giovedì 14 maggio 2026

JOHN CAMPBELL


 A 33 anni dalla prematura scomparsa esce un album di John Campbell registrato in solitario in due diverse apparizioni presso il programma radiofonico olandese 2 Meter Sessions. Voce e tre diversi modelli di chitarra, una Gibson Southerbn Jumbo del 52, una National Steel resofonica del 1934 con manico a 12 tasti e una National del 1940 sono l'armamentario di un blues scarno, sofferto, ancestrale, capace di trasmettere verità emotiva, carisma, rapimento espressivo, il dono di uno dei bluesman meno chiacchierati e conosciuti dello scorso secolo, morto troppo giovane ma reso immortale dalla sua musica. Quello che segue è un profilo dell'artista pubblicato sul numero 499 della rivista Buscadero, adesso in edicola.

A MAN AND HIS BLUES

Quando nel 1991 uscì One Believer, Stevie Ray Vaughan era già in Paradiso e il blues aveva perso un importante punto di riferimento dopo che, negli anni ottanta, lui e Robert Cray avevano ridato ossigeno al genere. Fu proprio il produttore di Cray, Dennis Walker assieme al bassista e batterista Richard Cousins e Jimmy Pugh ad aggiungere virtù a un disco che portava sotto i riflettori un bluesman di cui si sapeva pochissimo: John Campbell. Nato a Shreveport in Louisiana nel 1952, Campbell iniziò in giovanissima età a maneggiare la steel guitar di sua nonna, imparando dai dischi di Lightnin’ Hopkins i rudimenti delle dodici battute. A tredici anni si spostò a vivere in Texas dove formò il suo primo gruppo, diede alle stampe Street Suite e si fece conoscere nei club di Corpus Christi aprendo i concerti di Clarence Gatemouth Brown, Albert Collins e Son Seals. Problemi di salute lo costrinsero a periodi di immobilità, impossibilitato a suonare dal vivo, conseguenza di un incidente avvenuto a sedici anni con un dragtser, episodio che gli segnerà per sempre la vita lasciandogli un polmone collassato e suture in tutto il corpo. La chitarra e il blues saranno per lui salvezza e vita, del tutto sfortunata dato che il 13 giugno 1993, improvvisamente, un infarto lo stroncò mentre dormiva nella sua casa di Manhattan. Aveva appena fatto tappa in Italia con uno showcase a Milano, ebbi la fortuna di intervistarlo (con Marco Denti) trovandomi di fronte una persona gentilissima, colta, umile e sorridente che rispose a tutte le domande con una pacatezza ed una serenità che contrastavano con quello sguardo mefistofelico e quel ghigno sinistro che troneggiavano sulla copertina di One Believer, uno dei dischi di blues che più ho amato per quella carica di mistero che si portava appresso. In tale occasione l’artista mi rivelò i chitarristi che lo avevano influenzato: oltre a Hopkins, John Lee Hooker, Son House e Elmore James ma nutriva una particolare predilezione per la colonna sonora The Hot Spot di Miles Davis dove compaiono Hooker, Taj Mahal con l’acustica e Roy Rogers con la slide. In realtà il primo a dare una mano concreta a John Campbell fu Ronnie Earl, incontrato nel 1988 in un club di New York una notte in cui si rinchiusero nel backstage a suonare fino all’alba, parlando di Lightnin’Hopkins e delle canzoni che amavano. Si erano conosciuti in Louisiana ma fu in quella magica notte che Earl decise di produrre A Man and His Blues, per poi invitare negli Splice of Life Studios di Brighton, nel Massachussetts l’armonicista di Muddy Waters Jerry Portnoy, il batterista Per Hanson e il cantante Darrell Nulisch, supporto vocale in una canzone, Judgement Day di Snooky Prior. Il risultato fu una sorta di raffinato sampler delle influenze di Campbell, il quale canta e suona un’acustica Gibson SJ del 1952 con un pickup Dearmond ed un amplificatore Fender Princeton, sbizzarrendosi in solitario o con gli altri in brani propri e nella rivisitazione di Lightnin’ Hopkins, Elmore James e Furry Lewis, incrociando Delta e Texas blues con il vecchio ragtime dello strumentale Deep River Rag. Pur essendo la classica opera d’esordio A Man and His Blues è già un attestato della bravura tecnica, della personalità interpretative e della sensibilità di un artista che ha il blues nel sangue, capace di comunicarlo in tutte le sue espressioni. Nell’intervista ammise di essere sempre stato attratto dagli aspetti segreti delle esperienze spirituali e la musica era una di queste, coinvolgendo l’intera vita. “ Da ragazzo ebbi un incidente grave che mi costrinse in casa per oltre un anno, fu un periodo di solitudine in cui pensai spesso alla morte. Un’esperienza che mi è rimasta dentro, e non appena iniziai ad imparare gli accordi di John Lee Hooker e Lightnin’ Hopkins pensai che più dell’intrattenimento mi interessava il blues come connessione ed espressione dei sentimenti, potersi guardare dentro e comunicare all’esterno. Suonare divenne qualcosa di taumaturgico, proprio come John Lee Hooker canta in The Healer”.



