venerdì 21 agosto 2015

25 agosto 1975 BORN TO RUN

 
Strano che l’anno in cui Born To Run venne pubblicato, il 1975, si era in piena crisi petrolifera e il mito della strada e dell’automobile, tema centrale dell’album, assieme a quello dell' “l’amore è vero”,veniva sottoposto a dura prova.

Sebbene quell'album uscito il 25 agosto di quaranta anni fa costituisca l’espressione più perfetta e compiuta del mito americano della strada, del viaggio e dell’auto, con tutte le sue promesse di libertà e indipendenza,  la sua realizzazione non fu certo una corsa nel vento. Ad un certo punto della sua genesi Bruce Springsteen, ancora lontano dall’essere  the boss, fu sul punto di mollare tutto e la Columbia (la Sony di oggi) in procinto di licenziarlo preferendo puntare su Billy Joel invece che su un artista  i cui primi due album avevano venduto quasi nulla. Furono una serie di situazioni più o meno causali, oltre all’ostinazione e alla pignoleria di Springsteen a far sì che Born To Run venisse portato a termine e, una volta pubblicato, a tramutarsi nel breakthrough album della sua carriera. Una grande opera,  uno dei più esaltanti, romantici, febbrili e contagiosi dischi della storia del rock, capace di riportare tante persone a credere nel rock n’roll come stile ed energia di vita.

La gente vide in quel disco un po’ delle proprie speranze e dei propri sogni”. (Roy Bittan)

 

Nel 1974 erano sempre meno quelli che in casa Columbia nutrivano ottimismo riguardo al futuro di Springsteen. In suo favore giocavano John Hammond, l’uomo che lo aveva scritturato due anni primi ma che in quel periodo si trovava ospedalizzato per un attacco cardiaco e Clive Davis nuovo boss della Cbs, ma l’umore era di generale diffidenza e le attenzioni sembravano rivolte più verso Billy Joel e il nuovo album degli Aerosmith, Toys In The Attic.  Le vendite dell’album d’esordio di Springsteen Greetings From Asbury Park  si erano rivelate  poca cosa,  misere undici mila copie vendute in Usa e solo l’appassionata recensione  su Real Paper del critico musicale Jon Landau che, dopo aver assistito a un concerto a Cambridge nel Massachussetts, scrisse “ho visto il futuro del rock n’roll ed il suo nome è Bruce Springsteen” aveva fatto lievitare le vendite del secondo album The Wild The Innocent and The E Street Shuffle  portandole a quota 150 mila. 

La situazione non era certo rosea e  il manager di Springsteen Mike Appel dopo aver sottoposto ad alcuni dirigenti Columbia il demo della canzone Born To Run si sentì rispondere da Charlie Koppelmann : “i nostri giorni con Springsteen sono alla fine “ mentre Irwin Segelstein fu ancora più brutale : “ questo non è nato per correre, è nato per strisciare”.

Tempi duri insomma. Con Born To Run Springsteen si stava giocando tutta la sua vita e la sua carriera e palese era la convinzione che se non avesse sfondato sarebbe tornato nell’oscurità da cui era venuto. La frase di Jon Landau fu quindi un bagliore in un mare di tempesta, “l’’articolo di Landau arrivò in un momento in cui molte persone, incluse quelle della casa discografica si domandavano se io valessi davvero qualcosa”. (B.S)

Con quella frase, ho visto il futuro del rock n’roll e il suo nome è Bruce Springsteen  volevo affermare che finalmente avevo trovato una nuova forma di purezza, energia e sincerità,  in quel momento assenti nel mondo del rock n’roll”. (Jon Landau)

Un' affermazione importante che indusse la casa discografica a cambiare le proprie strategie, innanzitutto lanciare una campagna pubblicitaria con al centro il disco a cui Bruce stava lavorando da alcuni mesi.

Consapevole dell’importanza decisiva del nuovo album, l’autore si infilò nell’avventura più faticosa della sua vita, ore, giorni e mesi passati in studio di registrazione con la band a realizzare quello che nelle intenzioni di Springsteen doveva essere un disco esplosivo. Ma la lavorazione non fu facile ma travagliata e interminabile.  Barricato nei 914  Sound Studios di Blauvelt con Mike Appel in cabina di regia, Garry Tallent, Clarence Clemons, Danny Federici, David Sancious alle tastiere e Ernest “Boom” Carter alla batteria, Springsteen aveva in mente di registrare il più grande disco di rock n’roll di tutti i tempi. “Volevo scrivere dei piccoli poemi epici dove le introduzioni servivano a preparare la canzone, presentavano i personaggi e creavano un contesto emotivo. Un modo di scrivere molto teatrale che ho usato solo in quel disco. Sapevo di misurarmi con  immagini classiche del rock n’roll che sarebbero diventate dei clichè. Dovetti lavorare tanto per ottenere la giusta anima delle canzoni”. (B.S)

