lunedì 28 settembre 2020

LOU REED NEW YORK



Una volta Lou Reed disse “ Faulkner aveva il Sud, Joyce aveva Dublino. Io ho New York e i suoi dintorni”. New York,  oggi ristampato dalla Rhino in confezione deluxe, costituisce l’apice  della sua discografia solista ma è tutt’altro che una serenata alla sua città.

 

Superato il suoi problemi di alcol e droga, riacquistato concentrazione e motivazioni, Lou Reed nel 1988 (ma il disco uscirà nel gennaio dell’anno seguente), concepisce un album in termini letterari, come se fosse un romanzo o una raccolta di racconti brevi. Il suo stile nello scrivere si portava appresso l’influenza della letteratura fin dagli esordi, uno dei suoi primi maestri di gioventù fu quel Delmore Schwartz il cui Nei Sogni Cominciano le Responsabilità l’aveva fortemente suggestionato, per poi continuare con i libri di William Burroughs e con Hubert Selby Jr. di Ultima Fermata a Brooklyn, con Raymond Chandler e le visioni gotiche di Edgar Allan Poe. Ma in New York  la sua scrittura raggiunge un livello superiore, in qualche modo paragonabile alla letteratura di Walt Withman, Nelson Alger, Edgar Lee Masters. Prende le distanze da quello che l’artista riteneva l’infantilismo del rock n’roll, l’uomo che per diverso tempo aveva dichiarato di fare rock n’roll adulto, in New York  oltrepassa qualsiasi barriera espressiva mettendo in scena un’ opera che racconta con inflessibile sguardo critico una città sotto assedio, in un’ epoca in cui nei cinque distretti urbani si contavano di norma oltre duemila omicidi all’anno, dove stava infuriando un’epidemia di AIDS che decimò molte delle comunità con cui Reed aveva legami di lunga data, quella dei gay, dei tossici, degli artisti. Pur amandola visceralmente, Lou Reed non fu per nulla accondiscendente con la propria città e lanciò un attacco verbale contro una New York vittima di AIDS ed ipocrisia, nella quale gli amici “scomparivano” giorno dopo giorno, una città di bambini violentati e donne picchiate, di bigotti e predicatori razzisti, di poliziotti uccisi da gang criminali, di migliaia di senza tetto che frugavano nei cestini dell’immondizia alla ricerca di cibo, dormendo per strada, nei vicoli, nei portoni. Ha scritto l’americano Viktor Bokris nella sua biografia (Lou Reed, il lato selvaggio del rock, Arcana Editrice,1999) : New York  fotografa un mondo di ipocrisia, egoismo e degrado che in confronto Desolation Row di Bob Dylan è come un picnic in campagna”.




Nel libretto che accompagnò l’album, Lou Reed scrisse che il disco andava ascoltato di seguito, come fosse un libro, e lo spettacolo di sei serate che Reed mise insieme al St.James Theatre, nel cuore di Broadway, per presentare l’opera (cosa poi ripetuta nelle altre date del tour), era strutturato come una sorta di rappresentazione teatrale dove nella prima parte veniva suonato l’intero album integralmente e senza interruzioni, con la sequenza originaria delle canzoni, mentre nella seconda parte lasciava spazio agli altri pezzi del suo repertorio, tra cui le immancabili Sweet Jane e Walk On The Wild Side.



Nell’intera discografia dell’artista, New York stabilisce un cambiamento nel  modo di porsi di Reed, ovvero si distacca dalla freddezza chirurgica con cui l’autore aveva raccontato storie di ordinaria follia e straordinaria depravazione, di ascesa e caduta, di tossici e femmine fatali,  senza mai dare giudizi sui comportamenti ma accettandoli come una imprescindibile manifestazione della natura dell’uomo. Al contrario, adesso, sembrava assumere un atteggiamento più umano, più partecipativo alle emozioni altrui, grazie anche ad una consapevolezza politica che da qualche anno si era formata in lui. Il centro della sua scrittura non era solo sé stesso e i mondi che aveva frequentato, ciò che la Presidenza Reagan ed i suoi accoliti, in primis Rudolf Giuliani, avevano causato all’America e alla sua New York lo avevano profondamente segnato, c’era rabbia, responsabilità sociale, vetriolo contro il potere. La sua poesia poteva sembrare ora più lavorata, più colta, senza perdere un briciolo della genuinità della strada e del rock n’roll, ogni solco di New York  risuona di echi profondi e Reed si erge al pari di un “cronista” abile nel raccontare l’amaro affresco di una città in decadenza morale, tra ricchezze spropositate e corruzione politica da una parte e homeless e malati di AIDS dell’altra, una città cupa di pregiudizi razziali ed ingiustizie sociali, dove la droga non è ne la cocaina o l’eroina ma il crack che lascia morti dimenticati nei vicoli e falcidia intere comunità, a cominciare da quella ispanica i cui Romeo Rodriguez e Pedro “vivono” nei versi di Romeo Had Juliette e Dirty Boulevard, due dei pezzi più significativi dell’album.


Lou Reed registrò New York nella seconda metà del 1988 con il nuovo chitarrista Mike Rathke (subentrato al fenomenale Robert Quine) marito della sorella di Sylvia Morales, la seconda moglie dell’artista. Dopo New Sensations e Mistrial  due dischi piuttosto contradditori, troppo clean per il personaggio e mai troppo amati dal suo pubblico, Reed chiude gli anni ottanta riposizionando la sua musica verso uno schietto e asciutto rock n’roll che nelle diverse parti acustiche suona addirittura come uno scheletrico folk urbano. Al basso recluta Rob Wasserman mentre alla batteria si alternano Fred Maher e Moe Tucker, la vecchia compagna nei Velvet Underground. Avrebbe dovuto esserci anche John Cale il quale saputo della presenza della Tucker declinò l’invito, sospettando una sorta di reunion dei Velvet. Cosa che immancabilmente successe un anno dopo, il 30 novembre del 1989 quando nell’ultima serata all'Opera House della Musical Academy di Brooklyn in ricordo dello scomparso Andy Warhol, Reed e Cale furono raggiunti sul palco proprio da Maureen Tucker in una sorta di estemporaneo come back dei Velvet Underground, reunion che ufficialmente si concretizzò tre anni dopo in occasione dell'inaugurazione della Andy Warhol Exposition promossa dalla Fondazione Cartier a Joiy-en-Josas, periferia di Parigi, raggiunti anche dal chitarrista Sterling Morrison per una versione di Heroin. Da lì i quattro VU si involeranno in un rischioso tour europeo testimoniato da un disco ed un video col titolo di Live MCMXCIII.

Ma tornando a New York,  l’impressione di trovarsi di fronte ad un capolavoro è palese già dal primo ascolto. Quel suono scarno, agro, povero di strumenti ma ricco di emozioni, entra immediatamente sotto pelle come un noir d’annata, è un album crudo e dai colori lividi, "un disco da leggere, un libro da ascoltare" come viene riportato sulla copertina dell'album, “ un album di rabbia e compassione, realistico e spirituale al tempo stesso, cesellato e scolpito nel timbro della grande poesia”, scrive Daniele Federici nel suo Lou Reed (Editori Riuniti, 2004). Venne ideato subito dopo la scomparsa di Andy Warhol, avvenuta nel 1987, ed è il primo capitolo di una trilogia del dolore assieme a Songs for Drella e Magic and Loss, il primo dedicato a Warhol, il secondo per la morte degli amici Doc Pomus e Rita (che molti dicono essere Rachel la sua compagna/o negli anni settanta), nella quale Reed si appropria di una visione morale della vita, lontano dalle trasgressioni che avevano contraddistinto il suo passato.  New York è un atto nei confronti della sua città, ma forse è anche un esame di coscienza sul proprio essere, e a tale proposito l’autore disse: “ questo album è il risultato della convergenza, di tutto quello che è successo nel passato. Ciò significa tutte le cose che ho imparato, tutti gli errori fatti, tutti i maledetti casini in cui mi sono infilato”.  New York  fu accolto positivamente da critica e pubblico, nonostante l'assenza di brani e trucchi radiofonici, fu il disco più venduto di Lou Reed dai tempi di Sally Can’t Dance, e probabilmente il più venduto in assoluto della sua discografia solista. Nonostante i temi trattati è anche un disco divertente e perfettamente godibile, la misura di un genio capace di emozionare e addentrarsi in profondità psicologiche senza eccedere in accademie e risultare tronfio, altezzoso, palloso. Lou scelse quel disco per abbandonare la RCA e accasarsi con la Sire, l’etichetta diretta da Seymour Stein, succursale della WB, che negli anni mise sotto contratto Ramones, Talking Heads, Smiths, Cure, Pretenders, Depeche Mode e Madonna. Lou Reed non aveva propriamente la nomea di hitmakers ma era un personaggio culto amato da giornalisti ed intenditori, la lungimiranza di Stein fu tale che il periodo con la Sire fu quello commercialmente più felice nella carriera di Reed.


Il disco inizia con Romeo and Juliette, una ballata scarna il cui sound a base di chitarra permea l’intero disco. “Il cantautore James McMurtry ricorda di aver parlato del disco con John Mellencamp che disse: sembra prodotto da uno studente di terza media, ma mi piace” ( Vita e opere di Lou Reed, Anthony DeCurtis, Caissa Italia, 2018). Assieme a Hold On, qui il talking di Lou è sostenuto dai colpi assestati dalla batteria e dalla distorsione delle chitarre, e Dirty Boulevard sono i brani ambientati nelle strade di New York, nelle vite di personaggi che non sono necessariamente i vecchi frequentatori delle canzoni di Lou, tossici, puttane, travestiti, artisti bohemien, ma piuttosto  cittadini comuni che grazie agli otto anni di Reagan e alla ferrea politica d’ordine di Giuliani, hanno perso qualsiasi certezza in una società polarizzata tra una classe di benestanti sempre più in alto e persone sempre più in basso, la cui vita è sospesa ad un filo. Dirty Blvd. è uno dei brani emblematici del disco, ricorda vagamente nelle sue ondulazioni Sweet Jane, Lou canta con dolente partecipazione di una cruda storia di abusi mentre il pathos è sottolineato dal misurato lavoro ritmico e dal coro di voci, a cui partecipa Dion DiMucci, uno degli idoli musicali di Reed, introdotto dallo stesso nella Rock and Roll Hall of Fame lo stesso mese di pubblicazione di New York.

Se c’è forse un brano del disco che può ricollegarsi direttamente all’ immaginario delle canzoni di Reed del passato questo è Halloween Parade, l’usuale parata che ogni anno porta la comunità gay a festeggiare per le strade di New York. Ma questa volta la parata non pare festosa, il modo con cui Reed la racconta è piuttosto commovente perché la celebrazione della teatralità, della fantasia e della sfacciataggine della comunità ora è segnata dal dolore per quelli che non sono nelle strade perché troppo malati per partecipare o addirittura morti. “The docks and the badlands meets” canta Lou giocando sul significato reale delle parole, molo e bassifondi, e  quella zona di New York della West Side a ridosso del Hudson River dove i gay erano solito trovarsi. E’ un aggiornamento di Walk On The Wild Side ma la fierezza della trasgressione e dell’ambiguità sessuale di allora qui ha lasciato il posto ad una compassione, ad  un umanismo consapevole, all’affetto con cui Reed parla di tipi abbigliati come Greta Garbo, Alfred Hitchcock, Joan Crawford, Cary Grant e trans vestiti di pelle, e nello stesso tempo il cuore si raggela pensando ai tanti che non ci sono più, menzionando tra di loro Rotten Rita e Johnny Rio frequentatori della Factory di Warhol,  e auspicando in un malinconico finale “ magari ci si rivede l’anno prossimo, alla sfilata di Halloween”. Un lirismo enorme, una canzone grandiosa, una ballata in grado di zittire chiunque, il frutto di una lucida sensibilità che pochi hanno saputo manifestare nella storia del rock parlando dei perdenti. E se per tanti altri artisti vengono scritti e detti fiumi di parole, compresi trattati ed elucubrazioni, o si sbava spasmodicamente all’annuncio di un imminente  disco in uscita, di Lou Reed a sette anni dalla sua scomparsa, nella ufficialità e nello stesso pubblico del rock, è rimasto poco, lo si ricorda raramente, un destino che lo accomuna a Willy De Ville e visto come vanno le cose pure a Tom Petty. Lontani dalla Bibbia, vicino alle tentazioni della strada, sarà questa la ragione?.  


