venerdì 27 giugno 2014

I ROBINSON

 
 

Chi segue le malefatte del rock ne era già al corrente : una delle più strepitose rock n'roll band degli ultimi ventanni, i Black Crowes, ne avevano le scatole piene di stare assieme. Succede anche nelle migliori famiglie e nei matrimoni che sembrano stipulati per durare un'eternità, figuriamoci poi se nello stesso nucleo sono presenti due fratelli di sangue, ve li ricordate i fratelli Fogerty nei Creedence o più recentemente i Gallagher negli Oasis, per rammentare i primi casi che mi vengono in mente. Bene, i fratelli Robinson, Chris e Rich,rispettivamente cantante e chitarrista dei Black Crowes, alle zuffe manco ci pensano, di litigi neanche a parlarne, sono del sud e certe cose le risolvono con flemma e fatalismo, nessun rancore tra loro, solo la voglia di staccare per qualche tempo la spina e farsi i fatti propri, ognuno a proprio modo. Chris, il cantante, l'autore, il frontman, il predicatore, lo sciamano, lo stregone hippie, il visionario cosmico, l'ugola più devastata sotto la Mason Dixie Line, l'unico a tenere insieme Faces, Rolling Stones, Traffic e Led Zeppelin in un corpo unico, si è mosso per tempo qualche tempo fa, quando col chitarrista Neal Casal, il bassista Mark Dutton, il batterista George Sluppick e l'altro Black Crowes, il tastierista Adam McDougall, ha messo insieme Chris Robinson Brotherhood, una band vecchi tempi, che ama suonare e stare sulla strada, vivere come degli hippies senza seguire calcoli discografico ed imposizioni di manager, un furgone pieno di strumenti, la scorta di marja, le birre e via a seguire i propri istinti, i propri umori, le proprie passioni, l'essere vagabondi per spirito, stile ed attitudine. Due splendidi album, lo psichedelico e sperimentale e Dead-iano Big Moon Ritual , il più rockato e rootsy The Magic Door  ed un terzo, uscito recentemente, dal titolo esplicativo Phosphorescent Harvest. Tre dischi che da una parte segnano un allontanamento dalle atmosfere sulfuree e bluesy dei Black Crowes  e dall'altra indicano un chiaro flirt col rock psichedelico e funambolico della California anni 60 e 70. Chris Robinson non si è mai accontentato di rimanere su un piedistallo a bearsi dei risultati raggiunti, ha sempre cercato di cambiare, ampliare il suo punto di vista, la sua ottica musicale, la sua filosofia, quasi non si preoccupasse, da vero beat, quale fosse la meta ma comunque consapevole di quale fosse la direzione. Con Phosphorescent Harvest siamo di fronte a qualcosa ancora di diverso dai primi due dischi della CRB, un non ben definito caleidoscopio delle loro tre anime, quella psichedelica, quella rootsy e quella soulful. Più che altro un mix delle due cose sottintese dal titolo, la psichedelia da una parte, suggerita da quel phosphorescent, e i temi pastorali e agresti dall'altra, indicati dal termine harvest. Il raccolto fosforescente offre le sue cose migliori nella parte più rootsy ed è un disco piacevole ed intrigante ma, a mio modo di vedere, un passo indietro rispetto ai due precedenti lavori dei CRB, per il suono fastidiosamente saltellante della chitarra di Casal in qualche brano, per le composizioni meno convincenti e ripetitive e anche per il tentativo di cercare un appeal maggiormente commerciale. Per entrare veramente in sintonia con Chris Robinson e la sua musica  bisogna aspettare la quarta traccia, Badlands Here We Come, forse la cosa migliore dell'intero disco, finalmente ispirata e con una band  che suona come sa fare dal vivo ( se vi capita procuratevi la favolosa serie di Cd Betty's Blend registrati alla Great American Music Hall di San Francisco nel dicembre del 2012, la si può trovare in giro senza svenarsi), una ballad, Badlands, che a parte il titolo, evoca l'ariosità della prima Steve Miller Band senza fare a meno del  romanticismo di Chris Robinson, che canta con sorprendente leggiadria ed ottimismo, senza la sua dolente sofferenza, come raramente gli capita. Bella è pure Beggar's Moon, energia cosmica e soul-rock mischiati ad arte, con vaghe citazioni di New Orleans e strade del sud. Non trascurabile è Tornado, non fosse altro perché evoca quel sound californiano da Laurel Canyon a cui Chris Robinson è legato spiritualmente e fisicamente e Wanderer's Lament, altra ballata dai toni agresti che potrebbe essere uscita dalle out-takes di Before The Frost....dei Black Crowes. Dove invece Phosphorescent Harvest sembra meno riuscito è nei brani in cui la band gioca di  "innovazione" creando un artificioso rock psycho-prog con sonorità leggerine e commerciali che mal aderiscono all'immagine ruvida e stradaiola della band. Il finale di Jump The Turnstile è convincente ma le prime tre tracce che aprono il disco  con quei suoni zampillanti e puliti deludono, così come Humbolt Wind Chimes è troppo kraut-rock per dei neo-hippies dell'ovest. Sebbene Chris Robinson continui ad essere quello sciamano del rock n'roll di cui tutti abbiamo bisogno almeno una volta all'anno, Phosphorescent Harvest rallenta la corsa dei CRB facendoci rimpiangere i vecchi Crowes. 


