martedì 19 marzo 2019

KEITH RICHARDS TALK IS CHEAP

 
Talk is Cheap , il primo disco solista di Keith Richards dopo un quarto di secolo coi Rolling Stones, nasce nel momento in cui la band è su un binario morto. Mick Jagger è impegnato nei suoi dischi solisti e l'ultimo lavoro della band, pubblicato nel 1986, ovvero Dirty Work  ha lasciato l'amaro in bocca ai fans che poco ritrovano dell'antico graffio dei Rolling Stones e soprattutto non vedono nessun progetto di tour in corso. A tale proposito Keith Richards affermò "ho fatto Dirty Work nello stesso modo in cui ho fatto Some Girls, cioè con la precisa idea di portarlo in tour, quindi quando abbiamo finito il disco.....diciamo che ci sono state delle forze avverse, mettiamola così, che hanno comportato che all'improvviso non saremmo andati in tour. La band è stata piantata in asso, perché se non vai in tour dopo un album, hai fatto solo metà del lavoro". Le forze avverse sono da ricondurre alla morte di Ian Stewart, un duro colpo specie per Richards, e soprattutto a Mick Jagger, in quei giorni completamente coinvolto nella promozione del suo secondo disco solista Private Cool e voglioso di mettersi in competizione con gli artisti da hit parade come George Michael, Prince, Terence Trent D'Arby, Madonna, Michael Jackson, Duran Duran. Pensava, al tempo, che i Rolling Stones fossero una cosa del passato ma il suo disco fu un fiasco e la storia sappiamo come è andata. Richards, preso atto della situazione, si mette a fare cose diverse, cose che se fosse stato coi Rolling Stones sarebbero state troppo complicate.

Nel giugno del 1987 stipula un contratto con la Virgin Records per la realizzazione di due dischi solisti. L'unica condizione che impone è quella di non subire nessuna interferenza esterna fino al completamento dei lavori.  Su esortazione dell''amico Steve Jordan, il batterista con cui nel 1986 aveva lavorato per il film di Chuck Berry Hail Hail Rock n' Roll, accetta la sfida e si lascia trascinare in uno studio di registrazione per realizzare quello che solo fino qualche mese prima riteneva impensabile : un album solista. " Sentivo che negli Stones avevo il mezzo perfetto per quello che volevo fare, non immaginavo però che mettere insieme qualcos'altro sarebbe stato altrettanto appagante" . Già a Parigi durante le registrazioni di Dirty Work  si era saldata l'amicizia con Steve Jordan, i due continuarono a vedersi a New York e cominciarono a scrivere canzoni insieme, per poi finire a suonare delle jam session a casa di Ron Wood. E' con Jordan che viene definito il nucleo degli X-Pensive Winos, chiamati così quando in studio comparve una bottiglia di Chateau Lafitte-Rotschild, e la prima scelta cade sul chitarrista Waddy Wachtel che Richards conosceva fin dagli anni settanta per aver lavorato con Linda Ronstadt, Warren Zevon e Stevie Nicks. Ne apprezzava il suo gusto ed il suo orecchio ed il fatto che non c'era bisogno di spiegarsi nulla quando si suonava insieme. "Aveva suonato con band femminili ma sapevo che voleva fare del rock perciò lo chiamai e dissi semplicemente, sto mettendo insieme una band e tu ne fai parte". Lo stesso Steve Jordan fu d'accordo, così come trovarono sintonia nel bassista Charley Drayton e nel pianista Ivan Neville della famiglia di Aaron Neville di New Orleans. Non fu necessaria  nessuna audizione, gli Winos vennero fuori così in modo naturale e fin dai primi accordi decollarono come un razzo. "Ho trovato qualcun altro con cui lavorare, rivelò Keith Richards, il lavoro di gruppo per me è fondamentale. La gioia di fare del rock n'roll è nella interazione tra chi suona, e cercare di trasferire questa interazione su nastro. Ho bisogno dell'entusiasmo degli altri e questi ragazzi me ne hanno dato tantissimo. Non mi hanno mai permesso di accontentarmi ". Come fonico fu preso Dan Smith che si era fatto le ossa alla Stax di Memphis e aveva lavorato con Don Nix e Johnnie Taylor, uno dei primi eroi di Richards. Dan Smith amava la musica, in particolare quella del Sud degli Stati Uniti dove aveva bazzicato i juke joint  con Furry Lewis e così parve subito l'uomo adatto per le registrazioni, inizialmente ubicate a Le Studio in una località appartata nei pressi di Montreal in Canada e poi trasferite a Montserrat nelle Bermude.
Fin dall'inizio le session di Talk Is Cheap  furono intuitive e spontanee ed in meno di dieci giorni vennero registrate sette canzoni. Richards arrivò a "sognare" le canzoni. Una notte si svegliò, prese la chitarra e suonò Make No Mistake nel registratore a cassette, poi la mattina dopo iniziò a cantarla.  Durante quelle session Richards sviluppò un nuovo modo di scrivere i brani, "quando tu sei in una band come i Rolling Stones ti senti come fossi in una tua capsula e qualsiasi cosa succede all'esterno non conta, puoi vivere comodamente in quella capsula ma perdi delle opportunità per scoprire cos'altro sta succedendo. Steve Jordan fu di grande aiuto perché mi fece scoprire dei tipi diversi con cui lavorare in modo differente. Una volta iniziato mi sentii subito a mio agio perché mi resi conto che potevo muovermi in modo leggermente diverso. Iniziammo a lavorare insieme tra febbraio e marzo del 1987, solo con chitarra e batteria, buttando giù del materiale da portare e sottoporre agli altri. Scrissi almeno trenta canzoni, ma ad un certo punto dissi a Steve che non sapevo come continuare, e allora lui mi rispose, quando hai dei dubbi, scrivi di Mick, e così venne fuori You Don't Move Me". Quel brano fa parte degli undici titoli che compongono l'originale Talk Is Cheap ed evoca gli Stones non solo nel sound tagliente della chitarra e nel ritmo dondolante dove spicca l'ottimo lavoro di Jordan con le percussioni ma anche nell'argomento principale, ovvero Mick Jagger, dove Keith sfoga la rabbia e l'amarezza per il mancato tour di Dirty Work e  rimprovera "il boss" per il fallimento commerciale dei suoi album She's the Boss e Primitive Cool, nell'esplicito verso " vuoi tirare il dado/ ma hai già fatto schifo due volte".
 