Il ritmo lento e dolce di Endless Cycle, il quarto titolo dell’album, non tragga in inganno, qui si racconta di deviazioni e abusi tramandati dai genitori ai figli, due chitarre speluccate accompagnano sardonicamente l’assenza di qualsiasi speranza, consumata nel verso “ quell’ uomo si sposerà e picchierà il figlio, la donna farà lo stesso pensando che sia cosa giusta e sacrosanta, meglio di quanto hanno fatto i loro genitori, meglio dell’infanzia che hanno subito, la verità è che sono più felici solo se soffrono”. Duro, incalzante e abrasivo There Is No Time è invece una esplicita esortazione politica a non perdere tempo e rimanere inerti “questo non è il momento delle celebrazioni e di rendere onore alla bandiera, questo è il momento di riunire le forze e di darsi uno scopo nella vita, questo è il momento perché non c’è più tempo”. Chitarre distorte e rasoiate rock. Con un celato riferimento a Melville e con i suoni elettroacustici di una ballata folkie The Last Great American Whale mette sotto accusa gli insuccessi della politica ecologica americana, chiudendo sarcasticamente con “ aveva ragione quello che mi diceva il mio amico pittore Donald, ficcagli una forchetta nel culo e voltali, sono davvero malati”, riferendosi alla maggioranza degli americani.

Basato su un riff di chitarra jazzistico Beginning of a Great Adventure sottintende al desiderio della moglie Sylvia di avere un figlio, “un piccolo me stesso a cui trasmettere i miei sogni”, e aggiunge  “deve essere divertente avere un bimbo a cui tramandare qualcosa, qualcosa di meglio della rabbia, del dolore, della collera e della sofferenza”. Morbida e jazzy, prevalentemente parlata, il testo della canzone pur scaturito dalla effettiva richiesta di Sylvia, si tramuta in un punto di vista umoristico, come se a parlare fosse l’ americano medio, la cosa più distante dall’uomo Lou Reed.



Busload of Faith è uno dei brani più rock dell’album, ( invito ad ascoltarvi  l’eccellente versione data da Bob Seger nel suo ultimo recente I Knew You When )  ed è un altro dito puntato contro chi usa la fede per nascondere, dietro ad una faccia pulita, una vagonata di ipocrisia e cupidigia. Dimostrazione che l’album New York  è di attualità ancora oggi, a trentanni dalla sua pubblicazione. Giocata su scatti e controscatti, Busload of Faith emana il suono di un quartetto elettrico in grado di fare rock n’roll da camera, cosa che si ritroverà in futuro in Ecstasy, e non dà tregua all’ascoltatore perché fuso nella seguente Sick of You, altro affondo sulla decadenza e corruzione della sua città. Impagabile nel testo l’ironica visione  di una Staten Island scomparsa a mezzogiorno, le spiagge chiuse, lo strato di ozono ormai privo di ozono, la mancanza di insalata fresca perché c’erano siringhe nei cavoli, l’Empire State venduto al Giappone……….e tu mi vuoi lasciare per il ragazzo della porta accanto. Caustico e divertente.  Non fa sconti a nessuno Lou Reed, “uno sbirro è stato steso da un ragazzino con un colpo alla testa, un tossico ha messo sotto una ballerina incinta, si era addormentato al volante dopo essersi fatto di eroina, lei è morta ma il bimbo è salvo, c’è uno che ha una 38 ed un coltello a serramanico e deve ancora prendere la metropolitana, là sotto c’è l’essenza puzzolente di New York. C’’è una rabbia furiosa che sale come un flagello ma non saranno sufficienti gli Hell’s Angels e Mark Tyson per porre rimedio a questo sanguinoso caos”. Al pari del testo il suono è nervoso, sincopato, una marcetta che inizia beffarda e finisce convulsa. Vetriolo puro è Good Evening Mr.Waldheim nel quale per la prima volta Reed  difende senza scherno il suo essere ebreo chiamando in causa il candidato alla Presidenza Jesse Jackson, che nella campagna elettorale usò il termine common ground, ed il leader della Nation of Islam Louis Farrakham, entrambi rei in precedenza di aver manifestato il loro pregiudizio antiebraico. Non vengono risparmiati nemmeno il Segretario delle Nazioni Unite, l’austriaco Kurt Waldheim, che fu accusato di essere a conoscenza della atrocità naziste durante la Seconda Guerra Mondiale, e lo stesso Giovanni Paolo II per l’accettazione al tempo, in Polonia, dei crimini di guerra nazisti, se non addirittura di veri e propri legami giovanili con essi. Si chiede Lou Reed se  possa essere compreso anche lui oppure no nella common ground, mentre il ritmo aumenta veemente e la chitarra morde con inusitata ferocia. Lenta, dolente, sulla falsariga di una nuova Coney Island Baby, X Mas in February ritorna sulla ferita aperta del Vietnam cantando con sentita partecipazione la vita di Sammy, di quando era nella giungla, di quando tornò senza un braccio, di quando perse moglie e figli, di quando  rimase senza lavoro e di quando è diventato un homeless con un cartello che chiede l’elemosina ai passanti. Fa degna compagnia ad un’altra agghiacciante canzone sul tema, quella Sam Stone di John Prine.

Urlata con la veemenza di un sermone apocalittico, in Strawman  l’America è dipinta come un uomo di paglia che non esita ad investire soldi e missili ed ignora totalmente i poveri e la gente che vive ai margini, il quadro di un paese che sta andando all’inferno e per il quale Reed spera in un castigo divino.






Inizio cupo e funereo, col contrabbasso frizionato da un archetto e le percussioni di Maureen Tucker, presente pure in Last Great American Whale, a rendere ancora più drammatico lo scenario, Dime Store Mystery trova nella voce grave di Reed l’atmosfera intimista per accennare al mistero della vita di Gesù ( pare dopo aver assistito ad una intervista televisiva di Martin Scorsese riguardante L’ultima tentazione di Cristo) e per riflettere sulla morte di Andy Warhol. E’ l’ultimo titolo dell’album. Quattordici brani per un disco epocale, lucido, complesso e pungente nei temi, tanto semplice e spartano nella veste sonora, New York  ancora oggi rimane una dei più affascinanti racconti di una città e di un mondo in declino, un’ opera d’arte immortale che andrebbe letta, ascoltata e studiata a scuola.


LA RISTAMPA

New York  significò per l’artista un riconoscimento artistico e commerciale mai ricevuto prima, fu disco d’oro, ottenne una nomination ai Grammy e Dirty Blvd. si installò al primo posto nella categoria Modern Rock. Del tutto giustificata la polposa nuova edizione della Rhino : un cofanetto comprendente il disco originario rimasterizzato (per la prima volta anche in vinile da 180 gr.), un CD dove lo stesso album è eseguito dal vivo in concerto ed un CD comprendente 26 tracce inedite tratte dal Lou Reed Archive tra mix grezzi, alternate take, versioni acustiche, demo, tutti  relative ai titoli del disco originario, ad eccezione di un inedito, The Room, un brano strumentale di dissonante improvvisazione che non avrebbe sfigurato nel secondo album dei Velvet Undreground. Ci sono anche i due encore del suo spettacolo dal vivo, ovvero Sweet Jane e Walk On The Wild Side. Nel box anche un video ( per la prima volta tradotto in formato DVD), da tempo fuori stampa, registrato durante il New York Tour al Teather St. Denis in Montreal. Al fine di evitare doppioni, nessuno dei brani del CD live è tratto dal DVD. Completa il tutto un libro con copertina rigida contenente testi del giornalista David Fricke, saggi dell’archivista Don Fleming e la produzione dello stesso Fleming con Laurie Anderson, Bill Ingot, James Stern e Hal Willner. New York:Deluxe Edition  celebra in modo lussuoso il capolavoro New York . Di particolare interesse sono i due CD aggiunti, quello live e quello degli inediti. Il New York Tour arrivò anche in Italia a metà del 1989, come da copione il palco venne allestito per simulare la New York dei bassifondi con una scala che introduceva ad una casa fatiscente contornata da graffiti di ispirazione portoricana, il neon di un hotel da pochi soldi, una vecchia bottega di calzolaio, un lounge, un ondulato di latta a demarcare il confine di una (allora) misera zona della Lower East Side. In questo  decor di squallore urbano, Lou Reed accompagnato dal chitarrista Mike Rathke, dal bassista Bob Wasserman e, diversamente dal disco, dal batterista Bob Medici, porta sul palco le quattordici canzoni del disco senza aggiungere alcunché, a parte qualche coretto in Halloween Parade, mantenendo il suono asciutto, schietto e la veste sobria progetto originario. Nella seconda parte del concerto entrarono altre canzoni del suo repertorio, ma qui nel CD live la scaletta è rigorosamente quella di New York e le uniche aggiunte, Sweet Jane e Walk On The Wild Side, sono riportate, inspiegabilmente, nel finale del terzo CD, quello degli inediti. E’ una esposizione dal vivo coerente con quello che fu il volere di Lou Reed, elegante e con qualche improvvisazione, specie nella nervosa fraseologia jazzy di Beginning Of A Great Adventure e nel resuscitare in Dime Store Mistery le atonalità care ai Velvet, dove il contrabbasso “segato” con l’ archetto da Wasserman in modo particolarmente violento (quasi volesse imitare John Cale con la viola) produce un suono sinistro e dark. Di contrasto Last Great American Whale è morbida e mai così pacata sebbene alluda ai disastri ambientali americani mentre la cruda Busload Of Faith anche dal vivo si conferma il brano più muscoloso e rock dell’album.

Diverse le curiosità nel CD degli inediti, se Romeo Had Juliette è sostanzialmente uguale all’originale, a parte un più mordace inciso di Mike Rathke, singolare è lo studio attorno a Dirty Blvd. : un demo con le prove del giro di chitarra ripetuto ossessivamente, ed un primitivo mix già in possesso però degli elementi costitutivi del brano. In Endless Cycle non c’è altro che la voce di Lou e la sua simulazione vocale degli strumenti, di Last Great American Whale si può ascoltare un work in progress con Lou che impartisce consigli ai compagni, Beginning of A Great Adventure è ancora più sommessa vocalmente e pizzicata alla Wes Montgomery, Busload of Faith è in splendida versione acustica. Di Sick Of You ci sono scampoli del suo divenire in studio ed il missaggio grezzo, cosi come per Hold On e Strawman. The Room è sperimentalismo avant-guarde così caro ai Velvet Underground, ma pure allo stesso Reed considerato il suo folle e alienato Metal Machine Music. Tratte dal live, comunque spoglie di qualsiasi retorica e compiacenza, Sweet Jane e Walk On The Wild Side chiudono questa Deluxe Edition, il cui unico difetto è il costo. Ma New York  è pura letteratura rock e per tale ragione non ha prezzo.

MAURO ZAMBELLINI       SETTEMBRE 2020

 





















 

68 commenti:

Armando Chiechi ha detto...

