sabato 24 dicembre 2011

Warren Haynes presents The Benefit Concert vol. 4 (Evil Teen 2CD)


E' abitudine di Warren Haynes organizzare nel periodo natalizio un Benefit Concert i cui proventi vanno ad Habitat for Humanity, una organizzazione no-profit impegnata nella costruzione di abitazioni per i senza casa. I concerti avvengono ad Asheville la città natale di Haynes nel Nord Carolina e vedono ogni anno la partecipazione di nomi noti e meno noti della musica southern e del rock-blues americano in generale. Sono già usciti diversi Cd e Dvd che testimoniano di questo avvenimento, questo The Benefit Concert vol. 4 è la cronaca dell'edizione del 2002 ed è una edizione di lusso perchè le forze in campo sono straordinarie. Innanzitutto Warren Haynes che suona un pò dappertutto, coi Gov't Mule nella drammatica, esaltante, commovente versione di Worried Down With Blues, il più bel blues da dieci anni a questa parte originariamente presentato su The Deep End un anno prima di questo concerto, in una jazzatissima e jammata Sco-Mule altro lascito di quel fantastico disco e altro highlights di questo show e nella lunga resa di Simple Man dei Lynyrd Skynyrd, un pezzo che non ha bisogno di presentazioni, dove i Muli sono raggiunti sul palco da Artymus Pyle degli Skynyds alla batteria, Audley Freed dei Black Crowes alla chitarra, Dave Schools degli Widespread Panic al basso, dal chitarrista Mike Barnes nativo di Asheville con esperienze negli Allman e nei Crowes e dall'organista Rob Barraco, l'unico forse a lasciarsi andare un pò troppo in una band che suona col tocco del divino. Ma Warren è a tutto campo, vero regista della partita.
Già nell'iniziale Carolina In My Mind di James Taylor la sua chitarra accompagna il violino di Don Lewis in quello che è un sentito omaggio acustico allo stato della Carolina del Nord e alla città natale di Haynes. È solo un accenno di quello che farà Haynes nel corso del concerto perché immediatamente dopo la scena è presa dai Sons of Ralph, altra band locale formata dal mandolinista Ralph Lewis e dai figli Don (violino e mandolino) e Marty (chitarra) specializzata in bluegrass music. Due brani a base di appalachian mountain music e country e poi è la volta di Jerry Joseph, leader dei Jackmormons e cantautore che si esibisce solista in una delle sue canzoni più note, The Kind of Place e poi aiutato da Robert Randolph col dobro, Dave Schools col basso e Matt Abts alla batteria si lancia in una bluesata Climb To Safety. La temperatura si innalza quando entra in scena Robert Randolph con la sua Family Band. Torrenziale e forse un po' eccessiva, Looking Out My Window è un soul-funk che frana verso il più chiassoso Sly Stone e dà la misura dell'orgia sonora creata dalla famiglia di Randolph mentre Shake Your Hips gioca per dieci minuti come fa il gatto col topo attorno all'ossessivo riff di La Grange aprendo delle fulminee schermaglie con la pedal steel di Randolph, la chitarra di Haynes e le dilaganti tastiere di John Girty e Denny Louis. Il tutto al servizio della delirante voce di Randolph che predica il suo sabba di black music totale.
Cambio di scenario con i Moe, la groove band debitrice dei Dead. Non misconoscono le loro origini e difatti legano in medley l'acida Dark Star di Garcia con la visionaria e spaziale Mexico, frutto del loro songwriting prima di dilatarsi negli effluvi narcotizzanti di Opium e rievocare i suoni della California psichedelica, aiutati da "maestro" Haynes che qui non sa che pesci pigliare tra Duane Allman e Jerry Garcia. Basta l'arrivo di John Hiatt perchè si ritorni coi piedi per terra. Tre canzoni, una più bella dell'altra, una sequenza da brivido, prima Ride Along, poi Tiki Bar Is Open impreziosita dal sassofono di Jon Smith e trasformata in un flessuoso blues/R&B ed infine una sincopata e jammata Memphis On The Meantime da far accapponare la pelle con Haynes con la slide a dar man forte ai Goners. La voce di Hiatt è un concentrato di negritudine, Landreth è un treno, il ritmo una droga. Ancora Dead dopo John Hiatt nella versione di Bob Weir and Friends una delle tante band in cui suona Haynes. Il cantante e chitarrista dei Grateful Dead si cimenta in alcuni classici del gruppo di Garcia, Shakedown Street mai troppo amata da chi scrive, una lisergica e stroboscopica medley di Truckin' e The Other One preparano il terreno per il finale esplosivo dei Muli che con Worried Down The Blues, Sco-Mule e Simple Man mandano i paradiso quanti ancora non erano saliti a bordo. È un doppio Cd e costa meno di un singolo. Opera di beneficenza a prezzi cheap. Alla portata di tutti, true democracy.

MAURO ZAMBELLINI


Disc 1

1    Carolina In My Mind (Haynes, Warren / Lewis, Don [Guitar])   
2    One (Haynes, Warren)   
3    One One One (Haynes, Warren / Sons of Ralph)   
4    Nine Pound Hammer (Haynes, Warren / Sons of Ralph)   
5    The Kind of Place (Joseph, Jerry)   
6    Climb To Safety (Joseph, Jerry / Schools, Dave)   
7    The Times They Are a Changin' (Kinney, Kevn / Haynes, Warren)   
8    Squeeze (Randolph, Robert & the Family Band [1])   
9    Looking Out My Window (Randolph, Robert & the Family Band [1])   
10    Shake Your Hips (Haynes, Warren / Louis, Danny)   
11    Dark Star Jam > Mexico (moe. [1])   
12    Opium (Haynes, Warren / moe. [1])   
13    The Weight (Weir, Bob / Haynes, Warren)   

Disc 2

1    Ride Along (Hiatt, John & the Goners)   
2    Drive South (Hiatt, John & the Goners)   
3    Tiki Bar is Open (Hiatt, John & the Goners)   
4    Memphis In the Meantime (Haynes, Warren / Hiatt, John & the Goners)   
5    Shakedown Street (Weir, Bob)   
6    Truckin' (Weir, Bob / DJ Logic)   
7    The Other One (Weir, Bob / DJ Logic)   
8    Worried Down the Blues (Rzab, Greg / Gov't Mule)   
9    Sco-Mule (Rzab, Greg / Gov't Mule)   
10    Don't Stop On the Grass, Sam (Schools, Dave / Gov't Mule)   
11    Simple Man (Pyle, Artimus / Freed, Audley)

lunedì 19 dicembre 2011

Miracolo a Le Havre (di Aki Kaurismaki)


L'antidoto ai cinepanettoni e alle banalità che girano sugli schermi nel periodo natalizio è questo bel film di Aki Kaurismaki, l'indimenticabile inventore dell'esilarante Leningrad Cowboys Go America adesso alle prese con un film di vago sapore civile dove intolleranza e paura sono sconfitte dalla lieve mano di un regista capace di trasformare in ottimismo una storia di neo-realismo dei giorni nostri. Marcel Marx, ex scrittore e bohemienne, si è ritirato in una sorta di esilio nella città portuale di Le Havre dove vive in una modesta abitazione con la moglie amata Arletty che si scoprirà gravemente malata e verrà ricoverata in ospedale e con una cagnolina, Laika. Pratica il poco redditizio mestiere del lustrascarpe e stringe un genuino rapporto d' amicizia con gli abitanti del quartiere proletario dove abita, in particolare col fruttivendolo, la panettiera ed una barista che gli offre volentieri un bicchiere di vino senza risparmiarsi qualche severa osservazioni sulla sua condotta. Abbandonata ogni velleità letteraria, Marcel vive felicemente dividendosi tra il suo bar preferito, il lavoro e la moglie Arletty, quando all'improvviso il destino mette sulla sua strada un piccolo profugo arrivato dall'Africa. Marcel vuole aiutare il ragazzo, braccato dalla polizia di frontiera, nonostante la mancanza di soldi e le preoccupazioni personali e farlo arrivare a Londra dalla madre.  Contro di lui lavora la ottusa macchina dello stato occidentale rappresentata da un vicino spione e dalla polizia che lentamente stringe il cerchio attorno al ragazzino del Gabon. Con lui c'è la solidarietà proletaria degli umili, più un commissario di polizia disincantato, dall'apparenza cinica, disposto a seguire le ragioni del cuore e della razionalità umana. Con lui è anche Roberto Piazza alias Little Bob, eroe in pensione della Le Havre rock, che si offre volontario con la sua band per un  concerto i cui proventi serviranno per la fuga del giovane africano.
Il finlandese Aki Kaurismaki compie un piccolo miracolo: in trasferta in Francia, con un cast di volti noti del cinema polar francese imbastisce una fiaba moderna con un vago sapore retrò che non guasta ad insaporire e a colorare lo squallore e l'indifferenza di oggi. Kaurismaki non rinunciai ai suoi temi più cari, il mondo che rappresenta è quello del proletariato e con l'aiuto di una fotografia (Timo Salminen) curata e dal gusto antico  realizza un film in cui la malinconia profonda e la stanchezza del vivere si aprono verso un ottimismo poco comune oggi. La sua  denuncia sociale si stempera in un messaggio positivo di riscatto e speranza, in un mondo in cui prevale il cinismo e la paura sapere che qualcuno pensa, senza lacrime e facile romanticismo, che si possa cambiare un destino è già un passo in vanati. Da vedere assolutamente.

