lunedì 25 maggio 2020

ONCE WERE BROTHERS Robbie Robertson and The Band


La storia raccontata da Robbie Robertson nella sua biografia Testimony  è l'argomento di Once Were Brothers , DVD che con ricchezza di immagini, splendide fotografie, canzoni iconiche ed interviste racconta l'avventura di cinque amici divenuti una delle band più influenti della storia del rock americano. Con un inglese chiaro e fluente, Robbie Robertson si confessa davanti al microfono, accompagnato da interviste, immagini e musica, in una sorta di viaggio dentro uno dei fenomeni musicali più affascinanti dello scorso secolo. E' una confessione a volte entusiasta, a volte amara, sempre lucida e talvolta umoristica su una avventura che Martin Scorsese, uno dei produttori esecutivi del progetto, assieme a Brian Grazer e Ron Howard, definisce una storia unica, irripetibile, che nessun altro gruppo può vantare di avere vissuto. Dice bene il titolo, Una volta eravamo fratelli, perché già come suggerivano le pagine di Testimony,  quella storia ha avuto un epilogo prima agrodolce, con la decisione presa da Robertson di sciogliere il gruppo, mitigata dalla esaltante serata di The Last Waltz, poi amara quando lo stesso Robertson si ritrovò a rintuzzare le accuse mosse da Levon Helm di essersi impossessato di tutti i diritti d'autore delle canzoni. Infine triste, quando, dopo anni di reciproco distacco, saputo delle drammatiche condizioni di salute di Helm, Robertson prese immediatamente l'aereo per arrivare al capezzale dell'ex compagno, ormai privo di coscienza in ospedale,  e tenendogli affettuosamente la mano ripercorse con il pensiero tutti i bellissimi momenti vissuti insieme, promettendogli di rivederlo in un'altra fine.
 

La crisi all'interno di The Band arrivò quando nelle loro vite irruppe l'eroina  coinvolgendo Helm, Danko e Manuel e minando il loro senso di fratellanza. La droga incrinò la reciproca sincerità facendo svanire quella magia che aveva reso possibile una musica tanto evocativa, tanto profonda, tanto appassionata e influente. Il film o rockumentario parte con l'infanzia di Robertson in Canada, le sue origini indiane, la rivelazione da parte della madre Dolly di un padre manesco che in realtà non era suo padre, perché quello biologico, un giocatore d'azzardo professionista, mori poco prima che la madre si risposasse. Si chiamava Alexander Klegerman e faceva parte di una famiglia di ebrei dedita al gangsterismo, i cui zii coprirono d'affetto Robbie quando questi, saputa la verità su suo padre, li rintracciò. Nella vita del giovane Robertson entrò come un fulmine il rock n'roll e la prima chitarra elettrica. Fin da bambino il suo sogno era quello di diventare un musicista, e così fu. Da Toronto all'Arkansas al seguito di Ronnie Hawkins la cui band, The Hawks al tempo veniva considerata la miglior rockabilly band del pianeta. Contemporaneamente Robertson conosce Levon Helm, il fratello, l'amico  che tutti vorrebbero avere perché talmente contagioso che quando lui rideva, ridevano tutti.  L'uno e l'altro erano come Huckleberry Finn e Tom Sawyer, e la loro amicizia si saldò con quella di altri tre canadesi: Garth Hudson, colui che poteva parlare di Muddy Waters e Bach nella stessa frase, Rick Danko, colui che poteva suonare qualsiasi strumento, e Richard Manuel, la voce più soul che abbia mai conosciuto. Rivoluzionarono The Hawks e quando lasciarono Ronnie Hawkins la loro strada era già segnata. Conobbero Bob Dylan e per loro, per noi e per chiunque, la storia cambiò. Dylan era folk, noi eravamo rhythm and blues, l'incontro fu perfetto, non volevamo essere una bar band. Si fecero le ossa prendendo fischi in tutto il mondo perché il pubblico dell'epoca non era ancora pronto ad accettare il jack del filo elettrico nella cassa delle chitarre, ma nonostante ciò furono consapevoli che quella era la via su cui camminare. Tutti, tranne l'amico Levon Helm che una mattina, in una stanza d'albergo di qualche città d'America, prese Robertson e gli disse non mi piace questa musica, non mi piace questa gente, non voglio essere qui e non voglio suonare in nessuna band. Se ne andò a lavorare in un pozzo petrolifero del Golfo del Messico, ritornò quando il rinascimento a Woodstock ( Big Pink e non il festival) era già cominciato e li  facevano tappa chiunque avesse delle idee in ebollizione, da Dylan ad Albert Grossman, da George Harrison a Van Morrison, compreso Eric Clapton che osò dire : il senso di fratellanza era l'anima di The Band e l'album Music from Big Pink cambiò la mia vita.
 

Poi arrivò l'album marrone e le foto sulle copertine delle riviste, di The Band parlavano tutti, pur nel frastuono dei lunghi assoli della stagione psichedelica. Tolsero la polvere dai bauli della vecchia America, qualche giornalista scrisse che fu una rivoluzione contro la rivoluzione, Martin Scorsese, uno dei tanti intervistati di Once Were Brothers,  confidò che le loro canzoni gli facevano venire in mente i racconti di Herman Melville, il fotografo Elliott Landy ammise che non vide mai negli anni 60 nessuno così unito e con tanto rispetto verso parenti e anziani. Curiosa la storia di come venne fuori The Weight, una delle canzoni simbolo dell'intera epopea del rock n'roll,racconta Robertson, osservando la scritta Nazareth, Pennsylvania incisa sulla paletta della propria chitarra Martin. (E' il luogo dove vengono fabbricate. n.d.r ) Quattro canadesi ed un americano dell'Arkansas, cinque eccelsi musicisti, tre cantanti superlativi. Dice bene Bruce Springsteen non c'è nessuna band il cui insieme è più grande della somma dei singoli come The Band, avevano tre dei migliori cantanti bianchi della storia del rock n'roll. Bastava uno solo di loro  per fare una grande band, loro ne avevano  ben tre !
 

