mercoledì 14 luglio 2021

LITTLE STEVEN and the DISCIPLES OF SOUL SUMMER OF SORCERY LIVE!


 

Non è mai stato così produttivo Little Steven come negli ultimi anni, dopo che la macchina della E-Street Band è stata messa in garage. Due dischi in studio a suo nome, uno con Springsteen (Letter To You), il tributo ai Beatles di Macca To Mecca!  e due esplosivi dischi live coi suoi Disciples of Soul. Se Soulfire Live!  era la cronaca del tour che aveva fatto seguito al disco omonimo, Summer Of Sorcery Live!  è il resoconto della serata finale svoltasi il 6 novembre 2019 al Beacon Theatre di New York del tour dello stesso disco. Un succoso documento di tre CD e Blu-Ray dove ancor più che nel precedente live viene messa a ferro e fuoco la musica di Miami Steve Van Zandt, con particolare attenzione all’album Summer of Sorcery, in pratica vengono eseguite tutte le canzoni, e con la cospicua presenza dei cavalli di battaglia del suo vasto songbook. Non c’è comunque sovrapposizione col precedente live perché, a parte qualche rimasuglio del passato, la scaletta è per lo più differente. 


Mixato e rimasterizzato da quella coppia delle meraviglie della sala d’incisione che rispondono ai nomi di Bob Clearmountain e Bob Ludwig, questo live riporta più di due ore di infuocato concerto, con l’aggiunta di un CD supplementare riguardante brani estratti da show sparsi tra il 2017 ed il 2019 all’O2 di Londra, al Fillmore, a Brooklyn ed in altre location. Andiamo con ordine, ventisei tracce compongono il succoso menù del Beacon in una speciale festa della musica dagli ampi risvolti dove è possibile trovare tutto quanto ha espresso Little Steven nella sua carriera. Un esuberante, schiamazzante, travolgente e colorato set in cui il rock-soul scarabocchiato garage con echi di psichedelia di Summer of Sorcery si salda coi diversi brani scritti per Southside Johnny e gli Asbury Jukes e con una chicca, la danzante e scatenata Freeze-Frame proveniente dalla J. Geils Band e con in pista il loro frontman Peter Wolf. Episodio davvero pimpante con un R&B sparato a mille come era nello stile della band di Boston, perfetto per continuare la festa celebrativa degli umori estivi di gioventù messi in campo da Summer Of Sorcery,  con il rock and roll a mischiarsi don la musica latina, il doo-wop con il rhythm and blues mentre le chitarre abbracciano i cori femminili, le percussioni portoricane incrociano i fiati grondanti soul, il tutto arrangiato in una sorta di rigoglioso Wall of Sound da sobborgo newyorchese. La sarabanda inizia come nell’album di riferimento con il carico di trombe, sassofoni e voci femminili di Communion,  per poi svolgere uno dopo l’altro Party Mambo!, la salsa rock di Gravity, il micidiale rock chitarristico di Superfly Terraplane, la calda e amorevole Love Again, il gagliardo Soul Power Twist, il sound blaxploitation di Vortex, i toni notturni di Suddenly You e romantici di A World of Our Town, il blues di I Visit of The Blues e i dieci minuti della evocativa ballata che dà il titolo all’album, qui in versione meno fiammeggiante rispetto all’originale ma altrettanto coinvolgente. Come detto sopra non c’è solo Summer of Sorcery sul piatto, il Little Steven terzomondista ricompare in Los Desaparecidos, I Am Patriot e Bitter Fruit nella quale le percussioni si divertono in un numero alla Tito Puente, e i Disciples of Soul imitano gli Asbury Jukes quando vengono pescate le intramontabili Little Girl So Fine, Trapped Again e Love On The Wrong Side of Town scritte da Miami Steve Van Zandt proprio per Southside Johnny. Splendida è Forever con le coriste scatenate in un soul-rock mai cosi eccitante e sensuale, e altrettanto magnifica è Tucson Train rubata allo Springsteen di Western Stars ma rivoltata in una veste di epica ballata rock con le chitarre, i fiati, gli ottoni e le coriste a sostituire il pomposo arrangiamento d’archi.  Dopo l’immancabile Sun City il finale del Beacon è affidato a Out Of Darkness, concessione al suono anni 80 di Voice of America declinata con pathos springsteeniano.



Se questo è il concerto “ufficiale”, il terzo CD non sfigura in quanto a regali. L’inaspettata ed effervescente Club A Go-Go strizza l’occhio ai ricordi giovanili dell’allora Stefanino, era nel repertorio degli inglesi Animals, Bristol Stomp  è un cameo di primi anni sessanta appartenuta al gruppo “a cappella” dei Dovells e la esplosiva e devastante  (Ain’t Nothin But A)Houseparty  registrata durante il tour di Soulfire riporta di nuovo in scena la J.Geils Band con l’amico Peter Wolf.  Ride The Night  vede la presenza del suo autore, l’australiano Jimmy Barnes, che urla con tutta l’ugola di cui è capace mentre delizie chitarristiche arrivano da Nils Lofgren nella sua Moon Tears. Rimane da dire di una magnifica Groovin’ Is Easy, anche questa registrata al Fillmore nel tour di Soulfire, un blues orchestrale e jazzato degli Electric Flag qui impreziosito dalla magnifica voce di uno dei suoi autori, il cantante Nick Gravenites, e del vulcanico finale di Sun City con tutti sul palco: Little Steven e i Disciples of Soul, Jimmy Barnes, Jake Clemons, Peter Garrett, Garland Jeffreys e Bruce Springsteen. Finale esuberante per un live tutto fiamme e divertimento. Consigliato.

MAURO ZAMBELLINI    GIUGNO 2021

 

 




 

mercoledì 23 giugno 2021

THE RHYTHM OF THE CITY John Paul Keith


 

