venerdì 31 marzo 2017

THE FEVER

 
Col titolo di The Fever  sono stati rimasterizzati in un doppio CD i tre primi mitici album di Southside Johnny e gli Asbury Jukes per la Epic. Non ci sarebbe nulla di straordinario visto che quei tre album erano già stati pubblicati più volte in CD, la novità è la presenza assieme a loro del Live al Bottom Line del 1976 a suo tempo fatto uscire come promo e subito dopo scomparso dalla circolazione. Se a qualcuno interessa, questa è la storia di quei gagliardi better days, quel leggendario biennio tra il 1976 e il 1978.

Fu una reazione alla claustrofobia di un posto come Ocean Grove, cittadina del New Jersey affacciata sul mare creata da metodisti che lì comprarono case per trascorrere la loro vecchiaia, a spingere John Lyon alias Southside Johnny verso la musica, quasi fosse una fuga da tanto tradizionalismo. Ad Ocean Grove si erano stabiliti i nonni ma sua madre e suo padre si comprarono una nuova casa per sfuggire ai modi autoritari del nonno, rigoroso metodista, che non accettava che il padre di Southside Johnny ascoltasse Louis Armstrong. Ben presto la famiglia Lyon divenne la stranezza del quartiere e nelle orecchie del giovane John entrarono le note dei dischi ascoltati da papà, roba come Count Basie, Jimmy Rushing e Duke Ellington ma anche T-Bone Walker, Big Joe Turner, Wynonie Harris and The Blue Shouters, il primo Sonny Boy Williamson. Fu naturale  scoprire l'esistenza di un altro mondo al di fuori  di quel ritiro metodista, dove riversare energie e desideri, e sognare sui suoni che arrivavano dalle stazioni radiofoniche nere delle vicine Newark e Philadelphia che trasmettevano incessantemente Muddy Waters, Jimmy Reed, Little Walter ed Elmore James.  John (1948) e suo fratello, più vecchio di un anno, alla fine degli anni cinquanta passavano le notti ad ascoltare quella musica e quando si imbatterono in Maybellene di Chuck Berry lo stupore fu ancora maggiore, di colpo scoprirono il rock n'roll. Il passo successivo fu spendere i pochi dollari che avevano a disposizione da CJ's,  un record store di Asbury Park che vendeva dischi "bucati" (a solo uso promozionale) ad un dollaro e novantotto al pezzo. "A mio fratello piaceva la musica folk così si indirizzò verso Bob Dylan e Joan Baez e si comprò una chitarra e l'armonica. Presto mi impossessai della sua armonica e all'età di quattordici anni iniziai a fare pratica sui dischi di Jimmy Reed e Sonny Boy Williamson non pensando minimamente di diventare un musicista e tantomeno un cantante".  Le cose andarono però in un altro senso e John Lyon divenne armonicista  copiando lo stile blues di Chicago mentre come cantante prese spunto dai suoi idoli che erano  Jackie Wilson, Big Joe Turner,  Ray Charles, James Brown e Ben.E King di cui apprezzava la rilassata sensualità cool.
 

L'incontro con altri gatti randagi del Jersey Shore avvenne verso il 1967, " c'era questo club, l'Upstage, che era una sorta di crocevia, stava aperto dalle 8 di sera fino alle cinque di mattina, non serviva alcolici, era a mezzo miglia da casa e ci andavo ogni sera. Ci passavo intere nottate, si poteva suonare con tutti quelli che ci cascavano dentro. Iniziai a fare delle jam con Steve Van Zandt e la sua band. C'erano Bobby Williams o Vini Lopez alla batteria, Garry Tallent era il bassista, David Sancious o qualche altro suonavano le tastiere. Io ero il cantante. Venne anche Bruce Springsteen. Imparammo a suonare vari tipi di musica e a fare jam, a Tallent piaceva il rockabilly, a me piaceva il blues, tutti amavano il rock con le chitarre, Hendrix e Jeff Beck. Fu la nostra scuola".

Molti iniziarono a pensare di farsi una propria band, Steve Van Zandt e John Lyon crearono Funky Dust and The Soul Broom per suonare Muddy Waters ed Elmore James, insieme i due si esibivano come Southside  and The Kid perché amavano il blues pre-bellico suonato con la chitarra acustica e l'armonica. " Poi Bruce si unì a Dr.Zoom and The Sonic Boom mentre Steve ed io facemmo la Sundance Blues Band. Non eravamo dei puristi, suonavamo il blues ma ci piaceva far ballare la gente, così spaziavamo da Sam and Dave a Sam Cooke di cui sempre riprendevamo Twistin' The Night Away. Ci piaceva la soul music".
 

A quel punto le strade si divisero, Bruce andò con gli Earth e con gli Steel Mill prima di approdare alla Columbia, mantenendo comunque stretti legami con Van Zandt mentre Southside Johnny assemblò una nuova unità coinvolgendo musicisti locali, il batterista Kenny Pentifallo ed il chitarrista Billy Rush della Blackberry Booze Band nella quale Lyon era stato il cantante, il tastierista Kevin Kavanaugh, il bassista Alan Berger ed il tenorsassofonista Carlo Novi, gente che mangiava pane e rhythm and blues ad ogni ora del giorno.

Van Zandt si mise a lavorare ad un demo di quattro canzoni tra le quali  I Don't Want To Go Home scritta dallo stesso e The Fever di Springsteen. Costituirono le basi di quel piccolo gioiello discografico prodotto da quella comunità di amici del New Jersey, quel I Don't Want To Go Home  che contribuì a riportare in auge la gioia del soul e l' euforia del ryhthm and blues tra il pubblico bianco del rock.  Sostanziale era la presenza di una travolgente sezione fiati, i Miami Horns, su canzoni che sapevano di baldorie notturne e appiccicose storie d'amore. Quei randagi del New Jersey  strapparono un contratto alla sussidiaria della Columbia, la Epic,  e col nome di Southside Johnny and the Asbury Jukes ( Jukes era il nome della band di Little Walter uno degli armonicisti amati da John Lyon)  registrarono al Record Plant di New York sotto la supervisione di Jimmi Iovine, l'ingegnere del suono più in voga in quegli anni. "All'epoca eravamo giovani e gasati ma ne io ne Steve sapevamo bene cosa fare in uno studio di registrazione. Per fortuna Jimmy Iovine ed il suo assistente Dave Thoener ci aiutarono a capire come funzionavano le cose, prendemmo confidenza con le macchine. In verità non sapevamo bene quello che stavamo facendo ma ne è uscito un album geniale. Tutto si svolse in maniera non troppo formale, tipo, ricevi una telefonata alle 3 di notte e devi essere in studio a mezzogiorno. Fate  conto che non guidavo e, non sapevo nemmeno come arrivarci, per fortuna esistevano gli autobus". Prodotto da Steve Van Zandt, il quale contribuì a tre canzoni, I Don't Want To Go Home è un esordio superbo che distilla le influenze di John Lyon con versioni di Got To Get You Off My Mind di Solomon Burke,  Broke Down Piece of Man di Steve Cropper, il Ray Charles di I Choose To Sing The Blues. Un' altra canzone scritta da Springsteen, You Mean So Much To Me,  assieme alla title-track e a The Fever  esaltano un disco già buono in sé.   "You Mean So Much To Me fu scritta per divertimento, Ronnie Spector era in città e Jimmi Iovine la conosceva dai tempi in cui aveva lavorato a Rock n'Roll di John Lennon. Gli venne l'idea di telefonarle ed il giorno dopo Ronnie era in studio. Passammo tutta la notte a provare il duetto e poi la registrammo".  

 
La canzone che dà il titolo all'album, I Don't Want To Go Home è invece un concentrato degli elementi del soul-rock creato da Southside Johnny, una ballata dal tono romantico enfatizzata da un accorto lavoro orchestrale, virata rhythm &blues dal fragore dei fiati dei Miami Horns e rockata dal finale chitarristico. Ma è The Fever il pezzo da novanta. "L'avevo già sentita  suonare da Springsteen a Princeton, NJ, era una di quelle canzoni che non ti dimentichi e per cui la gente va pazza. Qualche settimana più tardi stavamo facendo le prove allo Stone Pony e arrivò Bruce, si sedette ad un tavolo e mi disse che aveva qualcosa per me. Si mise al piano e cominciò a suonare The Fever dicendomi che l'aveva pensata per me, che potevo prenderla e farla mia. Gli risposi che era una sua canzone e sarebbe stato un hit certo, sicuro. Mi disse che non andava bene per il suo album e allora tagliai corto, se vuoi che sia mia non mi metterò certo a litigare. Se è questo che vuoi, canterò The Fever".  Quella canzone fu il simbolo della musica di Southside Johnny agli esordi, entrata nella leggenda e nel jukebox springsteeniano, talmente bella da essere ricordata in tutti questi anni e diventare storia. Un motivo in più per suggellare un'amicizia che è durata nel tempo. Springsteen, Steve Van Zandt e Southside Johnny in quegli anni stavano viaggiando sulla stessa macchina, Bruce aveva incendiato le strade del rock con Born To Run, Steve stava diventando uno dei perni della E-Street Band e quando nel 1976 uscì I Don't Want To Go Home quella comunità di musicisti del New Jersey  seppe imporre all'America un sound creato sul passato della propria musica ma rinfrescando quelle radici di musica afroamericana con i desideri di chi, giovane e stanco dei dinosauri, cercava una nuova terra promessa. Proprio nell'anno in cui nell'altra parte della città qualcuno gridava no future.

