venerdì 11 maggio 2018

JOHN MELLENCAMP PLAIN SPOKEN from the Chicago Theatre


Una produzione discografica iniziata nel 1976, ventitre dischi in studio e diverse antologie, altri musicisti avrebbero inondato la propria discografia di live ma Mellencamp si è sempre rifiutato di assecondare la logica di inscatolare in un box l'esibizione di una sera, reputando impossibile catturare quello che uno fa sul palco. Difatti di live ufficiali John Mellencamp ne contava fino ad ieri solo due, quel Live at Town Hall con cui nel luglio del 2008 portò in scena Trouble No More salvo aggiungervi la cover di Highway 61 Revisited e i suoi classici Small Town, Pink Houses e Paper In Fire, e un mini CD del 2009 con otto titoli di Life Death Love and Freedom. Purtroppo manca nell'ufficialità una degna testimonianza live degli anni ottanta, il suo periodo più selvaggiamente rock, e per ovviare bisogna ricorrere a qualche bootleg, chi scrive consiglia un live da Bloomington nel 1984 e uno da Boston nel tour americano del 1989. E' quindi benvenuto Plain Spoken cronaca di un concerto tenuto il 25 ottobre 2016 a Chicago nel corso del tour omonimo, disponibile nei plurimi formati CD, DVD e Blue-Ray. La serata è di quelle eleganti, teatro pieno di belle signore accomodate ai tavolini con tanto di bicchiere di vino davanti, pubblico agè benestante e politicamente corretto, luci soffuse e band vestita per l'occasione in nero, come ad una serata di gala. Quanto sono lontani i tempi di little bastard e del rollingstoniano Uh-Uh ma tutto si può dire tranne che Mellencamp abbia abdicato. Non ha perso il suo naturale caratteraccio, quando venne in Italia se ne ebbe una dimostrazione e con gli anni è diventato sempre più caustico, politico, giustamente polemico con chi amministra il suo paese, tanto che a mio modo di pensare, visto le levigature folk guthriane del suo rock e le sue canzoni non certo accomodanti, risulta essere il miglior Dylan attualmente in circolazione. Please, non scannatemi, Dylan come autore di testi e musica rimane insuperabile ed unico, ma quel modo scricchiolante, a volte arruffato ed imperfetto di suonare e cantare, legato alle radici e a Woody Guthrie, dove il folk incontra il rock secondo una strumentazione che fonde l'elettrico con le chitarre acustiche e l'hillbilly del violino e della fisarmonica, oggi ha in Mellencamp il suo interprete più godibile e maturo, anche perché in un suo concerto le canzoni le si riconoscono, li si vivono per quello che sono e sono state, trasmettono una emozione ancora viva non avendo vergogna di portarsi appresso il passato facendoci ricordare i tempi in cui abbiamo cominciato ad amare la musica del piccolo bastardo. Anche il look di Mellencamp e della band ricorda l'"orchestra" di Mr. Zimmerman, abiti sobri, scuri, camicie bianche, una sorta di band del vecchio Testamento, come The Band nelle copertine dei loro primi dischi. E allora godiamoci questo Mellencamp di Chicago che nel film originale regala  frammenti della sua storia con narrazioni sulla sua gioventù, i suoi inizi musicali, i suoi rapporti con la famiglia e col music business, qualche frecciata politica. Più che un concerto un documentario pur essendo la musica e l'esibizione al centro del progetto. Un documento ed un disco molto belli, esplicativi del cammino fatto da Mellencamp, uno a cui l'età avrà probabilmente tolto qualcosa della sua originaria spregiudicatezza rock ma l'ha arricchito di profondità, realismo, indipendenza di vedute, coerenza, coraggio politico. Tanto di cappello, tanto più che questa sua maturità si accompagna ad una musica evocativa in cui tutte le espressioni della musica americana sono rappresentate. Da quella folk declinata secondo lo stile da ballata rock del songwriter americano classico, e tutta la prima parte ne è portavoce, dai due titoli con cui inizia lo show, LawlessTimes e Troubled Man, unici estratti da Plain Spoken, a quella intimista dello storyteller voce, chitarra acustica e pianoforte, la voce rotta dall'emozione in The Longest Days , la raucedine waitsiana nella stravolta The Full Catastrophe dove l'artista col solo microfono ed un fazzoletto in mano sembra colto in una posa da chansonnier all'Olympia come fosse il DeVille della copertina di Where The Angels Fear To Tread. Dal corale country di My Soul's Got Wings raggiunto sul palco da Carlene Carter, e l'inaspettata Overture, un intreccio di musica strumentale tra classica e Appalachi, a quella ruvidamente  R&B con cui, sbarazzatosi della chitarra acustica,  Mellencamp si ricorda della sua passione per James Brown e fa il soulman in Authority Song, in Pop Singer e Check It Out, fino a quella rock nelle dure e toste Rain On Scarecrow, Pink Houses e Cherry Bomb. Un Mellencamp completo, un concerto diviso in tre parti, la prima (comprendente anche Minutes To Memories,  una versione di Smalltown che incrocia John Prine, T-Bone Burnett e Springsteen, una Stones In My Passway virata Delta blues dalla slide di Andy York), improntata sul suono dei suoi ultimi album, con ampio sfoggio del violino di Miriam Sturm, il contrabbasso di John Gunnell, la fisarmonica e le tastiere di Troye Kinnett, un intermezzo centrale acustico ed un finale rock dove Gunnell imbraccia il basso elettrico, Dane Clark picchia con più convinzione e Mike Wanchic e Andy York salgono in cattedra con le loro chitarre.

Serata elegante ma che musica ragazzi.