Nome affatto conosciuto sebbene nel 1994 l’allora ventenne John Paul Keith fondava i Viceroys poi diventati V-Roys, autori di alcuni album per l’etichetta E-squarred di Steve Earle, con cui collaborarono nel maxi-single di Johnny Too Bad. Nativo di Knoxville ma per nulla stanziale visto che ha vissuto in sequenza a New York, Nashville e Birmingham in Alabama, dopo essere stato il leader dei Nevers, John Paul Keith si è trasferito all’inizio degli anni zero a Memphis dove ha trovato l’humus giusto per la sua musica. Qualche disco a suo nome, una collaborazione con Amy LaVere e col chitarrista texano Will Sexton che gli ha prodotto nel 2018 l’album Heart Shaped Shadow e adesso un disco infarcito dei migliori umori memphisiani, dieci canzoni cantate con voce calda e melodica che abbracciano l’intero panorama musicale della città, dal sound venato di blues e rockabilly fabbricato negli studi Sun al soul di marca Stax, dal rhythm and blues delle incisioni della Hi-Records al rock n’roll profumato Presley. Mai titolo fu più azzeccato per definire un disco, The Rhythm of The City pulsa febbricitante attorno al ritmo di una città che è il cuore della musica americana di derivazione sudista, dove ancora oggi outsider come John Paul Keith trovano il modo di aggiungere il loro sentito e sincero contributo ad una storia che regala ancora emozioni e bei dischi. E lo fa con stile, gusto, senso della misura e cura dei dettagli, evitando di sembrare revival o passatista. Tutt’altro, prendete Love Love Love ad esempio, un connubio tra Presley e Johnny Burnett che potrebbe apparire una minestra super riscaldata se non fosse che suona scoppiettante, festosa, arzilla in una dimostrazione di fresco e vitale rock n’roll, corroborato da una sezione fiati che per tutto il disco aggiunge il giusto tasso di negritudine. Tutto The Rhythm of The City funziona e non solo nei brani più briosi, The Sun’s Gonna Shine Again ispirato, a detta di Keith, da uno dei veterani del soul di Memphis, Don Bryant, evoca quello svogliato ma terribilmente romantico modo di cantare le ballate soul di Alex Chilton, il quale un po’ centra anche con il sound aereo-spaziale della title track che per ammissione dell’autore è uno esplicito omaggio a The Letter dei BoxTops, la quale iniziava proprio con un aereo in fase di decollo. Poi The Rhythm of The City si risolve in altro modo ed un lancinante assolo di chitarra fa capire quanto nerbo ci possa essere nella sua musica . D’altra parte i compagni di ventura sono ben assortiti, il leader canta e suona la chitarra e attorno a lui ruotano musicisti locali come Al Gamble (St. Paul And The Broken Bones) alle tastiere, Danny Banks (Nicole Adkins Band) alla batteria e Matthew Wilson (John Nemeth and The Blue Dreamers) al basso, nonché una robusta sezione fiati e le carezzevoli voci delle sorelle Jackson dei Southern Avenue nel malizioso e sensuale soul How Can You Walk Away. Le Jackson fanno da contrappunto anche nella lenta I Don’t Wanna Know e in If I Ever Get The Chance Again dove fiati, tastiere e chitarre si fondono per creare un tappeto di velluto al cantato di Keith. Più energica, con una brillantissima chitarra  e l’Hammond in gran spolvero, If I Had Money sposta leggermente il baricentro verso il blues texano se non fosse che un superbo sassofono riporti tutto a casa, cioè a Memphis con gioia di tutti i partecipanti, prima del conclusivo omaggio al deep soul di How Do I Say No dove John Paul Keith rischia di fare il crooner.

Bella copertina, ottimi musicisti, canzoni ben equilibrate e varie, Memphis sound di prima qualità, The Rhythm of The City non è niente di più che un disco da sentire a qualsiasi ora del giorno,  plaudendo ad un benemerito sconosciuto che in tutto questo casino del mondo tecnologico moderno, riesce ancora a scrivere e cantare canzoni che fanno pensare all’amore. Grazie John Paul Keith.

 

MAURO ZAMBELLINI    GIUGNO 2021

 

lunedì 10 maggio 2021

NICK WATERHOUSE Live at Pappy and Harriet's

Pubblicato in sordina nel 2020 questo è l’unico live ufficiale di Nick Waterson e la sua band, registrato nel mitico Pappy and Harriet’s, un locale in stile western completamente in legno situato a Pioneertown, nel Mojave Desert poco distante da Joshua Tree e ad un centinaio di miglia da Los Angeles. L’ambientazione è degna del contenuto, uno spumeggiante, trascinante, irresistibile show di uno dei rocker californiani più interessanti degli ultimi anni, capace di unire passato e presente in un set che lascia senza fiato tanta è l’energia e la brillantezza profusa, complice una band coi fiocchi ed una chiassosa partecipazione del pubblico che ricorda gli antichi live degli anni sessanta. Chi lo ha visto nel novembre del 2019 al Magnolia di Milano sa di cosa parlo, Waterhouse è uno showman con il viso da impiegato di banca che frulla un groove contagioso e diabolico dove il rock n’roll si accompagna col soul, lo swing con il rhythm and blues, il surf col rockabilly in un tornado di note che travolge l’ascoltatore e lo porta in un universo musicale senza tempo. 

Lui, direttore del combo, con chitarra, voce e occhiali, dirige musicisti che dai loro strumenti estraggono l’essenza del piacere e del divertimento, senza dimenticarsi di una note, una sfumatura, un dettaglio, mettendo la tecnica completamente al servizio del feeling.  Obie Hughes è una sassofonista baritono a cui bisognerebbe farle un monumento tanto le sue entrate evocano quei fumosi club losanegeleni cari al jazz e al primo Tom Waits, e così è per Mando Dorame, il tenorsassofonista, un nome un programma. Alla sezione ritmica ci pensano Brian Long col basso e Eric Jackowitz con la batteria mentre il funambolico e bravissimo Jerry Borge con piano e organo pennella di retromania il tutto, richiamando Jimmy Smith, Brian Auger, Booker T e tutta una dinastia di tastieristi rivolti più al mood che al virtuosismo. Naturalmente l’avvenente Carol Hatchet fa da corista e da contraltare vocale al leader, che dal cappello estrare i pezzi forti del suo repertorio. Innanzitutto Some Place il brano che nel 2012 lo ha fatto conoscere ai cultore dei nuggets moderni e poi brani dell’album Never Twice (Straight Love Affair, It’s Time, LA Turnaround, Katchi ) e di Time’s All Gone ( Say I Wanna Know, Don’t You Forget It, If You Want Trouble, Raina) mentre dall’omonimo Nick Waterhouse  del 2018 arriva solo El Viv, probabilmente perché questo show è antecedente alla sua pubblicazione.  Stacchi, controstacchi, rallenty e ripartenze scatenate, furtive ma mai così sostanziose entrate di sax baritono, ritmi scoppiettanti e coretti soul (Wreck The Rod), talking da crooner adrenalinico e la maliziosa danza doo-wop di Katchi , sguaiato R&B urbano (I Feel An Urge Coming On), aromi blues e sassofoni shout (Dead Room e Don’t You Forget It), la sensualissima Raina  ed una Pushing Too Hard  che risveglia i Seeds. Impossibile stare fermi, impossibile non accorgersi di quanta euforia e salute irradiano Nick Waterhouse e la sua band, Live at Pappy and Harriet’s per chi scrive è il più divertente live degli ultimi anni.

MAURO ZAMBELLINI APRILE 2021  

 

 

 

 


 

venerdì 9 aprile 2021

DRIVE BY TRUCKERS: selected live

Erroneamente descritti come una band di Southern Rock, etichetta in qualche modo oggi fuorviante, i Drive By Truckers si sono rivelati una orgogliosa formazione del Sud senza peli sulla lingua, capaci durante l’’amministrazione Trump di lanciare frecce avvelenate contro il governo americano. Non si sono radicalizzati con l’arrivo del ridicolo e pericoloso tycoon dai capelli arancioni, hanno cantato l’America lasciata ai margini in tempi non sospetti quando, all’inizio degli anni duemila, con tre album in sequenza definirono un amaro punto di vista del Sud odierno. Dopo il burrascoso e giovanile avvio all’insegna di un punk sporco di radici, nel 2001 con Southern Rock Opera  rivedevano con disincanto ma inalterato amore l’epopea di quel genere e dei suoi protagonisti, e nei tre anni a seguire con Decoration Day  e The Dirty South raccontavano attraverso un rock arruffato, sincero e disordinatamente coinvolgente, l’incubo a cielo aperto di una terra trasfigurata da un artificioso progresso imposto dalle corporation, dalla corruzione politica e da interessi incuranti della vita delle persone. A metà strada tra orgoglio e disprezzo per un paese che da sempre rivendica la propria diversità e le sue ossessioni puritane, Patterson Hood, Mike Cooley, entrambi nativi dell’Alabama, e compagni non si sono fatti inghiottire dagli stereotipi sudisti, cantando piuttosto le dissonanze e le desolazioni umane di una società stridente, contradditoria, sbriciolata. Un paese senza ritorno che può sopravvivere solo cantando le proprie disfatte e le proprie miserie. E cosi hanno fatto i Drive By Truckers parlando “dell’ascesa e caduta del Southern Rock, rispettandone miti e leggende, ma anche dell’umanità inscindibile di quella regione, di gente umiliata ed emarginata, spesso pronta a trasformare le proprie rivendicazioni in una sorta di sciovinismo” (Fabio Cerbone, Levelland)Per poi affrontare nel sanguigno e variegato The Dirty Sound  un universo di povertà, superstizione, incesti, catastrofi ambientali, dissoluzioni famigliari, dipendenze di varia forma e natura. Con l’intatta capacità, comunque, di usare il rock n’roll, e i suoi piccoli e grandi miti (Carl Perkins’ Cadillac, Danko/Manuel,Steve McQueen,Ronnie and Neil, Cassie’s Brother)  per un messaggio democratico in grado di offrire un senso di appartenenza ad una memoria comune, piuttosto che un alienato orgoglio regionale. Le canzoni dei Drive By Truckers sono zeppe di riferimenti geografici, nomi di persone, inflessioni sudiste, caricature locali, ricordi,  frullati dentro un sound che è spugna di una miriade di idiomi disparati, un intreccio di rock n’roll, Delta blues, country-soul, rhythm and blues, interpretati con l’urgenza di una scapigliata garage band.