MAURO ZAMBELLINI    

martedì 6 dicembre 2011

Rai Stereonotte


Mi è sempre piaciuta la radio fin dagli albori delle radio libere. A metà degli anni settanta fui conduttore di una fortunata trasmissione musicale, Scatola Calda, a Radio Varese, l’unica radio libera dell’occidente occupato così strillava il suo logo inventato dal sottoscritto e divenuto titolo di un libro, una radio politicamente scorretta (negli anni novanta fu confiscata dalla nascente Lega Lombarda) e con un palinsesto musicale in cui anche il più innocuo e sbarazzino Aperitivo in musica per casalinghe e pensionati aveva come sigla una kilometrica Rock n’Roll di Lou Reed. Musicalmente parlando era molto più anticonformista (già nel 1976 era di casa Patti Smith) delle più titolate ed urbane Canale 96 di Milano e Radio Alice di Bologna ma si sa alla provincia non sempre vengono riconosciuti i suoi meriti. Ci stetti un paio di anni a Radio Varese fino a quando non fu “normalizzata” dalla sinistra ufficiale (fino allora era stata una Radio autonoma e di movimento), bivaccai qualche tempo, tra la fine dei settanta e l’inizio della decade successiva in qualche radio commerciale e poi finii a condurre settimanalmente un programma di deciso orientamento rock a Radio Popolare, radio che frequento tuttora. Proprio la “militanza” a Radio Popolare oltre alla mia attività giornalistica nel Mucchio Selvaggio mi valsero l’arruolamento nel team rotante di Rai Stereonotte messo in piedi dal direttore Pierluigi Tabasso. Devo ringraziare Massimo Cotto (tipo con cui non ho mai legato granchè ma anche lui del Mucchio), già a Rai Stereonotte da qualche edizione, per avermi introdotto a Tabasso, il quale oltre a stimare il la mia collaborazione con Radio Popolare condivideva con me la passione per la nautica. Assieme a Cotto ero in quegli anni tra il 1988 ed il 1990 l’unico conduttore extra-romano ovvero gli unici che arrivavano dalla profonda provincia del nord (lui Asti ed io Varese), cosa che strideva con la romanità della Rai e suscitava sguardi “compassionevoli” da parte dei rinomati conduttori dell’urbe piuttosto freddi al primo approccio verso i milanesi, anche se  in realtà ero un insegnante di una scuola media in una piccola cittadina (Somma Lombardo) della provincia di Varese. Per me fu il classico fulmine a cielo sereno, lasciare per qualche tempo colleghi, bidelli, libri e ragazzi vittime del teorema di Euclide  e catapultarsi nella Capitale facendo il lavoro più bello del mondo o almeno quello che si era sempre sognato dalla prima volta che si era acquistato un disco: trasmettere la musica di cui eri appassionato nella scenografia misteriosa ed intrigante della notte e nella migliore trasmissione di musica a livello nazionale, quella che l’ Italia ascoltava con lo stesso trasporto di quando io da ragazzo nottetempo ascoltavo Radio Luxembourg cercando di non farmi accorgere dai miei genitori.
Un bel colpo di fortuna, sebbene alle spalle ci fossero anni di ascolti, di letture, di recensioni e soprattutto un capitale speso in dischi ma lavorare 1/6 del tempo che trascorrevo a scuola senza tutta la fatica e l’impegno che comportava e guadagnare 1/3 di più con un lavoro che era uno sballo beh questo chiamatelo come volete ma rimane un colpo di culo. Certo lavoravo di notte, dormivo male, non ero a casa, la fidanzata era lontana, ero in una città che non conoscevo, mangiavo e bevevo in modo disordinato ma chissenefrega, questo, mi dicevo “è il rock n’roll”. Proprio solo non ero perché la redazione del Mucchio Selvaggio, giornale di cui ero redattore, era ed è a Roma per cui diversi amici che mi invitavano a cena e andavo con loro al cinema e  ai concerti c’erano e altri me ne feci di cui ancora adesso ho un buon ricordo.
Il mio impatto con Roma fu traumatico. Arrivai in questo residence sulla Camilluccia che avevo prenotato via telefono senza vederlo e sapere come fosse (internet era di là da venire) dopo aver fatto un lungo viaggio di 600 km con la mia Renault 5 bianca carica di vestiti, lenzuola, libri, giornali, dischi, stereo, casse, pentole, posate e piatti perché come extra-romano dovevo portarmi tutto il vivibile e l’usabile e sarei stato lontano da casa 4 mesi, salvo sporadici ritorni di 48 ore in treno. Mi sembrava di essere un militare ma la nazione che servivo era quella del rock n’roll anzi di Rai Stereonotte. La sera che arrivai in quello che più che un residence sembrava un bunker di cemento sottointerrato squallido e tetro dove Dario Argento avrebbe potuto ambientare un suo horror  fu triste. Era una sera di metà ottobre  cupa e piovosa, scaricai stanco il materiale sotto una pioggerellina fastidiosa più adatta al Varesotto che a Roma, piazzai lo stereo e misi un disco di Lloyd Cole and The Commotions per stare in tema con l’atmosfera uggiosa e umida e seduto su una sedia provai un profondo senso di malinconia pensando casa, i miei amori, gli amici e quelle piccole certezze borghesi che all’improvviso racchiudevano un calore che non avevo mai avvertito prima e mi sembravano una sorte di isola felice rispetto alla solitudine e al freddo del momento. Faceva veramente freddo in quel bunker, anche nei mesi successivi la cosa che soffrii di più fu il freddo tanto che ancora oggi quando mi dicono che Roma ha un clima tiepido tutto l’anno li guardo stralunati e non oso contraddirli. Presi coraggio e aprii l’armadio per deporre camicie, pantaloni, mutande e golf  ma in un cassetto ci trovai un topo morto da qualche tempo. Rimasi di merda, avvisai il portiere che infastidito perché era l’ora di cena mi sbarazzò con paletta e giornale dell’intruso e così dopo quell’incontro decisi di aspettare il giorno dopo per inquadrare meglio la mia nuova avventura. Il giorno dopo c’era il sole e Pierluigi Tabasso si rivelò una persona squisita e comprensiva, sapeva che venire da fuori non era come essere de roma , in primis perché non conoscevi “l’azienda Rai” e le sue dinamiche non semplici, era tutto nuovo e gli altri ti vedevano quasi come un intruso. In verità non sono mai riuscito a fraternizzare molto con gli altri conduttori tranne con Carboni e Cestoni nonostante dividessi le notti insieme ma a parte la settimanale riunione di redazione con il direttore il resto funzionava un po’ come a scuola ovvero l’insegnante entra nelle sue ore nelle sue classi e con gli altri insegnanti ci parla durante il Collegio dei Docenti o nella pausa caffè, se ti piace il caffè. Così era a Rai Stereonotte, ognuno aveva la sua fascia oraria che cambiava di giorno in giorno, arrivava coi suoi dischi quando l’altro finiva, un saluto, due parole e poi via solo nello studio, quando arrivava il successivo, se non era l’ultimo segmento, un altro saluto e due altre parole e così via. Parlavo più coi tecnici, in particolare con Sergio Spaccini, capello brizzolato e battuta facile da playboy de noantri.
Il problema per me che venivo da lontano erano i dischi. In quattro mesi te ne occorrevano tanti, dovevi portarti i vinili da lontano e con l’auto, lo spazio era quello che era e non potevi traslocare tutta la tua discografia. E’ uno dei problemi che più ho sofferto, quando trasmetti per un’ora e mezzo a notte per quattro mesi hai bisogno di una valanga di dischi, diversi e intercambiabili, chi abita in loco può permettersi di spaziare in lungo ed in largo perché ha a disposizione la discoteca di casa. Fate conto che l’archivio Rai non offriva quella specializzazione  ad personam per cui eri stato ingaggiato per cui dovevo fare salti mortali per rinnovare il mio bagaglio discografico, tenevo buoni rapporti con le case discografiche in genere generose con chi conduceva Rai Steronotte, poi facevo qualche ricambio quando tornavo a casa in treno con un valigione che pesava più di me, compravo qualcosa di nuovo a Roma e poi c’era Max Stefani, il direttore del Mucchio, che ogni tanto mi prestava dei dischi. Ma la faccenda era complessa, cosa per cui mi rimane il dubbio di non aver dato il meglio di me stesso nella programmazione di quelle notti proprio per questo, invidiavo i romani e non capivo quando dicevano della pesantezza di quel lavoro. A me sembrava il paradiso, ero abituato a svegliarmi ogni mattina alle sette ed entrare in classe alle otto davanti ad una massa di ragazzi che non aveva il minimo desiderio di starmi ad ascoltare di algebra e geometria per  quattro/cinque ore, lavorare a Rai Stereonotte era come essere in vacanza, nessun bambino che ti rompe le balle, nessun genitore pedante, niente presidi con l’orologio puntato. Una manna, solo rock n’roll, da solo in una stanza come Donald Fagen in The Nightfly, coi tecnici che ad un tuo cenno sospendono per un attimo la lettura di Trotto Sportsman  e fanno partire il disco dopo che tu lo avevi presentato e ci avevi raccontato una storia sopra sapendo che chi stava dall’altra parte della radio era pronto a sognare con la tua musica, le tue parole, le tue suggestioni.
Le prime due fasce orarie erano quelle che preferivo, quella tra le 12.30 e l’una e trenta e la seguente fino alle 3. Nella prima potevi sciorinare tutto il rock che volevi perché la notte non era ancora calata completamente e allora ero stringato nelle intro e pimpante coi ritmi. Mettevo senza paura di infastidire gli Stones, i Green On Red, i Replacements, Springsteen, Southside Johnny, David Johansen, i Dream Syndicate, i Blasters e tutta quella roba lì. Facevo parte del Mucchio Selvaggio e quella era la musica di quella rivista, il suo biglietto da visita. Altri conduttori erano più soft e soul per non dire “confidenziali”, usavano la voce in maniera e suadente, io, che non avevo una voce così vellutata e calda, cercavo di centrare il bersaglio portando gli ascoltatori sulle strade d’America facendoli sognare come in un road movie. Informavo e spargevo suggestioni stradaiole come il dj nero del film Punto Zero. Mi ricordo una trasmissione in primo segmento, una cosa molto particolare  sul rock in U.R.S.S che piacque molto al direttore Tabasso. L’avevo messa insieme coi dischi che mi aveva portato dall’Unione Sovietica un mio amico che li aveva acquistati al mercato nero. Gruppi locali che imitavano con molta innocenza e qualche ingenuità i gruppi inglesi e americani di beat e rock. Tutta roba sconosciuta, assolutamente “proibita” in patria, magari con un relativo valore artistico ma unica nel suo genere e per la prima volta trasmessa in una radio dell’occidente. Una trasmissione che mi riuscì bene in seconda fascia oraria fu a proposito di connessioni tra voodoo e musica. Ci stava a pennello con la notte, misi insieme la lettura di passi di un libro di Cornell Woolrich  con schegge estrapolate dal film Angel Heart  di Alan Parker supportando il tutto con brani di Dr.John, John Campbell, Willy De Ville  e musica di New Orleans. Fu una trasmissione intrigante e paurosa. Nelle altre fasce orarie era bene essere più  soffici e riposanti  per cui mi venivano di aiuto cantautori e cantautrici, Tom Waits, Joni Mitchell, Ricky Lee Jones per fare qualche nome e poi il blues e qualche jazz morbido che serviva ad accompagnare dolcemente gli ascoltatori nel sonno o fare quieta compagnia a chi lavorava e viveva in quegli orari. Ci scrivevano molti carcerati che non riuscivano a dormire e trovavano consolazione nelle nostre voci, nelle nostre parole, nella nostra musica. Nell’ultimo segmento, quella tra le 4 e trenta e le 5.45 la storia cambiava ulteriormente. Lì bisognava sottolineare con delicatezza il risveglio di chi si preparava ad andare a lavorare di prima mattina. Era una fascia ascoltata da operai dei primi turni o  quelli dei servizi di pulizia che prima che gli uffici e le banche aprissero avevano già fatto il loro lavoro. Era un pubblico diverso da quello del resto della notte per cui selezionavo diversa musica italiana, anche se non sono mai stato uno specialista del genere. Sceglievo tra i dischi di Paolo Conte, qualcosa del primo Zucchero perché sapeva di R&B, la Mina delle origini, il Celentano prima del Mondo in Mi Settima, Lucio Battisti, qualcosa del beat e qualche cantautore degli anni ’70 in odore di rivoluzione. Ci mettevo tra un brano e l’altro dei piccoli frammenti parlati sul tempo, sui colori dell’alba, sul brulicare della città che si sveglia, su qualche notizia curiosa e divertente, sui treni pieni di pendolari e studenti che si apprestano ad affrontare la giornata. Cercavo di far compagnia a chi stava lavandosi i denti o facendo colazione in casa raccontando qualcosa che non fosse specifico della musica ma relativo alla vita di tutti i giorni mettendoci un po’ di humour e qualche flash non stereotipato.
Mitico fu poi il collegamento la notte del capodanno 1990 con Dublino dove in concerto si esibivano gli U2. Fu una notte speciale sotto tutti i punti di vista, non era mai capitata una cosa simile in una radio italiana. Fui orgoglioso di parteciparvi, Carboni era a Dublino con la staff tecnico, Cotto ed io in studio a Roma.
Per me non era sempre semplice tirare le 4.30 per l’ultima tranche di Stereonotte, raramente dormivo prima perché avevo paura di non svegliarmi al momento giusto quindi cercavo di occupare la serata tenendomi sveglio come potevo.  Capitava di andare a cena con amici, stavo con loro a chiacchierare e sentire musica ma poi verso mezzanotte tutti si ritiravano e andavano a dormire, quindi mi ritrovavo solo, attraversavo la città in macchina, tornavo al residence sulla Camilluccia, se non lo avevo ancora fatto preparavo la trasmissione poi mi mettevo a leggere qualcosa ascoltando la radio e gli altri conduttori e se l’ora non era ancora arrivata facevo un giro in Via Veneto dove c’erano dei chioschi di giornali aperti tutta la notte per comprare  qualche rivista o la prima edizione del quotidiano.
La notte romana era per me un incanto. Andavo a dormire dopo la trasmissione per  cui se finivo alle tre o alle quattro e mezzo mi capitava di girare in macchina quando gli altri dormivano. Vivevo al contrario, non avevo problemi col rinomato intasato traffico romano, vedevo una Roma bellissima nel silenzio e nella solitudine della notte. Mi ricordo il senso di pace ed estasi quando passavo per  San Pietro completamente vuota e silenziosa, con la sola volante della Polizia che ogni tanto faceva un giro di controllo oppure farsi il lungoTevere senza un intoppo e assaporare un cappuccino caldo all’alba in un baretto dalle parti di Piazza Argentina. Conoscevo perché me li avevano indicati i miei amici romani  un sottobosco di bar e piccoli locali dove andare per un caffè, una birra o un whiskey aperti tutta la notte e frequentati da una fauna di nottambuli, balordi, insonni e prostitute. Era molto romantico o almeno io lo vivevo così, mi sembrava di essere proiettato in The Heart of Saturday Night di Tom Waits, cogliere la notte coi suoi segreti, i suoi perdenti, i suoi sogni. Ogni tanto mi capitava di assistere a qualche rissa o imbattersi in qualche tossico che non stava in piedi ma vedevo le cose con sufficiente distacco da viverle come in un film così da portarmi le impressioni e quelle visioni notturne appresso quando varcavo la soglia di Via Po ed entravo nello studio di StaiReonotte con i miei dischi. Quelle impressioni e quelle visioni scivolavano tra una canzone e l’altra così che non rimanevano solo mie ma arrivavano a quel popolo della notte che aveva come amico/a insostituibile la radio.
Rai Stereonotte, uno dei più bei periodi della mia vita.