L'incontro a Parigi con Dominique, canadese di origini francofone, trasforma la vita affettiva di Robbie Roberston. Diverrà moglie e madre dei suoi figli, e sarà per lui una presenza fondamentale anche dal punto di vista artistico. Dylan ci aveva insegnato ad usare la poesia nel songwriting ma le letture di Dominique mi ispirarono molto nello scrivere le canzoni. Poi da lì il via a tutto il resto delle confessioni: l'ascesa e la caduta, gli incidenti in macchina e la droga, la paura del palco e la perdita dell'energia, da Woodstock a Malibu, di nuovo in tour con Dylan fino al concerto di Cleveland quando Richard Manuel, strafatto e ormai indebolito, non riuscì a rimanere sul palco e gli altri quattro suonarono impauriti, guardandosi continuamente negli occh, come se leggessero i segni della fine imminente. Che arrivò con la decisione di interrompere il viaggio con la trionfante apoteosi di The Last Waltz.  Ma questo è un altro DVD. Diretto da Daniel Roher, parlato in inglese con i sottotitoli in inglese e spagnolo, Once Were Brothers è la storia di The Band raccontata da uno dei suoi protagonisti, arricchita dagli interventi di Clapton, Springsteen, Dylan, George Harrison, Taj Mahal, Martin Scorsese, Ronnie Hawkins, David Geffen e altri appartenenti al loro entourage. Quando parli del passato è come fare un puzzle di pazienza, tutti i pezzettini devono combaciare altrimenti la storia perde il suo senso e la sua bellezza. Jaime Robbie Robertson, Toronto, 5 luglio 1943.

 
MAURO ZAMBELLINI    MAGGIO 2020

L'intera epopea di The Band la potete leggere sul numero di Buscadero in uscita a giugno

mercoledì 1 aprile 2020

THE DREAM SYNDICATE THE UNIVERSE INSIDE



Il secondo capitolo della avventura nel rock dei Dream Syndicate si è aperto lo scorso anno con These Times  anche se cronologicamente si è portati a credere che l'inizio sia avvenuto con How Did I Find Myself Here ? il disco che ha sancito nel 2017 la loro reunion. Per via di un titolo così esplicito e della musica che conteneva, quest'ultimo tracciava una linea di continuità col passato ovvero la band ricominciava dal punto in cui era rimasta elargendo un rock selvaggio ed underground costruito sullo sferragliare delle chitarre, su una sezione ritmica bollente e sulla voce di Steve Wynn che con le sue malsane ballate ricreava quel rock noir per cui il Sindacato del Sogno è giustamente amato e stimato. These Times  ha invece imposto uno scarto nei confronti del loro all guitars rock  introducendo variabili che pur non  contrastando con il loro riconosciuto stile, aprivano verso sonorità nuove dove l'elettronica, comunque ben dosata, giocava un ruolo di primo piano nel disegnare un immaginario di psichedelia in progress. Se These Times  riusciva però a mantenere un equilibrio tra il crudo hard-boiled rock del passato (Bullett Holes, Speedway, Still Here Now ad esempio suonano ancora col cuore in mano) e le innovazioni avanguardistiche, The Universe Inside è molto più radicale e drastico e dentro un concept di alterata psichedelia riflette un desiderio di sperimentazione ben più marcato che si traduce in ottanta minuti di paesaggi sonori dalle sembianze di una soundtrack da film. Un universo sonoro nel quale gli scampoli del sopravvissuto rock elettrico si fondono con oscillatori, elettronica, ritmiche concentriche, free jazz, kraut e space rock, frizioni elettriche.  Il risultato non è affatto male, per niente, basta che ognuno sia consapevole di salire a bordo di una musica più vicina ai War On Drugs o altre espressioni post-rock  piuttosto che al Medicine Show. Una volta accettato il fatto, il gioco diventa divertente, e come nei venti minuti di The Regulator ( assolutamente da ascoltare guardando il video di David Daglish) ci si sente proiettati in un viaggio panoramico (toilette comprese) nella città di New York, un trip sonnambulo, filmico e politico. Venti minuti di delirio sonico e visivo in cui Wynn lascia cavalcare tutta la sua immaginazione cinematografica e la sua galoppante curiosità musicale per dilatare i confini spazio-temporali della musica dei Dream Syndicate.
La voglia di cambiamento di Wynn era palpabile già in These Times  e la band ne è rimasta coinvolta visto che le note che accompagnano l'uscita di The Universe Inside  dicono della approfondita conoscenza della musica avantgarde europea del batterista Dennis Duck, della passione per il prog anni settanta del chitarrista Jason Victor, Soft Machine compresi, dell'esperienza del bassista Mark Walton per i collettivi di musica Southern-fried (mah), della fame di Chris Cacavas per la manipolazione dei suoni e l'amore dell' Wynn per l'electric-jazz vintage, per Miles Davis e John Coltrane. Personalmente aggiungerei anche Brian Eno e i Talking Heads di Remain In Light. Il disco si sarebbe potuto chiamare The Art of the Improvisers, in una sola session difatti la band ha registrato ottanta minuti di musica senza pause ed interruzioni, improvvisando come in una lunga ed interminabile jam." Tutto quello che abbiamo aggiunto era aria -afferma Wynn- oltre a voce, corni ed un tocco di percussioni. Ogni strumento è stato registrato in presa diretta". 
Cinque titoli della lunghezza media di nove minuti, solo The Longing dura poco più di sette minuti, una overdose sonica dove il cantato di Wynn implode nel magma sonoro, solo a tratti si percepisce il formato canzone, capita in The Longing e nella strepitosa parte finale di The Slowest Rendition. Qui la sua voce si eleva  sopra il mare di echi, oscillazioni, feedback, suggestioni free jazz, ipnosi ritmiche, riverberi e quant'altro. Una gigantesca ed in alcuni momenti solenne colonna sonora che spazia da momenti di caotico stridore metropolitano a pause estatiche e lisergiche.  Ai venti minuti di The Regulator  seguono in ordine The Longing, qui la canzone viaggia nel cosmo coi rumori siderali di un' altra galassia, Apropos of Nothing ovvero come sentire  War On Drugs rivisitare i Can sulla Luna, Dusting Off The Rust mixato col precedente in una sorta di ipnotico space-rock con le trombe e i sassofoni che rispondono alla metronomica sezione ritmica, e The Slowest Rendition, avveniristica nel suo rumorismo post-psichedelico, umanizzata dal talking ascetico di Wynn che si accompagna ad un superbo sassofono be-bop. Una chiusura maestosa in una atmosfera da Blade Runner dove comunque filtrano bagliori di estatico ottimismo.
Più che un disco di canzoni ,The Universe  Inside è un viaggio che stordisce e meraviglia in territori in cui occorre liberare l'immaginazione  e le sensibilità sensoriali, un'opera originale di ricerca musicale e libertà esecutiva dichiarata con coraggio e senza mezzi termini dai Dream Syndicate. Nessuna band tra quelle uscite agli albori degli anni ottanta ha saputo evolversi senza snaturarsi come loro. Personalmente mi ritrovo più negli equilibri tra rock e avanguardia di These Times  ma dimenticate il passato e salite a bordo dell'astronave, l' Universo Dentro oggi è questo. A meno di non guardare fuori dalla finestra ed accorgersi di essere capitati in un cupo e terribile film di fantascienza.
MAURO ZAMBELLINI  MARZO 2020
p.s  questa recensione la trovate sul numero di aprile del mensile Buscadero, una rivista che come tutti soffre  questo momento di crisi generale e  perciò invita  lettori e amanti del rock a contribuire o!lla sua tenuta, cercandola e acquistandola in edicola, dove possibile.
Il Buscadero di aprile uscirà regolarmente nelle edicole ma chi non può acquistarlo lì, può comprarlo on line al prezzo di 6 euro.
 