Nella sterminata discografia dei DBT (13 album in studio, 6 live più o meno ufficiali, due collection ed una pletora di singoli ed EP) chiunque può ritrovare un pezzetto della loro visione, dall’innocente euforia punk di Gangstabilly  e Pizza Deliverance  alla lucida trilogia “sudista” menzionata sopra, dalla grandiosità di English Oceans  alle allucinazioni di Brighter Than Creation’s Dark , dalla sobrietà rock di A Blessing and A Curse  al southern country-soul (Patterson Hood è figlio di David Hood, storico bassista di Muscle Shoals) di The Big To-Do  e Go-Go Boots, per chiudere con gli episodi arrabbiati e politici  di American Band, The Unraveling  e The New Ok , ultimi capitoli di una saga che ha ribaltato il concetto stesso di Southern rock.



L’intero cammino discografico avrebbe bisogno di un libro intero, qui mi limito a segnalare tre album live registrati  in momenti diversi, in grado però di offrire un angolato spaccato della loro evoluzione artistica. Beninteso, non c’è pellicola migliore per fotografare una band in action se non osservarla in concerto, considerato poi che nell’ambito live le formazioni del Sud non sono seconde a nessuno. Se Alabama Ass Whuppin'  registrato nel 1999 in diversi locali di Athens, città dove sono cresciuti come collettivo, è il furioso attestato della loro giovanile attitudine punk mischiata con i bollori di una disordinata vita sulla strada, bisogna aspettare il 2006 per avere qualcosa di più solido e maturo. In realtà la testimonianza uscirà anni più tardi in occasione di un record store day nel formato di un triplo vinile, assemblato come un bootleg degli anni settanta, salvo l’aggiunta all’interno di un poster disegnato dal loro grafico di fiducia, Wes Freed, (poco meno di un membro della band)  in quello stile gotico-sudista  che ha identificato la loro iconografia .

In quell’anno i Drive By Truckers fecero più di 200 concerti di promozione all’album A Blessing and A Curse.  La band si era fatta notare per delle esibizioni viscerali e arrembanti, conquistandosi seguito e popolarità ma problemi personali e finanziari si addensavano sopra la loro testa  e la “famiglia” cominciava a mostrare segni di stanchezza. Il matrimonio tra il chitarrista e cantante, Jason Isbell, unitosi alla band nel 2001, e la rispettiva moglie, la bassista Shonna Tucker  entrata nel 2004, cominciava a scricchiolare e di lì a poco avrebbero divorziato, qualcun altro aveva avuto figli e stare cosi a lungo  on the road diventava difficoltoso. Il mantenimento dell’equilibrio fu opera delicata e non fu certo di aiuto l’ingente quantità di birra e whiskey che innaffiava le giornate della band. Inoltre, il nuovo album non aveva ricevuto la stessa accoglienza dei precedenti, i fans si aspettavano un altro The Dirty South  e avvertivano i travagli che accompagnarono la sua realizzazione. Con le finanze ridotte al lumicino, i DBT accettarono in estate un tour nazionale come supporter dei Black Crowes ,ma dato che le band in cartello ogni sera erano tre, si trovarono costretti ad un set di 35 minuti nel tardo pomeriggio, quando invece i loro show mediamente duravano tre ore. Arrivarono a Richmond in Virginia a luglio, stanchi e frustrati. L’anno, in quella città, non era cominciato nel migliore dei modi. Il giorno di capodanno del 2006 un crimine orrendo aveva impressionato l’intera nazione. Kathryn e Bryan Harvey assieme ai loro due figli di 9 e 4 anni, e tre membri della famiglia Baskerville-Tucker erano stati brutalmente massacrati nelle loro case di Richmond, e le immagini di quell’orrore avevano fatto il giro delle TV nazionali destando shock e dolore. I DBT avevano appreso del fattaccio nel mentre di una telefonata con l’amico Wes Freed, il quale conosceva molto bene la famiglia Harvey. Un altro amico di infanzia di Patterson Hood ovvero Jay Leavitt gestiva a Richmond l’emporio di dischi Plan 9 Records, ubicato proprio di fronte al negozio di giocattoli World of Myrth di proprietà di una delle vittime, Kathryn Harvey. Erano buoni amici ed amavano entrambi i Drive By Truckers. Gli stessi Harvey spesso frequentavano i loro concerti, e come risposta, Patterson Hood quando il tempo glielo permetteva, si spingeva fino ad Huntsville per vedere in scena Bryan, cantante e chitarrista degli House of Freaks. Tutti questi legami, bruscamente spezzati dal brutale eccidio per rapina (i due autori  Ray Dundridge e Ricky Gray sono stati condannati all’ergastolo e alla pena capitale)  spinsero i DBT a rendersi disponibili per un benefit concert indetto dalla Harvey Foundation  e organizzato da Jay Leavitt proprio nei locali del suo Plan 9 Records. Unico compenso una cassa di birra e due bottiglie di whiskey. Duecento persone accorsero a quell’evento, svoltosi nel 25esimo anniversario di apertura del negozio. Sciolto ed informale ma estremamente emozionante, Plan 9 Records July 13, 2006 , questo il titolo del triplo vinile, è considerata dagli stessi DBT una delle loro migliori performance di quell’era, quando la band contava sui tre chitarristi e cantanti Hood, Cooley ed Isbell, sulla bassista Shonna Tucker, sul batterista Brad Morgan, e sul virtuoso di lap steel John Neff, uno attorno al gruppo fin dagli esordi.  Solo qualche mese dopo questa line-up sarebbe cambiata, qualcuno andandosene per la propria strada, pur rimanendo buoni amici. Quel mitico show del 13 luglio 2006 sancisce la fine di una fase, documentato da sei facciate di disco a dir poco devastanti. Un live che comincia quasi in sordina per poi esplodere in una deflagrazione elettrica talmente coinvolgente che fa pensare all’idiozia di quanti sentenziano che l’idea romantica e pura del rock n’roll è ormai roba da idealisti, e scontato è accettare l’uso di questo per vendere auto, lingerie, jeans e quant’altro. Forse sarà così ma non hanno fatto i conti con autentici outsiders come i Drive By Truckers, la cui sincerità depone per una visione non compromessa della musica. Il materiale di A Blessed and A Curse  è una, ma non la sola, delle anime del concerto visto che in quei giorni i DBT lo stavano promuovendo. Feb 14, Aftermath USA, Gravity’s Gone, Easy On Yourself, Wednesday  fanno da riscaldamento prima che la band si scateni in una performance vibrante, trascinante e sudata che si sviluppa attorno al talkin’ narrativo di Hood e a quelle fiammate che rendono ribollenti le ballate, intrise sia di disperazione che di romanticismo.  Per contrasto il cantato monocorde di Cooley allenta la tensione scalando le marce ma mantenendo salda la direzione rock , in mezzo la voce malinconica di Jason Isbell, accompagnata dai languori della pedal steel di Johnny Neff, evoca paesaggi country. Come se i Black Crowes si unissero ai Lucero nelle desolate pianure desertiche dei Richmond Fontaine. La tempesta chitarristica trae beneficio dal suono della lap-steel, Nine Bullets  emana sapori di country-rock anni ’70,  Decoration Day  sembra scritta dopo decine di ascolti consecutivi di Simple Man  dei Lynyrd Skynyrd, i quali riappaiono nell’ applauditissimo faccia a faccia di Ronnie and Neil, dove si sentono sia l’uno che l’altro. Brillano  i pezzi forti del loro repertorio più antico : la chiacchierata e rutilante 18 Wheels Of Love, il folk stravolto di The Day John Henry Died, la dolce Marry Me,  una scorticata Zip City che pare rubata ai Crazy Horse, l’ imprevedibile Moonlight Mile  di Sticky Fingers  e poco “coperta” dagli stessi Stones, la commovente A World of Hurt e quella Let There Be Rock  in cui Hood racconta di essere nato troppo tardi per vedere gli storici Lynyrd Skynyrd ma di essersi consolato con Molly Hatchet e AC/DC. Plan 9 Records  July 13, 2006   è un live formidabile che ritrae una band in completa ascesa, un documento imprescindibile per gli amanti del rock n’roll.

