giovedì 2 luglio 2020

New breeze from deep America: Country Westerns




Aspettatevi di tutto da questo disco tranne del country and western, a meno che non ne vogliate un dosaggio alla Jason and The Scorchers. Furiosi, veementi, chitarristici fino allo spasimo, i  Country Westerns macinano un heartland rock con l'attitudine del punk, picchiando come dei martelli una musica che ancora una volta testimonia la vitalità della provincia americana e l'entusiasmo di band che se ne infischiano del trend del momento preferendo usare la musica come un' ancora di salvezza, per non affogare nella noia, nell'anonimato, in una vita piatta come il Midwest. Che poi riescano nel loro sogno, è tutto da vedere visto che il music business, come il resto della società globalizzata, non fa sconti e nemmeno si dimostra benevolo coi volenterosi, a meno che questi non abbiano santi in Paradiso. Ma tant'è, i Country Westerns ci provano con questo primo album registrato tra Nashville e New York. Racconta la storia che il batterista Brian Kotzur, transfugo dai Silver Jews, abbia incontrato il chitarrista e songwriter Joseph Plunket, membro di The Weight, gruppo di Brooklyn, il quale una decina di anni fa si era trasferito a Nashville per aprire un bar. Proprio nella Music City inizia la loro avventura, nel 2016 Plunket e Kotzur si imbucano nel garage di quest'ultimo  per mettere a punto un pugno di canzoni, incoraggiati dagli amici, cambiando spesso line-up, fino a fare la conoscenza di Sabrina Rush, fervente rocker ma violinista nella band di Louisville degli State Champion. Passare al basso per la Rush è stato un atto quasi naturale, e le sue linee armoniche sono diventate essenziali per la musica degli altri due che, con lei, hanno chiuso il cerchio e dato il via alle prime registrazioni semi-professionali assieme all'ingegnere del suono Andrija Tokic. Ma un paio di loro canzoni hanno colpito l'attenzione del produttore Matt Sweeny che li ha convocati nei Strange Weather Studios di Brooklyn, a New York, dove hanno realizzato il disco e guadagnato un contratto con la Fat Possum Records, etichetta sempre più intenzionata ad allargare il proprio catalogo anche al di fuori del Delta e Hills Country Blues.
 

Il risultato è qui da sentire, Plunket urla con voce roca un rock graffiante che in ugual misura si alimenta di frustate punk e di melodici abbandoni stradaioli, dove l'urgenza espressiva assume i toni di una questione di vita o di morte, e le chitarre grondano riff come un diluvio elettrico. Da parte loro Kotzur e la Rush non mollano un attimo, bravi nel costruire le fondamenta delle canzoni con rocciosa solidità, dando dinamismo e ritmo e creando un sound che si fa fatica a credere sia il frutto di un trio. Undici titoli che viaggiano sulle strade dell'heartland rock con puntate verso la Nashville più dura e quel tipo di americana che porta il southern rock nei bassifondi urbani. In diverse tracce il pensiero va anche a certe band "minori" del passato, qualcuno magari si ricorderà dei Jolene, di Slobberbone e Dashboard Saviors. L'album si apre all'insegna della velocità, i tre Country Westerns infilano in sequenza Anytime, It's Not Easy e Guest Checks, qui le chitarre se la sparano alla grande ed il ritmo è da cardiopalma,  e poi quando c'è bisogno di un attimo di pausa o di riflessione, il twangin' delle chitarre è lì a ricordare che Nashville non è solo la città di Lefty Frizell ma di una miriade di songwriter che hanno saputo maneggiare con mestiere l'acustico con l'elettrico. Se I'm Not Ready è un'altra fucilata che arriva dritta all'obiettivo e vomita una tale massa di foga ed attitudine da resuscitare i primi Replacements, Gentle Soul è quello che si diceva sopra, ovvero i Country Westerns delle marce basse, una sorta di ballata rock, con uno strato di chitarre acustiche ed un orizzonte rubato agli Hold Steady. Della stessa pasta è It's On Me se non fosse che a metà Plunket ci aggiunge un ghirigori da chitarrista hard-fusion, ma è il vizio del debuttante perché la sua voce è tutto fuorché leziosa, e quando arriva Times To Tunnels,  forse il momento più melodrammatico dell'album, con i tre impegnati in una armonizzazione vocale, la sensazione è che anche i Country Westerns abbiano un cuore disposto a sciogliersi. Un attimo, perché TV Light  ritorna alle vecchie abitudini, Close To Me  è solida pur non tirando pugni e Slow Nights  possiede quel tocco romantico che affiora dagli asfalti lucidi della notte e nelle ballate che ti fanno chiudere gli occhi. Come dire che i Country Westerns non sono solo muscoli e rabbia ma un trio capace di suonare un rock n'roll senza trucchi e artifiz, verace, onesto e pieno di energia, pur non essendo nulla di nuovo. Il classico rock delle strade blu.

MAURO ZAMBELLINI   
p.s questa recensione è apparsa nel numero di maggio del mensile Buscadero

 

 

venerdì 12 giugno 2020

VIAGGIO IN AFGHANISTAN 1975

Generalmente in questo blog pubblico argomenti relativi al rock, dischi, concerti, monografie, saltuariamente qualche diario di viaggio, in moto o in auto. Ho scelto di pubblicare VIAGGIO IN AFGHANISTAN 1975, dell'amico Roberto Neri, medico in pensione, appassionato di musica ed animatore dell'Ameno Blues Festival perché oltre a trovarlo interessante e di piacevole lettura, è lo specchio dei fremiti avventurosi e culturali della gioventù degli anni settanta, tra ricerca di utopie e realtà quotidiane. Andare a Est, in primis in India costituiva un viaggio ancora prima interiore che fisico, tanti ne erano attratti e chi ci andava ritornava in qualche modo cambiato. Personalmente, forse perché meno mistico, sentivo invece l'attrazione per l'Ovest e in quegli anni partivo per gli Stati Uniti e il Messico, ma l'Estremo Oriente costituiva un forte richiamo, per le sue culture, per i suoi miraggi, per la sua mistica, per le sue diversità ambientali, umane e di pensiero, per alcuni anche per le droghe, soprattutto per quella sete di avventura e conoscenza che caratterizzava molti giovani di quegli anni, oggi risolta troppo semplicemente in una banale movida. Buon viaggio.

Viaggio in Afghanistan 1975.

Mi sono laureato il 21 luglio. Nessuno della mia famiglia, mio padre lavora, mia madre e i fratelli al mare a Bellaria. In compenso incontro un amico poco prima della discussione della tesi. Un tiro di erba, un aperitivo, ricordo confuso e fumoso della discussione della tesi, sicuramente non molto brillante. Il giorno dopo mi rendo conto che ho davanti a me sei mesi particolari, perché sono laureato ma dovrò attendere gennaio 1976 per poter fare l’esame di Stato e iniziare a lavorare. Un’altra chiara consapevolezza: ho risolto il problema della sopravvivenza, ora posso permettermi di fare le cose che mi piacciono. Tra mio padre e mia nonna Elvira raggranello circa 300.000 lire di regalo/laurea e devo solo decidere come spendere qualche mese di questo periodo particolarmente fortunato: è la fine del lungo iter di studi ma non è ancora l’inizio del lavoro e delle responsabilità. Una vera fase di passaggio. Qualche settimane prima, nel periodo di stress pre-laurea, avevo visto al cinema “ Il sogno delle Mille e una notte” di Pasolini. Ero rimasto turbato e ammaliato dalla scenografia, ambientata mi sembra tra Nepal e Yemen, e lentamente mi si era insinuato il desiderio di andare a Est, in modo generico. Ero già stato per tre volte in Marocco negli anni precedenti e già mi era successo di essere stato spinto dalla visione di un film a desiderare e poi decidere di fare un viaggio in qualche modo collegato. Era stato nel 1970, qualche mese dopo aver visto “Easy rider “. L’inevitabile coincidenza (questa storia sarà piena di coincidenze): il mio amico Gigi R, compagno di scuola delle elementari,  attualmente mio compagno di appartamento a Pavia dove studia Economia e Commercio, mi propone di fare un viaggio di un mese per l’Europa con tappa finale al festival Rock dell’Isola di Wight. Sarebbe stato il primo di tre viaggi insieme, con lui e la sua ragazza Mariarosa,: dopo l’Europa i primi due viaggi in Marocco.

