lunedì 15 febbraio 2010

Woodstock


Forse fu un grande inganno ma fu bello crederci. Quando nel 1970 uscì per la Warner Brothers il film Woodstock, con diversi amici calammo dalla provincia a Milano al Cinema Alcione (credo fosse quello anche se non ricordo esattamente, era dalle parti di Piazza Vetra) in un pomeriggio di un giorno feriale ed in mezzo ad uno sparuto ma attento pubblico ci beammo e rimanemmo estasiati dalle immagini e dalla musica di quel documentario che di colpo ci faceva partecipi di un mondo che noi, periferia dell’impero, avevamo solo supposto ed immaginato e che ora era lì davanti agli occhi terribilmente vero, reale, magnifico. D’accordo, prima c’erano stati i Beatles e i Rolling Stones, l’Italia era stata percorsa dal beat e dai “capelloni” e dalla vicina Olanda arrivavano le imprese anarchiche e pacifiche dei provos, ma quella fu la consacrazione, per la prima volta, noi che già compravamo i dischi americani di importazione e conoscevamo più Kerouac che Pavese, quella fu l’entrata ufficiale nella nazione dei giovani alternativi, giovani che speravano e sognavano un mondo diverso e colorato basato, come suggeriva la scritta che troneggiava sotto la chitarra con colomba che faceva da logo al festival, sull’amore, la pace e la musica. Era la Underground Nation per dirla alla californiana, dove tutto era nato tutto, ribattezzata adesso , dopo la visibilità offerta dal festival, la Woodstock Nation.
Poco importa se di lì a poco la saggistica adulta e approfondita sui riti giovanili rivelò che in realtà i tre giorni di Woodstock furono il banco di prova da parte delle organizzazioni criminali, FBI compresa, per il lancio di una capillare opera di penetrazione dell’eroina nel pubblico dei festival pop e poco importa se con i 100.000 dollari pagati dalla Warner Bros. per il film (diretto da Michael Wadleigh ed edito da Thelma Schoonmaker e Martin Scorsese) e con i diritti discografici dei futuri album (prima un triplo Lp Woodstock: Music from the Orginal Soundtrack and More, poi un doppio Lp Woodstock 2, poi nel 1994 un terzo album Woodstock Diary ed un box-set della Atlantic di 4CD Woodstock: Three Days of Peace and Music e oggi nel 2009 un monumentale box set di 6 CD con tanto di confezione a frange) quello fu il festival dell’amore sì, ma per il business visto che da quel giorno gran parte della spontaneità e dell’indipendenza del rock fu inghiottita da una scientifica rete di regole commerciali dettate dalle major discografiche. Sono in molti a pensare che in realtà il festival di Woodstock non fu l’apice della cultura hippie o la celebrazione dell’Era dell’Acquario ma il prologo ad un epilogo che si sarebbe consumato pochi mesi dopo, il 6 dicembre del 1969, sull’altipiano di Altamont, nei pressi di San Francisco, quando un servizio d’ordine di truci ed impasticcati Hell’s Angels picchiò a morte un ragazzo nero, Meredith Hunter, reo di essersi avvicinato troppo aggressivamente al palco dove i Rolling Stones, gruppo che nulla aveva a che spartire con il flower power e con la rivoluzione psichedelica, stavano suonando Sympathy For The Devil.
Poco importa della verità o presunta tale, era stato bello sognare e sognammo ad occhi chiusi perché quello era il mondo di entrare in trance con il rock di quei tre meravigliosi giorni, degnamente rappresentato nell’anno in cui l’uomo passeggiò sulla Luna, da un manipolo di artisti che, ancora non relegati dalla critica nei generi e nei sottogeneri, formavano un'unica grande ed inarrestabile onda sonora liberatrice.

