giovedì 26 luglio 2012

Royal Southern Brotherhood Black And Blue Festival Varese 21 Luglio



Dopo la splendida serata con i Red Wine Serenaders accompagnati in jam dal bravo Paolo Bonfanti (molto apprezzata una versione di Melinda di Tom Petty) il Black and Blue Festival di Varese ha ospitato un gruppo non ancora molto conosciuto ma dall'illustre pedigree. C'era tanta gente nella ventosa serata del 21 luglio a salutare l'arrivo in Italia del figlio di Gregg Allman, Devon in compagnia del chitarrista Mike Zito (Blues Awards nel 2009), del cantante e percussionista Cyril Neville (Neville Brothers), del bassista Charlie Wooton e del batterista della Derek Trucks and Susan Tedeschi Band Yonrico Scott. Un ensemble di grido quello dei Royal Southern Brotherhood autori di un recente disco e capaci di sintetizzare tutti gli umori del sud, dagli echi allmaniani avvertibili quando Devon Allman con la sua Gibson ha evocato lo zio Duane infilando una strepitosa One Way Out ed il refrain di Mountain Jam al solido rock-blues di Mike Zito, melodico ma al tempo stesso potente e sanguigno, fino al coinvolgente zydeco funk creato dalle percussioni di Cyril Neville, da un bassista, Charlie Wooton che si è portato appresso tutto un apprendistato di afro-cuban jazz e di funk e dal fondamentale Yonrico Scott, un batterista che non perde una battuta, picchia disinvolto ed elastico e si concede molti tempi in levare così da aggiungere sapori caraibici alla miscela dei Royal Southern Brotherhood.
Tosti e ben amalgamati anche se ancora alla ricerca di un miglior equilibrio nella gestione dello show, l'assolo di basso e batteria è parso troppo lungo ed esibizionistico anche se in linea con la scuola del southern rock , i cinque hanno dato vita ad un concerto di energia e tecnica dove non è mancato né il feeling né la consapevolezza di maneggiare un glorioso patrimonio musicale ancora oggi seguito ed amato da tanti estimatori, come hanno dimostrato i ripetuti applausi del pubblico ed il calore con cui è stato seguito lo spettacolo.
Devon Allman, capelli lunghi biondi, barba e Gibson ES del '59 tenuta dalla cinghia che probabilmente doveva essere appartenuta a zio Duane, assomiglia a Russell Crowe, è robusto, piazzato e canta con una voce che ricorda i Doobie Brothers. Quando lui è alla solista le parti vocali li fa Mike Zito e viceversa, i due sono complementari perché quest'ultimo lavora con la Telecaster e la sua voce è aspra e soul, roba che andrebbe bene per un disco per la Stax o per i Muscle Shoals. Devon interpreta l'anima southern rock dei RSB, Zito quella più blues e lo si sente quando, dopo aver giocato con Devon con una serie di riff storici del blues e del rock, intona Sweet Little Angel di B.B King. I due si fanno da parte quando entra Cyril Neville, lui diventa il leader e con la sua inconfondibile voce ed i suoi ritmi sposta la musica a New Orleans. Il tiro si fa incalzante e funky, sinuoso come è proprio di quello stile, gli tengono testa Yonrico Scott coi suoi tempi in levare e il dinamico bassista Wooton che a vedersi, magro, cappelluto, biondo, sembra Johnny Winter da giovane. Viene fuori una trascinante Fire On The Mountain che cita Fiyo On The Bayou con echi di Allman, Dead e Neville Brothers e poi il viscerale Delta blues Nowhere To Hide e Fired Up! cantata da Cyril, fusione degli assoli southern rock di Devon con gli umori bayou della sezione ritmica. La musica sale in cattedra, non sembra vero di respirare ancora il profumo del migliore southern rock pur miscelato col blues e con New Orleans. Moonlight Over The Mississippi è cantata da Cyril e segnata da un solo lancinante di Devon, regala una spruzzata di Little Feat, New Horizon col suo ritornello pop-soul è forse il brano più banale del set, al contrario di Hurts My Heart ruvida ballata rock cantata da Zito ma sporcata dalla Gibson del compagno. Sono due ore calde (nonostante la fresca brezza che arriva da nord) e salutari che testimoniano di una musica ancora viva e appagante. La ciliegina sulla torta è One Way Out con il suo riff contagioso ed il suo nervoso impennare, momento topico di un concerto inaspettatamente brillante e coinvolgente.

