A 33 anni dalla prematura scomparsa esce un album di John Campbell registrato in solitario in due diverse apparizioni presso il programma radiofonico olandese 2 Meter Sessions. Voce e tre diversi modelli di chitarra, una Gibson Southerbn Jumbo del 52, una National Steel resofonica del 1934 con manico a 12 tasti e una National del 1940 sono l'armamentario di un blues scarno, sofferto, ancestrale, capace di trasmettere verità emotiva, carisma, rapimento espressivo, il dono di uno dei bluesman meno chiacchierati e conosciuti dello scorso secolo, morto troppo giovane ma reso immortale dalla sua musica. Quello che segue è un profilo dell'artista pubblicato sul numero 499 della rivista Buscadero, adesso in edicola.
A MAN AND HIS BLUES
Quando nel 1991 uscì One Believer, Stevie Ray Vaughan era
già in Paradiso e il blues aveva perso un importante punto di riferimento dopo
che, negli anni ottanta, lui e Robert Cray avevano ridato ossigeno al genere.
Fu proprio il produttore di Cray, Dennis
Walker assieme al bassista e batterista Richard Cousins e Jimmy Pugh ad
aggiungere virtù a un disco che portava sotto i riflettori un bluesman di cui
si sapeva pochissimo: John Campbell.
Nato a Shreveport in Louisiana nel 1952, Campbell iniziò in giovanissima età a
maneggiare la steel guitar di sua nonna, imparando dai dischi di Lightnin’ Hopkins i rudimenti delle
dodici battute. A tredici anni si spostò a vivere in Texas dove formò il suo
primo gruppo, diede alle stampe Street Suite e si fece conoscere nei
club di Corpus Christi aprendo i concerti di Clarence Gatemouth Brown, Albert
Collins e Son Seals. Problemi di salute lo costrinsero a periodi di immobilità,
impossibilitato a suonare dal vivo, conseguenza di un incidente avvenuto a
sedici anni con un dragtser, episodio che gli segnerà per sempre la vita
lasciandogli un polmone collassato e suture in tutto il corpo. La chitarra e il
blues saranno per lui salvezza e vita, del tutto sfortunata dato che il 13
giugno 1993, improvvisamente, un infarto lo stroncò mentre dormiva nella sua
casa di Manhattan. Aveva appena fatto tappa in Italia con uno showcase a
Milano, ebbi la fortuna di intervistarlo (con Marco Denti) trovandomi di fronte
una persona gentilissima, colta, umile e sorridente che rispose a tutte le
domande con una pacatezza ed una serenità che contrastavano con quello sguardo mefistofelico
e quel ghigno sinistro che troneggiavano sulla copertina di One
Believer, uno dei dischi di blues che più ho amato per quella carica di
mistero che si portava appresso. In tale occasione l’artista mi rivelò i
chitarristi che lo avevano influenzato: oltre a Hopkins, John Lee Hooker, Son
House e Elmore James ma nutriva una particolare predilezione per la colonna
sonora The Hot Spot di Miles Davis dove compaiono Hooker, Taj Mahal con
l’acustica e Roy Rogers con la slide. In realtà il primo a dare una mano
concreta a John Campbell fu Ronnie Earl,
incontrato nel 1988 in un club di New York una notte in cui si rinchiusero nel
backstage a suonare fino all’alba, parlando di Lightnin’Hopkins e delle canzoni
che amavano. Si erano conosciuti in Louisiana ma fu in quella magica notte che
Earl decise di produrre A Man and His Blues, per poi invitare
negli Splice of Life Studios di Brighton, nel Massachussetts l’armonicista di
Muddy Waters Jerry Portnoy, il
batterista Per Hanson e il cantante Darrell Nulisch, supporto vocale in una
canzone, Judgement Day di Snooky
Prior. Il risultato fu una sorta di raffinato sampler delle influenze di
Campbell, il quale canta e suona un’acustica Gibson SJ del 1952 con un pickup
Dearmond ed un amplificatore Fender Princeton, sbizzarrendosi in solitario o
con gli altri in brani propri e nella rivisitazione di Lightnin’ Hopkins,
Elmore James e Furry Lewis, incrociando Delta e Texas blues con il vecchio
ragtime dello strumentale Deep River Rag.
Pur essendo la classica opera d’esordio A Man and His Blues è già un
attestato della bravura tecnica, della personalità interpretative e della sensibilità
di un artista che ha il blues nel sangue, capace di comunicarlo in tutte le sue
espressioni. Nell’intervista ammise di essere sempre stato attratto dagli
aspetti segreti delle esperienze spirituali e la musica era una di queste, coinvolgendo
l’intera vita. “ Da ragazzo ebbi un incidente grave che mi costrinse in casa
per oltre un anno, fu un periodo di solitudine in cui pensai spesso alla morte.
