Visualizzazione post con etichetta Radio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Radio. Mostra tutti i post

venerdì 4 maggio 2012

American Landscapes


Scenari di musica americana e terre di confine, in onda ogni venerdì fino alla fine di giugno dalle frequenze di RADIO POPOLARE ogni venerdì dalle ore 22.35 alle 23.30. Conduce Mauro Zambellini

scaletta del 13 aprile 2012

LA RISTAMPA di SOME GIRLS 1
Some Girls : The Rolling Stones from Some Girls Deluxe Edition
Before They Make Run " "
When The Whip Comes Down : The Rolling Stones from Live in Texas '78
Miss You : The Rolling Stones from Some Girls Deluxe Edition
Lies " "
Beast of Burden : The Rolling Stones from Live in Texas '78
Far Away Eyes : The Rolling Stones from Some Girls Deluxe Edition
Imagination " "
Love In Vain : The Rolling Stones from Live In Texas '78

scaletta del 20 aprile 2012

LA RISTAMPA di SOME GIRLS 2
Atlantic City : The Band from Jericho
Claudine : The Rolling Stones from Some Girls Deluxe Edition
When You' re Gone "
You Win Again "
You Win Again : Keith Richards from Timeless tribute to Hank Williams
We Had It All : The Rolling Stones from Some Girls Deluxe Edition
Tallahassee Lassie "
Keep Up Blues "
Respectable : The Rolling Stones from Live in Texas '78

scaletta del 27 aprile

GYPSY SOUL 1
Spanish Rose : Van Morrison from Bang Masters
Gypsy Woman : The Impressions from The Anthology
(Don't Worry) If There's a Hell Below We're all going to go : Curtis Mayfield from Curtis
Move On Up : Curtis Mayfield from The Anthology
The Ghetto : Donny Hathaway from Everything is Everything
Jealous Guy : Donny Hathaway from Live
Inner City Blues : Marvin Gaye from What's Goin On Deluxe Edition
What's Going On : Marvin Gaye original single version
Going Where The Lonely Go : Jeb Loy Nichols from Special

scaletta del 4 maggio

GYPSY SOUL 2
Madame George : Van Morrison from Bang Masters
Madame George : Energy Orchard from Shinola
Could You, Would You : Them from The story of Them featuring Van Morrison
Could You, Would You : Willy DeVille from Miracle
Beside You : Van Morrison from Bang Masters
Listen To The Lion : Van Morrison from It's too late to stop now
In the Eyes of the Night : Dirk Hamilton from Alias I
She's Coming On Saturday : Kenny White from Comfort in the Attic
Gloria : Van Morrison/John Lee Hooker From Too Long In Exile

Scaletta del 11 maggio 


2012 GYPSY SOUL 3
Wild Night Van Morrison from Tupelo Honey
I've Been Working Bob Seger from Back in 72
If I Were A Carpenter Bob Seger from Early Seger Vol. 1
If I Were A Carpenter Tim Hardin from Hang On To A Dream:The Verve Anthology
Hoboin' Tim Hardin from The Collection
Black Sheep Boy Okkervil River from Black Sheep Boy
Turn The Page Bob Seger from Greatest Hits
In A Station Karen Dalton from In My Own Time
Everybody's Talkin' Fred Neil from The Many Sides of F.N
When a Man Loves a Woman Karen Dalton from In My Own Time


Scaletta del 19 maggio 


GYPSY SOUL 4
New Coat Of Paint Bob Seger from Greatest Hits 2
New Coat of Paint live Tom Waits from Invitation of the blues bootleg
Waltzing's for Dreamers Curtis Stigers from Let's Go Out Tonight
Depot, Depot live Tom Waits from Invitation of the blues bootleg
Chuck E's in Love Ricky Lee Jones from Duchess of Coolsville
Blood Alley Chuck E. Weiss from Old Souls and Wolf Ticket
Makin' Whopee Ricky Lee Jones/Dr.John from Duchess of Coolsville
I Meant What I Said A.J Croce from That's me in the Bar
Spirit In The Night Bruce Springsteen & E Street Band Hammersmith London 75


Scaletta del 25 maggio 


FROM MEMPHIS TO NEW ORLEANS 1
Memphis, Tennessee Elvis Presley from The Essential 60's Masters
Memphis in Tennessee Memphis Slim from Clap Your Hands
Nothing Is Rambling Memphis Minnie from The Essential Recordings 
Stuck Inside of Mobile with the Memphis Blues Again Cat Power from OST I'm not There
Last Train to Memphis Johnny Rivers from Last Train To Memphis
Last Train to Memphis Bobby Charles from Last Train To Memphis
O'my Soul Big Star from Radio City
Train Kept a Rolling Tav Falco's Panther Burns from The Unrealesed Sessions
Keith Can't Reid Green On Red from Here Comes the Snakes
Needles and Pins Willy DeVille from Horse of A Different Color 

