mercoledì 14 aprile 2010

Willie Nile #3


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Senza troppi rimpianti, ricorda lo stesso Willie Nile: “Il successo o qualunque cosa possa essere definita tale può essere un arma a doppio taglio. Ci sono cose buone e cose cattive. A giudicare da alcuni disastri della nostra cultura della celebrità ci sono parecchi inconvenienti ma a chi non piacerebbe entrare nel proprio garage e aprire il forziere pieno di dollari e dobloni d’oro e soddisfare ogni suo desiderio. L’adulazione iniziale fu interessante ma non la presi troppo sul serio, comunque fu stimolante sapere che la mia musica era ascolata e apprezzata. Non avevo un progetto per dominare il mondo o robe del genere per cui vissi la cosa con molto relativismo. Più che il successo penso di essere stato molto fortunato a continuare a fare quello che volevo e non desideravo sottostare a pressioni e imposizioni. In questo modo sono cresciuto come autore e come persona evitando interferenze nocive, ciò mi ha reso migliore sia come persona che come autore e mi ha permesso di mantenere quel giusto livello di pazzia all’andatura che volevo, un’andatura dolce e tranquilla”. Ci metterà parecchi anni a trovarla.
Fino al 1991 sarà un lungo e faticoso guado e si può intuire perché. Tra Golden Down e Places I Never Been la musica sembra diventare solo la colonna sonora delle immagini e Willie Nile non è un personaggio adatto a competere con Madonna o, ben che vada, con i muscoli e la stars’n’stripes del Bruce Springsteen di Born In The U.S.A., cioè i fenomeni del periodo. Tornerà con Places I Never Been ed è il suo disco più ricco e variopinto, con una parata di ospiti speciali (da Roger McGuinn a Richard Thompson) ma non basta a convincere la Columbia (dove alla fine aveva trovato ospitalità) a concedere una seconda chance. Si ricomincia daccapo, ma gli anni sono cambiati e le risposte che arrivano dai piani alti sono sempre più vacue. I primi segnali di un Willie Nile ritrovato e di quello che poi sarà all’alba del ventunesimo secolo si trovano nell’EP, il solido Hard Times In America, anche se poi ci vorranno quasi dieci anni per arrivare a Streets of New York. Senza alcun dramma perché Willie la prende con una filosofia tutta sua: “Non ho mai visto nessuno dei miei dischi come un comeback. Mi sono preso il mio tempo e li ho incisi quando sentivo che era il momento giusto”.
È allora che Willie Nile decide (come molti) di fare da solo e sforna un disco intenso e amaro fin dal titolo, Beautiful Wreck Of The World. Scelta che è un’anteprima di quello che succederà negli anni successivi fino ad oggi e in cui spicca, tra le altre, On The Road To Calvary, canzone dedicata a Jeff Buckley. Non un omaggio scontato se fatto da Willie Nile (tra l’altro uno dei primi a rendergli omaggio). Deve aver rivisto qualcosa di sé perché, al di là delle speculazioni e dei pettegolezzi seguiti alla sua misteriosa scomparsa nel Mississippi, Jeff Buckley era in cerca del suo secondo disco con tutte le difficoltà che Willie Nile ha ben conosciuto negli anni. A dimostrazione che l’uomo “parla come cammina” vale anche il fatto che in quegli anni si dedica anche a insegnare alla scuola dei giovani dei songwriter. Del resto se c’è uno che può spiegare come funziona quello strano tipo di mestiere che è scrivere le canzoni, è proprio Willie Nile.