Due anni dopo è già un’altra storia, Jason Isbell se ne è andato e al suo posto è arrivato un tastierista che usa però anche le chitarre: Jay Gonzalez. Il resto rimane invariato. I due timonieri Hood e Cooley portano la band ad Austin in uno show trasmesso dalla TV locale KLRU per la serie Austin City Limits. Un CD con annesso DVD, Live from Austin, TX,  fa rivivere la serata del 26 settembre 2008. Il lunare Brighter Than Creation’s Dark  è l’album in promozione del tour e i brani estratti permettono alla band di riannodare le radici country della loro musica con un inizio prevalentemente acustico. Il piatto forte rimangono comunque i classici del loro repertorio tra cui gli oltre undici minuti fluviali di 18 Wheels Of Love, cadenzati da Hood con un lento talkin’ che apre a squarci elettrici di romanticismo springsteeniano. Sulla stessa linea il “romanzo” formativo di pura indole rock di Let There Be Rock, e poi Marry Me qui accelerata alla Replacements, la sonnolente Space City, l’amara storia di amici portati via dall’Aids in The Living Bubba ed una abrasiva e rockatissima Puttin’ People On The Moon pescata da The Dirty South, che  alla luce delle scalette live rimane uno degli album più amati.



Ma è Brighter Than Creation’s Dark  ad offrire ai DBT la possibilità di mostrare una facciata intimista. I suoni acustici  di Perfect Timing  e Heathens inducono ad atmosfere country, Mike Cooley si concede la splendida A Ghost To Most , accompagnato nei paesaggi dell’Ovest dalla evocativa lap steel di Neff, gli risponde pressante Hood in The Righteous Path con le elettriche e la lap steel che si impastano in un sentiero fatto di promesse e cadute. Shonna Tucker firma e canta la dolente I’m Sorry Huston prima che la rugginosa 3 Dimes Down apra la seconda parte dello show, la più corposa. Meno dirompente e lungo di Plan 9 Records, Live From Austin  attesta un momento di transizione nella loro storia, prima della definitiva consacrazione.

E’ It’s Great To Be Alive! , titolo preso dai versi di una canzone di A Blessing and A Curse , il monumentale triplo che incornicia tre serate di fuoco tenute al Fillmore di San Francisco il 20, 21 e 22 novembre del 2014 nel tour promozionale di English Oceans. Un live esaltante che offre la panoramica completa delle diverse anime di una band che nel tempo è cresciuta enormemente. Quarantacinque brani sparsi in tre CD, un piece de resistence dove passa di tutto, da un arruffato e imbastardito Southern rock a malconce storie perse nel diluvio di un dopo sbronza, dai racconti sghembi di un Sud trasfigurato a lunghe esternazioni strumentali talmente acide e fuori di testa da far pensare  che il deserto (Gran Canyon) arrivi fino in Georgia, dalle cavalcate roots  intrecciate con fremiti punk ad un rock n'roll fuorilegge che mischia Memphis, Stones, Clash e  Lynyrd Skynyrd. Oltre a quelle ballate di dannata poesia elettrica che immortalano Patterson Hood come il miglior letterato rock della sua generazione, Jeff Tweedy permettendo. Attorno a Hood e Cooley ci sono i due rodati Brad Morgan, e Jay Gonzalez ed il nuovo bassista Matt Patton. In pista vengono portati  i classici ma c’è un abbondanza di titoli che non compaiono negli altri due live citati sopra. Come Where The Devil Don't Say, Woman Without Whiskey,  la remota Runaway Train, una canzone di quando si chiamavano Adam's House Cat Drive, Goode's Field Road, Uncle Frank, la scatenata Hell No, I Ain't Happy osannata da tutto il pubblico, lo strambo quadretto famigliare di Box of Spiders preceduto dalla lunga dissertazione di Hood, il dramma ad alto voltaggio elettrico di Mercy Buckets, l’intensa ballata Angels and Fuselage, e poi Get Downtown, Girls Who Smoke, Birthday Boy, Used To Be A Cop. Oltre agli estratti di English Oceans  tra cui l’ idilliaca First Air Of Autumn, Made Up English Oceans ed il delirio psycho-younghiano della kilometrica Grand Canyon. Negli assoli chitarristici Gonzalez e Cooley non fanno rimpiangere le digressioni di  Wilco, Hood è un narratore come pochi e Cooley l’esatto suo alter ego, la sezione ritmica pesta compatta, quando ospitano una sezione fiati, a cui però il mixaggio non rende giustizia, pagano debito al R&B di Muscle Shoals. Con più di tre ore di musica, It’s Great To Be Alive ! racconta l’odissea di una band che è diventata una delle verità del rock degli anni duemila.



 

MAURO ZAMBELLINI   


 

giovedì 25 marzo 2021

Lo stato delle cose: BRUCE SPRINGSTEEN e il declino dell'impero americano

Volentieri ospito questo contributo dell’amico e collega Marco Denti tratto dal recente suo libro, Storie Sterrate, edito da Jimenez, nel quale l’autore si sbizzarrisce in modo originale ed approfondito a scovare collegamenti tra rock e letteratura indagando nei musicisti che sono scrittori e negli scrittori che sono musicisti. Cinquanta quadretti in cui musica e parole si abbracciano, si sovrappongono , si completano, si confondono scegliendo una strada già tracciata ed una storia sterrata. Chi ha narrato la propria autobiografia e insieme tutta un’era, chi, scrivendo il proprio memoir, ha smantellato un’intera carriera, chi ha varcato il confine tra memoir e romanzo, chi avrebbe potuto scrivere un romanzo ed invece non l’ha mai fatto ma nelle sue canzoni ci sono più storie che in un’intera bibliografia, chi l’ha fatto senza motivo e chi per andare indietro nel tempo, o per andare avanti. Da Laurie Anderson a Leonard Cohen, da Steve Earle a Suzanne Vega, da Morrisey a Elvis Costello, da Elliott Murphy a Graham Parker, da Nick Cave a Lou Reed, da Warren Zevon a Richard Hell, da Frank Zappa a Natalie Merchant, da Jim Carroll a Neil Young, da Rickie Lee Jones a Lucinda Williams, da Willy Vlautin a Bruce Springseen. Il rock è l’attimo, la letteratura ha bisogno di più tempo, cinquanta esempi di strambo corteggiamento reciproco.