Letto di questa anteprima sulla pagina del Buscadero on line.Sicuramente salverò il file come abitualmente faccio sul desktop in una cartella che da tempo ho nominato Zambo files in cui conservo gli articoli un po' per poterli leggere poi con calma e un po' perché a volte con l'incedere degli anni la memoria potrebbe perdere colpi e ti conviene fare ricorso al nero su bianco,specie se devi fare qualche acquisto. Ad ogni modo a prescindere se prenderò o meno la versione extemded,so per certo che questo sabato riprenderò in mano il vecchio vinile ( ed in auto il cd) e mi leggerò queste righe mentre la puntina correrà tra i vicoli di New York. Come non ricordare tutti i tuoi articoli su Lou e i Velvet o gli speciali dedicati all'artista newyorkese sin dai tempi del vecchio Mucchio, quando somigliava più ad una fanzine.La commozione è tanta ed è bello sapere che non siamo invecchiati invano. Che dire ? Grazie Mauro...veramente di cuore !!

Armando

Zambo ha detto...

Grazie a te Armando per la costanza con cui mi leggi. Lou Reed è stato un grande nella storia del rock e molti lo hanno dimenticato e non lo pongono in una giusta collocazione. Mentre scrivevo l'articolo mi sono letto tutti i testi di New York e contemporaneamente, visto l'uscita, davo un occhiata a qualche testo di Letter To You e anche a quelle lunghe prose in rima dell'ultimo Dylan. Mi veniva da ridere considerando il confronto. Comunque, anche io non prenderò il cofanetto, troppo caro, ho lo streaming che mi ha mandato la casa discografica e ho sentito più volte quello. Avevo il CD di New York ma l'ho regalato perché secondo me è masterizzato male, mi tengo e vado avanti con il mio originale long playing. A presto, ciao.

corrado ha detto...

New York Parte 1
New York è calato pienamente nel suono e nelle cose del suo tempo, quella fine degli Anni ’80 che musicalmente vedono il ritorno in grande stile delle chitarre e la messa in secondo piano dei suoni sintetici della musica commerciale predominanti fino a quel momento. Un anticipo di quanto sarebbe accaduto di lì a poco con l’esplosione del Grunge, che comunque giù covava sotto le ceneri della musica americana.
Il disco vede il riposizionamento di Lou Reed verso un più schietto e asciutto rock’n roll. Un riposizionamento che era però incominciato durane i primi Anni ’80, con il fondamentale The Blue Mask, asciutto e ispirato, dopo l’uso e abuso di super arrangiamenti con ottoni, tastiere e orchestra dei dischi precedenti. In quel disco Reed, coadiuvato da Robert Quine, aveva ripreso in mano la chitarra e a porsi in primo piano come chitarrista, tornando alle radici del suo sound con il suo caratteristico feedback aspro e lancinante. Il risultato era stato un capolavoro.
Anche i dischi successivi a The Blue Mask (Legendary Hearts, Sweet sensartions, e Mistrial) non erano male, sia pur in alcuni casi troppo compiacenti verso il sound pop plastificato in voga in quegli anni, ma è possibile che Reed li avesse inseriti un po’ per compiacere un pubblico giovane o forse per semplice curiosità.
Certo, con New York il nostro riesplora ancora più profondamente il suo primitivo suono minimale che aveva caratterizzato gli anni con i Velvet Underground, riportando le chitarre al centro della scena, con quell’essenzialità che già da alcuni anni gruppi come i R.E.M. (grandi fans dei Velvet) avevano rilanciato.
Che il disco sia un capolavoro appare chiaro fin dalle prime note di apertura, con quella Romeo had Juliette, scarna, ma allo stesso tempo emotiva, che ti fa battere il piede e ascoltarla con gioia, nonostante il testo certo poco allegro. E nel break di chitarra a metà canzone, semplice, tagliente, ma profondamente emozionante, è sintetizzata la quintessenza non solo dell’anima di Lou Reed, ma di decenni di rock’n roll. Una scarica elettrica ed emozionale che ti fa dire: “Ecco, è questa la reason to believe!”
Come osserva Mauro Zambellini, Dirty Boulevard è uno dei brani emblematici del disco, ricorda vagamente nelle sue ondulazioni Sweet Jane, Lou canta con dolente partecipazione di una cruda storia di abusi. Un noto sceneggiatore di fumetti, mio amico giovanile e grande amante di Bob Dylan, era stato sempre un po’ perplesso riguardo a Lou Reed, non apprezzandone il modo in cui componeva e suonava le sue canzoni, soprattutto nel periodo velvetiano. Ne apprezzava però il modo di raccontare e per New York aveva subito convenuto che ci si trovava davanti a un’opera davvero significativa, pur mettendo in evidenza un’eccessiva graniticità dei suoni e degli arrangiamenti. Quello che per me era un pregio, per lui era motivo quantomeno di perplessità. Tuttavia il disco gli era piaciuto talmente tanto che finì per intitolare un episodio del fumetto Nathan Never, di cui è stato uno dei creatori, proprio Dirty Boulevard e all’interno della storia riscriveva alcune situazioni presenti nel disco di Lou Reed interpretandone in maniera efficace il mood generale.

corrado ha detto...

New York Parte 2
Sono passati più di trent’anni e nel frattempo, nel 2013, Lou Reed è morto. Ricordo che la notizia mi era arrivata in aeroporto, al momento di partire a Roma per un viaggio di studio e lavoro piuttosto lungo. Credo di aver pianto e sofferto allo stesso modo di quando sono morti parenti e persone a me care. Lou Reed era stato un compagno di viaggio per trentacinque anni.
Non credo che Lou Reed sia stato dimenticato. O meglio, è poco ricordato dai principali media generazionalisti, gli stessi che, parlo per l’Italia, mettono in grande rilievo l’arrivo di un nuovo disco di Springsteen, ponendolo sullo stesso piano di fenomeni da baraccone come Vasco Rossi e Ligabue (ho smesso di comprare il Mucchio Selvaggio quando ho visto con orrore che stava dando copertine a ‘sta gente). Lou Reed è ben presente nella cultura contemporanea internazionale, che non passa fortunatamente solo per questi media. Sicuramente è più ricordato di Willy De Ville e Tom Petty, per loro sì che mi arrabbio, visto che anche le riviste specializzate li hanno sempre trattati con sufficienza. Certo, si parlava di loro come grandi artisti e autori di capolavori immortali, ma quanto a copertine o pagine di approfondimenti, quello nulla, a parte il Mucchio delle origini, naturalmente.
Tutto questo però non va evidenziato per contrapporre quegli artisti per i quali “vengono scritti e detti fiumi di parole, compresi trattati ed elucubrazioni, o si sbava spasmodicamente all’annuncio di un imminente disco in uscita” (allusione di Mauro Zambellini, neanche troppo nascosta, alla generale attesa messianica per il nuovo Springsteen in arrivo a fine ottobre).

corrado ha detto...

New York Parte 3
Non è colpa del Boss o di altri artisti di successo come lui se Reed, De Ville, Petty vengono poco considerati, ma sicuramente insistere sull’agiografia di Springsteen può finire per farcelo persino detestare, lui e i suoi fans degli anni più recenti. È ancora vivo il ricordo del periodo Born in the U.S.A., quando molti di noi si sentirono in un certo senso “traditi” dal successo planetario del Boss, con l’esplosione di Dancing in the Dark e orde di teen ager sbucati dal nulla, magari allo stesso tempo fans di Prince, Madonna, Michael Jackson: una commistione improponibile per chi era cresciuto a pane e The River… Ricordo ancora la recensione interlocutoria di Maurizio Bianchini sul Mucchio all’uscita del singolo che anticipava l’album e anche la recensione entusiasta, ma diversamente entusiasta, per Born in the U.S.A. Era come se vi fosse stata una perdita dell’innocenza, per il Boss e per i suoi fans storici.
Proprio per queste ragioni inviterei a non forzare il confronto fra i testi di Reed e quelli di Springsteen e Dylan, come accenna Mauro Zambellini in una sua risposta fra i commenti al suo post:
“Mentre scrivevo l'articolo mi sono letto tutti i testi di New York e contemporaneamente, visto l'uscita, davo un occhiata a qualche testo di Letter To You e anche a quelle lunghe prose in rima dell'ultimo Dylan. Mi veniva da ridere considerando il confronto”.
Tale confronto è a mio avviso poco pertinente perché vanno confrontati i testi scritti dagli autori nello stesso periodo (1988-1989): Oh Mercy per Dylan; Tunnel of Love per Springsteen. Non saranno due capolavori, ma quanto i due scrivevano allora resta ancora oggi qualcosa di significativo.
D’altronde anche l’ultimo Lou Reed, nonostante la conferma di un percorso controcorrente, è stato molto controverso, nei testi e nelle musiche, convincendo poco i critici e i fans, allo stesso modo, ma per ragioni diverse, di quanto accaduto con Dylan e Springsteen.
Ho paura, invece, che la contrapposizione fra autori, peraltro molto diversi fra loro, rischi di alimentare ancora una volta le sterili polemiche fra i fans di questo o quel musicista e il risveglio dei trolls springsteeniani (e, come scrivevo pochi giorni fa, anch’io sono, se non un troll, un simpatizzante dello Springsteen senile!).
Io ho sempre evidenziato la superiorità qualitativa degli scritti di Reed rispetto alla quasi totalità dei poeti e writers del mondo del rock, sulla corta e sulla lunga distanza. Springsteen ha scritto la sua Bibbia negli anni ’70 e ’80, quello che aveva da dire lo ha detto e continua coerentemente a riproporlo oggi, pur fra gli alti e i bassi dell’età e di un diverso modo di raccontare la vita e sé stesso.
Dylan, al solito, non si capisce se si stia divertendo a giocare sul suo mito o se sia proprio rimbambito, in ogni caso i suoi testi li trovo da tempo poco interessanti e non mi attardo su di essi.
Per Reed è diverso. Come ha detto in diverse occasioni, lui con ogni disco non ha fatto altro che aggiungere un capitolo al suo grande romanzo americano, che ha coinciso con la sua vita. Alcune volte i capitoli sono stati strabilianti e inarrivabili, altre volte più opachi. L’ultima cosa che ha detto, il giorno prima di morire, è stata: “Domani sarò solo fumo”. Credo che di più sia impossibile sintetizzare per un poeta e un uomo.
Le parole di Mauro a conclusione della sua recensione meritano di essere riproposte senza il bisogno di altro commento:
“New York ancora oggi rimane uno dei più affascinanti racconti di una città e di un mondo in declino, un’opera d’arte immortale che andrebbe letta, ascoltata e studiata a scuola”.
Io sono nato e cresciuto con Lou Reed, che è l’artista più vicino alle mie corde. Ti ringrazio, Mauro, per questa bellissima recensione e perdonami per quei punti nei quali ho un po’ polemizzato con te.

Armando Chiechi ha detto...

Lungi da me fare l'arbitro della situazione o prendere parte di uno o dell'altro. Dico solo che stimo Zambellini da una vita e continuo a farlo semplicemente perché al 90 ( ma dai anche all 99%) i suoi gusti combaciano con i miei e perché ...tante cose le ho conosciute anche grazie e soprattutto al suo lavoro,però ad ogni modo trovo lucida e calzante l'analisi di Corrado nella quale mi riconosco. Capisco comunque la posizione " provocatoria" di Mauro seppur un tantino esagerata e credo che certo fastidio lo ritrovi leggendo i commenti dei fan più estremi per cui tutto diventa grandioso ed imperdibile. È stato citato e anche a me ad un primo ascolto i due nuovi brani di Springsteen sono piaciuti ma ci sarà modo per parlarne altrove. Secondo me quello che non va e con questo do ragione a Mauro è l'eccessivo parlare del proprio idolo e questa è prerogativa di tutti i fan e non solo di Springsteen. Stesso discorso lo si può fare anche per quelli di Van Morrison o Neil Young ma per fortuna questo spazio è frequentato da gente che ama la musica a prescindere. Paradossalmente però a proposito di fan, ho sempre invece riscontrato una certa lucidità ed un senso critico che ai più manca e sono proprio quelli che seguono His Bobness del quale sono anch'io un grande estimatore. Scusate per le lungaggini ed un grande abbraccio a Mauro, Corrado, Bob Rock ed Unknow 1 & 2.