Da parte sua il fratello Rich non è stato a guardare e anche lui si è lasciato sedurre da quel Going To California che tanto tempo fa intonavano i Led Zeppelin, tra i tanti gruppi del British rock una delle influenze primarie dei Black Crowes. Anche lui come Chris ha puntato  dritto verso ovest, verso la California e con il suo terzo disco solista, The Ceaseless Light, ha allargato gli orizzonti e allungato i tempi creando una musica non troppo diversa da quella dei CRB ovvero svolazzi chitarristici in libera uscita, leggiadre armonie col profumo dell'oceano, ballate che iniziano pigre e assonnate e poi salgono nel cosmo col suono liquido delle chitarre e delle tastiere. Insomma rock californiano anni '70, di quello fumato e rilassato, con la voce e gli strumenti che occhieggiano agli album psichedelici del periodo magari aggiungendoci qualche zampata di Stones ed un rimasuglio di southern rock.  A questo punto non si capisce perché i due, Chris e Rich si siano separati e abbiano messo i  Black Crowes in stand by visto che la direzione era la stessa  e magari bastava risistemare la carrozzeria dei BC e traslocare gli umori di Before The Frost....Until The Freeze al caldo mite della California. Ma si sa come vanno le cose tra fratelli e così oggi al posto di un disco super  ne abbiamo due del tutto buoni ma simili tra loro e lontani dall'essere quel botto deflagrante che ci si aspetta da una band come i Corvi Neri. Rimaniamo in attesa e accontentiamoci di The Ceaseless Light, la cui partenza è di tutto rispetto, con i primi tre brani sicuramente migliori dell'apertura dell'imparentato Phosphorescent Harvest, anche se col passare del disco la qualità di scrittura di Rich Robinson mostra la corda,  il disco si smorza un po' pur rimando su un livello più che dignitoso, anzi.  I Know You, Down The Road, One Road Hill sono davvero un bel inizio, fresco, vaporoso, sognante, le chitarre in gran spolvero e la band ( Joe Magistro alla batteria, Amy Helm, la figlia del compianto batterista di The Band e Steve Molitz alle tastiere) sintonizzata sulle lunghezze d'onda di Big Sur , nonostante il disco sia stato registrato a Woodstock, ovvero nella boscosa e montuosa East-Coast. I titoli sono espliciti, la strada è il luogo dove nasce e vive questo rock, inutile cercare furbizie moderniste o trend sonori, qui è il caro vecchio rock arioso e sballato dei settanta a farla da padrone, sia negli accenni più sanguigni e southern come il ritmato Trial and Faith  e Inside, gli episodi più vicini ai Black Crowes, sia in quelle ballate, e sono la maggior parte, che salgono tra paesaggi bucolici, visioni pastorali, buone e antiche vibrazioni. La chitarra di Rich Robinson lascia a casa per una volta i crudi  riff di blues e di rock n'roll e si concede un viaggio astrale tra jam, armonie  ed improvvisazione, non perdendo mai la bussola e tenendosi nei paraggi  del fratello, il quale però a dirla tutta, ha dalla sua una band, i CRB, che davvero ricordano quelle di una volta, nata sulla strada e cresciuta nei concerti, come si dice in gergo growing up in public. Pure la chiusura di The Ceaseless Light è sula falsariga di quella di   Phosphorescent Harvest, difatti Obscure The Day  è un lungo strumentale tra improvvisazione, cosmic-rock e prog. Due dischi piacevoli e con una qualità sonora eccellente, lavori che dimostrano quanta creatività abbiano ancora in serbo i fratelli Robinson anche quando sono  (apparentemente) distanti l'uno dall'altro, ma allora perché andarsene ognuno per la propria strada e non mettere nuove energie nella più grande rock n'roll family degli ultimi ventanni.

MAURO ZAMBELLINI   

 

 

mercoledì 18 giugno 2014

THE GREAT CRUSADES Thieves of Chicago

 

Poco nota ma attiva da più di una decina di anni, questa band nasce per volontà del cantante/chitarrista Brian Krumm a Champagne nell'Illinois nel 1996 sebbene l' assetto definitivo risalga al 1998 in quel di Chicago. Accanto a Krumm sono il bassista Brian Hunt ed il batterista Christian Moder, un trio che sfugge a facili etichettature visto il tipo di musica di cui sono portatori. Hanno alle spalle diversi dischi,  il primo, The First Spilled Drink of Evening, titolo da applausi, risale al 1997 e si guadagnò la segnalazione di David Fricke su Rolling Stone che li paragonava ad una versione americana dei Tindersticks. Never Go Home del 2002 prese quattro stelle dall'edizione tedesca di Rolling Stone, lì popolari per il fatto di lavorare da tempo con etichette tedesche, prima la Glitterhouse adesso la Blue Rose. Diversi lo sono davvero i Great Crusades e lo si capisce da questo buon disco costruito sulla voce rauca e baritonale di Krumm e su canzoni che propongono un mood notturno di tavole calde e locali aperti fino a tardi dove ci si immagina una atmosfera da Nighthawks di Edward Hopper o una sceneggiatura chandleriana. Il noir è  evidente in Thieves of Chicago, il titolo, i ladri di Chicago, la fotografia urbana della copertina, la voce vetrosa di Krumm in storie di malaffare, armi, diavoli, vite sbagliate, giochi crudeli, vecchi amanti. Abbondano le citazioni, per Keith Richards, per gli Uncle Tupelo, per Melody Maker e la California, soprattutto per Chicago, habitat di canzoni che spaziano dal rock urbano al country più malinconico e periferico (Old Lovers, Old Friends), dal cupo decor alla Nick Cave di This City Is a Shambles Tonight  con un pizzico di Johnny Cash (The Devile and his Relations) al bluesato after-hour di A.J Croce, dal furente e gelido rock metropolitano di Til The Needle on the Record Goes to Bed  al dolce lullabye di Cruel Joke. Ma è Tom Waits il riferimento più stretto perché Krumm ha sicuramente fatto una dieta a base di alcol e sigarette ed il suo cantare da crooner perso nella notte e nella bottiglia fa venire in mente i primi dischi del maestro, in primis The Heart of Saturday Night. Ma Chicago non è Los Angeles e spesso i marciapiedi più che bagnati dalla pioggia sono sferzati da vento e neve e allora The Great Crusades rubano suggestioni che stanno più a nord, a storie che hanno a che fare con il senso di colpa, il rimorso, le perdite. Musica a tratti scura, inquieta, qualche volta vicina ai Sixteen Horsepower, altre volte del tutto originale ed eclettica, come quando viene riveduta a mo' di marcia funebre  New Orleans Why Did You Make Me Care? di Beck dove sia Allen Toussaint che Louis Armostrong sarebbero stati a loro agio, oppure nella title track dove si respira aria da cabaret tedesco interpretato da Randy Newman. Strambi, non c'è che dire, dategli un ascolto.
MAURO ZAMBELLINI  

mercoledì 4 giugno 2014

THE ROLLING STONES Zurigo 1/06/2014

 
 