Un’altra coincidenza col 1970 la fine di una storia d’amore. Nel 1970 ero appena stato lasciato da Monica, il primo amore della mia vita. Simbiotici per quasi due anni, negli ultimi mesi io a Pavia lei a Milano e percorsi di crescita divergenti portano, come spesso succede a quell’età, a voler andare altrove. E’ lei che fa il passo, e dopo pochi giorni di scoramento la proposta del viaggio la vivo come occasione di rinascita. Adesso, 1975, era appena finita la convivenza di due anni, nella sua casa, con Giovanna, molto intelligente, determinata e fragile. Anche in questo caso è stata lei a voler chiudere. Eravamo molto diversi e forse poco compatibili, ma condividevamo bellissimi momenti di scambio che lei definiva “ orgasmi mentali “.

La prima tappa del viaggio è Firenze, vado a trovare il mio amico Rinaldo M, detto   “ Prato” dalla sua città di origine, che era stato a Pavia un paio d’anni a studiare Filosofia. Ero già stato un’altra volta a trovarlo a Firenze, nella sua casa di via dei Ginori, a due passi da San Lorenzo. Trovo una situazione tragicamente cambiata: lui e la sua dolcissima “ Pirilla “ sono diventati eroinomani, così come il loro giro di amici, tutti ex militanti di Lotta Continua. Andrea, responsabile del servizio d’ordine a Firenze, Stefano, il ritratto di David Crosby con lo stesso sorriso amaro. La fine dei sogni nati alla fine degli anni ’60 sta già mietendo le proprie vittime tra i più fragili e disperati. E’ un virus non virus che si espande a macchia d’olio. Condivido alcuni giorni in cui sono l’unico a non farsi. Non ho mai avuto la tentazione di compiere un atto contrario non ai miei principi etici ma semplicemente al mio piacere di vivere e di essere attratto solo da cose sane. Mi viene in mente la canzone “ The Pusher “ degli Steppenwolf: You know I've smoked a lot of grass  O' Lord, I've popped a lot of pills, But I never touched nothin' That my spirit could kill.You know, I've seen a lot of people walkin' 'round With tombstones in their eyes

 Questo mi ha permesso di non aver paura di stare in una situazione che avrebbe respinto molti. Scopro il significato, per me che sono di formazione laica, del concetto di “pietas” nel suo significato di compassione e rispetto. Così come so che questa esperienza avrebbe sicuramente influenzato la mia disponibilità, nel 1980, ad accettare la proposta della USL di Omegna di aprire il primo ambulatorio per le tossicodipendenze. Nessun medico era allora disponibile e i miei colleghi mi guardavano come un paria della professione, medico di serie B.

In uno di quei giorni a Firenze divido un acido in tre parti con Rinaldo e Pirilla, curioso con prudenza. Più visioni che allucinazioni, senza mai una perdita del controllo assoluta. Curiosa esperienza di comunicazione non verbale con la ragazza di “Crosby“ che incontro per la prima volta e che non assumeva nessun tipo di sostanze: ci accorgiamo di aver avuto un dialogo non verbale a più scambi semplicemente guardandoci negli occhi in modo rilassato. Avrei avuto qualche coda percettiva e di ipersensibilità più avanti. Un giorno vado in autostop con la moglie di Andrea a Orvieto per un concerto di Umbria Jazz. Ci ospita una coppia con bambina che avevo conosciuto in Sardegna a Rocca Ruja, dove eravamo gli unici a fare campeggio libero vicino a una spiaggia. Alla fine del concerto, mentre esco dalla piazza, incontro Gigi e Mariarosa con un paio di amici e di corsa mi dicono che stanno partendo per la Grecia. “Andiamo a Paros!”. Ciao ciao.

Al mercato di San Lorenzo compro uno zaino militare e una borraccia, pastiglie di cloro, e mi organizzo per partire l’indomani. Non ho una macchina fotografica, non ho l’attitudine di fare lo scatto al momento giusto nel posto giusto. Non potevo immaginare che sarei stato in posti non più raggiungibili per lungo tempo e mai più uguali a com’erano a stati allora.

Avrei rivisto Rinaldo e Pirilla nel 1977 a Bologna nel folle meeting che ha segnato la fine definitiva di ogni sogno condiviso, ovviamente sieropositivi. Li ho persi e non ho avuto più la possibilità di sapere del loro destino. Il giorno dopo vado coi mezzi pubblici all’ingresso della autostrada a Firenze Signa e inizio l’autostop. Ogni passaggio finiva nell’autogrill precedente l’uscita di chi mi dava il passaggio. Dormo col sacco a pelo su un prato di autogrill. Il giorno dopo arrivo a Brindisi e mi imbarco per la Grecia. Sul traghetto incontro Giorgio, conosciuto un giorno a casa di Rinaldo, che sta viaggiando con Anita, reduce da un aborto conseguenza di un rapporto con un ragazzo nel frattempo sparito. Sto ad Atene un giorno per vedere Partenone e altro, non rimanendo particolarmente colpito. Ben altro sarebbe stato l’impatto coi tesori archeologici e la bellezza di Siracusa, in cui ho passato un anno da militare dal luglio 1976 al giugno 1977, ma questa è un’altra storia. Devo prendere una prima decisione su dove andare: subito a Oriente verso la Turchia ? Scelgo di concedermi prima qualche giorno di mare, sono in Grecia e ne dovrebbe valer la pena. Guardo la mappa in biglietteria e mi dico: perché non Paros ? Sul traghetto man mano che ci avviciniamo all’isola mi sento turbato. Ripenso alla fine della mia storia con Giovanna e sentimenti contrastanti si impadroniscono di me, compresa la percezione di sentirla vicino. Appena sceso a terra decido al volo di prendere l’autobus che porta in un paesino più piccolo e meno turistico, a circa dieci chilometri. Sono preda di un’inspiegabile ansia e a un certo punto, guardando dal finestrino, vedo di spalle una figura femminile seduta su una roccia. Malgrado mi dica che non ha senso, penso che potrebbe essere lei. Un chilometro e scendo, torno indietro ed è proprio lei, in vacanza con un’amica. Non ci abbracciamo, entrambi impacciati e un po’ “nordici” nel manifestare i sentimenti.



Torniamo insieme sulla spiaggia in cui hanno piantato la loro tenda e chi trovo? Gigi, Mariarosa e i loro amici, accampati a pochi metri. Passiamo la sera insieme, con loro e con altri con cui avevano familiarizzato. Dormo nel mio sacco a pelo a cielo aperto per un paio di notti  e vivo la situazione in modo tranquillo. Ritorno sulla terraferma con Gigi e gli altri, in partenza per un’altra parte della Grecia, che mi avrebbero dato un passaggio in direzione Turchia. Rifiuto il gentile invito di tre ragazze austriache di rimanere ospite nella loro tenda invece di partire, lusingato dalla proposta ma più interessato a continuare il mio viaggio. Giovanna mi avrebbe poi ricercato al ritorno per una ripresa della nostra relazione che sarebbe durata altri sei mesi. Non sono mai riuscito a darmi una spiegazione convincente della mia esperienza psichica di percezione della sua presenza su quell’isola e in quel villaggio: effetto dell’LSD che apre le porte di parti del nostro cervello meno esplorate? Risposte banali tipo “il caso”, “la fortuna” o “il destino” fanno parte della categoria “ Mi invento qualcosa che non esiste per spiegare qualcosa che non so spiegare”.