SCALETTA  1 GIUGNO 2012

Mystery   Train      Dwight Yoakam
Smoke     Lucero
Son of A Preacher Man    Dusty Springfield
River's Gonna Rise    Warren Haynes Band
Memphis In The Maintime    John Hiatt/ Warren Haynes
Mama Says I'm Crazy   Mississippi Fred McDowell
Hard Time Killing Floor    R. L Burnside

SCALETTA  8  GIUGNO 2012

Shake Em On Down     Northe Mississippi Allstars
Highway  61       Johnny Winter
Some Summer Day      Charlie Patton
Sittin' on Top Of The World   Howlin' Wolf
Sweet Black Angel     Robert Nighthawk
Where I Should Always Be    The Band
Walking Into Clarksdale    Page & Plant

SCALETTA   15  GIUGNO   2012

Boom Boom     John Lee Hooker
Baby Please Don't Go      Muddy Waters
Nobody Knows When You're Down and Out    Bessie Smith
"      "      "    Derek and The Dominos
Blues Boy Tunes    B.B King
Is You Is or Is Ain't My Baby  B.B King
32-20 Robert Johnson
Love In Vain     The Rolling Stones
Dead Shrimp    Pyeng Threadgill
Hellhound  On My Trail    Fleetwood Mac

SCALETTA  22  GIUGNO  2012

So You Want To Be a Rock n' Roll Star   Tom Petty and The Heartbreakers
Lover of The Bayou     Mudcrutch
Breakdown     Tom Petty and The Heartbreakers
American Girl    "     "
Listen To Her Heart     "    "
Refugee    "     "
Something Big       "       "
Peace in L.A        "        "
Rebels             "      "
First Flash Of Freedom     "     "
Something In The Air       "     "