La Svizzera non ha mai tradito i Rolling Stones, nessun loro show nel passato è stato annullato per magre prevendite come invece è successo da noi, e anche questa volta il rinnovato Letzigrund Stadion di Zurigo è zeppo in ogni suo ordine di posti, sono 50 mila le persone presenti, tra cui applaudita al suo arrivo sugli spalti, Tina Turner. Serbavo un bel ricordo degli Stones in terra elvetica, nel luglio 1995 a Basilea  assistetti ad un grande concerto nel corso del Voodoo Lounge Tour, per di più supportati dai Black Crowes,  per cui quando sono state rese note le date dell'appendice europea del 14 On Fire Tour, non ho perso tempo e mi sono subito accaparrato il biglietto, memore anche di altre gloriose ed indimenticabili trasferte zurighesi. Beh, nessuno vuole paragonare questo 1 giugno 2014 con quel rivelatore 11 aprile 1981 all'Hallenstadion ma il rock n'roll è comunque servito da collante a 33 anni di storia e di vita vissuta e se allora ero un giovane ancora alla ricerca della terra promessa e oggi solo uno stagionato appassionato di  rock, è altrettanto vero che l'entusiasmo non è scemato e se mi avessero detto a trentuno anni che a sessantaquattro mi sarei di nuovo imbarcato in un viaggio di 600 km (andata e ritorno) solo per stare in piedi in mezzo ad una folla che parla tedesco e beve birra in quantità industriali in un prato di uno stadio, per assistere a dei settantenni che suonano la loro satisfaction di musicisti, forse mi sarei messo a ridere e avrei proferito " ma non dite cazzate, il tempo non aspetta nessuno, chissà dove sarò a quell'età". Ed invece ha ragione Steve Wynn quando una volta disse : se a ventanni si è stati rivoluzionari, a sessanta si è almeno anticonformisti".

 
 
E quindi eccoci qui in una bella e mite serata di primo giugno, in compagnia di Chiara, sul prato del Letzigrund Stadion tra giovani che bevono e anziani che fumano, ad aspettare che gli amati Rolling Stones mi regalino un altro concerto da ricordare in eterno, non fosse altro perché questa sembra essere la loro ultima tournè. Mai essere sicuri con chi ha venduto l'anima al diavolo ma Jagger prima o poi deciderà di scendere al livello degli  umani, e poi si vocifera che Richards abbia ritirato fuori l'idea degli X-Pensive Winos e Ron Wood, che proprio il primo giugno compiva sessantsette anni e sul palco è stato omaggiato di una enorme fetta di emmenthal, non voglia perdersi la reunion dei Faces. Certo un concerto con Faces come supporter e Stones headliner sarebbe un fantastico evento di selvaggia gerontocrazia rock n'roll, di quelle mai viste nemmeno su Marte. Ma veniamo all'oggi, dopo l'apertura di The Temperance Movement, rokketari troppo fracassoni per i miei gusti, il palco si illumina di colori sgargianti prima che Start Me Up dia il via alla festa.  Avete presente i rockers tutto in nero tipo Nick Cave o E-Street Band degli ultimi anni, beh tutto il contrario, qui sono i colori forti e gli accostamenti improbabili a dominare, il mix cromatico e di luci è studiato nel più piccolo dei dettagli e offre uno spettacolo straordinario, perché i quattro sono abbigliati in modo da trovarsi in sintonia o in forte contrasto, a seconda dell'esigenza della canzone, con quello che si vede negli schermi giganti, due laterali ed uno esagonale al centro del palco, ognuno delimitato da una cornice a losanghe il cui colore muta e trasformalo lo schermo in quadro imponente con dentro i musicisti che suonano, cantano, si muovono, scherzano. Una scenografia che man mano che la notte scende diventa uno spettacolo nello spettacolo, un paese delle meraviglie al servizio dell'incanto del rock n'roll. Jagger cambierà più volte mise, sfoggia giacche di lamé e lustrini, un frac rosso bordeaux con gli strass, una aderente t-shirt viola, una camicia azzurra in Gimme Shelter ed una lunga pelliccia in Sympathy For The Devil durante la quale il palco va letteralmente a fuoco inghiottito dalle fiamme che dagli schermi sembrano venire avanti in un effetto tridimensionale. Keith Richards si presenta con camicia fucsia su t-shirt viola, pantaloni scuri, foulard e scarpe verde smeraldo, Ron Wood è in giubbottino rosso su t-shirt gialla con scarpe da sneakers rosse, neanche sua figlia si vestirebbe così, Watts è il più sobrio, t-shirt rossa a maniche corte infilata su una maglia nera a maniche lunghe. Il gioco cromatico, a cui non sarà estranea Lisa Fisher nell'assolo vocale di Gimme Shelter, e i video offrono una scenografia che amplifica l'impatto emotivo e visivo. Rimarrebbe una illusione da cirque du soleil se non ci fosse però la musica dei Rolling Stones, i quali partono in sordina con Start Me Up, You Got Me Rocking e It's Only R n' R. E' proprio Jagger ad avere una marcia in meno, stranamente statico, ma dura poco. La band si scalda con la rutilante Tumbling Dice accompagnata da una cascata di linguacce e dadi che piovono dal video, poi Jagger si infila nell'abbraccio soul di Worried About You (da Tattoo You) e lo show ha inizio. Suona la pianola, canta in un falsetto che sembra fin esagerato nell'andare a cercare i Temptations, Ron Wood ci mette una zampata con la Gibson e Mick la chiude come una grande preghiera d'amore.

 
 
Let's Spend The Night Together è la canzone votata in rete dal pubblico  per la serata, ci credo poco, penso che siano gli stessi Stones a decidere quale sia il pezzo da fare, ma il pubblico va in visibilio, canta e balla, la versione è di ordinaria amministrazione, aspetto ben altro. Che arriva con una canzone di seconda categoria del loro repertorio ovvero Out of Control. Qui Jagger dimostra quanto talento possegga come cantante e performer, lenta all'inizio, quasi parlata, sale improvvisamente nervosa, tesa, lui soffia nell'armonica e poi sgambetta un finale bluesato intenso e sofferto. Sarà un istrione ma che artista. Honky Tonk Woman offre a Richards di ripassare i suoi riff in un maree di applausi e di donnine discinte che nel video fanno su e giù, poi con Wood e Watts si cimenta in una stentorea, acustica e tenera You Got The Silver e con la band al completo nell'arruffato dirty r&b di Can'Be Seen, due omaggi del pirata. Quando va in scena Midnight Rambler arriva Mick Taylor, la danza parte con l' assolo della sua Les Paul e con l'armonica di Jagger, il ritmo è frenetico, forse troppo ma c'è il rallenty a metà con la sezione ritmica che cala lasciando solo il brontolio di Jagger, poi entra in pista Ron Wood in  un assolo fulminante. Lo strangolatore di Boston è adesso accontentato, il finale è un fiotto di sanguinolento e pericoloso rock-blues. Miss You è quella che è, e Gimme Shelter, la mia canzone preferita del loro songbook, non è pari a quella di altre occasioni. Lisa Fisher la prende troppo alta, è mia impressione che lei abbia perso smalto e sex appeal, ma non faccio in tempo ad intristirmi perché Jumpin' Jack Flash mi scuote, il rock n'roll in tre minuti o poco più, un'invenzione da premio Nobel per la chimica. Il sabba di Sympathy For The Devil è quasi dovuto, fiamme e percussioni voodoo sono il lato circense del pezzo, Jagger ondeggia provocatorio, è dal 1968 che fa il belzebù  sul palco, il lungo immortale assolo di Keith Richards, ogni volta imperfetto, sgangherato, meraviglioso e sublime, è come una droga a cui non puoi fare a meno, erotica, eccitante. Chiude Brown Sugar ma è robetta da dimenticare. Alla fine il meno affaticato sembra proprio Jagger, i volti di Richards e Wood non nascondono la stanchezza e l'età, Chuck Leavell ha tenuto insieme il tutto con la sua maestria, Darryl Jones ha pompato funky dall'inizio alla fine, Bobby Keys ha fatto il suo dovere senza spendersi tropppo, Watts è il batterista che tutte le rock n'roll band dovrebbero (o vorrebbero) avere, preciso,  essenziale, swingato. La più grande rock n'roll band può contare su un batterista jazz, forse sta lì il segreto.