MAURO ZAMBELLINI LUGLIO 2012

lunedì 23 luglio 2012

Johnny Neel Every Kinda' Blues ...but what you're used to



Si rinnova il sodalizio tra Johnny Neel e gli W.I.N.D. Dopo aver suonato molte volte insieme in Italia e in Europa adesso è il momento di un vero e proprio disco registrato a Nashville ma comprendente anche due tracce estratte da un concerto a Udine durante il tour del 2010. Johnny Neel è un valente  cantante e tastierista, non vedente, che ha un curriculum di tutto rispetto. Ha fatto parte della reunion degli Allman del 1989 scrivendo parte del loro album Seven Turns, ha poi lavorato con Gov't Mule e Warren Haynes e dato vita assieme ad Allen Woody, Marc Ford, Matt Abts e Berry Oakley Jr. al supergruppo dei Blue Floyd. Conosce i segreti del blues e del southern rock ed è in possesso di una voce calda, pastosa, soul che a tratti ricorda perfino Ray Charles. Every Kinda' Blues mette a fuoco la sua arte, solidi blues virati soul e rock, con una generosa dose di southern rock a marcare un suono potente e sanguigno che oltre agli W.I.N.D vede impegnati il chitarrista Jack Pearson, il bassista Dennis Gulley, un stuolo di batteristi e la storica corista di Bob Seger Shawn Murphy. Musica tosta in odore di Allman dove le canzoni, quasi tutte scritte da Neel, permettono  sia i graffi di ruvido rock/blues con qualche accenno jazz (I'm Gonna Love You), sia le calde melodie soul-blues che grazie all'Hammond traspongono l'atmosfera gospel di una chiesa battista (la splendida Sunday Morning Rain), sia il pimpante saltellare di un pianoforte sedotto dai ritmi della Crescent City, succede in Johnny Needs A Shot.
In certi momenti, è il caso di How To Play Blues, la melodia è davvero struggente e Johnny Neel riempe il cuore di ricordi, aiutato da una slide che evoca Lowell George e dalle coriste in pieno trip gospel, in Every Kinda'Blues  l'armonica di Neel soffia il vento del sud mentre la band mostra muscoli e mestiere, Mighty Mississippi è denso, limaccioso e scuro, al contrario I Wanna Know The Way potrebbe benissimo essere cantato anche da Stevie Wonder. I brani sono della durata media di 4/5 minuti ad eccezione delle due tracce live dove si scatenano gli W.I.N.D e le lunghezze diventano quelle proprie delle jam spezzando un pò l'unitarietà del disco. Murdered By Love è un blues che sale lento e sornione, lascia spazio alle divagazioni dei singoli prima dell'esplosione finale con Anthony Basso in gran spolvero, Won't Lay Me Down è un soul-blues a metà strada tra disperazione e paradiso con annessa apoteosi.
Disco onesto e ben suonato.