Il sogno che Bruce aveva in testa era semplice e chiaro: cresciuto nel New Jersey con le playlist delle radio della notte, coi singoli degli Animals e degli Stones, con Chuck Berry e la musica soul, col pop pre-Beatles e i gruppi garage americani, con la voce misteriosa di Roy Orbison e le good vibrations dei Beach Boys, voleva infilare tutta quel materiale in un solo disco creando un  potente suono rock capace di entrare nelle case della gente per cambiare le loro vite. Un disco che aveva il sound di Phil Spector, le parole di Dylan e le chitarre di Duane Eddy.  Ci riuscì ma con una immane fatica. Per fare il primo disco aveva impiegato tre settimane, per il secondo due mesi, ci vollero quindici mesi per completare Born To Run, lavorando dodici ore al giorno e rifacendo una canzone magari anche 56 volte. “Mangiavamo, bevevamo e dormivamo con Born To Run”. (B.S)

Di una cosa Bruce era certo, all’Lp necessitava un singolo devastante, un grande hit come fu poi Born To Run, leggendaria canzone capace di sedersi al fianco di Like A Rolling Stone e Satisfaction.
 

Nel 1974 Asbury Park brulicava ancora di vita, quell’estate mi comprai la mia prima auto per 2000 $, una Chevy del ’57 con quattro carburatori e una fiamma sul cofano. Abitavo in una casetta a West Long Branch a nord di Asbury e un giorno mentre suonavo la chitarra sdraiato sul letto mi venne in mente la frase born to run. All’inizio pensai che fosse il titolo di un film o una scritta letta su un’auto. Mi piaceva perché faceva pensare a un dramma da film che sarebbe stato perfetto per la musica che avevo in testa”. (B.S)

Born To Run fu la prima canzone dell’album ad essere completata. Venne registrata agli studi 415 di Blauvelt con la supervisione di Mike Appel e con la “vecchia” E-Street Band con Carter e Sancious in formazione. Era la perfetta canzone pop, il luogo d’incontro tra un arrangiamento sonoro di straordinaria potenza, una cascata di suoni e rumori estrapolata dal wall of sound di Phil Spector, in particolare da River Deep Mountain High di Ike & Tina Turner e Be My Baby delle Ronettes, l’appeal irresistibile delle canzoni degli anni ’60, in primis We Gotta Get Out This Place degli Animals e l’energia del rock n’roll come lo intendevano i figli della working class, con lo spirito di chi è nato per soffrire ma spera di andarsene da una città di perdenti.

Era la combinazione della vecchia pop music che incontra il rock come forma d’arte. Era difficile realizzare una simile cosa e penso che Born To Run ne fosse il primo esempio, sposare l’emozionale comunicatività degli anni ’50 e dei primi anni sessanta, quel modo di Phil Spector di fare della canzone una specie di forma pre-artistica e unirla con le liriche  personali dell’era post Dylan. Quella canzone è diventata uno standard per un mucchio di persone che sono arrivate dopo”. ( Miami Steve Van Zandt)

 


Per i giovani americani degli anni settanta l’auto era ancora un simbolo di libertà nel muoversi e nel viaggiare, alludeva alla libertà e all’autonomia che questi giovani cercavano rispetto al mondo degli adulti. Era un’aspirazione che derivava dalla rivoluzione economica degli anni cinquanta e dalle canzoni di Chuck Berry, uno dei  rocker più influenti di quella decade, Springsteen attinse da quella fonte to per la serie di immagini automobilistiche di cui è costellato l’album, a cominciare proprio dal titolo Nati per correre.

Rispetto ai primi due album così verbosi, floridi di visioni e flash dilaneschi, la canzone Born To Run era più sostanziale, un concentrato di energia con un accelerazione pazzesca e un inizio di batteria che è un fiotto di sangue. L’effimero sogno americano, la città trappola, l’amicizia, il sapere se esiste l’amore, la macchina e la strada, la terra promessa  sono elementi di un messaggio esplicito e condivisibile che non appartiene all’ utopia comunitaria hippie degli anni ’60 ma necessita di una  grande forza e ha solo bisogno di quattro minuti e non sette per farsi ascoltare, e di due personaggi e non dodici per essere vissuto.

Una canzone che richiese parecchio sacrificio e “conteneva gli spunti dei personaggi che mi avrebbero accompagnato nel mio lavoro per i prossimi trentanni”. (B.S). Dopo la registrazione di Born To Run  il tastierista David Sancious sfiduciato per le lungaggini che impaludavano la realizzazione dell’album se ne andò portandosi dietro il batterista Ernest “Boom”Carter e Springsteen che non voleva  affidarsi a dei sessionmen interruppe per due mesi le registrazioni in modo da  organizzare le audizioni per  “l’arruolamento” di Roy Bittan e Max Weinberg. Ci furono sessanta provini prima della scelta giusta ma alla fine  Roy Bittan fu determinante perché il suo pianoforte definì il sound dell’intero album.