martedì 6 dicembre 2011

Rai Stereonotte


Mi è sempre piaciuta la radio fin dagli albori delle radio libere. A metà degli anni settanta fui conduttore di una fortunata trasmissione musicale, Scatola Calda, a Radio Varese, l’unica radio libera dell’occidente occupato così strillava il suo logo inventato dal sottoscritto e divenuto titolo di un libro, una radio politicamente scorretta (negli anni novanta fu confiscata dalla nascente Lega Lombarda) e con un palinsesto musicale in cui anche il più innocuo e sbarazzino Aperitivo in musica per casalinghe e pensionati aveva come sigla una kilometrica Rock n’Roll di Lou Reed. Musicalmente parlando era molto più anticonformista (già nel 1976 era di casa Patti Smith) delle più titolate ed urbane Canale 96 di Milano e Radio Alice di Bologna ma si sa alla provincia non sempre vengono riconosciuti i suoi meriti. Ci stetti un paio di anni a Radio Varese fino a quando non fu “normalizzata” dalla sinistra ufficiale (fino allora era stata una Radio autonoma e di movimento), bivaccai qualche tempo, tra la fine dei settanta e l’inizio della decade successiva in qualche radio commerciale e poi finii a condurre settimanalmente un programma di deciso orientamento rock a Radio Popolare, radio che frequento tuttora. Proprio la “militanza” a Radio Popolare oltre alla mia attività giornalistica nel Mucchio Selvaggio mi valsero l’arruolamento nel team rotante di Rai Stereonotte messo in piedi dal direttore Pierluigi Tabasso. Devo ringraziare Massimo Cotto (tipo con cui non ho mai legato granchè ma anche lui del Mucchio), già a Rai Stereonotte da qualche edizione, per avermi introdotto a Tabasso, il quale oltre a stimare il la mia collaborazione con Radio Popolare condivideva con me la passione per la nautica. Assieme a Cotto ero in quegli anni tra il 1988 ed il 1990 l’unico conduttore extra-romano ovvero gli unici che arrivavano dalla profonda provincia del nord (lui Asti ed io Varese), cosa che strideva con la romanità della Rai e suscitava sguardi “compassionevoli” da parte dei rinomati conduttori dell’urbe piuttosto freddi al primo approccio verso i milanesi, anche se  in realtà ero un insegnante di una scuola media in una piccola cittadina (Somma Lombardo) della provincia di Varese. Per me fu il classico fulmine a cielo sereno, lasciare per qualche tempo colleghi, bidelli, libri e ragazzi vittime del teorema di Euclide  e catapultarsi nella Capitale facendo il lavoro più bello del mondo o almeno quello che si era sempre sognato dalla prima volta che si era acquistato un disco: trasmettere la musica di cui eri appassionato nella scenografia misteriosa ed intrigante della notte e nella migliore trasmissione di musica a livello nazionale, quella che l’ Italia ascoltava con lo stesso trasporto di quando io da ragazzo nottetempo ascoltavo Radio Luxembourg cercando di non farmi accorgere dai miei genitori.
Un bel colpo di fortuna, sebbene alle spalle ci fossero anni di ascolti, di letture, di recensioni e soprattutto un capitale speso in dischi ma lavorare 1/6 del tempo che trascorrevo a scuola senza tutta la fatica e l’impegno che comportava e guadagnare 1/3 di più con un lavoro che era uno sballo beh questo chiamatelo come volete ma rimane un colpo di culo. Certo lavoravo di notte, dormivo male, non ero a casa, la fidanzata era lontana, ero in una città che non conoscevo, mangiavo e bevevo in modo disordinato ma chissenefrega, questo, mi dicevo “è il rock n’roll”. Proprio solo non ero perché la redazione del Mucchio Selvaggio, giornale di cui ero redattore, era ed è a Roma per cui diversi amici che mi invitavano a cena e andavo con loro al cinema e  ai concerti c’erano e altri me ne feci di cui ancora adesso ho un buon ricordo.
Il mio impatto con Roma fu traumatico. Arrivai in questo residence sulla Camilluccia che avevo prenotato via telefono senza vederlo e sapere come fosse (internet era di là da venire) dopo aver fatto un lungo viaggio di 600 km con la mia Renault 5 bianca carica di vestiti, lenzuola, libri, giornali, dischi, stereo, casse, pentole, posate e piatti perché come extra-romano dovevo portarmi tutto il vivibile e l’usabile e sarei stato lontano da casa 4 mesi, salvo sporadici ritorni di 48 ore in treno. Mi sembrava di essere un militare ma la nazione che servivo era quella del rock n’roll anzi di Rai Stereonotte. La sera che arrivai in quello che più che un residence sembrava un bunker di cemento sottointerrato squallido e tetro dove Dario Argento avrebbe potuto ambientare un suo horror  fu triste. Era una sera di metà ottobre  cupa e piovosa, scaricai stanco il materiale sotto una pioggerellina fastidiosa più adatta al Varesotto che a Roma, piazzai lo stereo e misi un disco di Lloyd Cole and The Commotions per stare in tema con l’atmosfera uggiosa e umida e seduto su una sedia provai un profondo senso di malinconia pensando casa, i miei amori, gli amici e quelle piccole certezze borghesi che all’improvviso racchiudevano un calore che non avevo mai avvertito prima e mi sembravano una sorte di isola felice rispetto alla solitudine e al freddo del momento. Faceva veramente freddo in quel bunker, anche