Il chitarrista Waddy Wachtel  fu ancora più esplicito sul concetto di composizione di Richards, " in effetti la cosa era molto divertente, Keith diceva, sistemate dei microfoni, e poi via, ok  cantiamo. Cantiamo cosa ? dicevo io, non abbiamo niente, e lui rispondeva, si ok, facciamo finta, facciamo qualcosa. Questa era la routine, poi veniva fuori qualcosa, e lui mormorava, si, cazzo questa suona bene".  Lo si deve a Steve Jordan, che produsse il disco insieme a Keef, il cambiamento nel modo di lavorare di Richards, il quale  fu felice di adeguarsi anche perché non stava scrivendo canzoni per Mick Jagger ma per se. Mise le canzoni in una tonalità più bassa per permettere alla sua voce di attraversare note quasi in falsetto, più adatte al suo stile. "Dan Smith sistemò i microfoni e i compressori in modo che sentissi più alto in cuffia, il che significava che non potevo cantare forte e urlare, che era quello che facevo di solito , e mi trovai a scrivere canzoni più tranquille, ballate, canzoni d'amore. Canzoni che venivano dal cuore".

In particolare, Talk Is Cheap contiene due tra le più belle ballate scritte da Richards : Make No Mistake è una languida soul-ballad che pare estratta dal repertorio di Al Green impreziosita dalla voce di Sarah Dash e dai fiati dei Memphis Horns diretti da Willie Mitchell, mentre Locked Away  ha un sapore tutto cajun dovuto al violino di Michael Doucet e alla fisarmonica di Stanley "Buckwheat" Dural. In realtà Talk Is Cheap non è solo lo sforzo degli X-Pensive Winos perché per Make No Mistake  Richards e Jordan andarono a Memphis negli studi dove Willie Mitchell aveva lavorato ai dischi di Al Green e gli chiesero l'arrangiamento dei fiati per la canzone, e per Locked Away furono basilari sia i colori della Louisiana pennellati da Doucet e "Buckwheat" Dural, sia l'influenza della musica sudafricana. In quel periodo difatti  Richards stava ascoltando con particolare interesse quel folk agro e quel beat non troppo distanti dal blues rurale afroamericano che arrivavano da Soweto. Altre presenze importanti nel disco sono il bassista Joey Spampinato, il pianista Johnnie Johnson, l'organista Chuck Leavell, il chitarrista Mick Taylor ed il sassofonista Bobby Keys,  tutti coinvolti nel rockabilly di I Could Have Stood You Up , ancora Bobby Keys con Patti Scialfa nella nervosa Whip It Up, brano che non avrebbe sfigurato in Some Girls , il bassista "Bootsy" Collins e l'alto-sassofonista Maceo Parker nel funk di Big Enough, e ancora Spampinato e Dural con il tastierista Bernie Warrell più un nutrito coro (Sarah Dash, Sam Butler e Charley Drayton) nel torbido mezzo tempo sudista di Rockawhile dove si fanno notare sia la slide di Wachtel che la inconfondibile batteria di Jordan. Gli Winos nella loro line-up essenziale determinano il sound della sincopata e funkeggiante It Means A Lot  nella quale Richards vocifera contrapponendosi alle risposte di Jordan, della più ariosa How I Wish, una sorta di riedizione di Happy,  di Take It So Hard  il brano che spiega in modo sbrigativo perché Richards è definito il riff umano, l'archetipo del soul-rock moderno pur con la voce di un cantante tanto arruffato quanto di carattere, e della sporca Struggle altro banco di prova dei riff di Richards con la sezione ritmica impegnata a non concedere un grammo di grasso talmente ossuta, secca, tesa.
 

Talk Is Cheap venne pubblicato il 4 ottobre del 1988 ed entrò nelle classifiche americane al 75mo posto per starci ventiquattro settimane, raggiungendo il 24esimo posto e vendendo un milione di copie, una cifra considerevole viste le poche aspettative di partenza. Le recensioni furono generalmente positive, decisamente migliori rispetto al disco solista di Jagger, la rivista Guitar World lo definì " il miglior album dei Rolling Stones da 17 anni a questa parte". Il tour americano di Jagger fu cancellato per le misere prevendite, Richards andò in tour con gli X-Penisve Winos suonando nei teatri di quattordici città americane,  tutti esauriti e con l'immancabile standing ovation.  "Alla fine né Mick né io vendemmo molte copie dei nostri dischi solisti perché la gente voleva gli stramaledetti Rolling Stones, giusto? Se non altro io ne tirai fuori due grandi dischi di rock n' roll ed una credibilità mentre Mick andò là fuori a cercare di fare la pop star per conto suo, andò là fuori, cercò di issare la sua bandiera e dovette tirarla giù". Nemmeno un anno dopo, nell'agosto del 1989 iniziava il tour di Steel Wheels, il circo più grosso che i Rolling Stones avevano messo in piedi fino a quel momento,  Keith Richards e Mick Jagger si trovavano di fronte ad altri trenta anni di tour insieme.
 