Armando

Unknown2 ha detto...

Unknown2. Salve, fratelli. Una gioia e un piacere leggervi. Mi sono già complimentato con Zambellini per l' (ennesimo) eccellente articolo, qs volta su Lou Reed. Grazie anche a voi x le riflessioni che mi obbligate a fare su un grandissimo.
Senza addentrarmi nel fondamentale periodo Velvet (faremmo notte) ho amato alla follia il Lou di Transformer (capolavoro assoluto. Una serie di pezzi strepitosi, come raramente è capitato su un solo disco, di chiunque. Un grazie sincero anche a David Bowie, che non ho mai troppo considerato, a parte il periodo Ziggy, x la "promozione"),
e di Rock'n'Roll Animal (col gemello Lou Reed Live). In particolare Animal è x me uno dei migliori live di tutti i tempi. Titolo spaziale, che già definisce il personaggio, cover iconica, gruppo favoloso con due chitarristi, x il resto quasi ignoti (Dick Wagner e Steve Hunter) all'apice della forma, mai + eguagliato. Barocchi, debordanti, taglienti, sempre a rincorrersi, riff su riff su riff. Un vento, una tempesta, un uragano.
Il resto della band, Colcord, Glan, John, altrettanto sconosciuti, altrettanto bravi. I 9minuti di Rock'n'roll sono qc di insuperabile. E Lou ispiratissimo, convinto, trascinante.
Grande anche Sally can't dance, coi capolavori Billy e Kill your sons. E rock'n'roll heart.
Ma da geniaccio qual è. Lou piazza sul mercato anche lavori stranianti come Berlin e Metal Machine music. Non lo inquadri in un genere, non lo circoscrivi. Inutile provarci.
Inoltre concordo con tutti voi che i suoi testi sono qc di superiore. Poesia urbana malata, oscura, drogata, perversa. Tenerissima.
Walk on the wild side... no, mai piaciuta. E il disco coi Metallica è meglio dimenticarlo, eh?
New York un altro apice. Se gli posso trovare una pecca: il suono troppo monotematico, granitico, uniforme. Se non cogli all'impronta l'"americano" stretto (è il mio caso, purtroppo. Limite mio, naturalmente), la profondità dei testi ti sfugge, e rischi, alla lunga, di voler passare oltre. Ma Romeo & Juliette è fulminante. Secca, tagliente, essenziale.
Comprendo benissimo e condivido: era tanto forte e urgente il messaggio che nulla doveva distrarre. Nemmeno un arrangiamento + vario o una strumentazione + ricca. Basta la sua voce, ormai un brand come quelle di Cohen, Dylan, Cash... Spesso, + che cantare declama.
Fare paragoni con altri artisti, sempre col dovuto rispetto x le opinioni altrui, mi pare fuori luogo. Ognuno è unico, ed a suo modo grande.
Ma se proprio s'ha da fare, è giusta l'osservazione x cui un capolavoro (New York) va parametrato ad altri capolavori, meglio se coevi (Tunnel).
E probabilmente Letter sarà meglio di Lulu, almeno x me....
Un abbraccio a tutti. Alla prossima

Zambo ha detto...

Unknown2 d accordo sui gusti personali ma mettere sullo stesso piano new York e tunnel of love è come paragonare Eddie Merckx con Raymond poulidor, senza togliere nulla all' amatissimo Bruce. Fa specie il tuo poco amore per una canzone epocale come walk on the wild side, e poi che Bowie ĺ artefice di Transformer è Mick ronson. Con immutata stima.

Unknown2 ha detto...

Unknown2. Tiratina d'orecchie meritata, e ben accetta da chi considero il critico musicale di riferimento.
Sono d'accordo sulla superiorità di NY rispetto a tunnel, chiedevo solo di non paragonare il Bruce di oggi al Lou di 32anni fa...
Tanto x chiarire: credo che sei siano capolavori di Sp.steen, da BTR a Tunnel, che è prob. l'ultimo disco prodotto sulla spinta di una genuina esigenza espressiva. Rabbia, tristezza, malinconia. Il matrimonio fallito e l'appropinquarsi dei 40anni precipitarono Sp. in un vortice di cattive sensazioni, paragonabile a quello che originò Nebraska. E' un disco imperfetto, sì, ma sincero e autentico. E almeno 4pezzi (a me) strappano il cuore (tougher, all that, spare, e tunnel).
Credo che a 3anni dal trionfo di B.USA ci sia voluto un bel coraggio a pubblicare un disco con metà delle canzoni in "stile nebraska".
Poi concordo che brilliant (ma anche, da B.USA, dancing in t.d., i'm on f., my homet., e pure darlington e working, pensa te ) meno la senti e meglio stai.
Ho ascoltato migliaia di dischi in tanti anni, e penso che se un lp\cd contiene 4 (perfino 3!) pezzi che ti fanno scaricare adrenalina, alzarti in piedi e battere il piedino, ecco, quello x me è un capolavoro. Poi ognuno ha i suoi parametri in merito, immagino.
Walk continua proprio a non piacermi, ma senza dubbio sarà un limite mio, visto che piace praticamente a tutti.
E giuro che sapevo benissimo quanto Mick Ronson sia stato importante x Transformer, ma nn volevo appesantire ulteriormente una parentesi già eccessiva. Gloria a Mick, grande chitarrista, protagonista del meglio di Bowie e poi fedelissimo di un altro big come Ian Hunter. Scomparso troppo presto, sigh
L'immutata stima è mia nei confronti di Zambellini, che ho sempre seguito con passione. E continuerò, ma farei torto a tutti i partecipanti a qs blog se nn esprimessi con franchezza le mie idee.
Idee e gusti di appassionato, come ho + e + volte rimarcato, opinabili quanto vi pare, ma autentiche, sincere, e frutto di almeno 50anni di ascolto, studio e soprattutto passione, appunto . X qs accetto volentieri le osservazioni di chi, prima che appassionato, è critico musicale professionista e padrone di casa.
A presto

Zambo ha detto...

Grazie unlnown2, anche io considero tunnel un bellissimo album , rispetto a quelli di adesso del boss è di un altro pianeta. New york é pero un altra cosa anche se in verità trovo sbagliato fare confronti tra artisti diversi , ma la mia è una insofferenza verso certe tribù di fans...

Armando Chiechi ha detto...

Tanti gli album di Lou Reed da ricordare. Fa specie che non piaccia " Walk on the Wild Side" ma ci sta e i gusti sono sacrosanti, seppur stia in un album manifesto come " Trasformer". Io per citarne un altro che adoro è " Coney Island Baby" e tra i vecchi di Lou targati seventies è quello che ascolto con maggior frequenza.

Armando

Zambo ha detto...

Comunque il nuovo disco di Bruce Springsteen sembra proprio bello. Il Buscadero esce in ritardo, alla metà del mese, per avere copertina e disco del mese LETTER TO YOU.

corrado ha detto...

Ripeto:sarei comunque felice con uno Springsteen senile e a mezzo servizio. Tuto quello che arriverà in più sarà una festa, una festa per un settantunenne che continua a scrivere canzoni nuove, aiutandosi magari con materiali vecchi, ma comunque suoi e scelti bene da un archivio sterminato. Per me già questo è un miracolo, i tempi andati sono ormai andati, ma quest'uomo scalda ancora i cuori. Non chiedo altro

bobrock ha detto...

Ciao a tutti,
si parte con Lou Reed e storto o morto si arriva a Bruce.
Bene di Bruce non parlo.
l'articolo di Zambellini è stupendo, veramente complimenti. Ho una grande ammirazione mescolata ad un sano senso di invidia per come riesci a scrivere di musica, riuscendo a mettere nero su bianco sensazioni, emozioni, stati d'animo. Nei tuoi scritti riesci a far sentire al lettore le sfumature di un brano, raccontare la sua storia, evidenziare aneddoti. Riuscire a far comprendere a terzi molto di più di quello che potrebbe risultare dal singolo ascolto. Non è facile , non è da tutti anzi nel corso della mia vita di ascoltatore ne ho contati pochi che sappiano affrontare argomenti e poi non gonfiarsi il petto come pavoni ( ti ho parlato un paio di volte dal vivo e istintivamente non mi sembri rientrare in questa categoria).
New York è un capolavoro. Senza se senza ma. Non solo: fare parallelismi con altri artisti è illogico e non ha senso.
Lou Reed è uno di quei personaggi, imprescindibili, che di fatto hanno contribuito ad una diversa evoluzione e utilizzo della parola oltre che della musica in maniera non convenzionale.

bobrock ha detto...

parte due:
E' un artista di riferimento, futurista, non allineato, scomodo, antipatico ( oddio quanti artisti lo sono, temo buona parte), insofferente, assolutamente controcorrente.
Non ha mai cercato la soluzione più facile, non ha mai strizzato l'occhio al suo pubblico, non ha mai assecondato il suo pubblico.
Per il sottoscritto è stato in assoluto l'artista più autenticamente ROCK che abbia mai ascoltato, abrasivo, iconoclasta....spiazzante.
Certamente non tutta la sua discografia è perfetta ma non esiste artista che nel corso della sua vita non abbia fatto opere minori o abbia addirittura toppato.
Ma il numero di canzoni che ha lasciato ai posteri ...sono tantissime , tantissime
cito a memoria che tre suoi concerti che rimarranno scolpiti per sempre:
arena di milano 1980, forum di assago 1993 coi velvet e gardone riviera 2011 street hassle nel 80 street hassle nel 2011, in mezzo le canzoni coi velvet.
Chiudo elencando il brano di NY a me piu' caro: Good evening mr. Waldheim con quel finale di chitarre che avrei fatto andare avanti all'infinito e con quel verso in cui parla di common ground ......or is it just a sound.
Che brividi Lou, sei l'unico artista di quelli deceduti nell'ultimo decennio che mi manca veramente.
Un caro saluto a tutti.

corrado ha detto...

Caro Bob, ben ritrovato!
Il povero Bruce, che nulla sa dei nostri deliri italici, è stato chiamato in causa perché evocato in una precisa occasione, ma lasciamo stare, qui si parla di Lou Reed, il musicista con cui sono nato e cresciuto, dato che è entrato in casa mia, tramite mia sorella, quando avevo 10 anni.
E allora mi hai ricordato un avvenimento bellissimo di ormai tanti anni fa:
Luglio 1993, Bologna, Parco Nord il concerto dei risorti Velvet Underground la realizzazione di un sogno che avevo fin da bambino, vederea band dei miei sogni tornare a suonare. Un grande concerto, che forse non era piaciuto a tutti. Lou Reed e John Cale in gran spolvero, Mauren Tucker che finalmente vedevo in cbe razza di modo suonava, Sterling Morrison chiaramente non più un musicista professionista, ma coraggioso e funzionale al sound della band.
Aa fine del concerto, durante i bis, urlavl a squarciavola: "What goes on! What goes on!".
Breve consultazione fra Lou e Sterling ed ecco incredibilmente partire una dee mie canzoni preferite dei Velvet! Tempo dopo, dando uno sguardo alle set list della tournée, ho appreso cbe quella è stata l'unica volta che il brano è stato eseguito. Mi piace pensare di essere riuscito a chiedere e ottenere l'esecuzione di un brano dalla mia band preferita...
Piuttosto, pensiamo all'incredibile ispirazione che le sue donne hanno dato a Loh Reed:
Rachel ha ispirato Coney Island Baby
Silvia ha ispirato Heavenly arms e Beginning of a great adventure
Laurie Anderson ha ispirato. Modern Dance
Nico ha ispirato Pale blue eyes
Senza dimenticare la caterva di canzoni del periodo1968-1970, dedicate a quella ragazza amore di gioventù e mai dimenticata... Forse il più grande poeta contemporaneo e sicuramente uno dei più grandi rocker di sempre.
Mi manca in una maniera drammatica.
Per Springsteen (arrieccolo) ci sarà tempo e occasione fra qualche settimana.

corrado ha detto...

