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martedì 21 giugno 2011

Clarence Clemons (January 11, 1942 - June 18, 2011)


È come se mi avessero detto che la E-Street Band non esistesse più e forse è così ma la scomparsa di Clarence Clemons segna la fine di un’epoca per loro e per noi. Ci eravamo abituati a vederlo acciaccato, zoppicante, stanco, seduto su un trono dorato in qualche momento del concerto, anche se ad onore del vero nell’ultima tournee era parso più in forma che nel passato recente, ma ci bastava vederlo lì, alla sinistra (per noi che lo vedevamo) di Bruce per credere che tutto era come prima, che la E-Street Band fosse sempre la stessa, quel sogno che a cominciare dal tour di The River aveva accompagnato i nostri anni migliori e ci aveva fatti diventare adulti pensando che in fondo fondo il paradiso poteva attendere perché qui sulla terra c’era qualcosa e qualcuno che ci faceva stare tremendamente bene e ci faceva dimenticare tutte le ingiustizie e le cattiverie del mondo. Ci bastava sentire il suo sax ogni tanto e vedere quella enorme montagna nera che quando veniva inquadrato dallo schermo mostrava un viso da fiero guerriero indiano o il presidente mancante nelle rocce di Mount Rushmore nel Sud Dakota per sentirsi in pace, per sentire il cuore allargarsi, per rabbrividire di emozione quando immancabile arrivava il sassofono di Born To Run, l’unico assolo di sax in grado di competere con un assolo di chitarra elettrica, e Jungleland si ergeva in tutta la sua sontuosa grandezza facendoci capire che anche noi plebei del rock n’roll avevamo la nostra musica lirica, la nostra opera, la nostra sinfonia, i nostri Puccini e Verdi anche se figli delle backstreets e non dalle accademie.
Non era il più grande sassofonista del mondo Clarence Clemons ma era The Master of Universe, The Big Kahuna, The Prince of The City, The Duke of Paducah, per noi semplicemente BIG MAN, l’uomo alla destra (sul palco) di Bruce che ha reso immortali alcune entrate di sax più e molto di più dei suoi più talentuosi maestri come Junior Walker e King Curtis.
Una presenza monumentale, una montagna di uomo, il carrello elevatore che faceva rialzare in piedi Bruce dopo la sua scivolata di ginocchia sul palco, una “divinità” nera, magnetico nello sguardo, nella presenza, nell’ abbigliamento, nella bigiotteria e nelle unghie colorate, nei capelli e nel cappello, inquietante, imperioso e rassicurante al tempo stesso, la tangibile dimostrazione che con lui sul palco la E-Street Band fosse la più concreta realizzazione dell’integrazione nella musica popolare, già negli anni 70 quando non erano lontani i tempi della segregazione razziale ed il rock bianco viaggiava su strade diverse dal R&B nero.
La leggenda narra che nel settembre del 1971 mentre la Bruce Springsteen Band stava suonando allo Student Prince in Asbury Avenue la porta si aprì ed un ombra gigantesca entrò nel locale. Era Clarence Clemons allora sassofonista di Norman Seldin and The Joyful Noyze, un gruppo di discreto successo locale di scena al Wonder Bar pochi isolati più avanti. Chiese di poter salire sul palco e di suonare qualcosa con loro, fecero Spirit In The Night ed il firmamento si illuminò. Non se ne andò più. Nacque il mito della E-Street Band la più grande orchestra spettacolo del rock e il sax di Clarence Clemons divenne l’ inconfondibile trademark del sound di Springsteen tanto che quando capitava di imbattersi casualmente alla radio nei suoi assoli immediatamente veniva in mente la E-Street Band anche senza la voce di Bruce. Da sempre colonna portante e mascotte della band il suo contribuito non è mai venuto meno anche se nei dischi degli anni duemila il suo ruolo era stato ridimensionato ma album come The River non avrebbero potuto avere la stessa devastante carica rock/soul senza il suo lavoro.
Se ne è andato per le complicazioni dovute ad un ictus ed una amarezza profonda è immediatamente circolata fin dalle prime ore della giornata, domenica 19 luglio, tra le migliaia di fans italiani che con e-mail e sms si sono passati sbigottiti la notizia tra amici e conoscenti sperando che la condivisione del lutto potesse in qual modo alleviare il dolore e la consapevolezza che non solo la vita di Clemons fosse volata via ma anche un pezzetto della nostra storia.
La musica non muore, noi continueremo ad ascoltare il sax di BIG MAN e ad immaginarcelo come l’eroe buono che dà la stoccata decisiva a Born To Run, porta tutti a ballare in strada con 10th Avenue Freeze Out, dipinge di immenso il cielo di Jungleland e abbraccia il mondo con Land of Hope and Dreams ricordandoci quanta gioia, emozione e commozione ci ha dato.
Riposa in pace Clarence, sarai sempre con noi.

MAURO ZAMBELLINI 19 GIUGNO 2011

giovedì 2 dicembre 2010

Bruce Springsteen > The Promise: The Darkness On The Edge Of Town Story


The Promise: Darknes on The Edge of Town Story racconta con 3CD e 3 DVD la registrazione al Record Plant di New York di quell’album ed il successivo tour del 1978, considerato dagli appassionati il più esplosivo della lunga carriera live di Bruce Springsteen.
Il primo DVD intitolato The Making of Darkness of Edge of Town ricostruisce la genesi del disco, quello che successe al Record Plant , le difficoltà nel trovare il suono giusto (fu fondamentale l’arrivo del tecnico del suono Chuck Plotkin), le tensioni e la stanchezza, il cameratismo tra i musicisti e i tecnici Jimmy Iovine e Thom Panunzio, le motivazioni e la rabbia che Springsteen si portava addosso dopo che la causa legale col suo ex manager Mike Appel gli avevano impedito di lavorare in studio per più di un anno. Il film è una sorta di viaggio nella creazione artistica di quel disco, il regista Thom Zimny ha ricostruito con le immagini e le riprese dell’epoca intercalandole con interviste di oggi dove i protagonisti, a cominciare da Springsteen, parlano di Darkness e di quel periodo tanto importante per lo sviluppo del rock n’roll.
“Quel disco fu una svolta, una riflessione, una nuova maturità. Fu una sorte di grande resa di conti con il mondo degli adulti, con una vita di limiti e compromessi ma anche una esistenza con capacità di ripresa ed impegno verso la vita. Mi chiedevo come potevo rimanere leale verso le cose con cui ero cresciuto, la mia famiglia, i miei luoghi, i miei amici, il lavoro, la comunità, Born To Run mi aveva portato dappertutto, mi aveva portato il successo e la notorietà ed era stata una grande tentazione ma io non volevo tradire la mia vita interiore. Darkness fu il disco in cui volevo cercare di capire come farlo”. (B.S)

Springsteen aveva cominciato a scrivere le canzoni dell’ album in una casa a Holmdel nel New Jersey, avrebbero dovuto costituire l’ossatura del suo quarto album se la causa con Appel non gli avesse impedito di registrare, in realtà le outtakes messe a disposizione da questa ristampa dimostrano come Darkness sia contiguo in un senso a Born To Run e nell’altro a The River e molte canzoni potevano appartenere al disco che doveva esserci tra Born To Run e Darkness.
Darkness non nasce come reazione ai problemi legali sofferti da Bruce piuttosto è una reazione al successo che gli aveva procurato Born To Run e alla paura di sentirsi inghiottire in un mondo distante dalle sue origini. Il nuovo album matura difatti in un microcosmo provinciale e suburbano, nella vita della gente delle piccole cittadine del New Jersey e proprio la comprensione verso la gente comune generalmente tagliata fuori dalla vita americana ( e non solo) è l’immagine dominante del disco, quella working- class nelle cui case non c’erano libri, non c’era musica, non c’era nient’altro ed il rock n’roll si infiltrò per cambiare scenario, visioni, aspettative. Springsteen ha una visione ed è in cerca di una visione, scrive della gente che cerca di rompere queste catene, Darkness on the Edge Of Town è uno dei dischi più complessi e lucidamente rivelatori mai realizzati, una grandiosa opera di folk urbano suonato rock che aiuta a sopravvivere e non mollare mai.
Per rendere esplicito il carattere realistico dell’opera andava ridimensionata l’esuberante speranza espressa in Born To Run, necessitava un suono più scarno, più essenziale, più rado ed è proprio qui che Bruce, Jon Landau, Jimmy Iovine e Thom Panunzio lavorarono fino all’ossessione per creare un suono aspro dai colori netti, un bianco e nero cinematografico dove le chitarre e la batteria fossero preminenti rispetto alle melodie del sassofono e alla maestosità orchestrale del precedente album.
“Volevamo ridimensionare la portata, il sound di Born To Run era una specie di tecnica wall of sound, ora c’era invece questo vasto campo cinematografico. C’era questa atmosfera sinistra e speranzosa, il termine che usavamo per descrivere il sound del disco era film sonoro, volevamo un sound solitario, disincantato per mischiare terminologia audio e video, volevamo dare alle canzoni più durezza e meno dolcezza, un grande senso di implacabilità. Volevamo un disco nero come il caffè. Per Born To Run l’ispirazione era stata il Brill Buliding e Phil Spector, per Darkness l’idea era più interiore e rurale”. (Jon Landau)