A corto di soldi e bloccato nelle registrazioni, Springsteen ad un  certo punto si trovò disperato come colui che vede i propri sogni sgretolarsi. “ Quindici mesi attorno a quel disco….la miglior cosa che posso dire è che quella è l’esperienza più intensa che ho vissuto. Non c’era mai la sensazione che tutto stesse finendo, non vedevi mai la fine, alcuni giorni ti sentivi letteralmente morire, le cose  giravano nell’aria in quello studio e ti sembravano morte. L’unico concetto che avevo chiaro è che volevo fare un grande disco”. (B.S)

Un primo segnale di cambiuamento avvenne quando il demo di Born To Run  circolò informalmente in alcune stazioni radiofoniche di New York, Boston, Philadelphia e Cleveland dove Bruce poteva contare su dj amici che lo supportavano fin dal primo album.

A Cleveland dove già esisteva uno zoccolo duro di fans, Kid Leo sulle frequenze di WMMS iniziò a trasmettere Born To Run ogni venerdì pomeriggio alle 5 e 55, come inizio ufficiale del weekend. La canzone girò in modo “sotterraneo nell’etere” e quando nel febbraio del 1975, prima dell’uscita ufficiale dell’album, Springsteen suonò alla Carroll University di Cleveland e vide il pubblico cantarla a squarciagola rimase di stucco.
 

Kid Leo, che proveniva dai quartieri poveri e dalle palestre di boxe di Cleveland, era solo uno dei tanti di una generazione di dj che in quei giorni nutrivano grande fiducia in Springsteen, contribuendo a creare la leggenda dei suoi show.  A New York alla WNEW c’erano Richard Neer e Scott Mun altrimenti conosciuto come “The Professor”, colui che aveva traghettato il pop-Am nel rock-Fm, poi seguiti dal mitico Ed Scelsa. A Boston alla WBCN, una delle prime grandi radio underground in Fm, c’era la giovane Maxanne che già nel 1973 aveva invitato in studio Springsteen per un’intervista ed una audizione (per le cronache suonò Blinded By The Light, Bishop Dance, Song To Orphans e Does This Stop at 82nd Street), infine c’era  Ed Sciaky di WMMR  a Philadelphia, forse il primo conduttore radiofonico amico di Bruce che contribuì con le sue dirette a far impazzire i kids in Philly con le leggendarie apparizioni del Boss al Main Point, in una delle quali, nel febbraio del 75, Springsteen presentò in anteprima Born To Run  e altri brani del nuovo album ancora inedito.

Born To Run suonato dal vivo nei club e diffuso dalle stazioni radio amiche  cominciò a muovere le acque e a creare l’ attesa spasmodica del nuovo disco. Fu un movimento dal basso  che investì l'audizione rock, erano gli anni ’70 e le radio, non certo impacchettate e standardizzate come oggi, avevano il potere di veicolare gusti e attese indipendentemente da quello che veniva deciso negli uffici delle case discografiche e dai loro lacchè radiofonici. Fu anche questo moto dal basso a spingere la Columbia a rivedere le proprie priorità. Decisiva fu l’entrata in campo di Jon Landau, in quegli anni uno dei critici rock più rispettati d’ America e produttore del secondo disco degli MC5, che, dopo la celebre frase sul futuro del rock n’roll, fu contattato personalmente da Springsteen una notte con una telefonata di tre ore in cui parlarono di musica come se stessero ascoltando i 45 giri della loro gioventù.

Dissi ad Appel che avevamo bisogno di qualcun altro. Ci serviva l’abilità, l’opinione e l’energia di qualcun altro”.( B.S)

L’incontro tra quei due disperati e solitari (Bruce era in crisi nera col disco e Landau appena divorziato e affetto da una seria infezione allo stomaco) accelerò gli eventi. Landau lasciò la sua carriera di giornalista e nell’aprile del 1975 divenne il produttore di Springsteen, e Bruce realizzò il disco che cambiò la sua vita e quella dei suoi amici e compagni.  Come prima mossa Landau costrinse Springsteen ad abbandonare i 914 Studios per trasferirsi a Manhattan nei più attrezzati e sofisticati Record Plant ingaggiando come ingegnere del suono Jimmy Iovine, fresco della registrazioni di Rock n’ Roll di  John Lennon con Phil Spector. 