Zurigo non è stanca e il bis non si fa attendere, i due brani conclusivi incoronano un concerto che sebbene  qualche caduta di ritmo e stecca non ha scalfito la fama del più divertente spettacolo rock n' roll della storia. You Can't Always Get What You Want, introdotto dai ragazzi dello Zuercher Sing Akademic Choir, è una sontuosa cattedrale di gospel e soul-rock che sale maestosa al cielo, Satisfaction è in versione da delirio, una febbricitante cavalcata con Richards che regala il suo riff ai fan dei due lati del palco e Jagger che tira fuori l'anima, sfogando la rabbia repressa delle ultime disavventure in un finale alla James Brown. I fuochi d'artificio e l'inchino finale dei musicisti mette il groppo alla gola, è veramente finita la più grande avventura del rock n'roll? Stemperiamo la nostalgia con un bratwurst ed un birra, me lo hanno insegnato loro ad essere irriverenti, è solo rock n'roll ma cazzo come si fa a vivere senza.

 

MAURO ZAMBELLINI   GIUGNO 2014       







martedì 20 maggio 2014

DRIVE BY TRUCKERS Shepherd's Bush Empire Londra 13/05/14


Paziente, in fila ordinata, un pubblico agè attende l'apertura dello storico Shepherd's Bush Empire, un teatro in cui si sono esibiti tutti i più grandi, dagli Who ai Rolling Stones, da David Bowie a Paul Weller, da Amy Winehouse ad Adele. E' una serata mite a Londra e mai avrei creduto che ci fosse il tutto esaurito per gli americanissimi Drive By Truckers. Dopo il muscoloso apripista degli Heartless Bastards di Cincinnati, Ohio, alcuni dischi alle spalle per la Fat Possum ed un ultimo lavoro, Arrow  per la Partisan Records, il parterre e la doppia galleria del Shepherd's Bush Empire, teatro dallo stile vagamente rococò, si riempiono per quello che sarà un concerto memorabile. Nel frattempo i bastardi senza cuore sparano un garage rock melodico trainato dal potente basso di Jesse Ebaugh e dalla front-woman Erika Wennerstrom, il sound heavy non scompone le numerose teste canute in sala, generose pance da birra e aria rilassata. Ci sono anche le loro signore e non mancano i più giovani ma sostanzialmente il pubblico è più vecchio degli stessi Drive By Truckers.  Quando entrano in scena piovono subito  applausi, in una sorta di stima a prescindere,  parte a cantare Mike Cooley con la sua voce cupa e baritonale ed una dopo l'altra si susseguono  le canzoni dell'ottimo English Oceans  ovvero  il talkin' incalzante di Made Up English Oceans segnato dalle tastiere di Jay Gonzalez, musicista sopraffino che si alternerà con Hammond, piano elettrico e chitarra Gibson SG, e poi la pettyana Primer Coat  e la romantica Pauline Hawkins  dove è invece Patterson Hood con la sua voce sofferente a prendere la scena. Sono le ballate ad  introdurre il concerto, quelle polverose cavalcate dove dentro c'è tutta l'America dei DBT, l'eco western e le rasoiate del rock, il mito della strada ed il bizzarro fatalismo delle storie del sud. Notevoli sono le differenze con i DBT furenti e punk che avevo visto a Milano qualche anno fa, qui a Londra, nonostante non lesino in assoli devastanti ed in martellamento ritmico, suonano con più pienezza e maturità, spesso sorridono tra loro, si scambiano occhiate compiaciute, si vede che suonano per il puro piacere di farlo e, complice la lingua, Hood si diverte in lunghe presentazioni che provocano l'ilarità del pubblico.  

 
 