Il risultato è un’opera d’arte che unisce il realismo urbano americano con le suggestioni noir dei film in bianco e nero. Un sound livido e urbano diventa la poesia della gente comune, esseri dimenticati nelle tante smalltown della provincia americana e nelle periferie metropolitane. Il cambio è netto rispetto al passato, radicale, non appena si ha in mano la copertina di Darkness. E’ questione di tonalità, mai foto (Frank Stefanko) sono risultate così rivelatrici rispetto ad un contenuto, c’è quella faccia da operaio che si immagina identica a quella dei personaggi delle canzoni, c’è immedesimazione tra artista e protagonisti della storia, come se Springsteen dicesse “sì, questa è la mia storia ed è anche quella dei personaggi delle mie canzoni”.

Già dalle battute iniziali di Badlands si capisce che questa è musica arrabbiata e ribelle ma anche adulta. La chitarra urla, l’organo ulula, le voci ruggiscono, il basso pulsa , la batteria è uno schianto, il suono è fresco e implacabile, nell’oscurità ai margini della città puoi trovare la forza per resistere. Patti Scialfa, solitamente parca di commenti, sintetizza con lucido candore nel DVD “adoro l’immagine del lupo solitario e scaltro che vedo quando ascolto questo disco”.
Fu però l’intervento decisivo di Chuck Plotkin, un tecnico del suono di Los Angeles, a togliere le castagne dal fuoco e a porre fine a quelle massacranti settimane di registrazioni. Fu il salvatore del disco, colui che seppe ridurre l’ enfasi delle canzoni con un mixaggio più stringato e moderno alzando i livelli di chitarra e batteria e trasformando Darkness in un ideale di rock n’roll da strada, “un sound elettrico evoluto da Highway 61 e condensato a livelli esplosivi destinato a diventare standard per un ‘intera generazione a seguire”. (Marco Denti)

Darkness on the Edge of Town venne pubblicato il 6 giugno 1978 in un anno in cui si contano almeno una quindicina di dischi imperdibili. Originariamente avrebbe dovuto intitolarsi The Promise in onore di una delle più belle ballate scritte e poi accantonate, oggi The Promise è il titolo dell’ intera ristampa, tre CD e tre DVD raccolti dentro il mitico block notes su cui Bruce scriveva appunti, titoli, testi di canzoni, minutaggio dei brani e scalette che offrono il materiale originale e le outtakes, gli estratti del tour del ’78 ed il concerto a porte chiuse tenuto ad Asbury Park nel 2009 con l’intero Darkness. Un’opera sontuosa e completa all’altezza di un grande avvenimento discografico e culturale.

Sono ventuno le outtakes incluse nei due CD delle Lost Sessions di Darkness on the Edgle of Town. C ‘è una Racing In The Street monca del colossale crescendo piano/organo nel finale ma con un violino in più e una Factory sotto mentite spoglie ovvero Come On (Let’s Go Tonight), una Talk To Me finita in Heart of Stone di Southside and The Asbury Jukes e altre “sconosciute” già bootlegate. Niente di tutto ciò avrebbe però arricchito il disco originario anche se eliminare Rendezvous, Because the Night e soprattutto The Promise non deve essere stato facile ma tutto quanto poteva allentare la tensione dell’album e diluire i toni cupi e amari da blue-collar record doveva essere lasciato fuori. “Scarti” come Gotta Get That Feeling, brano che risuona dello stile di Born To Run con tanto di assolo di sax, cori newyorchesi doo-wop e scampoli di monumentale wall of sound spectoriano, Oustide Looking In già orientata invece verso The River con Bruce che urla alla Jackson Cage sugli schiamazzi R&B di Clemons e la mollacciona Someday (We’ll Be Together) non rientrano nella sceneggiatura di Darkness.
Meno facile magari rinunciare a One Way Street, lento ed intimista brano da songwriter, con un misurato lavoro di Roy Bittan al pianoforte ed una entrata di Clemons dai toni romantici e Wrong Side Of The Street, la parte sbagliata della strada con quel carico di rock n’roll da guappi che farà da base a mezzo The River.
Ovvio fare a meno invece di The Brokenhearted, love-song spezzacuori e zuccherosa cantata con il pathos dell’Elvis di Can’t Help Falling In Love mentre in Candy’s Boy si affaccia la crepuscolare malinconia delle periferie con Federici che suona il glockenspiel e la nebbia che ingrigisce l’orizzonte.
E’ difficile credere che Save My Love sia un prodotto di quel periodo ma dall’archivio del 1976-1978 presentato nel DVD c’è una delle prime stesure della canzone così come veniva suonata a Holmdel. Nel CD la versione è un’altra, ha una brillante e squillante veste sonora e induce a credere che sia stata reincisa dallo Springsteen di oggi, cosa che spiega la sua diffusione via rete e via radio. Ain’t Good Enough For You va molto addietro, a quelle sarabande soul-rock che richiamano lo stile da festa del quartiere di The Wild The Innocent and the E Street Shuffle mentre Spanish Eyes grazie al titolo sembrerebbe una soul-ballad del De Ville con la rosa in mano e It’s a Shame è materia da Asbury Jukes con massiccio dispiego di trombe e sassofoni. Del tutto anonima è The Little Things (My Baby Does) il cui falsetto sta a Darkness come la simpatia sta a Gasparri, Breakaway è del genere ballatona col pianoforte e struggimento interiore e City Of Night un talking sinuoso che chiude le Lost Sessions prima della ghost song The Way, prodromo di quello che diventerà Drive All Night.