MAURO ZAMBELLINI    

giovedì 5 luglio 2012

Tom Petty and The Heartbreakers Piazza Napoleone, Lucca, 29 Giugno 2012



Finalmente il giorno è arrivato, fa un caldo torrido e oltre a noi, i tanti accorsi da ogni parte d'Italia a salutare l'arrivo del seminole, in città è arrivato anche Caronte coi suoi 35 gradi. Ma i rockers non si sciolgono al sole anche se farebbero tutti una bella doccia dopo  che Jonathan Wilson ha lasciato il palco e gli addetti impiegano mezzora ad allestire il set per gli Heartbreakers. Jonathan Wilson ha suonato con la luce del tramonto che illuminava il suo show spartano ma bello, ricco delle suggestioni regalate dal suo ottimo Gentle Spirit, uno dei migliori dischi dello scorso 2011. Capelli lunghi, camicia floreale, aria casual, Jonathan Wilson sembra e non solo per la sua musica uscito dalla California anni settanta. Canta come fosse lì per caso, modesto e concentrato estraendo con la sua band ballate sognanti che evocano David Crosby e i Fleetwood Mac e quando si induriscono e si inacidiscono i Grateful Dead e i Black Crowes o meglio il Chris Robinson dell'ultimo Big Moon Ritual. Bei suoni, atmosfere cosmiche, scampoli di musica d'autore ritrovata nelle strade del Laurel Canyon, Jonathan Wilson porta i presenti in gita nella Valley of The Silver Moon, le note si dilatano, le chitarre graffiano ma poi tornano morbide, dolci, accarezzando una danza che alla fine scioglie qualsiasi resistenza e ti fa pensare come sarebbe bello sentire Desert Raven  su una spiaggia californiana o magari anche solo in Versilia, a pochi chilometri da qui ma con la brezza che viene dal mare. E' duro essere un santo in città.
L'arrivo di Tom Petty è salutato da un boato. Sono venticinque anni che lo si aspetta, da quel 1987 che accompagnò Bob Dylan e fece sentire mezzora scarsa del suo repertorio. Ad essere sinceri visto che è l'unica data in Italia mi sarei aspettato ben altro pubblico, Piazza Napoleone è piena solo per  2/3 ma fa caldo e va bene così, ok la condivisione ma è più importante la sopravvivenza. Certo che mettere in vendita lo stesso giorno del concerto biglietti a prezzo stracciato (e non parlo di bagarini ma dell'organizzazione ufficiale) perché la prevendita non è stata florida non è un gesto di correttezza nei confronti di coloro che hanno comprato precedentemente il biglietto a prezzo pieno (e salato) ma questa è la solita Italia che prende per il naso gli onesti. Vestito con un abito gessato scuro, barba e capelli lunghi, Petty è in perfetto stile rock n'roller, dicasi lo stesso per Mike Campbell capelli lunghi e camicia rossa, un chitarrista galattico come ce ne sono pochi oggi, il massiccio Steve Ferrone è in t-shirt bianca, gli altri anche loro in scuro, qualcuno in giacca, Benmont Tench spunta da dietro il pianoforte. Si parte con Listen To Her Heart e You Wreck Me e si capisce che la scaletta non sarà diversa da quella dei concerti europei che hanno preceduto Lucca,  ovvero nessuna variazione da una sera all'altra, diciannove, venti, massimo ventuno canzoni. L'inizio sembra un compitino diligente, bella musica, canzoni dal refrain irresistibile, rock n'roll asciutto e arioso, ossigenato con l'aria della California. Suoni precisi e limpidi, finalmente un'acustica italiana degna di un concerto di taglio internazionale, gli strumenti non si sovrappongono e si impastano ma questi primi brani vengono risolti troppo sbrigativamente, come se si avesse fretta di portare a termine il compito nel più breve tempo possibile. Temo che il caldo possa essere un nemico ma dopo I Won't Back Down e la romantica Here Comes The Girl che accende per la prima volta la piazza, il concerto cambia e prende un'altra piega.  