Il passaggio verso la Turchia finisce all’altezza delle Termopili. Saluto gli amici e aspetto un paio d’ore prima che mi raccolga una coppia di Genova con una R4 senza sedili posteriori, diretti proprio a Istanbul. Si capisce che è la prima volta che viaggiano all’estero quando cerchiamo un taxi per andare, dal camping in cui si erano piazzati, verso il centro città. Il taxista chiede una cifra iperbolica e non lesina atteggiamenti aggressivi, loro sono in evidente difficoltà,  io gestisco la trattativa con calma riportando la tariffa a cifre ragionevoli e realizzano che in Turchia per loro non saranno rose e fiori. Mi propongono di rimanere con loro per un po’ di giorni, ma li saluto e vado subito a Sultanahmet, centro storico nonché vero punto di snodo di tutti i percorsi verso Oriente. Trovo una camera low cost e poi individuo la strada occupata da coloro che vanno o tornano dai vari itinerari, per cercare eventuali situazioni a cui aggregarmi, Peace Bus o altro. Devo anche decidere dove voglio andare: Estremo Oriente (Persia, Afghanistan, India), Siria e oltre, le spiagge turche. Nei due giorni a Istanbul ho modo di apprezzare, oltre alla bellezza del centro della città, l’ottima cucina low cost di molti negozi alimentari o ristorantini. Cucina mediterranea in versione originale, ottime verdure, poca carne o pesce ben assemblati, spezie abbondanti senza eccessi. Una sera appena mi sdraio sul mio letto per dormire ho un ritorno psichedelico dalla mia porzione di LSD, allucinazioni ottiche di luci e colori; mi ci abbandono più curioso che spaventato ma capisco che per alcuni individui la perdita del controllo potrebbe essere un’esperienza traumatica e innescare pericolose paranoie.
Decido di andare in Afghanistan e compro il biglietto, 20 dollari, per il viaggio fino a Teheran. Autobus Mercedes con aria condizionata e conosco subito gli altri cinque turisti non orientali del bus, con cui avrei passato i quattro giorni fino a Herat, prima città dell’Afghanistan. Tra loro c’è un italiano, Francesco P. di San Benedetto del Tronto, diretto coraggiosamente in India senza sapere una sola parola di inglese e con un piccolo handicap motorio esito di una displasia bilaterale congenita dell’anca. Faccio amicizia con Rudi Tschögl, biondo austriaco dai lunghi capelli che mi invidiava perché in Austria non avevano un partito come il Partito Comunista Italiano. Gli altri compagni di viaggio un insipido belga, uno jugoslavo rozzo, Goran, definito da Rudi “cultural junkie”, e Daniel, un canadese molto teso. Mi confesserà verso la fine del viaggio fatto insieme di essere un corriere della droga che viaggia via terra per motivi di tracciabilità prima di affrontare il ritorno in Canada col suo carico di eroina. Non è un tossico ma è pieno di debiti, sposato e con figli, e ha molta paura. Concordiamo di viaggiare insieme fino a Herat anche per motivi di sicurezza. In Iran sono gli ultimi anni dello Scià, sappiamo che la situazione è molto tesa, i turisti non molto graditi, e il percorso da Mashad a Herat un po’ avventuroso. Sosta notturna del viaggio a Erzurum, grosso centro non lontano dal monte Ararat, che vediamo in lontananza. Usciamo dall’albergo in cerca di cibo e troviamo… una pizzeria! In realtà è un piccolo locale con forno a legna che fa delle pizze con pomodoro, ragù di carne di ? e aromi vari: buonissima.

Arriviamo a Teheran in tarda mattinata e cerchiamo la coincidenza più rapida per Mashad. Aspettiamo alcune ore nei pressi della stazione degli autobus e percepiamo un clima molto teso. Poca gente in giro, sguardi ostili nei nostri confronti, nessun altro turista in circolazione. L’ostilità nei confronti del regime si estendeva probabilmente a tutto ciò che rappresentava l’Occidente corrotto. Unico bel ricordo costituito da buonissime uova strapazzate al pomodoro vendute fuori dalla stazione da un tipo che, con un bidone che fungeva da fornello, una padella, del grasso di dubbia origine, senz’acqua a disposizione e solo qualche straccio, riusciva a servire rapidamente le persone in attesa. La scoperta della fame e il gusto del cibo risanatore sarà una delle caratteristiche del viaggio.

Arriviamo a Mashad, città sacra meta di pellegrinaggio da tutto il paese, e il clima, anche atmosferico, è diverso. Città bellissima, centro del commercio del turchese acquistabile a poco prezzo, clima caldo. Nessuno di noi viaggiava con una guida turistica, ma con una serie di informazioni acquisite col passaparola di altri viaggiatori e grazie a ciò troviamo un confortevole campeggio in centro città con comode camere e piscina e decidiamo di fermarci un giorno. Riesco a salvare dall’annegamento Francesco che si era imprudentemente buttato in piscina non sapendo nuotare convinto che l’acqua fosse bassa. E dire che proveniva da uno dei porti pescherecci più importanti del Mediterraneo! Appare ancora più miracoloso il fatto che sia riuscito ad andare fino in India, il suo obiettivo, così sprovveduto. E a tornare a casa sano e salvo.



La città è piena di pellegrini ma anche di negozi, tutto ruota attorno al magnifico Santuario dell’Imam Reza e alla Moschea Goharshad, dove i colori dominanti sono l’oro e il turchese. Faccio conoscenza con tre ragazzi del posto, studenti,  molto interessati a sapere notizie sul mio mondo. Mi dicono che potrei sembrare un persiano: sono abbronzato, capelli nerissimi, baffi folti, lenti a contatto e quindi niente montature di occhiali sospette, e mi propongono di entrare con loro - ovviamente senza parlare - all’interno di uno dei magnifici cortili del Santuario, vietati agli infedeli. La tentazione è forte ma basta una breve visione di cosa potrebbe essere un carcere persiano per decidere di rinunciare.

Il tragitto da Mashad al confine con l’Afghanistan è complicato e mal servito anche perché non è percorso dagli abitanti dei due paesi, che non hanno relazioni. L’ultimo mezzo di linea arriva a tarda sera in un villaggetto nella periferia di  Torbat-e- Jam  (dove Jam non si riferisce a un’allegra musica improvvisata) a 50 km  dal confine, dove l’unico posto praticabile è una specie di locanda con delle brande di legno e paglia nel giardino. Siamo gli unici  forestieri e nella notte buia ci sembra che ci siano tipi poco rassicuranti avvolti in caffetani incappucciati. Non ho paura ma solo prudente vigile attenzione, anche perché siamo in sei, il gruppo più numeroso. Ci organizziamo in turni di guardia di due ore per coppia e tiriamo fino alle 8 del mattino per rimetterci in viaggio rapidamente. Da lì mezzi di fortuna, camion stracarichi e arriviamo alla dogana persiana. Edificio moderno in cemento armato e vetro,  pieno di poliziotti e dotato di vetrine che esibiscono tutti i mezzi usati da persone provenienti dall’Afghanistan che cercavano di passare la frontiera con droghe e beccati, con tanto di foto dello sfortunato insieme ai poliziotti. Tanto per farti capire cosacosa non devi fare al ritorno. Passiamo alla stazione afgana che è una baracchetta di legno da cui si affaccia un tipo stralunato (fatto?) che ci dicesemplicemente “ Welcome in Afghanistan “.A Herat cerchiamo una sistemazione congiunta, prima di andare l’indomani ognuno per la sua strada. Francesco ha fretta di raggiungere l’India,  gli altri non so e poco mi interessa. Con Rudi concordiamo di viaggiare ancora insieme fino a Kabul e poi vedremo. Mentre siamo nelle nostre due camere collegate a disfare bagagli e sistemarci entrano due ragazzi italiani, di Brescia mi dicono, a chiedere informazioni di  viaggio. Nella confusione del via vai rubano tutti i soldi dal portafogli di Rudi, lasciando generosamente i documenti. Quando ce ne accorgiamo sono spariti. L’unica soluzione possibile è che io gli presti 50 dollari per permettergli di completare il suo viaggio. Ai costi di allora e in quei luoghi le mie 300.000 lire erano più che sufficienti, anche col prestito. Di italiani fetenti ne ho incontrati un bel po’ in giro per il mondo. Non siamo per tradizione dei viaggiatori, come gli anglosassoni o gli olandesi, che hanno commerciato e colonizzato gli angoli del mondo. Gli italiani che viaggiano appartengono a due categorie: i crocieristi o frequentatori massivi dei luoghi alla moda, perché conoscono solo quelli essendo ignoranti in geografia, o gli avventurieri senza scrupoli pronti a fregare il prossimo alla prima occasione. Dopo esserci imbattuti nel seconda tipologia a Herat, a Kabul ci imbattiamo nella prima categoria sociologica, ovviamente la versione hippy. Lungo capello, abiti orientali, piazzati tutto il giorno a sentire musica rock, strafatti, senza curarsi di guardarsi attorno. Decidiamo di fermarci qualche giorno per visitare Kabul, rifocillarci, fare il bucato e camminare un po’ dopo giorni passati in gran parte col culo su un sedile di autobus.

