lunedì 1 febbraio 2010

Gypsy Soul #4


(continua)

Simple Songs of Freedom

Amara e autodistruttiva è la vicenda di Tim Hardin songwriter sopraffino uscito dal movimento folk degli anni sessanta. Nato a Eugene nell’Oregon nel 1941, Hardin divenne una figura preminente nella scena del Greenwich Village grazie ad un talento straordinario e alle dicerie che lo volevano figlio del fuorilegge John Wesley Harding. A una spiccata sensibilità artistica si contrapponeva una personalità autodistruttiva e votata all’eccesso, morirà nel 1980 per overdose dopo una vita segnata pesantemente dall’eroina ma la sua voce e le sue canzoni rimangono tra le cose più belle di tutta la canzone d’autore americana. Voce melodiosa e flessibile, esaltata da una espressività dolente, apparentemente fragile ma intensamente poetica, che richiama quella di Fred Neil, altro grande e introverso rappresentante dello stesso movimento folk-rock, Tim Hardin seppe imporsi all’attenzione con canzoni di una innocenza incredibile che fecero breccia nei cuori più sensibili.
Titoli come Reason To Believe, If I Knew, Black Sheep Boy, Simple Song Of Freedom e la stra-coperta If I Were A Carpenter presentano un autore di una dolcezza romantica disarmante che mostra qualche analogia con Tim Buckley.
Dopo gli album per la Verve contrassegnati dalla sua vena più cantautorale e folk, Tim Hardin nel 1969 ripara in Inghilterra per tentare una cura disintossicante dall’eroina. Quando torna negli Stati Uniti e si stabilisce a Woodstock la Columbia gli mette a disposizione uno studio mobile per registrare Suite For Susan Moore and Damion-We Are-One, One All In One (Columbia, 1969) ambiziosa opera meditativa dedicata alla moglie Susan e al figlio Camion. L’album seguente risente della brezza afroamericana che coinvolge all’inizio degli anni ’70 i cantautori americani e scivola verso atmosfere southern e bluesy. Bird On The Wire (Columbia, 1971), che come titolo la nota canzone di Leonard Cohen, viene registrato tra Macon e New York col produttore Ed Freeman e con alcuni futuri Weather Report. L’ album include Hoboin’, accreditato a John Lee Hooker ma di fatto ottenuto da Freight Train di Lightnin’ Hopkins, le suggestioni sudiste di Southern Butterfly e diversi brani altrui. In realtà Hardin rincorre una idea di serenità che il disfacimento del nucleo famigliare e i problemi di dipendenza avevano compromesso. Bird On The Wire è uno dei rari periodi in cui l’autore non si fa di eroina ma l’uso del metadone e l’eccesso di alcol minano le sedute di registrazione tanto che è praticamente impossibile trovare il cantante e i musicisti in studio nello stesso momento. Le difficoltà del suo vivere sono messe in evidenza nella toccante Andrè Johray, una metafora sul successo con spunti autobiografici, ma è la delicata If I Knew, originariamente registrata a Nashville con uno stuolo di sessionmen di provata fede sudista, la perla del disco.
Simle Songs Of Freedom - The Tim Hardin Collection, un cd edito nel 1996. sintetizza al meglio gli album pubblicati per la Columbia.

Tormentato e inquieto come Hardin e anche lui vittima della droga, morirà a Dallas nel 1975 per un overdose di eroina scambiata per cocaina, è Tim Buckley, coraggioso esploratore vocale e improvvisatore che col suo folk visionario e psichedelico costituirà un caso a sé nel panorama musicale degli anni sessanta e primi settanta.
Poesia (Lorca e Rimbaud) e amore per il jazz sono parti indissolubili della sua musica, la prima per le liriche visionarie, il secondo per le ardite e ripide sperimentazioni vocali. Estimatore di John Coltrane, Charlie Mingus e Miles Davis nel 1968 Tim Buckley effettuerà una tournee a Londra, documentata dallo splendido Dream Letter (Demon,1990), con un quartetto formato dal vibrafonista jazz David Friedman, dal bassista Danny Thompson e dal chitarrista Lee Underwood definito dalla critica Modern Jazz Quartet of Folk.
Marcatemente funk sarà l’approccio tenuto dall’artista in Greetings From L.A. (W.B 1972), uno degli ultimi album della sua esistenza e dimostrazione dell’eclettismo della sua musica atipica, umorale, fisica e cerebrale al tempo stesso.
Fred Neil, di cui Buckley riprenderà la magica Dolphins, Tim Hardin e Tim Buckley costituiscono un trio di autori in cui il rapporto tra arte e vita non ammette compromessi (difatti sono morti tutti e tre) e la cui musica ha funzionato come le pagine di un diario letto in pubblico, senza paure e reticenze.

Anche l’Inghilterra ha visto in quegli anni proliferare personaggi che si mettevano a margine del mondo pop e si inventavano un mondo a sé, fragile come un bicchiere di cristallo ma poetico e ricco di suggestioni.
Il caso più misterioso (e drammatico) è quello di Nick Drake il cui Bryter Layter (Island,1970), secondo disco prima di una prematura morte per suicidio nel 1974, è un singolare cambiamento rispetto al lunatico folk autunnale degli altri due dischi e rivela di un artista sensibile alle orchestrazioni jazz e a produzioni più complesse. Gli arrangiamenti di Robert Kirby e la produzione di Joe Boyd (colui che avrebbe lavorato a Fables Of Reconstruction dei Rem) valorizzano l’architettura poetica dell’artista, la sua voce spaesata e il suo originario folk acustico, sfumature di jazz rarefatto e di cieli nordici colorano le dieci canzoni del disco creando un atmosfera affascinante e rilassata. Anche se Poor Boy col delizioso sax alto di Ray Warleigh, il piano elegante di Chris Mc Gregor e le voci femminili sa molto di gospel e bop americano.