Mi correggo: credo che Nico abbia ispirato Femme Fatale, mentre Pale Blue Eyes sia dedicata proprio a quel suo amore di gioventù mai dimenticato

Unknown2 ha detto...

Unknown2. Ho anch'io un ricordo personale su Lou, anche se, purtroppo, in negativo. Autunno 1974. Mi iscrivo a medicina a Bologna, nonostante avessi facoltà + vicine a casa, perchè all'epoca tutti, e diconsi proprio TUTTI, i tour dei + famosi rockers facevano tappa in città. Primo concerto: Lou Reed al palasport!!! Mi aggiudico il ticket. Era il Sally tour. Disco odiatissimo da Lou, che lo realizzò sotto il costante effetto delle + svariate droghe, eppure a me era piaciuto un bel po'. La fatidica sera, mi presento e trovo... polizia in assetto di guerra con caschi, scudi, manganelli, cani lupo e lacrimogeni. A momenti le prendo, non potevo crederci: concerto annullato causa solito sfondamento dei soliti str.... che volevano la musica gratis x tutti... Da quella sera maledetta fino alla mia laurea, nell'81, Bologna non ospitò + nemmeno UN concerto degno di nota. Per di +, per varie circostanze sfavorevoli, non sono in seguito mai + riuscito a presenziare un live di LR. Resta un grandissimo rimpianto x chi anch'io considero un'icona musical\culturale\esistenziale. Forse l'aura di "maudit" che lo circonda gli impedirà di assurgere allo status di divo popolare che assolutamente meriterebbe. E allora impegniamoci almeno noi, fans duri e puri, a elevarlo all'olimpo cui ha diritto, assieme ad altri altrettanto grandi, + politically correct (o forse solo semplicemente + 'normali', x indole e\o carattere) forse fin troppo osannati e riveriti.
E mi piace sottolineare che tutti concordiamo sul fatto che i paragoni fra artisti sono proprio da evitare.

bobrock ha detto...

Unknown 2 dai !!! Almeno una volta !! Dal 1980 l’ho visto 14 volte ( mai Abbastanza X i miei gusti ).
Come hai fatto a non andare almeno una volta ?
Io mi rendo conto che per la musica dal vivo sono ( ero ...) maniacale . Ma almeno una volta ...
È un peccato .
Per fortuna esistono le testimonianze dal vivo e quelli della easy action tre bei live li hanno pubblicati .
Aggiungo una cosa riguardo al box che non ho detto precedentemente:,” trovo osceno che non sia stata pubblicata la seconda parte del concerto di New York . Esiste sulla videocassetta vhs che ho ancora una frase di Lou che recita più o meno così : “ esiste la seconda parte del concerto Sarebbe buona cosa pubblicarlo e non aspettare la mia morte “
.....appunto

bobrock ha detto...

X Corrado : what goes on ...è il mio brano preferito in assoluto dei Velvet .
L’hanno suonata al forum ...non li avrei fatti andare a casa diversamente......

corrado ha detto...

E io che credevo...
Come spezzare un cuore!...

Armando Chiechi ha detto...

L'ho visto tre volte Lou però mai prima del '90. Ricordo però con immenso piacere il tour che fece in quei primi anni '90 e da cui fu pubblicato " Perfect Night" con la serata di Londra a testimoniare la resa live sul disco.La cosa che mi colpì furono particolarmente un trio in gran forma, un Reed tonico e in gran forma e quella sua chitarra speciale che si fece costruire appositamente per quel tour. Rimpiango solo di non averlo visto altre volte ma mi sono dovuto accontentare di vederlo su vhs o dvd. Hi nice guys !

Armando

corrado ha detto...

La chitarra costruita pwr non emettere, alcun rumore, fruscio, dissonanza... A me era piaciuta l'idea, ma molti fans del Lou Reed feedback rimasero inorriditi!

Zambo ha detto...

Grazie per i complimenti bobrock , li apprezzo molto e non mi gonfio il petto.....

Unknown2 ha detto...

Unknown2. Ciao bob, hai ragione, sono da censurare senza se e senza ma. E non voglio tediarvi coi casini personali che mi hanno impedito di essere presente a tanti live, non solo di lou reed...
Cercherò parziale ammenda coi circa 50 pezzi, tra lou e velvet, in playlist, con le discografie quasi complete, coi vari boot + o meno ascoltabili (x la qualiotà dell'incisione, non della musica, ovvio)...
Aggiungendomi ai fan di what goes on, dei velvet adoro anche All tomorrow p., venus in f., lisa says, stephanie s., sweet jane, rock'n'roll, femme f., there she goes a., sunday morning... e poi, e poi....
Piccole perle, qualità della vita

bobrock ha detto...

Unknown2 ovviamente scherzavo; per il sottoscritto il fatto di vivere a milano con questa passione ha grandemente aiutato; avrai sicuramente valide ragioni per non essere andato; per fortuna esistono i bootlegs.

corrado ha detto...

Meglio che non dica chi non ho mai visto io in concerto: vi verrebbe un colpo... Ma è il risultato di una serie di incredibili circostanze negative. Speriamo per il 2022, Roma o Milano. Comunque Lou Reed ben tre volte, ma due è venuto lui in Sardegna

bobrock ha detto...

Corrado il ballottaggio è tra Bruce e Dylan ....
Io dico Bruce

corrado ha detto...

1985: esame di maturità proprio in quei giorni.
1988: casino incredibile. Ci va il mio amico e io a casa.
1992 o giù di lì: mi rifiuto io di andare a vederlo con quella band la e dischi orrendi come "Human touch"
2003: ero appena tornato da Barcellona e lui tiene quel bellissimo concerto trasmesso in TV da Video Music (un tempo Springsteen e R. E. M. live e in diretta, oggi il deserto).
2013: Ero ancora nel decennio di oblio springsteeniano.
2016: Non trovo il biglietto
Ho promesso a mia figlia, che ora ha 15 anni, di portarla al prossimo. Costi quel che costi.
Dylan invece l'ho visto due volte:
1987 Milano con Petty e Mc Guinn. Cagliari 1999
Addirittura Neil Young almeno una volta, Lucca 2001
Merito la lapidazione...

Unknown2 ha detto...

Unknown2. Ehi, no problems. Il nostro interloquire è gustoso proprio xchè, senza leccaculismi ma sempre nell'ambito del rispetto reciproco, non ce le mandiamo a dire, sui ns gusti musicali.
Corrado, Bob, Armando, Unknown2. Siamo una buona squadra, supervisionata da coach Zambellini. Anzi, spero che, complice il nuovo Springsteen, si aggiunga qc new entry al ns wild bunch.
Fra i grandissimi, a me mancano Fogerty e Mellencamp, tanto x dirne 2. Ho ingiuriato (mentalmente) il 2° x l'annullamento del concerto di Udine, qlc anno fa....
E Lou, naturalmente, anche se, ripensandoci bene grazie a voi, mi rendo conto che del Reed solista ho adorato soprattutto la prima fase, più rock, con molte chitarre (fino a r'n'r heart, diciamo), quando in Italia non veniva x i noti motivi,
x poi lasciarlo cadere colpevolmente nel dimenticatoio.
Salvo 'ripescarlo' una tantum quando diede la zampata del leone con NY, appunto. Non a caso sul retro di copertina lui stesso scrive "you can't beat TWO guitars, bass, drum". E non mi pare che a NY sia seguito un tour europeo, almeno credo: smentitemi clamorosamente se ricordo male. Ormai ho una certa...
X gli altri grandi il cartellino l'ho timbrato, una o + volte: Dylan, Young, Van Morrison, Stones, U2 (prima che si ricoglionissero, da almeno 30anni), Petty (con Dylan), REM...
E poi Pearl Jam, Pogues, Black Crowes, Willie Nile, Elliott Murphy, CCCP, van de sfroos, De Andrè, Gang, Counting Crows... e chi se li ricorda. Da qualche parte ho i ticket + importanti.
Perfino Vasco a sanSiro, (affatto male, x me, fino a Liberi liberi. Poi 30anni di noia). E il Liga, che però dopo b.c. Elvis sta solo rifacendo se stesso. E sono ennesimi 30anni....
E poi Springsteen, naturalmente. Bob non prendertela, una buona dozzina di volte, ma l'ultima nel 2009, Udine. Poi un dolore troppo grande, black out concerti x un decennio.
Ma se Bruce torna a sanSiro... chissà...

Unknown ha detto...

Scusate, venne eccome in Italia, nell'89, il buon Lou. In quel periodo stavo però decollando col lavoro, e prob. ho dovuto rinunciare. Rimpianto da aggiungere ai tanti di una vita

bobrock ha detto...

confermo tour europeo di New york e tappa a milano ex palatrussardi. nella seconda parte del concerto suono' one for my baby in medley con Rock me baby e rimasi veramente spiazzato. concerto indimenticabile.
L'elenco dei miei concerti non lo faccio x decenza: ma vi assicuro che ne ho visto un congruo numero.
xUnknown2: sappi che bruce lho visto live una trentina di volte (prima volta Lione 1981); se lo critico aspramente è proprio perchè l'ho amato alla follia. Non ho perso un tour.
sappi però che per nessun artista ho avuto l'immaginetta sul comodino e mi stanno cordialmente antipatici una certa categoria di fans. E non parlo solo di quelli di Bruce ma proprio della categoria di fans....quelli per cui ogni concerto è indimenticabile, ogni singolo gesto, ogni parola del proprio beniamino è vangelo, epifania.....LUI HA FATTO, LUI HA DETTO.....Lui ci ha guardato....
I padri che portano i figli costretti ad imparare a memoria tutte le canzoni tutte, fammi salire sul palco non ho mai ballato con te, con jake , questi cazzo di cartelli .
Il fanatismo gran brutta cosa, ti toglie qualunque approccio critico, non vai in profondita'. E ti ripeto non riguarda solo il popolo di Bruce....nelle svariate volte che mi sono ritrovato sotto il palco a Dylan sono stato a fianco di persone veramente " particolari". E capisco l'uomo di Duluth che dice che quando suona cerca di arrivare a quelli che stanno in fondo perche' agli altri va bene qualunque cosa.

ps: A Bologna 1979 ho visto patti smith e una settimana dopo joe cocker mica vero che non c'era musica anzi I clash suonarono (ma li non cero) in piazza Maggiore nel 80.....gratis

Unknown2 ha detto...