Talk Is Cheap è probabilmente, secondo chi scrive, il miglior lavoro solista di Richards per via di una amalgama equilibrata di rock n'roll, soul, r&b, ballads con una veste sonora che da una parte contrasta nettamente coi trend supervitaminizzati degli anni ottanta e dall'altra non scompone l'idea che ci si è fatta di Richards ovvero quella del musicista che ama più le pieghe che l'ufficialità, un artista con l'anima profonda del blues. Che qui appare solo marginalmente ma che le tracce aggiunte della nuova edizione  rivelano compiutamente fin dall'iniziale Blues Jam, una jam strumentale di oltre quattro minuti dove le chitarre, qui in un solido e scorbutico Chicago style, dialogano col fluido pianoforte di Johnnie Johnson, pianista che ha suonato con Muddy Waters, Little Walter, Eric Clapton, Buddy Guy, Chuck Berry, John Lee Hooker, Bo Diddley, qui mattatore al pari di Richards del pezzo. Non sono da meno i dieci e passa minuti di Slim, ancora in gran spolvero Johnnie Johnson in una sorta di boogie-woogie jammato e ritmato da una sezione che pulsa attorno alle linee jazzate della chitarra, il tutto dentro un insieme rilassato e divertito nonché improvvisato, dove si sentono le risate e le voci dei protagonisti rapiti da tanto benessere sonoro. Anche un accenno seminascosto di Tequila nel finale per brindare a questo combo di maghi della musica. Non sono tutti strumentali i sei brani della nuova ristampa disponibile in Regular, Deluxe e Super Deluxe Edition, Big Town Playboy è difatti la riproposizione di un brano di Eddie Taylor smagrito a dovere dalla voce flebile ma amabile di Richards, sporcato da una chitarra bluesy e punteggiato da un pianoforte di prim'ordine. Mark On Me è la bonus tracks che più sconta gli anni ottanta con quel drumming quadrato e le tastiere synth, Brut Force (with Bootsy) è ancora strumentale e serve a "Bootsy" Collins per sfoggiare il suo basso tra electro-funk e jazz-rock, mentre My Baby  è la superba rivisitazione in chiave fifties e jazzy del pezzo scritto da Willie Dixon per Little Walter  tra spazzole, contrabbasso, pianoforte ed una voce che sembra singhiozzare una preghiera d'amore da lasciare senza parole. Mai titolo di disco fu più adatto per questa opera di Keith Richards, le parole non servono a niente oppure sono di poche parole  sembra suggerire Keef con Talk Is Cheap, un lavoro che passa indenne attraverso la nostalgia ,oltre a regalare una manciata di rock-soul-blues apparentemente straccioni ma talmente lungimiranti  da aver sconfitto l'età e risultare ancora oggi freschi e godibilissimi.

 

MAURO ZAMBELLINI    

p.s le affermazioni dei protagonisti sono tratte da Life (Keith Richards, Feltrinelli) e Keith Richards, The Biography (Victor Bockris, Poseidon)









venerdì 1 marzo 2019

GARY CLARK Jr. THIS LAND

 
Esiste una dicotomia nella produzione discografica di Gary Clark Jr., astro emergente della chitarra, tra le testimonianze live dei suoi concerti, improntati ad una feroce e veemente riproposizione del rock-blues, e gli album in studio disposti ad una più ampia sperimentazione sonora e inglobanti elementi funk, hip-hop ed elettronici. Così i puristi dovrebbero prendersi le dovute precauzioni nell'approcciarsi a This Land  perché non è il blues come usualmente lo conosciamo l'argomento del disco, ma  un convulso, complesso, caotico, paranoico universo sonoro dove un sound saturo  si riempie di trucchi elettronici, di sintetizzatori, di sperimentalismi sonici , di campionamenti offrendo , quello si, una visione moderna, eretica ed incazzata del blues come fosse l'espressione dei sentimenti di una società tormentata nella quale regnano rabbia, intolleranza, frustrazione. Quelli che erano stati i limiti di sovrabbondanza di Story of  Sonny Boy  Slim vengono riaggiustati nel nuovo disco così da creare una sorta di documento approfondito di ciò che l'artista avverte come un inquieto state of mind serpeggiante nell'America di oggi, la versione 2019 di un blues che sconfina dalle dodici battute del Delta abbracciando un eclettismo sonoro dove c'è  posto per il funk, un metallico R&B, schegge di hip-hop, il punk ed il reggae dentro un caleidoscopio di sensazioni che è un vero maremoto emotivo. Ondate sonore e cruenti assalti sensoriali, tempeste rumoriste e limpidi assolo di chitarre, ballate soul ed improvvise accelerazioni , This Land è un disco che non lascia indifferenti e accomodati nel docile sentire blues, è un disco coraggioso e ardito che divide e fa discutere, e già questo è un risultato positivo, l'opera più ambiziosa e, secondo chi scrive migliore, dei lavori in studio del texano. Un lavoro anche difficile, provocatorio e forse eccessivamente lungo considerate le due bonus tracks, ma di sicuro l'attestato di un artista impegnato a studiare nuove possibilità creative, ricercando e sperimentando in studio, indicando nuove strade, magari a discapito della sua fama di animale tout court della chitarra rock-blues.


Lo hanno aiutato in questo edificio sonoro i batteristi Brannen Temple e  JJ Johnson, la percussionista Sheil E ( al tempo con Prince), il bassista Mike Elizondo e lo stesso Clark è accreditato in molte tracce al basso, alle tastiere e al programming delle  percussioni. La presenza di Sheila E. suggerisce l'accostamento negli occasionali falsetto vocali di Clark a  Prince, succede in I Walk Alone ed in parte in Pearl Cadillac,  mentre nel messaggio sociale di Feed The Babies è evidente lo stile di Curtis Mayfield.  Innumerevoli sono comunque i rimandi al blues : I Got My Eyes On You (locked&loaded) è un blues torturato che dà modo alla chitarra di Gary Clark Jr. di mostrare le sue virtù con un assolo tanto bruciante quanto eloquente, Low Down Rolling Stone sceglie la crudezza di un distorto hard-blues-rock chitarristico per raccontare l'orrore di un uomo che scopre di aver raggiunto un punto in cui l'oscurità è l'unica sua zona di conforto, The Governor è un blues spogliato con una slide vecchi tempi e tanto fascino "sudista", Dirty Dishes Blues un bell' esercizio di Delta blues in solitario, leggermente più pulito del precedente, e Did Dat  (una delle due bonus tracks) una ballata che sfocia in uno di quegli assolo dove il blues è lirica sublime. Ma se questi sono i momenti più ascrivibili alla tradizione del genere, il rimanente This Land  è un vulcano in eruzione, fotografia di cosa sia l'arte musicale di Gary Clark Jr. oggi. Già l'inizio di This Land mette a fuoco le cose, il Woody Guthrie accreditato tra gli autori viene rivoltato da un noise di tastiere prima che Clark "tiri" uno sporco link di blues e si metta a cantare puntando il dito contro il razzismo ancora strisciante negli stati del Sud, inseguito da un battere di reggae elettronico. Il video è magnifico, coglie uno dei temi dell'album sia nella denuncia che nella risposta, coi bimbi neri che nella scena finale calpestano ed incendiano la bandiera confederata.
 

