sabato 23 gennaio 2010

il 'fascista' di Van Morrison


"Radio Varese fu un’esperienza per molti di noi fondamentale, capace di mettere in contatto esperienze umane sparse sul territorio che avevano bisogno di un’occasione per incontrarsi e conoscersi. Almeno per quanto riguarda la prima versione della Radio, quella nata nel 1976 e conclusasi con la polemica e politica dimissione di alcuni di noi circa un anno dopo, fu un esperienza positivamente devastante che lasciò un segno indelebile nelle nostre vite.
Dispersi in quella parte degli anni ’70 a cavallo tra utopie e movimento, si cercava di riporre la nostra creatività e la nostra voglia di vivere al di fuori di gruppuscoli, partiti e slogan e così qualche nome da giungla come Tambo, Zambo, Dundo, Bongo si trovarono a fianco ad un inatteso concentrato della sinistra rivoluzionaria varesina, l’anarchico Roberto, lo stalinista Nedo e il gramsciano Chico. Più che per le idee politiche, il gruppo si solidificò per la militanza nella Radio e per l’amore verso i linguaggi musicali americani, Woody Guthrie e il folk, il blues, il jazz e soprattutto il rock. Non sembrava vero ai nostri di potere “praticare” tranquillamente i propri gusti e miti lontano dalla fastidiosa spocchia dei “professorini” della politica, forgiati in quel grigissimo Marx-Lenin-Mao Tze Tung pensiero che faceva di un disco dei Grateful Dead un pericoloso nemico dei proletari del mondo. I “gerarchi” della sinistra rivoluzionaria organizzata non vedevano di buon occhio questi renegades, li consideravano alla stregua dei freakkettoni. Troppo anarchici, troppo indisciplinati, troppo snob con quei loro dischi strani di importazione che arrivavano dal cuore dell’imperialismo americano. Ai nostri piacevano le teste da morto dei Grateful Dead, quegli “scoppiati” degli Stones, quel tossico androgino di Lou Reed, quei buzzurri della Allman Brothers Band e dei Lynyrd Skynyrd che osavano suonavano con la bandiera sudista alle spalle. Roba da scomunica, roba politicamente scorretta, roba da compagni che sbagliano.
Il problema è che i duri e puri della politica stavano sulle palle anche ai nostri, che consumate le rispettive esperienze gruppettare trovarono in Radio Varese l’occasione per poter affermare quanto non era mai stato possibile all’interno del movimento ovvero che si poteva essere di sinistra e contemporaneamente ballare coi Creedence Clearwater Revival e i Rolling Stones. Radio Varese divenne ben presto l’unica radio libera dell’Occidente occupato non solo per la sua collocazione “non allineata” a sinistra ma anche per l’indipendenza culturale verso i blocchi mentali della sinistra più o meno ufficiale.
E così Waiting For My Man e Jessica riempirono l’etere senza vergogna, creando uno zoccolo duro di rock che dalle trasmissioni specializzate invadeva anche le fasce orarie e gli interstizi tra le trasmissioni più serie e i notiziari. Non si era politically correct ma la rivoluzione fu proprio quella di cadenzare l’informazione e i dibattiti con il rock n’roll, per di più di matrice americana.
C’era Scatola Calda di Zambo al pomeriggio, il blues del reverendo Skala, il jazz-rock di Bongo, il country-rock in odore di West Coast di Girompini, i nuovi american songwriters di Gaucci che per primo portò in radio Tom Waits, Gigi Prevosti con le sue scelte eclettiche, Bolotto coi figli di Jackson Browne ma anche chi, della redazione, “riempiva i buchi” come Tambo non perdeva l’occasione di mettere Jessica o Ramblin’ Man.
Il pubblico recepì, la Casa del Disco cominciò a farsi grande da lì e Carù Dischi aumentò le vendite del genere, entrambi interessati alla pubblicità sulla radio e concerti, oggi impensabili per Varese, come quello di Bruce Cockburn fecero il tutto esaurito. Certo la mano dei nostri non era di quelle leggere se anche uno sbarazzino e un po’ ruffiano programma di musica a richiesta per casalinghe aveva come sigla Rock n’ Roll di Lou Reed ovvero un pezzo di dieci minuti dal vivo di assoluta violenza elettrica.
Altri tempi, assurdamente più free di questi. Si scopriva un mondo musicale che neppure i giornali specializzati dell’epoca (Ciao 2001 perchè il Mucchio Selvaggio dove nascere di lì a poco) trattavano. Radio Varese legittimò il rock (e naturalmente altri idiomi) al di fuori di una ristretta cerchia di carbonari, creando curiosità e cultura oltre che piacere. Un mondo distante anni luce da quello odierno dove lo stesso termine è usato per identificare una realtà di gossip e scemenze fatta di video insulsi, di canzoni che durano un mese, di produzioni tanto laccate quanto inesistenti e dove il rock sembra essersi trasformato nelle pistolettate dei rapper, nel culo di Jennifer Lopez, nei capricci di Mariah Carey nelle liti degli Oasis.