MAURO ZAMBELLINI      OTTOBRE 2011

martedì 29 novembre 2011

Paul McCartney On The Run Milano 27.11.11


Chi mi legge o semplicemente mi conosce sa che sono un irriducibile rollingstoniano e non mi sono mai sperticato in lodi verso i Beatles ma la vita non sarebbe così interessante se le sorprese ad un certo punto non scombussolassero il certo ed il prevedibile tanto da portarmi ad affermare che uno dei concerti migliori a cui ho assistito in questo 2011 è stato quello di Paul McCartney a Milano domenica 27 novembre. Un concerto memorabile, per me inaspettato a cui ho assistito grazie al favore di un amica che mi ha offerto un biglietto deluxe nel primo anello numerato del Forum di Assago. Pubblico numeroso, festoso e caldo e tanti giovani hanno fatto da corollario ad uno show sontuoso dove pop, rock, Beatles, canzoni, flash psichedelici e ballate hanno immortalato un musicista e cantante e showman divertente, gioioso, spiritoso, professionale e trascinante al tempo stesso, un grande artista. Paul McCartney sul palco mi è parso un gigante, splendido cantante in possesso di una voce ancora fresca pur irrobustita dal tempo e dall’esperienza, versatile nelle interpretazioni sia che fossero le arcinote canzoni dei Beatles sia che fosse il bizzarro e leggero pop degli Wings, sia che fossero degli sketch creati con la chitarra acustica (un mini set all’interno dello show) sia che le splendide immagini che scorrevano sullo schermo alle spalle della band facessero da scenografia ad una musica che fluttuava tra ricordi di un passato diventato storia di tutti, fantasie psichedeliche, lampi di genio e graffi di puro rock n’roll.
Il quartetto che ha assecondato Macca in questo On The Run tour, una band con lui da diverso tempo, si è rivelato un gagliardo combo all’insegna di un rock senza fronzoli, con due chitarristi (Brian Ray e Rusty Anderson) capaci di mordere e creare un sound a tratti spudoratamente chitarristico, un bravissimo batterista (l’imponente Abe Laboriel Jr.) ed un tastierista che ha fatto il suo dovere, musicisti in grado di offrire a Macca la soluzione giusta a seconda del pezzo. Lui, il baronetto, giacca stretta e stivaletti alla Beatles, poi in elegante camicia bianca sormontata da strette bretelle, ha sfoggiato il suo inconfondibile basso Hofner Ignition ma ha anche imbracciato chitarre elettriche, acustiche, l’ukulele nell’intro di una toccante e commovente Something dedicata all’amico scomparso George Harrison e si è seduto al piano per accompagnare alcune delle memorabili melodie che hanno segnato parte della musica moderna.
Pimpante, allegro, in perfetta forma, McCartney è parso un ragazzino per come ha condotto lo show e si è dato al pubblico alternando brani dei Wings (Junior’s Farm,Jet, Let Me Roll It contenente una citazione di Foxy Lady di Hendrix, Mrs Vandebielt, la strepitosa Band On The Run ed una infuocata Live and Let Die bombardata da fiammate che hanno trasformato il palco in un campo di battaglia), scampoli dei suoi dischi solisti e quell’incommensurabile patrimonio musicale che è il songbook dei Beatles. E sono stati proprio questi i pezzi ad accendere lo show ed il pubblico, senza mai suonare troppo nostalgici. Belli i momenti più dolci, malinconici e contemplativi come All My Loving, The Long and Winding Road arricchita di immagini di scenari dell’ovest americano, Eleanor Rigby, Yesterday, The Night Before, Something, Let It Be e Hey Jude queste due ultime accompagnate dal canto di tutto il Forum, sia nel siparietto socio-politico di Blackbird o nella scanzonata e frivola Ob-La-Di,Ob-La-Da una canzone che ho sempre detestato, sia nei pezzi di più stretta parentela rock come una esaltante versione di Drive My Car , nelle sferzanti Helter Skelter e Back In The Ussr e nelle divertenti e scoppiettanti Day Tripper, Paperback Writer e Get Back usate nel primo dei due encore dello show. Paul McCartney non ha dimenticato il compagno John, a lui è andata Here Today e poi dal fardello di Lennon ha estratto All You Need Is Love appiccicandola a She loves You e Give Peace A Change ad una strepitosa A Day In The Life, altro momento topico dello show. La magica notte era cominciata con Hello, Goodbye, primo dei trentacinque brani esibiti per una durata complessiva di quasi tre ore di musica senza interruzioni. Il finale lo si è avuto con la medley di Golden Slumbers/Carry The Weight/The End direttamente presa da Abbey Road. Prima della fine anche un numero squisitamente rollingstoniano, una versione di I’ve Got a Feeling capace di resuscitare anche i morti.

Un concerto come se ne vedono pochi. Parola di un rollingstoniano e non mi sono bevuto il cervello.

MAURO ZAMBELLINI NOVEMBRE 2011

sabato 19 novembre 2011

Anti SOcial Network


Sono successe un po' di cose contemporaneamente che hanno scombussolato le mie comunicazioni. Poco prima che il mio computer morisse definitivamente, pace all'anima sua  era ancora giovane poverino, e i miei collegamenti con internet divenissero sporadici e casuali, l'amico Blue che è veramente un rocker come non ce ne sono più mi ha invitato ad entrare in Fbook perchè è lì che passa tutto. Impegnato col mio computer morente e rabbioso contro la tecnologia non ci ho fatto molto caso e gli ho dato l'ok.  Morale, mi sono trovato dentro Facebook con una valanga di e-mail di gente mai vista che mi chiedeva l'amicizia e la condivisione di pareri,gusti,emozioni, una cosa che mi ha fatto immensamente piacere perchè non sapevo di avere così tanti amici in giro per l'Italia. Tutto questo accadeva mentre il mio computer mi lasciava entrare in rete un giorno si e cinque no ed io avevoa finalmente capito che quel Fbook che distrattamente avevo letto in una e-mail di Blue era FaceBook. Ci voleva poco a capirlo ma ero nel centro di una bufera senza controllo. Naturale trovarmi sommerso da una montagna di lettere , nomi che non conoscevo e confondevo, persone che mi facevano i complimenti per essere finalmente in Facebook, mie foto che giravano in rete allegramente. E questo è il punto. Ringrazio tutti quelli che mi hanno chiesto l'amicizia, tutti quelli a cui l'ho data e quelli che non ho fatto in tempo a darla visto i problemi di tempo e computer ma per uno come me che ha fatto della riservatezza uno dei cardini del proprio stile di vita, uno che è cresciuto nel mito di detective silenziosi e appartati e di fuorilegge solitari e fuori dal mucchio, uno che è più anarcoindividualista che democratico, l'essere in un social network è un po' una contraddizione e in tutta sincerità personalmente un fastidio perchè è un lavoro di comunicazione  che non riesco a svolgere con la dovuta attenzione e tempestività. Aggiungete che oltre ad anarcoindividualista sono anche pigro quindi per il momento non sono pronto a questa experience. Rispetto chi è in Facebook e constato ancora una volta la mia incapacità sociale, conosco i miei peccati e so di essere politicamente scorretto ma mi è sempre piaciuto di più il fuorilegge rispetto allo sceriffo. Ringrazio tutti e mi scuso. Ci vediamo in zambo's place

MAURO ZAMBELLINI

lunedì 14 novembre 2011

Daniele Tenca > Live For The Working Class (Route 61)


Quando meno te lo aspetti, in un momento di crisi del mercato discografico c'è chi azzarda a creare una piccola etichetta discografica. Coraggiosi non c'è che dire, che la fortuna sia dalla loro parte. L'etichetta si chiama Route 61 e questo basta per capire che il terreno su cui si muovono è il rock e la musica americana. Americana- Made In Italy strilla il loro logo e difatti le prime pubblicazioni riguardano italiani e non solo che contaminano la musica americana, in particolare il roots-rock con il folk, il bluegrass e la musica irlandese. Date ad un ascolto a Fathers and Sons del duo Donald & Jen McNeill supportati dai bravi connazionali Lowlands, una delle più originali formazioni italiane nel campo di americana. E poi Among The Stream dei Mardi Gras una formazione di musicisti romani con una cantante irlandese che espandono americana nelle terre celtiche e regalano una splendida versione di Land of Hope and Dreams di Bruce Springsteen.
Lo stesso Springsteen risuona inconfondibile nel nuovo lavoro di Daniele Tenca altro affiliato Route 61. Si intitolava Blues For The Working Class il disco debutto di  Tenca come solista, un anomalo disco, per il mercato italiano, che parlava di lavoro, fabbriche e classe operaia in un contesto sonoro che non nascondeva i riferimenti a Springsteen e a certo blue collar rock della East Coast americana. Un disco con ottimi testi e buona musica in cui il blues era solo una delle componenti del suono di Tenca. Il disco aveva il nobile intento di sostenere con le vendite l’Associazione Nazionale Mutilati ed Invalidi sul Lavoro, problema quanto mai attuale considerato l’increscioso proliferare di incidenti e morti sul lavoro oggi.
Daniele Tenca ha pensato bene di portare quel disco dal vivo e così è nato Live For The Working Class, dodici brani, la maggior parte suoi ed un pugno di cover tra cui le springsteeniane Johnny 99, Red Headed Woman e Factory, un traditional (John Henry) ed un blues dell’italoamericano Andy J.Forest, Breach In The Levee. Con lui c’è una band che suona con l’abilità e la determinazione di una provata rock n’roll band americana, una band solida e ben amalgamata che conta sull’ottimo lavoro di chitarre di Leo Ghiringhelli e Heggy Vezzano, sulla sezione ritmica di Pablo Leoni e Luca Tonani e sullo splendido apporto dell’Hammond di Cristiano Arcioni. Da parte sua Tenca ci mette la voce, la chitarra e l’acustica nello stile di quei songwriter che alternano rabbia e poesia in canzoni il cui cuore batte dall’altra parte della strada, dalla parte di chi lotta e di chi spera in un domani migliore. E’ il rock della classe operaia che qui si materializza in titoli come Cold Comfort, Flowers at The Gates, The Mills Are Closing Down, He’s Working, My Work No Longer Fits For You che evocano i paesaggi di Youngstown ed hanno come focus la deindustrializzazione, la perdita del lavoro e della dignità. la disoccupazione, le ingiustizie sociali e l’ impoverimento di massa. Il tema è quanto mai all’ordine del giorno e Tenca pur ergendosi come un moderno ed elettrico John Henry, non ricorre ai sermoni, agli slogan e alle facili conclusioni ma usa per il suo elettro-sindacalismo il rock n’roll sporcandolo di blues e di ballate di ruggine e polvere. Il sound è quello che potete trovare in un disco di Bruce,  di Mellencamp,  di Willie Nile  di Joe Grushecky per cui siete avvisati. Non è la prima volta che in Italia sentiamo roba simile, furono i Rocking Chairs ad inaugurare una stirpe ancora seguita e applaudita oggi, Tenca è uno degli ultimi iscritti a questa lista ma proprio per questo ha metabolizzato le esperienze passate in un rock che non delude, per onestà ed efficacia. Il disco è stato registrato nel dicembre del 2010 al Amigdala Theatre di Trezzo D’Adda.