 

MAURO ZAMBELLINI   MAGGIO 2018

sabato 24 marzo 2018

RORY GALLAGHER working man blues


Continua a vivere Rory Gallagher, nel ricordo dei tanti estimatori sparsi in tutto il mondo, nelle centinaia di band che suonano imitando il suo sound e i suoi assoli, nei festival che ogni anno, in primis quello di Ballyshannon, rievocano le sue gesta, la sua musica, la sua onestà, la sua indipendenza. Un bluesman fuori dagli schemi, amato dal pubblico, spesso trascurato dalla letteratura ufficiale del rock, un artista che ha dedicato tutta la sua vita alla musica in modo totale e completo, fino alla prematura morte nel 1995. Non si sposò mai e non ebbe figli, visse in solitario e con l'umiltà, l'orgoglio e la tenacia di un working class man,  trascorse la vita sui palchi, in tour e nelle sale d'incisione forgiando una personalissima contaminazione tra blues, rock e folk, uno stile che grazie all'enorme talento chitarristico ed una voce dolce e sofferente, diventerà l'archetipo dell'irish rock/blues, uno stile differente dal classico american blues da cui traeva influenze, in primis Muddy Waters e Big Billy Broonzy, e dal British blues che lo circondava.  Irlandese del Donegal, è nato a Ballyshannon il 2 marzo del 1948, William Rory Gallagher concentra in sé la purezza del bluesman autentico e la tenacia del rocker, l'intensità della birra scura irlandese e del whiskey, di cui fu fervente ammiratore, ed il cuore di un popolo temprato alle ingiustizie, alle sofferenze e all'emigrazione. Nei suoi quarantasette anni di esistenza Gallagher ha portato l'irish stout blues in giro per il mondo nonostante la paura di volare, ha venduto oltre venti milioni di dischi, si è esibito nei giorni difficili e pericolosi del conflitto nord-irlandese quando gli altri si tenevano alla larga da Belfast e Londonderry, e già visibilmente malato ha continuato da vero celtic warrior il suo never ending tour  fino a collassare a Rotterdam in Olanda nel gennaio del 1995,  nell'ultimo suo show.  Ospedalizzato a Londra venne sottoposto, due mesi dopo, al trapianto di fegato, danneggiato dalla combinazione di alcol e sedativi che l'artista assumeva per vincere la sua fobia di volare. Tredici settimane di cure intensive sembrarono aprire uno spiraglio di luce ma una infezione improvvisa  peggiorò irrimediabilmente il suo già precario stato di salute ed il 14 giugno del 1995  Rory Gallagher se ne andò per sempre. Quindici mila persone invasero le strade di Cork nel giorno del suo funerale, ancora oggi un annuale festival a Ballyshannon celebra la sua figura di uomo e musicista, una icona della cultura popolare irlandese, un musicista indipendente mai compromesso col business .
 

 

Capelli lunghi,  basette pronunciate,  sguardo dolce, l'immancabile camicia a quadri ed il giubbetto jeans, e soprattutto la sua amata Sunburst Fender Stratocaster del 1961 con la cassa scrostata dal sudore di migliaia di esibizioni, assurta a totem del suo incendiario rock-blues, sono gli elementi distintivi di un grande musicista, un  autodidatta che inventò uno stile chitarristico asciutto, appassionato, nervoso e lirico, rimanendo un tipo semplice e alla mano anche nel momento del più grande riconoscimento. La sua devozione al genere gli regalò riconoscimenti e stima da tutti i più grandi, Eric Clapton lo citò come uno dei responsabili del suo ritorno al blues, i Rolling Stones tentarono di ingaggiarlo per sostituire Mick Taylor, fu una influenza fondamentale su diverse generazioni di chitarristi, il classico  enfant prodige che a nove anni ha già in mano la chitarra e si destreggia con l'ukulele. Una storia lunga comprendente un periodo glorioso coi Taste, un trio nato sull'onda dei Cream e della Jimi Hendrix Experience (a proposito, quando a Wight nel 1970 un giornalista chiese a Hendrix come si sentisse ad essere il più grande chitarrista in circolazione, lui rispose di rivolgersi nel camerino a fianco dove c'era Rory Gallagher) ma che qui tratta esclusivamente il suo periodo solista visto che in questi giorni 17 suoi dischi sono ristampati rimasterizzati in CD ed in vinile ad un prezzo davvero economico. Un motivo per fare un po' di luce sulla sua discografia. 


 

l suo esordio solista risale al 1971,  l'omonimo Rory Gallagher primo disco di questo lotto d ristampe. Copertina nera come il disco esordio di Johnny Winter,  l'album  è un ottimo biglietto da visita. Ci sono classici del suo guitar riff, ereditati dal periodo coi Taste ma rivolti a nuovi orizzonti. Sono Hands Up e Sinner Boy cavalli di battaglia dei suoi live show, e Laundramat che racconta il periodo in cui i tre Taste abitavano in un monolocale a Earls Court a Londra nel cui seminterrato si trovava una lavanderia. Ma altrettanto significative sono la introspettiva I Fall Apart con la Fender in gran spolvero,  Wayne Myself Goodbye altro tour de force acustico con il pianoforte di Vincent Crane (Atomic Rooster, Arthur Brown, Dexy's Midnight Runners) che strimpella alla New Orleans, e It's You, venata di country dal mandolino e dalla pedal steel, un rimando  a Lonnie Donegan e allo skiffle degli esordi.  Completano il quadro gli omaggi ai suoi miti Muddy Waters, con il quale registrerà l'anno dopo London Session,  e Otis Rush attraverso Gypsy Woman e It Takes Time. Il suggestivo episodio acustico di Just Smile risente dell' influenza del folk inglese (in primis i Pentangle) degli anni 60 e 70.  Per concludere Can't Believe It's True è uno sguardo verso il jazz, qui Gallagher è alle prese col sassofono, uno strumento che solo occasionalmente sarà usato nelle sue registrazioni.
 