E’ un modo diverso di concepire NYC, e quasi a colmare, a riempire la storia di una carriera, Willie Nile la celebra proprio con Streets Of New York. Fin dal titolo, il disco dispiega tutto l’affetto, la passione e l’appartenenza di Willie Nile alla sua (e nostra) città d’elezione, ma è chiara (sempre fin dal titolo e dall’immagine della copertina), nitida, la scelta di parte, quella di partire dalle strade. Persino una dichiarazione d’amore nell’elegia della canzone omonima che conclude Streets Of New York o in quella The Day I Saw Bo Diddley In Washington Square, splendida canzone che mette insieme le radici irlandesi di Willie Nile, il volto di uno dei più grandi inventori ritmici del ventesimo secolo e uno degli snodi fondamentali nella mappa culturale della città fino a Police On My Back. Un songwriter che suona una canzone dei Clash, e non solo dal vivo, ma la incide anche sul suo disco più rappresentativo, tra quelli recenti, conferma l’attitudine e la disposizione a vivere e a pensare come una rock’n’roll band.
Police On My Back incisa in origine per il tributo a Sandinista! voluto da Jimmy Guterman è un altro dettaglio della natura cosmopolita di Willie Nile e tutto Streets Of New York vibra di una ritrovata identità anche se Willie Nile non sembra essere cambiato poi molto: “Non ho pensato ad un tema preciso per questo disco. Però quando ho messo insieme le canzoni e le ho risentite mi è sembrato che fossero delle riflessioni riportate da un viaggiatore durante un viaggio, cose che ho visto, ascoltato e sentito lungo la strada. Volevo che fossero rilevanti nei loro significati e nelle loro visioni, non so se ci sono riuscito ma musicalmente funzionano”.
Senza dubbio: Streets Of New York trova gli elogi di Lou Reed, Graham Parker, Ian Hunter, Little Steven e Lucinda Williams e non è soltanto una specie di nuovo esordio (come lo stesso Willie Nile ha raccontato più volte), ma è anche la somma finale di una carriera. E’ un disco pieno di produttori che si mettono a disposizione e proprio per questo sembra più il disco di una rock’n’roll band che di un songwriter. Andy York, chitarrista con un curriculum lungo così (e a sua volta produttore dello stupendo Man Overboard di Ian Hunter, quando i percorsi s’incrociano) e alter ego di Willie Nile nella costruzione di Streets Of New York dice che “è stato un labour of love”. Frutto soprattutto della condivisione degli amori e delle passioni musicali comuni: Beatles, Kinks, Stones, Who, Clash sono i nomi ricorrenti nella lavorazione di Streets Of New York, ma è anche la città che è stata attraversata dall’11 settembre 2001.