Kabul in quegli anni era una città turistica crocevia di chi andava o tornava dall’India, con una politica estremamente liberale rispetto al consumo di hashish, uno dei capisaldi della politica economica di un paese sostanzialmente molto povero. In contrasto col resto del paese è pulita, ordinata, esibisce un certo benessere e uno spirito laico. Unica eccezione in un viaggio declinato al maschile, vedi ragazze in jeans e t-shirt e il clima è pigramente rilassato. Ristoranti vegetariani, ma anche pizzerie e fast food. In quegli anni rappresentava il culmine di una politica di sviluppo civile e sociale unico in quell’area: tolleranza religiosa, valorizzazione del ruolo delle donne nella società compensavano la mancanza di risorse economiche di un paese caratterizzato da un territorio montano e brullo e dalla mancanza di sbocchi al mare e del petrolio, abbondante nella vicina Persia. Inoltre si trovava sull’asse Herat – Kandahar – Kabul, la via di collegamento stradale principale che collegava Oriente e Occidente. Questo ruolo di via di passaggio e i contatti conseguenti con il mondo esterno rendevano Kabul una metropoli cosmopolita. Ricordo che uno dei monumenti principali dell’Afghanistan era il Buddha di Bamyan, grandiosa statua scavata nella roccia, testimonianza della tolleranza religiosa in un Paese in gran parte islamico, fatto esplodere dai Talebani pochi anni dopo. In sintesi un Paese con un bel mix di povertà e modernità.


 

Conosciamo in un bar un ragazzo inglese che a Londra lavora in un negozio di alimenti bio, interessato come noi a continuare il viaggio, e partiamo con autobus di linea per andare verso Nord. Prima tappa sarà Mazar-i-Sharif, capoluogo del Nord e quarta città del paese. Il viaggio di circa 470 km dura circa 8 ore, partiamo col caldo da Kabul e ci inerpichiamo lungo il passo che attraversa il massiccio dell’Hindukush, con vette oltre i 6.000 metri. Facciamo una sosta in cima al passo di Kotal- e- Salang  

e letteralmente congeliamo appena scesi dall’autobus: siamo a 3.878 metri di altitudine. Arrivati a Mazar ritorna il piacevole clima caldo asciutto dell’altopiano. Anche a Mazar-i-Sharif c’è una bellissima Moschea Azzurra, centro della città. Colore costante: Moschea Blu a Istambul e il santuario di Mashad turchese e oro. Quest’area, pur essendo geograficamente molto periferica, ha dato i natali a Zoroastro, ma avuto anche una forte presenza buddista e comunità ebraiche. Un raro caso di convivenza tra più religioni.

 

 Da questo momento in poi non ci sono più turisti oltre a noi, con qualche rara eccezione di piccole spedizioni scientifiche o geografiche. Siamo lontani dai percorsi di collegamento Oriente-Occidente e interessati all’impatto con un mondo a sé. Dopo un giorno a Mazar, decidiamo di andare oltre per vedere un paio di villaggi. Ovviamente nessun mezzo di trasporto ufficiale ma minibus o camioncini che caricano gente, bagagli, animali fino all’inverosimile. Ci guardano curiosi ma discreti, sono molto dignitosi. Il paesaggio è molto brullo, solo attorno ai corsi d’acqua che scendono dalle montagne si formano piccole aree verdi che permettono la vita. Il primo dei villaggi è Agcha, piccolissimo. In ognuno c’è una piccola casa ex presidio militare che funge anche da albergo. Cammino lentamente nella strada principale dove è in corso un mercato di tappeti. Sono bellissimi, tutti in rosso e blu con diverse fantasie di disegno e di misura. Non si vede in giro una donna, solo qualche vecchia. Le donne sono chiuse in casa a tessere tappeti, prigioniere, fin da bambine. Seduto in un angolo un riparatore di tazze di terracotta lavora creando graffette di alluminio (o peltro?) fuso che sigillano i cocci. Si vede comunque che la plastica sta arrivando anche qui. Tutto scorre con molta lentezza e il paesaggio ricorda l’iconografia classica della Palestina nell’età di Cristo. Non c’è praticamente niente da mangiare se non meloni d’acqua, qualche biscotto secco e, dentro una specie di baule con acqua fresca, bottiglie di vetro di Coca Cola. Ne apprezziamo il contenuto zuccherino e caffeinico quasi salvavita. Ci sarebbe, appesa in una specie di macelleria, della carne, probabilmente ovina, molto apprezzata dalle mosche del circondario, ma anche io e Rudi diventiamo per l’occasione vegetariani come il nostro compagno di viaggio inglese. Cammino per il villaggio e vedo al lavoro nel suo “negozio” un orafo che mi invita, a segni, a bere una tazza di the. Inizia una conversazione priva del minimo di lingua comune. Mi chiede: “Turkestan?“ facendo chiaramente capire che voleva sapere da dove provenissi, e il Turkestan è uno dei territori di confine verso Ovest. Non potendo contare sul fatto che la parola “Italia” potesse avere un significato per lui, gli ho ripetuto sei volte “Turkestan” usando i gesti per indicare il senso di “oltre” a più riprese. Forse l’ultimo italiano passato da queste parti potrebbe essere stato Marco Polo. Non c’è la televisione, poca elettricità, e solo negli edifici principali; la giornata è scandita naturalmente dall’alba e dal tramonto. Ci troviamo a vivere l’esperienza dell’essenzialità e della lentezza scoprendo di non annoiarci. Il tempo rallenta e si riempie di cose semplici. Sarà uno dei patrimoni più importanti regalati da questo viaggio: saper distinguere l’essenziale dal superfluo.

Oltre a noi nella casetta che funge da albergo ci sono cinque o sei individui con l’aspetto inequivocabile dei militari in borghese. Il mio compagno di viaggio inglese, che è il più informato, ci parla di tensioni al confine con l’Unione Sovietica e ci troviamo non lontano dai territori di Turkmenistan, Uzbekistan e Tajikistan. In effetti sappiamo che la strada di collegamento con Herat non è praticabile e dovremo fare il percorso a ritroso verso Kabul e Kandahar che è molto più lungo. Nel 1979 ci sarebbe stata l’invasione.


Ci spostiamo il giorno dopo a Balkh, villaggio un po’ più grande. C’è anche un affollato mercato e cerchiamo qualcosa di commestibile, siamo piuttosto affamati. Troviamo biscotti e delle uova, non aggredibili dalle mosche. La gente è particolarmente colpita dalla lunga chioma bionda e dalla pelle lattea di Rudi. Troviamo anche un paio di adolescenti curiosi di capire chi siamo e cosa facciamo lì, ci dicono che un loro zio, che dovrebbe essere qualcosa tipo il vigile o il poliziotto del villaggio, ci vorrebbe conoscere. Li seguiamo per un breve tratto e entriamo in una casetta dove lo zio ci aspetta. Ci sediamo sui tappeti e ci offrono l’immancabile the, frutta secca, biscotti; sono tutti molto cordiali, ma sempre in modo composto e rilassato. Cerchiamo di farci capire coi ragazzi che fanno da interpreti, scopriamo che i giovani studiano l’Inglese e che il loro sogno è venire in Occidente. Prima di congedarci lo zio ci offre un dolcetto a  metà tra melassa e una caramella Mou che immaginiamo possa contenere un po’ di tetraidrocannabinolo. Usciamo lentamente dal villaggio verso la casa-albergo in cui siamo ospitati e lentamente sale l’effetto del dolcetto all’hashish, leggero e rilassante. Ci ritroviamo a rimirare le montagne circostanti con un’attenzione e una concentrazione che ci fanno andare oltre la casa per qualche decina di metri. Rientriamo, ciascuno nel suo letto senza il solito confronto di esperienze serale. Mi ero portato da casa solo un libro, “Psicologia di massa del fascismo” di Wilhelm Reich, che ritengo attuale anche oggi per capire il perché dell’ampio consenso popolare a demagoghi e sovranisti. Avendolo finito in pochi giorni ho trovato su una bancarella “Papillon” in inglese, che è stata la mia lettura durante gran parte del viaggio, pallosetto ma utile per perfezionare la conoscenza dell’Inglese. Le serate le spendevamo leggendo e confrontando le esperienze; era interessante il confronto con un comunista austriaco e un ecologista inglese.