Handle With Care estratta dal primo disco dei Traveling Wilburys scalda il motore col suo ritmo a palla poi Petty toglie la giacca e rimane in camicia psycho e gilet di pelle. E' un'altra storia. La dura Good Enough,  uno dei due estratti da Mojo  fa capire a Lucca e alla Toscana che Mike Campbell  non è uno che lo si incontra tutti i giorni, è un chitarrista rock che usa prevalentemente chitarre Gibson in grado di mettere a fuoco e fiamme una intera città senza perdere di precisione, limpidezza, pulizia, essenzialità, cattiveria. I suoi assoli sono uno spettacolo nello spettacolo, con Petty se la intende a meraviglia, duettano e incrociano le loro bellissimi chitarre, tra cui la mitica Rickenbacker. come in una singolar tenzone a base di rock, quando parte il riff sincopato e a singhiozzo di Oh Well dei Fleetwood Mac tutti avvertono che il momento è arrivato e nessuno uscirà vivo da Piazza Napoleone. Ferrone è quello che dice il suo nome, picchia come un martello sebbene dinamico ed elastico, Ron Blair è il professionista che sta nell'ombra, Scott Thurston si sente soprattutto quando soffia l'armonica ma aggiunge chitarra alle chitarre, Benmont Tench è l'uomo che non si vede ma se non ci fosse sarebbe un altro concerto. Petty sembra mantenere la sua freddezza ma Something Big  una ballata dai toni crepuscolari e notturni di Hard Promises che amo alla follia è cantata con una carica di sentimento che spezza in due il cuore, proprio come il logo degli Heartbreakers. Don't Come Around Here No More è la solita, parte saltellando, la conoscono tutti per via di quel famoso video nel paese delle meraviglie, è una chiamata e risposta tra palco e pubblico, Petty la rallenta fino ad annullarla ma tutti aspettano l'assolo di chitarra di Campbell che arriva puntuale, lungo, lancinante, acido e psichdelico. Tom Petty ci dà dentro anche lui con la chitarra ma prende tempo, Free Fallin' è corale, cantata da tutta la piazza, è una delle quattro tracce estratte da Full Moon Fever album prediletto per questo show ma è It's Good To Be A King  di Wildflowers l'highlights dello show. Inizia lenta quasi svogliata, una ballata un po' annoiata e nostalgica ma poi si libera di ogni timidezza e diventa un rock apocalittico, jammato e furioso dove gli Heartbreakers confermano di essere la più strepitosa rock n'roll band oggi in circolazione, un ensemble capace di sprigionare quanto di meglio il rock n'roll ha espresso dalla sua nascita con un suono esaltante, travolgente, energico, micidiale che fonde anni cinquanta, beat sixties, hard seventies, ballate anni 80, psichedelia, folk-rock e mainstream. Certo Springsteen ha una carica umana ed un romanticismo che Petty non possiede ma gli Heartbreakers sono la miglior definizione di cosa sia il rock n'roll (senza nessuna traccia di R&B), potenti, lucidi e famigerati, una band che non fa prigionieri solo ma solo proseliti.  It's Good To Be A King è semplicemente devastante, me la ricorderò per sempre.
Carol è la conclusione del discorso precedente, da dove siamo partiti? Da Chuck Berry naturalmente. Gli Heartbreakers omaggiano le origini fifties del rock n'roll dandone una versione meno sporca e bluesy di quella degli Stones, ma d'altronde i loro lontani parenti si chiamano Beatles e Byrds. Learning To Fly è l'angolo degli innamorati della serata col suono acustico di una melodia gentile. Una volta si sarebbero accesi i Bic, oggi non fuma più nessuno, almeno nella fascia di età del pubblico di Tom Petty non certo giovanissimo. Ma da lì in poi è apoteosi, Yer So Bad è  I Should Have Known It continuano la saga degli spezzacuori fino al travolgente finale di Refugee e Runnin' Down A Dream altro momento topico del concerto con Petty e Campbell piegato su se stesso a tirar fuori dalle corde delle chitarre un sogno che corre alla velocità della luce.
L'encore non si fa attendere, Mary Jane's Last Dance è la sua Dancing In The Dark ma che classe, che appeal, che riff quello che apre le danze e si attorciglia ad una fisarmonica che sa di epica western, splendida, poi Two Men Talking dura, chitarristica, a me sconosciuta, forse una new song ed infine la ragazza americana che tutti aspettano, tutti sognano, tutti cantano. American Girl mette in ginocchio l'intera piazza ma come suggerisce il copione è la fine, purtroppo, Petty ringrazia sentito e gratificato da un pubblico caldo e accaldato, gli Heartbreakers si inchinano e poi se ne vanno senza più tornare. Peccato, sarei stato a sentirli per un'altra ora, nonostante la temperatura e la stanchezza. Ladies and gentlemen, Tom Petty and the Heartbreakers, è'solo rock n'roll ma continua ad essere la cosa più bella della vita.