MAURO ZAMBELLINI

giovedì 3 novembre 2011

Some Girls


Il 21 novembre la Universal pubblicherà la ristampa deluxe di Some Girls il più venduto disco dei Rolling Stones datato 1978. Se le ristampe di lusso di Exile On Main Street hanno dovuto aspettare 38 anni, per Some Girls il tempo si è ridotto a 33. Sono state pubblicate a poco più di un anno di distanza l’una dall’altra ma per Exile la presentazione era in pompa magna mentre per Some Girls si è scelto una operazione più sbrigativa. Pubblicate una di seguito all’altra senza tenere conto della reale cronologia discografica (ci sono altri tre album tra loro) i due dischi costituiscono un continuum di qualità all’insegna del miglior rock n’roll targato Stones.
In mezzo ai due dischi menzionati ci sono altri album e canzoni altrettanto famose (Angie, Star Star, It’s Only Rock n’ Roll, If You Can’t Rock Me, Fingerprint File) che sono state per lungo tempo nelle scalette dei concerti e Black and Blue nel 1976 dimostrava che gli Stones stavano già mangiando i frutti “esotici” del reggae e dei ritmi centroamericani ancora prima che Londra li importasse e Bob Marley diventasse una star ma raccontare col senno di poi i Rolling Stones al meglio della loro discografia significa saltare da Exile a Some Girls by passando i tre dischi di mezzo.
Continuare ad essere la più grande rock n’ roll band del pianeta con due dischi ed una dipendenza da eroina (Keith Richards) da gestire mentre il resto (progressive, art-rock, glam e punk) nasceva, diventava famoso, faceva tendenza e moda, riempiva i giornali, vendeva milioni di dischi e poi sfioriva. Altro che le abilità bancarie del principe Rupert Loewenstein il loro manager finaziario, ci vuole un solido patto col diavolo da intimidire lo stesso Robert Johnson e soprattutto una fortuna sfacciata per continuare a rimanere al top come hanno fatto i Rolling Stones in quegli anni.
Some Girls viene offerto (si fa per dire) in più formati, c’è la solita Super DeLuxe Edition per patiti con 2 CD, vinile, DVD di 30 minuti, singolo (Beast Of Burden/When The Whip Comes Down) e libro di Anthony DeCurtis e c’è la normale versione a due CD per i comuni mortali. Il primo CD prevede la versione rimasterizzata dell’originale Some Girls, un disco che ancora oggi brilla per freschezza ed energia, un ritorno ai canoni del loro rock n’roll tinto di blues e ballate dopo un periodo di appannamento con in più una sferzata di rabbia punk (Lies, Respactable, When The Whip Comes Down) e di malizia disco (Miss You) tanto per dimostrare che potevano cavalcare indifferentemente le due mode del momento con la maestria dei primi della classe.
Il secondo CD che è la vera novità dell’operazione suona finalmente come un disco vero e proprio, quasi fosse un nuovo album e non la solita raccolta di out-takes, come era successp per Exile On Main Street. Qui c’è una logica ed un senso diverso, c’è una sequenza equilibrata di rock n’roll, blues e ballate e perfino il consueto pezzo cantato da Keith Richards che compongono la dinamica di un vero e proprio album. Il materiale è eccellente, i brani (ad eccezione della conclusiva take di Petrol Blues ) finiti e rifiniti, la qualità audio sorprendente tanto da far sorgere il dubbio che sia stato fatto un recente restyling . In definitiva non ci sono delle canzoni “perse e ritrovate” e qualche prototipo rammendato al meglio, no, qui c’è un altro album degli Stones, un prequel o un sequel di Some Girls, che se fosse uscito al tempo avrebbe costituito il collante ideale con Tattoo You, alla faccia di Emotional Rescue.
Il disco nuovo si apre con Claudine, brano che è circolato nei bootleg, registrato nel marzo del 1978 negli studi Pathè-Marconi di Parigi. Trattasi di uno scorrevole rock n’roll con un ritmo vagamente honky-tonk dove Jagger canta senza urlare e le chitarre fanno il resto. Trae spunto dalla storia di Claudine Longet una cantante francese che sposò Andy Williams nel 1961. Divorziarono nel 1975. Un anno dopo avrebbe ucciso il suo amante ad Aspen in Colorado. Il suo avvocato, con cui si sposò nel 1986, la difese con successo e fu condannata solo per omicidio colposo. La canzone scritta da Richards su di lei fu considerata troppo esplicita al tempo per essere pubblicata.
La seguente So Young è blues/rock alla maniera delle cover che gli Stones facevano nei loro primi album. Il pianoforte (Ian Stewart ?) fa il boogie-woogie e Jagger canta da manuale ripetendo all’ossessione so young come se fosse lui il/la giovane in questione. Chitarre in spolvero e Stones come li amiamo. Non è l’unico blues del disco: When You’re Gone sembra I’m a King Bee di Slim Harpo con tanto di armonica al seguito, Keep Up Blues è nera come la pece, entra subito in circolo, magistrale nella sua semplicità eppure ancora moderna pur pervasa dallo spirito antico e affascinante del blues. Petrol Blues è solo una take di un minuto e mezzo, chiude il disco ed è mozzata come se qualcuno avesse improvvisamente spento il Revox. E’ un demo e si sente.
Della serie it’s only rock n’roll fanno parte Tallahassee Lassie titolo di un brano di Freddie Cannon del 1959 che occhieggia spudorato a Chuck Berry e le parole dolci di I Love You Too Much, suono pulito, riff di marca e batteria secca come un Martini dry. E’ routine ma di classe. Del tutto diverso Don’t Be A Stranger, un mezzo-tempo col basso in evidenza, la batteria che è un fuscello, la chitarra acustica e le marimba. E’ sinuosa, calda ed emana mexican flavour, più che gli Stones sembra roba da Willy DeVille periodo latino.
Le ballate sono una parte sostanziosa del disco con lo spirito di Gram Parsons che aleggia sopra. Do You Think I Really Care cita senza mezze misure Gram Parsons e i Flying Burrito Bros mettendo in viaggio gli Stones su una freeway americana. Viene in mente Dead Flowers e le atmosfere on the road di Sticky Fingers, Jagger è superbo. Sempre lui canta in No Spare Parts, ritmo lento, cuore spezzato, miele e polvere, un country-western che fa eco alla Following The River delle out-takes di Exile.
In You Win Again si aggiungono anche i violini e l’aria diventa inconfondibilmente nashvilliana. Sembra Far Away Eyes ma invece è una cover di una nota canzone di Hank Williams. La faceva Keith Richards nel disco tributo Timeless (2001), qui la canta Jagger mentre Richards fa sua We Had It All pallida e lenta ballata che mischia malinconia, dolcezza, armonica e lap-steel in giusta dose.
Dodici tracce di tre/ quattro minuti ciascuna per un totale di 42 minuti di musica eccellente.

DVD
Contemporaneamente alla ristampa di Some Girls vengono messi sul mercato il DVD + CD di Some Girls-Live in Texas 1978 cronaca del concerto che i Rolling Stones tennero il 18 luglio del 1978 al Will Rogers Auditorium di Forth Worth. Fa parte del tour americano che seguì la pubblicazione dell’album, venticinque concerti in 24 città nel giro di un mese e mezzo che “insanguinarono” gli Stati Uniti toccando la East Coast, il sud, il Colorado, l’ Arizona e la California. Un tour breve ed intenso, l’ultimo degli anni settanta, sarebbero difatti ritornati on the road solo nel 1981 dopo l’uscita di Tattoo You.
Sul palco i cinque (ma ci sono anche Ian McLagan e Ian Stewart) si presentano in modo diverso da come li avevano consacrati i leggendari tour della prima metà degli anni settanta. L’innesto di Ron Wood al posto di Mick Taylor ed il ritorno ad un “basico” rock n’roll priva lo show dei brani lunghi e rocamboleschi che erano stati l’ ossatura del Tour of The Americas del ’75 e dell’ American Tour del ’72. Basta con Street Fightin’ Man, Midnight Rambler, You Can’t Always Get What You Want, Gimme Shelter, Sympathy For The Devil , ridotto lo spettacolo scenografico e le divagazioni chitarristiche alla Taylor, adesso è it’s only rock n’roll, secco, adrenalinico, viscerale. I brani di Some Girls dettano i tempi dello show, Wood è un chitarrista fulmineo che trae dalla sua slide l’essenza del Delta blues, gli assoli sono veloci e concisi, il feeling tra Wood e Jagger è al massimo e quest’ultimo cavalca la moda punk vestendosi con pantaloni neri di pelle, sneakers e t-shirt con la scritta destroy. I Sex Pistols sono dietro l’angolo ma gli Stones suonano per davvero. Richards si è appena disintossicato e non ha pause, Ian McLagan è meno ridondante di Billy Preston con le tastiere, Charlie Watts e Bill Wyman non fanno una piega, sono l’ impassibile sezione ritmica di un set al fulmicotone. Il DVD è una chicca e testimonia degnamente i lavori in corso, dirige Phil Davey, ottime immagini (fate conto che la tecnologia è quella del 1978) e soprattutto una qualità audio eccellente, meglio di Ladies and Gentlemen , il video che li ritraeva nel ’72 sempre a Forth Worth.
Se Ladies and Gentlemen rimane la bibbia incontrastata degli Stones più selvaggi e pericolosi, Some Girls-Live In Texas 1978 offre una band che si riprende il suo passato, quel sound agro, schietto ed immediato dei concerti degli anni sessanta, un rock/R&B che recupera in urgenza e asciuttezza attraverso uno sferragliare chitarristico spurgato di lentezze, virtuosismi, compiacimento. Scrive Chris Welch sul Melody Maker “Jagger ha dato tutto, dal sesso alla violenza, nello spettacolo migliore degli Stones che possa ricordare dal festival jazz di Richmond nel 1963. La sezione ritmica è nettamente migliorata e modernizzata”. Gli fa eco Billboard “né sprazzi né espedienti, solo rock n’roll”.
E cosi è. Live In Texas 1978 è la splendida e unica testimonianza di quei giorni e di quel tour, l’ultimo degli Stones con una parvenza di non studiata spontaneità. Mick non si è ancora convertito allo jogging e si limita ad essere la più eccitante singing bitch che i palchi rock abbiano mai ospitato, è volgare e sexy, si tocca il pacco, si tocca il culo, tarantola come Johnny Rotten, finisce lo show a torso nudo come Iggy Pop. Richards riappare da un altro mondo, l’assolo di Telecaster in Star Star è il surrogato della sua arte con la chitarra, Ron Wood giostra Gibson e chitarre metalliche con la spavalderia di un Faces e il rigore di un bluesman.
Le canzoni sono un concentrato di rock n’roll, R&B, glam e blues. Miss You dimentica di essere nata in discoteca e con tre chitarre in action (c’è anche quella di Jagger) diventa garagista, Just My Immagination è come ti trasformo il Detroit Sound in un terribile puzzo di funky, Shattered e Respectable sono punk rock di classe sopraffina, Happy e Sweet Little Sixteen omaggiano Chuck Berry, Honky Tonk Woman è da brividi, così come Love In Vain dove Jagger regala una memorabile interpretazione di blues, When The Whip Comes Down è la frusta dello show. Il concerto si apre con All Down The Line e si chiude con Brown Sugar e Jumpin’ Jack Flash, in mezzo solo due ballate, la incommensurabile Beast Of Burden e Far Away Eyes con Jagger al piano e Wood alla lap steel. Diciassette brani, 90 minuti di puro rock n’roll, godimento assicurato. I Rolling Stones come non li avete mai più visti.