martedì 3 marzo 2020

drive by truckers the unraveling

 
 

Esiste una continuità tematica tra il precedente album American Band  e The Unraveling  ed è il periodo tumultuoso che i Drive By Truckers si sono trovati a vivere nel loro paese, ma se il primo annunciava una tempesta in arrivo con l'elezione di Trump, questo è scritto tra i relitti e le conseguenze che quella tempesta ha provocato. Come affermano gli stessi DBT  The Unraveling  non è un disco politico nel senso usuale del termine, piuttosto esamina le reazioni personali causate dalle cose che sono successe attorno in termini di decimazione dei valori, distruzione delle certezze, negazione dei diritti. Il personale è politico si diceva una volta, e lo stesso afferma Patterson Hood, portavoce della band e mai come in The Unraveling  protagonista visto che è l'autore della maggior parte  delle canzoni, coadiuvato da Mike Cooley il quale si limita a cantare e scrivere Slow Drive Argument  e Greviance Merchants , la prima un irruente e urticante rock n'roll nello stile dei DBT, la seconda a proposito della proliferazione dei suprematisti bianchi negli Stati Uniti, In questa,  Cooley col suo stile crudo ma colloquiale si immerge nella psiche di un terrorista di destra dopo che la miglior amica della babysitter della propria famiglia è stata assassinata su un treno nella progressista Portland a seguito di un attentato . Che sia un disco in cui conta più il cuore che il cervello nell'attuale stato emotivo della band lo confermano le canzoni che aprono e chiudono l'album,le quali solitamente assumono un significato preciso nel disegnare i contorni delle loro opere. Rosemary with a Bible and a Gun con le sue rime a spirale ed il sentore gotico alla Bobbie Gentry, la voce lontana e mai cosi bassa di Hood accompagnata dal pianoforte di Jay Gonzales e dal violino e la viola di Patti King e Kyleen King tanto evocative nel trasmettere un senso di distanza narrativa, è stata influenzata dai tempi difficili in cui Hood e Cooley lasciarono Florence in Alabama per trasferirsi a Memphis in cerca dei sogni che sarebbero arrivati solo nel nuovo millennio. Awaiting Resurrection chiude l'album come succedeva con Baggage in American Band e Grand Canyon in English Oceans  ovvero un lungo brano dai riflessi psichedelici, in questo caso lento, sinistramente cadenzato ed ipnotico nel quale Hood sopraffatto dalle immagini religiose è alla ricerca di un barlume di illuminazione. Inizia chiedendosi se c'è un diavolo in questo mondo tuffandosi nelle realtà dolorose dell'America di oggi e poi conclude domandandosi con un pizzico di ottimismo "alla fine siamo solo in piedi, guardando la grandezza svanire nell'oscurità, in attesa di resurrezione". The Unraveling  per musica e significati è un grande album, forse meno diretto di altri che lo hanno preceduto ma vorticosamente proiettato ad offrire una nuova visione dell'american music, oggi scevra dal bisogno di canzoni d'amore e di conforto, piuttosto concentrata sulle emozioni e lo sconcerto indotti dall'aumento delle sparatorie nelle scuole e nelle chiese, dalla violenza razziale e di frontiera, dai bambini relegati nelle gabbie come riferito in Babies in Cages, oscuro e magnifico brano impreziosito dal washboard elettrico di Cody Dickinson, dai suicidi e dalle overdose, come menzionato in Heroin Again, coraggiosa nell'affrontare un tema così vecchio ma ancora attuale. La canzone che ha però dato il via a tutto l'album è 21st Century Usa, ballata vagamente country con tanto di lap steel su un' America in cui non basta spaccarsi la schiena di lavoro pesante per poter sopravvivere, dove ti prescrivono pillole per esorcizzare paure ed ansia e dove guardi i tuoi figli e preghi che ci sia una speranza. Thoughts and Prayers è ugualmente snervante sebbene percorra la via della ballata elettroacustica con un ricamo di pianoforte che rende dolce l'ascolto pur nella macabra immobilità che aleggia su una sparatoria di massa, tra satira e geremiade. Armageddon's Back In Town è l'altra faccia dei DBT e dell'album, urgente, rabbiosa, elettrica e rock.
 