 

Incoraggiata dal potente dj di Cleveland, Kid Leo, bramoso di ripetere con Southside Johnny  quello che aveva fatto con Springsteen, la Epic registrò i Jukes nello stesso luogo che aveva portato fortuna a Bruce nel 1975 ovvero al Bottom Line di New York. Lì viene messo a punto un album live ( Jukes Live at Bottom Line, 1976)  per esclusiva finalità promozionale, un migliaio di copie da distribuire alle radio per far conoscere la band ed il suo show. Finito presto fuori catalogo, il disco è adesso recuperato in questo doppio CD The Fever-The Remastered Epic Recordings. Un live ad alto voltaggio, sporco e sudato, contenente cinque brani dell'album d'esordio tra cui You Mean So Much To Me cantata con Ronnie Spector ed una bella sequenza di cover, da Without Love di Aretha Franklyn  a Searchin' dei Coasters, da Little By Little di Junior Wells a Snatchin' It Back di Junior Wells, fino all'amata Havin' a Party di Sam Cooke. Con la sua voce arrochita, i suoi modi guasconi ed una energia da soulman di razza, Southside Johnny trascina i Jukes in un concerto incandescente, tra i migliori della sua lunga discografia, dove si respira l'eccitazione e l'entusiasmo di quei giorni, la voglia di conquistarsi le luci della ribalta con una musica che aveva cuore, anima e nervi senza piantare paletti tra rock dei bianchi e soul dei neri. Un esibizione di torrido  rhythm and blues festoso e gagliardo con cui far baldoria tutti assieme. Strepitose le cover, strepitosa la sezione fiati, strepitosa la resa di The Fever.
 
 

Sempre con Miami Steve Van Zandt in veste di produttore e artefice del sound dei Jukes (non è un caso che i migliori dischi di Southside Johnny ovvero i primi tre e il live appena menzionato e Better Days del 1991 siano frutto del suo lavoro) esce nel 1977 This Time It's For Real un album che non contiene un pezzo simbolico come The Fever  ma sentito oggi suona quasi superiore all'esordio. Un disco che fonde Stax  e doo-wop, Wall of Sound e New Orleans, registrato in un vecchio studio di New York con una sezione di archi diretta in modo per lo meno bizzarro da Steve Van Zandt. "L'idea di base ci venne da How Come You Treat Me So Bad, una cover di Lee Dorsey che stava sul primo album. Steve Popovich, A&R man della Columbia, ci suggerì di chiamarlo proponendogli di cantare insieme il pezzo. Ci sembrava una pazzia ma Lee Dorsey accettò, venne in studio e cantò nel disco. Allora a Steve venne in mente di fare la stessa cosa per il secondo disco coinvolgendo alcuni gruppi di doo-wop che amavamo, i Drifters, i Five Satins e i Coasters. La cosa fu più facile del previsto, lì chiamammo, vennero volentieri, cantarono per un'ora e quaranta minuti e  l'ora successiva la passarono a raccontarci le loro storie".


La copertina di This Time It's For Real ritrae la band in un malfamato vicolo notturno davanti allo scalcinato Pussy Cat Theatre, cinque titoli del disco sono opera di Steve Van Zandt, altri tre sono co-scritti con Bruce Springsteen. Il prorompente sound dei Miami Horns è rimpolpato dall'arrivo di Eddie Manion (sax baritono), Richie "La Bamba" Rosenberg (trombone) e Ricky Gazda (tromba), un arrembante mix di soul, R&B, rock n'roll scaldato dalla gagliarda e prorompente interpretazione di John Lyon. Spiccano gli arrangiamenti orchestrali con quel muro sonoro tipico delle produzioni di Phil Spector, in particolare nella stupenda e struggente Without Love e nell' altrettanto splendida Some Things Just Don't Change. L'elegante backing vocale dei Drifters aggiunto alle trombe mariachi fanno di Little Girl So Fine (c'è lo zampino di Springsteen nella scrittura) una vera chicca mentre Check Mr.Popeye con i Coasters in campo trasmette l'allegria di un club di New Orleans e l'amalgama tra fiati e archi della maestosa Love On The Wrong Side Of Town regalano l' immagine di una big band divisa tra luminosa enfasi orchestrale e cencioso R&B da bassifondi. In più c'è il sornione blues con tanto di armonica di I Ain't Got The Fever No More costruito sulle stesse cadenze di The Fever tanto da risultare una specie di sequel.  This Time It's For Real (1977) è un superlativo disco di soul-rock a cui il tempo ha dato ragione, nell'anno in cui uscì si guadagnò l'85esima posizione di Billboard, il posto più alto nella produzione Epic di Southside Johnny tanto da convincere questa ad offrirgli la chance di un terzo disco, Hearts of Stone.
 

Col 1978 l'umore generale era però cambiato e i musicisti di Asbury Park si trovarono a fare i conti con un più ombroso stato d'animo. Springsteen fece uscire il riflessivo Darkness On The Edge of Town e Van Zandt cominciò a cimentarsi con canzoni più introspettive e politiche. Il nuovo disco non fu facile da fare, i Jukes erano in tour,  Steve Van Zandt aveva affittato uno studio a New York, i musicisti passavano direttamente dall'autobus con cui tornavano dai concerti allo studio di registrazione. Dormivano sui divani, Little Steven faceva gli assoli, Southside Johnny si risvegliava, faceva le parti cantate e poi tornava a dormire. Tutto questo nei tre giorni di riposo del tour, poi rimontavano sull'autobus e via verso Cleveland, Pittsburgh, Youngstown, per poi ritornare di nuovo a New York e ricominciare le session . Un tour de force stressante e debilitante. Alcune canzoni di quel periodo finiranno nel debutto solista del 1982 di Van Zandt coi Disciples of Soul, l'ottimo  Men Without Women, una sarà recuperata in Missing Pieces (2004) , il resto entrò in quel disco osteggiato dalla stessa CBS la quale non puntò un centesimo sulla sua promozione preferendo rivolgere le proprie risorse al nuovo disco dei Cheap Trick.  Nonostante ciò  Hearts of Stone fu inserito da Rolling Stone nella lista dei migliori dischi pubblicati nel ventennio 1967- 1987 e il New York Times lo indicò come uno dei più riusciti lavori della comunità musicale del New Jersey.

Diverso dai due album che lo avevano preceduto, Hearts of Stone, il cui titolo si rifà alla canzone scritta da Springsteen per l'occasione, riflette il momento di passaggio tra l'euforia della gioventù ed il taglio da party-record dei due precedenti album e l'età della maturità, con tutte le responsabilità che ne conseguono. E' un disco elegiaco con testi che hanno a che fare con perdite, rimpianti, romanzi spezzati e rotture affettive.  La lenta e commovente ballata Hearts of Stone  ne riflette l'umore e il ribaldo R&B del passato cede il passo ad un rock più asciutto e romantico nonostante i fiati continuino a soffiare caldi come uno scirocco e la band sia pimpante come sempre con il chitarrista Billy Rush in gran spolvero.  Che Hearts of Stone sia il fratello minore di Darkness lo suggerisce la copertina, opera dello stesso Frank Stefanko, impegnato in quei giorni nelle session fotografiche del disco di Springsteen. Da un lato il volto amaro di Southside Johnny avvolto da una malinconica luce seppiata, dall'altro la band in relax ai tavolini di un bar.  Qualcuno scrive che Hearts of Stone sia il "miglior album di Springsteen mai registrato",  la realtà è un disarmante 112esimo posto in Billboard ed il conseguente licenziamento da parte della Epic.
 