Non tutto era comunque rosa e fiori nella Radio. Al direttore Lovisolo tutto sto’rock non è che piacesse tanto, a Salomone qualcosa di più napoletano avrebbe fatto piacere e a Ciardiello, responsabile della pubblicità, un po’ più di “italiano” avrebbe permesso un dialogo un po’ più tranquillo con gli inserzionisti, i quali sborsando il grano non volevano che i loro soldi finanziassero né Brown Sugar né un derelitto degli Appalachi che con la chitarra acustica cantava Mr. Bojangles.

Ma era la storia di Radio Varese ai suoi albori, con le sue incogruenze, ingenuità, contraddizioni, piccole gelosie. I nostri che erano tra quelli che stazionavano per più tempo in redazione si sentivano dentro una piccola comune dove la vita di ognuno interagiva con quella degli altri e investiva quello che c’era intorno con la legittimazione di chi “si sentiva investito da una missione, la missione Radio Varese”. La radio era al centro di tutto, era la discussione nelle cene, nelle bevute, nelle fumate, travolgeva amici e fidanzate tanto da incuriosire e interessare anche chi della radio non ne faceva parte. La provincia parlava di radio Varese ma pure amici di Milano sapevano cosa fosse e come si viveva a Radio Varese.
Rinaldo era uno di questi. Era amico di Zambo ma per quel flusso di scambio intellettuale ed epicureo che si diceva prima era diventato amico anche di Chico, Tambo, Nedo e via dicendo. Una sera i nostri varesotti calano a Milano, per una bevuta in compagnia a casa sua, in un monolocale a Chiesa Rossa, sui Navigli. Macchina, strade, rock a manetta nello stereo dell’auto, parole, discussioni e risate. Il silenzio era una cosa che non esisteva, se non dopo le tre di notte. Si parlava in radio, si parlava nelle riunioni di redazione, si parlava al bar, al telefono, in strada, da Quinto con la pizza fumante che ustionava le gengive, in macchina, si parlava ovunque. Tranne che in famiglia. Spesso si straparlava. Era la parte finale della gioventù, creativa, allegra e un po’ fumata, erano gli anni settanta vicino al punk e i nostri bazzicavano l’ area di parcheggio, quella specie di stand by che non vuole ancora saperne di un lavoro e una vita definitiva.