Se la scrittura delle canzoni è stata un'operazione impegnativa e brutale visti i contenuti delle canzoni, la registrazione, al contrario, ha seguito un processo gioioso, a detta di Patterson Hood.  Aver lavorato per una settimana negli storici studi di registrazione di Sam Phillips a Memphis con il produttore di lunga data Dave Barbe e l'ingegnere Matt Rose-Spang, circondati da foto storiche in un'atmosfera di metà del secolo scorso, ha infuso nei DBT un "benessere" che si è riversato nelle registrazioni dando a The Unraveling quel sapore vintage dei dischi di una volta. Lo studio ha funzionato da macchina del tempo, Memphis con la sua contraddittoria storia sociale è il sogno a cui i DBT hanno ambito fin da giovani, il patrimonio musicale della città e lo spirito di Sam Phillips hanno condizionato in senso positivo la creazione dell'album oltre il semplice dato tecnico, formando un suono contemporaneamente moderno ed antico. 18 brani per 85 ore di session, poi i lavori di mixaggio presso gli studi di Barbe ad Athens in Georgia e l'ulteriore masterizzazione del maestro Greg Calbi nel New Jersey, alla fine l'album è stato ridotto a nove canzoni. Lilla Hood ha progettato la confezione utilizzando una splendida foto di Erik Golts con due ragazzi che guardano il tramonto sulla costa dell'Oregon ed il collaboratore e amico di lunga data Wes Freed  ha curato la parte grafica. Dopo tre anni di silenzio (lo spazio più lungo intercorso tra i loro album) i DBT sono tornati con un album oscuro e impressionista, a mio modo di vedere profondo, intenso e graffiante. Ora si tratta di vederli in tour perché l'Europa (naturalmente Italia esclusa) li aspetta.

MAURO   ZAMBELLINI      FEBBRAIO 2020

 



sabato 22 febbraio 2020

RORY GALLAGHER Check Shirt Wizard



Saranno contenti i tanti fans dell'indimenticato ed indimenticabile Rory Gallagher per questa ulteriore testimonianza live dell'irlandese, catturato durante il tour inglese del 1977 di supporto alla pubblicazione dell'album Calling Card.  Venti tracce distribuite su un doppio CD estratte da concerti all'Hammersmith Odeon di Londra, al Dome di Brighton, alla City Hall di Sheffield e Newcastle avvenuti tra il gennaio ed il febbraio del 1977, ulteriore prova della forza e potenza di Rory Gallagher sul palco, qui in compagnia dei fedeli Gerry McAvoy al basso, Rod de'Ath alla batteria e Lou Martin col pianoforte e l'organo. Non un trio quindi, ma un quartetto affiatato e ben rodato, in azione fin dai tempi della pubblicazione di Blueprint  nel 1973 e durato fino alle session a San Francisco del dicembre 1977 rimaste inedite per tanti anni e poi pubblicate nel postumo Notes From San Francisco  del 2011. Check Shirt Wizard  è un documento importante perché porta dal vivo materiale dei due album più osannati negli Stati Uniti, benedetti dai critici di Rolling Stone che in quell'occasione paragonarono Gallagher a Eric Clapton ed Alvin Lee. Da Against The Grain  vengono difatti riprese la rocciosa Bought and Sold e la magistrale rivisitazione del pezzo di Leadbelly Out On The Western Plain mentre Calling Card  fa il pieno con Moonchild, Secret Agent, Barley & Grape Rag, Jack Knife Beat, Edged in Blue ed una delirante versione di Calling Card, misura di un set più improntato verso il rock che il blues. Ma Check  Shirt  Wizard  non tradisce le ampie aspettative dei fans di Rory che qui potranno trovare il suo lato più duro, aspro e rocknrollistico  ma anche quello blues e aperto al suono della sua chitarra acustica. Se difatti il primo CD insiste sui toni forti e sul furore di un hard-rock blues muscolare e sanguigno, il secondo CD si apre con una sequenza dove risuonano cristalline le influenze roots di Gallagher consumate nel folk, nel country-blues e nello skiffle di Out On The Western Plain, Barley & Grape Rag, Pistol Slapper Blues, Too Much Alcohol e Going To Hometown . Sono versioni intense, schiette e  pregne di quel sentimento di purezza e onestà che Rory sapeva riversare nel suo cantare e suonare. Un lato intimo complementare alla dimensione elettrica del suo rock-blues, ambito questo che si avvale del  brillante lavoro dei suoi compagni di ventura, l' arrembante e vulcanico basso di Mc Avoy, il drumming assatanato di De Ath ed il pianoforte e organo di Martin qui in grado di riempire ogni spazio, creare melodia e frivoleggiare honky-tonk tanto da pennellare di americanità titoli come Edged In Blue e la jammata Jack-Knife Beat.  Non si pensi a concerti addomesticati, non è nello stile di Rory e difatti il fuoco e le fiamme si propagano quando Rory prende in mano i suoi cavalli di battaglia ed incendia i teatri inglesi. Se Souped -Up Ford e Secret Agent  nel 1977 sono nuovi nella discografia del nostro eppure già in grado di urlare come dei classici, con Lou Martin che qui dà fuori di matto rincorrendo la chitarra del leader lanciata a mille, Bullfrog Blues è un tour de force che non ha nulla da invidiare a quello dell'Irish Tour '74  e altrettanto si può dire di Tattoo'd Lady e delle incandescenti Used To Be, I Take What I Want saccheggiata dal repertorio di Sam& Dave, Walk On Hot Coals e Country Mile , un boogie serrato che toglie il fiato e lancia la Stratocaster di Rory nell'olimpo degli Dei. Grande emozione lo suscita pure A Million Miles Away uno dei titoli di Rory più amati dai fans, con quella vena melodica che contrasta con l'assolo torcibudella della chitarra ed il cantato disperato e supplicante dell'irlandese, mai del tutto apprezzato come vocalist eppure commovente come pochi. Con due CD ed una scaletta da applausi Check Shirt Wizard  presenta un Rory Gallagher in ottima forma, coadiuvato da una band coi fiocchi, la migliore della sua carriera. I brani dei concerti originari sono stati oggi rimixati da Frank Arkewright agli studi Abbey Road mentre la produzione è di Daniel Gallagher, il nipote che ha curato il recente Blues  e sembra oggi avere in mano l'archivio del bluesman irlandese. Nel 1977 in Inghilterra esplodeva il punk, ma Rory Gallagher punk lo era da almeno dieci anni.
MAURO  ZAMBELLINI     FEBBRAIO 2020


sabato 18 gennaio 2020

TICKET TO RIDE

 
Questa è l'intervista a Claudio Trotta cosi come pubblicata sul mensile BUSCADERO di gennaio 2020

 

Con Barley dal 1979 ha portato in Italia tutti i grandi nomi del rock organizzando più di 15.000 concerti o festival in tutto il mondo , da Springsteen a Iggy Pop, da Dylan a Willy DeVille, da Little Steven agli Ac/Dc, da Randy Newman ai Black Crowes tanto per citarne alcuni, qui il promoter Claudio Trotta ci parla dello spinoso problema del secondary ticketing e della logica speculativa che governa oggi molta musica dal vivo.