 

Southside Johnny e gli Asbury Jukes non erano riusciti con tre dischi ed un promo-live a conquistarsi una visibilità nazionale, il riflusso vede Van Zandt rivolgersi a tempo pieno alla E-Street Band e John Lyon accasarsi con la Mercury. Paradossalmente il seguente The Jukes, ben più scialbo dei dischi finora trattati, raggiungerà il 48mo posto in classifica.  La verità però spesso ha tempi lunghi, di quel The Jukes oggi non si ricorda più nessuno, a parte i collezionisti, le canzoni di quei tre dischi d'esordio per la Epic invece continuano ad essere il cuore degli show di Southside Johnny, uno che in questi quaranta anni non ha mai mollato e continua a divertire con il suo soul ed il suo rock zeppi di  sentimento e calore. The Fever-The Remastered Epic Recordings  ci ricorda nel modo migliore i suoi better days.

MAURO ZAMBELLINI      MARZO 2017













lunedì 27 marzo 2017

ALEJANDRO ESCOVEDO Chiari 25/03/2017

 
 
Periodo decisamente positivo per gli amanti del rock, nel giro di un paio di settimane sono passati James McMurtry con band, la potente Tedeschi-Trucks Band e Alejandro Escovedo. Come per McMurtry ho seguito  il concerto di Alejandro Escovedo al Teatro Toscanini di Chiari, location perfetta per questo tipo di esibizioni, non troppo ampia ma comoda e con una buona acustica. E' stato un concerto emozionante, vibrante, ruvido e romantico dove le radici punk di Escovedo si sono saldate su una riconosciuta abilità da songwriter nel raccontare storie dell'emisfero rock americano. Supportato da una band coi fiocchi capitanata da Antonio Gramentieri, uno dei migliori e più personali chitarristi italiani, il quale ha regalato all'artista texano un sound al vetriolo  a tratti davvero deflagrante, Escovedo si è rivelato una volta di più autore, cantante e rocker di stoffa pregiata, uno che ha saputo trarre dalle difficoltà della vita la spinta per essere comunque propositivo e lucido. Pochi anni fa una cordata costituita da Steve Earle, Lucinda Williams, The Jayhawks, John Cale, Ian Hunter e Sheila E. ha permesso all'artista di pagarsi delle esose cure mediche per la cura di una devastante'epatite, il fatto di aver toccato con mano la possibilità della morte sembra aver rigenerato Escovedo, i suoi ultimi album, a cominciare da Street Songs of Love  fino a Burn Something Beautiful non fanno mistero di una ritrovata sensibilità e creatività artistica, tra i migliori della sua lunga carriera .
 

Sul palco di Chiari Escovedo ha raccontato storie amare e spiritose, ha ricordato i tempi eroici coi Rank &File e i Nuns (il loro maggior pregio fu quello di aprire nel 1978 al Winterland di San Francisco un concerto dei Sex Pistols), ha smitizzato Austin (statene alla larga, è diventata cara e irriconoscibile), ha tirato in ballo la volta che incontrò Bruce Springsteen davanti a 50 mila persone e lì nacque la canzone Faith (che poi non ha eseguito, è su Street  Songs of Love  ndr.), ha rammentato la prima volta in Italia a Sesto Calende grazie a Carlo Carlini, ha ironizzato sulla sua numerosa famiglia e ha ringraziato quanti hanno reso la musica texana universale, da Jimmy Dale Gilmore a Townes Van Zandt, da Joe Ely e Terry  Allen a Butch Hancock. Soprattutto ha giganteggiato con le sue melodie  semplici, i suoi assoli sferraglianti, le sue canzoni tribolate e meticce, mostrando uno spirito rock mai autoreferenziale e celebrativo ed un ritrovato entusiasmo giovanile, a 66 anni di età.

The Scotch, una ottima band locale, ha avuto l'onore di aprire degnamente la serata, il loro british blues on the rocks è suonato secco e incisivo, un modo per coniugare Wilko Johnson con i Fleetwood Mac. Gli applausi sono piovuti meritati.

 
Giù loro dal palco, una breve performance strumentale di Don Antonio, la band di Gramentieri, ha introdotto Alejandro Escovedo il quale ha subito impresso al set un taglio nervoso e spudoratamente elettrico.  Gramentieri creava suoni aguzzi e lancinanti per poi lasciare spazio a momenti più dilatati, il sassofonista Franz Valtieri soffiava rabbioso, la sezione ritmica con Matteo Monti alla batteria e Denis Valentini al basso mordeva felina ed Escovedo con una Gibson in mano cantava Don't Make Me Run.  E' stato chiaro che le origini texane non comportavano alcun spazio per il roots-rock o qualsivoglia declinazione rurale del rock, andava in scena un rock febbricitante e urgente e quando la tensione sembrava allentarsi, Escovedo imbracciava la chitarra acustica per sfoderare alcune ballate prive di zuccheri e nostalgie da cowboy ma portatrici di una redenzione sufficiente a salvare anche la più dannata delle anime. Un altro poeta rock a tinte scure faceva capolino davanti ai nostri occhi, uno di quei rocker veri fino al midollo, e proprio l'ultimo album Burn Something Beautiful, il cui titolo ben spiega il clima delle canzoni e del concerto, faceva da perno attorno al quale si sviluppava il set , con la messa in campo di Shave The Cat , proposta subito dopo Can't Make Me Run, di Beauty Of Your Smile, di Heartbeat Smile, di  Horizontal e Luna De Miel.

La voce di Escovedo, una sorta di più crudo e addolorato Randy Newman, si fondeva  dentro un groviglio elettrico che riportava d'attualità il sound della Los Angeles punk di fine settanta e anche quella di Buick MacKane, una sua invenzione del 1997, quel crogiolo di suoni graffianti, armonie power-pop e rasoiate elettriche che costituì il suo battesimo. La band di Don Antonio si trovava a suo agio in un siffatto riottoso rock n'roll e quando il sassofonista, col tenore e col baritono, entrava in azione gli schizzi sonori erano talmente espressionistici e  free che a qualcuno venivano in mente i primi Soft Machine e i Morphine. Ce n'era per riempirsi le orecchie e rigenerare i sensi, finalmente un sano, caustico e veemente rock n'roll shockava la paciosa atmosfera di un sabato sera in provincia, storie che non sono il frutto di una illusione adolescenziale benedivano un rock ancora in grado di essere "offensivo" e deragliante. E se ad un certo punto si è sentito il bisogno di qualche dolcezza, ecco arrivare Sister Lost Soul  dedicata a Chuck Berry ed una Down In The Bowery  in grado di commuovere anche i Metallica. Una ballata sublime che annovera Escovedo tra i magnifici sotoryteller urbani, uno che sta solo più a ovest di Willie Nile, David Johansen e Ian Hunter e possiede la fotografia di Neil Young nel portafoglio, visto che dopo la applauditissima Always A Friend come ciliegina sulla torta chiama pubblico ed invitati a seguirlo nella cavalcata di Like A Hurricane. Come dire, i nervi e le asprezze ma anche il cuore ed il vento del rock n'roll. Old rockers never die.
 

 

MAURO  ZAMBELLINI   

 le foto sono di Marcello Matranga

   











martedì 21 febbraio 2017

THE OLD AND THE YOUNG

 
 
Giovani e vecchi insieme, nella musica non conta l'età ma il sentimento, il rispetto, la coerenza. Prendete Joe Henry, musicista, produttore e autore di area folk americana che ha saputo rivitalizzare all'inizio del nuovo secolo un semi dimenticato Solomon Burke (1940-2010) attraverso un disco, Don't Give Up On Me che ha portato il Re del Soul a confrontarsi con canzoni di Van Morrison, Bob Dylan, Elvis Costello, Tom Waits, Nick Lowe, Brian Wilson offrendo versioni di una ricchezza e freschezza incredibili. Così possiamo dire di Jeff Tweedy di Wilco che ha ridato lucentezza e reso accessibile ad una platea rock la cantante gospel Mavis Staples  (classe 1939)  producendole i due formidabili You Are Not Alone  e One True Vine, e ancora, per citare i casi che mi vengono in mente, Patterson Hood dei Drive By Truckers produttore e musicista dell'espressivo affondo noir di Bettye Lavette (classe 1946) in The Scene Of  The Crime. Per non dire di Rick Rubin, produttore a tutto campo e di larghe vedute, che ha regalato una seconda carriera a Johnny Cash con la sequenza dei memorabili American Recordings.  Quando il giovane incontra il vecchio spesso sono miracoli, specie se fuori dai calcoli del marketing.