nei mesi successivi la cosa che soffrii di più fu il freddo tanto che ancora oggi quando mi dicono che Roma ha un clima tiepido tutto l’anno li guardo stralunati e non oso contraddirli. Presi coraggio e aprii l’armadio per deporre camicie, pantaloni, mutande e golf  ma in un cassetto ci trovai un topo morto da qualche tempo. Rimasi di merda, avvisai il portiere che infastidito perché era l’ora di cena mi sbarazzò con paletta e giornale dell’intruso e così dopo quell’incontro decisi di aspettare il giorno dopo per inquadrare meglio la mia nuova avventura. Il giorno dopo c’era il sole e Pierluigi Tabasso si rivelò una persona squisita e comprensiva, sapeva che venire da fuori non era come essere de roma , in primis perché non conoscevi “l’azienda Rai” e le sue dinamiche non semplici, era tutto nuovo e gli altri ti vedevano quasi come un intruso. In verità non sono mai riuscito a fraternizzare molto con gli altri conduttori tranne con Carboni e Cestoni nonostante dividessi le notti insieme ma a parte la settimanale riunione di redazione con il direttore il resto funzionava un po’ come a scuola ovvero l’insegnante entra nelle sue ore nelle sue classi e con gli altri insegnanti ci parla durante il Collegio dei Docenti o nella pausa caffè, se ti piace il caffè. Così era a Rai Stereonotte, ognuno aveva la sua fascia oraria che cambiava di giorno in giorno, arrivava coi suoi dischi quando l’altro finiva, un saluto, due parole e poi via solo nello studio, quando arrivava il successivo, se non era l’ultimo segmento, un altro saluto e due altre parole e così via. Parlavo più coi tecnici, in particolare con Sergio Spaccini, capello brizzolato e battuta facile da playboy de noantri.
Il problema per me che venivo da lontano erano i dischi. In quattro mesi te ne occorrevano tanti, dovevi portarti i vinili da lontano e con l’auto, lo spazio era quello che era e non potevi traslocare tutta la tua discografia. E’ uno dei problemi che più ho sofferto, quando trasmetti per un’ora e mezzo a notte per quattro mesi hai bisogno di una valanga di dischi, diversi e intercambiabili, chi abita in loco può permettersi di spaziare in lungo ed in largo perché ha a disposizione la discoteca di casa. Fate conto che l’archivio Rai non offriva quella specializzazione  ad personam per cui eri stato ingaggiato per cui dovevo fare salti mortali per rinnovare il mio bagaglio discografico, tenevo buoni rapporti con le case discografiche in genere generose con chi conduceva Rai Steronotte, poi facevo qualche ricambio quando tornavo a casa in treno con un valigione che pesava più di me, compravo qualcosa di nuovo a Roma e poi c’era Max Stefani, il direttore del Mucchio, che ogni tanto mi prestava dei dischi. Ma la faccenda era complessa, cosa per cui mi rimane il dubbio di non aver dato il meglio di me stesso nella programmazione di quelle notti proprio per questo, invidiavo i romani e non capivo quando dicevano della pesantezza di quel lavoro. A me sembrava il paradiso, ero abituato a svegliarmi ogni mattina alle sette ed entrare in classe alle otto davanti ad una massa di ragazzi che non aveva il minimo desiderio di starmi ad ascoltare di algebra e geometria per  quattro/cinque ore, lavorare a Rai Stereonotte era come essere in vacanza, nessun bambino che ti rompe le balle, nessun genitore pedante, niente presidi con l’orologio puntato. Una manna, solo rock n’roll, da solo in una stanza come Donald Fagen in The Nightfly, coi tecnici che ad un tuo cenno sospendono per un attimo la lettura di Trotto Sportsman  e fanno partire il disco dopo che tu lo avevi presentato e ci avevi raccontato una storia sopra sapendo che chi stava dall’altra parte della radio era pronto a sognare con la tua musica, le tue parole, le tue suggestioni.
Le prime due fasce orarie erano quelle che preferivo, quella tra le 12.30 e l’una e trenta e la seguente fino alle 3. Nella prima potevi sciorinare tutto il rock che volevi perché la notte non era ancora calata completamente e allora ero stringato nelle intro e pimpante coi ritmi. Mettevo senza paura di infastidire gli Stones, i Green On Red, i Replacements, Springsteen, Southside Johnny, David Johansen, i Dream Syndicate, i Blasters e tutta quella roba lì. Facevo parte del Mucchio Selvaggio e quella era la musica di quella rivista, il suo biglietto da visita. Altri conduttori erano più soft e soul per non dire “confidenziali”, usavano la voce in maniera e suadente, io, che non avevo una voce così vellutata e calda, cercavo di centrare il bersaglio portando gli ascoltatori sulle strade d’America facendoli sognare come in un road movie. Informavo e spargevo suggestioni stradaiole come il dj nero del film Punto Zero. Mi ricordo una trasmissione in primo segmento, una cosa molto particolare  sul rock in U.R.S.S che piacque molto al direttore Tabasso. L’avevo messa insieme coi dischi che mi aveva portato dall’Unione Sovietica un mio amico che li aveva acquistati al mercato nero. Gruppi locali che imitavano con molta innocenza e qualche ingenuità i gruppi inglesi e americani di beat e rock. Tutta roba sconosciuta, assolutamente “proibita” in patria, magari