MAURO ZAMBELLINI    NOVEMBRE 2011

venerdì 21 ottobre 2011

Johnny Winter > Roots (Megaforce)


Malconcio e stanco ma ancora vivo, nel segno del blues. Johnny Winter non si arrende e dà alle stampe uno dei suoi dischi migliori da diversi anni a questa parte. Si intitola Roots il suo nuovo disco ed il titolo spiega bene il contenuto: undici titoli che da soli possono fare la storia del blues. Sono le radici del genere e anche quelle di Winter. C’è l’amato Muddy Waters di Got My Mojo Workin’, il Jimmy Reed di Bright Lights, Big City, Robert Johnson di Dust My Broom,  T-Bone Walker di T-Bone Shuffle, l’Elmore James di Done Somebody Wrong,  il classico Honky Tonk di Bill Doggett ed uno dei primi successi di Bobby Blue Bland, Further On Up The Road tante volte ripreso da Clapton e poi oltre al blues c’è il rock n’roll di Chuck Berry (Maybellene) e Larry Williams (Short Fat Fannie) e il R&B dei Mar-Keys Last Night, lo strumentale usato nella celebre sequenza del film  Blues Brothers allorchè Jake and Elwood si sfilano di nascosto dal teatro lasciando il pubblico osannante e la polizia di stucco.
Non sono la novità e il sottobosco del blues a contraddistinguere l’ultima fatica di Johnny Winter ma solide versioni cantate con voce ancora fresca e suonate come Dio comanda, con l’albino impegnato a fare il guitar slinger coadiuvato da una buona sezione ritmica, il basso di Scott Spray e la batteria di Vito Liuzzi e dal chitarrista Paul Nelson  e da invitati speciali presenti, a rotazione, in ogni brano. Nessuno di loro canta ma ci mettono strumenti, feeling e personalità. Il risultato è un disco di blues coi fiocchi con qualche brano memorabile e niente routine. Sugli scudi la conclusiva Come Back Baby pescata da repertorio di Ray Charles, Winter canta da manuale ricreando il mood del grande artista scomparso aiutato dal trombettista Don Harris e dalla  magistrale abbinata organo/pianoforte di John Medeski e Mike Dimeo.
Il disco è tutto tranne nostalgia, T-Bone Shuffle vede in pista Sonny Landreth  col suo inconfondibile e veloce mud-slidin’, come inconfondibile è il tocco di Warren Haynes che in Done Somebody Wrong sembra proprio imitare Duane Allman mentre il compagno di banda Derek Trucks lascia l’ impronta con una infuocata slide in Dust My Broom.
C’è l’armonica di John Popper in Last Night e la chitarra di Vince Gill nell’omaggio a Berry di Maybellene  prima dell’entrata in scena dell’unica donna invitata, Susan Tedeschi che con voce e chitarra dà, assieme a Winter, una versione di Bright Lights, Big City dall’eco soul-blues. Anche il fratello Edgar Winter è della partita, suo è il sassofono di Honky Tonk.
Roots non è certo un disco che porta linfa nuova al blues, d’altra parte il titolo parla chiaro, sono le radici del genere ma suonate con una modernità insospettabile da uno dei maestri del rock/blues americano ancora in grado di dire la sua nonostante acciacchi e menomazioni.

MAURO ZAMBELLINI   OTTOBRE 2011

lunedì 10 ottobre 2011

Clapton, Marsalis e Wilco

Due dischi tanto diversi quanto belli, quello di Wynton Marsalis & Eric Clapton e quello di Wilco. Me li sono procurati entrambi nello stesso periodo e sono rimasto affascinato da entrambi anche se centrano l’uno con l’altro come cavolo a merenda. Questo potrebbe sfatare l’idea che hanno molti circa i gusti unidirezionali di qualche recensore, me compreso. Non è così, la varietà stuzzica la ricerca del bello, quindi ben vengano due dischi che sono agli antipodi, il primo classico e ancorato alle radici antiche del blues, il secondo oscillante tra sperimentazioni noise, ballate low-country  e accattivante retro-pop.


Wynton Marsalis & Eric Clapton  omaggiano il blues, si intitola difatti Play The Blues il disco con una operazione che Marsalis aveva già effettuato con Willie Nelson ma con tutto il rispetto che nutro per il texano qui siamo su un altro pianeta perché la voce di Nelson sarà unica ed ineguagliabile ma la chitarra di Clapton a me ancora adesso fa venire i brividi e quando insieme ai musicisti della band di  Marsalis a cui si è aggiunto il tastierista Chris Stainton, interpreta in un modo che non avevamo mai sentito Layla beh  allora si capisce come l’unione tra manolenta e il trombettista  sia musica da paradiso. Clapton sembra essere in un momento particolarmente felice della sua vita artistica, lo testimoniano il suo ultimo disco solista (Clapton) e la recente tournee con Steve Winwood. Certo la bravura di Marsalis, trombettista eccelso e gran direttore d’orchestra, conta e come e così la presenza di musicisti che sono un monumento al jazz ma Clapton sembra ogni giorno più coinvolto in questo ritorno al passato, al vintage blues, al jazz di New Orleans, a Louis Armostrong, a W.C Handy, l’autore di Memphis Blues e St. Louis Blues uno dei primi e più grandi autori di blues prebellico. Di W.C Handy qui vengono rilette Joe Turner’s Blues e Careless Love, uno standard che Clapton canta in modo divino.  Le dieci tracce del disco comprendono  poi Forty-Four di Howlin’ Wolf resa elegante dal suono della band, Ice Cream che apre il concerto con un ritmo incalzante e l’alternarsi di tutti i  musicisti negli assoli ed una serie di titoli presi dai repertori di Bessie Smith, Memphis Minnie e Louis Armstrong. I singoli musicisti , e questo lo si percepisce molto bene vedendo il DVD, sono perfettamente amalgamati ed in sintonia,  suonano con un piacere immenso e sono coinvolti in un progetto che appaga prima loro stessi che gli ascoltatori.
Tutti rigorosamente in vestito scuro con giacca e cravatta siedono ai loro posti come una vera big band di jazz creando l’atmosfera della Preservation Hall di New Orleans, magie blues intrise di jazz con Marsalis che svetta con la tromba e la band che arrangia coi fiati i vari brani sullo stile di un funerale della Crescent City.
"New Orleans è il mitico luogo di nascita del jazz, del blues, del gospel, R&B, e rock n’ roll ed è il posto dove  trovare una eredità comune. Abbiamo così deciso di usare la strumentazione della Creole Jazz Band di King Oliver  più il piano e le chitarre elettriche perché quella band trasformò il mondo della musica con una serie di registrazioni nel 1923". (W.Marsalis) 
Il risultato è un suono elegante e raffinato come la sala in cui è stato registrato, il Jazz at Lincoln Center di New York nell’aprile di quest’anno ma è anche un suono che coinvolge, affascina, riempie di benessere. Un disco di grande gusto, con momenti eccelsi, come la già citata Layla, come Joliet Bound pregna di umori louisiani, come Just A Closet Walk With Thee e Corrina, Corrina dove entra in scena Taj Mahal  a chiudere questa delizia di concerto.


A tutt’ altre latitudini ci troviamo con The Whole Love di Wilco, il gruppo più interessante uscito negli ultimi ventanni di  rock. Con l’inserimento qualche anno fa del chitarrista Nels Cline,  Wilco ha assunto una fisionomia più sperimentale tradotta sia in studio che in concerto in una serie di frammentazioni sonore e schegge rumoriste che hanno ampliato l’orizzonte sonico del gruppo portandolo su strade ardite e innovative. Il peso di Cline è comunque bilanciato dal leader Jeff Tweedy il quale continua a dare una salda connotazione melodica alle sue canzoni, sia quando induce in un ripescaggio di certo pop all’inglese del passato sia quando si abbandona a diafane e malinconiche ballate (spesso infarcite di lap steel)  che traspongono una idea del country molto diversa dai paesaggi di americana da cui il gruppo è uscito. Il punto climax di questa amalgama è stato Sky Blue Sky il disco del 2007 che sono in molti a considerare il più riuscito della  loro seconda fase artistica ma anche il seguente Wilco (The Album) non ha tradito le aspettative dei tanti estimatori del gruppo di Chicago. The Whole Love  è leggermente diverso e avvalora l’idea di una band in continua trasformazione mai venuta meno però al proprio stile che mantiene inalterato il connubio tra ricerca e melodia, tra furenti digressioni sonore urbane ed estatiche ballate da solitari spazi d’America di provincia. L’iniziale Art of Almost potrebbe lasciare di stucco se qualcuno non avesse visto un recente concerto della band ma invece è la logica conseguenza del giocare di Nels Cline con loop e noise, un brano rumorista con una dissonante ascesa finale che sembra gettare il gruppo nelle mani dell’avanguardia o almeno tra i discepoli dei Sonic Youth. Ma non è così perché il resto di The Whole Love è di tutt’altra pasta anche se l’indole aperta e l’attitudine eclettica portano il gruppo a sperimentare di nuovo, a cercare ulteriori soluzioni  non per inseguire chissà quale concetto astratto di avanguardia  ma per cercare nuove modalità espressive, nuovi flussi creativi. Rimangono all’interno del loro recinto rock ma non vogliono finire congelati e per questo ogni loro disco è sostanzialmente diverso dall’altro.  The Whole Love  che si potrebbe definire, vedendo i disegni di copertina, dadaista,  un insieme di trovate melodiche e strumentali ricucite con una personalità eccentrica e fuori del comune, un disco che guarda alla modernità senza sbarazzarsi del passato. Ci sono forse più canzoni pop rispetto agli ultimi dischi, probabilmente perché lo stato mentale di Tweedy gli concede oggi un ottimismo ed una “solarità” che raramente abbiamo riscontrato ma poi più che un presunto pop ciò che magnifica questo disco sono una serie di ballate da pelle d’oca, in particolare Black Moon e la lunghissima e conclusiva One Sunday Morning che dicono di un gruppo che pur rimanendo i piedi per terra non ha perso l’abitudine per un rock sognante e visionario.