 Il secondo capitolo della sua avventure  si intitola Duece ed è un altro must. Registrato ai Tangerine Studios di Dalton, nella parte settentrionale di Londra, fondati dal leggendario Jon Meek, vede all'opera gli stessi musicisti dell'esordio ovvero l'esuberante bassista Gerry McAvoy, vero alter-ego di Rory, ed il batterista Wilgar Campbell in un trio che non fa sconti e cerca di tradurre in studio il feeling e la forza espressi nei live show. Come si vede il format a tre è simile a quello dei Taste ma Gallagher è libero di agire come vuole usando chitarra, slide e mandolino, passando dall'elettrico all'acustico, dal blues al folk senza rendere conto a nessuno. L' album inizia in modo superbo con le confessioni di un troubadour in perenne viaggio con la musica, nelle stanze degli hotel di I'm Not Awake Yet, una sorta di ballata venata di nostalgia dove spicca la voce abbandonata e la chitarra acustica in chiave folk. In Used To Me le linee di chitarra compongono un'atmosfera spagnoleggiante mentre la magnifica There's A Light , mostra ancora influenze jazz e l'interesse per Charlie Christian. Should've Learnt My Lesson è puro Chicago blues alla maniera di Buddy Guy, In Your Town ha strette parentele con i Thin Lizzy e la loro Jailbreak, Crest of A Wave è uno strepitoso esercizio di slide e Out Of Mind è un affondo acustico nei paesaggi della musica degli Appalachi di Doc Watson. Registrato in modo da esaltare il carattere ruvido e terreo degli spettacoli dal vivo, Deuce vende 17 mila copie, una cifra considerevole che però lascia deluso l'artista. Andrà molto meglio  Live In Europe , primo disco ad entrare nella top ten e ultimo disco con l'iniziale formazione a tre con McAvoy e Campbell. Raccoglie registrazioni effettuate durante un tour effettuato nel febbraio e nel marzo del 1972 in Germania, Belgio e Olanda e cattura l'essenza delle loro live performance. Molto amato dai fans al pari di Irish Tour 74 il disco venne pubblicato nello stesso anno del tour. L'album si apre con un grande omaggio al blues, Messin' With A Kid di Mel London è una delle registrazioni targate Chicago di Buddy Guy mentre al polo opposto I Could've Had Religion  rievoca lo stile primordiale dei Reverendi Robert Wilkins e Gary Davis con una morbida introduzione di chitarra e armonica ed un  lento andamento delle dodici battute. Anni più tardi Bob Dylan mostrerà interessamento verso questa canzone credendola un blues tradizionale ed ignorando il vero autore, Rory Gallagher. In Going My Hometown l'autore cita la famosa casa automobilistica Ford, allora presente con le sue fabbriche nell'amata Cork, Pistol Slapper Blues è un altro dei suoi stupendi ed innumerevoli country-blues acustici mentre Bullfrog Blues e Laundromat  sono due dei  cavalli di battaglia del suo set dal vivo.

Le cose cambiano col terzo album in studio, Blueprint registrato in sole due settimane e pubblicato all'inizio del 1973. Assieme a Gallagher e Mc Avoy ci sono adesso Rod De Ath alla batteria ed il tastierista e chitarrista Lou Martin, entrambi provenienti dai Killing Floor. Il quartetto rimarrà assieme per cinque anni, l'introduzione di un pianista abbellisce il sound, il power trio  degli inizi si arricchisce di sfumature che non intaccano l'essenza della musica di Gallagher, saldamente legata al blues. Ma Daughter of The Everglades, uno dei vertici melodici del suo vasto repertorio, è un saluto alla swamp music della Louisiana (anche se le Everglades sono ubicate in Florida) che Rory renderà tangibile in Fresh Evidence  con un tributo a Clifton Chenier, il re dello zydeco, e  Seventh Son of a Seventh Son prende spunto dai poteri sopranaturali del guaritore della tradizione folk irlandese Finbar Nolan con una orchestrazione( tastiere) ed uno sviluppo piuttosto anomalo per lo stile del nostro. Blueprint è un'altra delle perle discografiche dell'artista di Cork,  attuale ancora oggi nella sua classicità e nelle sue diverse sfaccettature, da quella più strettamente rock style di Hands Off  a quella più raffinata di Banker's Blues scritta da Big Bill Broonzy e arricchita dallo squisito pianismo barrelhouse di Lou Martin,  dalla scalpitante Race The Breeze, un Delta blues costruito sul ritmo dei vecchi treni merci, al brillante strumentale acustico Unmilitary Two-Step, fino al delicato e pacato soul di If I Had A Reason .

Il momento prolifico ed il mood creatosi con Blueprint invoglia Gallagher a ritornare quasi subito al lavoro, il nuovo album nasce nelle prove effettuate in un club di Cork, e poi trova completezza ai Polydor Studios con la produzione dello stesso artista. Sebbene l'ampia discografia di Gallagher consenta diversi lavori memorabili, ogni fan ha le sue predilezioni, personalmente tra i suoi album di studio Tattoo è uno dei  miei preferiti, occupa un posto privilegiato nel mio cuore ed è difficile dire il perché visto che le differenze coi dischi precedenti non sono così evidenti. Ma almeno quattro/cinque tracce sono ad un livello eccelso, la supplicante Tattoo's Lady con cui si apre il disco e la seguente cruda e autobiografica Cradle Rock dove l'irlandese accende la sua bottleneck in un R&B di rara potenza, accompagnandosi con l'armonica e sostenuto da una sezione ritmica in cui Gerry McAvoy si muove come un indemoniato, pompando un basso micidiale. Non si può rimanere indifferenti alla bellezza di 20:20 Vision, un altro dei raffinati numeri acustici di Rory nello stile di Davy Graham, un folksinger molto amato dal nostro , o non cogliere le sfumature jazzy di They Don't Make Them Like You Anymore dove chitarra e pianoforte suonano all'unisono, e bearsi dell'emozionante incalzare di A Millions Miles Away, uno dei brani in assoluto più amati del nostro. E ancora sentirsi sballottati tra il Delta e Chicago con Who's That Coming  con il dobro e la bottleneck che dettano legge. Ce n'è a sufficienza, compresa la bonus track Tucson Arizona estratta dal repertorio di Link Wray, per decretare Tattoo uno dei più riusciti e apprezzati album di studio di Rory Gallagher, il cui materiale sarà l'ossatura dei concerti del tour irlandese del 1974, incensato nell'originale album doppio di quell'anno e celebrato in maniera completa con l'edizione in 7 CD più il DVD del 2014 dove sono raccolti tutti i concerti di Cork, Dublino e Belfast. Più di due milioni di copie vendute, performance da far accapponare la pelle, il coraggio di un artista che nei momenti bui di una sanguinaria guerra civile non ebbe paura di ritornare nell'amata Irlanda del Nord, dove qualsiasi artista si teneva alla larga, ed incurante dei pericoli del terrorismo, accendere il cuore ed emozionare col suo sanguigno, appassionato e sincero rock/blues centinaia di giovani cattolici e protestanti che riempirono il Belfast Ulster Hall. Un vero working class hero, un uomo ed un artista unico, personaggio simbolo di un rock ancora espressione di sentimenti popolari come l'uguaglianza, la tolleranza, la fratellanza. Adesso viene ristampato l'originale album con dieci brani, ma il mio consiglio è quello di portarsi il box del 2014 con tutti i concerti.