John Martyn era amico di Drake e di Richard Thompson, i tre rappresentano il meglio della canzone d’autore inglese dei settanta. In possesso di una voce estesa e flessibile, la sua ricerca vocale ricorda un po’ quella di Tim Buckley anche se non ci sono la medesima inquietudine autodistruttiva e le ripide improvvisazioni.
Il suo Solid Air (Island, 1973) è uno di quei dischi che bisogna assolutamente avere. Un pigro e strascicato easy blues si insinua in melodiose canzoni dal tratto sognante e una voce da brivido canta un folk-rock etereo e unico. Ci sono frizioni di british free e allucinazioni (I’d Rather Be The Devil, Dreams By The Sea) ma quello che rimane sulla pelle sono ballate come Go Down Easy, Over The Hill, May You Never, Solid Air che hanno quel sottile mistero che il folk-rock di Drake e Martyn possedeva..
Ottima la chitarra acustica di Martyn, superbi i musicisti, sono gli stessi di Bryter Layter ovvero la crèmè inglese ruotante attorno a Pentangle e Fairport Convention. Entrambi i dischi vennero pubblicati dalla Island, un etichetta che in quegli anni era all’avanguardia per novità, gusto e coraggio.

Più contorto il percorso di Laura Nyro, cantante, autrice e pianista nata nel 1947 nel Bronx e deceduta nel 1997 per un cancro alle ovaie. Ebbe un impatto sulla pop music degli anni 60 e 70 grazie a canzoni introspettive che combinavano liriche poetiche con frammenti di folk urbano, soul e jazz.
Il jazz se lo portava nel sangue, il padre era un trombettista jazz che la invogliò a prendere la strada della musica. Scrisse la prima canzone che aveva solo otto anni e ancora prima di incidere il primo album a suo nome aveva già scritto diverse canzoni di successo come Stoned Soul Picnic, And When I Die e Sweet Blindness.
Ebbe un periodo di gioventù in cui usò l’Lsd, per sperimentare tecniche di scrittura nuove ma poi quando in un “bad trip” si trovò la camera assediata per nove ore da creature mezzo uomo e mezzo topo che la assalivano e distruggevano tutto pose fine alla faccenda e passò a Dylan e John Coltrane.
Con i suoi album registrati alla fine degli anni sessanta, Laura Nyro si affermò come una delle prime grandi cantautrici americane, coniando uno stile personale fatto di strani e intensi fraseggi pianistici, di improvvisi cambi di tempo e di una voce lamentosa e drammatica. Con i suoi lunghi capelli neri, i suoi abiti neri e il suo fare aristocratico, Laura Nyro divenne la perfetta chanteuse urbana in contrasto coi personaggi colorati dell’epoca.
Il suo album del 1969, New York Tendaberry, dalla copertina rigorosamente nera costituì il biglietto da visita di un songwriting riflessivo e ombroso, intriso di grande passione.
Il soul e il gospel che affioravano nelle sue composizioni la portarono presto a misurarsi con la musica nera, Christmas and The Beads Of Sweat (Columbia,1970) vede la Nyro lavorare ai Muscle Shoals con Duane Allman e la produzione di Felix Cavaliere e Arif Mardin per una serie di canzoni che mantengono lo stile originario dell’autrice però usano l’assetto strumentale sudista per emanare più calore e solarità. Il disco suona più ridente ma New York Tendaberry rimane insuperabile.
Gonna Take a Miracle (Columbia, 1971) si spinge oltre e appaga la voglia soul della cantante con la rivisitazione di classici del R&B come Lonnie Mack e Dancing In The Street e con la partecipazione di Patti Labelle. Seguirà un live in solitario, Spread Your Wings and Fly, in cui l’artista “coprirà” con l’aiuto di sola voce e piano canzoni di Aretha Franklyn, Drifters e Ben E.King. Poi per un lungo periodo Laura Nyro si ritirerà dalle scene.

MAURO ZAMBELLINI GENNAIO 2006

2 commenti:

Simone Cavatorta ha detto...

Di questi conosco solo Buckley e Drake. Buckley è un musicista che non capisco: pur avendo provato e riprovato, non riesco ad apprezzare la sua musica (ma tenterò ancora, perchè comunque la trovo affascinante).
Su Drake ho letto tempo fa un commento di Nick Hornby, il quale dice che questo autore, se lo ascolti quando sei triste, non sai mai se è un balsamo o se ti trascina sempre più giù con sè. Be', nel mio caso si verifica la seconda opzione; Drake è l'unico musicista che non riesco ad ascoltare per qunto è triste, una tristezza che trovo inquietante e non consolatoria, frutto di una sensibilità profonda ma anche malata.

Elvis Spectrum ha detto...

bellissimo post!
mi permetto di aggiugere un paio di note su John Martyn, superbo cantautore scozzese, a metà fra folk, jazzy e blues. E' stato un grandissimo autore degli anni '70 di cui bisogna ricordare alcuni suoi lavori, (oltre a Solid Air)
ci sono anche "Inside out”, “Bless The Weather”, “Sunday's Child”, il maestoso “Live At Leeds” del 1975 e "The church with one bell" uno dei più recenti lavori dove svetta una superba cover di Glory Box dei Portished

altre info qui:

http://dariogreco.splinder.com/post/19712519/Farewell+John!