Si sente che English Oceans  è un disco migliore dei due che lo hanno preceduto ed un ritorno alle sonorità passate, il sound è ricolmo di musica, è muscoli, nervi e cuore, Patterson Hood è il grande cerimoniere ma Cooley è l'altra faccia della medaglia, è un chitarrista di talento dal tocco stoniano ed una plausibile alternativa alla voce disperata di Hood, a fianco c'è una band che, superati gli sbandamenti e i cambiamenti, ha trovato l'assetto perfetto. Brad Morgan, il batterista, barba lunga da mormone, picchia senza sbavare e senza platealità, il bassista Matt Patton (faceva parte dei Dexateens), alto, filiforme, jeans e stivaletti, con capelli a caschetto sembra preso di sana pianta dai Chesterfield Kings,  per come si veste, si muove e suona. Piegato sul suo Fender, saltella, rivolgendosi ora al batterista, ora entrando in cerchio con Hood e Cooley quando i DBT partono per la tangente e tirano un rock n'roll che è gioia di vivere. Da par suo Jay Gonzalez riempie gli spazi con tastiere che fondono i Muscle Shoals con Benmont Tench, quando invece imbraccia la chitarra, si unisce agli altri in quella che è una vera guitar army. Lui e Hood si sfidano incrociando le elettriche, fanno rumore e feedback, si inginocchiano coi loro strumenti, portano i DBT nei territori del grunge e dell'underground. Hood è il magnifico affabulatore, parte in lunghi monologhi, esilarante la storia di sua madre che si innamora di un camionista reduce dal Vietnam e lo porta a sposarsi in Louisiana  (18 Wheels of Love) e quella del nonno dal caratteraccio impossibile e dai modi da patriarca ma col vizio del gioco, chiamato generale solo perché aveva prestato servizio nell'esercito (Box of Spiders), con la band che punteggia le sue narrazioni per poi esplodere in un rock potente ed epico. Hood sembra uno Springsteen meno messianico dei tempi di The River, lunghe introduzioni con la tensione che cresce e immancabilmente deflagra in una ballata che ribalta cuore e anima o in un rock sporco di strade e benzina, bruciante e liberatorio. Un paio di brani in odore di country rallentano il viaggio ma le sfumature roots sono sublimate dentro un set tosto e selvaggio oltre che romantico. I DBT pescano nel loro passato, quello di The Dirty South  con Carl Perkins Cadillac e Lookout Mountain e di Southern Rock Opera  con Let There Be Rock e Zip City citando i Lynyrd Skynyrd e Jason and The Scorchers ma attraverso i Replacements  arrivano fino a Tom Petty e al British Rock. Il suono è sintesi di una vita sulla strada, i testi non propongono il sud stereotipato dei loro padri e nonni, c'è poesia e nobiltà nel loro senso di appartenenza ma anche scetticismo, il realismo di chi è consapevole che proprio la retorica sudista ha condannato quella terra alle sue miserie. Non sono tanti oggi nel rock a raccontare la vita non per metafore ma per esperienze, Patterson Hood è uno dei più acuti songwriter della sua generazione, il suo carisma sul palco è tangibile, lui è la luce, Cooley le ombre, i DBT sono la più felice trasformazione dell'antico southern rock in un rock dalle visioni molto più critiche e sfaccettate.
 

Pulasky da Go-Go Boots  e Get Downtown da The Big To Do  guardano al passato prossimo, la melodica e arruffata Natural Light con quel piano che fa molto saloon del west e la urgente Shit Shots Count sono invece il presente  e si guadagnano fragorosi applausi, così come Play It All Night Long  tratta dal repertorio di Warren Zevon porta alla ribalta una sensibilità ed una umanità che pochi posseggono, almeno tra quelli della loro generazione. Potrebbe bastare un'ora e quarantacinque minuti di concerto per quanto i DBT hanno fin qui espresso e fatto vedere, ma lo spartano palco allestito per il loro show è pronto ad accoglierli ancora, per l'apoteosi finale. Che arriva immancabile con un encore di ben quattro brani, l'ultimo dei quali, Grand Canyon è un vero piece de resistence, la misura della loro stratosferica forma attuale, una straziante ballata elettrica sui lutti che hanno colpito l'entourage della band, che trova Hood, ormai sfinito tra dispendio di energia e le numerose sorsate di birra e whiskey, impegnato in un racconto che ruba l'ultima emozione ancora disponibile, mentre la band friziona come fossero gli Wilco più acidi e deliranti. Ad un certo punto Hood se ne va abbandonando la chitarra a terra, senza vita, e così lo imita Mike Cooley che lo segue dopo la sua ennesima zampata chitarristica, Gonzalez tiene alto il suono fino a quando non abbandona le tastiere inserendo un loop che si ripete ipnotico ed ossessivo e accompagna basso e batteria che rimangono sul palco soli a tenere acceso l'ultimo estenuante groove di un concerto che ha letteralmente messo in ginocchio lo Shepherd's Bush. Con i Black Crowes momentaneamente (speriamo) in stand by, sono i Drive By Truckers  la più grande rock n'roll band del nuovo sud.

 

MAURO ZAMBELLINI 

 

 
 



martedì 29 aprile 2014

DELICATESSEN

 
Tre dischi che si distinguono per la delicatezza, la grazia, i suoni tra l'acustico e l'elettrico, la bellezza di canzoni senza trucco, make up, ridondanze varie, dischi affatto soporiferi o zuccherosi, anzi, ricchi di bella musica e liriche ispirate. Il primo è un tributo, categoria che non apprezzo particolarmente, salvo quei lavori che ridanno lustro ad artisti scomparsi da tempo e dimenticati,  meritevoli di quelle attenzioni che non hanno avuto da vivi. Non amo i tributi ad artisti ancora in attività, grandi o piccoli essi siano, ma questo Looking Into You-A Tribute to Jackson Browne  mi ha sciolto il cuore e conquistato, per come è stato realizzato (copertina compresa), per gli artisti coinvolti e le loro versioni, per la calibrata uniformità  del contenuto e per il fatto che qui c'è uno dei migliori songbook dell'intero american songwriting. Felice anche per aver rimesso sotto i riflettori uno degli artisti più meritevoli, sensibili e umani di tutta la musica rock, oggi ancora argomento di conversazione grazie all'opera di giovani come Jonathan Wilson e i Dawes che hanno riportato  in circolazione la sua musica, il suo nome e lo spirito della west-coast music. Sono ventitre le canzoni di Jackson Brown interpretate, divise su due CD con tanto di libretto annesso, con belle fotografie, note ed elenco di musicisti. Un tributo prezioso, allestito con artigianalità sopraffina e versioni stupende, alcune riflettenti la personalità dell'interprete, altre evocative dello stile e della dolce e malinconica voce dell'autore  Jackson Browne. Di questa seconda schiera fa parte l'iniziale These Days interpretata da Don Henley coi Blind Pilot, pacata, rilassata, perfettamente in sintonia col mood del Laurel Canyon dei seventies. Più o meno sulla stessa falsariga una rarefatta e lenta, oltre ché splendida e notturna, Running On Empty di tale  Bob Schneider, coadiuvato da un ensemble di chitarre, contrabbasso, batteria e pianoforte. Veramente pregevole, come la lunga Fountain of Sorrow delle Indigo Girls dove spicca l'impasto vocale tra le due voci femminili ed il backing vocale al maschile oltre all'ottimo lavoro di Chuck Leavell con piano e Hammond. Cadenze rock in Doctor My Eyes di Paul Thorn, molto simile all'originale l'uso della chitarra di Bill Hinds e applausi a scena aperta a Jimmy LaFave per la sua For Everyman, un interprete che ogni volta lascia di stucco per come sa immergersi nelle composizioni altrui, rispettandone la sensibilità e nello stesso tempo ricavandone originalità ed emozioni. Lo conoscevo nelle sue magnifiche interpretazioni di Dylan ma qui supera sé stesso regalando una versione di For Everyman che non ha nulla da invidiare all''originale, specie in quel crescendo finale di violino, pianoforte e archi. Chapeau. Voce simile a Jackson Browne quella di Griffin House con Phil Hurley alla chitarra, Glen Fukunaga al basso e Rodoslav Lorkovic alle tastiere, per una bella copia di Barricades of Heaven  mentre Lyle Lovett non rinuncia alla sua nasalità e al suo appeal texano (in particolare la steel guitar di Dean Parks) per una melodicissima Our  Lady of The Well  dove si fanno sentire Leland Sklar e Russell Kunkel della stessa band di Browne ed il bravo Matt Rollings al pianoforte. Poi Lovett si stacca dalle pianure del Texas e con la stessa band si sposta sul Laurel Canyon e con Rosie stempera la malinconia di un abbandono col profumo magico di quei luoghi.  Ben Harper impugna Jamaica Say You Will e Bonnie Raitt in compagnia di David Lindley, antico compagno di viaggio di Browne, tratta alla giamaicana Everywhere I Go buttandola sul reggae. Tocca il cuore Eliza Gilkynson con una Before The Deluge  unplugged che è una confessione notturna , un lirismo da brividi accentuato dal violino di Warren Hood. Le risponde un sontuoso Kevin Welch  con una Looking Into You da scafato crooner che vale il titolo del tributo. Lui canta, ci sono i cori, il pianoforte e l'Hammond B3, da leccarsi i baffi.  Keb Mo' apre il secondo CD con la bluesata Rock Me On The Water,  Lucinda Williams lacrima dolente in una The Pretender  intinta nella desolata e profonda provincia della Louisiana, si rivedono Karla Bonoff  in Something Fine  e Marc Cohn in Too Many Angels prima che i coniugi Springsteen faccino il loro compitino con Linda Paloma, pezzo al sabor mariachi, già di per sé non eccelso ma che avrebbe comunque  bisogno di un po' di pachuco  rock che qui manca assolutamente, e chi ha orecchie per intendere, intenda. Il finale è all'insegna dell'intimismo, Shawn Colvin fa tutto da sola in Call It A Loan, Bruce Hornsby affronta I'm Alive con dulcimer, mandolino, violino e chitarra acustica, Joan Osborne si perde nella malinconia di una Late For The Sky mai così elegiaca, JD Southern chiude con classe (e con una tromba) con My Opening Farewell, splendida conclusione di un tributo che dopo settimane è lì ancora che gira nel mio lettore.