 

Il settimo album di Rory Gallagher Against The Grain, il cui titolo allude ai contrasti tra l'artista e l'industria discografica la quale sempre gli richiese singoli di successo ed una maggiore commercialità, esce in un momento in cui la popolarità dell'irlandese negli Stati Uniti è lievitata fin a tal punto che la stampa lo accosta ad Eric Clapton ed Alvin Lee. L'album segna il passaggio alla Chrysalis e ad un sound più duro, cosa  che piace molto al pubblico americano. Diversi brani, a cominciare dalla furente  Souped-Up Ford e dal riff mainstream di Let Me In  battono questa strada ma ciò non priva  l'album di spunti interessanti, e sono la maggioranza, come la rivisitazione straight-rock n'roll di un brano di Sam & Dave (I Take What I Want), come la introspettiva Lost At Sea dove Gallagher descrive gli effetti della solitudine, come All Around Man dei Mississippi Sheiks trasformato in uno sporco blues, come la ballata in puro stile americano At The Bottom, come il country rockabilly di My Baby, Sure, come la strepitosa rivisitazione di Out On Western Plain di Leadbelly. In definitiva un album molto più americano dei precedenti ma ugualmente nobile. 





L'ultimo album con la formazione a quattro con Mc Avoy, Martin e Rod de Ath esce nel 1976 e per la prima volta Rory Gallagher si fa aiutare da un produttore esterno, il bassista dei Deep Purple Roger Clover perché l'intenzione è quella di continuare sulla strada inaugurata da Against The Grain, indurire il sound in senso hard-rock-blues. Per fare ciò va a registrare Calling Card al Musicland di Amburgo sottolineando quel feeling con la Germania che le numerose apparizioni al Rockpalast hanno instaurato. La sinergia che la band ha sviluppato dopo anni di concerti è garanzia di feeling ed  è ancora  in grado di regalare  pezzi da novanta. Dall'adrenalinico boogie woogie di Country Mile al riff hard-rock di Moonchild tenuto in coordinate dall'intricato fraseggio chitarristico e dalla bella melodia, dalle tinteggiature jazzistiche di Calling Card con un interplay tra la chitarra di Roy ed il pianoforte di Martin davvero straordinario, a quella Edged In Blue che nelle intenzioni avrebbe dovuto essere un singolo per sbancare le classifiche Usa, idea poi declinata. Un primo piano lo meritano  anche Jack -knife Beat il cui ritmo funky era un omaggio ai Little Feat, band molto ammirata da Rory, la dolce ballata Where Was I Going To? aggiunta come bonsu track, l'acustica Barley & Grape Rag,  e Secret Agent un rock frutto della passione di Rory per la letteratura noir.  L'amore che Gallagher nutriva verso il noir ed il poliziesco pareva un riflesso della sua vita solitaria e appartata ( gli ultimi anni li passò vivendo in un hotel sopra l'attracco di Chelsea), quasi una identificazione con i personaggi dei romanzi di Lawrence Block e Raymond Chandler. Amava quel tipo di detective solitario e con la scimmia sulla schiena dell' alcol, in una città scura e pericolosa, e se nella versione americana prediligeva le storie hard-boiled, in quelle europee lo affascinavano spie, agenti segreti, intrighi. Diverse le canzoni scritte con questo umore,  oltre a Secret Agent  vale la pena ricordare Sinnerboy, Big Guns, The Devil Made Me Do It, il poderoso jam-blues B Girl cantato con uno sprezzo da bassifondi, roba da far impallidire le migliori band americane, Kickback City,  Continental Op, Off The Handle.

 

Ma c'è un altro aspetto decisamente affascinante e talvolta sottovalutato nella musica di Rory Gallagher, la sua bravura con la chitarra acustica ed il mandolino, il suo amore per le forme tradizionali della musica popolare. Forse è solo col passare degli anni che la portata e l'immensa ricchezza dell' opera di Gallagher può essere valutata in tutta la sua reale bellezza, quello che Gallagher ha lasciato alle spalle è una eredità di registrazioni che dentro una scabra purezza di forme celano un oceano di sentimento, un approccio spontaneo ad espressioni come il folk, il country, il jazz, usate per nutrire e personalizzare il suo blues trasformandolo in quello che lui definiva a good, vintage ethnic sound, un linguaggio del corpo e dell'anima che riversava sul suo pubblico con una media di 300 gig all'anno, fradicio di sudore e passione e con una devozione al  110% . Un eroe  sempre pronto a dare qualcosa in più. Arrivava il periodo natalizio e mentre gli altri musicisti non vedevano l'ora di staccare la spina per riposarsi e stare in famiglia, lui si imbarcava come un umile ed antico bardo in improvvisati tour nell'Irlanda rurale. Rory Gallagher era un operaio della musica che andava dove la musica lo chiedeva.  Sono le sue radici musicali a testimoniare quanto ampia fosse la sua fame di musica e la sua umanità.

Nel 1984 Gallagher suonò in una serie di show in compagnia di talenti del folk quali Juan Martin, Richard Thompson, David Lindley ed uno dei brani suonati, Flight To Paradise, una sorta di duello chitarristico tra Rory e Martin è finito nell'album postumo Wheels Within Wheels, assieme alla collaborazione tra Rory e Bert Jansch in She  Moved Thro' the Fair/An Crann Ull e a Bratacha Dubha dove Gallagher è in compagnia di Martin Carthy, Chris Newman e Mairie Ni Cathasaigh. Un  disco postumo pubblicato nel 2003 e adesso ristampato, dove viene esaltato il lato folkie di Gallagher, la sua bravura con la chitarra classica, la National, il mandolino e la mandola elettrica,  un disco di arte povera, il suo riconoscimento verso quel mondo folk e tradizionale che amava tanto. Wheels Within Wheels  è un disco meraviglioso anche se poco conosciuto e raccoglie registrazioni effettuate in località diverse tra il 1974 e il 1994 con Martin Carthy, Bert Jansch, Lonnie Donegan, Juan Martin, i Dubliners, un aspetto meno spettacolare ma altrettanto suggestivo di Gallagher con affondi nel folk tradizionale irlandese, nel flamenco, nel blues prebellico, nello swamp-blues e nello skiffle. Consigliatissimo.