Il più grande spettacolo rock di tutti i tempi era cominciato il 15 agosto con la voce declamatoria di Richie Havens che urlava come un ossesso Freedom nella verde valle di Bethel ed era finito nell’umida e vitrea alba del 18 agosto davanti ad una distesa di cartacce, rifiuti, bandiere sbrindellate, bivacchi abbandonati, fuochi che si spegnevano, sacco a pelo abbandonati e “solo” 40mila fantasmi, gli altri se ne erano già andati, con Jimi Hendrix che con la sua Fender Stratocaster prendeva a mitragliate l’inno americano Star Spangled Banner, come se quella acida e stridente distorsione avesse già messo definitivamente in archivio la Woodstock Nation e tutte le sue idee di pace & amore.
In mezzo c’erano stati grandi gesti, dagli Who, il gruppo che sanciva lo strapotere inglese nel rock e ne rappresentava i nuovi scenari elettrici e hard, al massimo della loro furia iconoclasta, al dondolante e rauco Joe Cocker di With A Little Help from My Friends una canzone che i Beatles ormai in disfacimento avevano lasciato dietro di sè, dall’interminabile assolo di Alvin Lee in I’m Goin Home, il blues che rese i Ten Years After prigionieri di sé stessi, alla dolcezza acustica di John Sebastian in I Had a Dream, stesso titolo del celebre messaggio di Martin Luther King, dal teatrino pop demenziale degli Sha Na Na al primo esempio di world music del sitar di Ravi Shankar, dal funky proud and black and sexy di Sly and Family Stone alla commovente e persa Janis Joplin di Summertime, dai ruspanti Canned Heat di Going Up The Country alla nascita in diretta di uno dei quartetti più celebri e celebrati di tutta la storia del rock ovvero gli angelici Crosby, Stills, Nash and Young che con Suite:Judy Blue Eyes sparsero quelle good vibrations che negli anni successivi fecero più ebeti che pacifisti. Anche se, a dirla tutta, il botto lo fecero gli Who con See Me Feel Me con Roger Daltrey che canta mentre sorge il sole e Carlos Santana “fatto” di messalina con il batterista Mike Shrieve che nemmeno sapeva su quale galassia si trovasse tirano una strepitosa, torrenziale e tribalee versione di Soul Sacrifice.

Tutti ricordano la danza della pioggia che coinvolse gran parte del pubblico stracciato e bagnato dopo il famigerato temporale che seguì all’esibizione di Joe Cocker ed interruppe il concerto per diverse ore tanto che in Italia ne fecero una versione nostrana con i polli gettati sul palco del Festival del Parco Lambro a metà anni ’70 quando ormai quell’eroina che aveva fatto capolino a Woodstock aveva bruciato qualsiasi sogno e qualsiasi ipotesi comunitaria. Qualcuno ricorda anche una delicata e struggente ballata cantata da Joni Mitchell, appunto intitolata Woodstock, che fu scritta a posteriori dalla cantante e poi ripresa da CSN&Y , forse pentita di non aver partecipato al più grande spettacolo rock di tutti i tempi il suo manager preferì indirizzarla nel più seguito e telegenico Dick Cavett Show.