con un relativo valore artistico ma unica nel suo genere e per la prima volta trasmessa in una radio dell’occidente. Una trasmissione che mi riuscì bene in seconda fascia oraria fu a proposito di connessioni tra voodoo e musica. Ci stava a pennello con la notte, misi insieme la lettura di passi di un libro di Cornell Woolrich  con schegge estrapolate dal film Angel Heart  di Alan Parker supportando il tutto con brani di Dr.John, John Campbell, Willy De Ville  e musica di New Orleans. Fu una trasmissione intrigante e paurosa. Nelle altre fasce orarie era bene essere più  soffici e riposanti  per cui mi venivano di aiuto cantautori e cantautrici, Tom Waits, Joni Mitchell, Ricky Lee Jones per fare qualche nome e poi il blues e qualche jazz morbido che serviva ad accompagnare dolcemente gli ascoltatori nel sonno o fare quieta compagnia a chi lavorava e viveva in quegli orari. Ci scrivevano molti carcerati che non riuscivano a dormire e trovavano consolazione nelle nostre voci, nelle nostre parole, nella nostra musica. Nell’ultimo segmento, quella tra le 4 e trenta e le 5.45 la storia cambiava ulteriormente. Lì bisognava sottolineare con delicatezza il risveglio di chi si preparava ad andare a lavorare di prima mattina. Era una fascia ascoltata da operai dei primi turni o  quelli dei servizi di pulizia che prima che gli uffici e le banche aprissero avevano già fatto il loro lavoro. Era un pubblico diverso da quello del resto della notte per cui selezionavo diversa musica italiana, anche se non sono mai stato uno specialista del genere. Sceglievo tra i dischi di Paolo Conte, qualcosa del primo Zucchero perché sapeva di R&B, la Mina delle origini, il Celentano prima del Mondo in Mi Settima, Lucio Battisti, qualcosa del beat e qualche cantautore degli anni ’70 in odore di rivoluzione. Ci mettevo tra un brano e l’altro dei piccoli frammenti parlati sul tempo, sui colori dell’alba, sul brulicare della città che si sveglia, su qualche notizia curiosa e divertente, sui treni pieni di pendolari e studenti che si apprestano ad affrontare la giornata. Cercavo di far compagnia a chi stava lavandosi i denti o facendo colazione in casa raccontando qualcosa che non fosse specifico della musica ma relativo alla vita di tutti i giorni mettendoci un po’ di humour e qualche flash non stereotipato.
Mitico fu poi il collegamento la notte del capodanno 1990 con Dublino dove in concerto si esibivano gli U2. Fu una notte speciale sotto tutti i punti di vista, non era mai capitata una cosa simile in una radio italiana. Fui orgoglioso di parteciparvi, Carboni era a Dublino con la staff tecnico, Cotto ed io in studio a Roma.
Per me non era sempre semplice tirare le 4.30 per l’ultima tranche di Stereonotte, raramente dormivo prima perché avevo paura di non svegliarmi al momento giusto quindi cercavo di occupare la serata tenendomi sveglio come potevo.  Capitava di andare a cena con amici, stavo con loro a chiacchierare e sentire musica ma poi verso mezzanotte tutti si ritiravano e andavano a dormire, quindi mi ritrovavo solo, attraversavo la città in macchina, tornavo al residence sulla Camilluccia, se non lo avevo ancora fatto preparavo la trasmissione poi mi mettevo a leggere qualcosa ascoltando la radio e gli altri conduttori e se l’ora non era ancora arrivata facevo un giro in Via Veneto dove c’erano dei chioschi di giornali aperti tutta la notte per comprare  qualche rivista o la prima edizione del quotidiano.
La notte romana era per me un incanto. Andavo a dormire dopo la trasmissione per  cui se finivo alle tre o alle quattro e mezzo mi capitava di girare in macchina quando gli altri dormivano. Vivevo al contrario, non avevo problemi col rinomato intasato traffico romano, vedevo una Roma bellissima nel silenzio e nella solitudine della notte. Mi ricordo il senso di pace ed estasi quando passavo per  San Pietro completamente vuota e silenziosa, con la sola volante della Polizia che ogni tanto faceva un giro di controllo oppure farsi il lungoTevere senza un intoppo e assaporare un cappuccino caldo all’alba in un baretto dalle parti di Piazza Argentina. Conoscevo perché me li avevano indicati i miei amici romani  un sottobosco di bar e piccoli locali dove andare per un caffè, una birra o un whiskey aperti tutta la notte e frequentati da una fauna di nottambuli, balordi, insonni e prostitute. Era molto romantico o almeno io lo vivevo così, mi sembrava di essere proiettato in The Heart of Saturday Night di Tom Waits, cogliere la notte coi suoi segreti, i suoi perdenti, i suoi sogni. Ogni tanto mi capitava di assistere a qualche rissa o imbattersi in qualche tossico che non stava in piedi ma vedevo le cose con sufficiente distacco da viverle come in un film così da portarmi le impressioni e quelle visioni notturne appresso quando varcavo la soglia di Via Po ed entravo nello studio di StaiReonotte con i miei dischi. Quelle impressioni e quelle visioni scivolavano tra una canzone e l’altra così che non rimanevano solo mie ma arrivavano a quel popolo della notte che aveva come amico/a insostituibile la radio.
Rai Stereonotte, uno dei più bei periodi della mia vita.