 



Tra le pubblicazioni postume ora ristampate un posto di rilievo lo occupano il doppio CD BBC Sessions (1999) e Notes from San Francisco. La radio ha costituito per Gallagher una delle sue fonti di apprendimento e conoscenza musicale, l'artista ha sempre nutrito verso la BBC una sorta di rispetto per l'ispirazione che ha ricevuto nell'ascoltare le sue trasmissioni quando il blues ed il jazz erano merce da carbonari. Le registrazioni radiofoniche per la BBC furono un modo per Gallagher per farsi conoscere da un pubblico diverso da quello dei suoi show, era così legato alla BBC che capitava che nel mezzo di un tour Rory raggiungesse Londra per registrare, tanta era la considerazione che attribuiva a quelle apparizioni. Il doppio CD, uno in studio ed uno in concerto, sintetizza le tante ore registrate per l'emittente inglese. Il disco in studio è un'autentica festa del primo Gallagher (la maggior parte del materiale si riferisce agli anni 1971-1974), il disco in concert riporta incisioni di proprietà della BBC avvenute tra il 1977 ed il 1979 in locali quali l'Hippodrome, l'Hammersmith Odeon, il Paris Theatre di Londra, il Venue e una hall di Leicester. Diversa invece l'origine di  Notes from San Francisco  una registrazione del novembre del 1977  uscita postuma solo nel 2011. Una vicenda rimasta per anni negli archivi.  Dopo aver completato un tour mondiale di oltre sei mesi, Gallagher  era volato a San Francisco con la sua band  (Lou Martin, Gerry McAvoy, Rod de'Ath) per lavorare col produttore Elliott Mazer, noto per i suoi lavori con Dylan, Janis Joplin, The Band. Rory attendeva questa occasione da tempo ma il risultato non fu pari alle aspettative, non tutto girò giusto, ci furono incomprensioni con Mazer, e Gallagher non rimase soddisfatto di quelle registrazioni, sciolse la band che stava con lui da cinque anni e il disco non fu pubblicato. Prima di morire ritornò sui suoi passi, intenzionato a rimixarlo e a farlo uscire ma non ne ebbe il tempo. Per fortuna il lungimirante fratello Donal ha fatto sì che nel 2011 quelle session venissero rese pubbliche col titolo esplicito di Notes from San Francisco. E lì si ritrovano alcune delle tracce che sarebbero state l'ossatura di Photo-Finish ( Mississippi Sheiks, Overnight Bag, Cruise On Out, Fule To The Fire, Brute Force &Ignorance) disco del 1978  che  sancisce il ritorno al power-trio dei Taste con il fido McAvoy affiancato da Ted McKenna alla batteria. Immediatamente dopo aver scartato il lavoro con Mazer, Gallagher si fratturò un dito della mano, stette qualche tempo inattivo ma lasciata  San Francisco raggiunse la Germania, una piccola località vicino Colonia e con l'aiuto dell'ingegnere Alan O' Duffy, un irlandese che aveva lavorato con i Kinks, con Paul McCartney, Clapton e gli Stones  portò a termine il lavoro iniziato in California, che intitolò Photo-Finish per averlo consegnato all'ultimo momento alla casa discografica.
 

Fino al 1981 la band ritornerà ad essere un trio dal sound crudo e spettacolare  fatto di assoli brucianti, riff assassini, scale contorte e sofferenti slidin'. Personalmente prediligo il Rory Gallagher del passato ma Top Priority e l'ennesimo live Stage Struck mantengono uno standard elevato anche per chi ama soprattutto il Gallagher bluesman, mentre i dischi degli anni ottanta, Jinx (1982) con Brendan O'Neill al posto di McKenna e Defender, ben cinque anni dopo, stessa formazione ma un nugolo di invitati tra cui l'ex Lou Martin, Bob Andrews dei Rumour e l'armonicista Mark Feltham dei Nine Below Zero, contengono lo stesso dei momenti blues ma la produzione è del tipo mainsteam rock. In particolare Defender abbonda di canzoni con quelle tematiche noir tante care all'artista, Kickback City e Continental Hop ispirata agli scritti di Dashiell Hammett, e Loanshark Blues, omaggio alla storica Maxwell Street, I Ain't No Saint nello stile di Albert Collins,  Don't Start Me To Talking di Sonny Boy Williamson con il geniale contributo di Mark Feltham non tradiscono le radici blues dell'artista. Gli anni ottanta furono meno prolifici, palesando un netto calo di ispirazione in parte dovuta ai suoi problemi di salute, alle sue ossessioni e alla maniacalità nelle registrazioni, una vera fobia dei dettagli, che lo rendeva insicuro e mai soddisfatto. La paura di volare compromise alcuni tour in terra americana ma la passione di Rory Gallagher verso il blues non fiaccò mai, così evidente nell'ultimo suo album del 1990, Fresh Evidence, un sincero ritorno alle origini, a quei nomi e quegli stili che lo avevano influenzato. Se The King of Zydeco è il sentito tributo a Clifton Chenier, altri titoli sono strettamente connessi con alcuni dei bluesmen che più contarono nel modo di suonare e cantare di Rory, specie per quanto riguarda l'uso della slide. "Talvolta uso il tubetto del Coricidin quando suono la bottleneck, l'ottone ed il rame hanno un suono più aspro e li uso con la National, il vetro è più dolce e morbido, l'acciaio è un buon compromesso". Ci sono riferimenti a Robert Johnson (Heaven's Gate), a Slim Harpo (Middle Name), a Big Joe Williams, a Tampa Red, a Robert Nighthawk, Empire State Express fa parte del repertorio di Son House, Alexis è dedicata a Korner il padre del British Blues, Slumming Angel è una ballata da lacrime agli occhi dove la voce di Rory è un vero morso al cuore e Ghost Blues è un meraviglioso  Delta blues che scivola sulla slide di Rory con una sezione ritmica ed un'armonica (Mark Feltham) davvero brillanti, qualcosa che avrebbe potuto appartenere al real folk blues di John Lee Hooker. Fresh Evidence è un'altra delle registrazioni imprescindibili  di Rory Gallagher, il disco che chiude una delle più belle avventure del rock/blues lasciandoci una amarezza difficile da lenire. Impossibile dimenticarlo, ancora oggi i suoi dischi non hanno perso una briciola della loro originale bellezza e lui rimane l'esempio di un musicista onesto, sincero, coraggioso, fedele al suo pubblico, alla sua musica e alla sua incendiaria Fender Sunburst. Un mito.

 

MAURO ZAMBELLINI      MARZO  2018

 
























giovedì 1 marzo 2018

TOM WAITS : the magnificent seven


Anche se non sono realmente i magnifici sette di Tom Waits perché Rain Dogs e Mule Variations sono lavori indimenticabili, i primi sette dischi di Tom Waits realizzati per la Asylum, da Closing Time a Heartattack And Vine, ci ripropongono un artista che si è fatto conoscere come un Bukowski lirico perso tra blues, jazz, alcol, sigarette, prostitute, balordi e ubriachi sotto la luna. Il cuore del sabato sera su un asfalto umido di pioggia e di piscio a Los Angeles, lercio e romantico, crudo e surreale, come lo strampalato The Piano Has Been Drinking, dolce e vizioso come il triangolo d’oro consumato con Chuck E. Weiss e Rickie Lee Jones al Tropicana Motor Hotel in quelle notti lunghe un sogno.

