello di aprire nel 1978 al Winterland di San Francisco un concerto dei Sex Pistols), ha smitizzato Austin (statene alla larga, è diventata cara e irriconoscibile), ha tirato in ballo la volta che incontrò Bruce Springsteen davanti a 50 mila persone e lì nacque la canzone Faith (che poi non ha eseguito, è su Street  Songs of Love  ndr.), ha rammentato la prima volta in Italia a Sesto Calende grazie a Carlo Carlini, ha ironizzato sulla sua numerosa famiglia e ha ringraziato quanti hanno reso la musica texana universale, da Jimmy Dale Gilmore a Townes Van Zandt, da Joe Ely e Terry  Allen a Butch Hancock. Soprattutto ha giganteggiato con le sue melodie  semplici, i suoi assoli sferraglianti, le sue canzoni tribolate e meticce, mostrando uno spirito rock mai autoreferenziale e celebrativo ed un ritrovato entusiasmo giovanile, a 66 anni di età.

The Scotch, una ottima band locale, ha avuto l'onore di aprire degnamente la serata, il loro british blues on the rocks è suonato secco e incisivo, un modo per coniugare Wilko Johnson con i Fleetwood Mac. Gli applausi sono piovuti meritati.

 
Giù loro dal palco, una breve performance strumentale di Don Antonio, la band di Gramentieri, ha introdotto Alejandro Escovedo il quale ha subito impresso al set un taglio nervoso e spudoratamente elettrico.  Gramentieri creava suoni aguzzi e lancinanti per poi lasciare spazio a momenti più dilatati, il sassofonista Franz Valtieri soffiava rabbioso, la sezione ritmica con Matteo Monti alla batteria e Denis Valentini al basso mordeva felina ed Escovedo con una Gibson in mano cantava Don't Make Me Run.  E' stato chiaro che le origini texane non comportavano alcun spazio per il roots-rock o qualsivoglia declinazione rurale del rock, andava in scena un rock febbricitante e urgente e quando la tensione sembrava allentarsi, Escovedo imbracciava la chitarra acustica per sfoderare alcune ballate prive di zuccheri e nostalgie da cowboy ma portatrici di una redenzione sufficiente a salvare anche la più dannata delle anime. Un altro poeta rock a tinte scure faceva capolino davanti ai nostri occhi, uno di quei rocker veri fino al midollo, e proprio l'ultimo album Burn Something Beautiful, il cui titolo ben spiega il clima delle canzoni e del concerto, faceva da perno attorno al quale si sviluppava il set , con la messa in campo di Shave The Cat , proposta subito dopo Can't Make Me Run, di Beauty Of Your Smile, di Heartbeat Smile, di  Horizontal e Luna De Miel.

La voce di Escovedo, una sorta di più crudo e addolorato Randy Newman, si fondeva  dentro un groviglio elettrico che riportava d'attualità il sound della Los Angeles punk di fine settanta e anche quella di Buick MacKane, una sua invenzione del 1997, quel crogiolo di suoni graffianti, armonie power-pop e rasoiate elettriche che costituì il suo battesimo. La band di Don Antonio si trovava a suo agio in un siffatto riottoso rock n'roll e quando il sassofonista, col tenore e col baritono, entrava in azione gli schizzi sonori erano talmente espressionistici e  free che a qualcuno venivano in mente i primi Soft Machine e i Morphine. Ce n'era per riempirsi le orecchie e rigenerare i sensi, finalmente un sano, caustico e veemente rock n'roll shockava la paciosa atmosfera di un sabato sera in provincia, storie che non sono il frutto di una illusione adolescenziale benedivano un rock ancora in grado di essere "offensivo" e deragliante. E se ad un certo punto si è sentito il bisogno di qualche dolcezza, ecco arrivare Sister Lost Soul  dedicata a Chuck Berry ed una Down In The Bowery  in grado di commuovere anche i Metallica. Una ballata sublime che annovera Escovedo tra i magnifici sotoryteller urbani, uno che sta solo più a ovest di Willie Nile, David Johansen e Ian Hunter e possiede la fotografia di Neil Young nel portafoglio, visto che dopo la applauditissima Always A Friend come ciliegina sulla torta chiama pubblico ed invitati a seguirlo nella cavalcata di Like A Hurricane. Come dire, i nervi e le asprezze ma anche il cuore ed il vento del rock n'roll. Old rockers never die.
 

 

MAURO  ZAMBELLINI   

 le foto sono di Marcello Matranga