MAURO ZAMBELLINI      OTTOBRE 2011

lunedì 14 febbraio 2011

American Landscapes su Radio Popolare


A partire dal 16 febbraio ogni mercoledì dalle 22.35 alle 23.30 fino a giugno dalle frequenze di Radio Popolare condurrò American Landscapes -scenari di musica americana. Trattasi di trasmissioni riguardanti il rock americano e dintorni raggruppate per argomento con tre o più puntate sullo stesso scenario e con scansione temporale passato/presente. Brevi note parlate, qualche storia raccontata e tanta musica sia in CD che in vinile con possibili divagazioni letterarie ad opera dello special guest Marco Denti.
Si comincia con Crossroads strade che si incrociano ovvero dall’incontro di Delaney and Bonnie fino arrivare a Layla passando per Clapton, Blind Faith, J.J Cale, George Harrison, Black Crowes, Leon Russell, Joe Cocker, Duane Allman etc etc.
La scaletta coi titoli delle canzoni e dei dischi di ogni trasmissione verrà messa in rete sul blog zambo’s place (zambosplace.blogspot.com) che sarà anche il luogo dei vostri pareri, delle vostre critiche e dei vostri consigli.
Spero di fare un buon lavoro. Buon Ascolto.

Mauro Zambellini

(qui trovate le scalette...)

sabato 23 gennaio 2010

il 'fascista' di Van Morrison


"Radio Varese fu un’esperienza per molti di noi fondamentale, capace di mettere in contatto esperienze umane sparse sul territorio che avevano bisogno di un’occasione per incontrarsi e conoscersi. Almeno per quanto riguarda la prima versione della Radio, quella nata nel 1976 e conclusasi con la polemica e politica dimissione di alcuni di noi circa un anno dopo, fu un esperienza positivamente devastante che lasciò un segno indelebile nelle nostre vite.
Dispersi in quella parte degli anni ’70 a cavallo tra utopie e movimento, si cercava di riporre la nostra creatività e la nostra voglia di vivere al di fuori di gruppuscoli, partiti e slogan e così qualche nome da giungla come Tambo, Zambo, Dundo, Bongo si trovarono a fianco ad un inatteso concentrato della sinistra rivoluzionaria varesina, l’anarchico Roberto, lo stalinista Nedo e il gramsciano Chico. Più che per le idee politiche, il gruppo si solidificò per la militanza nella Radio e per l’amore verso i linguaggi musicali americani, Woody Guthrie e il folk, il blues, il jazz e soprattutto il rock. Non sembrava vero ai nostri di potere “praticare” tranquillamente i propri gusti e miti lontano dalla fastidiosa spocchia dei “professorini” della politica, forgiati in quel grigissimo Marx-Lenin-Mao Tze Tung pensiero che faceva di un disco dei Grateful Dead un pericoloso nemico dei proletari del mondo. I “gerarchi” della sinistra rivoluzionaria organizzata non vedevano di buon occhio questi renegades, li consideravano alla stregua dei freakkettoni. Troppo anarchici, troppo indisciplinati, troppo snob con quei loro dischi strani di importazione che arrivavano dal cuore dell’imperialismo americano. Ai nostri piacevano le teste da morto dei Grateful Dead, quegli “scoppiati” degli Stones, quel tossico androgino di Lou Reed, quei buzzurri della Allman Brothers Band e dei Lynyrd Skynyrd che osavano suonavano con la bandiera sudista alle spalle. Roba da scomunica, roba politicamente scorretta, roba da compagni che sbagliano.
Il problema è che i duri e puri della politica stavano sulle palle anche ai nostri, che consumate le rispettive esperienze gruppettare trovarono in Radio Varese l’occasione per poter affermare quanto non era mai stato possibile all’interno del movimento ovvero che si poteva essere di sinistra e contemporaneamente ballare coi Creedence Clearwater Revival e i Rolling Stones. Radio Varese divenne ben presto l’unica radio libera dell’Occidente occupato non solo per la sua collocazione “non allineata” a sinistra ma anche per l’indipendenza culturale verso i blocchi mentali della sinistra più o meno ufficiale.
E così Waiting For My Man e Jessica riempirono l’etere senza vergogna, creando uno zoccolo duro di rock che dalle trasmissioni specializzate invadeva anche le fasce orarie e gli interstizi tra le trasmissioni più serie e i notiziari. Non si era politically correct ma la rivoluzione fu proprio quella di cadenzare l’informazione e i dibattiti con il rock n’roll, per di più di matrice americana.
C’era Scatola Calda di Zambo al pomeriggio, il blues del reverendo Skala, il jazz-rock di Bongo, il country-rock in odore di West Coast di Girompini, i nuovi american songwriters di Gaucci che per primo portò in radio Tom Waits, Gigi Prevosti con le sue scelte eclettiche, Bolotto coi figli di Jackson Browne ma anche chi, della redazione, “riempiva i buchi” come Tambo non perdeva l’occasione di mettere Jessica o Ramblin’ Man.
Il pubblico recepì, la Casa del Disco cominciò a farsi grande da lì e Carù Dischi aumentò le vendite del genere, entrambi interessati alla pubblicità sulla radio e concerti, oggi impensabili per Varese, come quello di Bruce Cockburn fecero il tutto esaurito. Certo la mano dei nostri non era di quelle leggere se anche uno sbarazzino e un po’ ruffiano programma di musica a richiesta per casalinghe aveva come sigla Rock n’ Roll di Lou Reed ovvero un pezzo di dieci minuti dal vivo di assoluta violenza elettrica.
Altri tempi, assurdamente più free di questi. Si scopriva un mondo musicale che neppure i giornali specializzati dell’epoca (Ciao 2001 perchè il Mucchio Selvaggio dove nascere di lì a poco) trattavano. Radio Varese legittimò il rock (e naturalmente altri idiomi) al di fuori di una ristretta cerchia di carbonari, creando curiosità e cultura oltre che piacere. Un mondo distante anni luce da quello odierno dove lo stesso termine è usato per identificare una realtà di gossip e scemenze fatta di video insulsi, di canzoni che durano un mese, di produzioni tanto laccate quanto inesistenti e dove il rock sembra essersi trasformato nelle pistolettate dei rapper, nel culo di Jennifer Lopez, nei capricci di Mariah Carey nelle liti degli Oasis.