Eliza Gilkyson già presente nel tributo a Jackson Brown è autrice di un album di ballate notturne e crepuscolari intitolato The Nocturne Diaries , suoni delicati e rarefatti che sfiorano il folk ed il country ma mantengono una forte impronta cantautorale, un raffinato ed intimista songwriting al femminile. Amo quelle canzoni che ti vengono in mente di notte e quando le suoni all'alba perdono un po' di quella speciale magia notturna, ecco, No Tomorrow è un'eccezione, è quello che dice la Gilkyson a proposito di una canzone dell'album ma racchiude tutto il senso del disco, un disco che si ascolta nel silenzio della notte, soli e meditabondi. Eliza Gilkyson è nata ad Hollywood più di sessanta anni fa in una famiglia d'arte, sia il padre Terry che il fratello Tony (Love Justice) sono musicisti e anche il figlio Cisco, produttore di questo disco, lavora nell'ambiente musicale. Eliza Gilkyson ha inciso il suo primo lavoro nel lontano 1969 ed in questo lungo arco di tempo ha inciso solo una ventina di album. The Nocturne Diaries è un disco baciato dalla grazia, intenso, ispirato, dove lei racconta i suoi sentimenti ed il suo stato d'animo trasmettendo all'ascoltatore quel particolare spirito che si avverte e si vive soltanto di notte. Un album fatto con poche cose, nessuna sovraincisione, strumentazione spartana, prevalenza di suoni acustici ma non solo, canzoni semplici che arrivano al cuore. Anche qui la copertina è complice delle suggestioni create, lei, magra, bionda, capello corto e camicia country imbraccia la chitarra acustica attorno ad un falò nell'oscurità, i suoi diari notturni  posseggono l'intimità delle confessioni ed il fascino dei grandi spazi all'aperto.   


Ultima delicatessen è quella offerta dal nuovo gruppo dei Delines, forse il disco più elettrico tra quelli presi esame. Per usare una terminologia vetero-rock i Delines sono un supergruppo formato da musicisti di band americane alt-country messo insieme da Willy Vlautin, scrittore e leader dei Richmond Fontaine, il quale qualche anno fa si è innamorato talmente della voce della cantante dei texani Damnations, Amy Boone, da crearle un gruppo attorno.  "Ho sempre voluto lavorare con lei fin dal primo giorno che l'ho sentita cantare, quando me ne ha dato la possibilità ho colto la chance e ho passato un anno a scrivere canzoni per lei, canzoni come la sua voce". L'idea nasce nel 2012 e Colfax  è il risultato di quel colpo di fulmine, un disco dove assieme alla Boone e a Vlautin troviamo la tastierista dei Decemberists, Jenny Conlee, la pedal steel di Tucker Jackson dei Minus 5 ed il batterista dei Richmond Fontaine  Sean Oldham, un combo assemblato nel milieu musicale di Portland, Oregon che unisce una consumata attitudine indie con provate esperienze nell'ambito dell'alternative country e del roots rock. Un gruppo che proprio per essere sommatoria di diverse personalità sfugge a facili catalogazioni e mostra un appeal davvero intrigante. Se Willy Vlautin porta in dono una scrittura profonda e particolareggiata, è la voce di Amy Boone, bella, cristallina, soulful, a caratterizzare il lavoro d'esordio, una voce che si appiccica addosso e vi conduce in un universo notturno dove si avvertono le suggestioni di un vecchio film noir, l'eco di una Ricky Lee Jones, l'ombra dei primi, onirici Cowboy Junkies,  così come degli Spain più  impalpabili e jazzy e degli eterei Mazzy Star. Colfax  è costituito da ballate avvolgenti e affascinanti,  suoni  misurati tra contemplazione e ruvidi sussulti elettrici, con la pedal steel ad evocare i grandi spazi dell'ovest ed un intreccio strumentale che orchestra una atmosfera sospesa tra sogno e realtà, tra la notte che se ne va e i primi bagliori dell'alba, in una città vuota e ancora addormentata. Il decor minimalista e splendidamente desolato dei Richmond Fontaine è evidente, anche se la voce di Amy Bonne allenta la crepuscolare tristezza di cui sono portatori, e le storie scritte da Vlautin per Colfax  sono storie moderne viste attraverso le lenti del country-soul, del folk-jazz e della roots music, cantate con una voce che viene dall'anima, vulnerabile ed intima, a tratti, come in Flight 31 addirittura esausta. Canzoni come Stateline, I Got My Shadow, I Won't Slip Up  fanno pensare alle grandi cantautrici degli anni settanta, ma tra struggenti malinconie (The Oil Rigs At Night), e scampoli di jazz classico (Sandman's Coming) c'è un mondo poetico di moderno folk urbano che vale assolutamente la pena esplorare.