D: La Barley Arts da diversi anni ha a livello nazionale e internazionale  pubblicamente preso posizione  contro il secondary ticketing, come è la situazione?

R: va detto innanzitutto che è un problema anche culturale, in particolare manca l'educazione civica delle persone che ignorano le conseguenze di certe azioni. Per fare un paragone, è ciò che succede con il comportamento del bullismo e dei danni che provoca ad altre persone. Ma riguarda pure l'intera filiera della musica ive e la mancanza di una adeguata informazione . Non è un fenomeno da “furbetti” all'italiana e nemmeno l'evoluzione del bagarinaggio ma tutta un' altra cosa, ben più ampia. Il fatto che venga paragonato al bagarinaggio è fuorviante e nocivo per la comprensione del fenomeno. Alla base del secondary ticketing  ci sta un concetto di dominio culturale e finanziario, un affare fondamentalmente speculativo oltre che di sistematica manipolazione della verità e quindi di palese aggiotaggio, e spesso anche di truffa informatica. Cosa significa?  Significa che il secondary ticketing non solo è stato creato per aumentare in maniera esponenziale ed impropria il potenziale finanziario dell'economia dello spettacolo ma soprattutto per rendere schiavi gli acquirenti di biglietti,  lavorando in particolar modo sulle nuove generazioni, creando il bisogno assoluto della presenza, creando la sindrome da biglietto, creando l'insano ragionamento per cui, esagerando un poco ma neanche troppo nella mia spiegazione si puà dire che viene insinuato il pensiero che se non si va al concerto di quell'artista non si avrà un'altra opportunità di vederlo e la tua vita ne risulterà svilita. Se non si capisce questo fatto ci si riduce a considerare il secondary ticketing  come un esclusivo ampliamento del bagarinaggio, oppure un modo per guadagnare di più, complici in molti casi gli artisti, il caso dei Metallica che hanno ammesso di aver fornito tramite i propri management e promoter  di una quantità considerevole di propri biglietto ai siti di secondary ticketing , è emblematico e illuminante a questo proposito. Ci sono eccezioni, mi vengono in mente Springsteen e i Mumford & Sons quali artisti che si impegnano contro questo sistema ma molti artisti ed i loro management ne sono conniventi,  un sistema che muove miliardi di dollari. Il capo di Live Nation  Michael Rapino  in due occasioni tra il 2017 e il 2018 a Londra e a Toronto ha dichiarato tre cose sostanziali : la prima è che il giro d'affari del secondary ticketing si aggirava allora attorno agli otto miliardi di dollari, anche se attualmente è  sicuramente lievitato oltre tale cifra,  la seconda è che la ragione dell'esistenza del secondary ticketing stava nel prezzo troppo basso dei biglietti, la terza è che alla luce delle prime due considerazioni era necessario procedere all'aumento dei ricavi anche per promoter e artisti e non solo per i terzi che lo gestivano.  Si noti che già allora Live Nation controllava alcuni siti di secondary ticketing, oggi oscurati o venduti.

Allora un sito noto a tutti come Viagogo rientra in questo sistema?

Certamente, non si sa chi siano i proprietari di Viagogo perché vige il meccanismo purtroppo legale delle scatole cinesi ed è impossibile risalire alla reale proprietà, ma è notizia di questo giorni che Viagogo ha comprato per la cifra di 4 miliardi di dollari il suo competitor in USA,  StubHub.

Significa che oggi possiedono delle risorse e delle connection con la filiera della musica dal vivo impressionante, e non solo per la musica ma anche per il basket, il football americano, il teatro, significa anche e soprattutto che non sono particolarmente preoccupati dal comportamento di molti governi nel provare a osteggiare il fenomeno con leggi e divieti di varia natura.

Esistono quindi società che  non gestiscono solo i biglietti dei concerti ma anche quello che c'è attorno, food & drink, merchandising, parcheggi e quant'altro?

Live Nation ed è facile verificarlo essendo società quotata in borsa  è proprietaria  nel mondo  di promoter che fanno lo stesso mio lavoro praticamente in ogni paesi dove esiste un mercato della musica dal vivo, di festival, di agenzie inglesi e americane che rappresentano nomi importanti della musica , di management che gestiscono più di 500 artisti internazionali , di strutture per lo spettacolo di cui quando non posseggono la proprietà hanno comunque la gestione degli spettacoli con i business connessi di ristorazione, parcheggi e merchandising. Qualche anno fa Live Nation ha acquistato un database  di fans di molte band dal manager della Dave Matthews Band,  E inoltre dopo il merger di alcuni anni fa con la  più grande biglietteria on line del mondo, Ticketmaster ha praticamente il controllo di tutta la filiera del live.  L'antagonista principale in Europa  è la tedesca Eventim  la quale possiede una serie di soggetti simili a Live Nation , da sola o con AEG, proprietaria anch'essa di strutture e promoter internazionali  di tour. Per fare degli esempi concreti i Rolling Stones e Bon Jovi negli ultimi tour hanno lavorato  sia con AEG che con Live Nation , Paul McCartney è con AEG  La concessione per Hyde Park a Londra, i cui soldi pare vadano direttamente a Carlo d'Inghilterra, è stata data a Live Nation e successivamente a AEG. Entrambe sono in perenne collaborazione/competizione e si dividono la torta. La Eventim in Italia è proprietaria di Ticketone, Fep, D'Alessandro & Galli, Vertigo e Vivo. Le due società Eventim e Live Nation sono di fatto molto simili perché detengono l'intera filiera della musica e perchè hanno come core business principalmente vendere biglietti . Come ho già detto a qualcuno per fare una battuta  gli manca solo di comprare il pubblico e poi hanno tutto.

Come viene deciso il prezzo di un biglietto?