Lo stato delle cose: Bruce Springsteen e il declino dell’impero americano

Non c’è stato nessuno più prigioniero del rock’n’roll di Bruce Springsteen, perché alla base del rock’n’roll c’è l’idea di una sfida, di una fuga, più di ogni altra cosa, di una promessa, per cui ha dato tutto. Una prova celebrata nelle continue metafore automobilistiche delle “macchine da suicidio”, da Thunder Road a Racing in the Street fino alla definitiva sublimazione di The Promise. Ma non è solo la strada: è correre nelle alleanze dell’amicizia, con l’idea di muoversi insieme, la voglia sfrenata di attraversare lo spazio e il tempo come mezzo per ritrovare, anche solo a livello epidermico, una via di scampo dalla realtà e nello stesso tempo un mezzo per sentirsene parte. Non erano competizioni semplici. Le gare erano affronti ai motori, agli altri concorrenti, ai trucchi più o meno leali, alle città. Erano prove di coraggio: la paura di non arrivare o di perdere non era contemplata. La messa a punto comprendeva anche la misura delle speranze, il chiarire dei sogni e delle illusioni. Ogni notte, ogni volta. Springsteen ha avuto un coraggio immane, e mai abbastanza riconosciuto, nel rincorrere quel miraggio. È la terra promessa senza la terra, è la sfida senza la gara, è esplodere senza scoppiare.



            Negli anni il racconto di Springsteen è stato molto, molto dettagliato, e si è sviluppato coltivando un’ossessione che ha trovato la collocazione definitiva e insuperata nello psicodramma dei suoi concerti, ma che restava pur sempre una promessa e in quanto tale irraggiungibile. Bruce Springsteen ha spinto al massimo nella direzione sognante del rock’n’roll e si è consumato, nel senso vero e proprio della parola, perché nessuno si è speso più di lui per il proprio pubblico con un apice, volendolo trovare, in No Nukes, nella condivisione di quel fantastico rituale con Jackson Browne e Tom Petty. Ciò non di meno ha insistito nell’infondere energia su energia nell’inseguimento di quel miraggio che resta un’attrazione magnetica, e per dirla con il protagonista di The River, ha continuato a scendere al fiume pur sapendo che il fiume ormai era asciutto. Il senso del rock’n’roll è tutto nell’espressione di un desiderio che avrebbe trovato un’ultima spiaggia nella malinconica destinazione di THE RIVER, in particolare nelle ballate della seconda e conclusiva parte, che in qualche modo conducevano a NEBRASKA e a BORN IN THE U.S.A., e lì la corsa è finita.



            C’è un vecchio film, Copland, dove il protagonista si mette ad ascoltare Stolen Car, mentre tutto il suo mondo gli si sgretola at- torno senza pietà. È quell’atmosfera crepuscolare, da Mansion on the Hill a My Hometown che riporta inevitabilmente al paesaggio del New Jersey, che si è sfaldato. La decadenza, anche architettonica e urbanistica di quegli scorci di provincia, diventati una de- solata landa suburbana, è andata in parallelo. In quel frangente, Springsteen si è rivelato una voce potente, quando la terra promessa si è svelata in un intreccio di raccordi autostradali e centri commerciali perché come scrive Richard Ford “il mondo diventa più piccolo e più concentrato quanto più a lungo vi restiamo”, ed è rimasta solo una città in rovine.

            È stato un grande storyteller che ha costruito le canzoni come piccoli film, quindi sempre con una prospettiva più vicina alle immagini che alla parola. Ciò non toglie nulla all’altissima qualità del- la sua narrativa, pur nelle mutazioni seguite nel corso degli anni, dall’esuberanza colorita e beatnik degli esordi fino all’apoteosi di BORN TO RUN e alle riflessioni più mature di DARKNESS ON THE EDGE OF TOWN, THE RIVER e NEBRASKA, ma i paesaggi che stavano sullo sfondo si sono incupiti e la terra della speranza e dei sogni è rimasta un’illusione, o un bel tema per una canzone.

            Nell’affrancarsi dalla desolazione di quei territori, sono apparse trame più crude, ma anche più distanti. Le crime story di Murder Incorporated e Code of Silence: nel corso degli anni, fuorilegge e delinquenti si sono susseguiti in molte canzoni perché Bruce Springsteen ha costruito delle miniature molto efficaci, rendendo persino comprensibile la loro umanità. Nei primi versi di Atlantic City comprime la vicenda di un personaggio che da solo è sufficiente a rappresentare il lato oscuro e noir del songwriting di Springsteen, capace di creare un’intera canzone a partire dal titolo di un giornale, guardandolo da una prospettiva inedita e trasformandolo in una storia a parte. Non è da tutti. Ha saputo trarre dalla fiction la forza ideale per raccontare la realtà americana del ventesimo secolo ed è indiscutibile che si sia speso anche nell’approfondire tematiche introspettive, come nell’intero TUNNEL OF LOVE o con una rilevanza storica e sociale come in THE GHOST OF TOM JOAD, American Skin o Devils & Dust, o persino fantasmagoriche come Outlaw Pete (compreso il libro a fumetti) o Hunter of Invisible Game, tutti tentativi di trovare altre soluzioni, ma spesso dai risultati controversi. Il suo sogno restava sempre un altro.



In fondo tutti gli immaginari sono circoscritti e definiti perché è proprio lì che indugia il lavoro dell’artista. Il nocciolo della questione rispetto a Springsteen è che questa continua invocazione della primordiale promessa emana una luce, un abbaglio che gli altri non hanno, ma che poi è proprio come tutti gli altri, limitato lì. Questa è la contraddizione, in fondo. Quel senso che emana dal rock’n’roll e non ha corrispettivo nella letteratura perché quello che dice una storia è lì, concluso per sempre (modifichi una storia e diventa un’altra storia), mentre una canzone è una lusinga reiterata all’infinito. Nessuno (a parte Elvis) come Springsteen ha interpretato il senso di quel sogno, l’ha cantato e descritto e immaginato e recitato più e più volte, saltando da una parte all’altra del palco. E ci ha convinto. Per una parte importante e ingombrante della sua carriera e della sua vita Springsteen ha fatto di più: ha condiviso le sue aspettative, il suo sogno, la sua fede e con ogni probabilità i motivi di una sfida (implicita ed esplicita) che alimentava tutta la sua determinazione. Un circolo chiuso, in definitiva, ma che ha creato un’attenzione straordinaria del suo pubblico, a sua volta ricambiata con una generosità e un entusiasmo più unici che rari.



            Per quanto ampio, alla fine, l’immaginario di Bruce Springsteen è circoscritto, è rimasto qualcosa di molto definito e concluso, come se Springsteen avesse una visione completa e in qualche modo definitiva. Springsteen ha ricostruito un paesaggio con una cura famelica del dettaglio. Dalla sua scrittura, dal suo songwriting in apparenza sembrano evolversi interi mondi, che in realtà implodono. Il rock’n’roll è evanescente ed effimero ed è proprio in quei momenti che si vede con un’ottica diversa, quando si capisce che la sua inutilità tiene insieme le nostre vite, ci salva dalla realtà. È una prospettiva con tutti gli elementi dell’incognita e della speranza, è una sfida, è un’illusione, che poi a bene guardare è quel miraggio tutto americano della terra dei liberi e della casa dei coraggiosi.