La mattina dopo inizia il viaggio di ritorno verso Mazar-i-Sharif e poi Kabul, con l’unico bus in partenza dal villaggio. Mentre sta arrivando l’autobus mi sfrego gli occhi e mi cade una lente a contatto sulla sabbia. Inizia una spasmodica ricerca con un occhio miope e uno compensato mentre il bus si avvicina sempre più. Si ferma e io sto ancora cercando, chiedo: “Un momento, un momento” e finalmente trovo la lente e salgo al volo, con la lente in bocca!

Arrivato a Kabul, dopo alcuni giorni di semidigiuno, vado a cercare un ristorante vegetariano, sapendo di dover riabituarmi gradualmente al cibo. Mangio del riso e un po’ di verdure ma il mio apparato digerente è talmente atrofizzato che mi vengono alcune scariche di diarrea, non preoccupanti ma fiaccanti. Ero stato sempre prudente rispetto al cibo e soprattutto all’acqua, facendo ampio utilizzo della borraccia militare e delle pastiglie di cloro comprate a Firenze seguite dopo un po’ dalle anticloro per tamponare l’acidità. Il ritorno è a passo più spedito rispetto all’andata.
Nel frattempo ci siamo separati dai compagni di viaggio: l’inglese verso l’India e Rudi ancora più spedito di me per tornare a casa sfruttando al meglio i 50 dollari. Verrà a trovarmi ad Ameno un paio di anni dopo con la sua ragazza, ospiti per una settimana. Alla dogana persiana, come previsto, il mio zaino viene passato al setaccio alla ricerca di droghe; al posto del cane poliziotto c è un vecchietto sdentato e cencioso che ispeziona e annusa. Malgrado tutto non mi sento poi così tranquillo.

Il tempo passa più lentamente nei trasferimenti di ritorno, hai meno curiosità rispetto al contesto e ti senti proiettato verso casa. Unica conoscenza interessante, sul tratto di autobus Mashad-Teheran, una tipica ragazza inglese, bionda, magra, colorito pallido e vestito a fiorellini, che scopro essere anche lei laureata in Medicina da poco. Ha fatto da sola via terra il viaggio dall’India, dove ha dei conoscenti, e a Teheran ha il volo per Londra. Mi conferma che per gli anglosassoni viaggiare in India, che è stata a lungo una colonia, è come per noi andare in Sicilia o Sardegna: un concetto di periferia del territorio decisamente diverso. Mi spiega che la loro bevanda nazionale, non potendo produrre il vino, è il the, che proviene comunque da una colonia. E’ molto coraggiosa, comunque, a viaggiare da sola, donna, in un territorio come questo.

In Turchia a Erzurum, poiché il bus per Istanbul è previsto nel tardo pomeriggio, decido di partire in autostop di mattina. Dopo un paio d’ore di attesa mi caricano padre e figlio con un camion. Sono contadini, si vede dal carico e dall’aspetto. Dopo un po’ il padre estrae un coltello e… prende una pagnotta e me ne taglia una grossa fetta. Mi spella anche un paio di rape. Sì, rape, uno dei cibi che ho più gustato nella mia vita. Ricordo ancora il piacere della fame, soddisfatta peraltro con un pane fatto in casa e della verdura freschissima.
Arrivato ad Ankara decido di riprendere i mezzi di linea.
A Istanbul ho la pessima idea di dormire all’Ostello della gioventù, dove mi becco le pulci. Trasferimento in hotel carino, doccia veloce e problema risolto senza code.

Torno a Sultanahmet per organizzare il ritorno in Italia, possibilmente non più via Grecia ma via Iugoslavia, sia per motivi economici sia di velocità. Trovo una coppia, un americano figlio di militari di stanza in Germania e la sua ragazza tedesca, con un cane di grossa taglia. Hanno un bel furgone che ha avuto dei problemi meccanici importanti a causa dei quali non hanno più soldi. Cercano compagni di viaggio disposti a pagare una cifra ragionevole per viaggiare insieme verso la Germania via, appunto, Iugoslavia. Aderisco subito al progetto e mi do da fare per cercare gli altri tre membri dell’equipaggio. Le condizioni sono 20 dollari a testa e di notte si dorme fuori dal furgone dove invece loro due stanno col cane. Mi informano anche che, a causa dei malanni, il mezzo non potrà andare oltre gli 80 km ora di velocità. In poche ore troviamo gli altri tre membri dell’equipaggio: il primo è Francesco P, di ritorno dall’India, felicissimo di rivedermi. Il suo intercalare tipico e frequente era “orca madoska“ e me ne rifila una raffica mentre ci raccontiamo le nostre avventure.

Col ragazzo americano condividiamo la passione per la musica Rock, lui suona la chitarra e per fortuna ha una dotazione di cassette ricca e qualificata; io sono incaricato di scegliere cosa suonare. Mi fa conoscere i Little Feat, per me ignoti allora, che diventeranno uno dei miei gruppi preferiti dal 1978 con l’uscita dello stupendo live “Waiting for Columbus“. Impieghiamo qualche giorno a fare il nostro viaggio. Io scendo a Novi Sad, attuale Slovenia, dove cerco un passaggio verso l’Italia. Ci salutiamo con Francesco e andiamo ciascuno per la propria strada. L’avrei incontrato di nuovo a San Benedetto del Tronto nel 1999 quando sono andato a lavorare come direttore sanitario dell’ASL di Fermo. Lui lavorava come fisioterapista in quella di San Benedetto e ci siamo ritrovati, con tanto di invito a cena.

Mi dà un passaggio fino alla frontiera un signore anziano ma in ottima forma. Mi chiede ovviamente notizie su di me e poi mi confessa che vive in Iugoslavia dalla fine della guerra e che non può rientrare in Italia poiché è stato tra i partigiani comunisti che non hanno accettato l’invito di Togliatti a deporre le armi e ha continuato a giustiziare i fascisti più compromessi del Friuli. Non avevo mai approfondito prima di allora la storia delle prime settimane successive al 25 Aprile ’45. L’incontro col mio autista mi ha ovviamente incuriosito e spinto a informarmi su un periodo di Storia  recente che interessa a tutti dimenticare.

Nel frattempo ho deciso di iscrivermi alla Scuola di Specializzazione di Igiene e Medicina Preventiva sciogliendo i dubbi residui rispetto all’ipotesi di fare Psichiatria. Ero andato a fare l’esame dopo aver fatto uno spinello col mio amico Fred e il professor De Marchi, forse ispirato dai miei occhi lucidi, mi aveva chiesto la differenza fra Illusioni e Allucinazioni. Ammirato per la brillante trattazione dell’argomento, oltre ad avermi proposto il 30 mi aveva chiesto se ero eventualmente interessato a specializzarmi in Psichiatria; gli ho risposto che la condizione di frequentare cinque anni a tempo pieno senza poter lavorare non era nei miei piani. E il viaggio mi aveva sciolto le ultime riserve.

Via treno sono arrivato a Desio, dove viveva la mia famiglia. E’ almeno un mese che non tocco alcol, massa grassa ridotta al minimo, muovermi molto con uno zaino di dieci chili mi ha rafforzato. Mi sento proprio bene, sono in perfetta forma fisica come non sono mai stato, soddisfatto per l’esperienza, carico per affrontare il futuro.