Un’esperienza che mi è rimasta dentro, e non appena iniziai ad imparare gli
accordi di John Lee Hooker e Lightnin’ Hopkins pensai che più
dell’intrattenimento mi interessava il blues come connessione ed espressione
dei sentimenti, potersi guardare dentro e comunicare all’esterno. Suonare
divenne qualcosa di taumaturgico, proprio come John Lee Hooker canta in The
Healer”.
La
mortalità, le possibilità della vita, la spiritualità sono cose che Campbell ha
sentito, assorbito e vissuto da vicino e sono la base di One Believer, nonostante la copertina con quel volto, quei
colori scuri abbiano indotto a pensare in un primo momento alla solita leggenda
del blues come musica del diavolo. “Il blues è Dio e il diavolo, il blues
esprime i sogni e gli incubi, per apprezzare il bene bisogna conoscere il male.
Non possiamo far finta che le cose negative non esistano e così è il blues,
anche se alla fine rappresenta la vittoria di chi sentendosi afflitto da
abbandoni, lutti, disperazione riesce comunque a esprimere il suo stato
d’animo, tirarlo fuori, comunicarlo. Una sorta di liberazione. Spezzare le
catene, questo è il blues, non solo musica di sofferenza ma una vittoria
dell’individuo che con fatica riesce a urlare il proprio malessere e perciò lo supera”.
Pur sapendo quanto Campbell avesse sofferto nella vita. Ed è una vera
liberazione il suo One Believer, libertà dai modelli standardizzati del blues, un
approccio affatto scolastico a una materia antica che John Campbell con le note
intense ed evocative strappate alla sua National trasporta in un mondo a sé creando
un’atmosfera densa, notturna, fatta di attesa e presagio, con titoli che citano
il diavolo (Devil in my Closet), San
Pietro (Angel of Sorrow), il voodoo (Voodoo Edge), Bela Lugosi, senza
scordarsi del blues come storia di strada, di polvere, di auto e moto, di amori
sfuggiti. Il suono è ossuto, l’immaginario è cupo, lo stile asciutto nel
risaltare linee secche e metalliche della National, la voce bassa e tenebrosa,
si ha l’impressione di scorgere l’ombra dell’ultimo Willy DeVille ma è
essenzialmente Texas blues in una scenografia da bayou des mysteres. Disco affascinante che stabilisce un’unicità
che va oltre il tempo in cui è stato realizzato. Che Howlin’ Wolf sia uno dei
prediletti del nostro lo si evince quando nel 1993 esce Howlin Mercy, titolo che associa due
termini distanti la cui unione riflette il contrasto vissuto interiormente
dall’artista. Ancora prodotto da Dennis Walker, suonato questa volta con una
“sua” band di cui fanno parte il chitarrista Zonder Kennedy, il bassista Jimmy Pettit e il batterista Davis McLarty, ovvero la potente
sezione ritmica di Joe Ely nei suoi guitar years, il disco sposta il
baricentro verso un sound più elettrico e amplificato e la dimostrazione arriva
dalla versione tutta slide di When The
Leeve Breaks di Memphis Minnie resa celebre dai Led Zeppelin e qui interpretata come se Robert Johnson nascesse
domani. Altre due cover suggellano un album dove la voce di Campbell sale
direttamente dagli inferi ed è un grido di dolore sopra una cascata di schermaglie
elettriche, caverne sonore, rimbombi tribali. La versione di Down in the Hole oscura quella di Tom Waits che al confronto sembra un
prete da oratorio, il traditional Saddle
Up in My Pony sembra dirigersi verso Paris,Texas di Ry Cooder prima che
Campbell la trascini nel suo dantesco dark-blues con una voce che incute paure
ancestrali per poi finirla in un boogie alla ZZ Top. Registrato al Power
Station di New York e mixato agli Ardent Studios di Memphis, Howlin
Mercy è solo di poco più mainstream del precedente, forse per ambire al
posto lasciato libero da Stevie Ray
Vaughan con cui condivide certe cavalcate chitarristiche furiose e torrenziali.
Comunque alternate ai tempi medi di un country-blues che si fa ballata, alla lentezza
appassionata e al potere salvifico di Love’s
Name, all’arioso southern rock di Wiserblood
e alla slide ululante di Wolf Among
The Lambs.
Sfortunato
e sconosciuto ai più, John Campbell non ha avuto modo di beneficiare della “beatificazione”
mediatica riservata ai grandi chitarristi blues, bianchi o neri che siano, al funerale
venne accompagnato da uno stuolo di bikers e l’orazione funebre fu tenuta da
Dr.John. Se ne era andato troppo presto ma bastano questi suoi tre dischi per
renderlo immortale.
MAURO
ZAMBELLINI

