
Acustica perfetta ma caldo da liquefare corpo e piedi, il Conservatorio di Milano, gremito di appassionati e amanti della musica, ha ospitato il concerto più bello di questo inizio 2010. In scena due giganti della canzone d’autore, John Hiatt e Lyle Lovett, entrambi in solitario, seduti con le loro chitarre acustiche con appresso un tavolino come se fossero al bar. E così è sembrato lo show perché i due si alternavano a cantare e suonare le loro canzoni, senza che l’uno accompagnasse l’altro con la chitarra (un limite), intervallando le esecuzioni con strampalati ed ironici siparietti parlati dove si raccontavano di blues e delle strofe omesse da Bonnie Raitt nella versione di Thing Called Love, di amici che suonano l’armonica allungando la mano fuori dal finestrino con la macchina in corsa e di donne terribili, trovando anche l’occasione per dedicare una canzone (John Hiatt) a Paolo Carù e ringraziando (Lyle Lovett) il Buscadero.
Uno show caldo (in tutti i sensi) nonostante la dimensione in solitario dei due ma splendido nel proporre l’arte della canzone d’autore americana ai suoi massimi livelli.
Suoni cristallini e voci espressive, sebbene diverse l’una dall’altra, più sensuale, bluesy e “negroide” John Hiatt che ha estratto dal cappello perle come Memphis In the Maintime, versione da capogiro, strascicata e spiritata, la romantica Feels Like A Rain, la stoniana Drive South, l’infuocata Thing Called Love, una magistrale Have A Little Faith In Me trasformata in gospel e poi Walk On, il blues di Crossing Muddy Waters, Buffalo River Home, Tennessee Plates Love e pure un brano nuovo (Like A Freight Train) del prossimo album in uscita The Open Road. Hiatt si è confermato artista di caratura eccezionale, una voce che dai primi album, quando sembrava una copia solo un po’ più annerita di quella di Elvis Costello è cresciuta in misura incredibile tanto da essere la voce profonda e sensuale di un soulman che è anche chitarrista coi fiocchi ed un entertainer di gran classe, abile nel scivolare tra blues, rock, soul e folk con una dimestichezza rara.
Più malinconico e trasognato Lyle Lovett, impassibile anche quando pronunciava cose da scompisciarsi addosso dal ridere, alle prese con un country che solo lontanamente ricorda le origini texane ed è invece canzone d’autore di sangue nobile, cantata con l’ inflessione di chi sempre cantare le cose con distacco ma invece è sardonicamente consapevole dei drammi e delle gioie che le sue storie raccontano. E’ stato lui ha soffrire maggiormente della spartana veste solista così abituato a dirigere una Large Band stantuffata swing mentre Hiatt è parso una band anche da solo.
Tra le canzoni presentate da Lovett particolare risalto hanno avuto My Baby Don’t Tolerate, Fiona, She’s No Lady e l’incantevole Step Inside This House, perla scritta da Guy Clark ed usata da Lovett per intitolare un suo doppio CD.
Quasi tre ore show incluso le parti parlate ed un break di venti minuti, alla fine applausi scroscianti ed un bis meritato, da tutti. Splendida serata di musica in una location dove finalmente il suono non è stato penalizzato.
Mauro Zambellini