Viene deciso tra chi organizza il concerto e chi rappresenta l'artista, in base alla capienza del luogo e ad altre considerazioni di varia natura. Ciò genera una economia che investe i vari soggetti, dall'artista fino a chi si occupa di carico e scarico , dall'autorità pubblica a chi fa il servizio controlli, dalla SIAE alle strutture dove si lavora . Se un biglietto che costa 50 euro viene lievitato dal secondary ticketing a 100 euro, per fare un esempio, il surplus non va ad alimentare l'intera economia dell'evento ma va ad ingrassare le mani di pochi, qualche volta anche dell'artista connivente, e snatura invece la distribuzione regolare dei profitti e dei compensi. E l'aggravante è che chi intasca il plusvalore non lo fa a nessun titolo ma solo per il proprio tornaconto.

Come se ne può uscire ?

Oltre che combatterlo sarebbe necessario porsi altre domande, da parte di tutti: dei media,  dei giovani che vogliono approcciarsi alla musica. Bisognerebbe cominciare a non chiamare più il pubblico consumatore ed il pubblico a sua volta dovrebbe essere consapevole nelle proprie scelte. L'evoluzione del libero mercato ha fatto danni devastanti nella nostra cultura, danni che hanno creato confusione e profonde falsità. Si può definire concerto un esibizione in playback di uno che fa trap allo stesso modo con cui si nomina una esibizione di Dylan o della Orchestra Verdi che suona la Nona di Beethoven ? Non è sensato, ci vorrebbe una coscienza collettiva ed un recupero degli elementi principali di quella che viene intesa come musica popolare contemporanea ovvero la condivisione e l'accessibilità. Oggi la musica LIVE è diventata spesso un genere per ricchi, arricchiti e fanatici, ci sono concerti di alta qualità oppure concerti che vengono presentati come imprescindibili a cui possono accedere solo chi ha tanti soldi o chi è fanatico. Un conto è essere fan, un conto è essere fanatico, per tanti di loro il concerto del proprio beniamino diventa una ossessione, una presenza improrogabile. E il biglietto diventa un privilegio.

Non se ne esce, quindi?

Il meccanismo  diffuso attuale  è complesso ed il secondary ticketing ne rappresenta  solo un aspetto, insieme alle pre-sale a favore dei possessori di carta di credito, o di un c/c in una banca o di un fans club. Spesso queste vendite anticipate  non sono governate dalla regola che non si possono vendere più di un certo numero di biglietti 2/4/6 che siano.  E questo significa la potenziale possibilità di accapparemento di molti biglietti, ed inoltre queste pre-sale  sono delle barriere per le persone comuni, non c'è di fatto la piena accessibilità. Perché devo avere per forza acquistare una carta di credito di una determinata marca o essere iscritto ad un fans club per poter avere un biglietto? Spesso si ha la sensazione  che la selezione della quantità dei biglietti assegnati alle pre-sale non sia decisa con raziocinio ma esclusivamente con fini speculativi. Le pre-sale per i fans club le ha fatte anche la Barley Arts per tanti anni ma venivano gestite in maniera segreta: i fans che erano associati ai club venivano contattati privatamente e ricevevano un codice con cui accedere a dei vantaggi o a delle priorità. Adesso invece le prevendite sono annunciate pubblicamente e se non sei socio  e reputi irrinunciabile quel concerto sei costretto ad esserlo pur di potere accedere al biglietto. Speculazione pura, parte di un meccanismo molto più ampio, spesso governato da un tentacolare potere di alcune multinazionali di settore che sono presenti  dappertutto. Non stiamo parlando di gioielli o auto di lusso ma della musica, un bene che dovrebbe essere accessibile a tutti o quasi.  Stiamo parlando di cultura popolare la musica ha un ruolo fondamentale nel piacere, nei desideri e nel sapere delle persone, deve essere accessibile e condivisibile.  

Molte di queste multinazionali si difendono dicendo che muovono un indotto incredibile

La concentrazione di potere non porta economia ma ricchezza, potere e finanza concentrata nelle mani di pochi  Spesso è vero che generano indotto ma è anche vero che spesso in  questi grandi eventi non  c'è attenzione alla qualità della ristorazione, non c'è attenzione ai servizi, si tende a spremere il più possibile il pubblico.

 

Quindi cosa bisogna fare?

Al pubblico si richiede soprattutto di essere più curioso, più attento, conoscere le problematiche di uno spettacolo, i rischi, il rispetto per chi compone e fa musica e per chi organizza. In poche parole essere più coscienti verso il valore delle cose e far sentire la propria voce. Non si può semplicemente urlare o insultare quando non si trova il biglietto per il concerto del proprio beniamino e appena lo si ha in mano ritornare nel gregge, zitto e appagato. Non si deve pensare solo a se stessi, soggiogati dall'ossessione del bisogno assoluto del biglietto. Gli organizzatori devono poi essere compatti a richiedere che a livello internazionale i siti del secondary ticketing vengano oscurati. Non è facile oscurarli, alcuni di questi siti hanno sede in paradisi fiscali o in altri Paesi con legislazione allegra , ma una delle azioni che si può fare è come è successo in Italia  l'istituzione del biglietto nominale, unica vera possibilità per dare trasparenza e generare risparmi oltre che limitare i disagi del pubblico .

Come funziona?

La Barley Arts impone il sistema digitale agli operatori di vendita (Ticketone, Viva Ticket, TIcketmaster) perché  col biglietto nominale l'acquirente ha la possibilità di stamparsi a casa il biglietto a zero costi e con il  tour che stiamo effettuando con Mika abbiamo limitato la consegna a casa perché la reputiamo troppo onerosa per il pubblico. Abbiamo anche evitato il ritiro del biglietto in loco  perché  causa di inutili code e rallentamenti, una coda per il ritiro del biglietto ed una all'entrata. Doppio stress. Una coda sola quindi, col biglietto nominale in mano e naturalmente il documento di identità, che tutti dovrebbero portarsi appresso comunque  e poi tutti i controlli necessari anti terrorisimo.  Aggiungo che per il desiderio dei collezionisti, due delle biglietterie con cui lavoriamo  stampano un biglietto pregevole dal punto di vista estetico.  

Ma i siti del secondary ticketing non possono vendere anche loro biglietti nominali?