 

1973: Closing Time


Bisogna aspettare il 1973 per avere il primo album di Tom Waits, Closing Time, dopo che l’artista di Pomona si era fatto conoscere  in un club di San Diego, The Heritage, esibendosi per pochi dollari a sera. Trasferitosi a Los Angeles frequenta il tempio sacro dei songwriters della città, il Troubadour,  presentandosi come folk-singer amante di  Dylan e vecchi bluesmen. Alcune sue composizioni del periodo finiscono nei suoi primi album, in particolare Ice Cream Man, Virginia Avenue, I Hope That I Don’t Fall In Love With You e la fortunata Ol’55, registrata dagli Eagles. In una delle performance al Troubadour viene notato da Herb Cohen, manager e discografico che gli fa registrare alcuni demo col produttore Robert Duffey,  anni più tardi pubblicati nell’album The Early Years. Il colpo di fortuna avviene quando David Geffen lo sente cantare Grapefuit Moon nello stesso club, un mese dopo sul tavolo c'è il contratto con la Asylum.  Waits viene affiancato dal produttore Jerry Yester, ex membro dei Lovin’ Spoonful e da un team di musicisti tra cui il batterista John Seiter, i chitarristi Peter Klimes e Shep Cooke e il trombettista Tony Terran. Jerry Yester lo indirizza verso  un disco di orientamento folk ma Tom Waits è alla ricerca di qualcosa più vicino al jazz e così obbliga Yester ad ingaggiare il contrabbassista jazz Bill Plummer che però nella registrazione finale di Closing Time sarà  sostituito da Ami Engilsson. Waits e Yester vogliono registrare di notte per tradurre meglio la particolare atmosfera delle canzoni, non così lontane dallo stile crooner e da certo blues pianistico ma le esigenze dello studio (Sunset Sound di Hollywood) costringono i musicisti a lavorare secondo un canonico dalle 9 del mattino alle 5 di sera. In una decina di giorni il disco è pronto, anche se sono necessarie ulteriori sedute al United Western Recordings per riarrangiare alcuni brani.  Jerry Yester ne è entusiasta, per suo volere vengono aggiunte delle orchestrazioni in Martha e Grapefuit Moon, a marzo del 1973 Closing Time è nei negozi. Comparato agli altri dischi di Waits, Closing Time è un disco fin troppo morbido ed educato, da songwriter classico, melodie sofisticate create col pianoforte sono talvolta accompagnate da una tromba così da rendere palpabile il feeling jazzy dell'artista. Le tinte bluastre delle canzoni spargono una malinconia alla Randy Newman, il tono è crepuscolare, la riconosciuta irriverenza dell'artista è ancora in embrione ed affidata alla singhiozzante Ice Cream Man mentre Ol’55 e Old Shoes mettono strade e fughe in macchina nella poetica di Waits come fossero scampoli lasciati dietro di sé da Springsteen. 

1974: The Heart Of Saturday Night


Assieme ad Every Night About This Time di Dave Alvin questo è il miglior fotogramma della notte losangelena, un’ode ad un’America di soldati e marinai, di infimi bar e locali dove si fa lo striptease, di camionisti e puttane dal culo grosso che fanno gestacci alla luna. Con la voce piena di tabacco e whiskey ma col cuore invaso da  perdenti nemmeno troppo magnifici, Waits canta “il cuore del sabato notte” biascicando e recitando i versi ritmicamente contro basso e batteria in Diamonds On My Windshield e The Ghosts of Saturday Night. Tutto il disco trasuda di sudicio jazz da ora tardi, sporco di macchie di vino rosso e di serenate che dondolano sotto i lampioni come un ubriaco. E’ prosa sciolta e ritmata, per quel suo essere jazzy senza possederne i cliché, più per l’umore che per le regole sonore, per la florida immaginazione che sgorga dai solchi della notte, un turbinio emozionale perso in una Oldsmobile che sfreccia lungo il viale cercando il cuore di una città di vizio, peccato e miseria, un blues alcolico tenuto in piedi dal contrabbasso nervoso di Jim Hugarth, dagli sporadici colpi di sassofono di Tom Scott e dalla tromba di Oscar Brashear, sublime in Semi Suite, o dalla attenta e precisa batteria del povero Jim Gordon. E anche quando vengono usati gli archi, voluti dal produttore Bones Howe, le melodie non sono mai sdolcinate ma mantengono quelle sfumature di blu notte che imparentano questo album a In The Wee Small Hours di Frank Sinatra, due dischi analoghi anche nelle copertine. E poi c’è San Diego Serenade una ballata d’amore che andrebbe fatta leggere nelle scuole al posto di Leopardi. Difficile non rimanere incantati da The Heart Of Saturday Night, pur nel suo raccontare un’America di bassifondi e balordi. Fu il primo di Tom Waits che comprai, al tempo mi sembrò una rivelazione, non avevo mai sentito nessuno cantare e brontolare con così tanto sentimento e swing, altri ne furono in seguito contagiati e seguirono questo sghembo Bukowski del blues, mi vengono in mente A. J. Croce di That’s Me In The Bar, il  Bocephus King di A Small Good Thing , un certo Tom Gruning in Midnight Lullabye e naturalmente l’amico Chuck E. Weiss.

 