L'ultimo in ordine di tempo riguarda l'attenzione che il giovane folk-rocker americano Steve Gunn ha rivolto al veterano del folk-progressive inglese Michael Chapman (classe 1941), autore di una sequenza interminabile di dischi alle spalle a partire dall'esordio nel 1969 (Rainmaker) ma finito nel circuito di nicchia se non ci fosse stato Gunn ed un pugno di artisti "contemporanei" (Lucinda Williams, Maddy Pryor, William Tyler, Hiss Golden Messanger, Thurston Moore) a rendergli omaggio nel 2012  col tributo Oh Michael, Look What You've Done: Friends Play Michael Chapman  per la specializzata etichetta Tompkins Square. Ancora di più ha fatto Steve Gunn, giovane promessa del nuovo folk-rock americano con una militanza nei Violators di Kurt Vile, che come racconta lo splendido video di Ancient Jules se ne va con una moto BMW assolutamente vintage tra le strade silenziose della campagna inglese a casa di Michael Chapman per chiacchierare con lui sul passto ed il presente, sorseggiare un te e duettare insieme con le chitarre. E'un video illuminante oltre che romantico, non solo l'incontro di due musicisti, ma una pillola di saggezza musicale, due mondi che si incontrano, il vecchio e giovane folk, la provincia inglese e quella americana, un artista dimenticato sebbene di culto ed uno sulle pagine delle riviste specializzate, sebbene di nicchia. Certe volte conta di più il rispetto che tutto il resto. Il rispetto Steve Gunn di Lansdowne, Pennsylvania ma di base a Brooklyn, se lo è conquistato con una discografia improntata alla sperimentazione e all'eclettismo, vedendolo collaborare oltre che con Kurt Vile, con Mike Cooper, con gli Hiss Golden Messenger, con Mike Gangloff e con i Black Twin Pickers con cui ha realizzato il clamoroso Seasonal Hire  nel 2015 .

 L'essere all'avanguardia non gli ha impedito negli anni di solidificare, pur in una libertà esecutiva di prim'ordine, una forma canzone che trova la sua esuberante e per certi versi innovativa tecnica chitarristica sposarsi con la scrittura, le armonie e la melodia che necessitano per qualificarsi come songwriter. Il risultato è l'ultimo disco del nostro, l'eccellente Eyes On The Lines  pubblicato lo scorso anno dalla Matador, nove canzoni che parlano di maree e pleniluni, passeggiate notturne e panchine nel parco dove la voce particolare tra baritono e mormorio trasognato di Gunn si appoggia ad un suono che intreccia senza margini folk progressive di natura english cn echi degli Appalachi, visioni cosmiche e riverberi garage, acidità west-coast e feedback da costa orientale proprie dei Feelies.

Un disco dove è facile e piacevole perdersi (ascoltarsi Ark e cercare di non smarrire la strada di casa) e le narrazioni sono ispirate alla scrittrice contemporanea Rebecca Solnit, mentre un nugolo di musicisti di grande presa sonica, oltre alle chitarre acustiche ed elettriche di Steve Gunn ci sono Nathan Bowles con percussioni, banjo e organo, Hans Chew col piano, James Elkington e Paul Sukeena con le chitarre, Mary Lattimore con l'arpa, Jason Meagher col basso ed il flauto, Justin Tripp con le tastiere e John Truscinski con la batteria, rende moderno un folk-rock che ha il cuore nel passato e i piedi nel presente.

 
 Alcuni di questi musicisti si sono ritrovati pochi anni fa con Michael Chapman a provare il nuovo Black  Dirt Studio di Jason Meagher a NY e da lì sono nate le base per la registrazione di 50  il recente lavoro dell'artista inglese. L'amicizia tra Chapman e Gunn risale al 2006 al festival della chitarra di Portland nel Maine, perché se Gunn è uno dei chitarristi più originali tre le nuove generazioni, Chapman ha un curriculum sullo strumento di provata esperienza pur rimanendo esiliato nel limbo degli outsider. Chitarrista sopraffino, elegante ed originale il cui stile è stato influenzato da Big Bill Broonzy e Django Reinhardt, oltre che songwriter di un taglio unico assimilabile a John Martyn, Chapman all'inizio degli anni settanta fu in procinto di entrare nella band di Elton John e nella sua lunga discografia, che per prolificità potrebbe competere con quella di Willie Nelson, diversi sono  gli episodi solo strumentali testimonianti del suo lavoro sullo strumento tanto da essere considerato il padrino della chitarra rock sperimentale. Ma è il feeling che si è instaurato tra il maestro e quei ragazzi ad aver reso possibile 50 , che personalmente reputo uno degli episodi discografici imperdibili di questo inizio 2017, un disco magico dai colori invernali con squarci di luce cristallina ed una voce profonda e grave che si infila nel cuore e non vi lascia più andare.
 Registrato senza troppa programmazione ma lasciando scorrere strumenti ed emozioni secondo l'istinto del momento, 50  (gli anni di attività di Chapman nella musica) è un disco di poesia e immagini, un disco visionario in cui l'autore rivisita con una nuova prospettiva americana qualche classico del suo repertorio ed una manciata di canzoni inedite, accompagnato da una band che rappresenta l'elite più cool dell'attuale scena alternativa statunitense (Nathan Bowles, il prodigioso James Elkington, il bassista Jimy SeiTang, Jason Meagher e la folksinger Bridget St.John ai cori). Lo stile circolare chitarristico di Steve Gunn si innesta sugli arpeggi di un Chapman sfoderante estro e dilatazioni tanto da trasformare un tessuto che originariamente potrebbe essere etichettato come folk in aperture di rock psichedelico, di progressive, di dawg-jazz, di bluegrass e di virtuosismi alla John Fahey e dove la malinconia latente in tutto il disco suona ammaliante e confortevole, come fosse riscaldata da un camino in un casolare perso tra le nevi. Disco suggestivo con storie di strada (Spanish Incident), di città (Memphis In Winter), di sciagure ambientali (Sometimes You Just Drive), di boschi e lavoro (I Don't Mind Working As A Beast of Burden?)  nel quale le emozioni sembrano sospese in uno spazio senza tempo in cui il vecchio ed il nuovo si fondono con adamantina bellezza. Magia di altri tempi con il tratto distintivo di oggi.
MAURO    ZAMBELLINI    FEBBRAIO 2017









giovedì 2 febbraio 2017

GANG CALIBRO 77

 
Partiti su una arrembante base rockista i Gang sono approdati ad una canzone italiana capace di coniugare testi anticonformisti di denuncia sociale e memoria storica con le radici folk e rock della loro educazione musicale. Con Sangue e Cenere (2015) hanno raggiunto lo zenith di questa traiettoria, un disco la cui bellezza, profondità e poesia lo rendono assimilabile alle grandi opere d'autore della canzone italiana, lavori che appartengono alla produzione di De Andrè, Gaber, Guccini, Della Mea, De Gregori. Autori che, insieme ad altri, hanno rallegrato la gioventù dei fratelli Severini, quando negli anni settanta alle manifestazioni o al Circolo Giovanile, sul muretto o ai giardinetti del paese suonavano e cantavano le loro canzoni, coinvolti e contagiati da quel movimento creativo e politico che in quegli anni moltiplicava i pani e riempiva di rose la vita di migliaia di giovani che non si riconoscevano nel passato e guardavano al futuro con un idealismo che non si è più ripetuto. Bollati sbrigativamente come gli "anni di piombo", gli anni settanta hanno lasciato dietro di sé, nonostante le sconfitte, la violenze e i riflussi autodistruttivi, un patrimonio creativo distribuito in diverse manifestazioni artistiche, non ultima la musica. Un canzoniere importante è nato in quegli anni, canzoni operaie e ispirate dalla resistenza, canzoni che immaginavano un nuovo umanesimo, canzoni di rivolta e canzoni di disagio, canzoni che traslavano in musica il linguaggio del proletariato giovanile, canzoni di nuove esperienze e canzoni di strada, canzoni contro e canzoni di speranza. Alcuni dei migliori album della canzone d'autore italiana sono stati pubblicati in quella decade, chi era giovane (e non solo) in quegli anni ne venne contagiato: si creò un sentire unico e diverso che metteva insieme a livello emotivo Beatles, Rolling Stones, Dylan, Crosby, Stills, Nash & Young, De Andrè, Guccini, De Gregori, Bennato, Area, Gaber, Lolli, salì una musica ribelle, a volte anche intimista e riflessiva, che fu la colonna sonora di quegli anni inquieti. Erano molti gli immaginari e diversi erano gli stili e tutti riuscivano a convogliare e convivere nella canzone. Marino e Sandro Severini ovvero i Gang sono tornati a quel "movimento" non tanto per omaggiarlo come si fa con le opere e gli autori importanti ma per ridare legittimità a quel messaggio fuori dal pensiero unico, cantando quella generazione e offrendole un rifugio nel tempo e nella storia, contro i tanti, intellettuali in primis, che in tutti questi anni l'hanno segregata nella cupa pagina degli anni di piombo.
 