MAURO ZAMBELLINI     OTTOBRE 2011 

martedì 27 settembre 2011

Israel Nash Gripka > 2011 Barn Doors Spring Tour, Live In Holland


Nel giro di qualche anno è passato da benemerito sconosciuto a fulgida promessa della canzone d’autore rock. Figlio di un pastore battista, Israel Nash Gripka è prima emigrato dalle scure Ozark Mountains alle luci di New York dove ha debuttato discograficamente nel 2009 con l’album New York Town disco acerbo ma contenente un paio di ballate da brivido come Evening e Pray For Rain.  E’ stata però la disastrata vecchia Europa ad adottarlo pubblicandogli grazie alla piccola ed indipendente Continental olandese i suoi tre dischi tra cui questo 2011 Barn Doors Spring Tour, Live In Holland.
Israel Nash Gripka è un talento di razza ed il suo stile non si discosta molto da quello dei vecchi rocker della lost generation (Murphy, Nile, Forbert...) ovvero una solida base folk necessaria per scrivere ballate convincenti e romantiche che arrivano dirette al cuore ed una voce che mischia disperazione, rabbia e voglia di riscatto. La tonalità della sua voce non passa inosservata, se poi ci aggiungete la caparbietà di chi, giovane, se ne infischia dei rumori di moda e di cosa piace ai propri coetanei ma segue solo il proprio istinto e le proprie passioni beh allora avrete uno di quegli storyteller elettrici capaci di farvi perdere la testa per un po’ di tempo.
Israel Nasha Gripka esce dal nulla della profonda provincia americana con un pugno di sogni fatti della stessa pasta di cui erano fatte le canzoni che insonorizzavano una New York di serenate al neon e di vagabondi stregati dalla luna. Non è però né un clone né un passatista Gripka,  già nella sua opera d’esordio metteva in mostra canzoni di una freschezza straordinaria, roba da far roteare le emozioni come quando la prima volta ascoltai Heartbreaker di Ryan Adams.  Adesso dopo l’esordio di New York Town arriva Live In Holland trasposizione dal vivo del secondo disco Barn Doors and Concrete Floors’, estratto di un suo concerto olandese e consacrazione di un talento non comune, uno show schietto, sanguigno, teso  che conferma la regola principe del rock n’roll ovvero se hai una canzone che funziona e l’attitudine giusta tutto il resto sono panzane. Qui c’è quello che serve per amare un disco “minore” di rock n’roll  ovvero brani nervosi e tirati, ballate romantiche, chitarre acustiche e rasoiate elettriche, una voce che si distingue ed una sezione ritmica cattiva. Basta ascoltare l’iniziale Fool’s Gold, un titolo che mi rimanda nostalgicamente al Graham Parker di Heat Treatment  per capire che 2011 Barn Doors Spring Tour, Live In Holland è un disco che rimarrà a lungo nel lettore e si finirà per cantarlo in macchina a squarciagola, soli o in compagnia. Le emozioni si agitano immediatamente, il battito cardiaco accelera,  l’armonica è quella di Dylan, la voce è arrabbiata e solenne, il suono è il prodotto di quarantanni di ballata elettrica urbana, dietro la chitarra acustica c’è l’assolo di chitarra tanto grezzo quanto necessario perché prove it all night  non è solo il titolo di una canzone ma una scuola di pensiero. Antebellum è younghiana più di Young ma la voce è catrame che ti si appiccica addosso e le chitarre elettriche suonano come i Green On Red nei loro giorni di gloria. Four Winds ha il refrain per diventare un cult,  Sunset, Regret  occhieggia a Steve Earle ma ha la leggerezza della gioventù, Evening è un canto folkie che si apre come fosse farina dei Mumford and Sons ma poi soggiace ai colpi di una band cresciuta nell’heartland del rock n’roll,  Pray For Rain è un incanto.  L’ossatura dello show è  costituito dai brani di Barn Doors and Concrete Floors,  da lì arrivano la stoniana Louisiana  e la nostalgia anni ’70 di Baltimore  dove Israel Nash Gripka e i suoi punksters ovvero  il chitarrista Joey McClellan, il bassista Aaron McClellan, il batterista Josh Fleishman,  Eric Swanson(mandolino)  e l’altro chitarrista Chris Holston preparano il vibrante finale ovvero una acida e sferzante resa di Revolution Blues di Neil Young, il grande vecchio che aleggia dietro ai suoni di questo giovane ribelle urbano.

MAURO ZAMBELLINI        SETTEMBRE 2011


domenica 18 settembre 2011

Come il Rock ci ha salvato la vita


Come il rock ci ha salvato la vita è un libro che si legge come un long playing, c’è il lato A ed il lato B e raccoglie una serie di scritti di autori diversi aventi come comune denominatore il grande potere consolatorio ed emotivo della musica, in particolare del rock. E’ stato ideato e curato da Fabio Fedrigo e Roberto Muzzin per la piccola e coraggiosa editrice L’Ippogrifo di Pordenone e conta sui contributi offerti dai più disparati autori:  giornalisti, musicisti, cantanti, bluesmen, cantastorie, social rocker, ristoratori anarchici, periti metal(rock)meccanici, studentesse, artigiani, storici, psicoanalisti, tutti rigorosamente poco noti ma ricchi di spirito.
Il libro è stato realizzato nel 2010 ma l’idea viene da lontano, dalla metà degli anni ’80 quando in Italia, paese refrattario a simili fenomeni, si cominciò a formarsi un insieme di individui che ben presto diventò un popolo che non era semplicemente fruitore di musica e consumatore di dischi come lo potevano essere collezionisti e puristi maniacali del vinile ma un popolo che si  identificava emotivamente nella musica che ascoltava, in particolare il rock n’roll. Non era il gesto ribellistico e spesso ingenuo al conformismo degli anni ’50 consumato con i jeans e il ciuffo di capelli dei rockabilly e nemmeno i capelli lunghi dei beat e i fiori e le collanine degli hippies, identificazione estetica con gli artisti del sex and drugs and rock n’roll degli anni ‘60//70, no, era qualcosa di nuovo e più profondo che avrebbe costituito una piccola e sotterranea rivoluzione culturale tanto che dalla musica si passò a  collegamenti con la letteratura e con il cinema, specie quello americano crepuscolare della new-Hollywood  che non faceva apologia di american dream ma rovistava nelle pieghe di quel sogno in cerca di eroi che erano losers and loners. Qualcuno non colse, altri capirono benissimo : mai prima o perlomeno non in modo così netto e radicale era stato riconosciuto al rock un esplicito valore culturale tale da poter rispondere, non tanto o solo d’un influenza artistica, bensì di una formazione soggettiva. I testi delle canzoni avevano la loro importanza, come fossero messaggi di filosofia del vivere o poesie ma non era questo il nodo perché si potevano anche non capire le parole e come scrisse Wim Wenders “ascoltare per anni i Rolling Stones senza sapere di cosa parlassero. La loro forza evocativa era insuperabile.”
Si cominciò a usare il NOI, una moltitudine di individui si riconosceva in una comunità in cui i sogni facevano da legame, contava l’emozione che si provava per un disco, un concerto, un film, ritmo e letteratura divennero nutrimento per corpo e mente. Si formava un modo di vedere il mondo, veniva a crearsi una idea della vita in cui il rock n’roll era un modo di vivere la vita, di avvicinarsi alle cose, dare un senso al diventare adulti, crearsi una realtà parallela non artificiale, salvarsi la vita con la mente e perché no, quando le corde della Fender tremavano di eccitazione, anche coi sensi. Corpo e mente, niente di meglio e di più definitivo. Il paradiso qui in terra, adesso, con una band che suona rock n’roll, un songwriter che sussurra amore e dolcezza ed un ragazzo della porta accanto che urla no surrender.
Molti artisti vennero presi ad identificazione di questa nuova emotività collettiva, l’ascesa di Springsteen coi suoi dischi, le sue canzoni e i suoi concerti fu il simbolo, per qualche tempo, di questo rinascimento e ci furono giornali, in particolare il Mucchio Selvaggio e poi qualche tempo dopo il Buscadero, che fecero da catalizzatore di questo nuovo soggetto culturale con articoli appassionati nel quale chi scriveva si sentiva appartenere a questo popolo e si identificava, qualche volta a scapito della obiettività di giudizio, nelle parole e nei suoni della musica per cui scriveva. Era la consapevolezza che il rock poteva salvarci, rendere sopportabile il quotidiano e la realtà, legittimare i sogni e portare luce nella nostra esistenza. Non era fede, ma quella laica spiritualità del vivere che nel bene e nel male, nelle sconfitte (tante) e nelle vittoria (poche) ci ha mantenuto giovani dentro.
Come il Rock ci ha salvato la vita lo potete richiedere alla Libreria al Segno Editrice (tel.0434 520506) ed è stato presentato in via “ufficiale” il giorno 15 settembre al Festival Pordenonelegge. Erano circa duecento le persone accorse alla vivace ed informale presentazione/dibattito che ha visto coinvolti giovani (tanti) e meno giovani in un dibattito sul rock, i sogni  e le emozioni che ha spaziato dagli albori del beat ai giorni nostri. In veste di moderatori ( e di veterani di quel popolo del rock) erano presenti il fondatore del Mucchio Selvaggio Max Stefani, il giornalista del Gazzettino Veneto e musicista Gio Alajmo, il sottoscritto e naturalmente i due curatori Fabio Fedrigo e Roberto Muzzin, instancabili depositari di una cultura di strada diventata letteratura.