Ho preferito farmi i due chilometri dalla stazione a casa per il piacere di arrivare, suonare il campanello e dire: “Ciao mamma, sono arrivato”.



colonna sonora: Jan Garbarek & Ustad Fateh Ali Khan   Ragas and Sagas

colonna sonora: Nusrat Fateh Ali Khan  Nusrat Fateh Ali Khan

ROBERTO   NERI  MAGGIO 2020

 

 

 



lunedì 25 maggio 2020

ONCE WERE BROTHERS Robbie Robertson and The Band


La storia raccontata da Robbie Robertson nella sua biografia Testimony  è l'argomento di Once Were Brothers , DVD che con ricchezza di immagini, splendide fotografie, canzoni iconiche ed interviste racconta l'avventura di cinque amici divenuti una delle band più influenti della storia del rock americano. Con un inglese chiaro e fluente, Robbie Robertson si confessa davanti al microfono, accompagnato da interviste, immagini e musica, in una sorta di viaggio dentro uno dei fenomeni musicali più affascinanti dello scorso secolo. E' una confessione a volte entusiasta, a volte amara, sempre lucida e talvolta umoristica su una avventura che Martin Scorsese, uno dei produttori esecutivi del progetto, assieme a Brian Grazer e Ron Howard, definisce una storia unica, irripetibile, che nessun altro gruppo può vantare di avere vissuto. Dice bene il titolo, Una volta eravamo fratelli, perché già come suggerivano le pagine di Testimony,  quella storia ha avuto un epilogo prima agrodolce, con la decisione presa da Robertson di sciogliere il gruppo, mitigata dalla esaltante serata di The Last Waltz, poi amara quando lo stesso Robertson si ritrovò a rintuzzare le accuse mosse da Levon Helm di essersi impossessato di tutti i diritti d'autore delle canzoni. Infine triste, quando, dopo anni di reciproco distacco, saputo delle drammatiche condizioni di salute di Helm, Robertson prese immediatamente l'aereo per arrivare al capezzale dell'ex compagno, ormai privo di coscienza in ospedale,  e tenendogli affettuosamente la mano ripercorse con il pensiero tutti i bellissimi momenti vissuti insieme, promettendogli di rivederlo in un'altra fine.
 

La crisi all'interno di The Band arrivò quando nelle loro vite irruppe l'eroina  coinvolgendo Helm, Danko e Manuel e minando il loro senso di fratellanza. La droga incrinò la reciproca sincerità facendo svanire quella magia che aveva reso possibile una musica tanto evocativa, tanto profonda, tanto appassionata e influente. Il film o rockumentario parte con l'infanzia di Robertson in Canada, le sue origini indiane, la rivelazione da parte della madre Dolly di un padre manesco che in realtà non era suo padre, perché quello biologico, un giocatore d'azzardo professionista, mori poco prima che la madre si risposasse. Si chiamava Alexander Klegerman e faceva parte di una famiglia di ebrei dedita al gangsterismo, i cui zii coprirono d'affetto Robbie quando questi, saputa la verità su suo padre, li rintracciò. Nella vita del giovane Robertson entrò come un fulmine il rock n'roll e la prima chitarra elettrica. Fin da bambino il suo sogno era quello di diventare un musicista, e così fu. Da Toronto all'Arkansas al seguito di Ronnie Hawkins la cui band, The Hawks al tempo veniva considerata la miglior rockabilly band del pianeta. Contemporaneamente Robertson conosce Levon Helm, il fratello, l'amico  che tutti vorrebbero avere perché talmente contagioso che quando lui rideva, ridevano tutti.  L'uno e l'altro erano come Huckleberry Finn e Tom Sawyer, e la loro amicizia si saldò con quella di altri tre canadesi: Garth Hudson, colui che poteva parlare di Muddy Waters e Bach nella stessa frase, Rick Danko, colui che poteva suonare qualsiasi strumento, e Richard Manuel, la voce più soul che abbia mai conosciuto. Rivoluzionarono The Hawks e quando lasciarono Ronnie Hawkins la loro strada era già segnata. Conobbero Bob Dylan e per loro, per noi e per chiunque, la storia cambiò. Dylan era folk, noi eravamo rhythm and blues, l'incontro fu perfetto, non volevamo essere una bar band. Si fecero le ossa prendendo fischi in tutto il mondo perché il pubblico dell'epoca non era ancora pronto ad accettare il jack del filo elettrico nella cassa delle chitarre, ma nonostante ciò furono consapevoli che quella era la via su cui camminare. Tutti, tranne l'amico Levon Helm che una mattina, in una stanza d'albergo di qualche città d'America, prese Robertson e gli disse non mi piace questa musica, non mi piace questa gente, non voglio essere qui e non voglio suonare in nessuna band. Se ne andò a lavorare in un pozzo petrolifero del Golfo del Messico, ritornò quando il rinascimento a Woodstock ( Big Pink e non il festival) era già cominciato e li  facevano tappa chiunque avesse delle idee in ebollizione, da Dylan ad Albert Grossman, da George Harrison a Van Morrison, compreso Eric Clapton che osò dire : il senso di fratellanza era l'anima di The Band e l'album Music from Big Pink cambiò la mia vita.
 

Poi arrivò l'album marrone e le foto sulle copertine delle riviste, di The Band parlavano tutti, pur nel frastuono dei lunghi assoli della stagione psichedelica. Tolsero la polvere dai bauli della vecchia America, qualche giornalista scrisse che fu una rivoluzione contro la rivoluzione, Martin Scorsese, uno dei tanti intervistati di Once Were Brothers,  confidò che le loro canzoni gli facevano venire in mente i racconti di Herman Melville, il fotografo Elliott Landy ammise che non vide mai negli anni 60 nessuno così unito e con tanto rispetto verso parenti e anziani. Curiosa la storia di come venne fuori The Weight, una delle canzoni simbolo dell'intera epopea del rock n'roll,racconta Robertson, osservando la scritta Nazareth, Pennsylvania incisa sulla paletta della propria chitarra Martin. (E' il luogo dove vengono fabbricate. n.d.r ) Quattro canadesi ed un americano dell'Arkansas, cinque eccelsi musicisti, tre cantanti superlativi. Dice bene Bruce Springsteen non c'è nessuna band il cui insieme è più grande della somma dei singoli come The Band, avevano tre dei migliori cantanti bianchi della storia del rock n'roll. Bastava uno solo di loro  per fare una grande band, loro ne avevano  ben tre !
 

L'incontro a Parigi con Dominique, canadese di origini francofone, trasforma la vita affettiva di Robbie Roberston. Diverrà moglie e madre dei suoi figli, e sarà per lui una presenza fondamentale anche dal punto di vista artistico. Dylan ci aveva insegnato ad usare la poesia nel songwriting ma le letture di Dominique mi ispirarono molto nello scrivere le canzoni. Poi da lì il via a tutto il resto delle confessioni: l'ascesa e la caduta, gli incidenti in macchina e la droga, la paura del palco e la perdita dell'energia, da Woodstock a Malibu, di nuovo in tour con Dylan fino al concerto di Cleveland quando Richard Manuel, strafatto e ormai indebolito, non riuscì a rimanere sul palco e gli altri quattro suonarono impauriti, guardandosi continuamente negli occh, come se leggessero i segni della fine imminente. Che arrivò con la decisione di interrompere il viaggio con la trionfante apoteosi di The Last Waltz.  Ma questo è un altro DVD. Diretto da Daniel Roher, parlato in inglese con i sottotitoli in inglese e spagnolo, Once Were Brothers è la storia di The Band raccontata da uno dei suoi protagonisti, arricchita dagli interventi di Clapton, Springsteen, Dylan, George Harrison, Taj Mahal, Martin Scorsese, Ronnie Hawkins, David Geffen e altri appartenenti al loro entourage. Quando parli del passato è come fare un puzzle di pazienza, tutti i pezzettini devono combaciare altrimenti la storia perde il suo senso e la sua bellezza. Jaime Robbie Robertson, Toronto, 5 luglio 1943.