            I frequenti tentativi di espandere la realtà e la fiction springsteeniane si sono rivelati dei viaggi in riserva e senza destinazione. Se serve un esempio valga il caso di Tennessee Jones, con la raccolta di racconti Liberami dal nulla: basato sulle suggestioni di NEBRASKA, è forse lo sforzo più ambizioso dal punto di vista letterario, ma ancora peggio è andata dal punto di vista cinematografico, do- ve gli sforzi per espandere la forma delle canzoni di Springsteen si sono risolti di norma in piccole caricature, più o meno ispirate. È mancato il senso stesso del rock’n’roll, quel desiderio di arrivare da qualche parte (ma dove?) che alimentava il battito e che una volta arenatosi nella placida sconfitta del “nowhere to run, nowhere to go” di BORN IN THE U.S.A. si è poi trascinato in osservazioni più o meno puntuali nel corso degli anni, compresi un capolavoro narrativo come THE GHOST OF TOM JOAD e uno sforzo coraggioso come THE RISING. Ma la promessa, quella promessa, è rimasta lì, sullo sfondo, come un’ombra, un avviso, una cambiale non pagata. L’autobiografia è l’ammissione di quel limite, e non deve sorprendere che il carattere meditabondo di ciò che è seguito, dalle repliche di Broadway a WESTERN STARS non fa che confermare i contorni di quell’immaginario che ha celebrato la promessa, ma non ha saputo ritrovarla. Non doveva nemmeno, se è per quello.


            Bisogna dire che a differenza di suoi emeriti colleghi, vicini e lontani, Springsteen non ha mai indossato una maschera, non ha mai interpretato un personaggio né sul palco né su disco, non si è negato dietro Ziggy, non ha avuto rifugi come Idra, non si è nascosto nella o dalla folla (anzi). Forse per raccontare le storie, e per conviverci, serve una distanza di sicurezza che Springsteen non si è mai premurato di avere. Si è messo alla pari, lui e il suo pubblico, nel realizzare un legame unico, ma ci vuole un sacco di energia per tenere in piedi l’edificio, e lui ce l’ha messa tutta. Una scelta spontanea, forse, e limitata, ma senza dubbio genuina, che ha pagato in termini di energie e ha chiesto un “prezzo che devi pagare”. Deve essere successo qualcosa del genere.

            Parlando degli altri, in realtà Bruce Springsteen ha parlato sempre di se stesso. Questo attrito, che ha generato una visione singolare, si è inceppato nel momento in cui Bruce Springsteen ha parlato di se stesso credendo di parlare anche per gli altri. Forse è solo una sensazione, ma per spiegarla è utile l’opinione di Laurie Anderson, piuttosto insolita per il popolo springsteeniano, ma arguta nel cogliere il senso della prospettiva: “Se vedi Bruce Springsteen dal vivo, ti rendi conto dell’energia e della totalità dell’evento, mentre se è inquadrato con l’idea di trasmettere una maggiore intimità con le riprese ravvicinate, si perde tutta l’energia”. Il punto di vista di Laurie Anderson, ripreso da una discussione con il critico d’arte Germano Celant a proposito della qualità e della pro- spettiva delle immagini, è curioso, ma rende l’idea.



          Quando ha deciso di confrontarsi con la scrittura è come se si fosse messo a scrivere una storia che aveva raccontato un milione di volte e anche lui è caduto nella trappola di infilarsi in quell’immaginario che era già tutto lì, che aveva già espresso con le canzoni, con le chitarre, con il sassofono di Big Man, con la E Street Band e con gli stadi che inneggiavano all’unisono il suo nome come se di volta in volta volessero ritrovare un vecchio amico tornato da un lungo viaggio. Spinto da un’esigenza chiaramente personale, Springsteen si è dedicato al memoir e ne è uscito il resoconto (paradossale, sorprendente) di un uomo nel confessionale che, per forza di cose, rispolverava storie già raccontate, aggiungendoci particolari piuttosto intimi e dolorosi, ma incappando, come tutti gli altri prima di lui, nelle medesime frontiere definite dal suo immaginario. Il suo memoir si è rivelato timoroso e lacunoso, ma soprattutto autosufficiente. Forse ha dato voce a così tanti personaggi o ha interpretato così tanti personaggi da confondere se stesso. È vero che ha dato tutto, ma con ogni probabilità c’è un prezzo da pagare, e non è relativo. Le aspettative ci hanno tradito, ma avremmo dovuto ricordare quello che diceva ancora Richard Ford, cioè che “i romanzi sono una specie di vento che tira i rimasugli della vita quotidiana dalle strade polverose dove spendiamo i nostri giorni, li fa avvitare nell’aria creando figure sempre nuove e ce li riporta addosso lasciandoci lì con un mezzo sorriso sciocco, a chiederci cosa ci sia successo. A chiederci perché ridiamo e perché piangiamo”. Anche la rilettura dell’autobiografia nello scenario di Broadway non ha saputo aggiungere altro, al di là dell’aspetto emotivo. Un anno di repliche è servito a capire che il grande romanzo americano, quell’eterna balena bianca che fluttua misteriosamente nel tempo e nei nostri desideri, non solo l’aveva già scritto, ma l’aveva anche vissuto.

MARCO DENTI 


 

sabato 13 marzo 2021

Ladies and gentlemen from Boston, Mass. :THE DEL FUEGOS

E’ luogo comune considerare gli anni ottanta come uno dei periodi più infelici del rock. Batterie supervitaminizzate, sintetizzatori, produzioni laccate da specchiarsi dentro, pop dai colori sgargianti, romantici incipriati e dark carnevaleschi, l’unico modo che i musicisti avevano per farsi ascoltare era entrare nella heavy rotation di MTV e soddisfare a certi clichè. La diversità era bandita. Ma in quegli anni la diversità era proprio la più elementare delle condizioni: saper suonare il rock n’roll. Per fortuna sotto l’ufficialità, pulsava un mondo sommerso che nella stessa decade partorì nomi di eccelsa qualità musicale, molti dei quali ancora on the road. Ne cito alcuni: Dream Syndicate, Blasters, Los Lobos, Twin White Rope, Waterboys, Green On Red, X, Replacements, Beat Farmers, Violent Femmes, Del Lords, Fleshtones, Pogues, Jason and The Scorchers, Charlie Pickett e last but not least The Del Fuegos, una band che ancora oggi la si ricorda per aver immortalato la città di Boston nell’immaginario del rock con un album che proponeva una attitudine ed un suono che parevano out of time. Rasoiate alla Stones, voce sabbiosa arsa dal whiskey, ballate umide di pioggia intrise di un romanticismo al neon , canzoni di quattro minuti ereditate o dal più focoso R&B e dai Creedence trattate con l’urgenza delle band garagiste, in due parole Rock and Roll.