MAURO ZAMBELLINI

mercoledì 14 settembre 2011

Counting Crows > August And Everything After Live At Town Hall



E’ sempre più raro imbattersi in un live degno di tale nome forse perchè circolano in rete tanti concerti che gli artisti hanno perso la voglia di fare dei live ufficiali come una volta. Si differenziano i Counting Crows che buttano sul mercato in formato CD, DVD e Blue Rays questo sfavillante Live At Town Hall con cui in tempi recenti hanno omaggiato il loro album d’esordio, quel August and Everything After che conteneva alcune delle più belle canzoni degli anni novanta, pezzi come Mr. Jones, Omaha e Rain King. Il gruppo si è ritrovato a New York e ha eseguito per intero quel disco seguendo quasi pedissequamente la scaletta originale dell’album con la sola eccezione di unire in medley l’iniziale Round Here con la strepitosa Raining In Baltimore. Il risultato è un disco a dir poco eccezionale, intenso, lirico, forte, vissuto fino all’ultima nota, poetico, con un Adam Duritz che inizia parlando e finisce travolto dalla musica dei Counting Crows in una delirante versione di A Murder of One dove la band dimostra contemporaneamente di essere una grande rock n’roll band e di avere qualità per competere coi grandi autori di canzoni della scuola Dylan/Springsteen/Young. Sebbene il loro disco d’esordio, August and Everything After, vivesse soprattutto per il successo radiofonico di Mr. Jones  questa resa dal vivo conferma la bontà dell’intero album con versioni allungate, rivisitate, jammate, pregne di quel pathos che la voce messianica di Duritz  le conferisce. Una delle dimostrazioni più evidenti è la lunga esecuzione di Rain King otto minuti di ballata rock con echi irlandesi e roots con i versi della canzone originale che si sovrappongono e si fondono ad un certo punto con una personale ripresa di Thunder Road di Springsteen in quello che è uno dei momenti migliori di simbiosi tra due generazioni di rockers, un momento altamente significativo ed intenso  dove è facile farsi trasportare dall’enfasi e rabbrividire per tanta bellezza. Il rock è lungi dal morire perché Adam Duritz e i suoi Crows con questo disco affermano che non ci sono barriere di età e di genere quando le canzoni funzionano, le chitarre mordono, il piano intona la sinfonia, la ritmica pesta duro ed una voce urla rabbia e sussurra dolcezza in quella che è la nostra musica lirica, la nostra boheme, la  soundtrack di un sogno iniziato tanto tempo fa. Che siano i Counting Crows a tenere in vita questo sogno non è una novità perché la loro discografia ha messo in evidenza una qualità eccelsa sia nella scrittura delle canzoni sia nel calore e immediatezza delle loro performance (si ascolti l’ottimo New Amsterdam del 2006) magari non perfette e calibrate ma in grado di trasmettere tutta l’urgenza e la poesia del rock n’ roll. Anche in questo Live At Town Hall la loro macchina non è cromata e lucidata come una fuoriserie da museo ma un mezzo solido, potente, affidabile per far viaggiare a mille canzoni che sono cuore e sensi, sangue e lacrime, estasi e passione, luce e oscurità. Difficile dire cosa sia meglio in questo live, certo è che Sullivan Street con la lunga introduzione di Adam Duritz sembra quello che faceva Springsteen nel tour del ’78, assolo di chitarra compreso e Anna Begins è un talking sincopato con il divino mandolino di David Immergluck, uno dei tre chitarristi della band assieme a Dan Vickrey e David Bryson, che rivela di una band a proprio agio anche con liriche tortuose e ritmi frammentati, per non dire di una rockata e allucinata Ghost Train che mette a riposo anni di REM con Charles Gillingham impazzito all’organo e Duritz che viaggia nel suo delirio  vocale e la conclusiva  A Murder Of One nella quale ognuno, Duritz, Crows e pubblico, ha lasciato andare i freni verso quella che è una discesa nella più pura apoteosi del rock n’roll.
Naturalmente ci sono anche Omaha e Mr. Jones.

MAURO ZAMBELLINI

martedì 30 agosto 2011

Red Wine Serenaders


THE RED WINE SERENADERS > D.O.C  (Totally Unnecessary Records)

Gli americani hanno gli Old Crow Medicine Show, noi abbiamo i Red Wine Serenaders. I primi hanno un tiro rock/punk più pronunciato ma i secondi rileggono la tradizione popolare rurale americana degli anni '20 e '30 con un amore ed una vivacità che li rende coinvolgenti e spiritosi anche quando recuperano una bacucca canzone di cowboy. Sono un caso più unico che raro alle nostre latitudini e anche l’ Europa si è accorta di loro perché suonano spesso in Francia ed in paesi limitrofi ed oggi sono la più bella realtà europea in fatto di country-blues, ragtime, hokum e jug-band music.
Il nuovo lavoro non esce come il precedente a firma Veronica and Red Wine Serenaders ma solo col nome della band , a suggello di una maturità in termini di affiatamento e sarabanda collettiva che ormai, dopo quattro anni di lavoro, fonde in modo armonico le personalità, le complicità e i contributi individuali dei quattro musicisti coinvolti.
Musicisti di prima scelta sia nel feeling che nella tecnica, a cominciare dalla spigliata e spiritosa front-woman, la cantante Veronica Sbergia specializzata in ukulele, kazoo e washborad e poi dalla effervescente contrabbassista jazzy Alessandra Cecala, anche lei cantante e dai due chitarristi oltre che cantanti, il formidabile Max De Bernardi un vero maestro delle corde in grado di giostrare con brillantezza mandolino, ukulele, chitarre acustiche e resofoniche e Mauro Ferrarese un montanaro appassionato di chitarre e banjo che ha l’ardore di traghettare nella old time music dei R.W.S un background di provata fede rock.  
D.O.C il nuovo disco dei R.W.S è un cocktail di sonorità e feeling che portano in superficie una America rurale e profonda attraverso un crogiolo di musiche calde, coinvolgenti, evocative, misteriose e arcaiche ma ancora in grado di trasmettere emozioni se rilette ,come fanno i Serenaders, con freschezza, imprevedibilità, rispetto e quello spirito guascone che li rende adatti ad interpretare i tempi moderni. Come per esempio It Calls That Religion un testo di denuncia degli anni ’30 calato in una tematica oggi più che mai attuale..
D.O.C è un piccolo disco di grande musica che diverte, accultura e racconta un pezzo di storia musicale americana con l’onestà, la bravura e la semplicità degli artigiani e l’allegria dei bevitori di vino. Tredici tracce, ognuna una storia, ognuna un contante diverso, dalla spumeggiante Veronica Sbergia alla maliziosa Alessandra Cecala, dal disincantato Mauro Ferrarese al rigoroso Max De Bernardi. Si comincia con la jug music di On The Road Again e si prosegue con il divertente swing di Just As Well Let Her Go e con un classico del blues quale I’d Rather Drink Muddy Water dove De Bernardi mostra tutto la sua sapienza in fatto di corde acustiche. Out on the Western Plains è una gustosa ed ironica rivisitazione da parte della Cecala di un brano eseguito da Leadbelly (ma lo faceva anche Rory Gallagher) e di Leadbelly c’è anche Linin’’Track qui in versione lunare e country-goth degna dei primi 16 Horsepower. Non mancano le ballate come la dolce When It’s Darkness on the Delta e la notturna Lotus Blossom mentre l’ukulele impazza nel vecchio traditional You Rascal You dove sembra di essere davanti ad una vecchia radio degli anni ’30 che trasmette canzoni da qualche WLAC di Nashville o da qualche sperduta stazione degli Appalchi .
In Did You Mean a firma Casey Bill Weldon c’è tanto sapore di Leon Redbone, In My Girlish Days c’è tutta Memphis Minnie con una superba interpretazione vocale di Veronica, 8, 9 & 10 è string-band music nella sue definizione più pura e Samson & Delilah è riletta in maniera corale come sarebbe piaciuto alla Seeger Session Band.
Old Time Music for Modern Times a denominazione di origine controllata, invecchiata in barile e pronta da bere. In alto i calici per i Red Wine Serenaders.
Una menzione speciale per il lavoro fotografico di Marcus Tondo che oltre agli scatti si è occupato anche dell’armonica.

MAURO ZAMBELLINI

sabato 13 agosto 2011

Mangiafuoco


Non voglio rubare il lavoro ad Armadillo Bar, università del vino e del savoir vivre ma questa volta parlo di un vino anzi di una piccola cittadina che si chiama Concordia Sagittaria, antico insediamento romano a pochi kilometri da Portogruaro. Qui ai margini della laguna a nord di Venezia ovvero nella Louisiana d’Italia pulsa una qualità della vita che per me che vengo dall’intasato nord-ovest è benessere allo stato puro. Innanzitutto le città, Portogruaro in primis ma anche Concordia sono proprio belle, pulite, ben tenute, amministrate bene e tranquille, un mix di storia passata e way of life moderna, retaggio nobile e spirito efficiente che si rispecchia nei suoi abitanti o almeno nella maggior parte di essi, affabili, socievoli, spesso colti ma non spocchiosi, curiosi, goduriosi e perfino laboriosi, cosa che va sottolineata perché certe volte goduria e labor suonano come un ossimoro. Siamo all’estremo est del Veneto ai confini del Friuli ma qui la Lega non è padrona ed il suo credo oscurantista non ha attecchito più di tanto perché qui, come si può vedere la mattina della domenica, la società è divisa in due: chi va in chiesa e chi va all’osteria. È questo il bipolarismo di Concordia, non sorprende quindi che fra quelli che frequentano l’osteria ci siano anche degli eretici che hanno coniugato l’ombra de vin  coi suoni del rock n’ roll, veterani inossidabili che ho incontrato nei lontani giorni del Mucchio Selvaggio ovvero metà anni ’80 e poi sono diventato amico tanto che l’amicizia oltre a durare nel tempio si è allargata a macchia d’olio ed ormai conosco più gente lì che nel luogo dove abito. In questa landa di concordia, di vino e di prelibatezze gastronomiche, in primis le eccelse ed inarrivabili sarde in saor,  ad una cinquantina di km da Udine ovvero dal luogo dove il bulletto dell’Indiana si è rifiutato di suonare perché non consono alle sue esigenze di star (ed erano in tanti ad aspettarlo ora delusi ed indignati)  c’è un locale (un pub?, una pizzeria? Un ristornate? Un bar?) dove grazie alla passione di uno che si chiama Walter Fiorin e ha l’unico difetto di essere juventino il rock ha trovato un posto di ristoro adeguato. Il locale si chiama Sacco&Vanzetti River Cafè e basterebbe il nome per capire di cosa si tratta se non ci fossero poi le tovagliette di carta zeppe di aneddoti cinematografici, letterari e musicali ma se ci andate a mangiare e bere capirete cose della vita che prima solo immaginavate e magari vi sentirete raccontare che tra quelle mura di pub un po’ irlandese e un po’ di osteria veneta oltre al soul food da laguna del cuoco Gigi, presidente della confraternita dell’aringa, hanno suonato tra gli altri i Cheap Wine, gli Wind in versione acustica, Graziano Romani, Luigi Majeron, Angelo “Leadbelly” Rossi e nel futuro approderanno i Red Wine Serenaders e magari anche Bruce che nella parete vicino al bancone è immortalato in una foto col paròn Walter.
A Concordia Sagittaria ogni prima settimana di agosto va in onda la festa di S.Stefano, una di quelle feste che si vedono solo al sud tanta gente c’è e tante luci ci sono ma per fortuna lì il tasso laico ed eno-gastronomico è di gran lunga superiore al delirio religioso delle processioni meridionali. C’è la fiera come si conviene ad una festa di origine contadina coi trattori in esposizione, tante stufe a legna in vendita, le pulitrici per casa e i tagliaerba, il miele e i prodotti naturali, le creme per dimagrire/snellire/ringiovanire/tonificare, proprio come in un medicine show del vecchio west e poi una lunga fila di posti ristoro dove si può mangiare di tutto, dal fritto misto alla trippa, dai bratwurstel della Turingia alla soppressa, dalle costine alla polenta, dalle seppioline al baccalà. Insomma una babele della gola che termina con la consueta sparata di fuochi d’artificio nell’ultima serata di festa, a cui fa seguito una sbronza di massa per quanto riguarda i giovani ed un piccolo privè  al lato della piazza dove un tale Loris Mussin presenta il suo vino biodinamico e medicinale per il corpo( a detta dello stesso quando l’influenza invernale assale basta bersene una bottiglia e coricarsi ed il mattino dopo sarà  un’altra storia, di assoluto benessere) chiamato Mangiafuoco. E’ un vino Merlot che Mussin definisce garage wine perché  fatto rigorosamente e spartanamente in casa, prodotto in quantità limitata con tutti i crismi della sostenibilità eco-ambientale, non  in vendita e bevuto ad agosto alla festa di S.Stefano dopo essere stato in barrique per un anno e aver assorbito i sapori  della cantina o meglio del garage. E’ un rosso superbo, rotondo, di profumi ancestrali, profondo e avvolgente, ricorda il Tignanello ma ha un carattere tipicamente nord-est, sa di bora e di quella terra che lambisce il mare ma si mischia con le acque dolci, gli acquitrini, le paludi salmastre, la campagna e la Brussa. E’ il primo grande rosso blues d’Italia, un vino che si accompagna a carni e pesci grassi come le sarde, l’anguilla, lo sgombro ed esige il sottofondo di un Bob Seger d’annata, preferibilmente Night Moves, di un John Lee Hooker,  del John Hiatt di Bring The Family, del Warren Haynes di Man In Motion, del DeVille di Miracle e di Shine di Joni Mitchell.
Gran posto l’Italia, nonostante tutto.