What About Us è un'altra dichiarazione che le cose devono cambiare, la chitarra si insinua nel disordine electro-funk per suggerire una via di salvezza, Feelin' Like A Million è invece un reggae dancehall che porterebbe in pista l'intero Caraibi, non privata però dell' acido graffio della chitarra. Di stampo differente è Gotta Get Into Something , una corsa impazzita tra  punk, rock n'roll e Clash, che contrasta con la morbida soul ballad Pearl Cadillac in cui un falsetto tra Prince e Mayfield viene strapazzato nel da un micidiale assolo di chitarra.

The Guitar Man a dispetto del titolo è la traccia più pop dell'album, ma l' inciso finale di chitarra in stile Mick Taylor è una chicca e Don't Wait Tilt Tomorrow una dolente ballad con infiltrazioni elettroniche anni 80 che mostra il Clark più sornione e romantico.  Il musicista texano ha tradotto con This Land  il turbamento dei tempi in cui viviamo in un sound inquieto e sfaccettato, non ha reso un omaggio politicamente corretto al blues ma ne ha esplorato i margini e le frizioni, offrendo la sua moderna, diversa e contraddittoria visione del genere e regalando uno dei dischi più importanti dell'anno.

 

MAURO   ZAMBELLINI   





venerdì 1 febbraio 2019

JOE STRUMMER OUT OF CLASH


 
Joe Strummer, al secolo John Graham Mellor, figlio di un diplomatico inglese e di una infermiera scozzese, nato ad Ankara nel 1952, con la sua rocambolesca avventura nella musica cominciata alla metà degli anni settanta e conclusasi con la sua prematura scomparsa nel 2002, incarna la figura dell'eroe di strada in un epoca in cui il rock n'roll significava ancora ribellione, indipendenza, sprezzo verso il potere e le convenzioni borghesi. Quando in un incontro con Michael Hutchence degli INXS, il cantante prototipo della rockstar in pantaloni di pelle, circondato da ragazzine quindicenni in minigonna, Strummer proferì "hey, deve essere molto strano essere un sex symbol" si sentì rispondere "beh, tu sei Joe Strummer, dovresti saperlo bene", l'ex Clash chiuse la discussione con un perentorio "no, io non sono mai stato un sex symbol, ero solo il portavoce di una generazione".
 

 

Squatter, anarchico, ribelle, riottoso punk negli anni della Thatcher, rocker, paladino della cause perse, vorace consumatore di erba e di alcol, irrequieto leader dell'ultima grande gang del rock, anticipatore di incroci musicali multiculturali, strimpellatore (da qui il soprannome Strummer) di Telecaster, cantore di una protesta contemporanea nel solco di una tradizione che risaliva a Woody Guthrie, attore cinematografico e autore di colonne sonore, dj radiofonico, Joe Strummer è uno degli esempi più coerenti della simbiosi tra arte e vita, una figura tribolata e romantica legata più alla letteratura ottocentesca, se non fosse che il rock n'roll dello scorso secolo ha fornito una ragione plausibile per intendere la vita in modo diverso, non convenzionale, perlomeno anticonformista. Joe Strummer è stato un rivoluzionario nella musica, capace di tradurre l'affermazione di Majakowski del 1918 al tempo della Rivoluzione Sovietica secondo la quale le strade devono essere un trionfo dell'arte per tutti. Ancora oggi se ne sente la mancanza, il recente doppio CD 001 (Ignition) contenente 32 tracce nel doppio formato deluxe (con libro annesso) e normale, lenisce solo in parte il dispiacere ma ha il potere di comunicare una gioia, un'allegria ed un propositivo slancio verso le diversità del mondo che è prerogativa di una visione socialista dell'arte. E' la prima antologia su Joe Strummer e raccoglie le esperienze dell'artista al di fuori dei Clash attraverso inediti, rarità, tracce di colonne sonore, versioni alternative di brani già pubblicati, B-sides, una sorta di fotografia inedita della sua avventura dai primi passi coi The 101ers, gruppo che prendeva il nome dal numero civico 101 di Walterton Road che con un nucleo di squatter Joe aveva occupato, fino alle ultime registrazione coi Mescaleros, band assemblata alla fine degli anni novanta e con cui realizzò tre album, l'ultimo dei quali uscito postumo. In mezzo tutta una serie di incisioni rare e piuttosto trascurate sia degli anni ottanta che novanta e inizio duemila, un modo alternativo per ricapitolare una carriera caotica ma all'insegna dell'onestà artistica, della curiosità eclettica e della dignità professionale, per un personaggio mai compromesso col  business. Una musica che intreccia occidente e terzo mondo tra punk, rock, rockabilly, reggae, ballads, rocksteady, soundtracks, dub, latino e folk, ancora attuale nelle sue diverse espressioni, divertente nei ritmi e nel suono, caustica per i  testi al vetriolo, commovente per quella voce che dà fiato alle esistenze in perenne precarietà.