La mortalità, le possibilità della vita, la spiritualità sono cose che Campbell ha sentito, assorbito e vissuto da vicino e sono la base di One Believer,  nonostante la copertina con quel volto, quei colori scuri abbiano indotto a pensare in un primo momento alla solita leggenda del blues come musica del diavolo. “Il blues è Dio e il diavolo, il blues esprime i sogni e gli incubi, per apprezzare il bene bisogna conoscere il male. Non possiamo far finta che le cose negative non esistano e così è il blues, anche se alla fine rappresenta la vittoria di chi sentendosi afflitto da abbandoni, lutti, disperazione riesce comunque a esprimere il suo stato d’animo, tirarlo fuori, comunicarlo. Una sorta di liberazione. Spezzare le catene, questo è il blues, non solo musica di sofferenza ma una vittoria dell’individuo che con fatica riesce a urlare il proprio malessere e perciò lo supera”. Pur sapendo quanto Campbell avesse sofferto nella vita. Ed è una vera liberazione il suo One Believer, libertà dai modelli standardizzati del blues, un approccio affatto scolastico a una materia antica che John Campbell con le note intense ed evocative strappate alla sua National trasporta in un mondo a sé creando un’atmosfera densa, notturna, fatta di attesa e presagio, con titoli che citano il diavolo (Devil in my Closet), San Pietro (Angel of Sorrow), il voodoo (Voodoo Edge), Bela Lugosi, senza scordarsi del blues come storia di strada, di polvere, di auto e moto, di amori sfuggiti. Il suono è ossuto, l’immaginario è cupo, lo stile asciutto nel risaltare linee secche e metalliche della National, la voce bassa e tenebrosa, si ha l’impressione di scorgere l’ombra dell’ultimo Willy DeVille ma è essenzialmente Texas blues in una scenografia da bayou des mysteres. Disco affascinante che stabilisce un’unicità che va oltre il tempo in cui è stato realizzato. Che Howlin’ Wolf sia uno dei  prediletti del nostro lo si evince quando nel 1993  esce Howlin Mercy, titolo che associa due termini distanti la cui unione riflette il contrasto vissuto interiormente dall’artista. Ancora prodotto da Dennis Walker, suonato questa volta con una “sua” band di cui fanno parte il chitarrista Zonder Kennedy, il bassista Jimmy Pettit e il batterista Davis McLarty, ovvero la potente sezione ritmica di Joe Ely nei suoi guitar years, il disco sposta il baricentro verso un sound più elettrico e amplificato e la dimostrazione arriva dalla versione tutta slide di When The Leeve Breaks di Memphis Minnie resa celebre dai Led Zeppelin e qui interpretata come se Robert Johnson nascesse domani. Altre due cover suggellano un album dove la voce di Campbell sale direttamente dagli inferi ed è un grido di dolore sopra una cascata di schermaglie elettriche, caverne sonore, rimbombi tribali. La versione di Down in the Hole oscura quella di Tom Waits che al confronto sembra un prete da oratorio, il traditional Saddle Up in My Pony sembra dirigersi verso Paris,Texas di Ry Cooder prima che Campbell la trascini nel suo dantesco dark-blues con una voce che incute paure ancestrali per poi finirla in un boogie alla ZZ Top. Registrato al Power Station di New York e mixato agli Ardent Studios di Memphis, Howlin Mercy è solo di poco più mainstream del precedente, forse per ambire al posto lasciato libero da Stevie Ray Vaughan con cui condivide certe cavalcate chitarristiche furiose e torrenziali. Comunque alternate ai tempi medi di un country-blues che si fa ballata, alla lentezza appassionata e al potere salvifico di Love’s Name, all’arioso southern rock di Wiserblood e alla slide ululante di Wolf Among The Lambs.