 
MAURO ZAMBELLINI    MAGGIO 2020

L'intera epopea di The Band la potete leggere sul numero di Buscadero in uscita a giugno

mercoledì 1 aprile 2020

THE DREAM SYNDICATE THE UNIVERSE INSIDE



Il secondo capitolo della avventura nel rock dei Dream Syndicate si è aperto lo scorso anno con These Times  anche se cronologicamente si è portati a credere che l'inizio sia avvenuto con How Did I Find Myself Here ? il disco che ha sancito nel 2017 la loro reunion. Per via di un titolo così esplicito e della musica che conteneva, quest'ultimo tracciava una linea di continuità col passato ovvero la band ricominciava dal punto in cui era rimasta elargendo un rock selvaggio ed underground costruito sullo sferragliare delle chitarre, su una sezione ritmica bollente e sulla voce di Steve Wynn che con le sue malsane ballate ricreava quel rock noir per cui il Sindacato del Sogno è giustamente amato e stimato. These Times  ha invece imposto uno scarto nei confronti del loro all guitars rock  introducendo variabili che pur non  contrastando con il loro riconosciuto stile, aprivano verso sonorità nuove dove l'elettronica, comunque ben dosata, giocava un ruolo di primo piano nel disegnare un immaginario di psichedelia in progress. Se These Times  riusciva però a mantenere un equilibrio tra il crudo hard-boiled rock del passato (Bullett Holes, Speedway, Still Here Now ad esempio suonano ancora col cuore in mano) e le innovazioni avanguardistiche, The Universe Inside è molto più radicale e drastico e dentro un concept di alterata psichedelia riflette un desiderio di sperimentazione ben più marcato che si traduce in ottanta minuti di paesaggi sonori dalle sembianze di una soundtrack da film. Un universo sonoro nel quale gli scampoli del sopravvissuto rock elettrico si fondono con oscillatori, elettronica, ritmiche concentriche, free jazz, kraut e space rock, frizioni elettriche.  Il risultato non è affatto male, per niente, basta che ognuno sia consapevole di salire a bordo di una musica più vicina ai War On Drugs o altre espressioni post-rock  piuttosto che al Medicine Show. Una volta accettato il fatto, il gioco diventa divertente, e come nei venti minuti di The Regulator ( assolutamente da ascoltare guardando il video di David Daglish) ci si sente proiettati in un viaggio panoramico (toilette comprese) nella città di New York, un trip sonnambulo, filmico e politico. Venti minuti di delirio sonico e visivo in cui Wynn lascia cavalcare tutta la sua immaginazione cinematografica e la sua galoppante curiosità musicale per dilatare i confini spazio-temporali della musica dei Dream Syndicate.
La voglia di cambiamento di Wynn era palpabile già in These Times  e la band ne è rimasta coinvolta visto che le note che accompagnano l'uscita di The Universe Inside  dicono della approfondita conoscenza della musica avantgarde europea del batterista Dennis Duck, della passione per il prog anni settanta del chitarrista Jason Victor, Soft Machine compresi, dell'esperienza del bassista Mark Walton per i collettivi di musica Southern-fried (mah), della fame di Chris Cacavas per la manipolazione dei suoni e l'amore dell' Wynn per l'electric-jazz vintage, per Miles Davis e John Coltrane. Personalmente aggiungerei anche Brian Eno e i Talking Heads di Remain In Light. Il disco si sarebbe potuto chiamare The Art of the Improvisers, in una sola session difatti la band ha registrato ottanta minuti di musica senza pause ed interruzioni, improvvisando come in una lunga ed interminabile jam." Tutto quello che abbiamo aggiunto era aria -afferma Wynn- oltre a voce, corni ed un tocco di percussioni. Ogni strumento è stato registrato in presa diretta". 
Cinque titoli della lunghezza media di nove minuti, solo The Longing dura poco più di sette minuti, una overdose sonica dove il cantato di Wynn implode nel magma sonoro, solo a tratti si percepisce il formato canzone, capita in The Longing e nella strepitosa parte finale di The Slowest Rendition. Qui la sua voce si eleva  sopra il mare di echi, oscillazioni, feedback, suggestioni free jazz, ipnosi ritmiche, riverberi e quant'altro. Una gigantesca ed in alcuni momenti solenne colonna sonora che spazia da momenti di caotico stridore metropolitano a pause estatiche e lisergiche.  Ai venti minuti di The Regulator  seguono in ordine The Longing, qui la canzone viaggia nel cosmo coi rumori siderali di un' altra galassia, Apropos of Nothing ovvero come sentire  War On Drugs rivisitare i Can sulla Luna, Dusting Off The Rust mixato col precedente in una sorta di ipnotico space-rock con le trombe e i sassofoni che rispondono alla metronomica sezione ritmica, e The Slowest Rendition, avveniristica nel suo rumorismo post-psichedelico, umanizzata dal talking ascetico di Wynn che si accompagna ad un superbo sassofono be-bop. Una chiusura maestosa in una atmosfera da Blade Runner dove comunque filtrano bagliori di estatico ottimismo.
Più che un disco di canzoni ,The Universe  Inside è un viaggio che stordisce e meraviglia in territori in cui occorre liberare l'immaginazione  e le sensibilità sensoriali, un'opera originale di ricerca musicale e libertà esecutiva dichiarata con coraggio e senza mezzi termini dai Dream Syndicate. Nessuna band tra quelle uscite agli albori degli anni ottanta ha saputo evolversi senza snaturarsi come loro. Personalmente mi ritrovo più negli equilibri tra rock e avanguardia di These Times  ma dimenticate il passato e salite a bordo dell'astronave, l' Universo Dentro oggi è questo. A meno di non guardare fuori dalla finestra ed accorgersi di essere capitati in un cupo e terribile film di fantascienza.
MAURO ZAMBELLINI  MARZO 2020
p.s  questa recensione la trovate sul numero di aprile del mensile Buscadero, una rivista che come tutti soffre  questo momento di crisi generale e  perciò invita  lettori e amanti del rock a contribuire o!lla sua tenuta, cercandola e acquistandola in edicola, dove possibile.
Il Buscadero di aprile uscirà regolarmente nelle edicole ma chi non può acquistarlo lì, può comprarlo on line al prezzo di 6 euro.
 


martedì 3 marzo 2020

drive by truckers the unraveling

 
 

Esiste una continuità tematica tra il precedente album American Band  e The Unraveling  ed è il periodo tumultuoso che i Drive By Truckers si sono trovati a vivere nel loro paese, ma se il primo annunciava una tempesta in arrivo con l'elezione di Trump, questo è scritto tra i relitti e le conseguenze che quella tempesta ha provocato. Come affermano gli stessi DBT  The Unraveling  non è un disco politico nel senso usuale del termine, piuttosto esamina le reazioni personali causate dalle cose che sono successe attorno in termini di decimazione dei valori, distruzione delle certezze, negazione dei diritti. Il personale è politico si diceva una volta, e lo stesso afferma Patterson Hood, portavoce della band e mai come in The Unraveling  protagonista visto che è l'autore della maggior parte  delle canzoni, coadiuvato da Mike Cooley il quale si limita a cantare e scrivere Slow Drive Argument  e Greviance Merchants , la prima un irruente e urticante rock n'roll nello stile dei DBT, la seconda a proposito della proliferazione dei suprematisti bianchi negli Stati Uniti, In questa,  Cooley col suo stile crudo ma colloquiale si immerge nella psiche di un terrorista di destra dopo che la miglior amica della babysitter della propria famiglia è stata assassinata su un treno nella progressista Portland a seguito di un attentato . Che sia un disco in cui conta più il cuore che il cervello nell'attuale stato emotivo della band lo confermano le canzoni che aprono e chiudono l'album,le quali solitamente assumono un significato preciso nel disegnare i contorni delle loro opere. Rosemary with a Bible and a Gun con le sue rime a spirale ed il sentore gotico alla Bobbie Gentry, la voce lontana e mai cosi bassa di Hood accompagnata dal pianoforte di Jay Gonzales e dal violino e la viola di Patti King e Kyleen King tanto evocative nel trasmettere un senso di distanza narrativa, è stata influenzata dai tempi difficili in cui Hood e Cooley lasciarono Florence in Alabama per trasferirsi a Memphis in cerca dei sogni che sarebbero arrivati solo nel nuovo millennio. Awaiting Resurrection chiude l'album come succedeva con Baggage in American Band e Grand Canyon in English Oceans  ovvero un lungo brano dai riflessi psichedelici, in questo caso lento, sinistramente cadenzato ed ipnotico nel quale Hood sopraffatto dalle immagini religiose è alla ricerca di un barlume di illuminazione. Inizia chiedendosi se c'è un diavolo in questo mondo tuffandosi nelle realtà dolorose dell'America di oggi e poi conclude domandandosi con un pizzico di ottimismo "alla fine siamo solo in piedi, guardando la grandezza svanire nell'oscurità, in attesa di resurrezione". The Unraveling  per musica e significati è un grande album, forse meno diretto di altri che lo hanno preceduto ma vorticosamente proiettato ad offrire una nuova visione dell'american music, oggi scevra dal bisogno di canzoni d'amore e di conforto, piuttosto concentrata sulle emozioni e lo sconcerto indotti dall'aumento delle sparatorie nelle scuole e nelle chiese, dalla violenza razziale e di frontiera, dai bambini relegati nelle gabbie come riferito in Babies in Cages, oscuro e magnifico brano impreziosito dal washboard elettrico di Cody Dickinson, dai suicidi e dalle overdose, come menzionato in Heroin Again, coraggiosa nell'affrontare un tema così vecchio ma ancora attuale. La canzone che ha però dato il via a tutto l'album è 21st Century Usa, ballata vagamente country con tanto di lap steel su un' America in cui non basta spaccarsi la schiena di lavoro pesante per poter sopravvivere, dove ti prescrivono pillole per esorcizzare paure ed ansia e dove guardi i tuoi figli e preghi che ci sia una speranza. Thoughts and Prayers è ugualmente snervante sebbene percorra la via della ballata elettroacustica con un ricamo di pianoforte che rende dolce l'ascolto pur nella macabra immobilità che aleggia su una sparatoria di massa, tra satira e geremiade. Armageddon's Back In Town è l'altra faccia dei DBT e dell'album, urgente, rabbiosa, elettrica e rock.
 