 L'inizio di 001 è affidato a due titoli di The 101ers, gruppo che amava il rock n'roll ed il rhythm and blues e bazzicava il circuito del pub-rock dopo essere stato espulso dalle stazioni della metropolitana. Nacquero - racconta Joe Strummer nel bel libro di Chris Salewicz, Redemption Song-La Ballata di J.S (Shake Edizioni), perché non era più possibile suonare per strada. Cominciavano a piazzare microfoni e altoparlanti nella metropolitana, quando ti andava bene dovevi scappare dalla polizia ferroviaria. Eravamo un gruppo di occupanti, pensammo che forse saremmo riusciti a sbarcare il lunario se potevamo fare qualche concerto in quei pub irlandesi". Letsagetabitrockin' il cui titolo non nasconde il nervoso tiro rockabilly compare in entrambi i CD, nella versione di The 101ers e in quella solo di Strummer, entrambe del 1975. In Keys To Your Heart, prima canzone scritta dal gruppo, sono già presenti tutti quegli elementi che saranno sviluppati dai Clash: la volubilità melodica, il ritmo adrenalinico, quello scoppio di energia che parte direttamente dal cuore. Quell'energia che non scemerà mai in Strummer, basta ascoltarsi la dura e sincopata Love Kills  in cui si racconta la storia tragica degli amanti maledetti Sid Vicious e Nancy Spungen nel film di Alex Cox del 1986 Sid e Nancy. E' il primo atto di una collaborazione col cineasta inglese che avrà seguito in altri due film, Walker e Straight To Hell, quest'ultimo ispirato ad una delle migliori canzoni dei Clash. Il video di Love Kills fu girato ad Almeria nella Spagna meridionale dove erano stati prodotti diversi spaghetti-western e quell'ambiente ispirò appunto Diritti all'Inferno , parodia bizzarra di un western con tre sicari (uno dei quali interpretato da Strummer) costretti alla fuga dopo una rapina in banca. Al film parteciparono anche Elvis Costello, i Pogues e una giovane Courtney Love. Ma è Walker, film interpretato da Ed Harris nei panni di un personaggio poco conosciuto negli Stati Uniti che nel 1855 spedì un esercito in Nicaragua e si proclamò presidente, anche se fu deposto solo un anno dopo, ad affermare la dimestichezza  di Strummer con le colonne sonore. Se in Sid e Nancy e Diritti all'Inferno c'erano troppe band coinvolte (001 riporta Bullets cantata da Pearl Harbour e Crying On 23rd dei Soothsayers, entrambi con Strummer affiancato dall'altro Clash Mick Jones) Walker è una geniale colonna sonora composta completamente da Joe in cui la musica tradizionale nicaraguense va a braccetto con l'hillbilly americano della metà dell'ottocento. Fu la colonna sonora di Pat Garrett and Billy The Kid ad ispirarlo e si sente, Tennessee Rain contenuto in 001 profuma di country sebbene il cantato di Strummer sia accompagnato da una pletora di strumenti tra cui marimba, trombe e trombone oltre a viole, violini e mandolini. La soundtrack di Walker  fu un grande successo dal punto di vista artistico ma un flop a livello commerciale, solo 15 mila copie vendute. Fu comunque il biglietto da visita per ulteriori lavori nel campo cinematografico, i quattro brani che Strummer scrisse per Permanent Record (Il Peso del Ricordo) rimarcarono lo stile Clash, in particolare la coinvolgente Trash City (uscita come singolo) qui contenuta a nome Latino Rockabilly War, una formazione che Joe aveva messo insieme con alcuni Tupelo Chainsex, un gruppo punk-jazz di culto. Proprio le registrazioni coi Latino Rockabilly War fecero tornare a Strummer la voglia di essere un cantante di un gruppo rock e così con i LRW partecipò al tour  Rock Against The Rich in supporto della pubblicazione anarchica Class War. Ma fu il cinema a catturarlo di nuovo come attore in uno degli episodi di Mystery Train dell'amico Jim Jarmusch. Altra escursione fu una particina nel film Ho Affittato un Killer di Aki Kaurismaki con Joe che suona una specie di batteria elettronica in un angolo di un pub. Collaborò anche alla colonna sonora con due canzoni qui incluse: il singolo Burning Lights, un numero acustico di sola voce, chitarra e percussioni e Afro-Cuban Be-Bop consono ai nuovi interessi musicali di Strummer e firmato come The Astro-Phisyicians, che altro non erano che i Pogues senza McGowan. Risalgono al 1990 ed è un periodo creativo per Joe, da una parte viene pubblicato il suo primo album dai tempi dei Clash, Earthquake Weather, dall'altra parte sostituisce l'impresentabile Shane McGowan nei Pogues in tour e nella produzione del loro album Hell's Ditch .
 

Influenzato dall'ascolto di Graceland di Paul Simon, Strummer con l'aiuto dei Latino Rockabilly War cercò in Earthquake Weather di integrare le sonorità etniche nella struttura rock n'roll ed il risultato è un disco interessante ed aperto dove non mancano belle canzoni come il rocksteady in salsa giamaicana Ride Your Donkey presentato in 001. Le registrazioni avvennero al Baby O Recorders di Los Angeles e Joe visse in diretta quattro scosse sismiche prima di scoprire che gli studi erano esattamente sopra la linea di faglia. Fu quella la ragione del titolo del disco, commercialmente un flop con sole 7000 copie vendute, meno della metà di Walker. Fu un duro colpo per Joe Strummer, deluso sciolse il gruppo ma ancora una volta gli fu d'aiuto il cinema con When Pigs Fly, una storia di fantasmi irlandesi con Marianne Faithfull diretto da Sara Driver. Infilatosi tra marzo e aprile del 1993 negli studi gallesi di Rockfield di proprietà di Dave Edmunds, con il batterista Terry Williams ed il bassista Danny Thompson, Strummer ritrova energia e ricava alcune buone canzoni: la melodica e jazzata When Pigs Fly e la sperimentale The Cool Impossible entrambe non usate nel film, l'evocativa ed "irlandese" Pouring Rain e Rose of Erin, frammenti di Sandinista rinfrescati da una inconfondibile brezza irlandese. Sono tutti titoli riportati in 001 compresa la veloce It's a Rockin' World, uno dei suoi testi più pregnanti al di fuori dei Clash, registrata per lo show televisivo South Park con Flea, Tom Morello, Benmont Tench e D.J Bonebrake.

Più o meno nello stesso periodo Strummer incide un melange di influenze africane e ispaniche (luogo dove ha soggiornato parecchio, specie in Andalusia) col titolo di Sandpaper Blues, pubblicato col nome di Radar, e a Los Angeles con la dicitura Electric Doghouse realizza la splendida Generations, intreccio di punk, reminiscenze Clash, percussioni tribali e intersezioni elettroniche concepita per un " progetto punk per i diritti umani".  Ma è con i Mescaleros la vera rinascita. Fondamentale per questa re-immissione di Joe nella musica di una band fu il mago del computer Richard Norris,  per come gli presentò la scena techno e dance. Il risultato è visibile in Yalla Yalla e X-Ray Style contenute nel primo album dei Mescaleros Rock Art and The X-Ray Style dove un ruolo di rilievo lo riveste il chitarrista Anthony Genn. Il primo titolo fluttua su un contagioso ritmo dub, il secondo è invece addolcito da un calore tutto ispanico.