Calibro 77 è il titolo del loro disco e non perché le canzoni interpretate arrivino tutte da quell'anno, sono difatti sparse per tutto il decennio, ma perché il 1977 è un anno significativo e rappresentativo, una sorta di spartiacque, contradditorio anche visto che è l'anno della contestazione dell' autonomia contro Lama alla manifestazione dei sindacati confederali a Roma, è l'anno della grande manifestazione contro la repressione che coinvolse 25 mila persone a Bologna, dei 200 mila che sfilarono a Roma dietro le bandiere della CGIL-CISL-UIL per chiedere al governo una svolta riformista. Ma è anche l'anno di una fila impressionante di morti e feriti da parte delle BR, del terrorismo, della polizia, con la morte di Pierfrancesco Lorusso, Walter Rossi e Giorgiana Masi militanti di Lotta Continua, la strage di Acca Larentia dove morirono dei fascisti, i tanti gambizzati tra cui il ferimento di Indro Montanelli, l'uccisione del presidente dell'Ordine degli Avvocati Fulvio Croce oltre all'appello di Leonardo Sciascia sulle colonne della Stampa contro l'inesistenza di uno stato di diritto in Italia. E' anche l'anno che in altre parti del mondo scoppiò una influente rivoluzione musicale, col punk i Gang furono tra i primi alle nostre latitudini a cavalcare quel death or glory, il 1977 per tutti questi motivi è un anno cardine.

La simbiosi tra le voci del nuovo umanesimo e la matrice rock trova compimento nella personale interpretazione che i Gang offrono degli undici titoli di questo canzoniere che spazia da Guccini a De Andrè, da Della Mea a De Gregori, da Bennato a Gaber, da Finardi a Pietrangeli.
 

L'essere ancora adesso on the road lo dice il modo con cui si apre Calibro 77,  i Gang scelgono Sulla strada di Eugenio Finardi, una canzone che andava a cogliere il margine beat e americanoide di quel movimento, la mitologia del viaggio come cambiamento, più esistenziale che fisico, la ricerca di un altro Egitto avrebbe cantato De Gregori. C'era ritmo ed un cinematico folk-rock nella versione di Finardi, cosa che i Gang rispettano marcandone il sound con un sopraffino lavoro di chitarre (Sandro Severini, Jono Manson, Ben Wright) e di Hammond (Jason Crosby). Il sax dell'originale è stato sostituito dall'assolo di una cruda chitarra elettrica, un più sprezzante "cagare" ha messo nel cassetto un "ranare" che oggi non si usa più nel linguaggio della strada.

Folk-rock elettrico, gagliardo e scalpitante, è uno degli stili del disco, riproposto nella indurita versione di Questa casa non la mollerò di Ricky Gianco, già adattata al tempo sull'aria di Six Days On The Road dei Flying Burrito Brothers, il cui tema, l'occupazione delle case, viene sdrammatizzato quando l'occupante vede il cugino che si è fatto poliziotto arrivare a sgombrarlo. Chitarre in gran spolvero e pianoforte al posto del violino country dell'originale, un sano roots-rock barricadiero. Sulla stessa falsariga l'ermetico Cercando un altro Egitto di Francesco De Gregori, anche qui arrangiamento ricco e drive spedito, la firma di Jono Manson in fase di produzione oltre al raffinato mix strumentale: si sentono flauto, tromba, trombone, sax, Hammond e percussioni in un ensemble di musicisti coi fiocchi, per lo più americani. Il disco è stato difatti registrato negli studi di Manson a Santa Fe in New Mexico e masterizzato da David Glasser a Boulder in Colorado.

Il tasso di americanità è una prerogativa di Calibro 77 anche se la voce calda e il cantare raccolto di Marino Severini mantengono il disco negli scaffali della musica d'autore italiana. Ne sono testimonianza i trattamenti subiti da Canzone del maggio di Fabrizio DeAndrè, un dolente blues con uno splendido inciso di sax ed un Hammond da soul-band, da Venderò di Edoardo Bennato  importato sulle montagne degli Appalachi con tanto di fisarmonica, mandolino e dobro in una veste bluegrass, da Sebastiano di Ivan Della Mea, canzone su operai, scioperi, sindacato e padroni Fiat, rigenerata in un rutilante folk-rock dylaniano con la svolazzante armonica di John Popper ed una sporcizia blue-collar da randagi rockabilly.

L'intimismo è affidato ad una canzone di Claudio Lolli, non poteva essere diversamente, in Io ti racconto i Gang allentano la mortale tristezza dell'autore senza intaccarne la poesia, la marginalità di un tema di solitudine urbana viene preservata nell'interpretazione struggente di Marino e in un pianoforte che è un morso al cuore.

La stessa Uguaglianza di Paolo Pietrangeli, canzone sulle vittime del lavoro, viene svolta con una stringata esecuzione folkie che ne acuisce il tono drammatico e l'unico ricamo sono le chitarre tenore e baritono di Jono Manson.  Un crescendo da ballata springsteeniana accompagna il finale di Un altro giorno è andato, l'agile talkin' blues di Francesco Guccini viene rallentato ad arte nella prima parte della canzone dove prevalgono voce e pianoforte ma poi le chitarre si mettono ad abbaiare e l'unisono full-band sottolinea l'enfasi finale. Di tutt'altro segno è la scanzonata Ma non e' una malattia di Gianfranco Manfredi, l'ironia di un improbabile " il personale è politico" è stemperata in un pimpante e allegro dixieland, trombe, sax, clarinetto, cori e sezione ritmica evocano una marchin'band di New Orleans, anche se da ultima spiaggia, questo era difatti il titolo dell'album del 1976 da cui è tratta. Chiude il disco la versione di I Reduci di Giorgio Gaber. Non una canzone ma una fotografia spietata e magnifica sulle illusioni ed il seguente retour a la normale di una generazione, brano che i Gang affrontano in modo superbo. Il pianoforte di Jason Crosby è da applausi, Marino canta come se raccontasse la sua e le nostre storie, senza cedere alla retorica e al compiacimento, nella sua voce si scorge una partecipazione emotiva incredibile, è dimessa ma stringe il cuore. Ed è questa la caratteristica che pervade tutto il disco, oltre alla veste sonora folk-roots-rock americana (decisivo l'apporto di Jono Manson),  i Gang non hanno affrontato Calibro 77 con l'atteggiamento dell'interprete e del bravo musicista ma col trasporto emotivo di chi a queste canzoni crede e ha creduto perché parte della loro vita. Oltre che riconoscere l'importanza di un'epoca che in tanti hanno liquidato come una sconfitta. Massimo rispetto.

 

MAURO  ZAMBELLINI  





sabato 31 dicembre 2016

MY PLAYLIST 2016



La tentazione di lasciar perdere il compilare una playlist visto l'inflazione delle self-made-list sui social è stata grande ma amante del tradizionale panettone natalizio  ho receduto dall'intento, non volendo tradire la consuetudine maturata in questi anni. Quindi via con la lista dettata da gusti personali, niente  classifica o consigli per gli acquisti ma solo piaceri personali a lungo rimasti nel lettore o sul piatto o nello stereo car ( la mia auto non è ancora dotata di chiavetta, per fortuna).
 