Il festival di Woodstock nacque quando Michael Lang e Artie Kornfeld risposero ad un inserzione fatta sul New York Times e sul Wall Street Journal da John Roberts e Joel Rosenman che diceva pressappoco così: giovani uomini con capitale illimitato cercano interessanti opportunità legali di investimento e proposte di affari. L’idea dei quattro era squisitamente commerciale: avrebbero aperto uno studio di registrazione nell’atmosfera ritirata e tranquilla di Woodstock, stato di New York nel mezzo delle suggestive Catskill Mountains. L’idea cambiò e fu deciso per un più renumerativo festival all’aria aperta. Dopo una veloce prevendita, la Woodstock Ventures creata dai quattro vendette solo a New York e dintorni 186 mila biglietti al prezzo di 18 dollari per un giorno e 24 per tutti e tre i giorni. Fu subito chiaro che il festival situato nei 600 acri della fattoria di Max Yasgur a Bethel, vicino Woodstock, avrebbe richiamato una sterminata massa di giovani, un numero talmente imponente di persone da obbligare alla scelta di un free concert.
La cosa dal punto di vista logistico non fu indolore: il sito del festival non era attrezzato per così tante persone (dal mezzo milione al milione di partecipanti), le strutture sanitarie erano insufficienti, il sistema di pronto soccorso impotente, il traffico bloccò a lungo alcune autostrade dello stato di New York e molti dei presenti si trovarono in difficoltà a causa del clima e per la mancanza di igiene e cibo. L’unico cronista presente nel primo giorno del festival, Bernard Collier del New York Times, fu esplicitamente invitato dalla sua redazione a sottolineare gli aspetti deleteri dell’evento, i blocchi stradali, la sistemazione improvvisata, l’uso di droghe fra i ragazzi, i comportamenti sessuali promiscui e la presunta aggressività fra loro. Fu impresa non facile per Collier far passare il suo punto di vista ovvero la mancanza di violenza ed il clima di affascinante cooperazione tra i partecipanti e convincere i colleghi di Manhattan della erroneità delle loro opinioni preconcette. Alla fine ci riuscì e nonostante gli aneddoti sugli ingorghi stradali e sull’amore libero fossero raccontati all’inizio degli articoli, l’atmosfera autentica di quel raduno all’insegna dell’amore, della pace e della musica comparve sulla prima pagina del New York Times rivelando alla nazione ciò che stava sorprendentemente succedendo in quella conca verde di Bethel. Perché nonostante un morto per overdose ed un altro accidentalmente schiacciato da un trattore mentre dormiva in un fienile, quasi un milione di giovani visse uno degli eventi più incredibili del XX secolo e “fu l’energia di quella generazione a torso nudo a scalare il palco di Woodstock e ad issarlo dentro la storia”. Che fosse un’ utopia lo si vide quando un tremendo nubifragio colpì il festival, nel momento in cui chiunque poteva prevedere una immane tragedia questi giovani capirono che stavano tutti sotto lo stesso cielo e lo stesso destino e si misero a ballare felici, nudi e sorridenti, sotto l’acqua ed in mezzo al fango. Provate a pensare cosa succederebbe oggi con un milione di giovani assiepati in una radura con precari servizi igienici, senza cibo e senza controllo. Erano ed eravamo diversi.

Mauro Zambellini

3 commenti:

blues ha detto...

Bellissimo articolo ('POST' suona inadeguato). Per i miei coetanei (1966 o giù di lì) WOODSTOCK ha sempre rappresentato l'utopia per antonomasia: la 'prospettiva' (come viene definità nello splendido 'V for Vendetta') di un mondo in armonia di intenti e sentimenti e, più concretamente, 3 LP ad un prezzo improponibile, accessibili a pochi fortunati. Gli altri si sarebbero accontentati di un paio di TDK, Normal. Billy Joel c'era, come spettatore, e lo etichettò sotto la voce 'incubo'. Esibizioni definite - impropriamente nella maggior parte dei casi - leggendarie, con in cima quella strepitosa degli Who e quella stellare di Jimi Hendrix (il più pagato, tra l'altro) a chiudere e far da traino a tutte le altre. Tante cose indimenticabili, a partire dalla inusuale tecnica di Havens, accordatura aperta e pollice usato come barrè, per arrivare a CSN&Y, Arlo Guthrie, al 'Joe Hill' di Joan Baez... Un sogno infranto, lungo tre giorni, sovrastato sia dalla profonda tristezza di vedere oggi i giovani di allora con lo sguardo perso in una perenne allucinazione, che dalla rabbia di sapere Jimi, Janis e decine di altri sepolti prima di arrivare ai trent'anni. Come hai giustamente fatto notare, un preambolo al baratro di Altamont, epitaffio degli anni sessanta e di una 'controcultura' che da lì in avanti sarebbe sopravvissuta sotto forma di un'eco nostalgica animata solamente da chi non volle arrendersi di fronte al fatto compiuto. D'altronde, cosa c'è di male nel sognare?

Acrostico ha detto...

I miei ricordi si sovrappongono ai tuoi come due foglie dello stesso albero.
Continuo a pensare che la nostra vita è stata segnata, se non da Woodstock ma sicuramente da tutto ciò che successe o non successe negli anni 60. Sia in campo musicale che artistico, politico o cineTV.
Chi ha detto, non ricordo, gli anni 80 ( o qualsiasi altri)non sono che gli anni 60 venti anni dopo.
Illusione? Sarà, ma sono arrivato ad essere nonno, e non vado nei giardinetti ma vedere concerti di altri nonni in giro per l'Europa.
Saluti

blues ha detto...

Certo che non è mica facile far uscire Zambo allo scoperto. :)