Non tutto era comunque rosa e fiori nella Radio. Al direttore Lovisolo tutto sto’rock non è che piacesse tanto, a Salomone qualcosa di più napoletano avrebbe fatto piacere e a Ciardiello, responsabile della pubblicità, un po’ più di “italiano” avrebbe permesso un dialogo un po’ più tranquillo con gli inserzionisti, i quali sborsando il grano non volevano che i loro soldi finanziassero né Brown Sugar né un derelitto degli Appalachi che con la chitarra acustica cantava Mr. Bojangles.

Ma era la storia di Radio Varese ai suoi albori, con le sue incogruenze, ingenuità, contraddizioni, piccole gelosie. I nostri che erano tra quelli che stazionavano per più tempo in redazione si sentivano dentro una piccola comune dove la vita di ognuno interagiva con quella degli altri e investiva quello che c’era intorno con la legittimazione di chi “si sentiva investito da una missione, la missione Radio Varese”. La radio era al centro di tutto, era la discussione nelle cene, nelle bevute, nelle fumate, travolgeva amici e fidanzate tanto da incuriosire e interessare anche chi della radio non ne faceva parte. La provincia parlava di radio Varese ma pure amici di Milano sapevano cosa fosse e come si viveva a Radio Varese.
Rinaldo era uno di questi. Era amico di Zambo ma per quel flusso di scambio intellettuale ed epicureo che si diceva prima era diventato amico anche di Chico, Tambo, Nedo e via dicendo. Una sera i nostri varesotti calano a Milano, per una bevuta in compagnia a casa sua, in un monolocale a Chiesa Rossa, sui Navigli. Macchina, strade, rock a manetta nello stereo dell’auto, parole, discussioni e risate. Il silenzio era una cosa che non esisteva, se non dopo le tre di notte. Si parlava in radio, si parlava nelle riunioni di redazione, si parlava al bar, al telefono, in strada, da Quinto con la pizza fumante che ustionava le gengive, in macchina, si parlava ovunque. Tranne che in famiglia. Spesso si straparlava. Era la parte finale della gioventù, creativa, allegra e un po’ fumata, erano gli anni settanta vicino al punk e i nostri bazzicavano l’ area di parcheggio, quella specie di stand by che non vuole ancora saperne di un lavoro e una vita definitiva.