No assolutamente,  ho denunciato Viagogo alla procura della Repubblica di Milano circa un mese fa perché impunemente scrive sul proprio sito  magari troverete il nome di un altro acquirente ma non è un problema, il biglietto è valido comunque.

Vero, mi è capitato anche a me una volta nell'acquisto di un biglietto per un concerto all'estero ed inoltre mi pressavano dicendo che c'era una lista affollata e avevo poco tempo per portare a termine l'operazione....quando invece nel giro di una decina di secondi ero nelle condizioni di comprarlo....

Difatti, scrivono che non ci sono più biglietti  e c'è una fila di 500 richiedenti ed invece sono bugie e falsità degne del peggior aggiotaggio, li ho denunciati perché danno notizie false, distorcono la realtà. Con il biglietto smaterializzato con il codice frontiera ormai già in vista, il pubblico risparmierà tempo e denaro, all'entrata gli addetti con i palmari controllo accessi leggono il codice e verificano l'identità ed il gioco è fatto, come quando ci si imbarca al gate di un volo in aeroporto. Recentemente per un concerto col biglietto nominale non organizzato dalla Barley Arts (Sting, n.d.r) si sono formate code all'entrata con conseguente ritardo nell'inizio del concerto, beh, credo che il ritardo sia stato generato anche e soprattutto dall'orario di inizio previsto (le ore 20) in un giorno feriale.

 

Mettiamo il caso che uno si ammali o ha problemi e nell'andare al concerto, può passare ad altri il suo biglietto nominale?

Il biglietto nominale è rivendibile e rinominabile, una volta sola. Chi determina i tempi e le modalità di tale operazione è l'organizzazione. E qui non c'è sintonia tra i vari promoter, io lo consento negli ultimi due mesi prima del concerto ma lo vorrei estendere fino all'ultimo giorno per salvaguardare un imprevisto non calcolato.  Altri invece fanno una cosa che non condivido ovvero dal giorno dopo che hai comprato il biglietto lo puoi rinominare o rivendere,  non consentendo però  il cambiamento negli ultimi giorni, che invece a me pare sia  la cosa più logica. In sintesi si può rinominarlo e rivendere e ogni biglietteria deve avere a disposizione una piattaforma fan-to-fan tale da permettere a chiunque di rivendere il biglietto allo stesso prezzo che l' ha pagato,  con l'aggiunta di una piccola commissione in percentuale che va alla piattaforma che ha gestito la transazione. La rinominazione è invece gratuita.

Questa battaglia la stai portando avanti da solo?

Lo lascio giudicare a voi…  a me pare che a parte la solidarietà in rete e poco altro non ci siano molti altri che dedichino tempo, risorse, energie a questo tema. E' da più di 40 anni che faccio questo mestiere, non ho mai ceduto a nessun potere forte, per quanto mi riguarda è semplicemente la continuazione di quello che faccio da sempre. Lo faccio per me principalmente, non voglio medaglie ma ci vuole più consapevolezza da parte di tutti.

Si può affermare che Viagogo prende i biglietti direttamente dagli organizzatori?

Io non lo so posso  affermare,  ma come è possibile che se cliccate qualsiasi nome di artista, il primo sito di vendita che propone Google sia proprio Viagogo?  Capita pure che i biglietti che loro mettono in vendita, in pratica non li possiedono,  e che propongano  una vendita fasulla.  Ovvero loro mettono in vendita dei biglietti e poi se li procacciano. Viene venduta una disponibilità di biglietti che non esiste, poi si procurano i biglietti probabilmente direttamente da alcuni organizzatori come denunciato anche durante il programma televisivo Le Iene e c'è anche il  ragionevole dubbio che ci possa essere qualche biglietteria complice,  magari anche qualche punto vendita fisica che fornisce loro biglietti sottobanco. E’ anche possibile che Viagogo assoldi una serie di hacker che sfruttando delle false generalità rubate in rete acquistino dei biglietti da passare successivamente a loro. Solo qualche mese fa uscivano in internet dei siti perfetti che sembravano quelli ufficiali degli artisti, annunciavano il tour e raccoglievano informazioni a priori, nel senso che facevano una sorta di indagine di mercato per capire quale era l'interesse collettivo verso quel concerto, in modo poi da procurarsi dei biglietti da vendere. Nel peggiore dei casi acquisivano abusivamente delle generalità che usavano per  acquistare biglietti, cosa che immagino sia al vaglio della polizia postale. Ci sono stati dei casi di concerti da noi organizzati, per esempio Kiss a Verona e  AC/DC a Imola dove vendevano il diritto all'acquisto prima che si sapesse il prezzo dei biglietti o addirittura ancora prima che venissero annunciate date e location. E' un gioco d'azzardo le cui vittime sono i fans impulsivi e disattenti.
 

 

Ma le autorità cosa fanno?

In Italia il secondary ticketing è vietato grazie a leggi di recente applicazione . Le leggi per combatterlo ci sono, in Francia, in Gran Bretagna, in Germania, negli USA e in Canada si sta combattendo per azzerarlo, ci sono management di artisti in giro per l'Europa che fanno qualcosa ma il problema è anche che la filiera della musica è in mano a delle multinazionali  contrarie al biglietto nominale ma favorevoli a quello dinamico.

Cos'è il biglietto dinamico (dynamic ticket) ?

Il biglietto in cui il prezzo varia.  Quello che succede quando compri i biglietti aerei delle compagnie low cost, il fatto è  che la dinamicità è sia verso l'alto che verso il basso.  Può capitare che il costo di un biglietto aumenti o diminuisca del 20% ma nel caso del secondary ticketing il prezzo oscilla  del 70-80% sempre e solo verso l’alto. Il dynamic ticket molti di noi lo hanno già applicato nei concerti nei club dove il biglietto in prevendita costa meno del giorno del concerto stesso. Oppure ci sono dei festival dove il prezzo dinamico ha senso, tipo compri il biglietto un anno prima e lo paghi meno dell'ultimo mese. E' quello che gli anglosassoni chiamano early bird. Da questo punto di vista è giustificato, ma un concetto di dynamic price lasciato al libero mercato è devastante perché non dà nessun tipo di garanzia  capace di non mettere in discussioni le retribuzioni delle tante persone che lavorano attorno al concerto, della security, del service audio e luci del palco, insomma tutti quelli che non siano gli artisti, che rappresentano l'economia di tutto lo spettacolo. Come fai a garantire il compenso di queste persone se c'è un dynamic price selvaggio?  Facile immaginare che i grandi eventi avranno un rialzo verso l'alto per cui saranno accessibili solo ai benestanti,  e facile immaginare che quelli minori o nuovi rischino di sparire perché un ribasso metterà in discussione la realizzazione di simili concerti con conseguente perdita della possibilità di sviluppo e di futuro per tante persone, ed un quasi certo depauperamento culturale con una omologazione sempre più verso il basso.  