L’avvento di Jon Landau non fu la bacchetta magica della favola “eravamo ancora nella fase in cui si mettono insieme gli arrangiamenti, non tutto iniziò a filare liscio” (B.S) perché nei nuovi studi l’odissea proseguì con tutto lo stress e il maniacale perfezionismo di cui  Springsteen era capace. La band era esausta e Bruce si trovò spesso collassato sul mixer incapace di dare forma al sound che aveva in testa e finire quel disco diventato un incubo.  Il contributo più importante di Jon Landau fu l’ essere in grado di analizzare ogni canzone e scomporla in tutte le sue parti facendola apparire meno complicata”. (M.Appel)

Dopo un breve periodo di relax passato con la band a suonare nei club, tra l’aprile e il luglio del ’75 ci fu l’affondo finale in sala di registrazione. Un giorno arrivò Steve Van Zandt che non faceva ancora parte della E-Street Band (non sono mai stato diplomatico, arrivai in quegli studi, mi sedetti sul pavimento e ascoltai i fiati di Tenth Ave.Freeze Out, erano tutti sbagliati. Allora cantai loro i riffs e quello fu l’arrangiamento che finì nel disco) ma lo stress, dopo ore di overdubbing nel tentativo di ricreare quella sorta di grande suono rimbombante e compresso che assomigliava al wall of sound di Phil Spector , si stemperò solo il 19 luglio quando l’album fu ufficialmente finito.

Avevamo le date del tour pronte e il disco non era ancora finito. L’era della computerizzazione era ancora lontana e molte operazioni dovevano essere fatte manualmente. Lavorammo al mixaggio fino al primo giorno del tour”. (Jon Landau)

Nonostante gli sforzi immani Bruce non fu contento del risultato e quando l’ingegnere del suono Jimmi Iovine glielo presentò scaraventò il master in piscina.

Lo odiavo, non riuscivo ad ascoltarlo. Penso che fosse la peggior  schifezza che avessi mai sentito ma ero esausto e quando uscii dallo studio e mi infilai in auto per raggiungere il concerto mi sentii come stessi andando in vacanza. Non ne potevo più dello studio”. (B.S)                                                                                   

Il giorno dopo vennero portati gli acetati alla Columbia ma Springsteen propose alla casa discografica di registrare l’intero album dal vivo al Bottom Line. Naturalmente quelli della Columbia scelsero un’altra strada e investirono 250.000 dollari sul futuro del rock n’roll. Furono considerati diversi titoli tra cui American Summer  perché l’album avrebbe potuto raccontare una storia lunga un’estate ma il 25 agosto del 1975 Born To Run era nei negozi e la vita di migliaia di persone sparse per tutto il pianeta cambiò improvvisamente.  

 

Mauro   Zambellini  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 







5 commenti:

paul ha detto...

Che dire, caro Zambo?
Davanti a Born to Run forse è meglio tacere e lasciar parlare comunque, nonostante siano passati 40 anni, il sax di clarence nella coda di Jungleland, o l'incalzante crescendo ripetuto di Backstreet, o la tromba malinconica e il piano struggente di Meeting across the river (Dio salvi Roy Bittan!!!), o il beat Hollyano di She's the one: tutto quello che uno vuol cercare lo trova nella forma più poetica e profonda in questo capolavoro magico. Quei piccoli film epici in musica sono ancora intatti nella loro potenza espressiva e credo lo resteranno per sempre. Io sarei nato 10 mesi dopo, ma probabilmente mi aveva già cambiato la vita.

roberto gambrosier ha detto...

disco imprescindibile , meeting resta ancora oggi una delle mie preferite.
da tempo pero' mi chiedo dove sia finita la sua creativita'.
immenso tra il 73 e il 1985 ---- ma dopo ????
negli ultimi 30 anni mi sono piaciute le seeger sessions e the rising......

Anonimo ha detto...

Troppo grande il disco, troppo bello questo articolo ... non c'è spazio per aggiungere commenti ...
Andrea Badlands

Anonimo ha detto...

Complimenti Zambo,
per l' originale forma quasi documentaristica ma appassionata con la quale ai scelto di ricordare il quarantennale dell'uscita di uno dei dischi rock piu' belli di sempre e uno di quelli (una decina) che hanno segnato per sempre la mia vita.
Io lo scoprii solo all'inizio degli anni 80 e da allora la mia esistenza accompagnata da questa musica fantastica è stata certamente piu' appassionata romantica scatenata.... ,in una parola sola, piu' bella.
Per questo disco, valeva la pena scrivere qyello che ho letto e mentre lo facevo lo riascoltavo ed è stato, ancora una volta, ancora dopo 40 anni, incredibilmente elettrizzante.
Grazie.
Un caro saluto
Massimiliano Zerbini

Anonimo ha detto...

Mi associo ad Andrea. Non c'è altro da dire. E' tutto dentro quel grande disco. Un articolo cosi potevi scriverlo solo tu o Labianca!

Armando Chiechi(Ba)