MAURO ZAMBELLINI




giovedì 17 aprile 2014

RED BEANS AND WEISS



Nelle spericolate notti del Tropicana Motel erano in tre, il catarroso Tom Waits, la fascinosa ragazza col basco rosso e lui, faccia da schiaffi e play-boy impenitente. Il primo si è sposato, ha smesso di bere, si è ripulito ed è diventato uno degli artisti di culto del rock ( a ragione) che piace anche a chi non piace il rock ma va in giuggiole per  le cose che fanno moda. La seconda, Ricky Lee Jones, è uscita da una dipendenza perniciosa ma assieme alle sregolatezze ha smarrito anche il talento, ha trovato un figlio, la fede e a parte qualche eccezione inanella un disco più scialbo dell'altro. Il terzo, a cui la Jones in un momento di euforia esistenziale gli aveva dedicato la memorabile Chuck E's In Love, lui la ripagò con un'autentica scopata (Sideckick) nell'unico disco fatto in quegli anni selvaggi (The Other Side of Town, 1981),  è rimasto tale e quale, non ha rinnegato quei giorni, continua a bere e fumare e  frequentare l'asfalto del sabato notte di Los Angeles.

Chuck E.Weiess si è messo seriamente ad incidere dischi solo alla fine del  secolo passato, l'apprezzabile Extremely Cool nel 1999, poi  l'ottimo Old Souls & Wolf Tickets del 2002 ed infine il balbettante 23 rd & Stout, più che altro una possibile soundtrack per un hard-boiled movie della scuola dei duri. Sono passati sette anni e Chuck E.Weiss è di nuovo in forma, seduto come un homeless su un marciapiedi della città degli angeli, immancabile sigaretta, capello lungo probabilmente tinto, abiti stropicciati, occhiali pendenti, stessa faccia da schiaffi. Non ha perso la voglia di scherzare, il suo nuovo disco gioca sul nome di uno dei piatti tipici della cucina creola, red, beans and rice ovvero piatto unico con fagioli rossi, carne di porco, spezie, peperoncino, qualche verdura e riso bianco. Non ci può essere piatto migliore per definire la musica di Red Beans and Weiss  ovvero blues dell'ora tardi, boogie alcolico,  filastrocche  senza senso ma con grande senso del ritmo, frustate di rock n'roll perverso, dixieland jazz da night club e romantiche ballad con cui tirar mattino sperando che lei creda al suo corteggiamento. Red Beans and Weiss è un disco di un'altra epoca, quando la notte era solo per i sognatori ed i nullafacenti e le donne erano fatali, nel senso che erano sexy, seducevano con malizie da film e poi se andavano con i soldi, quando addirittura non erano in combutta con qualcun'latro per toglierti dalla circolazione. Che adesso  Chuck E.Weiss appartenga ad un mondo meno "nobile" e romanzato di quello di un film degli anni quaranta poco importa, il tempo ha ucciso la poesia ma l'immaginazione di Weiss è rimasta intatta, lui ancora abita the other side of town con l'eleganza dell'ultimo giocatore d'azzardo, del bevitore di whiskey che non ti accorgi che è ubriaco, del play boy un po' stanco che conosce l'arte della seduzione  ma sa che è fuori moda e la rispolvera solo se nel locale entrasse Veronica Lake o Kim Novak. Tutti i vecchi amici se ne sono andati ma qualcuno si è ricordato di lui, Tom Waits gli produce il disco assieme a Johnny Depp, ci fosse anche Keith Richards avremmo chiuso il cerchio.

Red Beans and Weiss è un disco che si ascolta col sorriso sulle labbra, la sigaretta accesa ed il bicchiere pieno, fate voi, se siete vegani, salutisti e quant'altro abbia a che fare con le virtù del vivere, lasciate perdere, qui c'è la notte coi suoi peccati,  i suoi vizi, le sue tentazioni, la sua fauna improbabile e anacronistica, non la notte delle discoteche e dei locali da happy hour ma la notte del blues e del jazz, di Chandler e Ellroy, di Willie Dixon e Captain Beefheart, di Jerry Lee Lewis e Howlin'Wolf, la notte della Hollywood sudicia, insonne, meticcia. C'è l'eco di uno squinternato valzer chicano sporco di tequila che esce da una cantina, Hey Pendeyo, e strambi scioglilingua di blues onomatopeico giocati sul ritmo, basta leggersi i titoli di The Hink-a-Dink e Oo Poo Pa Do In The Rebop per capire, c'è il lercio e graffiante rock n'roll di Dead Man's Shoes ed il grasso e sincopato r&b di Old New Song, soffiato da due sassofoni e pestato da una sezione ritmica che non dà scampo (Nick Vincent alla batteria, Will McGregor al basso, il pianoforte di Michael Murphy), c'è il nervoso e smargiasso boogie di Tupelo Joe e il Shushie mangiato a notte fonda con la colonna sonora di un jazz che sa di romanzo al neon. Gracchiano le chitarre di J.J Holiday e Johnny Depp ( da altre parti, dello strumento si occupa  Tony Gilkynson) nell'ipnotica Boston Blackie, quasi un blues della Fat Possum ed è tutto una sferragliare waitsiano Bomb The Tracks (potrebbe appartenere al sottovalutato Bad As Me) prima che Exile On Main Street Blues, si proprio questo titolo, paghi pegno a Jagger and Richards.

Red Beans and Weiss è un disco alcolico, vizioso e piccante, divertente e sfacciato, un disco da far festa, stando attenti però però a lasciare a  casa i bambini.