Rinaldo ci accoglie col solito ciaoooooo in quello slang milanese un po’ cazzuto e svogliato che lo faceva personaggio non convenzionale, snob nell’inflessione vocale ma randa nei modi, un boscaiolo dei Navigli con un po’ di amici che uscivano dalle chiacchiere della Briosca, un locale dei Navigli che sarebbe andato bene nella prime canzoni di Jannacci o Gaber.
Ci beviamo delle birre, cazzeggiamo, parliamo di musica e di dischi, ridiamo e fumiamo e diamo fondo all’universo raccontato, tra sarcasmo, ironia, prese in giro e verità, della Radio. Spieghiamo la rava e la fava, caratteri e macchiette, personaggi e fatti, a chi la Radio se la immagina dal di fuori pur potendola ascoltare anche a casa propria, a Milano, grazie alla potenza ed efficienza tecnologica del tendem Salomone-Lovisolo.
Ad un certo punto viene l’idea di zittire lo stereo col solito Lou Reed, il mito musicale per eccellenza di Rinaldo e sintonizzarsi sui 100 e 700 di Radio Varese. “Dai Rinaldo che ci sentiamo un po’ di musica dalla Radio” Ma sono le undici e c’è Metropolitana, una trasmissione di avanguardia musicale con rock elettronico e progressismi vari condotta da Riccardo, un tipo preciso che fa una trasmissione tra il colto, lo sperimentale e lo sballato. Per i nostri la musica di Metropolitana è una palla incredibile, troppo cervellotica e ambiziosa con tutta quell’elettronica, quelle melodie che non ci sono e quei suoni che paiono artificiali, da laboratorio. Ai nostri piace il soul, il R&B, il rock sudista, la chitarra elettrica, i Rolling Stones, caso mai il jazz di Charlie Parker e John Coltrane, già coi Beatles ci vanno piano, troppo per bene e incensati. I nostri si sentono insomma dei ragazzi cattivi. Metropolitana va in onda tardi di sera, Riccardo (con il suo socio Mauro) ci mette enfasi e fascino nelle presentazioni ma spesso la sua trasmissione, per i nostri, è un ottimo sonnifero. Le sue atmosfere rarefatte portano veramente in un mondo di sogni.
Riccardo (o forse Mauro) introduce dicendo che quella di stasera è una puntata speciale di oltre due ore, dedicata al Kraut rock, al rock elettronico tedesco e ai corrieri cosmici, in particolare a Edgar Froese, ai Tangerine Dream e Popol Vuh. E parte una lunga divagazione di rumori acquosi e minimali, intitolata per l’appunto Aqua senza nessuna melodia e ritmo, solo una sequenza impercettibile di variazioni sonore al cui cospetto Philip Glass sembra Sam Cooke.
I nostri sono preparati ma Rinaldo rimane di stucco. “che cazzo è sta roba, ma chi cazzo è sto qui per mettere ste palle a quest’ora”. Ridiamo ma in cuor nostro rimaniamo un po’ sconcertati nel sentire il frutto del nostro orgoglio, Radio Varese, ammosciare così una allegra serata e deludere i nostri ascoltatori “di città”.
“Dai Rinaldo, telefonagli e digli di cambiare musica, di mettere……. c’è il nuovo Van Morrison dal vivo che è una bomba”. Ottima idea, dice Rinaldo. Telefono alla mano, un paio squilli, “pronto, Metropolitana?” Si, perché ? “Non potresti cambiare sto tormento senza estasi con qualcosa di più eccitante, magari il Van Morrison di It’s Too Late To Stop Now, siamo dei fedeli ascoltatori di Radio Varese, è una serata particolare e vorremmo un po’ far festa con della buona musica, qualcosa che ci dia delle buone vibrazioni e ci tenga allegri?” No, non è possibile, si sente rispondere dall’altra parte del filo, questa è Metropolitana e questa è una trasmissione speciale sull’elettronica tedesca che i nostri ascoltatori aspettano da tempo.
“Senti pezzo di merda” risponde Rinaldo con un perentorio slang dei Navigli “l’unica cosa che devi fare è andare di là, nella saletta dove c’è l’archivio dei dischi e ruscare sotto la M, prendere un disco di Van Morrison, metterlo sul piatto e tirar su il cursore del mixer. Dai fa il bravo, facci sto piacere, poi puoi mettere tutto il rock tedesco che vuoi”. Fine della telefonata.
Dopo qualche minuto, l’onda sonora proveniente dalla radio viene bruscamente interrotta, come se nell’Aqua di Froese (cosi’ mi sembra si chiamasse) fosse stato buttato un sasso. Aperto il microfono, il conduttore con voce grave e preoccupata dice “amici, compagni che ci seguite da tempo, un grave atto intimidatorio di stampo fascista sta turbando Radio Varese e le nostre emissioni, vi preghiamo di vigilare, rimaniamo sintonizzati affinchè la provocazione fascista in atto non arrechi danno alla Radio, contiamo sulla responsabilità democratica nostra e dei nostri ascoltatori. Non ci faremo intimidire”.
Come non detto. Ritornano ancora le oscillazioni metronomiche tedesche nell’etere e noi rimaniamo tra lo stupefatto e il divertito “ma va sto pirla, adesso siamo fascisti perché abbiamo chiesto in modo un po’ rude Van Morrison, ma roba de matt…..”
Di nuovo la musica si interrompe, il conduttore irrompe nell’etere “compagni, amici, finisce qui questa puntata speciale di Metropolitana, la vigilanza ci induce a lasciare perdere, le trasmissioni continueranno con il notturno in musica. Ciao”.
Rimaniamo allibiti, ma come? non doveva essere una puntata speciale di due ore che gli ascoltatori aspettavano con ansia ? ma vai a farti fottere Metropolitana, sparati un Lou Reed in vena”!.
Colpa di quel fascista di Van Morrison la serata si chiude in quattro e quattr’otto. Salutato Rinaldo, la notte ci inghiotte, stanchi e un po’ delusi la strada ci accoglie con le sue luci e i suoi fari, un mutismo che dura fino al casello di Gallarate regna sovrano nell’abitacolo della 128 Fiat rosso opaco di Chico. Poi ognuno va per la sua strada, chi a Varese, chi nel sud della provincia. Domani è un altro giorno".

MAURO ZAMBELLINI 2003, dal libro "Radio Varese 100 e 700 L'Unica Radio Libera dell'Occidente Occupato"