MAURO ZAMBELLINI       GIUGNO 2012    

giovedì 28 giugno 2012

Stan Ridgway The Big Heat


Non è la prima e forse l'ultima volta che questo bel disco di Stan Ridgway viene ristampato ma chi se lo fosse perso ha la possibilità di recuperare l'occasione perduta. Il disco originario in vinile venne pubblicato nel 1986 dopo che Stan Ridgway cantante, armonicista, chitarrista, tastierista ed autore aveva lasciato la creatura Wall of Voodoo per iniziare una splendida carriera solista non priva di alti, bassi e silenzi. Una prima volta il disco venne ristampato in cd nel 1993 con l'aggiunta di sette bonus tracks, due live, una scelta quanto mai ragionevole per un lavoro che si era rivelato come uno dei più originali e suggestivi prodotti del rock losangeleno degli anni 80. L'aggiunta delle bonus tracks era un buon motivo per l'operazione anche in virtù del fatto che quando il disco uscì per la prima volta ci si nutriva solo a vinile. Ci fu poi in seguito un'altra ristampa e adesso (ma forse mi sono perso qualche puntata) arriva la pubblicazione della Water che assieme alla scaletta originale dell'album aggiunge le cinque bonus tracks dell'edizione del 1993 senza le due tracce live. Una ristampa tale e quale della ristampa expanded. Un doppione insomma, allora valeva la pena di fare un Deluxe Edition,
Comunque sia, tutto questo non toglie nulla alla validità di un disco che personalmente considero ancora oggi un capolavoro per come, attraverso una musica all'epoca innovativa ma  capace di resistere nel tempo, riesce ad offrire una immagine quanto mai personale di quella southern California immortalata dai libri di Raymond Chandler e Ross McDonald e da pellicole come Chinatown di Roman Polanski e Vivere e Morire a Los Angeles di William Friedkin. Atmosfera notturna e sfuggente, scenari desolati post-industriali, echi western, il confine come microcosmo di vita, illusioni e morte, il fascino del noir  e della letteratura hard-boiled  rivive in una musica che ha ritmo, storia, contaminazioni, rimandi, suono, voce e riflette una inquietudine che solo Ridgway e pochi altri (ci metterei i Dream Syndicate di Medicine Show e i Green On Red di Killer Inside Me) seppero in quegli anni portare all'esterno.
Stan Ridgway proveniva da Wall of Voodoo una creatura poliforme dalle sfaccettature cupe e gotiche, che aveva subito l'influenza della musica di Morricone e aveva come ambientazione delle propri storie il border col Messico, luogo  di un nuovo mondo in mutazione, le radio messicane e i teschi, gli omicidi irrisolti e l'immigrazione, l'weekend perduto e Ring Of Fire. Tutto ciò Stan Ridgway se lo porta appresso quando realizza The Big Heat e lo contestualizza in un titolo, Il Grande Caldo, ed un decor letterario chandleriano dove le solitudini, i soldi facili, le femme fatale, le ricchezze e le miserie, i motel al confine del deserto, le morti inspiegabili, la città buia sono la  voce piatta e senza tono di un'America che è mito solo perché è l'immagine di un grande nulla.
Stan Ridgway ha una voce che si staglia nella notte, limpida nella sua monotonia atonale, fende le canzoni come una lama di coltello, quando usa l'armonica evoca Morricone meglio di una colonna sonora, le tastiere invece, unite al drum programming compongono un quadro ritmico freddo, metallico, che sembra uscire da un dismessa fabbrica di periferia. Il ritmo è fondamentale nell'economia sonora di The Big Heat anche se a volte manca il basso per accentuare la spigolosità del suono, le tastiere fanno giochi che non a tutti è permesso, il violino innervosito di Richard Greene compare in Pick It Up (and put it in your pocket),  banjo e mandolino presenziano in Camouflage uno dei brani più suggestivi del disco. Ci sono poi emulatori, il trombone di Bruce Fowler, i feedback, le chitarre mai sovrastanti, le schegge elettriche di una città obliqua. Affascinante la sequenza dei brani, dalla cavalcata techno-roots di The Big Heat a Camouflage passando per la sincopata Pick It Up frutto della produzione di Mitchell Froom, uno che metterà certe intuizioni al servizio di Los Lobos e Latin Playboys,  per il melodico cow-punk di Can't Stop The Show , per  la scanzonata Pile Driver  e la notturna Walkin' Home Alone, sublime ode ad una generazione di detective solitari e perdenti. Drive She Said è tesa e cinica e corre come un montaggio di un noir, Salesman ha dentro l'esotismo di una metropoli multirazziale, Twisted è quasi lounge con quei suoni di steel drums importati dai Caraibi, Camouflage è quello che avrebbe voluto fare (e non ci è riuscito) Springsteen con Outlaw Pete, epica, western, cinematografica.  
Azzeccate anche le bonus tracks tutte in tema con l'originale The Big Heat compresa la versione  glam di Nadine di Chuck Berry con tanto di sax. Insomma, un disco da isola deserta.