MAURO  ZAMBELLINI        

 





mercoledì 2 aprile 2014

RONNIE LANE



Nella prima metà degli anni settanta gli inglesi Faces furono la miglior rock n'roll band del mondo, assieme agli Stones. Stesso rock n'roll derivato dal soul e dal r&b, un cantante e frontman con la stessa arroganza e spregiudicatezza, Rod Stewart, una sezione ritmica di prestigio ovvero il binomio Ronnie Lane e Kenney Jones, un ottimo chitarrista-scavezzacollo, Ron Wood. L'unica differenza con il gruppo di Jagger/Richards, oltre agli additivi, le droghe per i primi, l'alcol per i secondi, era il tastierista. I Faces lo mettevano in bella evidenza, sul palco e nelle registrazioni, Ian McLagan con piano e organo era ed è un vero portento, uno dei grandi tastieristi del rock n'roll (se ne sono accorti anche i Black Crowes),  il povero Ian Stewart invece gli Stones lo nascondevano nelle retrovie, perché non adatto all'immagine selvaggia della band, lui che portava senza batter ciglio cardigan e polo anche quando in scena andava Sympathy For The Devil.  A Stewart gli si dovrebbe costruire un monumento, ma la storia è dei vincitori, non di chi sta nell'ombra e tira la carretta. Ma vabbè, pace all'anima sua. Comunque siamo in un giorno del giugno 1973 quando Ronnie Lane, bassista, autore, cantante, produttore, nato in un quartiere operaio dell'Est End londinese, decide nel mezzo del tour dei Faces di abbandonare la band, deluso dalle misere recensioni di Oh La La , album su cui credeva molto ed aveva avuto un ruolo centrale. Oscurato dall'ego di Rod Stewart, Ronnie Lane tolse il disturbo dopo un concerto al Sundown Theatre in Edmonton, Londra. Non era la prima volta che Lane soffriva la presenza di una personalità più forte della sua, carattere mite e riservato ma anche spirito nomade e vagabondo, non avvezzo alle zuffe tra star. Quando militava negli Small Faces, era il chitarrista Steve Marriott a rubare la scena sebbene non fossero pochi gli hits del gruppo co-scritti da Lane, per farsene un'idea basta ricordare Here Comes The Nice, Itchycoo Park, Tin Soldier, Green Circles, All or Nothing e pure coi Faces, Lane pose la firma su pezzi da novanta come Flying, Oh La La e la straordinaria romanticissima  Debris. Piuttosto che litigare, arrivare a compromessi o convivere con difficoltà in nome dei soldi, Ronnie Lane lasciò al loro destino Stewart/Wood/Jones/McLagan (si sarebbero sciolti di lì' a poco) e si ritirò sulle colline del Galles in mezzo al verde, in una fattoria a Fishpool, con la seconda moglie Kate, vivendo rilassato e tranquillo a contatto con la natura e la quiete. In questo periodo trovò conforto nelle religioni orientali ma non abbandonò mai la musica, iniziando a registrare nel suo studio mobile brani molto diversi da quelli del suo recente passato. Assemblò una nuova band a cui diede il nome di Slim Chance e pubblicò due singoli, How Come e The Poacher  oltre ad un album, Anymore  for Anymore.  Non più l'assatanato e alcolico rock-soul dei Faces ma un blend di rock inglese, folk e country americano, piuttosto originale ed eclettico per il periodo. Sfruttando l'interesse suscitato dal suo debutto solista, Lane allestì il Passing Show una sorta di itinerante spettacolo circense con tende e animali che presto mostrò  limiti di gestione e risposta di pubblico, lasciando indebitato l'ideatore. Per fortuna un contratto con la Island Records rimise subito Lane in carreggiata e coi rinnovati Slim Chance si mise a creare un sound personale diverso da tutto il resto, accentuando l'aspetto acustico e le atmosfere pastorali, ricorrendo a mandolini, violini, fisarmoniche, pianoforte, come in parte venivano suonati nello skiffle ma lasciandosi sedurre dai suoni americani del country, del folk-rock, del jazz pre-bellico e di ciò che The Band aveva inventato sulle montagne di Woodstock e i Kinks avevano infilato in Muswell Hillbliies. Un sound che anni più tardi  sarebbe stato definito da Sid Griffin dei Long Ryders, un nuovo tipo di British folk music. Con il titolo Oh La La -An Island  Harvest  oggi vengono ripubblicate quelle registrazioni facenti parte degli album Ronnie Lane's Slim Chance  e One For The Road  usciti tra il 1974 ed il 1976. Album che contengono, oltre alla riproposizione folkie di Oh La La, splendide tracce del booksong di Lane come Stone, la storia dell'evoluzione umana in tre minuti, il bluegrass di Anniversary, la delicata Burnin' Summer, l'evocativa One For The Road, vecchi classici del rock n'roll come You Never Can Tell  spurgati di ogni urgenza e suonati come un down-home blues, piccole svaccata jam come Back Street Boy dove sembra di sentire i Grateful Dead acustici, ed una sequenza di melodie dai titoli meno noti che esplicitano di raffinati arrangiamenti, liriche spiritose e  fantasiose, un mood retrò che ingloba anticaglie nobili come il dixieland, il vaudeville, il ragtime. Il sound colpisce per il suo calore e il suo voluto basso profilo, c'è un clima bucolico che prefigura dolci tramonti e pomeriggi di sole, un'atmosfera che si è soliti  associare a dischi americani di folk e country-rock ma che Ronnie Lane coniò con quel aplomb e quella malinconia inglese tale da renderlo originale e perfettamente unico. Con Lane (chitarra e basso) ci sono Steve Simpson (chitarra, mandolino, armonica, violino, tastiere), Ruan O'Lochlainn (sax, tastiere), Charlie Hart (violino, piano), Brian Belshaw (basso), Glen Le Floeur o Colin Davy o Jim Frank rispettivamente alla batteria, un doppio CD che offre rimasterizzati i due dischi originali più una serie di alternate mix, single version, jam version ed un mini show di otto tracce (tra cui diverse provenienti dal materiale dei Faces) estratto da uno show per la BBC dell'aprile del 1974. Una pagina dimenticata del rock inglese viene resa disponibile da questa bella ristampa che ha anche il merito di riportare attenzione su uno degli autori/musicisti più sensibili, errabondi ed anticonformisti della scena britannica, vissuto in seconda linea nonostante il talento e prematuramente scomparso nel 1997 dopo  ventanni di dignitosa convivenza con la sclerosi multipla.

MAURO ZAMBELLINI