Sfortunato e sconosciuto ai più, John Campbell non ha avuto modo di beneficiare della “beatificazione” mediatica riservata ai grandi chitarristi blues, bianchi o neri che siano, al funerale venne accompagnato da uno stuolo di bikers e l’orazione funebre fu tenuta da Dr.John. Se ne era andato troppo presto ma bastano questi suoi tre dischi per renderlo immortale.

MAURO ZAMBELLINI   


martedì 17 marzo 2026

B.B.KING'S BLUES SUMMIT 100 Celebrating the King of the Blues

Non amo particolarmente il modo di suonare di Joe Bonamassa (pur essendo un mostro dal punto di vista tecnico), ma è troppo lucidato per il blues che amo, e il suo personaggio lascia spazio a un glamour poco in sintonia col genere, ma apprezzo molto il lavoro che sta facendo nel dare esposizione al blues, promuovendo e producendo artisti giovani oltre a tributare ai grandi del genere un riconoscimento che il tempo rischia di offuscare, tenendo in vita una memoria, coinvolgendo musicisti in progetti di difesa e valorizzazione del genere. Non ci fosse stato lui probabilmente il centenario della nascita di uno dei maestri del blues, Riley B.King nato a Barclair nello stato del Mississippi il 16 settembre 1925 consacrato alla storia come B.B.King sarebbe passato inosservato. Grazie a Bonamassa  uno dei tre Re del genere (gli altri sono Albert e Freddie entrambi King) gode oggi di un sontuoso doppio CD celebrativo, B.B.King’s Blues Summit 100, di trentadue brani selezionati dalla sconfinata discografia del bluesman di Indianola, ospitanti una cinquantina di ospiti, alcuni come Buddy Guy, Warren Haynes, Eric Clapton, Larry Carlton, Gary Clark Jr., Robben Ford, Susan Tedeschi & Derek Trucks di prestigio stellare. Un progetto nato con un altro manico d’oro, l’amico e chitarrista Josh Smith che ha visto in campo nelle vesti di house band musicisti dell’entourage di Bonamassa : il batterista Lemar Carter, il bassista Trevor Carlton, il tastierista Jeff Babko, più una nutrita sezione di sassofoni, trombe e tromboni, il tutto per accompagnato le trentadue esibizioni degli invitati. Joe Bonamassa compare in tutti i brani e pur sciorinando le sue corde  mantiene un profilo da sideman di lusso, senza abbandonarsi a fughe narcisistiche. Tra molti degli addetti ai lavori, il tipo non gode di particolare popolarità, un destino capitato decenni fa a Robert Cray, considerato (a torto secondo chi scrive) troppo “freddo” ed elegante. Devo ammettere che qualche anno fa vedendo Bonamassa in concerto all’Alcatraz di Milano, dopo una mezzora stratosferica con la chitarra acustica per un country-blues che metteva brividi di piacere in ogni cellula del corpo, il chitarrista e cantante, assecondato dal gruppo passò all’elettrico per una ora e passa di space-blues ai confini del progressive che fece desiderare me, e il compianto Paolo Carù con cui mi trovavo in compagnia, di lasciare la sala. Ma qui, in questo sontuoso doppio CD (o vinile qualsivoglia) quel Bonamassa non c’è, c’è invece un agit-prop del blues che quando aggiunge il suo manico esalta ancora di più il gesto, già esaltante, dei singoli ospiti. Nominarli tutti è impossibile ma in sintesi i più B.B. King del Summit per quanto riguarda lo stile del bluesman del Mississippi paiono (oltre allo stesso Bonamassa, sentitelo in Ghetto Woman con la voce soul di Ivan Neville e al compagno Josh Smith, grandioso in Three O’Clock Blues dietro al vocione di Marc Broussard), Christone “Kingfish” Ingram messo in apertura con Paying the Cost To Be the Boss, il Clapton defilato di The Thrill is Gone dietro il cantato stridente Chaka Khan, un corale e jazzato D.K.Harrell in Everyday I Have the Blues. Va detto che la materia su cui i vari invitati si “esercitano” è già di per se biblica perché