In verità i fratelli Zanes (un’altra storia di rock brothers come quella dei Creedence , dei Blasters, dei Black Crowes) ed il bassista  Tom Lloyd non erano nativi di Boston ma provenivano da Concord,  30 mila anime, capitale del New Hampshire, ma nella città del Massachusetts si erano trapiantati frequentando quel girone di giovani disperati che amavano ancora i suoni elettrici vintage, tipi come i Neats, i Lyres, i Flies, il Ben Vaughn Combo e altre amenità minori. Il nome lo scelse il maggiore dei due fratelli Zanes, Dan, cantante e chitarrista ritmico che così liquidò la faccenda: “sapete dove si trova la Terra del Fuoco? In fondo, in fondo al mondo, beh più in basso di così non avremmo mai potuto cadere”. Detto e fatto, in quanto ad ironia e simpatia Dan Zanes non si è mai tirato indietro, sapendo che far parte di una rock n’roll band era una delle poche possibilità per non finire a lavorare all’ufficio postale o in un grande magazzino. Comunque sia, negli alti( pochi) e bassi (tanti) della loro avventura musicale, i Del Fuegos sono rimasti fedeli fino in fondo all’immagine di una innocente e divertita garage band che suonava cià che gli dettava il cuore ed il proprio gusto. Cresciuti ad una dieta di R&B (Brenda Lee, Wilson Pickett, Gary U.S Bonds, Del Shannon) e con nel sangue i riff di Keith Richards, Dan Zanes, il fratello Warren, chitarra solista, e Tom Lloyd, cambiati un po’ di batteristi (prima Nick Patterson, poi Steve Morrell, alla fine Brent Giessman) registrano un singolo, I Always Call Her Back/ I Can’t Sleep  prima di accasarsi con la Ace of Hearts, con la quale riescono nell’impresa di non pubblicare nulla ad eccezione di un brano della compilation A Boston Rock Christmas . Babbo Natale gli regala l’attenzione di quelli della Slash, una etichetta distribuita dalla WB, in quel periodo al top in fatto di rock “allora alternativo” con in scuderia Dream Syndicate, Blasters, Green On Red, BoDeans, Los Lobos, Plugz, Rank and File, X, Violent Femmes. I quattro bostoniani partono per Los Angeles per un viaggio affatto turistico, nell’Ohio il Van esce di strada compromettendo la strumentazione, appena arrivati nella Città degli Angeli si rifocillano con delle birre in un bar ma quando tornano al furgone trovano il finestrino spaccato e bagagli, giubbotti e agende con gli indirizzi volatilizzati. Gli angeli evidentemente non erano in città ma la Slash gli mette a disposizione il produttore Mitchell Froom che al tempo è ancora un signor nessuno e non ci mette molto a capire di che pasta sono fatti i quattro. Li fa suonare per due mesi, soli e con altri musicisti di casa Slash,  estenuanti giorni di prove, riprove, breaks, rifacimenti, a cui partecipano anche Dave Alvin e Chris D. negli studi Sound Factory. Alla fine viene fuori The Longest Day, un album dal suono elettrico e chitarristico, con un tiro sferzante e ritornelli urlati alla maniera di Kinks e i Creedence. In poche parole Nervous and Shakey, il titolo che apre l’album ed esemplifica il loro “tutto o nulla”. E’ il 1984 e quel rock spiccio, crudo, che strizza l’occhio agli anni sessanta per l’appeal canzonettistico, è una precisa configurazione dell’American music con un sound urbano venato di rhythm and blues e rockabilly, inebriato da una attitudine punk. Roba in ritardo per gli anni settanta e fuori luogo nelle radio, nei video e nelle classifiche degli anni ottanta. Ma poco importa, c’è una tribù che li intercetta e respira quell’aria di innocente gioventù innamorata del rock n’roll pur coi dovuti rimandi a qualche loro concittadino, Jonathan Richman per quello che aveva fatto coi Modern Lovers, Peter Wolf durante e dopo la J.Geils Band.



Il trucco per fuggire all’anonimato lo suggeriscono i testi di Mary Don’t Change e Backseat Nothing  e soprattutto lo sferragliare delle chitarre, accompagnato da una sezione ritmica cattiva e dalle tastiere (lo stesso Mitchell Froom)che ogni tanto si fanno sentire con quel rumore da beat dei sixties. Qualche amara ballata, è il caso di Anything You Want  presagisce il futuro paesaggio di Boston, Mass., l’anno seguente. Superata qualche goffaggine da esordienti (Have You Forgotten) e appresa qualche infarinatura sulle modalità di registrazione, i Del Fuegos rincarano la dose, appoggiandosi ancora a Mitchell Froom che suona le tastiere, produce e si porta appresso il chitarrista James Ralston, già nella band di Tina Turner. Al tempo scrissi che Boston, Mass. è il miglior disco degli Stones degli anni ottanta e l’iperbole serve a capire come la novella del rock n’roll in certi momenti “bui” ha bisogno di comparse di secondo piano per mandare segnali di resistenza e non abbandonare la strada. Il fatto che per il sottoscritto i Del Fuegos fossero tutt’altro che delle comparse poco importa, non l’ho scritta io la storia ufficiale del rock, mi accontento di aver riempito i miei scaffali di dischi come i loro, necessari per continuare a vivere e divertirmi con la musica. In Boston, Mass. Dan Zanes canta prima col cuore in gola e poi col microfono, urla dal fondo delle backstreets una poesia bluastra da loser ma nelle ballate è come se una scheggia della musica di Springsteen fosse entrata e l’abbia riscaldata. E la band rolla il sound della giungla urbana con tenacia e determinazione, la batteria sta ancora chiedendo pietà tanto è stata pestata e le chitarre sono laser figlie del blues. Basta ascoltarsi l’iniziale Don’t Run Wild  per capire quante cassette degli Stones devono essersi ascoltati i quattro nello stereo del Van, viaggiando da Boston a Los Angeles. Ma è tutto l’album a funzionare, creando l’umore di una città di notte, gli asfalti lucidi di pioggia, le luci al neon dai riflessi giallastri, il silenzio delle strade secondarie, i fogli di giornale spazzati dal vento, le saracinesche abbassate, una libertà sognata con l’autoradio a tutto a volume e con la consapevolezza disincantata che l’alba non è poi così lontana. Rock catartico, ingentilito da una grande storia d’amore (I Still Want You) che entra in classifica, e mitizzato da una scenografia notturna degna di un noir.  A ballate strascicate e doloranti come Night On The Town  dove la voce di Dan Zanes spezza il cuore, e lo stesso succede in Coup de Ville e Fade To Blue (titoli che collegano idealmente Dream Syndicate, Rolling Stones, Mink De Ville, Springsteen e Van Morrison) si oppongono le velocità anfetaminiche di Hold Us Down, It’s Allright, Don’t Run Wild  in uno stile di rock urbano tipico della East-Coast, lo stesso espresso da Raindogs, Treat Her Right, Joe Grushecky, Joneses, Semi-Twang, BoDeans e in una versione black, il primo Barrence Whitfield. Nell’anno di Born In The Usa, dalle città della East Coast soffiava un rock forte, autorevole, romantico, come se Bruce avesse legittimato un mondo capace di opporsi alla musica di plastica con cui le radio e MTV inondavano l’etere. Lo stesso Springsteen in una pausa del suo tour raggiunse i Del Fuegos sul palco di un club in North Carolina per eseguire con loro Hang On Sloopy e Stand By Me. Capiterà anche di “peggio”, quando Bruce insieme a Nils Lofgren improvviserà in un backstage Backseat Nothing  e Mary Don’t Change, due canzoni di The Longest Day  ma tipico dello stile Del Fuegos, sarà non avere  sottomano un registratore per immortalare l’irripetibile jam.