Rinaldo ci accoglie col solito ciaoooooo in quello slang milanese un po’ cazzuto e svogliato che lo faceva personaggio non convenzionale, snob nell’inflessione vocale ma randa nei modi, un boscaiolo dei Navigli con un po’ di amici che uscivano dalle chiacchiere della Briosca, un locale dei Navigli che sarebbe andato bene nella prime canzoni di Jannacci o Gaber.
Ci beviamo delle birre, cazzeggiamo, parliamo di musica e di dischi, ridiamo e fumiamo e diamo fondo all’universo raccontato, tra sarcasmo, ironia, prese in giro e verità, della Radio. Spieghiamo la rava e la fava, caratteri e macchiette, personaggi e fatti, a chi la Radio se la immagina dal di fuori pur potendola ascoltare anche a casa propria, a Milano, grazie alla potenza ed efficienza tecnologica del tendem Salomone-Lovisolo.
Ad un certo punto viene l’idea di zittire lo stereo col solito Lou Reed, il mito musicale per eccellenza di Rinaldo e sintonizzarsi sui 100 e 700 di Radio Varese. “Dai Rinaldo che ci sentiamo un po’ di musica dalla Radio” Ma sono le undici e c’è Metropolitana, una trasmissione di avanguardia musicale con rock elettronico e progressismi vari condotta da Riccardo, un tipo preciso che fa una trasmissione tra il colto, lo sperimentale e lo sballato. Per i nostri la musica di Metropolitana è una palla incredibile, troppo cervellotica e ambiziosa con tutta quell’elettronica, quelle melodie che non ci sono e quei suoni che paiono artificiali, da laboratorio. Ai nostri piace il soul, il R&B, il rock sudista, la chitarra elettrica, i Rolling Stones, caso mai il jazz di Charlie Parker e John Coltrane, già coi Beatles ci vanno piano, troppo per bene e incensati. I nostri si sentono insomma dei ragazzi cattivi. Metropolitana va in onda tardi di sera, Riccardo (con il suo socio Mauro) ci mette enfasi e fascino nelle presentazioni ma spesso la sua trasmissione, per i nostri, è un ottimo sonnifero. Le sue atmosfere rarefatte portano veramente in un mondo di sogni.
Riccardo (o forse Mauro) introduce dicendo che quella di stasera è una puntata speciale di oltre due ore, dedicata al Kraut rock, al rock elettronico tedesco e ai corrieri cosmici, in particolare a Edgar Froese, ai Tangerine Dream e Popol Vuh. E parte una lunga divagazione di rumori acquosi e minimali, intitolata per l’appunto Aqua senza nessuna melodia e ritmo, solo una sequenza impercettibile di variazioni sonore al cui cospetto Philip Glass sembra Sam Cooke.
I nostri sono preparati ma Rinaldo rimane di stucco. “che cazzo è sta roba, ma chi cazzo è sto qui per mettere ste palle a quest’ora”. Ridiamo ma in cuor nostro rimaniamo un po’ sconcertati nel sentire il frutto del nostro orgoglio, Radio Varese, ammosciare così una allegra serata e deludere i nostri ascoltatori “di città”.
“Dai Rinaldo, telefonagli e digli di cambiare musica, di mettere……. c’è il nuovo Van Morrison dal vivo che è una bomba”. Ottima idea, dice Rinaldo. Telefono alla mano, un paio squilli, “pronto, Metropolitana?” Si, perché ? “Non potresti cambiare sto tormento senza estasi con qualcosa di più eccitante, magari il Van Morrison di It’s Too Late To Stop Now, siamo dei fedeli ascoltatori di Radio Varese, è una serata particolare e vorremmo un po’ far festa con della buona musica, qualcosa che ci dia delle buone vibrazioni e ci tenga allegri?” No, non è possibile, si sente rispondere dall’altra parte del filo, questa è Metropolitana e questa è una trasmissione speciale sull’elettronica tedesca che i nostri ascoltatori aspettano da tempo.
“Senti pezzo di merda” risponde Rinaldo con un perentorio slang dei Navigli “l’unica cosa che devi fare è andare di là, nella saletta dove c’è l’archivio dei dischi e ruscare sotto la M, prendere un disco di Van Morrison, metterlo sul piatto e tirar su il cursore del mixer. Dai fa il bravo, facci sto piacere, poi puoi mettere tutto il rock tedesco che vuoi”. Fine della telefonata.
Dopo qualche minuto, l’onda sonora proveniente dalla radio viene bruscamente interrotta, come se nell’Aqua di Froese (cosi’ mi sembra si chiamasse) fosse stato buttato un sasso. Aperto il microfono, il conduttore con voce grave e preoccupata dice “amici, compagni che ci seguite da tempo, un grave atto intimidatorio di stampo fascista sta turbando Radio Varese e le nostre emissioni, vi preghiamo di vigilare, rimaniamo sintonizzati affinchè la provocazione fascista in atto non arrechi danno alla Radio, contiamo sulla responsabilità democratica nostra e dei nostri ascoltatori. Non ci faremo intimidire”.
Come non detto. Ritornano ancora le oscillazioni metronomiche tedesche nell’etere e noi rimaniamo tra lo stupefatto e il divertito “ma va sto pirla, adesso siamo fascisti perché abbiamo chiesto in modo un po’ rude Van Morrison, ma roba de matt…..”
Di nuovo la musica si interrompe, il conduttore irrompe nell’etere “compagni, amici, finisce qui questa puntata speciale di Metropolitana, la vigilanza ci induce a lasciare perdere, le trasmissioni continueranno con il notturno in musica. Ciao”.
Rimaniamo allibiti, ma come? non doveva essere una puntata speciale di due ore che gli ascoltatori aspettavano con ansia ? ma vai a farti fottere Metropolitana, sparati un Lou Reed in vena”!.
Colpa di quel fascista di Van Morrison la serata si chiude in quattro e quattr’otto. Salutato Rinaldo, la notte ci inghiotte, stanchi e un po’ delusi la strada ci accoglie con le sue luci e i suoi fari, un mutismo che dura fino al casello di Gallarate regna sovrano nell’abitacolo della 128 Fiat rosso opaco di Chico. Poi ognuno va per la sua strada, chi a Varese, chi nel sud della provincia. Domani è un altro giorno".

MAURO ZAMBELLINI 2003, dal libro "Radio Varese 100 e 700 L'Unica Radio Libera dell'Occidente Occupato"

6 commenti:

Paolo Vites ha detto...

straordinario

Paolo Bassotti ha detto...

Bellissimo racconto. Sbaglio o qualche mese fa c'è stata una presentazione del libro all'Alpheus?
Avevo scritto un lungo commento su come m'immagino quei tempi che non ho vissuto (sono nato nel '77). Poi l'ho cancellato, perché non mi piaceva. Magari un giorno farò quattro chiacchiere di persona con chi quella stagione l'ha vissuta davvero, per parlare un po' della nostalgia di un passato non mio(ah, la musica! It's Too Late come disco del momento...), e di come la nostalgia venga mitigata dal pensiero di certi altri aspetti dell'epoca.

Simone Cavatorta ha detto...

Fantastico

DiamondDog ha detto...

Ho mancato quello splendido periodo di una decina d'anni.
E queste sono le occasioni in cui, andando contro ogni logica biologica, desidererei avere qualche anno in più.
Bellissimo.

zambo ha detto...

non mi risulta che il libro Radio Varese 100.700 sia stato presentato qualche mese fa. La presentazione ufficiale fu nel novembre del 2003 in una libreria di Varese,poi ce ne fu un altra con il gironalista ex Rai Santalmassi. Il libro ha venduto bene, è stato perfino ristampato e ha ottenuto una ottima citazione in 7 giorni di cattivi pensieri di Gianni Mura, rubrica domenicale su La Repubblica.

Cheap ha detto...

Strepitoso. Vado subito a procurarmi il libro.
Grande Zambo
Marco