Ci sono altre outtakes nel secondo DVD riportante sia il concerto che la E-Street Band originaria con l’eccezione di Charlie Giordano al posto di Danny Federici e l’esclusione di Nils Lofgren ha tenuto il 13 dicembre 2009 al Paramount Theatre di Asbury Park per “commemorare” Darkness. Queste outtakes sono estratte dagli archivi del biennio 76/78 e regalano un ispirato e riccioluto Bruce a dorso nudo ad Holmdel con una band parecchio scarmigliata impegnata in una versione ancora primitiva di Save My Love, in una scheletrica Candy’s Boy con Little Steven alle prese con maracas e campanacci. Da Red Bank arriva invece Something In The Night solo piano e voce e dagli studi di New York City un bianco e nero suggestivo con Don’t Look Back, Ain’t Good Enough For You, Candy’s Room solo per pianoforte e una sofferta The Promise, qui rauca e meno rifinita.
Da antologia gli ultimi cinque brani di questi Thrill Vaul 1976-1978. Siamo a Phoenix nel 1978 nel tour di Darkness, sono passati solo due anni da Holmdel ma sembrano dieci. Magro, spiritato, capelli corti, giacca, jeans e stivali scuri, abbigliato come un bad boy della new wave, Springsteen è un punk che comunica un rock n’roll di devastante energia che stordisce il pubblico di Phoenix con una sequenza mozzafiato di Badlands, The Promised Land, Prove It All Night, Born To Run e Rosalita. E’ solo una parte di concerto ma basta per far capire cosa stia succedendo quell’anno nel rock e chi sia il santo arrivato in città. Lo show è incandescente, una colata di adrenalina, le fans assaltano il palco travolgendo letteralmente Bruce e avvinghiandolo in un bacio appassionato. E’ solo un assaggio dello show riportato dal terzo DVD ovvero Bruce Springsteen and The E Street Band a Houston, Texas ill 12 dicembre 1978.
Era la seconda volta che la E-Street Band passava da Houston quell’anno ma il 12 dicembre rimane una data che i texani si ricorderanno a lungo perché uno del nord così scatenato non l’avevano mai visto. C’è il quasi debutto di Indipendence Day e di You Can’t Sit Down ma al di la della scaletta basata su Darkness ma con tanti titoli del passato (It’s Hard To Be A Saint In The City, Spirit In The Night, Rosalita, Fever) e qualcuno del futuro (The Ties That Bind, Point Blank) questo show è un’ esplosione atomica, Bruce è un punk tarantolato che ha deciso di rifondare il rock n’roll e la E Street Band una macchina da guerra che non fa prigionieri. Le riprese video sono tipiche dell’epoca, poche luci, poche camere, tutto molto semplice ma l’atmosfera è eccitatissima e lo show una dimostrazione di vitalità, irruenza, entusiasmo, urgente comunicativa fuori dall’ordinario. Non c’è ancora la perfezione che subentrerà dopo il tour di The River ma questo è un bene perché i concerti di questo tour e Houston non si discosta sono una questione di vita o di morte. Chi è sempre stato freddo o indifferente a Springsteen dovrebbe vedere questo show, uno dei tanti di quel tour del 1978 diventato leggenda, un tour iniziato il 23 maggio allo Shea Theatre di Buffalo e terminato il primo gennaio del ’79 a Cleveland, un tour che ha reso epico il gesto di Bruce Springsteen con la E-Street Band. Tre ore e mezzo di show più altre tre ore mezzo di soundcheck, un tour de force portato all’estremo della resistenza fisica e psicologica che al tempo venne immortalato da alcuni bootleg leggendari come Live In The Promised Land e Piece de Resistence, documenti preziosi che alimentarono la mitologia dello Springsteen live e portarono centinaia di italiani a Zurigo in quel fatidico 11 aprile del 1981.
Dopo trentadue anni ci viene consegnata la cronaca di quel tour, un modo per ritornare indietro (con una certa nostalgia) a quell’epoca, a quella giovinezza (nostra e di Bruce) dove sembrava che il rock n’roll dovesse cambiare il mondo e la vita. Forse non è stato così ma Bruce la sua promessa l’ha mantenuta.

MAURO ZAMBELLINI NOVEMBRE 2010

lunedì 26 luglio 2010

Cronaca di una spedizione selvaggia (Springsteen a Zurigo)


A complemento della lettera di Federico Bartolo del post precedente, ci è sembrato naturale riportare l'articolo apparso a firma Mauro Zambellini sul Mucchio Selvaggio n. 42 del 1981

Un concerto di Springsteen non è uguale agli altri concerti. Per tante ragioni. Prima di tutto, già dal mattino, bisogna sopportarsi le assurde nuove scarpe di Rinaldo, la cravatta démodé di Blue Bottazzi e la cassetta di Dalla che insistentemente Anna infila nello stereo della macchina.
La Svizzera è vicina, pulita e fastidiosamente perfetta. La sporcano le decine di macchine e autobus italiani in pellegrinaggio, che si incontrano all'altezza del lago dei Quattro Cantoni.
Sono tanti i tifosi della E-Street Band, dentro l’Hallenstadion. Quasi il 50% acclamerà Springsteen con accento tipicamente latino. Quale miglior pubblico per un tarchiato italoamericano?
Cercare l’Hallenstadion, quando si è incolonnati in otto macchine, non è cosa semplice. Ci si scontra con una lingua poco malleabile, con l'ottusità di uno svizzerotto, che per un leggero tamponamento chiede in cambio metà della Lombardia più la contea di Camerino, con una segnaletica più adatta alle intermittenze dell’albero di Natale.
Raggiungiamo il Zentrum grazie alle intraprendenza mitteleuropee di Blue e dopo il Zentrum è gioco da ragazzi arrivare fin sotto lo stadio coperto dove è programmato il concerto. I nostri biglietti sono verdi come la speranza, ma questa cade subito quando raggiungiamo i posti numerati: in linea retta il punto più distante dal palco! Dopo una passeggiata sotto il palco, mi accorgo che gran parte dei fans italiani sono confinati nei punti meno graziosi e più periferici dello stadio e pensare che i'organizzazione aveva perfino invitato una rock magazine come "Sorrisi & Canzoni” alla conferenza stampa del boss. Mi piacerebbe proprio sapere le domande rivolte: “Cosa pensi dell’amore???”
Strani scherzi, ma poi neppure tali, del grande circo del rock.
Sorpresi sì ma avviliti no, noi ammucchiati siamo presenti per gustare lo spirito primitivo e sensitivo del concerto lontani mille miglia dai pettegolezzi e le moine style Montecitorio che avvengono dietro le quinte o dentro le stanze degli hotel e rendono improvvisamente grandi piccole cariatidi dall’universo di pastafrolla.
Il pubblico, non più di 7/8 mila, non è quello delle storiche band degli anni 60 e neppure quello della new-wave ma piuttosto una miscela poco colorata di innamorati di rock sanguigno e rythm & blues, di Little Feat, di Tamla Motown, di musica che sia identità ludica e non esibizione di simboli.

Alle 19.05 si spengono le luci a compare Bruce che attacca da solo Factory parlando delle fabbriche di plastica viste dall'autostrada che lo ha portato dalla Germania a Zurigo.
Anna tende a svenire (è una grossa fans di Springsteen, non delle fabbriche) ma Max il biondo la rinviene e la E-Street Band attacca Prove it all night. Tutti si alzano e abbandonano le proprie postazioni, scavalchiamo, scivoliamo, spingiamo e conquistiamo il diritto di vivere il concerto nel suo giusto spirito.
C'è qualche apprensione dopo la cancellazione delle date inglesi ma svanisce di colpo. L'immaginazione che per anni si è nutrita di bootleg e di cronache riportate è soddisfatta e finalmente è realtà.
Springsteen dal vivo e la più vera e sudata incarnazione dello spirito del rock. Sintetizza nel suo act tutto quanto il rock & roll ha prodotto: emozione, feeling, dramma, compiacimento, power, rabbia e amore.
Sul palco è un vero Jake La Motta del rock. Si muove e salta come un eroe del ring, impugna la chitarra come un Winchester, incita il pubblico ad unirsi a lui nella soddisfazione di ciò che sta facendo.
Attorno a lui i «boys» Tallent e Van Zandt, quest'ultimo in completo nero sembra un becchino francese, e «Master of Universe» Clarence Clemmons, colui che si mangia due grattacieli alla volta, completano il primo piano della stage rispondendo alle continue esortazioni di entusiasmo di Springsteen.
Dietro, in secondo piano, la professione e la precisione di Bittan, Federici e Weinberg completano la scena e sorreggono un lirismo che a volte diventa epico.

L'eccitazione è alta e l'acustica ottima, dopo una drammatica Darkness of edge of town, Bruce attacca Who’lI stop the rain dei Creedence Clearwater e il pubblico lo ricompensa con una ovazione generale a mani alzate.
Sembra incredibile ma quasi tutti conoscono i pezzi eseguiti per cui nei ritornelli si crea un aottofondo cantato che esalta la figura di questo cantautore popolare contornato dal carisma presente in figure simili della musica USA (Guthrie, Presley, Dylan, Young, Browne).
Rende omaggio a Woody Guthrie eseguendo con la chitarra acustica This land is my land e appare chiaro come dentro di lui si rifletta buona parte della cultura e storia americana.
Non è rock della trasgressione il suo anche se le sue liriche pullulano di situazioni “balorde”, queste hanno però una risoluzione compatibile con la tradizione populista dell'ideologia americana. Il suo romanticismo,la sua ricerca della libertà, le sue fughe, conservano lo spirito primitivo e ingenuo dell'avventura così come è stata codificata nell' american dream.
Ha però la capacità di farle rivivere nel rock con una tale intensità ed un tale senso dello spettacolo che alla fine sembrano stravolte e carica il sogno dell'ascoltatore di contenuti radicalmente deviati. Può essere benissimo per tali ragioni il nuovo Elvis Presley; anche allora il SIGNIFICATO fu ribaltato dall'EFFETTO.