il repertorio di B.B.King è roba da paradise now, ma comunque le personalità in campo risaltano nelle loro diversità e fanno di questo documento una vera antologia moderna della chitarra (ma non solo) blues. Ecco quindi il blues orchestrale tinto di swing e jazz di Jimmie Vaughan (Watch Yourself) e quello tenorile ed enfatico di John Nemeth (Please Accept My Love), il blues macerato Southern dei galattici Marcus King (Don’t Answer the Door) e Kenny Wayne Shepherd in compagnia del cantante Noah Hunt (Let the Good Times Roll), quello splendidamente allmaniano di Warren Haynes ( How Blue Can You Get), quello evocativo dia Delaney & Bonnie di Susan Tedeschi e Derek Trucks con l’aggiunta del cantante Michael McDonald (To Know You Is to Love You). Pur essendo originario della Louisiana, Buddy Guy è qui in rappresentanza del Chicago blues e non c’è miglior ambasciatore per una Sweet Little Angel dolce come il titolo, l’interplay tra lui, Bonamassa e Smith è l' Harvard della sei corde elettriche intendo. Anche Larry Carlton, più noto per le sue registrazioni fusion, imita lo stile B.B.King ma accanto a lui il cantante Jimmy Hall ( Wet Willie) sposta il baricentro verso Sud (Sweet Sixteen) e lo stesso sentore soul è quello che magistralmente il vecchio ma sempre giovane Bobby Rush sparge in Why Sing the Blues. Dalle parti di New Orleans Trombone Shorty (con lui c’è Eric Gales più sopportabile del solito) adatta B.B.King al suono delle brass-band (Heartbreaker), vibrato, assolo melodico ed una carica sanguigna quella del “bianco” californiano Chris McCain in You Upset Me Baby ed un Bonamassa da grande assist quello che mette lo zampino al servizio dell’ex cantante di Free e Bad Company Paul Rogers, testimone del British blues con una lenta e passionale Nightlife in perfetto umore da club dell’ora tardi per llo scenografico lavoro dei fiati. Tra le sorprese, almeno per me la cui musica mi è sempre apparsa salottiera, George Benson mette classe e voce in There Must Be a Better World Somewhere e attorno a lui Bonamassa, due sassofonisti (Marc Douthit e Jimmy Bowland) e organo e piano (Reese Wynans e Jeff Babko) suonano come una vera big band. Tra i più emozionanti (per chi scrive) Gary Clark Jr. canta una sofferenza blues che in Chains and Things viene sublimata dall’intensità dell’esecuzione, accarezzata dalle note della chitarra e dall’ arrangiamento di archi. Una versione che dimostra come sulla materia classica Gary Clark Jr. sa essere "in avanti" pur rispettandola, passionale come pochi, mentre mi piace meno quando si invola nei meandri di un funk-blues modernista tra tecnologia e Prince. Pur ottantaseienne Dion Di Mucci mantiene una voce ed una carica umana distinguibile tra mille, aveva ragione Lou Reed quando affermava che fosse l’anima del vecchio storico Bronx, Never Make a Move Too Soon lascia il segno, Keb’ Mo’ con quei fiati attorno e quell’orchestrazione infila I’ll Survive direttamente al Cotton Club. Per fortuna  Bonamassa ha coinvolto anche le donne, altrimenti questo Blues Summit 100 sarebbe stato tacciato di misoginia, l’inglese ma naturalizzata americana Joanne Shaw Taylor è stata recentemente adottata da Bonamassa che gli ha appiccicato una patina pop-rock di troppo ma qui in Bad Case of Love la sua chitarra graffa come ai vecchi tempi,  Shamekia Copeland primeggia  duettando con Myles Kennedy (con la chitarra c’è Slash) nel B.B.King meets U2 di When Love Comes to Town, le arzille Larkin Poe slidano in Don’t You Want a Man Like Me dando una versione al femminile dei Black Keys di Delta Kream, l’australiana Dannielle De Andrea è un’altra protegè di Bonamassa che in When My Heart Beats Like a Hammer si fa largo in mezzo ai fiati con una voce che è fuoco e carezze.