1975: Nighthawks At The Diner


Per il terzo album Tom Waits, aiutato dal produttore Bones Howe e dal manager Herb Cohen, allestisce un set dal vivo in studio invitando un po’ di amici e mettendo come apertura delle due serate (30 e 31 luglio 1975) lo striptease di Dewana, moglie di un taxista che aveva conosciuto nel sottobosco metropolitano. Una trovata adatta per introdurre settanta minuti di nuove canzoni dove le parti parlate sono più di quelle cantate, due facciate di talkin’ blues scorbutico e a ruota libera ma pure  lirico e spiritoso, cartolina di quel mondo notturno di bar,  birra calda e donne fredde da cui era uscito Tom Waits. Pare che Nighthawks At The Diner rimandi agli albori della sua carriera, quando prima di diventare musicista sbarcava il lunario come lavapiatti in una tavola calda e alla fine del turno di lavoro si piazzava al pianoforte del locale raccontando storie divertenti, tristi e strampalate intrattenendo i nottambuli che sempre in numero maggiore passavano ad ascoltarlo. Nighthawks at the Diner è un reading più che un concerto vero e proprio, ritmato da un combo squisitamente jazz dove spiccano il contrabbassista Jim Hughart e il batterista Bill Goodwin, già membro della band di Phil Woods, il valente sassofonista Pete Christlieb e il pianoforte di Mike Melvoin, rinomato arrangiatore jazz. Waits è il direttore d'orchestra, cantante, pianista ed in due brani anche chitarrista. Le liriche d’amore del primo album qui sfumano nell’ironia di Better Off Without A Wife, un’ode ai vantaggi dell'essere single, “ululare nelle notti di luna piena, dormire fino a mezzogiorno, andare a pesca senza chiedere il permesso” e nel quadretto umoristico di Emotional Weather Report. Il locale è denso di fumo, tintinnano i bicchieri, le risate sono grasse e Waits, sigaretta in bocca e voce roca è il crooner scapigliato inghiottito dal racconto di Spare Parts,  dai sette e passa minuti di Putnam County, dagli undici minuti di Nighthawk Postcards (From Easy Street) durante il quale offre la birra a quelli delle prime fila, “tanto è gratis, salvo pagarla all’uscita”. Il suo reading straccione,  jazzato fino al midollo ha gli scatti della prosa beat di Jack Kerouac e Tom Waits è lo stralunato cantastorie di un diner aperto tutta la notte uscito da un dipinto di Edward Hopper (stesso titolo). Scarno e ridotto all’osso ma meravigliosamente folle. Per il suo carattere colloquiale al tempo della sua pubblicazione l’album fu accolto piuttosto freddamente dal pubblico nostrano. Da rivalutare.

 

1976: Small Change

 

La voce di Tom Waits si fa ancora più roca in Small Change, un rantolo a cui le sigarette hanno regalato il catrame per asfaltare (in seguito sarà un latrato), un blues che sposa Howlin’ Wolf e Louis Armstrong, Raymond Chandler e Charles Bukowski. Basta appoggiare la puntina su Tom Traubert’s Blues per essere catapultati in un mondo dove “i fuggiaschi sostengono che le strade non sono più fatte per i sognatori ma per i sospetti di omicidio e i fantasmi che vendono ricordi”. E’ una canzone colossale, il frutto di un autore-poeta con un talento sovrumano, un pezzo il cui refrain è basato parola per parola su un brano australiano del 1890, Waltzing Matilda di A.B “Banjo” Paterson, anche se Waits dirà che la canzone è ispirata al suo incontro a Copenaghen con la cantante danese Mathilde Bondo. Il brano stabilisce il tono del disco, dalle continue citazioni di Jitterburg Boy (Marilyn Monroe, Rocky Marciano, Minnesota Fats, Louis Armstrong) alle taverne  di I Wish I Was in New Orleans, dalla surreale The Piano Has Been Drinking ad Invitation To The Blues, dal fegato a pezzi e il cuore infranto di Bad Liver and Broken Heart alla delirante parodia dei locali per striptease di Pasties & A G-String dove  “pasties" sono i lembi di stoffa per coprire i capezzoli e  “g-strings” i perizoma usati dalle spogliarelliste nei loro spettacoli. Candido, marcio e romantico allo stesso tempo, Small Change porta alla visione di tutti le doti di scrittura di un autore originale ed unico nel mondo del rock, capace di scovare i brillanti nella spazzatura e legittimare  una fauna dei marciapiedi senza nessuna necessità di salvezza. Pieno di alcol e a proprio agio con balordi, prostitute, bari, spacciatori, pervertiti e altre frattaglie umane, a Waits non manca certo l’umorismo, visionario in The Piano Has Been Drinking, sarcastico e autodistruttivo in Bad Liver and Broken Heart, e nemmeno l'ironia, come dimostra Step Right Up, uno scat sostenuto dal sassofono di Lew Tabacking e dal contrabbasso del fedele Jim Hughart, su cui scrive : “Se volete il testo della canzone spedite una foto e due mummolarie (?) morte, in busta affrancata, col proprio indirizzo a Tropicana Motor Hotel, Hollywood, California c/o Young Tom Waits”. Viene pubblicato nel 1976 ma siamo anni luce da Hotel California. Indimenticabile la copertina con Waits fotografato tra trucchi, spray e sigarette nel camerino della ballerina go-go Cassandra Paterno meglio conosciuta come Elvira, la padrona della notte.

 

1977: Foreign Affairs


 

L'album si apre con una struggente love song: “Muriel da quando hai lasciato la città i club hanno chiuso i battenti e c'è un lampione in più sulla via principale laggiù dove eravamo soliti passeggiare. Muriel frequento ancora gli stessi vecchi luoghi e tu mi segui ovunque vada, Muriel ti immagino un sabato notte in una sala giochi,  i capelli legati dietro la nuca e il diamante che scintilla nei tuoi occhi, è l'unico anello nuziale che ti comprerò, Muriel”. Immediatamente dopo, il romanticissimo duetto con Bette Midler in I Never Talk To The Strangers  traccia le coordinate di un album ancora più scarno e noir dei precedenti, un lavoro  punteggiato dagli interventi del sax e della tromba, unici punti di colore in un decor jazzistico in bianco e nero contraddistinto dalla voce mai così malinconica di Waits, dal suo pianoforte e dalla misurata sezione ritmica di Jim Hughart e Shelly Manne. Anche quando le dinamiche sembrano farsi più marcate, ed è il caso  della errabonda Jack & Neal, il cui titolo è un aperto riferimento a Jack Kerouac e Neal Cassady di Sulla strada, i suoni rimangono  dentro le pareti di un nightclub ormai vuoto, quando addirittura non scendono lacrime di commozione nella toccante A Sight for Sore Eyes, degna compagnia della Carmelita di Warren Zevon.  Il mistery cinematografico si fa strada in Potters’ Field, forte di un assolo di clarinetto da parte di Gene Cipriano, un cimitero dei poveri reso ancora più tetro dagli arrangiamenti orchestrali e dal parlottare cupo e allucinato di Waits.  Anticipa la grande drammaticità del finale di Burma Shave e il pezzo più imprevedibile del disco, il beat-jazz di Barber Shop. L’idea generale del disco è proprio quella di un film noir in b/n degli anni cinquanta e la copertina, opera del fotografo-ritrattista George Hurrell, ne sottolinea lo stile.  Waits è abbracciato nella penombra con Marsheila Cockrel, cassiera del Troubadour, la cui mano mostra anelli, una sigaretta ed un passaporto. La notte è regina e il crimine dietro l’angolo ma Tom Waits da istrione quale è sdrammatizza: “La mia identificazione con il poeta della notte? se vuoi sapere qualcosa a proposito della notte, appunto, chiedi a un poliziotto, a un paramedico, a un vigile del fuoco, ad un commesso del turno di notte, ad un ragazzo che consegna i giornali, ad un barista, una cameriera, il proprietario di un club. Loro sapranno dirti qualcosa. Chiedi a quelli che tolgono di mezzo i tuoi rifiuti. Oppure chiedi a quelli che tolgono di mezzo te”.