Le emozioni raggiungono l'apice, il rock è allo stato puro quando esegue Badlands e si cala tra le prime file dei pubblico lancinando una chitarra usata come estrema e finale possibilità della voce.
Il sudore scende dalle braccia e incontra il metallo della chitarra, riflette la bellezza e perché no il tono leggendario del concerto. Si chiude la prima parte e ce n'è proprio bisogno.
Quando riprende, Springsteen lo fa con Sherry Darlin’ e con una bella ragazza catturata fra il pubblico, balla, la bacia e la invita ad aspettarlo dopo l’act. Fortuna da rock & rollstar. Noi, comuni mortali, continuiamo a dimenarci sulle sedie. Anche i più “inglesi”, come Glauco e il grande capo lakota perdono le staffe, per non parlare dei biondi Max e Anna ormai virati al rosso per l'eccitazione.
Una sequenza mozzafiato di brani tratti da The River e Springsteen se ne va sugli amplificatori a realizzare la celebrazione estetica della chitarra. Chi non ha posato almeno una volta con quel “simbolo” puntato come fosse la propria forza scagli la prima pietra! Clemmons lo imita, meno agilmente, dall'altra parte del palco facendo la gioia dei fotografi appiccicati sotto.
Arriva Racin’ in the street, il cui lirismo è pari solo alla commozione e alla bravura di Roy Bittan. Poi è la volta di Backstreets e di Rosalita con cui, tra l'ovazione del pubblico, viene presentata in maniera chiccosa tutta la E-StreetBand. È la fine del concerto.
Il bis non si fa attendere ed è Born to run ad esaltare ancor di più «the spirit of rock & roll », poi con la Detroit Medley Springsteen trascina Clemmons, Tallent e Miami Steve in un carosello rituale di puro omaggio ai grandi interpreti di rythm & blues.
Tutti cantano, anche i muti. Il suono è possente, energico, pulito, nello stesso tempo, Springsteen riesce a comunicare drammaticità e entusiasmo con una generosità al limite dell'incredibile.
Se ne va dopo tre ore di concerto. Penso come sia possibile sostenere un tour di 40 date con un dispendio di energie del genere: è proprio il Jake La Motta del rock! So che ama la Coca Cola, ma i miei pensieri sono molto, molto più maliziosi...
Acclamato concede il saluto finale al “favoloso pubblico di Zurigo” eseguendo Rock & Roll over the world di John Fogerty terminando con quel suo tipico salto all’indietro a Fender sguainata.
Miglior saluto non poteva esserci per i fans più incalliti. Mi siedo, mi accendo una sigaretta e non aggiungo una parola di più.
Fuori incontro Stefano, un elegante chitarrista milanese, è stravolto. È stato per tutto il concerto nella calca sotto il palco, non ha più un filo di voce ma riesce a dire: “Dio esiste, l'ho visto a Zurigo!”.

Il ritorno è nella notte, in compagnia della pioggia e di qualche blues.

Mauro Zambellini

foto di Blue Bottazzi

REPERTORIO ESEGUITO DURANTE IL CONCERTO DI ZURIGO

l' PARTE
Factory- Prove ti all night- Qut in the streets - Tenth Avenue Freeze out -Darknessin on the edge of town - Independence day - Who’ll stop the rain -Two hearts - Promised Land - This land is my land - The river - Badlands-Thunder road.

II’ PARTE
Cadillac ranch - Sherry darlin’ - Hungry heart - Fire - You can look -Wreck on the higway - Racin’ in the street - Backstretts - Ramrod - Rosalita - Born to run - Detroit medley: Good Golly Miss Molly, Devil with the blue dress, c.c. rider, Jenny Jenny - Rock & Rollover the worid

giovedì 22 luglio 2010

Messina, USA


Questa volta invece di scrivere io, lascio spazio a una bellissima lettera ricevuta da Federico Bartolo:

"Stavo mettendo un po’ d’ordine alla mia perenne confusione cercando di sistemare i giornali musicali che in oltre 30anni ho conservato quando una copia del Mucchio Selvaggio con Springsteen in copertina (numero 42 anno 1981) è saltata fuori. Il nastro dei ricordi si è riavvolto e magicamente seduto li in terra in mezzo alla polvere delle cose che stanno in soffitta ho riaperto quel numero che raccontava del concerto all’Hallenstadion di Zurigo. Lo ricordavo perfettamente quel reportage di Zambo parola per parola anche perché se non ho mai visto Bruce dal vivo in parte è colpa di quel meraviglioso resoconto. A quel tempo insieme alle canzoni di Bruce, Clash e Tom Waits, il Mucchio è stato la mia giacca per il freddo. Oggi rileggendolo ho pianto come in quella mattina. Lacrime sulla città Bad Scooter cerca il suo buco ed io sono solo assolutamente solo e non riesco ad andare a casa. A 18 anni quella mattina di Giugno sarei dovuto andare a scuola, ma passando dal tabacchi-edicola l’unico posto dove arrivava il Mucchio lo vidi appeso con la molletta da bucato che penzolava nel vento. In copertina c’era Bruce e Big Man per cui non ci pensai due volte a fare colletta dato che di soldi non ne avevo. Ma allora la gente era generosa e in breve tempo raggiunsi la somma necessaria comprai il giornale e mi incamminai verso il porto. Mi sedetti sugli scalini del molo dove alcuni anziani stavano pescando. Rimasi li tutta la mattinata leggendo e rileggendo quel racconto guardando le navi e lo stretto di Messina mentre le lacrime mi inondavano il viso. Poi bighellonai senza meta per la città, andai alla stazione a guardare i treni e poi al bar del porto , dove mi conoscevano tutti quelli che lo bazzicavano che non erano stinchi di santo, ma erano buoni con me. Vagai solitario per una zona radioattiva e ne usci con l’anima intatta mi nascosi nell’ira della folla ma quando mi dissero siediti io mi alzai oh.. crescevo.
Bruce lo conobbi per caso spulciando le copertine in un negozio di dischi che si chiamava Parametro, mi ritrovai in mano la copia di Darkness on the edge of town è fu un colpo al cuore. Guardavo quella faccia dura e spigolosa irriverente e malinconica guardavo quel teppista ed era come guardarmi allo specchio. Ma come al solito soldi non ne avevo quindi nascosi il disco nel reparto della musica classica per sottrarlo ad un eventuale compratore perché di copie ne avevano una sola. Non sapevo neanche chi fosse quel tizio dal cognome impronunciabile ma quella faccia mi aveva detto tutto, tutto quello che c’era da sapere. Conoscendomi sapevo che avrei trovato il modo per racimolare il denaro, mi serviva solo un pò di tempo. Il mio amico Sal (come Dean) mi venne in aiuto pochi giorni dopo. Trovò un lavoretto che avremmo fatto di domenica, si trattava di un trasloco. Ci spezzammo la schiena quel giorno, dalle sei del mattino alle undici della sera a trasportare una montagna di scatole, mobilia, suppellettili che non servivano a nulla ma si sa la gente ama circondarsi di cose inutili. Alla fine della giornata ero distrutto ma avevo i soldi in tasca ed era quello che contava. Di primo mattino suona il fischio della fabbrica l’uomo si alza dal letto, si veste prende il suo pranzo ed esce nella chiara luce del mattino. È vita, vita,niente altro che vita di lavoro. L’indomani il negozio che si trovava vicino alla scuola che frequentavo era aperto già di buon’ora dato che vendeva anche articoli di cartoleria per cui prima di entrare in classe comprai il disco che misi dentro la carpetta da disegno che ogni studente che frequentava il tecnico geometri doveva avere. Quelle sei ore di lezione furono lunghissime di tanto in tanto sbirciavo la copertina cercando di memorizzare quel cognome, ma continuavo a fissare il volto ero ipnotizzato da quello sguardo. Ero prigioniero, mi sentivo soffocare cercavo la mia strada , ma qual’era la mia strada. “tutto mi sembrava un vicolo cieco il r’n’r arrivò in una casa dove non esistevano né musica nè libri né qualunque scampolo di creatività, e s’infilò ovunque” Suonai quel disco a tutto volume per giorni ero il terrore del vicinato tutti si lamentavano con i miei genitori ma a me non dicevano nulla di certo il mio aspetto e il mio sguardo faceva la differenza cosi evitavano di affrontarmi alla fine non dissero più nulla deposero le armi e di certo mi odiarono. Quelle canzoni le mandai giù a memoria ogni nota ogni passaggio lo conoscevo perfettamente quelle canzoni erano state scritte senza filtri senza veli , dopo Woody, era la voce della classe operaia , di chi aveva perso tutto, era la voce dei perdenti, dei ribelli sognatori a qui ridava dignità rispetto speranza. Sì la speranza, di credere in se stessi che non è cosa da poco. Sei nato con nulla e cosi sei felice appena hai qualcosa mandano qualcuno per cercare di portartela via.
Nessuno tolti i Clash dopo DARKNESS è riuscito a cantare quei temi con quella violenza e quel romanticismo disarmante perché certe cose non vengono dal nulla ma ti abitano dentro dopo sarai libero di respirare, l’angoscia se ne andrà, svanirà nel buio e pagherai un prezzo perché c’è sempre un prezzo da pagare. Bruce non le canterà mai più con quel intensità che aveva nel tour del 1978, non avrebbe mai più potuto farlo. Ma da lui in quei giorni imparai a lottare e a non arrendermi mai. Le illusioni ti indeboliscono i sogni e le possibilità invece ti rendono forte”.
Sono cresciuto nella periferia nord della città in una valle dove c’era una sola strada e la Fiumara (il mio fiume). Ero circondato da alberi di limoni e mandarini e c’era una grande gebbia dove d’estate mi tuffavo insieme alle rane ai girini e al lippo (muschio) dopo aver giocato scalzo al pallone con 40 gradi di temperatura perche un paio di scarpe da calcio non le ho mai avute. Con il mio amico Pino andavamo a caccia di tiraombra e a mangiare le nespole e le ciliege dagli alberi ed avevo sempre un cane randagio con cui dividere il mio panino con il pomodoro, e c’era mia madre affacciata al balcone. Ho imparato a tenere la guardia alta e a difendermi dai più furbi ho fatto a botte ne ho prese e ne ho date è stata dura avvolte ma crescevo solitario e forte. Sto pensando, sono un perdente su questo percorso sto morendo ma non posso tornare indietro perché dall’ombra sento invocare il mio nome e ti accorgi di come ti hanno giocato questa volta. Sono tutte menzogne ma sono impigliato nei fili di ferro di queste strade di fuoco. Molto presto mi resi conto che non avrei avuto molte possibilità per la mia vita se non quelle già tracciate da altri prendevi un diploma poi facendo le giuste anticamere ovvero leccando il culo al politico di turno potevi finire a fare l’impiegato alle poste o in ferrovia o prendere il posto di tuo padre se era stato servizievole con il suo padrone. Se decidevi di fermarti alla terza media finivi a fare il manovale o a vendere la frutta per strada. Io di leccare il culo non ne ho mai avuto voglia pertanto ero in fuorigioco ero una scheggia impazzita in un sistema perfetto a renderti una nullità il rock mi ha salvato la vita, Bruce mi ha salvato la vita.
Sono andato giù al fiume e mi sono giocato il tutto per tutto da solo con le mie forze. C’è chi nasce sotto una buona stella e chi invece la buona stella se la procura in qualsiasi modo. The River me lo regalò (mesi dopo l’uscita ufficiale) mio cugino per il mio diciottesimo compleanno.

Nel frattempo Zambo sul numero 35 (nov. 1980) del Mucchio scaldò i motori non pago della recensione con un articolo e un paio di testi tradotti. Sulla copertina del disco c’era sempre lui ma stavolta era un Bruce agreste non più metropolitano da bassifondi. Con camicia a scacchi e il viso sicuramente più rilassato sembrava un novello John Fogerty. The River al di là delle apparenze è un disco di canzoni folk vestite di rock. Canzoni che si possono suonare con una chitarra acustica a differenza di quelle di Darkness, disperate, elettriche fino al midollo. Quando finalmente arrivò sul piatto del mio piccolo HI-Fi fu una festa di paese, la mia casa si riempi di amici avevo fatto proseliti anche nel vicinato curiosi di ascoltare una musica diversa da quella che passavano in radio. In quell’estate del 1981, complice il fatto che i miei genitori partirono per andare a trovare una zia, bevvi birra a fiumi e fumai come un turco ascoltando uno dei migliori dischi di sempre. Wreck on the Highway è una ballata folk di tre accordi struggente e bellissima una delle migliori di questo gigantesco doppio ed è la fine di The River e l’inizio del capolavoro Nebraska. A volte mi sveglio nell’oscurità e osservo la mia bambina mentre dorme poi mi metto nel letto e la stringo forte. Rimango li la notte pensando ai rottami sull’autostrada. Quel concerto lo avevo sognato lo sentivo nel profondo che quella era la mia occasione di vedere il mio Bruce ma al solito dovevo fare i conti con le mie possibilità che erano uguali a zero. Quando quel giorno lessi quella diretta del concerto di Zambo capi che quella magia era irripetibile avevo perso la mia occasione dopo non sarebbe stato più lo stesso. Arrivò Nebraska e poi i giorni di gloria, cosi al bivio me ne andai per le mie strade blu, in cerca delle mie possibilità come lui mi aveva insegnato. A volte il vecchio fuoco si è riacceso penso a The Ghost of Tom Joad, a 41 Skin, Devil & Dust. Ma quando ho voglia di rincontrare il mio vecchio amico è sempre al fiume che scendo, al buio ai margini della città. La porta a vetri sbatte il vestito di Mary svolazza come se fosse una visione balla sotto la veranda mentre la radio suona con Roy Orbinson che canta per le persone sole.
Telefonai a mia madre da una cabina telefonica verso l’una per tranquillizzarla, sapevo che era in pena per me mi vedeva smarrito e silenzioso. Verso le otto di sera andai alla fermata degli autobus ed aspettai il sette sbarrato per far ritorno a casa. Quando scesi alla fermata vicino la chiesa alzai gli occhi e la vidi affacciata al balcone anche lei mi vide e rientrò in casa. Mi incamminai lentamente sali le scale del palazzo e suonai il campanello. Lei venne ad aprirmi e con la sua ruvida dolcezza mi chiese dove fossi stato tutto il giorno. Senza neanche stare a pensarci gli risposi a Zurigo mamma con Mauro Zambellini , mi guardò sorniona e pensando che la stavo prendendo in giro mi rispose "ed io a New York". Le sorrisi e l’abbracciai e fu la prima volta che lo facevo.

Messina 30 GIUGNO 2010 BARTOLO FEDERICO

A MAURO ZAMBELLINI CON PROFONDA GRADITUDINE

lunedì 21 giugno 2010

Bruce Springsteen & The E Street Band > Wrecking Ball / The Ghost of Tom Joad


Erano circa dieci anni che non sentivo su disco uno Springsteen così intenso ed emozionante, uno Springsteen che trascina la E Street Band in una di quelle performance per cui, a ragione, è diventato the Boss. Il documento che testimonia di uno Springsteen così salutare è piccolo, solo un vinile a 45 giri dove vengono riportati sul lato A la versione live di Wrecking Ball del Giants Stadium del 2 0ttobre 2009, già circolata in rete e sul lato B la versione live del 7 aprile 2008 di The Ghost of Tom Joad ad Anaheim in California, anche questa già disponibile in rete nei Magic Tour Highlights.