Se la scrittura delle canzoni è stata un'operazione impegnativa e brutale visti i contenuti delle canzoni, la registrazione, al contrario, ha seguito un processo gioioso, a detta di Patterson Hood.  Aver lavorato per una settimana negli storici studi di registrazione di Sam Phillips a Memphis con il produttore di lunga data Dave Barbe e l'ingegnere Matt Rose-Spang, circondati da foto storiche in un'atmosfera di metà del secolo scorso, ha infuso nei DBT un "benessere" che si è riversato nelle registrazioni dando a The Unraveling quel sapore vintage dei dischi di una volta. Lo studio ha funzionato da macchina del tempo, Memphis con la sua contraddittoria storia sociale è il sogno a cui i DBT hanno ambito fin da giovani, il patrimonio musicale della città e lo spirito di Sam Phillips hanno condizionato in senso positivo la creazione dell'album oltre il semplice dato tecnico, formando un suono contemporaneamente moderno ed antico. 18 brani per 85 ore di session, poi i lavori di mixaggio presso gli studi di Barbe ad Athens in Georgia e l'ulteriore masterizzazione del maestro Greg Calbi nel New Jersey, alla fine l'album è stato ridotto a nove canzoni. Lilla Hood ha progettato la confezione utilizzando una splendida foto di Erik Golts con due ragazzi che guardano il tramonto sulla costa dell'Oregon ed il collaboratore e amico di lunga data Wes Freed  ha curato la parte grafica. Dopo tre anni di silenzio (lo spazio più lungo intercorso tra i loro album) i DBT sono tornati con un album oscuro e impressionista, a mio modo di vedere profondo, intenso e graffiante. Ora si tratta di vederli in tour perché l'Europa (naturalmente Italia esclusa) li aspetta.

MAURO   ZAMBELLINI      FEBBRAIO 2020

 



sabato 22 febbraio 2020

RORY GALLAGHER Check Shirt Wizard



Saranno contenti i tanti fans dell'indimenticato ed indimenticabile Rory Gallagher per questa ulteriore testimonianza live dell'irlandese, catturato durante il tour inglese del 1977 di supporto alla pubblicazione dell'album Calling Card.  Venti tracce distribuite su un doppio CD estratte da concerti all'Hammersmith Odeon di Londra, al Dome di Brighton, alla City Hall di Sheffield e Newcastle avvenuti tra il gennaio ed il febbraio del 1977, ulteriore prova della forza e potenza di Rory Gallagher sul palco, qui in compagnia dei fedeli Gerry McAvoy al basso, Rod de'Ath alla batteria e Lou Martin col pianoforte e l'organo. Non un trio quindi, ma un quartetto affiatato e ben rodato, in azione fin dai tempi della pubblicazione di Blueprint  nel 1973 e durato fino alle session a San Francisco del dicembre 1977 rimaste inedite per tanti anni e poi pubblicate nel postumo Notes From San Francisco  del 2011. Check Shirt Wizard  è un documento importante perché porta dal vivo materiale dei due album più osannati negli Stati Uniti, benedetti dai critici di Rolling Stone che in quell'occasione paragonarono Gallagher a Eric Clapton ed Alvin Lee. Da Against The Grain  vengono difatti riprese la rocciosa Bought and Sold e la magistrale rivisitazione del pezzo di Leadbelly Out On The Western Plain mentre Calling Card  fa il pieno con Moonchild, Secret Agent, Barley & Grape Rag, Jack Knife Beat, Edged in Blue ed una delirante versione di Calling Card, misura di un set più improntato verso il rock che il blues. Ma Check  Shirt  Wizard  non tradisce le ampie aspettative dei fans di Rory che qui potranno trovare il suo lato più duro, aspro e rocknrollistico  ma anche quello blues e aperto al suono della sua chitarra acustica. Se difatti il primo CD insiste sui toni forti e sul furore di un hard-rock blues muscolare e sanguigno, il secondo CD si apre con una sequenza dove risuonano cristalline le influenze roots di Gallagher consumate nel folk, nel country-blues e nello skiffle di Out On The Western Plain, Barley & Grape Rag, Pistol Slapper Blues, Too Much Alcohol e Going To Hometown . Sono versioni intense, schiette e  pregne di quel sentimento di purezza e onestà che Rory sapeva riversare nel suo cantare e suonare. Un lato intimo complementare alla dimensione elettrica del suo rock-blues, ambito questo che si avvale del  brillante lavoro dei suoi compagni di ventura, l' arrembante e vulcanico basso di Mc Avoy, il drumming assatanato di De Ath ed il pianoforte e organo di Martin qui in grado di riempire ogni spazio, creare melodia e frivoleggiare honky-tonk tanto da pennellare di americanità titoli come Edged In Blue e la jammata Jack-Knife Beat.  Non si pensi a concerti addomesticati, non è nello stile di Rory e difatti il fuoco e le fiamme si propagano quando Rory prende in mano i suoi cavalli di battaglia ed incendia i teatri inglesi. Se Souped -Up Ford e Secret Agent  nel 1977 sono nuovi nella discografia del nostro eppure già in grado di urlare come dei classici, con Lou Martin che qui dà fuori di matto rincorrendo la chitarra del leader lanciata a mille, Bullfrog Blues è un tour de force che non ha nulla da invidiare a quello dell'Irish Tour '74  e altrettanto si può dire di Tattoo'd Lady e delle incandescenti Used To Be, I Take What I Want saccheggiata dal repertorio di Sam& Dave, Walk On Hot Coals e Country Mile , un boogie serrato che toglie il fiato e lancia la Stratocaster di Rory nell'olimpo degli Dei. Grande emozione lo suscita pure A Million Miles Away uno dei titoli di Rory più amati dai fans, con quella vena melodica che contrasta con l'assolo torcibudella della chitarra ed il cantato disperato e supplicante dell'irlandese, mai del tutto apprezzato come vocalist eppure commovente come pochi. Con due CD ed una scaletta da applausi Check Shirt Wizard  presenta un Rory Gallagher in ottima forma, coadiuvato da una band coi fiocchi, la migliore della sua carriera. I brani dei concerti originari sono stati oggi rimixati da Frank Arkewright agli studi Abbey Road mentre la produzione è di Daniel Gallagher, il nipote che ha curato il recente Blues  e sembra oggi avere in mano l'archivio del bluesman irlandese. Nel 1977 in Inghilterra esplodeva il punk, ma Rory Gallagher punk lo era da almeno dieci anni.
MAURO  ZAMBELLINI     FEBBRAIO 2020