Unknown2. Ciao Bob, un po' di peperoncino non guasta mai, anche nel ns blog fin troppo pacifico.
Demerito mio, ancora una volta, se ho perso qualcuno a Bologna, ma clash e patti smith non sono proprio al vertice delle mie preferenze. Joe Cocker sì, x l'urlo di woodstock e la sigla finale di Avventura, nonchè x l'epopea mad dogs, con leon russell e gli englishmen, e i primi dischi con Winwood, Page, Fisher... Peccato: pigrizia, distrazione, superficialità. Gli anni di piombo, e il bisogno pressante di laurearmi in fretta. Ma comunque colpa mia.
Quanto ai super fan, adoranti e acritici, ti assicuro che non mi riconosco, ora, in qs categoria.
Springsteen ci ha dato il meglio quando era wild, young & innocent. L'ho amato moltissimo fino a tunnel. Ora è un altro uomo e un altro artista, ma penso di averlo già detto e scritto ripetutamente.
Riesco però ancora ad apprezzarlo x il fantastico performer che sarà sempre, e forse x la fedeltà (tranne WS che non gli perdono) a quel jersey sound che è anche un suo limite, ma che adoro. Chitarre, ma anche fiati, tastiere e cori. Tanto rithm'n'blues e quel tocco di italianità... Fra parentesi: grazie Zambo anche per la recensione del men without women deluxe.
Poi i fan "persi", i sorcini di turno... dài, un po' lo siamo stati tutti, in una certa fase. Tu stesso scrivi che hai amato "alla follia" Bruce al suo apice, esattamente come me.
Certo si diventa adulti anche prendendo le distanze dai propri eccessi, ed è un passo che alcuni proprio non riescono a compiere, ma è bello vedere uno stadio pieno di accendini (pardòn, telefonini) accesi, anche se è per albachiara...
Può non piacere a me e a te, ma è anche così che si alimenta l'indotto finanziario che consente poi di far incidere un disco a steve forbert ("adoro" i suoi primi due dischi, e penso che tuttora sia dignitosissimo e ascoltabilissimo) o lee fardon (qc ricorda le sue stories of adventure? [Bob, non dirmi che anche lui ha suonato sotto le due torri nel 78, e che tu c'eri, xchè mi sparo un colpo!!!!]). E sussiste la speranza che un po' degli adoranti ascolti, magari x caso e controvoglia, un tom petty, un van morrison o un pinco pallino qualunque, e si renda finalmente conto che il rock è grande, e vario, e bello. E umano, umanissimo: niente supereroi, da qs parti, x fortuna.
Scrivo tutto qs sempre col massimo rispetto, amicizia e molta invidia, x chi, come Bobrock ha preso un aereo ed è andato a bearsi degli Allman al Beacon theatre. Mitico.
E maledetta la mia pigrizia, xchè alla fine prob. di qs si tratta. Sono un rocker da biblioteca, o meglio, da discoteca? Così sia

bobrock ha detto...

Lee Fardon avevo i suoi vinili e no, non l’ho mai visto live .
Nel mio albo d’oro ci sono anche i Led Zeppelin a Zurigo ..non avevo ancora 16 anni e per fortuna avevo un padre che mise mano al portafoglio.
29.000 lire tutto compreso pullman e biglietto che non ho potuto confermare perché quegli stronzi di svizzeri trattenevano tutto il ticket . ( era tutto rosso con la scritta in nero .....)

bobrock ha detto...

Conservare pardon

Armando Chiechi ha detto...

Zambo e Bobrock vi invidio per tutti i concerti che avete visto. Mi rimarrà sempre il rimpianto di non esser mai riuscito a vedere Tom Petty e gli Allman Brothers Band. Inutile dire che al sud si è penalizzati e per certi versi non sempre puoi fare tanti km e prendere aerei o treni, però non mi lamento. In compenso, su altri versanti ho visto tanti grossi nomi del jazz e tanti bei concerti blues....però Petty e gli Allman mi sono rimasti un po' sul palato come l'acquolina in bocca...

Abbracci a tutti

Armando

bobrock ha detto...

ARMANDO fossi vissuto al sud avrei visto un millesimo; essere nato a Milano è stato un bel plus . Nella prossima vita però spero di nascere a NYC ....così i Dead ma anche Bob Seger non mi sfuggiranno

Armando Chiechi ha detto...

Beh..se è possibile prenotarsi lo faccio,magari a New Orleans o Frisco...con simpatia !

Armando

Zambo ha detto...

Confermo concerto di lou reed del ny tour a milano ma non ricordo fosse il palatrussardi, l'età e i troppi concerti, dovrei cercare il biglietto se l ho ancora. Bel concerto in linea con l'album e non troppo diverso dal concerto che hanno annesso alla ristampa, che posseggo solo in streaming visto il costo. Il mio rammarico è non avere mai visto la allman bros band in nessuna delle loro edizioni, la mia chicca è aver visto i Little Feat a Londra nel concerto da cui hanno estratto diverse tracce per Waiting For Columbus. Nemmeno io amo i fans e non ho mai avuto immaginette sul comodino, tranne una foto di Richards che scattò un mio amico, Stefano Ronzani, compagno di venture nel Mucchio morto nel 1996. Ma tra tutte le tribù di fans ne spiccano due: i dylaniati, che conoscono solo l'artista e tu non puoi dire niente, e gli springsteeniani, categoria più vicina alla religione che alla musica.

corrado ha detto...

Ricordo Stefano Ronzani, ai tempi del Mucchio e ora mi hai fatto ricordare un altro giornalista che ai tempi mi piaceva molto: Maurizio Pettiti che mi ha fatto scoprire e amare i Moving Hearts. Che fine ha fatto? È letteralmente scomparso! Tornando a Lou Reed, ricordo la sua comparsata, intorno al 1981, a Mister Fantasy, intervistato da Mario Luzzato Fegiz. Avevo 14-15 abni, ricordo che si era seduto su quella poltrona a forma di manona nera e con la sua sferzante ironia aveva risposto a una serie di donande piuttosto banali. Fegiz, che non era uno sprovveduto era rimasto al gioco e ne venne fuori un bel pezzo televisivo, di quelli da ricordare

Zambo ha detto...

Scusate un attimo voi che frequentate questo blog da tempo, ho ascoltato di Letter To You solo alcune canzoni e male, sul pc, per cui non mi sono fatto ancora un'idea ma da un giorno a questa parte leggo nei social termini come lacrime, capolavoro, brividi e soprattutto un sound che è tornato quello di un tempo, ho letto paragoni con prove it all right e backstreets. Un grande ritorno. Mi sono andato a rileggere i tanti post che seguirono alla mia recnesione di western stars ed erano molti a spararmi contro perchè non avevo capito che l'uomo era invecchiato e aveva coniato un suono più confacente al suo quotidiano, che non potevo pretendere che suonasse come una volta, mi definirono un soldato giapponese che non si è accorto che la guerra era finita perchè ridicolmente ancorato al vecchio Springsteen.Cosa che invece oggi tutti esaltano. Ripeto, il nuovo disco non lo conosco, ma allora com'è la faccenda? Fatemi capire, una volta va bene l'invecchiamento, un'altra volta il ritorno al passato? Senza polemica.

bobrock ha detto...

no no dai Zambellini.....un po di polemica mi mette di buon umore. Ecchecazzo da febbraio non sento parlare che di Covid. Io del nuovo disco ho ascoltato i due nuovi brani, non so se ce ne siano altri e mi sono sembrati al primo ascolto gia' sentiti e ripetitivi; al secondo e poi al terzo ci potevano stare, nel senso che mi sembravano brani "minori" come delle buone outtakes. Da giorni mi imbatto in pseudo recensioni ( persone che fanno articoli sulla base delle due canzoni note e sulla base del sentito dire. Leggo critiche osannanti, il miglior disco di Bruce since.....etc etc.
Io cerco sempre di essere il piu' lucido possibile, lo ero anche da ragazzo certo a Lione ho visto la luce ma poi ho avuto anche l'intelletto per dire che non tutto quello che faceva Bruce era oro, stesso discorso potrei farlo con Dylan, ma qualunque artista nel corso della propria carriera ha prodotti gemme e scarti di magazzino. Direi Inevitabile.
Quello che trovo insopportabile e che non puoi criticare un artista. Un po' come accade in Thailandia con il loro re. Non puoi mica dire che è un puttaniere, altrimenti ti arrestano.
Per Legge (non sto scherzando non puoi criticare pubblicamente il loro beneamato Rama X).
Stessa cosa accade da noi con springsteen.

corrado ha detto...

Dai, parliamone dopo che avrai pubblicato il nuovo post e tutti ci saremo fatti le idee più chiare. Il disco sicuramente non sarà brutto, ma certo nessuno di noi si aspetta una macchina del tempo xhe xi riporti ai fasti di 40 anni fa. Il resto è il solito mix fra isteria messianica dei fans e battage pubblicitario, del quale il Boss è responsabile solo fino a un certo punto. Tutta questa isteria che leggiamo in giro da un lato è anche divertente, ma da un altro è la spia che la gente ha bisogno di attaccarsi a qualcosa, di credere in qualcosa, in questi tempi sempre più cupi. Che lo chieda a un vecchio leone di 71 anni fa riflettere, ma non chiediamo a Bruce quello che non può dare. Accogliamo con calore e affetto il suo nuovo disco per quello che è e lasciamo strillare il mondo intorno

bobrock ha detto...

Credo che chiunque Ti legga e chiunque scrive su questo blog abbia amato Bruce o quantomeno lo stimi. Chiunque di noi. Incondizionatamente. E' stato una presenza nelle nostre vite, ci ha fatto stare bene, sognare. Per me resta il performer numero uno Live. E di gente sul palco ne ho visto parecchia. Pero' sentirmi dire che sono rimasto ancorato a BTR oppure darkness/nebraska insomma la discografia fino tunnel quando anche working on a dream oppure magic sono gran bei dischi e che quindi non capisco un cazzo e sono vecchio ....bhe allora penso che buona parte dei frequentatori del Pit non capiscano un cazzo. Anzi ho il dubbio (da tempo ) che siano gli stessi che riempiono gli stadi per vasco/Ligabue.
Nel 2011 Gregg Allman doveva fare tre concerti in Italia ( Milano Roma Pistoia).
Milano e Roma vennero annullate per prevendite scarse. Io andai a Londra con buona pace degli intenditori. E mi chiedevo " ma tra tutti i 60.000 fans che affollano san siro non ce ne sono 2.000 cioè il 3% che possa riempire l'Alcatraz ???

bobrock ha detto...

concludo dicendo che: io non entro nel merito se ad alcuni la discografia di Bruce negli 25 anni la trovano meravigliosa. Li rispetto. Ma rivendico di poter dire che da tempo il livello creativo del ragazzo del new jersey è molto molto molto basso.

corrado ha detto...

Bob, bellissime le considerazioni su certi rocker nostrani. Forse lo standard di molti (recenti) fan del Boss si basa su quei parametri. Senza offesa per chi ascolta quel tipo di musica

bobrock ha detto...

zambellini oltre a Bruce e Dylan c'e' una terza categoria di fanatici a cui non puoi toccare il loro beniamino ( Eddie Vedder).

bobrock ha detto...

Corrado hai ragione marketing e isteria....bhe concludo con una battuta e una speranza working on a dream ------si!! che il nuovo disco sia realmente bello.

Armando Chiechi ha detto...

Leggo con interesse e rispetto tutte le vostre opininioni e penso che in questo spazio ognuno abbia la lucidità tale da non sforare. Non mi espongo sull'ultimo di Bruce ed aspetto che esca. Sul fanatismo credo che in genere sia prerogativa di ogni fan club o blog all'artista dedicato. Come ho già scritto su e come alcuni di voi hanno rimarcato gli unici che salverei sono i seguaci di Dylan. Ma credetemi piacendomi anche Neil Young da una vita, ho sentito dire di " Trans" definito come capolavoro ( !?!?) Quindi credo che in genere ogni esagerazione sia sbagliata ma l'ultima cosa che mi ha veramente scioccato ultimamente è stato scoprire come una grande fetta dei Deadheads americani possano essere fan e sostenitori di Trump ????? Roba da far ŕigirare nella tomba Captain Trip...

Armando

Unknown2 ha detto...