Con due album alle spalle, il nome Del Fuegos comincia a suscitare interesse anche nei piani alti del rock, John Fogerty e Tom Petty si interessano a loro ma, nello spogliatoio, la squadra comincia a scricchiolare. Ritornano al Factory Sound Studios di Hollywood con Mitchell Froom e Tchad Blake, una coppia che di lì a poco avrebbe firmato dischi importanti, e per loro si scomodano nomi di spicco: il chitarrista di Presley, James Burton, si diverte con la chitarra wah-wah in A Town Called Love  ed il dobro in Long Slide(Far and Out), Merry Clayton ci mette i cori come faceva con i Rolling Stones, Alex Acuna porta le percussioni e i due vocalist di Ry Cooder, Bobby King e Willie Green Jr. danno una mano alla Clayton. In più Tom Petty regala la sua voce in I Can’t Take This Place e gli Heart Attack Horns aggiungono con la loro sezione d’ottoni una buona dose di Memphis sound. Il suono c’è, dal rock della banlieu di Boston, Mass. si passa ad un rock ancora urbano e chitarristico ma tinto di scuro R&B, il problema è che le canzoni non hanno lo stesso appeal e la stessa concretezza di quelle dell’album che lo ha preceduto. La copertina di Stand Up  è un preciso riferimento all’epoca degli Stones di Brian Jones, lo stesso Warren Zanes lo ricorda  nella foto con quella zazzera bionda ed il giubbetto di pelliccia bianca, e anche l sound lo conferma. Le danze cominciano con Wear It Like A Cape, negritudine a palla al pari di Long Slide, fiati in gran spolvero e sporcizia da Exile. A Town Called Love è tesa e notturna con un Burton ispiratissimo ed una Merry Clayton tornata ai tempi di Gimme Shelter, I Can’t Take This Place mischia pietre rotolanti e spezzacuori in un mezzo tempo perfetto per le highway, New Old World è funky e News From Nowhere  è il rauco e duro grido dell’ ultima spiaggia, vivo o morto. Che qualcosa non funzioni è però palese, non è tanto il R&B a fare acqua ma le ballate, come se portassero a galla il malumore interno. He Had A Lot To Drink Today è un maldestro tentativo di imitare Tom Waits con versi presi da Francis Scott Fitzgerald, Scratching at Your Door è stanca da morire, I’ll Sleep With You una love song tirata per i capelli e Name Names  un singolo destinato al fallimento.


Come affermò in seguito Dan Zanes “Stand Up è avaro di emozioni, ce ne siamo accorti troppo tardi e abbiamo dato per scontato che il pubblico ci seguisse comunque. C’era tensione tra me e mio fratello, che naturalmente si ripercuoteva su tutto il gruppo”. Fanno in tempo ad andare in tour con Tom Petty ma il destino è segnato, Warren Zanes se ne va e con lui il batterista Woody Geissman. Stand Up fu pubblicato nel 1987 e trascorse un anno prima che Dan Zanes e Tom Lloyd trovassero i sostituti. “Non ci interessavano due musicisti in affitto o due figure secondarie ma due veri Del Fuegos”. Il batterista Joe Donnelly proveniva da Boston e aveva suonato in diverse band locali, “voleva diventare un Del Fuegos cinque anni prima che lo chiamassimo”,  Adam Roth, newyorchese, si era impegnato in più miscugli, prima con Jim Carroll, poi con i Jive Five, col poeta John Giorno e con una band rockabilly. “Un vero casino, proprio l’uomo che io e Tom cercavamo”.


All’epoca di Stand Up le cose attorno ai Del Fuegos erano cambiate, molta dell’innocenza si era smarrita, le liriche del disco sono spesso fuori fuoco, appunti che non parlano di nulla”. Parole dette da Dan Zanes in un intervista rilasciata al sottoscritto nel 1990, prima di un infuocato concerto a Meolo, nell’entroterra veneziano. “Vivevamo su un pullman senza accorgersi di come giravano le cose intorno ma non rinnego quel disco, lo sbaglio è servito, ogni volta che fai un disco devi metterci il cuore, devi dare tutto alla musica”.   Il cuore batte forte in Smoking In The Fields, nuovo disco, nuova casa discografica e nuovo produttore, Dave Thoener, ingegnere del suono con la J.Geils Band. Non è la sola connessione con la storica band di Boston capitanata da Peter Wolf, il pianoforte di Seth Justman e l’armonica del funambolico Magic Dick ricamano nel disco un approccio ancora più stretto col soul e col suono Stax. E’ un disco dai toni duri e dai racconti caldi dove i fiati degli Heavy Metal Horns (tre sassofoni, due trombe ed un trombone) sono la miccia che fa esplodere le danze, dove ci sono gli arrangiamento d’archi in Part Of This Earth, nel quale Tom Lloyd suona il violoncello,  e le orchestrazioni nella struggente I’m Inside You che strizzano l’occhio  ad un Philly Sound senza sdolcinature. C’è la voce di Rick Danko nell’acustica Stand By You dal profilo country. Per molti Smoking In The Fields ( il titolo trae spunto da un verso di Friends Again, canzone dedicata al fratello, “ed è quello che assieme amavamo fare, fumare spinelli nei campi”)è il lavoro più riuscito dei Del Fuegos grazie alla sentita interpretazione degli stili che hanno dato anima, sangue e cuore al rock. Il soul, il blues, il rock n’roll, il rhythm and blues e quelle ballate che i Del Fuegos sapevano cantare con una disperazione da far accapponare la pelle, pur offrendo con la loro energia la speranza che ognuno potesse esaudire un sogno, vivere un amore, avere un futuro migliore. Anche qui canzoni come Down in Allen’s Mills, I’m Inside You, Breakaway , Part Of This Heart  non sono avare in quanto a commozione, mentre Headlights  e The Offer suonano come se la J.Geils Band fosse ancora in tour ad “aprire” per i Rolling Stones. Da parte loro Lost Weekend , No No Never  e Move with my Sister stemperano la rabbia in riff di chitarra quadrati ma mai banali, in aperture armoniche da grandi spazi ed un pulsare ritmico da pub-rock ad alto tasso di negritudine. Dan Zanes si riconferma un songwriter da strade blu, il sound è saturo ma non sovraccarico, fiati, archi, coloriture delle tastiere danno vigore a canzoni che esaltano l’umore stradaiolo di una delle più trascinanti band americane degli anni ottanta. Se si considera che l’album raggiunse il 139esimo posto di vendita nelle classifiche americane ed il singolo Move With My Sister  il ventiduesimo (Boston, Mass. era arrivato al 134esimo), si capisce perché l’anno dopo della pubblicazione di Smoking In The Fields, nel 1990, i Del Fuegos tolsero il disturbo. Con la sua solita ironia, Dan Zanes dichiarò “gli anni ottanta erano finiti e anche noi avevamo finito”. Nel giugno del 2011 la band si riunì per un paio di concerti al Paradise Rock di Boston per raccogliere fondi per Right Turn, il programma di riabilitazione ideato da Woody Geissman per assistere tossicodipendenti e malati mentali, nel febbraio dell’anno seguente i Del Fuegos si imbarcarono in tour che si concluse nel marzo del 2012 al Capital Centre of Arts di Concord, la città natale dei fratelli Zanes. Durante quel tour registrarono un Ep, Silver Star , troppo moderato per accendere il fuego di un tempo.



Dan Zanes, nel 1995, ha pubblicato un interessante disco solista, Cool Down Time, prodotto ancora da Mitchell Froom prima di dedicarsi a registrazioni per i bambini, il fratello Warren ha conseguito due master in Visual and Cultural Arts, è Vice Presidente di Educazione alla Rock and Roll Hall of Fame e ha realizzato nel 2002 l’album solista Memory Girls. Tom Lloyd si è laureato presso il California Institute of Technology nel 1999 e ha lasciato la musica, Adam Roth è morto di cancro nel 2015 e Joe Donnelly gira ancora nel sottobosco del rock n’roll.

 

MAURO ZAMBELLINI