Due brani di incredibile forza evocativa raccolti in un vinile per festeggiare il record store day. La prima, un omaggio al popolo del New Jersey e del Meadowlands è un talkin’ irresistibile che parla di baseball ed inneggia alla vita, sale piano ma decisa e si trasforma in una sorta di incalzante giga irlandese suonata rock, con Bruce che ossessivamente ripete wrecking ball mentre la sua chitarra acustica introduce prima le tastiere e poi l’intera band che si scatena in una corsa forsennata come fosse una palla demolitrice lanciata dal più spietato dei battitori. Corale, potente, trascinante, Wrecking Ball è un brano di enorme trasporto fisico, una canzone di magnetico spirito collettivo dove pubblico, artista e band sembrano convergere in quell’unico punto che nel calcio è il gol, nel football la meta, nel basket il canestro, nel baseball il punto e nel rock l’apoteosi. Da brani come questi nascono le leggende.

Non è da meno il lato B ovvero la versione forsennatamente elettrica di The Ghost of Tom Joad qui impreziosita dalla presenza del chitarrista dei Rage Against The Machine Tom Morello. Brano già di per sé carismatico, tratto dall’amaro racconto sull’America contemporanea che è Tom Joad subisce un trattamento che ne altera profondamente i caratteri originari di protest song. Da canzone folk con chitarra acustica, voce desolata e fisarmonica diventa prima un classico da E-Street Band con tanto di echi western sottolineati dalla lap steel di Lofgren ed infine muta in un rabbioso e acido urlo di dolore con Morello che distorce la chitarra ricavandone rumori da mitragliatrice . Un finale violento e punk che prende a sberle il sogno americano e rimette in sesto uno Springsteen che quasi me ne ero dimenticato.

MAURO ZAMBELLINI

lunedì 4 gennaio 2010

Gypsy Soul #2


(...continua)

Moondance
Non è automatica le connessione tra il soul nero e i cantautori bianchi ma è fuori di dubbio l’influenza che la black music esercitò in molti dischi dei primi anni settanta. Van Morrison, che si può tranquillamente considerare il capostipite di questa tendenza, aveva alle spalle un background di musica nera di tutto rispetto visto che negli anni sessanta con i Them aveva saccheggiato un intero repertorio di R&B e di blues (se ne trova rispondenza nell’ottimo doppio cd della Deram del 1997 The Story Of Them Featuring Van Morrison) ma è con Moondance e St.Dominic’s Preview che il suo Caledonia Soul esplode in tutta la sua bellezza. Assemblando in modo originale blues, folk, soul, jazz ed elementi di musica celtica in canzoni lunghe, epiche, dense di un lirismo elusivo e sensuale e modulate da una voce potente e dinamica, Van Morrison crea uno stile unico che gli darà continuità per tutta la carriera.
Le basi di questo stile vengono poste con T.B Sheets, Madame Gorge e Beside You registrati, subito dopo aver lasciato i Them, nei Bang Masters (Sony, 1991) con il produttore e autore soul Bert Berns ma è con l’introspettivo Astral Weeks e con l’estroverso Moondance che viene raggiunto l’apice.
Come i Basement Tapes aiutano a spiegare la transizione di Dylan da Blonde On Blonde a John Wesley Harding, così i Bang Masters aiutano a capire la trasformazione di Van Morrison dal rauco e aspro R&B dei Them alla melodiosa trascendenza di Astral Weeks, Anche se è Moondance (Wb, 1970) a completare l’opera di rifinitura del Caledonia soul con l’introduzione di un ampia sezione fiati e con un approccio decisamente jazz. La prima facciata del disco con la sequenza Stoned Me, Moondance, Crazy Love, Caravan, Into The Mystic è roba da mille e una notte, la personalissima voce di Van Morrison, ora potente e ora gentile, capace di esplosioni improvvise e di momenti di grande rilassamento, regala emozioni impagabili.
Difficile fare meglio, St.Dominic’s Preview (Wb,1972) viaggia sulle stesse coordinate musicali con il folgorante R&B Jackie Wilson Said, omaggio ad uno dei suoi soulman preferiti mentre I Will Be There la si potrebbe ascoltare da un orchestra jazz in un club alle due di notte. St. Dominic’s Preview offre un cuore straziato e Listen To The Lion e Almost Independence Day sono due estesi viaggi nel mistico e in quella spiritualità che What’s Goin’ On aveva così bene predicato.

Due album in grado di fare scuola, di creare uno stile, di influenzare. Ne sanno qualcosa Dirk Hamilton e Bruce Springsteen. Inutile negare che quest’ultimo sia stato stregato dal Van Morrison di Moondance, lo si avverte in The Wild, The Innocent and The E-Street Shuffle (Cbs, 1973) dove gli umori latin e soul-jazz sono quasi prevalenti rispetto al rock e dove le percussioni, l’organo Hammond e il sax giocano un ruolo di primo piano creando quello shuffle da strada, erotico e festoso, che fu l’immagine dello Springsteen di Rosalita, Incident On 57th Street e Kitty’s Back.
Ce ne è conferma anche nel dvd del concerto del 1975 all’Hammersmith Odeon di Londra incluso nella riedizione del trentennale di Born To Run dove, tra le note di The E Street Shuffle e Kitty’s Back, si rintracciano citazioni di Moondance, di Havin’ a Party di Sam Cooke, di Shaft di Isaac Hayes a dimostrazione di un circolo di influenze in cui musica nera e rock bianco si rincorrono e si confondono.

Anche il Dirk Hamilton degli inizi, in particolare quello di Alias I (oggi disponibile in una edizione in digipack della Akarma con due bonus tracks) è della partita. Il rocambolesco R&B di The Eyes of The Night e The Ballad Of Dicky Pferd, le ballate di For Diana, Alias I e Joanna Ree hanno il merito di introdurre un songwriter brillante e dalla scrittura senza freni, che predilige canzoni a ruota libera e melodie dal volto umano con un folk-rock che si tinge di soul, dove a fianco del classico allineamento basso/chitarra/batteria ci sono ottoni, percussioni, tastiere e fisarmoniche.

(2 - continua)