Cell Phones Ringing (In The Pockets Of Dead) è una delle canzoni più furiose scritta da Willie Nile in tutta la sua carriera, ma sono anni in cui la sensibilità è messa a dura prova. Willie Nile ne racconta così la genesi: “Vivo non molto lontano dal World Trade Center ed ero in città quel giorno. Ho visto le torri bruciare e ho sentito lo shock e l’orrore, come ognuno. Ero su uno dei primi voli che partivano dalla città, qualche giorno dopo. Partivo per un tour in Spagna e sono rimasto impressionato dall’affetto, dalla compassione e dall’attenzione che gli spagnoli mi riservarono notte dopo notte. Continuavano a chiedermi cos’era successo, se conoscevo qualcuno scomparso nelle torri ed erano veramente interessati a quello che era successo e cosa stavamo facendo e come stavamo. Così, nel marzo del 2004, quando gli attentati colpirono i treni di Madrid cercai immediatamente tutti i miei amici spagnoli per sapere se stavano bene. Il giorno dopo in uno dei giornali di New York un titolo diceva: Cell Phones Ringing In The Pockets Of Dead. Pare che si fossero circa 190 body bags allineati lungo i binari e i cellulari continuavano a suonare nei sacchi”. Non ci vuole molto a intuire il senso di quegli squilli ormai inutili, come l’ha capito subito Willie Nile: “La gente stava cercando i propri cari, i cellulari suonavano. Mi ha colpito, mi ha dato i brividi e mi ha fatto incazzare. Il fatto che qualcuno possa fare una cosa del genere in quello che chiamiamo il mondo moderno mi ha davvero disturbato. Volevo combattere in qualche modo quell’idea. Ho pensato che noi, come esseri umani, siamo capaci di fare molto più di tutto questo. E’ solo merda quella di tutti questi zelanti fedeli che corrono in giro a pregare un loro dio e nel frattempo massacrano gente innocente. E vale per tutti: tutte le parti coinvolte sono colpevoli di questa follia. Dobbiamo trovare una strada per avere più compassione in questo mondo. Così ho cominciato a battere sui tasti del mio computer e la canzone è uscita da sola. Quando la canto dal vivo è sempre una sorpresa sentire quanta gente canta con me il ritornello, fino alla fine, in risposta a questa follia. Colpisce al cuore”.
E’ la sua risposta a quell’incubo perché vivere nelle “strade di New York” nel ventunesimo secolo vuol dire affrontare la realtà dell’undici settembre 2001 ogni giorno. Una città cosmopolita, un luogo a parte persino rispetto al resto degli Stati Uniti d’America colpita nel suo simbolo più ardito diventa l’inizio di un’era allucinante. Don DeLillo dirà: “Dove un tempo c'era l'America, ora c'è uno spazio vuoto”. Willie Nile non deve inventarsi nemmeno delle parole nuove perché in Live In The Streets Of New York dirà, presentando Hard Times In America: “L’ho scritta molti anni fa, ma è più attuale adesso di allora”. Streets Of New York, come tutti i lavori riusciti, se ne porta dietro altri, per cui diventa un disco dal vivo (e un DVD) in cui Willie Nile si conferma un grande performer, a discapito di una timidezza e un gentilezza atavica che, nella presentazione del gruppo, lo spinge a presentarsi come “Hank Williams”.
Lo show del 26 febbraio 2006 al Mercury Lounge è l’occasione per presentare Streets Of New York e il gruppo è la stessa rock’n’roll band che ha prodotto il disco e che non ha nulla da invidiare a ensemble che seguono nomi ben più altisonanti. Uno show elettrico, compatto, senza esitazioni di un artista maturo e ormai conscio di non aver nulla da dimostrare e molto da raccontare. Live From The Streets Of New York oltre a confermare l’indomabile anima rock’n’roll di Willie Nile sembra anche collegare idealmente le “strade di New York” alla “casa delle mille chitarre” (perchè il rock’n’roll si suona con quelle, non con altro). Per trovare un bis così convincente, solido e concreto bisognava tornare all’accoppiata dell’esordio con Golden Down: House Of Thousand Guitars, ancora più di Streets of New York è un’esplicita, plateale dichiarazione d’amore per il rock’n’roll, una totale e incondizionata attestazione di appartenenza. A tratti sembra il disco di una grezza garage band e ricorda anche, non soltanto per l’ovvia assonanza del titolo, Perfectly Good Guitar di John Hiatt: le vibrazioni elettriche in eccesso sono le stesse, e anche la quantità di chitarre, usate senza moderazione.

(3 - continua)

6 commenti:

sergio ha detto...

stasera sarò al concerto a Cologne B.no ,sono proprio curioso, è un artista che ho mai ascoltato ( Non E' Mai Troppo Tardi ,citando il buon Alberto Manzi ).

off topic : un articoletto su "una certa" Bonnie Raitt ce l'hai in saccoccia ?
grazie

blues ha detto...