Alla fine degli anni novanta il vulcanico Strummer non manca di lanciarsi ancora contro il mondo moderno sebbene l'era Clash sia ormai alle spalle, " stiamo creando un nuovo paese chiamato Rebel Wessex, vogliamo la secessione di Cornovaglia, Devon e Somerset. Nel Rebel Wessex beviamo sidro tutta la notte e tramiamo rivoluzioni, abbiamo persino un sito web ed una bandiera rosso e nera con un teschio che brucia tra le fiamme del cambiamento". Altra sua mania è quello di costruirsi all'interno di ogni studio di registrazione in cui lavora  una specie di bunker di cartone dove isolarsi per fumare le canne, sempre abbondanti. Si può comprendere come Strummer dopo aver sbattuto fuori tempo prima il batterista Topper Headon dai Clash perché eroinomane, adesso faccia comunella con il chitarrista e tastierista Anthony Gem, un misto di talento, carisma ed energia che ogni giorno si faceva due grammi di eroina, quattordici pinte di sidro ed un grammo di coca. Il sodalizio con Ant, come veniva chiamato Gem, portò, dieci anni dopo Earthquake Weather, ad un nuovo album di Strummer, Rock Art and The X-Ray Style, prima che Ant per evidenti ragioni tossicologiche venisse allontanato dai Mescaleros. Il titolo del disco prende spunto da un capitolo di un libro degli anni trenta scoperto da Joe, lo stile a raggi X  sarebbe tipico di un genere di pitture rupestri nel quale gli animali erano effigiati in modo che si vedessero le ossa e lo scheletro, e così la copertina del disco riporta  schizzi di animali e umani ricavati fotograficamente dalle pitture paleolitiche. Rock Art and The X-Ray Style vendette 150 mila copie e fu la ragione di un lungo tour in Inghilterra, Europa e Stati Uniti. A questo album seguì un altro album dei Mescaleros, ridefiniti con Martin Slattery, Scott Shields, Pablo Cook, Richard Flack ed il vecchio amico Tymon Dogg, il quale in Global a Go-Go suona violino, chitarra acustica ed elettrica e mandolino. Il disco pubblicato nel 2001 è il lavoro di Strummer che più si avvicina a Sandinista e vede coinvolto Roger Daltrey che si era reso disponibile durante un tour trionfale in cui i Mescaleros fecero da supporto agli Who. Ispirato da Michael Horovitz e Nina Simone e dedicato a Joey Ramone, morto in quei giorni, l'album si apre con Johnny Appleseed, un brano composto durante le session di Earthquake Weather che è un vero grido dal cuore per ottenere un qualche genere di verità nelle nostre vite, come presentò lo stesso Strummer. L'album scaturisce dallo stesso spirito che spinse le proteste contro la globalizzazione, esprime le idee anarchiche di Joe e il suo desiderio di giustizia verso i meno fortunati, oltre a tradurre le influenze musicali che venivano da Willesden High Road, la strada più multiculturale di Londra dove c'era lo studio in cui avevano registrato il disco. Si chiude  con una versione di diciassette minuti dell'istrionico Minstrel Boy, un traditional arrangiato da Tymon Dogg. In 001 sono stati inseriti sia Johnny Appleseed che Minstrel Boy ma questo nella versione accorciata usata da Ridley Scott per il suo film Black Hawk Down. La spinta  derivante dall'aver registrato quella versione per il cinema portò Joe, Martin e Scott a decidere di registrare un nuovo album prima possibile e nel febbraio del 2002 iniziarono a buttar giù del materiale fresco in un piccolo studio di registrazione preso in affitto in Scrubs Lane, West London. L'album si sarebbe intitolato Streetcore  e sarebbe uscito dopo la morte di Strummer, avvenuta improvvisamente il 22 dicembre dello stesso anno per arresto cardiocircolatorio dovuto non ad un infarto ma ad un difetto congenito al cuore. Strummer si stava godendo uno dei periodi più fruttuosi della sua carriera: era finalmente riuscito a registrare la commovente Redemption Song di Bob Marley con Johnny Cash e Over The Border  con Jimmy Cliff (entrambi brani sono qui riportati), aveva messo in piedi il tour Bringing It All Back Home dove a Londra nell'ultimo concerto era stato raggiunto sul palco da Mick Jones (non succedeva da diciannove anni), aveva organizzato un concerto in favore dei pompieri di Harlesden e Willesden, aveva coronato il sogno di condurre un programma radiofonico su un canale musicale newyorchese ed erano ormai pronti dieci brani del futuro album. Ce ne è traccia in 001 con Coma Girl, fucilata rock in puro stile Clash dedicata alla figlia Lola e Silver and Gold una cover di Bobby Charles del 1952 che aveva il titolo di Before I Grow Too Old. Fanno parte delle 32 tracce di questa antologia "diversa" che racconta cosa è stato Joe Strummer al di fuori dei Clash. Non citate sopra ci sono chicche come 5th Brigade ispirata alla guerra civile spagnola, la solitaria Blues On The River del 1984, due lasciti del periodo transitorio dei Clash firmati come Strummer/Simonon & Howard (Czechoslovak/Where Is England e Pouring Rain) e i dieci minuti ipnotici di U.S.North un pezzo inedito inciso con Mick Jones al tempo dei Big Audio Dynamite. Coerentemente col personaggio in questione, 001 è la fotografia in bianco e nero di un musicista che ha dimostrato come si può avere risonanza mondiale ed essere amato se si rimane aggrappati ad una grande verità, per quanto in apparenza difficile, ovvero che l'uomo possa vivere con gli altri uomini.

 

MAURO  ZAMBELLINI 
p.s  l'articolo completo col contributo di Marco Denti sarà pubblicato sul numero del Buscadero di febbraio










sabato 29 dicembre 2018

MY PLAYLIST OF 2018


 


Come ogni anno, la lista delle cose che mi sono piaciute di più senza nessuna pretesa di indicare gli album più importanti o significativi, solo il piacere di sintetizzare i dischi che mi hanno fatto più compagnia, i più ascoltati dalle mie orecchie. L'ordine è del tutto casuale.

Usciti quest'anno

The Marcus King Band     Carolina Confession  
 

Rock e soul, canzoni che non sono solo un pretesto per jammare, la Marcus King Band è la più brillante  formazione proveniente oggi dal Sud degli Stati Uniti (fans dei Blackberry Smoke permettendo) e i più credibili discepoli di quello storico sound che dagli Allman è traslato prima nei Gov't Mule e nella Warren Haynes Band e poi nella Tedeschi-Trucks Band. Voce alla carta vetrata, chitarra funambolica, band totale, chi li ha visti (e rivisti) dal vivo a ottobre a Milano ne è rimasto folgorato. E non poteva essere diversamente.