MAURO ZAMBELLINI

domenica 7 agosto 2011

Narcao Blues Festival 2011

È il secondo anno consecutivo che vado a Narcao un luogo perso in mezzo al nulla del Sulcis-Iglesiente ovvero estremo sud della Sardegna che da 21 anni organizza il blues festival più a ovest d’Italia. Il luogo sa molto di west americano, montagne, arbusti, eucalipti, fichi d’india, macchie verdi che si mischiano al marrone della terra arsa dal sole, pecore, silenzi e strade vuote che vanno dritte al mare, lontano una trentina di kilometri, passando da villaggi che più che l’Italia ricordano il Messico. E’ un posto suggestivo e ci torno sempre volentieri anche perché gli appassionati volonterosi di Narcao con la loro ciurma di giovani volontari ogni anno mettono in piedi una rassegna che oltre ad essere l’evento dell’anno di quelle terre dimenticate e colpite dalla crisi è anche una festa del blues, della musica, delle sorprese e delle buone vibrazioni. Centra eccome un’organizzazione che pur professionale mantiene i crismi della passione e dell’amatoriale e stabilisce quel rapporto molto understatement che fa sì che una rassegna non sia solo una esibizione di nomi quanto mai importanti ma una occasione di festa. Venite a sentire il calore del blues strillava il manifesto della XXI edizione di Narcao Blues e così è stato.


Il festival è iniziato il 20 luglio con una serata tutta dedicata al british-blues. Sono saliti sul palco Danny Bryant’s Redeyeband e i redivivi Dr.Feelgood. Il primo, un chitarrista dal fisico imponente e dallo sguardo dolce, coadiuvato dal padre bassista e dallo zio batterista ha dato vita ad un set rauco, sanguigno e aspro dove è risuonato un blue-collar blues bilanciato tra assoli torcibudella e sofferte ballate che sembrano uscite da una città di minatori inglesi colpita dalla crisi. Blues proletario, intenso e sudato con titoli del suo repertorio, Everytime the devil smiles, Love of Angels, Heartbreaker, Last Goodbye e applaudite cover come l’immancabile Voodoo Chile di Hendrix e una bluesata resa di Girl from The North Country di Dylan. Un set, quello di Danny Bryant che ha convinto per onestà e cuore.





Di tutt’altro tenore l’esibizione di Dr. Feelgood. Li credevo dei cadaveri ed invece ho avuto una bella sorpresa. Trainati dal cantante e armonicista Robert Kane, un passato con gli Animals e soprattutto dall’irresistibile chitarrista Steve Walwyn, la vera anima del gruppo, i Dr. Feelgood hanno divertito e catturato il pubblico con un set brillante, veloce, spumeggiante dove si è respirato lo spirito degli esordi, quello spirito che ha reso Stupidity  un piccolo capolavoro del pub-rock. Ritmi serrati e tiro nervoso, fulminei e lancinanti assoli di chitarra, l’armonica che soffia il fuligginoso R&B dei pub inglesi, velocità e sintesi, quello di Dr.Feelgood è stato uno show adrenalinico dove rock n’roll, blues e punk sono stati con la maestria dei pub-rockers di classe. Brani come Hoochie Coochie Man, Milk and Alcohol, Back in The Night, Down by Teh Jetty, Who Do You Love, I Can Tell hanno mischiato passato e presente con frizzante disincanto e hanno messo in evidenza l’attitudine di chi, cinquantenne, suona come un ventenne. Magnifici.



Ma non è stato il loro l’ highlights di Narcao 2011 perchè l’esibizione di Robert Randolph and The Family Band ha scioccato come nessuno osava credere e i clichè del blues sono andati a farsi benedire con una musica che è pura energia jam. Prendete il blues e sparatelo su Marte, mettete Sly Stone a suonare nei Widespread Panic, resuscitate Hendrix e aggiungetelo ai North Mississippi AllStar, centrifugate Led Zeppelin e John Lee Hooker, gospel, funk e rock e lasciate liberi di suonare e improvvisare una band costituita  da tre neri, un bassista che è la quintessenza del groove, un batterista che sembra Buddy Miles e Robert Randolph, mago della sacred steel guitar e voce strappata ad una chiesa battista  e due bianchi, un chitarrista che ritma come fosse nei Talking Heads ed una corista e tastierista, Alaina Terry, che mette gusto, stacchi e sex appeal e avrete uno show sconvolgente, devastante ed unico. Tutti cantano, i tre neri ad un certo punto si scambiano ruoli e strumenti, Randolph incita il pubblico a salire sul palco e ballare, la musica viene giù come un fiume in piena, travolge, è un trance che porta il pubblico a partecipare al sabba e vivere l’estasi.
Robert Randolph ha cominciato come cantante e musicista nelle funzioni religiose ma nella sua chiesa è entrato il diavolo. Orgiastici e pentecostali, innovativi e ancestrali, torrenziali ed ipnotici, Robert Randolph e famiglia hanno metabolizzato 70 anni di black music secondo una visione nuova e apocalittica, lasciando il pubblico senza fiato dopo una lunghissima Blues Jam dove si è sentito di tutto, compreso Voodoo Chile, You Gotta Move  e Whola Lotta Love. Il loro ultimo CD We Walk This Road è prodotto da T-Bone Burnett ma non centra nulla con il loro live-set perchè alcuni titoli del disco come Traveling Shoes, Walk Don’t Walk, Back To The Wall, Dry Bones sono presi, dilatatati, centrifugati, stravolti, riempiti di riff, assoli, ritmi in una micidiale jam music che è una delle cose più eccitanti che mi sia capitato di sentire quest’estate.




Agli antipodi il set di John Hammond Jr. la sera seguente. Qui è andato in scena un blues classico, spartano e rigoroso, con Hammond seduto sullo sgabello a deliziarci con le sue chitarre acustiche e National mentre la band, tra cui il fenomenale organista Bruce Katz, uno specialista dell’Hammond  sottolineava un sound elegante e asciutto che abbracciava Muddy Waters e Bo Diddley, Junior Wells e Walter Jacobs.  Blues, country e urban-blues e quando Hammond soffiava stridulo nell’armonica come il Dylan degli esordi un inconfondibile sentore di antico folk-blues newyorchese.


Al combo italiano dei Red Wine Serenaders è stato affidato il compito di chiudere la 21esima edizione del Narcao Blues prima del ballo collettivo finale al ritmo del funky di Sir Waldo Weathers un sopravvissuto dell’orchestra di James Brown. Con la loro fresca, pimpante e spiritosa rilettura della musica rurale americana degli anni ’20 e 30’, RWS hanno dimostrato di avere talento, gusto e feeling e di sapere aggiornare country-blues, old time e ragtime con una eleganza degna di Leon Redbone. Due donne, la spigliata e surreale cantante Veronica Sbergia, abile con l’ukulele e l’washboard e la maliziosa contrabassista Alessandra Cecala, magnifica quando intona lo yodel lunare di Out on the western planes e due men, il maestro delle corde Max De Bernardi, eccelso con tutto quanto abbia delle corde, dalle chitarre al mandolino, dall’ ukulele al dobro e il barbuto Mauro Ferrarese (chitarre, banjo, National) uno che sembra preso di sana pianta da un ensemble bluegrass di Jerry Garcia compongono un quartetto che rilegge la tradizione americana di blues, old time music, jug band e hokum con l’atteggiamento giovane e disincantato di chi il passato non lo vuole relegare agli archivi ma farlo vivere e pulsare di nuova energia, spirito e modernità. Anche a Narcao i Red Wine Serenaders hanno colpito pubblico, organizzatori e giornalisti per il loro progetto colto e divertente al tempo stesso. Sono bravi a tenere la scena e con gli strumenti, si scambiano le voci e si amalgamano perfettamente, non sono ripetitivi ma fanno della varietà un punto di forza, sono simpatici e hanno feeling quando presentano le canzoni, regalano una lezione di musica tradizionale americana lontana dalle accademie e dalle spocchie. Non predicano ma suonano e divertono. E questo è quello che vuole il pubblico e la musica.

giovedì 28 luglio 2011

John Hiatt > Dirty Jeans And Mudslide Hymns


A poco più di un anno da The Open Road, un grande album, esce Dirty Jeans and Mudslide Hymns, titolo e foto di copertina bellissime, un lavoro che  ricrea il mood del precedente disco anche se non arriva agli stessi livelli di eccellenza. John Hiatt è in fase creativa dal punto di vista delle canzoni e  qui ce ne sono alcune davvero buone , specie quando si tratta di mettere sotto i riflettori quell’America profonda e  piuttosto noir che sembra uscita da un romanzo di Jim Thompson e James Crumley, come capita di sentire in Damn This Town e nella bella Train To Birmingham ma qualcosa non funziona alla perfezione nel disco ed è una percezione sottile, difficile da definire, che viene fuori dopo ripetuti ascolti  lasciando qualche dubbio. Perché le canzoni sono belle, la voce di Hiatt  sempre più scura, più muddy, più emozionante e nessuno come lui sa cogliere con una strofa quel microcosmo d’America marginale popolato di miserie, balordi, tristezze ma eppure viva, vera, autentica e i suoni sono quelli che intrecciano il folk col rock, il country col blues in un rumore di strada  che dondola il malessere di vivere dentro uno scenario  gotico-sudista di jeans sporchi e inni di fango . Ma è l’ impercettibile imperfezione a lasciare perplessi, forse l’impressione di aver già ascoltato altre volte queste sue canzoni, come 'Til  I Get My Lovin’ Back come Down Around My Place come Hold On For Your Love, quasi una replica di altri suoi titoli passati  o forse, più probabilmente,  la produzione di Kevin Shirley, uno che ha lavorato con  Iron Maiden, Rush, Dream Theater, Joe Bonamassa, che  toglie quella  freschezza e immediatezza che contraddistingueva il precedente disco. Alcuni suoi arrangiamenti sono discutibili (Don’t Wanna Leave You Now con tanto di arrangiamenti orchestrali e When New York Had Her Heart Broke lavorata alla Lanois), come discutibile è il ridimensionamento del chitarrista Doug Lancio elemento decisivo nella resa rock di The Open Road.  John Hiatt è comunque un cantante ed autore di classe e la classe non mente, eccovi servite quindi la pimpante I Love That Girl e la splendida All The Way Under una ballata tinta di country e di acustico con il raffinato lavoro di Lancio al mandolino ed un pregevole arrangiamento di fisarmonica. E poi ancora la rockata Detroit Made una sorta di risposta a Memphis On The Meantime , la bella Train To Birmingham pregna di umori sudisti, Adios California impreziosita dalla lap steel di Russ Pahl ed evocativa dei paesaggi del sud-ovest e l’acida e younghiana Down Around My Place con l’organo di Reese Wynans (Steve Ray Vaughan).

Come dire che di ragioni per acquistare Dirty Jeans and Mudslide Hymns ce ne è più di una anche se The Open Road  aveva un altro tiro.

MAURO ZAMBELLINI