Hai scritto un libro dal titolo curioso , No Pasta, No Show, che trattava anche di questi problemi...

Si, era una cosa che volevo fare da tempo. Anni fa scrissi una cinquantina di pagine oltre all' indice dei capitoli,  poi nel tempo gli stessi sono aumentati includendo anche  il problema del secondary ticketing.  Ho scritto il libro (No Pasta, No Show, Claudio Trotta,  Mondadori Electa 2017) per lasciare un segno di quello che ho fatto col mio lavoro e la mia passione, non c'è una parola di risentimento verso chicchessia  in tutto il libro, anche se negli anni ne ho subite e viste di tutti i colori. Non ho volutamente abbondato in aneddoti o gossip nonostante l'editor insistesse al riguardo ma li ho ridotti al minimo , nessuna storia piccante o offensiva.  Ho cercato di raccontare in maniera collettiva quaranta anni di musica e di lavoro,  nel libro ci sono le “voci” di mia madre, di uno spazzino con cui ho lavorato da ragazzo e che mi ha insegnato molto, dalle persone anonime al grande pubblico che mi hanno aiutato o hanno collaborato con me , e ricordi di   promoter locali  oggi scomparsi. C’è qualcosa di Bruce, di Frank Zappa, dei Queen, di Van Morrison e di diversi altri artisti. C'è la lettera che scrissi a Veltroni nel 1999 quando era vicepresidente del Consiglio durante il Governo Prodi, poi una discografia DI  riferimento perché inerente al contenuto del libro, delle charts tipo i dieci concerti-flop, quelli che mi sono piaciuti di più, i dieci motivi per andare ad un concerto e i dieci per non andarci . Il titolo nasce da David Bromberg : ero in tour nel 1979 con lui, Dick Fegy e George Kindler, andavamo a mangiare tutte le sere prima del concerto e mangiavamo come dei maiali ma nonostante ciò loro sul palco erano ineccepibili . Mangiavamo sempre pasta ma una sera in un ristorante ci dissero che non c'era la pasta e allora David mi guardò e disse  no pasta, no show. In realtà il libro doveva intitolarsi fucking yellow van in onore del nostro primo furgone giallo con cui andavamo in tour  ma logicamente la casa editrice lo  rifiutò. Nell'ultimo capitolo si parla proprio di secondary ticketing e della speculazione che circonda oggi la musica dal vivo.
 

Puoi parlarci di Slow Music www.slowmusic-net.eu

L’idea di fondare una ETS ( Ente di Terzo Settore senza scopo di lucro e con finalità civiche )nasce dal rispetto che ho per  Carlo Petrini, ideatore di Slow Food.

Anch’io volevo dare alla musica una identità territoriale , salvaguardare la multiculturalità di chi fa musica allargando il raggio d’azione non solo ai concerti ma a tutti quegli operatori e alle materie  che sono collegate con la Musica Popolare Contemporanea,  quali per esempio le location, i produttori di strumenti musicali, la musica nel territorio, le radio locali, la formazione ed il supporto a chi vive in situazioni di disagio sociale.

Insieme ad una decina di tra cui  Franco Mussida, Paolo Dal Bon, presidente della Fondazione Gaber, Massimo Poggini ,Stefano Bonagura,Ivano Amati,Stefano Rosa ed altri, ho pensato di creare uno strumento per favorire la diversità, la bellezza, l'indipendenza, la territorialità, la qualità, come fa di fatto Slow Food.

 

Mi piace citare fra i nostri progetti correnti  A.R.M.O.N.I.A. , acronimo di Ambiente, Risorse, Musica, Opportunità, Natura, Identità e Arte . Ha lo scopo di valorizzare il territorio con una serie di iniziative culturali e spettacolari e abbiamo già organizzato degli eventi in Lombardia (allo Stelvio, in Val Girola, Valtellina e a Canzo) con musica, teatro, reading, arte e letteratura assieme alla Regione Lombardia e a Ersaf e pensiamo il prossimo anno di allargare i nostri orizzonti in Emilia, Liguria, Toscana e Abruzzo. Altro progetto sono i Luoghi della Musica, progetto pensato da Massimo Poggini con tre assessorati del Comune di Milano – Cultura, Demanio e Sport – con cui organizzare un percorso per la città in cui, ispirandoci alla Plaque Blue parigine, posizioneremo delle targhe in alcune location storiche: abitazioni, sedi di case discografiche, sale di registrazioni, luoghi come l'ex Rolling Stone ecc. e sulla targa ci sarà un codice particolare che permetterà al visitatore di accedere a una serie di file contenenti biografie, scritti, fotografie, filmati e quant’altro possa essere importante per raccontare l’importanza del luogo.

La prima targa è stata apposta alla Arena Civica di Milano a memoria del concerto di Demetrio Stratos.  Con Slow Emotion promuoviamo invece dei corsi di formazione  professionali di recitazione per portatori di handicap curati da Corrado Gambi, in via di completamento alla Cascina Merlata di Milano. Ne sono molto orgoglioso visto che sono pure il presidente, altro tassello nel costruire alternative possibili ad imperanti modelli culturali omoogati.

 

In No Pasta, No Show, Claudio concludeva il suo volume con questo concetto chiave Credo nella Bellezza e nel contagioso benessere che scaturisce da essa. Ecco cosa voglio continuare a fare da grande. Voglio contagiare ed essere contagiato dalla Bellezza, voglio sostenerla e promuoverla.

Continuiamo a combattere.

 

Guido Giazzi e Mauro Zambellini