Il Summit è chiuso da Bonamassa con la sua band (Playin’ with My Friends) e da Kirk Fletcher, altro collaboratore del nostro, che supporta i cantanti BJ Kemp e Kim Fleming in un talking-blues a ritmo rap sui meriti di B.B.King. Come scrive Tommaso Caccia sul Buscadero 486 “ ogni nota, ogni scelta di arrangiamento, ogni intervento di questo B.B.King’s Blues Summit 100 è volta a creare una testimonianza di quanto la musica di B.B. King ovvero il blues sia stata importante e quanto sia fondamentale tramandarla attraverso le nuove generazioni”.

Al di là del valore storico e culturale, questi dischi sono una festa per le orecchie, alzate il volume qui il blues elettrico è gioia di vivere.

MAURO ZAMBELLINI    MARZO 2026

 

sabato 14 febbraio 2026

LOS LOBOS PALASPORT SAN BERNARDINO CHIARI 12/02/26


 

Passano gli anni ma i Los Lobos rimangono la miglior band uscita dalla spanglish America. Gli sforzi della ADMR sono stati premiati, dopo il Teatro Superga a Nichelino anche il Palasport di Chiari era gremito di aficionados e amanti della musica per il ritorno dei Lupi di East L.A che in quasi due ore hanno deliziato con la loro musica vera, sincera, autentica, unica. Orfani di Louie Perez ma degnamente sostituito alla batteria da Alfredo Ortiz, un’ autentica macchina da guerra delle percussioni che assieme al bassista Conrad Lozano, sneakers ai piedi, pantaloni corti, spesso seduto su una cassa, hanno impresso un ritmo forsennato al set confermando una volta di più la tesi che se non hai una grande sezione ritmica non potrai mai essere una grande rock n’roll band (vedi Allman, Little Feat, Dave Matthews Band e via dicendo). Gli altri fanno il resto e che resto, David Hidalgo e Cesar Rosas sono due chitarristi eccezionali, il primo con una PRS si concede ad assoli creativi, il secondo con la Gibson SG, la cosi detta diavoletto, è l’anima chicana della band con i suoi fulminei ma efficacissimi graffi blues e rock n’roll. Accanto ai due l’inconfondibile Steve Berlin, la variabile della band con i suoi sassofoni, in particolare il baritono, e le tastiere, spiazza con rumori di jazz atonale. Con una band simile può essere solo festa grande, il miglior modo perché i suoni del Barrio arrivino contagiosi e coinvolgenti nella fredda Pianura Padana in un giovedì di febbraio ed un pubblico partecipe (e nel finale pure danzante) premi lo sforzo degli organizzatori e la bravura dei musicisti. Concerto che si può sommariamente dividere in tre sezioni, i brani più legati alle loro classiche radici ispaniche come Evangeline, una Volver, Volver cantata da tutto il pubblico, un paio di cumbie, e una tiratissima Mas Y Mas allungata e jammata in un muro del suono da lasciare attoniti. Trattate jam anche The Neighborhood trasformata in un pezzo alla Dead e la fantastica ripresa di Dear Mr.Fantasy, dei Traffic prova di quanto i Lupi facciano parte di quella dinastia  amante delle cover personalizzandole secondo la propria natura e indole. La capacità di integrazione dei Los Lobos è fuori discussione, non solo nel filtrare decadi di storia del rock e del blues ma soprattutto esponendo con la musica una idea di libertà che è fusione di linguaggi, etnie e culture diverse in un paese contradditorio come sono gli Stati Uniti oggi. Poi rimangono pur sempre una band di rock n’roll, asciutto, virato latin o dal sapore fifties e allora via alla cover dei Blasters di Flat Top Joint, a Shakin Shakin Shakes, a Come On Let’s Go e al travolgente finale con tutti sotto il palco di La Bamba in medley con Good Lovin’. Di certo non potevano mancare Kiko and Lavender Moon con Hidalgo abbracciato al suo accordeon e la vibrante How Will The Wolf Survive , titolo dell’album che li fece conoscere al mondo intero. Los Lobos, qui e per sempre, con le loro stazze abbondanti, il loro calore, i loro sorrisi, il loro rock n’roll pachuco. Queste sono le serate che fanno stare bene.

MAURO ZAMBELLINI    FEBBRAIO 2026