E' probabile che la mia lista venga tacciata  di essere  reazionaria, termine che mi fa girare un po' le palle visto che sono sempre stato dalla parte di chi si ribella ma bisogna abituarsi al nuovo (sic) che avanza, forse sarebbe più consono usare il termine conservatore nel senso che ci tengo a conservare quanto di buono il rock n'roll ha prodotto fino a oggi, incurante di apparire retrò. Da qualche parte ho letto che una band come i Drive By Truckers, quest'anno con American Band  lambiscono solo la mia prima scelta continuando comunque ad essere una delle mie band alternative preferite assieme, a Wilco (il cui Schmilco ho trovato pallidino in confronto allo strepitoso concerto milanese), vengono liquidati tra i "reazionari" per non sapere destrutturare e scombinare in senso sghembo il loro roots-rock. Mah, qualcuno dovrebbe suggerire a costoro di leggere i testi "reazionari" di American Band che sono quanto di più caustico  c'è in giro  oggi nel raccontare il malessere di essere americani.  Bando alle polemiche, i gusti non si discutono, basta non fare ideologia su quelli degli altri, trattandoli come zoticoni solo perché al famolo strano (direbbe Verdone) preferiscono una cucina più  classica, cucina con cui in tanti sono cresciuti senza soffrire di pellagra, proprio con quei gusti "reazionari" che spesso significano dischi che si ascoltano oggi, domani e dopo domani senza finire dopo qualche mese nello scaffale soffocati dalla polvere e da una next thing ancora più strana. 
 

oldies but goodies

Detto questo, comincio proprio dai veterani, gli amati Rolling Stones presi nell'anno di grazia 2016. Un disco nuovo, Blue and Lonesome,  che ha fatto un botto di vendite, ne ho parlato bene dopo il primo ascolto  e confermo le impressioni iniziali, un disco di Chicago blues come il loro, oggi si fa fatica a trovarlo, sia tra gli afroamericani sia tra i visi pallidi. E' blues che viene dalla loro anima e dalle loro radici sixties, non è arruffato e dirty come molti avrebbero voluto ma il Chicago blues non possiede la sporcizia delle dodici battute del Mississippi, della Louisiana e in generale del sud. Prendere o lasciare, ci sarà sempre chi sparerà contro di loro ma una volta tanto il mercato ha premiato la qualità, con tutta la merda che riempie le classifiche vedere Blue  & Lonesome al nono posto di Billboard è una boccata di ossigeno ( e di dollari per loro). E il loro anno non finisce lì, coi video e i film ci sanno fare da sempre, Springsteen dovrebbe imparare da loro, Havana Moon, il documentario del loro concerto a Cuba, ha aggiunto una nuova perla alla loro collezione. Ottima performance in un contesto ambientale unico, un quid di commozione inaspettata per i signori del business, il pubblico cubano felice e stupefatto di trovarsi protagonista in un evento storico sulla loro terra, loro, musicisti temprati da una vita sul palco finalmente emozionati per un accoglienza caldissima da parte di un pubblico di ogni età ed estrazione sociale, diverso da quelli a cui sono abituati, in un evento che più che un concerto sembra una festa di liberazione. Havana Moon dopo la distribuzione nelle sale cinematografiche è stato pubblicato in DVD, accompagnato da due CD. Ma non è finita per gli Stones del 2016 anche se nella fattispecie è l'industria discografica la regista di un box monumentale e voluminoso con cui vengono ripubblicati tutti i loro album degli anni sessanta, dal disco d'esordio del 1964 fino a Let It Bleed ovvero tutto quanto è successo su vinile prima della nascita della Linguaccia. Copertine dell'epoca, vinile 180 gr., registrazione in Mono come negli originali , libro fotografico e confezione deluxe, il costo non è indifferente ma un Natale a Stonesville vale i sacrifici, non c'è Babbo Natale ma sesso, droga & rock n'roll. Il godimento è assicurato, con un buon impianto analogico (basta essersi tenuti piatto e amplificatori di gioventù) il sound è quello degli anni pionieristici del rock n' roll, vi parrà di rivivere una parte fondamentale della vostra/nostra/mia educazione  musicale. Per il sottoscritto The Rolling Stones In Mono è la ristampa dell'anno  e con l'altro box 3DVD/CD Totally Stripped  degli stessi Stones costituisce un' accoppiata da paura.
 

Altre due ristampe, per lo più ignorate dalle riviste specializzate, sono entrate felicemente nelle mie orecchie. Sono ORK Records: New York New York e These Dreams Will Never Sleep-The Best of Graham Parker 1976/2015. La prima ricapitola la storia di Terry Ork e della sua Ork Records, l' etichetta indipendente che fu il trampolino di lancio della new music degli anni settanta, in particolare newyorchese. La storia del punk e della new wave della città raccontata attraverso i singoli della Ork a cominciare dallo strepitoso Little Johnny Jewel dei Television per arrivare a tutti gli altri outsider protagonisti di quell' eccitante, fosco, ribollente underground, dai Marbles ad Alex Chilton, qui presente con Free Again, The Singer Not The Song, Summertime Blues, All The Time, Take Me Home & Make Me Like It, da Chris Stamey a Mick Farren, dai Feelies a Richard Lloyd, dai Cheetah Chrome ai Revelons fino alla sortita musicale del folle critico dell'epoca Lester Bangs, autore di Let It Blurt e Live.  Cartoline dal CBGB e da  quella New York scura, violenta e pericolosa  che costituì uno dei capitoli più affascinanti e romanzati del rock, più eccitante dello scintillante shopping mall che è oggi NYC. Due CD per 49 tracce, confezione a libro con box, foto inedite, testimonianze, copertine di dischi, discografia e la illuminante storia raccontata da Ken Shipley e Rob Sevier. Oggetto di culto.

Best of Graham Parker  racconta l'avventura di uno dei  rocker inglesi più amati e sottovalutati attraverso la sintesi dei suoi album pubblicati tra il 1976 e il 2015 , compresi gli acoustic demos e il mitizzato Live at Marble Arch. Tre CD per assolvere al compito, altri tre CD per la parte live con concerti del 1977, 1979 e 2015, più un DVD con estratti di concerto, apparizioni televisive, performance del 1978 e 2015. Un succoso resoconto della carriera di Parker, con e senza i Rumour in un elegante box dove i colori del bianco e nero servono ad esemplificare iconograficamente il suo rock fuligginoso e urbano, periferico pur col beneficio di produttori come Jimmi Iovine, David Kershenbaum, Jack Nitszche, Nick Lowe e Brynsely Schwartz. Un quarto CD nel sintetizzare i suoi album non ci sarebbe stato male perché la selezione appare fin troppo stringata. Come scrive Holly A. Hughes nell'eloquente booklet che accompagna il box " Parker è un potente cocktail di attitudine punk, mentalità new-wave, esuberante R&B con un groove di scorrevole pub-rock, country twang, colori reggae ed integrità folk. Non riesco a ricordarmi nessuno che, come Parker, ha maneggiato così tanti linguaggi in modo così superlativo".  Tensione e frustrazione, la stessa vissuta dai tanti giovani inglesi dell'epoca, e pure la bramosia di struggenti ballate  che sono state materia privilegiata peri Van Morrison e Bruce Springsteen. Graham Parker in tutti questi anni è rimasto fedele a sé stesso e alla sua musica, se pensate che bastino i suoi album storici degli inizi a liquidarlo vi sbagliate, provate ad ascoltarvi ballate come Disney's  America da Haunted Episodes o Blue Horizon da Deepcut To Nowhere  o Cruel Lips da Your Country  o England's Latest Clown da Don' t Tell Columbus  per capire come anche negli anni del silenzio o del crepuscolo la vena pungente ed il romanticismo di Graham Parker non sono mai scemati. Un artista da proteggere, anche nell'intervista che arricchisce il booklet di These Dreams Will Never Sleep  Parker si rivela generoso nel raccontare l'arte del songwriting mostrandosi sempre molto concentrato sulle canzoni, sul soul, sui nomi degli eroi che l'hanno ispirato, sulle tematiche delle parole. La selezione curata dal giornalista Paolo Hewitt  e dallo stesso GP è un'ottima sintesi della sua avventura artistica. Eloquente.
 