Unknown2. Ehi, che bufera. Vi leggo solo ora, ma vi assicuro che non ho insultato nè offeso nessuno, o comunque non volevo assolutamente farlo. Vi stimo e vi rispetto tutti, coi vs gusti e le competenze. E soprattutto la passione, che ci porta spesso, me x primo, a esagerare. Mi scuso se ho dato una diversa impressione.
Ben venga chi ha gradito i dischi del 2° millennio di Bruce. A me difficilmente viene voglia di riascoltarli, ma tant'è, la mia opinione vale 1, come sempre, versus milioni.
Sì, lo confesso, mi sono piaciuti i primi dischi di Vasco e Ligabue, ho una vera passione x i cantautori italiani da de andrè a rino gaetano, un po' di litfiba, un pizzico di timoria.
Anche in Italia abbiamo avuto roba buona, anzi un'altra passione è il beat italiano anni '60, con cui sono praticamente cresciuto e che mi ha velocemente portato al rock autentico, di cui spesso i gruppi italiani producevano cover + o - velleitarie...
Me ne devo vergognare? Non credo proprio, ma accetto e comprendo che ci sia chi mi possa sfottere, più o meno amabilmente, x qs.
Immagino che le lodi acritiche a the letter derivino, x quelli sinceri: dal sollievo di constatare che ws è stato solo un incidente di percorso; x i soliti esaltati: dalla voglia di saltare sul carro del momento...
Come facciano poi, a giudicare un disco da 2 pezzi, chi lo sa. A me il secondo piace un po' + del primo, ma vedremo. Di certo le premesse sono per un buon prodotto nell'alveo di una dignitosa maturità. Non credo sia un disco "furbo", però, per rassicurare e riconquistare i vecchi fan. Penso che lui ora si "sentisse" di fare qs, e l'ha fatto. Il problema è che l'abbiamo già ascoltato tante volte in passato. Buon vecchio boss.
Allman grandissimi. Ovviamente anche a me live mancano. Chiedo a voi un parere. X me anche le reincarnazioni degli anni '90 e '00 sono state fenomenali, con W. Haines, il compianto A. Woody, D. Trucks. Poter rinunciare ad un colosso (ma caratteraccio, mi par di capire) come D. Betts senza risentirne minimamente è indice di grandezza. Bestemmio se dico che non sfigurano di fronte al gruppo storico con Duane e Berry? La vera anima della Band era dunque Gregg?

bobrock ha detto...

ahhhhhh ti ho beccato Unknown2 Vasco e Ligabue ......

Armando Chiechi ha detto...

Per riallaciarmi a quanto detto da Unknow 2, credo che ognuno sia libero di ascoltare ciò che vuole e personalmente non ci vedo nulla di male se tu possa ascoltare il Liga o Vasco ( a me piacciono molto Bubola e la Donà per citare gli Italiani) senza per questo essere massacrato.Penso che il confronto su questo blog sia civile e credo lo siamo tutti noi che lo frequentiamo. A me ad esempio " Western Stars" è piaciuto, ma concordo con Bobrock che lo Springsteen anni '00 ha prodotto ben poco di interessante, tranne e almeno per il sottoscritto," The Rising", " Devils & Dust", le Seeger Session ( il mio preferito) e " Wrecking Ball". Escludo i box perché non fanno testo e fuori concorso. " Working on a dream" mi piacque all'inizio poi l'ho dimenticato subito ed invece " Magic" che inizialmente non mi aveva coinvolto poi invece l'ho rivalutato ma è chiaro che parliamo di dischi al di sotto dei suoi vecchi standard." High Hopes" la più grande delusione e quelli dopo questo nemmeno comprati. Sugli Allman personalmente credo si siano mantenuti sempre a grandi livelli tranne un breve periodo prima dell'ingresso di Haynes e Trucks, i quali ne hanno restituito l'anima blues. C'è comunque una cosa che mi piacerebbe sapere da voi riguardo Petty e cioè come vi ponete di fronte a " Southern Accent"? Premettendo che la sua discografia eccelle sotto ogni punto di vista e vere cadute di tono non ce ne sono, ad ogni modo però ritengo il titolo di cui sopra il suo disco meno riuscito !?!. Darei invece qualche punticino in più a " Let me Up...." che mi dite ?

Armando

bobrock ha detto...

Annuncio al mondo: a chiunque possa piacere Vasco e Ligabue per me va bene.
semplicemente non fanno per me.
Ho provato nel 1993 ad andare ad un concerto del sig. Rossi a san siro per studiare il fenomeno più da un punto di vista antropologico che musicale ( i dischi li avevo ascoltati negli anni 80 facendomeli prestare da un hardcore fan dei tempi) e ne ho ricavato le peggiori impressioni possibili; da tutti i punti di vista.
Ribadisco che chiunque è libero di ascoltare chi vuole e sono conscio che questo paese è da sempre refrattario ad un certo tipo di musica che proviene sia dagli usa che uk.
Nel 1990 i rolling stones suonarono allo stadio flaminio di Roma la seconda sera per 8.000 persone (ottomila!!) con una capienza di 25.000 persone-
A Torino delle due date ne accorparono una con 45.000 presenze perche' le prevendite erano insufficienti.
A Zard l'organizzatore proposero di far suonare Vasco Rossi supporter per vendere qualche biglietto in più....
La cosa non andò in porto non so se per il rifiuto del rocker di Zocca o semplicemente perchè era una pessima idea ma questa è storia.
Un po' di anni dopo a Milano stadio san siro sempre organizzatore Zard il concerto dei Rolling Stones ( ribadisco Rolling Stones) saltò all'ultimo minuto sempre per prevendite insufficenti.
Non vorrei citare Nanni Moretti che ho visto l'altra sera di persona al cinema Anteo di Milano ma "anche io non ho nulla contro la maggioranza delle persone anzi io credo nelle persone soltanto che mi troverò sempre a mio agio con una minoranza."

corrado ha detto...

Bob Rock, mi hai risparmiato ogni commento: è come se lo avessi scritto io...
Aggiungo che oggi, a 54 anni, sono molto più temperato e tollerante. A 18 lanciavo invettive contro questi personaggi

Unknown2 ha detto...

Unknown2. Beh, siete stati fin troppo buoni, temevo di essere stato troppo sincero (e provocatorio) e di essere radiato con disonore da qs ambito blog.
X chiarire, vasco secondo me ha una ventina di pezzi magnifici, tutti scritti prima degli anni 90. "ogni volta" è semplicemente una delle canzoni + toccanti, sincere e commoventi che abbia mai ascoltato. Dal vivo mostra evidenti limiti vocali, ma sa trascinare e si circonda sempre di musicisti eccellenti. L'unica volta che l'ho visto, sansiro 90, alla solista c'era un mio conterraneo, Andrea Braido. Ecco, in quell'occasione ho toccato con mano il giustamente vituperato (da Bob) fanatismo acefalo, e no, non mi è piaciuto x niente.
Ligabue è stato un semiriuscito tentativo di rock all'italiana, fra la via emilia e il west, direbbe il grande guccini. Ballando sul mondo mi fece sperare tantissimo, i primi dischi li riascolto ancora con il sorriso, ma si è presto montato la testa, diventando un po' la caricatura di se stesso.
Ampliando il tema: ho cercato ripetutamente di ascoltare e farmi piacere il jazz, ma t.monk, o.coleman, c.mingus etc etc sono evidentemente troppo x me, ne esco sempre con le ossa rotte e devo correre a mettermi su un cd dei grandissimi Green on Red. Più o meno stessa roba x i vari beethoven, bach, haendel: credo che semplicemente mi manchino le basi culturali, o forse è proprio questione di dna. Ma a 65anni suonati non ho + voglia di rimettermi x l'ennesima volta a studiare, e allora mi accontento di leggere sul busca le stupende recensioni di guido michelone ed ernesto d'angelo (scrivono da dio), tanto x tenermi aggiornato.
E sono felice di provare ancora oggi lo stesso brivido caldo che mi colse, bambinetto, quando udii x la prima volta in radio il magico riff di satisfaction: colpito e affondato, x sempre. Però qualche sforzo l'ho fatto, e da stonesiano arrabbiato ho voluto ascoltarmi tutta la discografia dei beatles, e ho dovuto ammettere che erano grandissimi, e così via a macchia d'olio. Oggi, se devo citare i miei preferiti, mi ci vuole una pagina intera, e no, vasco e liga non ci sono... ma qualche loro canzone sì...
Armando: sono felice di parlare con un fan di tom petty. X me the best r'n'r band in the world non sono i pur mitici e-streeters, bensì, senza alcun dubbio, i fantastici Heartbrakers (nome azzeccatissimo), e tom è e resta uno dei più grandi autori della ns musica, ottimo cantante e live performer. La più dolorosa, x me, tra le troppe morti del ns rock. A puro titolo personale, ti dico che x me un po' meno scintillanti, nella sua discografia, appaiono proprio southern accents e you're gonna..., oltre ai cd degli anni 2000, a partire da the last dj. In ogni caso, averne di dischi così!!!!
Ogni volta che parte Mary jane.., o Don't come..., o Swingin', o.... è un colpo al cuore.
E che dire della live anthology: l'ho consumata.
Thank you Tom, rest in peace

Unknown2 ha detto...

Unknown2. A torino 90 x gli stones c'ero anch'io. Fu un ottimo concerto (ricordo una sympathy fiammeggiante), ma Bob, non dimenticare che i rolling uscivano da un (quasi) decennio di silenzio e che allora furoreggiavano i decisamente sopravvalutati U2.
Saggio non far suonare in apertura vasco: sarebbe stato sepolto dai fischi, come accadde al (pessimo) baglioni malcapitato guest nella tappa italiana dell'amnesty tour

Zambo ha detto...

Un po di risposte, a me Vasco e Ligabue non hanno mai detto nulla, anche se per un certo periodo quando ero al Mucchio ho frequentato il Liga in un paio di ritiri in campagna. Gli regalai un disco di Curtis Mayfield ma dalla sua espressione capii che non sapeva chi fosse, lo convincemmo a prendere i Rocking Chairs come band, cosa che fece, giocammo al pallone insieme ma sinceramente della sua musica non me ne fregava nulla e si vedeva che era uno che centellinava i passi per fare successo. A Torino nel 1990 c'ero anche io, fu un bellissimo concerto anche se quello del 95 a Basilea è nettamente più tosto. Sto recensendo il CD/DVD Steel Wheels Atlantic City ed è veramente una bella pubblicazione ed un ottimo concerto, fotografia di quel tour. Ho risentito poc'anzi Ghosts e Letter To You, mi sembra che la E Street Band ci sia, Bruce un po meno. Con tutto il rispetto per gli E Streeters, ma gli Heartbreakers sono di un altro pianeta, per varietà, tecnica, perfezione, amalgama, senso del rock n'roll. Poi per l'amor di Dio la E Street Band mi ha mandato in giuggiole un sacco di volte, ma il concerto di Tom Petty con la sua band a Londra nel 2017 è riuscito a darmi le emozioni che mi hanno dato Bruce a Zurigo e gli Stones la prima volta che li ho visti nel 1970, e anche nel 1995. Solo che in quei concerti avevo 20 e 31 anni, e nel 2017, sessantasette! per cui le emozioni circolano più a rilento ma ad Hyde Park hanno raggiunto la velocità della gioventu. Buona chiacchierata.

Zambo ha detto...

Dimenticavo, per Unknown2, a me il jazz piace molto, nei primi anni settanta quando era di moda il prog, a parte Allman, Stones e Lou Reed, compravo solo dischi jazz per cui mi sono fatto una discreta discografia del genere, genere che ho sempre comunque un po bazzicato, adesso ad esempio sul piatto, nella quiete della domenica mattina, gira Bill Evans un pianista che amo da matti, e John Coltrane e Miles Davis nei miei gusti stanno sullo stesso piano di Bruce, Stones, Allman, Petty e De Ville. Poi l'ultimo uscito di Thelonius Monk registrato nella scuola di Palo Alto nel 1968 è autentico rock, anche se jazz.

corrado ha detto...

Io ci sono. Resto ad ascoltarvi ed è un gran piacere.
Curiosamente, in questo periodo ho in macchina un cofanetto con 5 dischi di Wess Montgomery, veramente bello, in particolare quello in trio chitarra, organo e batteria, davvero ispirato

Armando Chiechi ha detto...