The Magpie Salute      High Water I  
 

Anche loro hanno raccolto l'eredità del rock del sud ma quello dei Black Crowes di cui troppo spesso paiono la cover band. A differenza della Marcus King Band, dal vivo, lo scorso novembre a Trezzo, non hanno per nulla esaltato dando il meglio di sé solo in alcune cover (su tutte Oh Sweet Nuthin' dei Velvet Underground) ma questo non toglie che in High Water ci sia lo sforzo per personalizzarsi ammiccando, specie nelle ballate, all' aria serena dell'Ovest e alla psichedelia della Bay Area.

The Record Company    All of This Life    
 

Freschi, spumeggianti, divertenti. Una giovane band losangelena che non segue le mode e affonda la propria musica nel passato rielaborandolo con un piglio moderno, dimostrando che esiste comunque un margine per praticare la classicità con disincanto ed una verve sinceramente rock n'roll. Frullano un rock che si tinge di blues e boogie, amano le sonorità anni settanta e le riversano in canzoni che al fascino antico aggiungono brio e spregiudicatezza, evitando copiature e revival.

Glen Hansard    Between Two Shores   
 

Scampoli di rock celtico, lirismo alla Van Morrison, attitudine da busker, Glen Hansard è un poeta della strada che arriva al cuore per la via principale, quella dell'emozione senza trucchi. Un bardo moderno che canta di homeless e amore con voce soul, orchestra con  gli strumenti del folk e del rock comprese trombe e sassofoni e scrive canzoni che ti regalano un briciolo di speranza, anche in tempi bui come questi. Dal vivo è trascinante e  Between The Shores un perfetto biglietto da visita per chi non lo conosce.

 

Little Steven and The Disciples of Soul   Soulfire Live!
 

Soulfire Live! è uno di quei dischi di cui se ne sentiva un gran bisogno, per rievocare la stagione dei grandi dischi live, in primis gli anni settanta, e per rinfrescare un sound, il Jersey Sound, ormai passato di moda ma ancora in grado di entusiasmare, divertire, eccitare, uno sfavillante party della musica americana tra rock bianco e black music, una festa per le orecchie e il cuore. Little Steven è il capitano di una ciurma di pirati, i Discepoli dell'Anima, che mettono a ferro e fuoco il soul di James Brown e quello di Marvin Gaye, il r&b di Etta James ed il rock-soul degli Electric Flag, gli album di Southside Johnny ed il rock sporco e suburbano degli uomini senza donne. Qui c'è una lezione di musica che solo il fautore del suono di The River poteva offrire, Peccato che in Italia se ne siano accorti in pochi.  

Lucero   Among The Ghosts

Un viaggio tra i fantasmi dell'America profonda, ballate agre, voci dolenti, un senso di mistero e di abbandono, il tutto vestito di un decor country-gotico dalle tinte autunnali. Non molto distanti dai Drive By Truckers ma pervasi da una atmosfera dark che le liriche di Ben Nichols dispiegano in  tutte le sfumature, con canzoni di perdite e di trasformazioni esistenziali. Per chi ama il rock periferico e l'elettricità arruffata, il sound schietto e l'oscurità ai margini della città.

Boz Scaggs      Out Of The Blues
 

Dopo due dischi dedicati al soul, il veterano Boz Scaggs si sposta verso il blues e lo fa con l'eleganza ed il gusto che gli appartengono. Mette in campo titoli poco noti, soulmen dimenticati, bluesmen ignorati, in un blues dalle forme morbide il cui modello è Bobby "Blue" Bland. Lo accompagnano califfi come Jim Keltner, batteria, Charlie Sexton e Doyle Bramhall II, chitarre, più tre sassofonisti. C'è tutto un mondo di blues variegato e rilassato in Out Of The Blues, anche un pizzico di malinconia nella dolente versione di On The Beach di Neil Young. Soprattutto c'è una idea delle dodici lontana dai clichè e dai gesti eccessivi.
 

 

Southside Johnny     Detour Ahead
 

 Se ne sono visti di tributi a Billie Holiday ma questo ha avuto veramente poco risalto, non ne ha parlato quasi nessuno. Forse perché Southside Johnny  come Little Steven vanno bene solo quando si parla del Boss. Eppure Detour Ahead è sublime, un tributo ad una delle grandi lady della musica americana dove il soul sposa il jazz ed il jump blues, e la voce roca e sofferta di Southside Johnny entra nell'anima  delle canzoni di Lady Day creando un pathos di irresistibile bellezza e romanticismo. Con lui è un team di musicisti di estrazione jazzistica che in punta di piedi regalano un mood notturno e fumoso che è il miglior vestito per le canzoni della Holiday.

 

Courtney Barrett     Tell Me How You Really Feel
 

La conoscevo per nome e per qualche sporadico ascolto, per curiosità ho comprato (a Bilbao)  questo disco e sono incappato in certe sonorità che ho molto amato negli anni ottanta e novanta. Parlo di quel rock spigoloso e un po' malato ma capace di impennate elettriche sferzanti che era  pane quotidiano di alcuni gruppi del Paisley Underground, i primi Dream Syndicate, i Rain Parade, gli Opal, qualcun altro. Ci ho trovato un po' di quell'umore in Tell Me How You Really Feel e nell'inquieta voce di Courtney Barrett, disco a mio modo di vedere ancora legato alle estetiche e al fascino dell'underground.

 

Bettye Lavette      Things Have Changed
 

Altra donna, altra ugola, altra musica. Voce graffiante e aspra, interpretazioni assolutamente personali, una decina di canzoni prese dal songbook di Dylan, musicisti di prim'ordine tra cui Steve Jordan, Pino Palladino, Larry Campbell, Keith Richards, Trombone Shorty, Ivan Neville. Ovvero un disco perfetto per qualità della musica e eccelsa versione di canzoni già di per se favolose. Un tributo, ma è un tributo?, che non lascia indifferenti, sentitevi Don't Fall Apart Me Tonight, oppure la reggata Political World o ancora Ain't Talkin' ed Emotionally Yours, qui c'è l'anima degli afroamericani applicata al più illuminante songbook del rock bianco.
 