Vicino stilisticamente ai Rolling Stones (ma pure alle ballate di Graham Parker) c'è Peter Wolf se non altro perché anni addietro fu il frontman della J.Geils Band considerati i Rolling Stones d'America, supporter degli stessi nello storico concerto di Torino del 1982. Peter Wolf come solista è in pista dal 1984 e da un po' non sbaglia un colpo. Rimane un benemerito sconosciuto ai più ma i fortunati sanno che se si desidera un disco come si usava tra i settanta e gli ottanta nello stile di quei santi di città che surfavano tra rabbia elettrica e romanticherie da bucanieri, allora bisogna rivolgersi a lui. E' rimasto l'unico a parlare questo linguaggio da rocker, il suo disco del 2016 è ancora più bello dei tre che lo hanno preceduto, già eccellenti.  A Cure For Loneliness  è come dice il titolo, una cura per la solitudine, un disco caldo, confortevole, in qualche momento anche burbero perché Peter Wolf anche se qui diventa il Re delle ballate e degli umori crepuscolari non abbandona il colpo felino delle bar band. Coccola il cuore senza intorpidire i sensi con canzoni che evocano Willy DeVille, David Johansen, i Del Fuegos e gli Stones melodici di Waitin' For A Friend, un performer che ha scelto di mettersi al riparo dal glamour (lui che è stato per anni marito di Faye Dunaway) e con modestia ed una band che pare uscita dal Bottom Line del 1981 fa quello che tanti altri della sua generazione non riescono e non sanno più a fare. Se dovessi scegliere un solo disco per il mio 2016 prenderei A Cure For Loneliness, ci si può innamorare.
Lo scontroso di Van Morrison è solo di un anno più anziano di Peter Wolf, del 1945, e delle ballate conosce l'intera anatomia. Tutto si può dire di lui tranne che non sappia trasformare una canzone in un' opera lirica di swing e soul. Era parecchio tempo che non compravo un suo disco ma Keep Me Singing mi ha riportato a lui perché la serenità e la tranquillità che trasmette sono in grado di rappacificarvi col mondo. Ballate sontuose in cui lo swing del cantare di Morrison trova un approccio quasi jazzistico alla musica, brani che salgono lenti e corali, in particolare perdo la testa per In Tiburon con tutti quei riferimenti alla San Francisco della beat generation  e delle menti che si aprivano, quel fondere il blues col R&B ed il celtic soul abbattendo le barriere  tra America e Irlanda, tra giorno e  notte, tra parola e note. Ritornando a quanto scritto all'inizio Keep Me Singing  è un vero disco conservatore, perché con la sua musica e le sue canzoni conserva le good things con cui siamo diventati grandi e abbiamo imparato ad amare il mondo, apprezzare la bellezza, cogliere l'armonia e il senso della storia, rispettare le differenze. Terapeutico.


Inglese fino al midollo, Ian Hunter a 77 anni sembra conoscere una nuova primavera. Era difficile fare meglio di Man Overboard  il suo disco del 2009 con cui era tornato in auge, almeno nella nicchia dei resistenti, Fingers Crossed  lo eguaglia, per qualità di scrittura, verve rock n'roll, canzoni di cuore, una in particolare, Dandy che è il miglior omaggio dell'anno a David Bowie, talmente bella da ricordare All The Young Dudes. Accompagnato dalla fedel Rant Band, Ian Hunter si rivela alla sua venerabile età un cantante magnifico, soprattutto quando maneggia quelle abbandonate ballate che profumano di Dylan (ne è esempio il brano che intitola l'album), un rocker nervoso e graffiante quando scalpita alla maniera dei Mott The Hoople e rinfresca il glam ed un cabarettista di classe quando si siede al piano e si infila in quei quadretti tipicamente british fatti di ironia, tocco aristocratico e sudicio di pub del quartiere, quasi fosse l'unico sfidante di Ray Davies su questo stesso terreno. Fingers Crossed è un ottimo disco di rock inglese con tutto ciò che nobilita il genere, melodia, testi pungenti,sferzate elettriche, varieté,  atteggiamento dandy ed una band che si diverte.

Chiudo gli oldies but goodies  coi Mudcrutch che con 2  ( premio per la peggior copertina dell'anno) non avranno fatto un disco pimpante e arzillo come quello del 2008 ma elargiscono del sano e classico  rock n'roll autostradale americano come lo ha reso celebre  Tom Petty. Che nello specifico si "limita" a suonare il basso e cantare (oltre che scrivere diverse canzoni) ma, coi suoi due fidati Heartbreakers Benmont Tench (tastiere) e Mike Campbell (chitarre), coinvolge la band (gli altri sono il batterista Randall Marsh e il chitarrista e cantante Tom Leadon ) in un drive irresistibile tra accelerazioni, impennate chitarristiche e dolci armonie, tale da rievocare i Byrds in formato nuovo secolo. Se difatti  2 (alla faccia della fantasia per il titolo) lo infilate nello stereo della macchina vi trasforma un breve tragitto casa/lavoro in un coast to coast da cui non si vorrebbe più scendere. Road movie.

the blues is alive and well  

Non solo di blues qui si tratta ma il background è inequivocabile sia per Francesco Piu, per Simo, per la Tedeschi-Trucks Band e Cedric Burnside Project. Del primo un recente blog vi dice tutto quanto bisogna sapere, Love & Groove è il mio disco italiano del 2016. Non ne abbiano male gli altri. Di Simo e Tedeschi-Trucks Band avevo già scritto nel blog tempo addietro e non posso che ribadire i pareri positivi di Let Love Show The Way, un album viscerale, sanguigno, torrenziale, magari debordante nella durata e ancora ingenuo in certe sue parti ma espressione di un rock-blues urgente e senza filtri che dal vivo, nel concerto estivo al Carroponte, ha stregato i presenti facendo venire in mente i Taste dell'isola di Wight. J.Simo ha tecnica, gioventù e feeling, in trio sono una forza della natura.  

Diverso il discorso per Let Me Get By , qui regna sovrana l'eleganza, la variopinta alchimia sonora, la padronanza tecnica dell'ensemble, la voce suadente di Susan Tedeschi, la chitarra fantasiosa e allmaniana di Derek Trucks, gli arrangiamenti di una band che conosce a memoria i suoni e gli umori che dal blues si espandono a tutto il sud . Un album suonato benissimo, arioso e sereno pur con soluzioni musicali non ovvie e complesse, basta ascoltarsi Anyhow con cui si apre l'album (la mia canzone preferita dell'anno) per capire che qui c'è uno studio ed un team straordinari, quella  capacità di fondere trombe, arrangiamenti e melodia in un unisono perfetto e nello stesso tempo  mantenere salda la canzone senza perdersi nella suite. Prima che Trucks con la chitarra inventi uno di quegli assoli da incanto.
 

Se Let Me Get By è un piatto raffinato, il blues di Cedric Burnside Project è uno speziato e robusto red beans and rice. Il progetto è stato messo insieme dal nipote del più famoso e scomparso R.L Burnside con il chitarrista Trent Ayers e il polistrumentista Garry Burnside, mi è capitato di vederli dal vivo, ma erano in formazione ridotta a due, lo scorso ottobre al Blues and BBQ Festival di New Orleans dove sono stati il set più eccitante della rassegna, hanno letteralmente messo al tappeto Lafayette Square con un un'ora di torrido, ritmato, ipnotico blues, rockato come solo i musicisti provenienti dalla zona collinare a nord del Mississippi sanno fare. Lo chiamano North Hill Country Blues, un sottogenere del Delta proliferato nella zona settentrionale dello stato, nelle colline e nelle campagne attorno ad Holly Springs e Oxford,  ha avuto come alfieri R.L Burnside e Junior Kimbrough, i quali attraverso le incisioni della Fat Possum lo hanno esportato in tutto il mondo. In realtà l'inventore di questo blues aspro e a tratti visionario, spartano e povero di strumentazione ma incredibilmente coinvolgente e trascinante, risponde al nome di Mississippi Fred McDowell, uno a cui anche gli Stones devono molto. Con Descendents Of Hill Country  il CBP ha raccolto l'eredità dei North Mississippi Allstar, molto di quello che c'è nel disco rimanda difatti all'esaltante opera debutto del gruppo dei fratelli Dickinson, Shake Hand With Shorty. Chi apprezza le lande periferiche e marginali del blues è allertato. Suonatelo ad alto volume accompagnandolo con la birra.
 
Con più levigature soul e R&B è Gotta Get Back di Seth Walker, musicista e cantante passato da Austin a New Orleans, cosa che gli ha permesso di annerire e sporcare la sua musica come si fa da quelle parti, creando un groove non ancora perfetto ma promettente futuri sballi. Ha registrato a Nashville con un nugolo di musicisti di esperienza, il disco esalta la sua voce melodiosa e quel groove che sta tra Subdudes, Anders Osborne e Radiators. Ma nel suo carnet ci sono anche episodi folk-soul e momenti cantautorali così da risultare vario e poco allineato. Si contorna di contrabbasso, organo e fiati, ritmiche in levare, armonie vocali e cori gospel, qualche tocco caraibico ed un po' di doo-wop. Gli ingredienti per far festa nella Big Easy.

you want it darker
 

Un anno così funereo non è mai capitato,  impressionante fare la conta di chi se ne è andato, speriamo che il 2017 non sia così cattivo. Ci sono dischi che sono usciti a ridosso della scomparsa dell'artista, altri il cui tema è il lutto, la perdita, il dolore. Blackstar di David Bowie, il disco più "decorato" del 2016 appartiene alla prima lista, Skeleton Tree  di Nick Cave & The Bad Seeds alla seconda. Ho comprato Blackstar, disco ardito, coraggioso, cerebrale, in un anno lo avrò ascoltato non più di una decina di volte, troppa angoscia mi infonde il suo ascolto. Colpa mia, forse ma per farmi male il meno possibile ho limitato l'uso, d'altra parte non sono mai stato un fan del Duca pur riconoscendo la sua genialità ed il camaleontismo. Del disco di Nick Cave, di cui ricordo ancora con grande entusiasmo Push The Sky Away e il relativo tour, non so pressoché nulla a parte il fatto che sia stato realizzato per esorcizzare il dolore per la perdita del figlio. Fino ad oggi non l'ho ascoltato per cui passo oltre.