E’ da parecchio che ho riscontrato un’intima e oramai consolidata incapacità di gustare un concerto di qualsivoglia artista. Nessun rammarico in merito, anzi, ma evidentemente “c’è un tempo per ogni cosa”. Ciò nonostante: Willie avrebbe suonato in centro città (nella mia Trieste) il 15 di aprile, il poker Bottazzi-Zambellini-Vites-Labianca (i migliori, a mio parere, a scrivere di Rock and Roll, in senso lato) lo aveva ripetutamente citato ed elogiato nei rispettivi blog, i nomi che approdano in questa evidentemente remota area geografica sono per lo più trascurabili, e la fama di beatiful loser (thanks, mr. Seger) esercita sul sottoscritto ancora un particolare fascino. Mi sono deciso, pertanto, di andare ad ascoltarlo. Abbastanza convinto anche, tanto da portarmi dietro i miei due ragazzi di 14 e 15 anni. Di Willie Nile non avevo sentito che qualche ‘sample’ qua e là, troppo poco per capirne qualcosa, ma mi sembrava venisse sopravvalutato (ho sempre avuto la presunzione di capire in poche note se un artista mi piace o meno e mi ostino da anni con questa idiozia anche se l’esperienza m’ha insegnato il contrario, ma tant’è …) oppure, come spesso accade, rappresentasse un salvagente in tempi di magra, come quelli odierni: opinione completamente ribaltata a fine concerto. Anzi, molto prima: certamente dopo la terza canzone ma, in effetti, qualche avvisaglia c’era già sui primi accordi del primo pezzo. Figura esile, nervosa (non nevrotica), capigliatura simile a quella di Lyle Lovett, continuamente allontanata dalla fronte in un continuo gesticolare, ammiccare e alzare gli occhi al cielo, frenetico rimarcare delle parole cantate. L’inizio è nello standard ma l’atmosfera, difficile comprenderne il motivo, è serena. Nel giro di pochi minuti le ritmate ballate elettriche, metropolitane (è il suo humus, d’altronde), in queste prime fasi debitrici più ai riffs di Keith Richards che non alle armonie dylaniane, sono state capaci di creare l’atmosfera giusta in un tempo brevissimo e la sensazione dominante è di trovarsi in un locale del Greenwich Village, anche per il suono del teatro, non propriamente cristallino e le luci ridotte al minimo. Il pubblico, circa 200 persone, partecipa da subito e non esita un momento a mettersi sotto il palco, faccia a faccia con Willie. Pescando nei miei limitati ascolti, l’artista che ritengo più in vicino a Willie è in questo frangente l'Elliott Murphy di 'Murph the Surf': per background, rievocazioni, atmosfera, (s)fortuna, timbrica, accento caldo e vellutato destinato ai versi più 'sentiti', ma meno romantico e più gatto randagio. Alla conclusione dei due pezzi introduttivi se ne esce con un “my italiano is not so good but Rock and Roll is not so bad”: ci sa fare, è evidente, e spiega com’è nata ‘Vagabond Moon’ dal primo album. Da songwriter-storyteller purosangue racconta poi come durante gli spostamenti in auto per l’attuale tour, gli sia capitato di sentire ‘Hit the road Jack’. “La dobbiamo fare!” – dice, rivivendo quel momento. E' il primo pezzo davvero eccellente, trascinante, e il fatto che sia una cover non toglie nulla alla sua performance. “Brother Ray – we love you”, e l’indice ad indicare il Paradiso. Non credo sia facilissimo trovarsi a proprio agio con il Soul di Uncle Ray, eppure il piccolo newyorkese non ha un attimo di esitazione; impossibile restare fermi o non battere le mani. Grandissimo. Il concerto decolla. Willie è personaggio che ispira simpatia, trascina: lui è la parte candida del Rock and Roll, quella nata dal sorriso di Buddy Holly. Introducendo ‘Give me tomorrow’ si espone politicamente come sostenitore di Obama (“No more George Bush!”). La mia preghiera, dice … “ringrazio Gesù Bambino per essere qui ‘tonight’”. Un puro: deo gratias ne esistono ancora. (prima parte, se Zambo me lo concede)

blues ha detto...