 

Mark Knopfler  Down The Road Wherever

 
A volte è difficile cogliere i cambiamenti nei dischi di Mark Knopfler perché lo stile è assodato, riconoscibile, quasi cristallizzato in un format che prevede la voce bassa e malinconica, la chitarra fluida e melodica, le armonie avvolgenti nella loro semplicità. Ha scelto la strada e i cieli per le copertine dei suoi dischi e non c'è immagine migliore per simboleggiare la sua musica cinematica tra folk,rock, blues e ballad, visionaria come può esserlo un viaggio su una strada che si infila nell'orizzonte, sognante come le sue assonnate melodie, elegante come il suono delle sue corde. Dicono che questo nuovo disco sia meno americano dei precedenti, forse per la presenza di qualche accenno irlandese e qualche sapore latino, sarà, ma per chi scrive suona meno monocorde di Tracker e altrettanto bello come il bluesato Privateering, ovvero gli ultimi due.

 

Lebroba       Andrew Cyrille/Wadada Leo Smith/ Bill Frisell
 

Cinque titoli  per accedere ad un universo rarefatto dove il Miles Davis astratto e astrale, la tromba è di Wadada Leo Smith, si accompagna al gelido e romantico espressionismo della chitarra di Bill Frisell e alle punteggiature percussive di Andrew Cyrille, un Jackson Pollock della batteria. Un mondo onirico, sospeso tra luce e ombra, un perfetto esercizio di minimalismo jazz, moderno e senza tempo, da ascoltare di notte quando tutto tace.

 

The J.& F. Band           From The Roots to Sky
 

Coraggioso questo ensemble in parte italiano nel porsi al di fuori dei generi, tentando strade fantasiose ed inusuali del tutto disinteressate a qualsiasi appeal commerciale. From The Roots To Sky prende spunto dall'amore per il jazz e gli Allman Brothers del batterista Tiziano Tononi (già autore di un tributo alla band di Macon) qui accompagnato dal bassista Joe Fonda, dall' ex percussionista degli Allman Jaimoe, dal chitarrista Raoul Bjiorkenheim e da una sezione fiati. Il risultato è un intreccio strumentale che fluttua dal jazz all'astrattismo free, dal blues al rock, da New Orleans all'improvvisazione. Dice bene il titolo, dalle radici al cielo, un disco non facile ma curioso, libero da condizionamenti, complesso ma anche estatico, oltre che aperto alle jam ( ce ne è
una di 28 minuti). Due Cd con dediche a Gregg Allman, al trombonista Roswell Rudd e in un pezzo anche l'armonica di Fabio Treves.

 

CONCERTI

The Rolling Stones    Orange Velodrome, Marsiglia 26/06/18

Samantha Fish            BBQ Festival, New Orleans   12/10/18

David Crosby              Milano 11/09/18

 

ARCHIVI
 
Tom Petty    An American Treasure

Può non essere il miglior box su Tom Petty, Playback del 1995 rimane insuperabile e The Live Anthology del 2009 è una strepitosa panoramica dei suoi concerti (ma non fatevi sfuggire il triplo bootleg San Francisco Serenades, fino qualche tempo fa costava una miseria) ma An American Treasure è il toccante ricordo di uno dei più esaltanti ed umili rocker che la musica americana abbia mai avuto. Certo si poteva assemblarlo meglio con più rarità ma la moglie e la figlia di Tom Petty hanno voluto così, 63 canzoni divise tra out-takes, differenti versioni, estratti live, qualche inedito e qualcosa di già edito, Beatles, Byrds, Dylan e Rolling Stones insieme in un solo artista. American rock n'roll at his best.

 

Mott The Hoople   Mental Train The Island Years 1969-71
 

Ne pubblicano tanti di box antologici o edizioni deluxe ma molte sono una vera speculazione oppure fanno la la felicità di fan/archivisti che godono nell'ascoltare otto versioni della stessa canzone.  Questo no, questo è un signor Box di 6 CD con una valanga di inediti e out-takes che racconta l'avventura degli inglesi Mott The Hoople ancora prima che divenissero famosi (solo un pochino famosi) ovvero prima che David Bowie regalasse loro All The Young Dudes. Sono gli anni e gli album per la Island tra il 1969 ed il 1971, stagione di passaggio, dischi poco conosciuti ma fondamentali per l'affermarsi di un rock che da una parte strizzava l'occhio al nascente glam e all'hard-rock e dall'altra metteva in campo strepitose ballate di ispirazione ed umore dylaniano (ma c'è anche Neil Young), grazie allo sviscerato amore del cantante Ian Hunter per il Signor Zimmerman. Quattro Cd con gli album originari , un Cd con le ballate ed un Cd con concerti del 1970/71.

 

Joe  Strummer       001
 

Un doppio CD (ne esiste una versione deluxe con libro annesso) che raccoglie le diverse anime di Joe Strummer di fuori dei Clash, ovvero i primi passi coi The 101ers, gruppo che bazzicava il pub-rock, fino alle sue registrazioni anni novanta coi Radar, con gli Astro-Physicians, con gli Electric Dog House e coi Mescaleros. In mezzo gli anni ottanta come Joe Strummer, Latino Rockabilly War, Sootsayers, Pearl Harbour, Strummer/Simonon/Howard  e la mitica Redemption Song con Johnny Cash. Un bel modo per ricapitolare una carriera all'insegna dell'onestà artistica, del coraggio e della dignità professionale, mai compromesso col music business. Una musica che intreccia occidente e terzo mondo tra punk, rock, rockabilly, reggae, latino e folk, ancora attuale, divertente e caustica per i  testi al vetriolo ma anche commovente per quella voce che dà fiato ad una generazione in perenne precarietà. Joe Strummer è stato un rivoluzionario nella musica e nella strada, ancora oggi se ne sente la mancanza, 001 lenisce solo in parte il dispiacere ma ha il potere di trasmettere una gioia ed un'allegria che era tanto che non provavo con un disco.

 

MAURO   ZAMBELLINI       28 DICEMBRE  2018

 

 

 

 

za e romanticismo. Lo accompagnano dei musicisti di estrazione jazzistica che in modo professionale e quasi in punta di piedi regalano a Suthside Johnny quell'umore notturno da ora tardi che è il miglior vestito per le canzoni della Holiday. Da Don't Explain a Lover Man. da Billie's Blues a These Foolish Things, da Detour Ahead a In My Solitude qui c'è il torcimento dell'anima e quell'intima e dolorosa profondità emotiva che solo Billie Holiday sapeva esprimere e l'umile e sottovalutato Southside Johnny riesce ad interpretare con un calore ed un trasporto che altri ben più titolati