 

1978: Blue Valentine


 

Il percorso di Tom Waits da Closing Time fino ad Heartattack And Vine è di una naturalezza sorprendente, ogni disco, compreso il finto live,  è un piccolo scatto in avanti nel rappresentare un sottobosco che è l’America notturna e marginale, beona e vagabonda, malavitosa e sentimentale delle sue arruffate ballate, un’America di terz’ordine rievocata con vivido realismo e trasfigurazione a volte un po’ compiaciuta in canzoni di fangosa dolcezza e di swingante brutalità, che attingono al jazz, al blues luciferino di Howlin’ Wolf e Screamin’ Jay Hawkins, alla canzone americana più classica (Gershwin, Hoagy Carmichael, Frank Sinatra, Cole Porter), ai romanzi dell’hard-boiled californiano e agli scrittori della beat generation. Ma se è concesso indicare un punto climax di tale percorso questo è Blue Valentine, per chi scrive uno dei tre capolavori di tutta l'odissea waitsiana, assieme a Rain Dogs e Mule Variations. Bones Howe continua ad essere il produttore e la musica rimane un condensato di jazz e blues con il pianoforte e talvolta l'organo in evidenza anche se si affacciano le chitarre a svantaggio di sassofono e orchestra, ma la west side story qui assume toni epici. Un piccolo Cesare è sorpreso a scassinare una gioielleria (Red Shoes By The Drugstore), una ragazza scappata di casa incontra un tipo poco raccomandabile ed il dramma incombe ($29), il leader di una gang messicana dopo aver fatto fuori a coltellate uno sceriffo che gli ha ucciso il fratello va a morire in un cinema dove proiettano un gangster movie con James Cagney. Sgorga il sangue in una boheme al neon che Waits canta con spietato realismo, quasi fosse un bisogno esistenziale. Squallidi alberghetti (A Sweet Little Bullet From a Pretty Blue Gun), ghetti disastrati (Kentucky Avenue), paesaggi di una periferia senza speranza, amori pieni di rimorsi (la magnifica Blue Valentine), fughe senza fine e la bellissima Christmas Card from a Hooker in Mineapolis dove una puttana scrive dalla galera ad una sua vecchia fiamma inventandosi una vita normale senza alcol e droga, sposata con un suonatore di trombone, ma finendo con l’ammettere che ciò che gli serve sono i soldi per un avvocato che la faccia uscire il giorno di San Valentino, ostentano una solitudine che raramente il rock ha cantato con così tanta poesia e sentimento. Sublime, come il retro-copertina dove l’artista amoreggia in modo poco canonico con la sua musa del momento, Rickie Lee Jones.

 

1980: Heartattack And Vine


 

I primi sostanziali cambiamenti di quello che sarà il Tom Waits post-Asylum  si manifestano in Heartattack And Vine, un disco più incline al rock rispetto ai precedenti dove Waits suona prevalentemente la chitarra elettrica. Ancora prodotto da Bones Howe, orchestrato da Jerry Yester e registrato ad Hollywood, l’artista di Pomona fa appello ad un team di musicisti più ampio rispetto al passato,  c'è il batterista della band che lo segue on the road, Big John Thomassie di New Orleans, già con Freddie King, Dr. John e Bonnie Bramlett, c’è Ronnie Baron al piano e all'organo, anche lui di New Orleans, c'è Larry Taylor, ex Canned Heat, al basso e il chitarrista Roland Bautista. Dice Waits: “Lui  è cresciuto in Slauson Avenue, e per me ciò basta e avanza”. Il risultato è un disco che perde in eleganza jazzistica e acquista in ruggine rock/blues, la voce è meno incatramata ma le canzoni sono superbe, specie  ballate come Jersey Girl entrata a piena ragione nei live show di Bruce Springsteen, come la drammatica On The Nickel in cui Waits duetta con se stesso assumendo un tono rauco e cavernoso in contrasto a pause dolci e melodiche, come la triste Ruby’s Arms usata da Jean Luc Goddard nel suo film First Name: Carmen. La svolta è nell’aria, come disse all’epoca Tom Waits: “Ho smesso di fumare durante la registrazione del disco, forse il miglioramento della mia voce ha qualcosa a che vedere con quello. Ho provato a raggiungere un qualche livello di igiene personale e credo che il disco ne abbia risentito. Ho solo provato a darmi una ripulita, un po’, penso che aiuti, bevo solo vino, adesso, il mio preferito è lo chablis Carlo Rossi”. Non solo ballate, ci sono diverse tracce dal marcato sostegno ritmico che fanno presagire lo sferragliare metallurgico di un prossimo futuro, la canzone che dà il titolo all'album è un crudo rock/blues ripreso da uno dei suoi idoli, Screamin’ Jay Hawkins, Til The Money Runs Out apre la seconda facciata allo stesso modo e Downtown è un cadente jazz-blues giocato sul contrasto tra la chitarra elettrica di Waits ed il pregnante Hammond alla Jimmy Smith di Ronnie Barron. Ha detto Waits di Heartattack And Vine: “Come songwriter, passi attraverso stagioni diverse. Arrivato a questo punto, stavo imparando a scrivere più velocemente. Di solito, ero abituato a rimuginare sulle canzoni per mesi e mesi, la scrittura di Heartattack And Vine è stata molto più spontanea. E, per la prima volta ho lasciato che il batterista usasse le bacchette, invece delle spazzole. Intendo dire che continuavo a sentire tutto con il contrabbasso, una tromba con la sordina o il sassofono tenore, avevo una panorama musicale limitata, così ho voluto allargare un po’. Penso di aver compiuto un salto di livello ed è un processo ancora in corso". Pubblicato nel 1980 Heartattack And Vine è il disco che vende di più negli Stati Uniti prima di Mule Variations e chiude stilisticamente il primo ciclo di Tom Waits. Il seguente Swordfishtrombones farà da spartiacque tra il suo periodo romantico, le suggestioni mitteleuropee e le conseguenti sonorità sperimentali dei dischi che arriveranno dopo.

 

MAURO ZAMBELLINI