Sono daccordo con Zambo e con chi dice che tecnicamente gli Heartbreakers siano superiori agli E.Streeters.Anni fa non lo avrei detto ma è evidente. A loro ( gli E.Street e Bruce ) invece riconosco un feeling e un modo di porsi dal vivo unico che fa di Bruce Springsteen un vero soulman. Nella stessa proporzione e dovute differenze considero Petty e i suoi Heartbrekers i migliori eredi di tutto quel classic rock che da Dylan va agli Yardbirds passando per i Byrds e a Mellencamp un alone folk roots degno di Woody Guthrie e tutti quei cantori della Repubblica Invisibile. Per quel che riguarda il jazz è un genere che frequento da metà anni '80 ed i miei preferiti Miles Davis, John Coltrane,Chet Baker e sui pianisti stravedo per Oscar Peterson e Earl Hines. Sono un po' allergico invece alla Bossa Nova e al Free Jazz più estremo tipo Albert Ayler. Con simpatia

Armando

bobrock ha detto...

Zambellini stones 1970 si sentiva qualcosa o le urla del pubblico sovrastavano tutto ?
Tom petty con la sua morte mi ha spiazzato , avevo saltato il concerto che hai visto convinto che un anno dopo lo avrei visto in una location meno affollata . Generalmente cerco ( quando possibile di evitare gli stadi ) .
Petty l’ho visto a Milano 87 con Dylan e poi a Lucca bel concerto ma non memorabile .
Ritornando agli Stones vero che negli anni 90 imperavano gli U2( e anche li ricade Bologna in un teatro tenda con 3/4000 persone anno 1985) ma all’estero i loro concerti erano e sono sempre stati sold out . C’ero anche io a Basilea e confermo gran bel concerto .
Per quanto riguarda il jazz ho fatto poche incursioni ma di sostanza . Miles David 1981 ... mi rendevo conto che stavo ascoltando un marziano ma oggettivamente capivo poco o nulla di quello che faceva , ero in pieno trip del tour di The River .

Unknown2 ha detto...

Unknown2. Musica a Bologna: io mi riferivo al periodo in cui ci ho studiato, fino all'81. Dal 79 in poi qc è ricomparso, ma dal 74 al 79, un cimitero, almeno, x quel che mi ricordo.
Gli u2 visti a modena 87 bene, ma a verona 93, già iperstar assurde. Un megapalco, i 4 distanziatissimi l'uno dall'altro. Mi hanno lasciato freddo. Moooolto meglio, in apertura, i pearl jam, anche se con il volume dimezzato.
Tom petty, modena 87 con dylan. Concerto strano, grandissimo rispetto (forse troppo) degli heartbreakers x his bobness. Si scatenarono davvero solo x il loro troppo breve set, e fu magia. Poi i rapporti evidentemente rimasero buoni, visti i due dischi coi traveling w.
Gli Stones del 95 sono stellari, vedi il box totally stripped, fantastico. Vero che x leggende del genere uno stadio mezzo vuoto (roma 90) è vergognoso. Forse fu un bene che gli allman non siano mai approdati qui da noi. Temo che anche x loro sarebbe stata dura fare numeri veri.
Impreparazione, ignoranza, scarsa apertura mentale dei 'fan' nostrani che seguono le mode senza capirci gran che. Sigh. Ricordo un'esibizione di gran classe dei dire straits, seppur già in fase calante, verona 92. Pubblico distratto e freddino. Forse si aspettavano pose da superstar da m.knopfler, che tutto è fuorchè un animale da palcoscenico.... ma suona da padreterno.
Vasco: X dirla tutta al concerto ci andai con\per una ragazza speciale (oltrechè x alcune sue canzoni). Con\per lei sarei andato perfino da baglioni o r.zero, magari coi tappi x le orecchie...
Rocking chairs, che nostalgia! Benemerito Zambo se li hai portati a suonare con ligabue, che li ha poi ben presto fatti fuori, non apprezzandone la preparazione e il feeling. Certo che così il povero Graziano Romani è rimasto orfano, e non è + riuscito a rimpiazzarli degnamente.
Sul jazz, fortunati voi che sapete apprezzarlo. Una risorsa in + per migliorare la qualità della vita.
PS nella discografia di tom petty c'è un lp che forse non tutti conoscono. She's the one (1996) è il soundtrack di un film sconosciuto e dimenticato, ma disco davvero notevole, che non sfigura di fronte alla sua produzione ufficiale. Presente sia su youtube che su spotify

bobrock ha detto...

Unknown2 una domanda doverosa: ma almeno hai concluso con la ragazza ????

Paul ha detto...

Continua a frequentare questo benemerito blog proprio perché continua a essere un laico luogo di libertà espressiva garantita dal caro vate Zambo e popolata da una manciata di irrecuperabili diehard persi sulla via della musica. Quella buona, quella sincera indipendentemente dalle personali e ragionevoli predilizioni.
Tutti noi siamo credo prevalentemente accaniti e malati consumatori di musica di matrice anglo-americana, sia essa rock o suoi derivati. Ma che c'è di male ad essere un po' onnivori? Che tristezza infinita il purismo ovunque si manifesti. E allora, accanto ai mostri sacri (dylan, springsteen,young, petty) su cui è sempre divertente dibattere spaccando il capello in 4, e accanto agli outsider meno conosciuti (williams, mc Murtry, earle) che spesso dividono il giudizio o le nuove rivelazioni (kiwanuka, wall, stepleton) che pure non trovano sempre pareri concordanti, che male c'è sdoganare ascolti, passati o presenti, che non sono apparentemente su questa lunghezza d'onda???
Per esempio, in ambito italiano, anch'io mi limito a pochi ascolti (i gia' citati romani, bubola, dona') ma non mi vergogno di aver visto e ascoltato negli anni 90 vasco e Ligabue, che allora secondo me avevano ragione di suscitare in molti qualche emozione nostrana.
Altra roba che continuo a non ritenere incompatibile con i miei prevalenti ascolti a stelle e strisce sono alcuni capisaldi del tanto vituperato prog inglese: pink floyd, yes,jethro, Genesis (peter Gabriel resta per me un gigante della musica degli ultimi 40 anni). Altre cose fatico a digerirle e anch'io ammetto di non avere più voglia di applicarmi: il jazz più estremo mi ammorba, così come non mi sento all'altezza di apprezzare la musica classica. Ma per restare sulle nostre frequenze il punk per esempio mi fa veramente cagare, clash compresi (non abbiate troppo a male....) e anche il suo sottobosco (patty Smith è un'altra a cui darei fuoco). Ci ho provato, davvero, ma niente.
A 20 anni ero assolutamente integralista, dopo altri 25 anni come spesso succede, si diventa più tolleranti, larghi e inclusivi e non ci si stupisce ne ci si vergogna di ascoltare in sequenza cd come darkness on the edge of town, seguito da Nursery crime, da Buena vista social club, da blonde on blonde, all'ultimo di kiwanuka.
Anche perché almeno ci accomuna il fatto che siamo gli unici stronzi rimasti a comprarli i cd o i vinili.
Stay hard a tutti in questi hard times e lunga vita a Zambo
Paul

Unknown2 ha detto...

Unknown2. Bob, curiosone, sono un gentiluomo del millennio scorso, e ti dirò solo che ne è valsa la pana. Ci siamo poi persi di vista, con lei, e in seguito ritrovati. Strana la vita: si è convertita a Springsteen (dopo che l'ho ammorbata di chiacchiere in merito), fulminata sulla via di damasco a roma '16 (ma lì io non c'ero). Adesso attendiamo il boss al varco al prossimo sansiro, x applaudirlo insieme. E lei, x me, resta speciale.
Paul, benvenuto fra noi, e grazie x il supporto morale. Fra gli italiani, oltre a bubola (non dimentichiamo che c'è lui dietro i dischi migliori della maturità di de andrè), lasciami citare i primi negrita e i gang, x restare in ambito rock, oltre al bluesman fabio treves, i sottovalutati duri e puri come priviero...
Io ho operato tanti anni nel volontariato locale, e nel mio paesello di poco + di 1000 anime ho portato a suonare (grazie anche alla fiducia in me riposta dal resto dell'organizzazione), appunto gang, negrita, skiantos, brando, renga, giuliano palma e b. b., treves, rocking chairs, graziano romani solista, priviero... trovando quasi sempre persone simpatiche, umili, per nulla esose o animate da manie di grandezza, che facevano davvero vita grama sostenuti solo dal fuoco che gli bruciava dentro. Quasi mai ho fatto il pienone, ed erano tutti concerti gratuiti (nell'ambito di feste\sagre locali), il che dice molto sul livello di preparazione media del pubblico nostrano. Poi mi sono arreso e ho dirottato sulle cover band...
Il prog confesso di non amarlo troppo (jethro a parte), ma conosco tante persone che stravedono x gentle giant, van der graaf e soci (mettiamoci anche pfm e banco, almeno, dài). Di solito persone colte e competentissime. Fan veri, che meritano rispetto ed ascolto, con cui colloquiare è un piacere.
Il punk è stato all'epoca un contenitore onnivoro x tutto ciò che nel '76\'77 suonava nuovo e\o diverso. Ho alcune compilation in vinile d'epoca, in cui vengono definiti punk i police, elvis costello, tom petty... un minestrone. Gli stessi clash, a ben vedere, erano una band politica a deriva reggae, + che anarchici nichilisti.
Il vero punk fu una fiammata, più un'attitudine che un vero stile. Un incendio che spianò la strada a musiche nuove e che colpì soprattutto il prog. Un fenomeno biecamente commerciale, anche, non dimentichiamolo.
Ne è rimasto davvero poco (ramones...), nella storia della ns musica. Gli stessi pistols hanno fatto di tutto x distruggerne il mito, la cui icona resta forse, ed è tutto dire, il tragico sid vicious.
Nessuno si vergogni della propria musica, ma sia orgogliosamente sincero nello scoprire i propri altarini. Io vado in sollucchero x i roxy music, ad es., e qui sento già salire una bordata di fischi...

Armando Chiechi ha detto...

Caro Unknow...tranquillo,fischi almeno da parte mia non ce ne sono. I gusti altrui credo vadano sempre rispettati,per quanto a volte si possa non essere in sintonia. Personalmente la molla che mi muove è sempre la curiosità e anche li dove ho avuto delle falle vistose e trascurato dei generi come il progressive,ho sempre cercato di ritagliarmi uno spazio per farmi un'idea e cercarne di capire qualcosa in più!?! A parte i soliti nomi come i Pink Floyd ( non saprei poi fino a che punto possano essere Progressive..), lo storico " Aqualung" dei Jethro Tull o l'iconico Re Cremisi non ho mai avuto altro, però non molti anni fa ho cercato e con successo scoperto... che mi piacevano anche i Caravan,qualcosa dei Genesis e pure i Gentle Giant. Certo spesso e volentieri parto sempre da qualche buona antologia per farmi un'idea iniziale !?!. Il punk l'ho frequentato poco ma sono sempre dell'idea che non ci fossero stati i vari " newyorkesi" di cui sappiamo Pistols e Co.non sarebbero mai esistiti. I Clash li adoro e come tu dici sono già un'altra cosa, come forse in realtà a ben vedere erano gli X di Exene Cervenka e John Doe !?! Ad ogni modo un giorno di questi proverò anche con i Roxy Music, che ho sempre ignorato seguendo il tuo imput....e come diceva il Grande Drugo : " É tutta una questione di imput e output"....

Armando

corrado ha detto...

Ah no, io sono per la gogna, la lapidazione. Anzi, per il palo della tortura, che fa molto nord americano e ci piace di più!...

Paul ha detto...

Veramente piacevole questo cazzeggio dialettico che evidentemente prende tempo fino al 23 quando, all'uscita del disco che non cito neanche, si scatenerà la guerra fra guelfi e ghibellini.....non vedo l'ora.....
Cmq i roxy music non devono preoccuparti, nessuna lapidazione: io ancora oggi non trovo una spiegazione del perché io sia andato piu' di 20 anni fa' ad un concerto di Michael Bolton....e non c'era neppure l'attenuante della topa....errori di gioventù ma cmq ingiustificabili....vabbè
...
Questo gioco degli "scheletri" imbarazzanti può essere pure divertente, magari anche il padrone di casa ne ha da condividere...