Ho ascoltato moltissimo invece in questo periodo di festività You Want It Darker  non senza una vena di malinconia e tristezza per la recente scomparsa del suo autore, Leonard Cohen. Apriva e chiudeva le mie  giornate con le sue note notturne, la voce che parla all'anima,  la poesia sulla mortalità. Una stanza vuota con l'unico sottofondo di una musica tratteggiata da sottili arrangiamenti, l'emozione a fior di pelle, il lascito di un artista superbo, profondo, integro fino alla fine. Di dolore si parla anche in uno degli album che più ho amato quest'anno, The Ghosts of Highway 20, il viaggio di Lucinda Williams in quelle strade del sud popolate di morti, fantasmi, ricordi, memorie, fede e grazia, che costituiscono l'humus per coltivare una musica che è la nuova letteratura del sud. Descrittiva ma anche visionaria, intima e carnale, dove le ballate del dolore si abbracciano col rock n'roll della tenacia ed eccellenti musicisti come Greig Leisz e Bill Frisell coi loro strumenti a corda ne sottolineano l'affascinante tristezza, l'eco solitario, le lentezze, come fosse un aggiornato  Time Out Of Mind di Dylan.
 

 

new kids in town

Giovani rockers crescono e Tom Petty li battezza. Dopo averli visti suonare se ne è innamorato e gli ha messo a disposizione il proprio studio casalingo per registrare The Shelters, il loro album omonimo, un lavoro che rinfresca il rock californiano secondo una declinazione power-pop e una verve giovane, scapigliata,  sbarazzina, quasi british. Quel formato di canzone da tre/quattro minuti spedita, spumeggiante e chitarristica che ascoltata ad alto volume vi fa correre contro il vento a cercare di nuovo i brividi di una west-coast ormai fuori uso. Quattro losangeleni con la faccia da duro e la brillantina del rockabilly, divertono e fanno ballare pur aggiungendo un pizzico di sognante psichedelia sixties. Le chitarre e le voci di Chase Simpson e Josh Jove, la scatenata batteria di Sebastian Harris, il trainante basso di Jacob Pillott, sono l'armamentario di una band che pur mirando al sodo è già in grado di sortire canzoni che fanno centro dopo pochi ascolti. Freschi da morire. Sulle stesse coordinate un'altra band di Los Angeles, The Record Company, agita le strade della città.  Give It Back To You  è un attestato di resistenza dedicato a quanti ancora vanno in fibrillazione per Stooges e Rolling Stones, John Lee Hooker e Hound Dog Taylor. Possiedono l'immaturità dei coraggiosi e da spregiudicati frullano i grandi vecchi con la loro attitudine da teppistelli urbani pronti a far saltare in aria il club sotto casa con un incendiario set di rock n'roll tinto di beat e di blues. Sono la risposta americana agli Strypes e basta osservare la copertina del disco per tranquillizzarsi sul futuro del rock n'roll. Sta dietro le spalle.
 

Totalmente diverso è Sturgill Simpson uno del Kentucky che ha fatto i lavori più disparati prima di arrivare alla musica. Il debutto è dentro un paesaggio sonoro di montagne e bluegrass ma nel 2013 High Top Mountain  ha la fortuna di beneficiare del produttore roots più in voga al momento, Dave Cobb. Ne viene fuori un mix di suoni elettrici e country fuorilegge sulla falsariga del fortunato Traveller di Chris Stapleton. Ma Sturgill Simpson è uno a cui piace cambiare ed esplorare, con A Sailor's Guide To Earth il suo background rurale si stempera in un più eclettico soul che esplode in ballate poderose ed epiche, qualcosa che sta tra i grandi della Motown e gli Hot House Flowers. I colori e il disegno di una copertina da quadro ottocentesco rendono l'idea, un sound possente fatto di squarci deflagranti ed una voce  tenorile servono a creare tensione, forza e immaginazione per storie di mare e marinai, come fosse un'avventura ai confini del mondo. Se non soffrite il mal di mare regala ottime sensazioni.
 

Nel segno di blues apocrifo intrecciato con altri peccati sudisti è  The Marcus King Band, una delle rivelazioni dell'anno. Il leader Marcus King è un giovane ragazzo bianco con la voce da soulman nero ed una chitarra da faville. Per lui si è scomodato Warren Haynes che gli ha prodotto il secondo disco affermando  "è il primo chitarrista dall'esordio di Derek Trucks che suona con una maturità che va ben oltre la sua età". Marcus King ha solo ventanni ma è già un fenomeno in grado di maneggiare con una personalità da veterano blues e soul, jazz, gospel e rock, oltre a capitanare una band, la Marcus King Band, che sembra una brillante copia della Tedeschi-Trucks Band. Nativo di Greenville, South Carolina, figlio del bluesman Marvin King, Marcus King ha le sembianze da scavezzacollo di un giovane Ronnie Van Zandt, capelli lunghi, cappellaccio da ribelle confederato, sorriso beffardo, il tipico figlio del sud che ha imparato presto a muoversi nella musica, grazie al padre bluesman e grazie ad un talento precoce che lo porta a possedere una inusuale chiarezza sia come songwriter che come chitarrista, come cantante e come bandleader. Dopo il debutto nel 2015 con Soul  Insight  ha firmato con la storica Fantasy ed il nuovo disco è uno degli avvenimenti più invitanti nell'ambito di quella southern music che non finisce mai di stupire. Chi apprezza un disco come Let Me Get By della Tedeschi-Trucks Band troverà qui un giusto sequel. Muscoli e cuore, assoli e melodie, ritmo e raffinatezze, in The Marcus King Band  ci sono numeri di classe, a cominciare dalla voce soulful del leader e dalla sua esuberante chitarra. La band è superlativa, un ensemble dinamico che affonda perfino nel jazz  capace di mettere insieme Memphis, i Muscle Shoals e New Orleans senza accasarsi da realmente nessuna parte. Una promessa da tenere sotto osservazione, se non credete andate su YouTube ad ascoltarvi la loro interpretazione di Spanish Moon dei Little Feats.
 
 

Per finire una donna, finalmente. A parte la "stagionata" Lucinda Williams (un complimento, benintesi) mancano nuove figure femminili in grado di scaldare il cuore   come un tempo facevano Joni Mitchell, Rickie Lee Jones, Patti Smith, Linda Ronstadt, Chrissie Hynde. C'è Norah Jones troppo elegante, Mary Gauthier troppo outsider, Cat Power troppo indecifrabile , Tift Merritt troppo defilata, Brittany Howard degli Alabama Shakes troppo vogliosa di scalare le classifiche snaturando il suo background, ma manca la rockeuse per cui sognare di fare il roadie . In ambito roots la situazione è migliore, Gillian Welch è ormai la signora del country come una volta lo era Emmylou Harris e tra le nuove arrivate passi da gigante ha fatto  Carrie Rodriguez. Texana di origini messicane, diverse volte capitata in Italia, Carrie Rodriguez possiede una voce calda e dolce che si adatta al mood malinconico, errante ed evocativo delle sue canzoni on the border. In particolare Lola il suo splendido disco dell'anno trascorso cattura la sua anima migrante attraverso piccole ma significative storie famigliari al di qui e al di là del Rio Grande. Delicate canzoni nella forma ma spesse nei contenuti cantate in inglese ed in spagnolo, un flusso di emozioni che valgono più di un trattato sull'immigrazione, suoni che si collocano tra il folk, il country, tex-mex, ballate tratteggiate con una finezza incredibile e pregne dell' intensità di chi le vive in prima persona, musicisti sopraffini a partire dal marito Luke Jacobs (tutte le chitarre possibili di questo mondo), dal contrabbassista Viktor Krauss, dal chitarrista elettrico David Pulkigham (già con Alejandro Escovedo), da Brannen Temple e da Bill Frisell, che qui come nel disco di Lucinda Williams aggiunge quel tocco suggestivo, rarefatto e ambient che colloca il racconto di Lola  solo un po' più ad ovest di The Ghosts Of Highway 20. Struggente.

 

 E con questo chiudo e auguro Buon Anno a tutte e tutti.

 

MAURO ZAMBELLINI     DICEMBRE 2016