MAURO ZAMBELLINI     GIUGNO 2012

venerdì 8 giugno 2012

Little Bob Wild and Deep Best of 1989 / 2009



L'apparizione nello splendido film di Kaurismaki Miracolo a Le Havre ha ridato esposizione a Roberto Piazza alias Little Bob, rocker francese con una storia musicale alle spalle di quasi quarantanni. Questo doppio CD Best of 1989/2009  ne racconta solo una parte, quella del Little Bob solista, rocker autentico e appassionato dagli umori stradaioli e bluesy, influenzato dalla musica americana, il cui stile non è molto distante da quello di Southside Johnny, Mink DeVille e Graham Parker. Ha iniziato a fare dischi nel 1975 Roberto Piazza autonominatosi Little Bob in onore di Little Richard, a Londra impazzava il pub-rock ed il nostro italo-francese batteva i club e i pub inglesi con una media di 200/250 concerti all'anno portando sul palco un rock ruvido e birroso che si rifaceva al R&B, a Mitch Ryder & The Detroit Wheels, agli Stones, ai Them, a Chuck Berry, agli Animals. Il suo act si chiamava Little Bob Story, nome con cui ha firmato nove album e ha vissuto giorni di gloria e giorni di fango fino allo scioglimento della band nel 1987 dopo Ringolevio, una specie di concept album ispirato da un libro di Emmett Grogan scrittore californiano membro dei Diggers dove si intrecciavano storie di band metropolitane e strade violente, di droga e di amore.
A Parigi Little Bob incontra il produttore Jeff Eyrich (Blasters, Jeffrey Lee Pierce, Plimsouls)e con lui inizia una collaborazione  che lo porta nel 1989 a Los Angeles a registrare il suo primo album solista, Rendez Vous In Angel City dove compiono il chitarrista Steve Hunter (Lou Reed), il tastierista Kenny Margolis (Mink DeVille), il bassista Tony Marsico (Cruzados),  J.J Holidaye della band di Chuck E.Weiss alla slide guitar. Inizia una avventura discografica lunga ventanni, con musicisti che vanno e vengono nella band, album duri e album bluastri, torridi live e versioni senza corrente dei suoi hits, amici americani e fratelli francesi, crudi affondi urbani e nostalgie del passato, storie di marginalità e amori di una vita,  il tutto all'insegna di un onesto, maturo e vissuto rock n'roll cantato con una voce piena di speranza e rabbia. Diventa il local hero di Le Havre ma l'eco della sua musica arriva anche da noi dove viene per una tourneè a metà degli anni novanta.  Questo Best of 1989/2009 documenta  brillantemente ed in modo esauriente la storia del Little Bob solista, due CD, il primo intitolato Wild Kicks con i brani più selvaggi, rocknrollistici e punk della sua discografia, il secondo,  Deep Songs con pezzi altrettanto tosti ma più sbilanciati verso le ballate e i rock dai tempi medi. Ne esce una nitida fotografia del piccolo rocker di Le Havre, trentadue tracce che esplorano l'universo musicale di Piazza tra rock che sanno di punk e rock che puzzano di R&B, rock che riflettono i lividi colori della notte e ballate che trasmettono il romanticismo della strada e quel mondo di umili che il film di Kaurismaki ha così bene ritratto. Vengono passati in rassegna dieci album, qualcuno davvero notevole come Lost Territories del 1993, più di ventimila copie vendute al tempo, uno splendido viaggio tra i sogni di un'America perduta con riferimenti agli amati indiani e le speranze di un rock senza frontiere. Sei le tracce estratte da questo album tra cui la magnifica e potente Jimmy Tramp segnata dalla fisarmonica di Margolis e dalle chitarre al sangue di J.J Holidaye e Olivier Durand (poi con Elliott Murphy), The Witch Queen of New Orleans e Tango De La Rue. Il crepuscolare Blue Stories  altro bel album del 1997 è presente con la romantica Sheila n' Willy e con le semiacustiche Lying In A Bed Of Roses e We All  Have A Dream dove Piazza non dimentica le sue origini e ci mette una strofa in italiano.  Libero del 2002 offre Be Gentle with The Whore per sola voce e piano, la stessa Libero, la canzone con cui si esibisce dal vivo insieme alla band in Miracolo a Le Havre,  e la cantautorale Vivere, Sperare.
Gli album americani Rendez Vous In A Angel City e Alive or Nothing regalano un pò di cover: una sudata versione di All or Nothing degli Small Faces e ad una tiratissma medley con il botto a la Clash di Riot in Toulouse oltre alla barricadiera Kick Out The Jams degli MC5. Che Little Bob abbia il naso fine lo dicono anche la versione unplugged di Play With Fire degli Stones, una originale Masters of War di Dylan ed una roca e semiacustica Turn The Page di Bob Seger con tanto di contrabbasso, violoncello e feedback chitarristico.
Trentasei tracce, alcune live, più di due ore abbondanti di rock in tutte le sue migliori declinazioni, se volete sapere chi è Little Bob e perché si parla bene di lui questo Wild and Deep fa al caso vostro.