La band – apparentemente giovanissima – lo accompagna più che dignitosamente: la batteria, in particolare, sembra una versione appena ridotta di Max Weinberg. Willie è sinceramente contento e soddisfatto. Rappresenta l’essenza di un rock and roll romantico, sconfitte comprese; è una rock star alla periferia dell’establishment e quindi depurata da tutto quello che facciamo fatica a buttar giù quando pensiamo a Dylan e Bruce. Dopo il successo planetario, quest'ultimo ha cambiato spesso direzione, negli anni, cercando prevalentemente ispirazione all'esterno quasi che il naturale ammorbidirsi della propria energia lo avesse preso in contropiede e spaventato all'ipotesi che la sua musa ispiratrice stesse esaurendo il suo compito. Così, molti lavori hanno lasciato perplessi i fan del Boss che, me compreso, a quasi ogni uscita fanno salti mortali per comprendere l'ultimo lavoro. A Willie Nile questo non succede: lui vede la strada, ogni giorno ed ogni notte; ne annusa gli odori e il fetore, ne percepisce e sopporta il caldo dell'estivo asfalto, bollente; si trova fianco a fianco con la gente di ogni genere e razza con relativi sogni e paure. E' lì che nascono le sue emozioni e, quindi, le sue canzoni. Bruce è un miliardario: nulla da dire in merito, ma per certe emozioni credo si trovi costretto ad andare molto indietro con la memoria. Chiusa parentesi. Seguono 'She’s so cold', sferzante, dal primo album e 'Cell phone ringin' ecc...’. “This song is about terrorism and is my pray for human race”: strepitosa, vicina allo schitarrare di Joe Strummer, lunghissima senza stancare. Abbandona la chitarra e il gruppo tace per Streets of New York (I love it, e chi ne dubitava?). Appassionata dichiarazione d’amore. Il bassista lo fotografa. Sembra una riunione di famiglia a cui tutti sono invitati. Grande. Willie canta una N.Y. notturna, solitaria, conosciuta passeggiando sui marciapiedi e a fianco della gente, come si diceva, una N.Y. di amore e passione. Una Jungleland bloccata all’Intro, forse per rispetto o forse perchè il suo mondo è molto più piccolo di quello del Boss. In un vecchio numero del Mucchio si parlava delle vite di serie B, di perdenti, di Beatiful Losers, perché così hanno scelto e non hanno mai avuto alcuna intenzione di vincere. Willie ha rinunciato a tutto per essere libero. Un baluardo dell’innocenza e della purezza. Uno che ancora oggi sogna Muddy Waters, Dylan, Hendrix Hooker, ecc… (House Of A Thousand Guitars). Anticipa un brano dell'album in uscita per questa estate, 'The innocent one' (“innocent victims around the world, this is my pray”). Bellissima e drammatica. Si va avanti così a forza di riffs in un vortice sonoro che a tratti sembra una 'Vision of Johanna' suonata da Joe Strummer. Conclude il concerto con un medley dei Ramones. Applausi a scena aperta. I miei ragazzi devono alzarsi presto la mattina e decido di non aspettare il bis, ma sono soddisfatti pure loro. In bocca al lupo, Willie, te lo meriti.

sergio ha detto...

@ Blues

hai già descritto tutto tu, io farei solo la fotocopia .
a prop., ho fatto un pò di foto col telefonino , spero che siano almeno decenti.........
cmq come sempre voglio ringraziare i f.lli Mazzotti dell'ADMR che organizzano sempre concerti di alta qualità .Veri appassionati ( e intenditori,of course )

luciano ha detto...

Bravissimo Blues! Bel commento, competente e appassionato. Anch'io avevo scritto di Willie sul mio blog (http://lucianoidefix.typepad.com/nuovo_ringhio_di_idefix_l/2010/04/gioved%C3%AC-a-trieste-il-caldo-rock-di-willie-nile-chi-non-lo-conosce-si-affretti.html). E in questi giorni dopo il concerto, stando in giro per l'Italia a fare incontri "letterari" nelle scuole medie (Levico, Mantova e provincia) ho voluto raccontare di Nile e del suo rock.
Su Willie sto cercando di mandare in porto una grande (grandissima?) sorpresa, che però non riguarda Trieste...a questo ci pensano già i "Trieste is rock". Del progetto "misterioso" non dico ancora nulla ma spero davvero che la cosa si realizzi. Appeno avrò notizie certe, via con l'ufficialità.
Intanto, un salutone e rock'n roll will never die.

zambo ha detto...

blues dovresti fare le recensioni per qualche rivista di musica, trasmetti in modo perfetto l'atmosfera dell'evento. grazie per l'intervento