venerdì 31 luglio 2009

Bruce Springsteen and the E Street Band Udine 23 luglio Stadio Friuli



Ho scelto Udine questa volta per vedere Bruce. In mancanza di Milano mi è sembrata la scelta, per me, più logica visto che da quelle parti ho degli amici fantastici che hanno organizzato un mini-bus che ci ha portato prima in una cantina di Nimis ad assaggiare vari tipi di Refosco, poi in una ombrosa trattoria, Ramandul, di collina dove si è dato fondo alla nostra fame impenitente ed infine sul torrente Torre dove un tuffo nella fresca acqua di montagna ci ha tolto via i fumi dell’alcol e del cibo. Quando siamo arrivati, una ventina di persone, allo Stadio Friuli eravamo perfetti, pronti a calarci nella calura del concerto. In effetti Udine si è dimostrata una scelta azzeccata dal punto di vista della cordialità e della educazione delle persone, viva il Friuli e i paesi limitrofi, Slovenia, Austria e Croazia compresa, nessuna scena isterica di fan isterici, tanti giovani almeno nel prato, bella atmosfera rilassata e pacifica, acustica ottima, organizzazione efficiente sebbene l’uscita dalla zona stadio con le auto in Italia è sempre problematico. Tutto bene da questo punto di vista e tutto bene anche il concerto anche se,a dire la verità, ormai con Bruce non si tratta più di concerto ma di un immenso party felice e gioioso dove la gente canta, balla, grida, invoca, applaude, piange, sogna, agita le mani, sorride e desidera che lo show non finisca mai. Ci sono stati momenti davvero emozionanti durante lo show almeno per quanto riguarda la musica visto che al di là della festa e del calore collettivo che si respira in un concerto della E Street Band è la cosa che amo di più, quel qualcosa che mi scardina le corde della razionalità e mi immette in uno stato di esaltazione positivo, quasi erotico.. L’inizio di Sherry Darling è stata una sorpresa ma ancora di più è stato sentire e vedere quanto evocativo dal vivo sia Outlaw Pete con quelle immagini western rosso fuoco che rimandano all’immaginario di John Ford. Una ballata strattonata da molti springsteeniani della prima ora ma che nel tour attuale brilla come una delle cose fondamentali e rappresentative dell’intero show. Grande emozione per l’arrivo di Something In The Night una ballata dai toni epici e notturni che per chi è cresciuto con Darkness nel cuore è più che una dichiarazione d’amore, è qualcosa che ti avvinghia i sentimenti e ti rimanda ad un epoca in cui sognavi un mondo molto diverso da quello che poi ti è capitato di vedere. E’ una poesia, è una ode, è un miracolo di lirismo in bianco e nero che ti scorre davanti agli occhi e ti proietta in un film su New York con addosso la speranza di una vita da eroe. Qui Bruce si ricorda del suo passato e sciorina tutto il suo romanticismo da giungla urbana, cosa che succede anche in No Surrender, un canto di resistenza universale contro le brutture del mondo ed il tempo che uccide le speranze, rivisitata in un tempo accelerato e con una lievità diversa dall’originale. Singhiozzi al calore del boogie per Summertime Blues, finalmente udibile nel suo grandioso ed anfetaminico incedere alla Eddy Cochran dopo quella inascoltabile e inascoltata versione di San Siro dello scorso anno, quando gli amplificatori sputarono nientaltro che rimbombo e rumore. Delle canzoni dei cartelli Bruce ha scelto Be True. Niente da dire sulla sua scelta, l’ha scritta lui e ha il diritto di cantarla quando vuole ma vorrei trovare quello che ha innalzato quel cartello e chiedergli se non aveva altro di meglio da fare quel giorno perché Be True sarà anche una canzone del Boss ma in una possibile playlist non la metterei nemmeno tra le prime cento. Che Dio lo stramaledica visto che a Torino qualcuno, un santo, ha proposto Drive All Night e a Bilbao ovvero il concerto dopo Udine sono entrate in scena Factory e Because The Night oltre a This Hard Land e Does This Bus Stop at 82 Street, roba da far resuscitare i morti. Se aggiungete che sempre a Bilbao sono finite in scaletta anche You Never Can Tell di Chuck Berry e Jungleland vi rendete conto di come Udine, sebbene benedetta dalla grappa, sia stata un po’ troppo sotto gradazione dal punto di vista della scelta delle canzoni. Per fortuna Udine ha beneficiato di una grandiosa versione di Streets Of Fire, premiere europea del WOAD tour dove la E Street Band si è ricordata di che band fosse una volta e Nils Lofgren ci ha messo del suo per far capire che un conto è il party e un conto è il rock n’roll. Streets of Fire, a parere del sottoscritto,è l’assoluto highlights dello show, una intensità ed un vibrare elettrico da far paura. Bella anche la seguente My Love Will Not Let You Down, fresca e byrdsiana nonostante non sia nulla di trascendentale e di fatti era stata ripresa da Tracks ma che invecchia bene perché frizza come un prosecco dalla bollicina fine. Non capisco perché Bruce si ostini a presentare Waitin’ On A Sunny Day, è dal 2002 che ce la fa sentire, adesso è ora di metterla in archivio o almeno in standby , magari tirandola fuori sometimes, nel Minnesota o nel Kansas ma non da noi dove l’hanno sentita tutti, anche i bambini piccoli, che sono sempre di più ai concerti di Bruce, dimostrazione di un evento in cui la violenza non è di casa. Nonostante lo show abbia le sembianze di una festa, Bruce ha l’innata capacità di far pensare e riflettere anche nei momenti più allegri e spensierati. Lo dimostra la versione cupa e drammatica di American Skin con quei 41 colpi che rimbombano nelle coscienze di ognuno degli spettatori ricordando che l’America di oggi è Obama ma che la violenza, l’ingiustizia e l’intolleranza sono sempre dietro l’angolo. Per Lonesome Day valgono le considerazioni di Waitin On A Sunny Day mentre The Promised Land e Badlands non mi stancherò mai di ascoltarle. The Rising col tempo è cresciuta ed è ora uno degli inni del risorgimento americano, una canzone che parte dura e accorata e poi diventa un gospel di speranza e redenzione, un inno alla vita e alla rinascita. Bella la versione friulana. Non ho mai amato molto Born In The Usa ma a Udine è stato il primo pezzo dell’encore anche se tra il concerto e il bis e tra una canzone e l’altra non c’è stata praticamente una pausa. Bruce è tuttora un animale da palcoscenico, uno Stakanov del rock n’roll, una bestia elettrica che suona la Telecaster come fosse in una acciaieria. Born In The Usa è dura e martellante, Bruce la canta con parecchie cadute di voce, si vede che è stanco, che ha dato tutto, che con la sua energia ha portato avanti uno show ed una band che è soprattutto lui, il prigioniero del rock n’roll. Poi c’è il finale, American Land porta sul palco i Pogues, Bobby Jean fa scendere una lacrima ai più anziani, Dancing In The Dark serve a prendere per mano una ragazza (questa volta è di Maniago) e Twist and Shout mette a ballare lo stadio. Ho pregato perché il concerto non finisse con la canzone degli Isley Brothers ma è finita così. Speravo che nei bis ci fosse Jungleland o il piano di Racing In The Street o le scintille della Telecaster di Prove It All Night ma invece Udine si è dimostrata generosa per l’accoglienza e l’acustica e avara per la scaletta. Non avessi l’età che ho sarei andato davanti e avrei alzato il mio cartello con su scritto STOLEN CAR. Alla prossima.

Mauro Zambellini Luglio 2009

martedì 20 gennaio 2009

Bruce Springsteen > Working On A Dream


Pure Pop for Now People? Non proprio ma quasi. Il nuovo disco di Springsteen Working On A Dream a detta dello stesso autore nasce dalla eccitazione per il ritorno delle sonorità della produzione pop e per l’energia espressa dalla band nel recente tour. Paragonato alla sua più classica produzione, è un disco eccentrico e diverso in quanto non sono le chitarre ed il romanticismo da blue-collar a condurre le danze ma uno stravagante melting di arrangiamenti, archi, di mescolanze sonore, di idee anche un po’ confuse volendo, di elaborazioni, di intro e outro, come se le canzoni fossero colonne sonore di piccoli film e anche se la E Street Band si sente più che in Magic il nuovo lavoro è sostanzialmente frutto dell’amore che Springsteen ha nei confronti del pop californiano e dei sixties. I testi sembrano più che altro incentrati sulla vita quotidiana anche se per ora non è possibile approfondirli a fondo ma in generale Working On A Dream è un bel disco di pop, anche coraggioso nel suo insistere su una certa idea di pop (che non è la schifezza che si sente oggi), con tante citazioni di Beach Boys, Roy Orbison, Dion, Brian Wilson, Mama’s and Papa’s, Kinks, Byrds e con un occhio di riguardo all’ appeal che possedevamo le canzoni dei sixties. Un disco che sale ascolto dopo ascolto, come se lavorare attorno ad un sogno necessiti tempo e pazienza e l’artista possa finalmente esprimersi svincolato da quelle catene che lo volevano a tutti costi profeta con una chitarra al collo ed una gang al fianco.
Qui è il pop nella sue leggerezza, nella sua estemporanea fruibilità a garantire emozioni come quelle scatenate dagli otto minuti di Outlaw Pete, la canzone più ambiziosa e tortuosa dell’ intero album, un saliscendi di emozioni e orchestrazioni spectoriane con pianoforte, organo, archi ed un rallenty che evoca il C’era una Volta il West di Morricone. Ci pensa My Lucky Day a smorzare l’enfasi, titolo che assieme a This Life, Life Itself, Good Eye e Tomorrow Never Knows costituisce il lotto di partenza su cui è stato costruito tutto l’ album. E’ una normale canzone di Springsteen sulla scia di My Love Will Not Let You Down dove anche Clemons fa la sua parte. Di Working On A Dream conosciamo ormai abbastanza e pur risaputa nella sua cantilena buonista a furia di risentirla sembra quasi bella, basta comunque il fatto di aver contribuito a far eleggere Obama per non contestarla più di quel tanto. Discorso diverso per il pop da discount di Queen Of The Supermarket che nasce sul ricordo della leggiadra Girls In Their Summer Clothes nel senso che è come se Bruce fosse tornato ragazzino e si fosse trovato nel più grande magazzino di riff, accordi, strofe e ritornelli e lo abbia saccheggiato pensando poi di mettere insieme tutto avendo in testa le melodie di Brian Wilson. Muscoli invece, quelli del rocker-Bruce in What Love Can Do, tre minuti giusti giusti di rock grezzo e duro, con la voce e la chitarra acustica che si interpongono sopra il beat secco della batteria. Potrebbe essere il John Mellencamp di Dance Naked. Puro e semplice rock n’roll, uno dei miei brani preferiti. 
Ancora sixties mood in This Life, un connubio di Kinks, Jimmy Webb, Mama’s and Papa’s, John Phillips con in più l’affondo di sax di Clemons e la dodici corde di Lofgren. Di natura diversa Good Eye altri tre minuti di echi distorti, voce filtrata ed un’ armonica lancinante. Sembra una canzone cresciuta attorno alla versione di Reason To Believe del Devils and Dust Tour ed è sorella di A Night With Jersey Devil (bonus track nella versione deluxe del disco con tanto di dvd). Un blues da juke joint, rauco e sporco come nelle registrazioni della Fat Possum.
L’eco di una lap-steel, l’aria serena del country ed un violino pieno di nostalgia: Tomorrow Never Knows, titolo rubato ai Beatles di Revolver sembra la E-Street Band che imita la Seeger Sessions Band. Atmosfere cupe, voce bassa e gran lavoro di tastiere invece in Life Itself che naviga di traverso col grigiore di un cielo che non promette niente di buono. 
Kingdom Of Days al primo ascolto sembra di una banalità sconcertante, potrei sbagliarmi ma qui l’enfasi degli arrangiamenti raggiunge livelli insopportabili, meglio il pop da British Invasion di Surprise, Surprise dove si scorgono i Kinks (ma anche i Byrds) e le chitarre lasciano spazio ad un sing-along che si sviluppa attorno ad un ritornello felicemente ossessivo. 
Il finale è per le ballate, la prima, The Last Carnival, si muove nella zona folkie di Devils and Dust, la seconda, The Wrestler chiude il disco con stampato addosso la malinconia del volto malconcio di Mickey Rourke nel film omonimo. Non è un capolavoro Working On A Dream ma è un brillante e serio disco di pop, più coerente di Magic e con diverse novità (che non tutti i fans apprezzeranno) rispetto al clichè rock springsteeniano. Ma, sono sicuro, lo ascolteremo parecchio. 
 