MAURO ZAMBELLINI    

lunedì 28 maggio 2012

The Del Fuegos > Silver Star


Un caso più unico che raro, una band di serie B non supportata da media e discografici si costruisce un culto attraverso quattro album mai entrati nelle classifiche importanti e nemmeno nelle liste dei critici e dei giornali di moda. I Del Fuegos sono la dimostrazione che il rock n'roll è una pratica democratica, un affare aperto a chiunque, basta avere un pò di fortuna e arrivare dove altri ben più titolati e  raccomandati  non arriveranno mai ovvero  al cuore degli ascoltatori. Con soli quattro album ed una decina di anni di attività i Del Fuegos sono diventati un oggetto di culto e di cuore per migliaia di persone al di là e al di qua dell'Oceano Atlantico grazie ad un rock senza additivi, onesto, sincero, realistico che ha sfruttato al momento opportuno il romanticismo delle ballate di Springsteen ed il rock al serramanico di una generazione di teppisti con la chitarra che negli anni ottanta hanno invaso le strade d'America. L'eco springsteeniano quindi, ma anche i riff e le voci volgari degli Stones, i ritornelli dei Creedence, il R&B della J.Geils Band uniti al gesto aspro e crudo di band come i Dream Syndicate, i Green On Red, i Del Lords, Eric Ambel, Charlie Pickett & The Eggs. C'è tutta una filosofia della strada e del neon  sotto le canzoni dei Del Fuegos, un essere santo in città che travalica il solo gesto musicale per diventare resistenza esistenziale, potercela fare coi propri mezzi e con le cose che piacciono in un mondo che va in senso inverso, che non vede l'ora di fotterti perchè non sopporta che tu col tuo fottuto rock n'roll del garage possa gioire, vivere, comunicare,diventare famoso. Per qualche anno i Del Fuegos hanno scardinato il sistema, album come The Longest Day, Boston, Mass. e Smoking In The Fields sono stati una rivoluzione, hanno portato i bassifondi ai piani alti della piramide rock, hanno reso esplicita la sacrosanta affermazione di quel santone di Keith Richards "non esiste un modo corretto di suonare, esiste solo una sensibilità".
Logico quindi che gli orfani della band dei fratelli Zanes non aspettassero l'ora di risentire di nuovo la band in azione visto che in questi ventanni di mancanza non c'era mai stata una dichiarazione ufficiale di scioglimento e i Del Fuegos continuavano a stare in stand by nel cuore degli aficionados. Adesso che è arrivato questo Ep intitolato  Silver Star si capisce che il tempo è passato più per loro che per noi perchè noi li abbiamo aspettati a lungo senza mai dimenticarli ma in sincerità speravamo che il ritorno fosse diverso, non dico roboante ma con una marcia in più sicuramente. Invece la band del Massachussetts si è adeguata alla nuova politica energetica e ha scelto di marciare ibrido e non a benzina. Silver Star non è un brutto disco ma è un disco che non ha energia, è troppo calmo, educato, rilassato rispetto al passato, gli anni passano per tutti ma qui si sente troppo l'odore di pensione. Le ballate sono carine, oscillano tra un folk-rock semiacustico (Better Let Me, Through Your Eyes) che sa di cappuccino al Greenwich Village a calde melodie (Time Slips Away) scritte con la penna intinta nella nostalgia mentre quando viene fuori il rock metropolitano chitarristico (Friday Night)  è una pallida copia di quello che ancora oggi fa Willie Nile. Vero è che What You Do con quella aggiunta di Hammond ricorda i tempi di Smoking In The Fields e The Midnight Train viaggia in treno verso Memphis mentre Don't Go Down In The Hole con il suo fare trasognato potrebbe essere la canzone da dedicare ad una donna che vi vuole lasciare e la lenta e sonnolenta Raw Honey il miele da mettere nel tè al mattino per augurarsi un pò di dolcezza nel giorno che viene ma pur essendo solo un Ep Silver Star è troppo annacquato per accendere il fuego di un tempo. Se questo è il futuro meglio lasciar perdere e vivere di ricordi, se è solo un passaggio le ristampe possono aspettare.