Mauro Zambellini

lunedì 8 settembre 2008

BRUCE SPRINGSTEEN & THE E STREET BAND MILANO SAN SIRO 25 GIUGNO 08



È stato un concerto memorabile per l’entusiasmo di tutti, in primis Bruce ed il pubblico ma anche della E Street Band che è apparsa un po’ meno “legata” rispetto al concerto milanese del 28 novembre. Non sono d’accordo con chi dice che questo è stato il concerto di Bruce migliore di sempre ma certo la gioia e la commozione e l’entusiasmo che hanno avvolto San Siro sono stati un evento biblico tanto che ad un certo punto, prima del finale con Twist and Shout, Bruce ha guardato negli occhi Little Steven e ha proferito unbelievable! Incredibile in tutti i sensi, uno show in cui Bruce è stato tutto, rocker e giullare, entertainer e songwriter, soulman e bluesman, capace di essere contemporaneamente Bo Diddley ed Elvis Presley, Bob Dylan e James Brown, Eddie Cochran e the saint of the city. Peccato non ci fosse nella scaletta a richiesta It’s Hard to Be A Saint of The City ed invece la bella ragazza delle prime fila preferisse una piuttosto anonima None But The Brave, degna solo di essere abbastanza rara ma non certo emotivamente storica. Ma i gusti non si discutono, visto che se avessero chiesto a me avrei suggerito Roulette visto che Scajola è in fregola col nucleare e magari ricordare cosa sia successo a Three Miles Island non fa male oppure Candy’s Room che Bruce ha prontamente letto nel mio pensiero e l’ha fatta senza battere ciglio. Peccato fosse nella prima parte dello show quando mi trovavo nel prato abbastanza a ridosso del palco e l’audio sembrava quello di uno scadente bootleg dei primi anni ottanta. Basso pompato, chitarre impiastrate, distorsioni a palla e la voce che si faceva fatica a sentire. Ho temuto il peggio e quasi mi mettevo a piangere, ho solo avvertito l’onda d’urto di Summertime Blues, ho fatto finta di gioire con Spirit of The Night, uno dei miei pezzi preferiti e ho cercato un rimedio all’ incapacità tutta italiana di offrire un suono come si deve rifugiandomi nelle note di Darkness. Poi ho deciso di allontanarmi e di spostarmi sulla destra del palco, più o meno nella zone delle birre ed è stato un altro concerto, il sound è migliorato, la notte è scesa, Bruce si è illuminato e San Siro si è incendiato. Libero da vincoli, da resse, dall’impegno di ricordarmi per forza tutti i passaggi del concerto, tutti i trucchi e gli assoli, cose tipiche di un recensore attento e responsabile, mi sono liberato e ho vissuto la musica di Bruce e della E Street Band come fosse stata la prima volta che la vedevo e la vivevo dal vivo.

È stata una epifania, sono nato di nuovo come springsteeniano, ho gioito come un bambino, ho ballato come uno sballato, mi sono emozionato come un innamorato, ho abbracciato e baciato la mia ragazza su I’M On Fire, ho suonato la chitarra con Because Of The Night come fossi stato al Bottom Line di New York nel ’78, sono salito in cielo quando è arrivato il sontuoso, imponente, mistico e sublime finale di Racing In The Street, roba mai sentita prima in una versione di così tanto lirismo anche se sono un veterano della Zurigo del ’81, ho scambiato la mia birra col primo che passava perché entrambi avevamo il sorriso e la felicità addosso quando Bruce cantava Long Walk Home. Mi è perfino sembrata bella Last To Die e ho goduto sia nel sentire un’altra volta, l’ennesima, l’asfalto bruciante Born To Run sia nel non sentire Thunder Road che come ho confidato ad Antonio e Matteo, lì vicini, ebbri di birra e kilometri (otto ore per venire da Portogruaro a Milano su quella infernale autostrada che non è assolutamente fatta per correre) a costo di essere lapidato da uno stadio intero, non ne posso più di sentirla, con quel coro oh oh oh thunder road oh thunder road che mi fa venire in mente l’ ecumenismo dei papa boys . Non abbiatemene a male ma preferisco il rock laico. Ho sudato l’ultima goccia di una giornata torrida con la Detroit Medley ricordandomi di tutti quei bootleg comprati negli anni settanta quando Springsteen era una cosa da carbonari ma quei carbonari sapevano già che fantastico come lui nel rock non ci sarebbe stato nessuno, nemmeno Elvis e Dylan, Young e Van the Man e poi ad un certo punto mi è venuto il magone perché quando è arrivata Bobby Jean mi ha assalito la paura, una malinconia infinita, una stretta al cuore, quasi una certezza vedendo quell’uomo così generoso e forte ma non più giovane e quegli amici ormai un po’ malconci e stanchi che facevano di tutto per sembrare quelli di sempre, che quella fosse l’ultima volta che avremmo visto Bruce con la E Street Band. Mi sono fatto coraggio dicendomi che se i Rolling Stones erano ancora in giro avrebbero potuto esserlo anche loro ma quelli hanno fatto il patto col diavolo ed invece questi sono come noi, umani, mortali, vulnerabili. Quasi uno sconforto mi ha preso, uno sconforto felice perché intanto la musica andava avanti e American Land batteva come una danza celtica di orgoglio e amore universale ma nel mio intimo sapevo che quegli uomini che stavano sul palco e avevano reso la mia vita e quella degli ottantamila presenti migliore di come era stata programmata, una volta che non ci sarebbero stati più ci avrebbero resi orfani di una delle cose più belle che l’esistenza ci ha regalato. Una volta andati avrebbero portato con sé una parte importante della nostra vita.

Che Dio o il rock n’roll renda eterni Bruce Springsteen e la E Street Band. Non è possibile vivere senza.


MAURO ZAMBELLINI