MAURO ZAMBELLINI

Ascolta qui Friday Night

P.S.: diverso il giudizio espresso sul Blue Bottazzi BEAT

venerdì 18 maggio 2012

The Jeb Loy Nichols Special (Decca)


Dal  nulla è spuntato questo disco, non conoscevo Jeb Loy Nichols e nemmeno avevo sentito qualcosa di lui, niente dischi, niente video, niente you tube, un benemerito sconosciuto ai miei occhi e alle mie orecchie. Special si è piazzato nel lettore CD e per un paio di settimane non c'è stato verso di toglierlo. E' un disco poco rock Special, di quelli che recentemente sento molto volentieri perchè in un momento dove tutti gridano ci vuole qualcuno che abbassi i toni. Special  è sottrazione fatta ad arte: poco rumore, pochi strumenti, voce bassa, quasi sussurrata, assoli pressochè zero, niente arrangiamenti, produzione al limite. Solo l'essenziale ma tanto sentimento e quel mood pigro, rilassato, sognante che fa grande la musica del sud, in primis il soul quando è mischiato col country meno standardizzato e coi ritmi sinuosi che vengono dal Golfo del Messico. In realtà Jeb Loy Nichols vive da più di dieci anni in una località appartata del Galles e come afferma lui stesso il luogo dove vive gli ricorda quella parte del Missouri in cui è cresciuto perchè ancora incontaminato e poco popolato.  Poca gente, pochi rumori, molti alberi. Le parole di una sua canzone, Different Ways for Different Days dicono : voglio parlare meno, voglio guidare più lentamente, comprare di  meno  e sprecare di meno, voglio andare meno volte in città, vedere meno  TV, dire di si  di meno  e mangiare di meno, consumare di meno e usare di meno, voglio possedere di meno e buttare via di meno, voglio meno. Parole dette in una filastrocca minimalista appoggiata su un filo di ritmo in levare dal sapore caraibico, pochi ma precisi tocchi di pianoforte, il sibilo dell'Hammond ed una voce distratta, buttata lì quasi per caso. E' il mood del disco e il biglietto da visita di questo singer/songwriter refrattario alla modernità e alla società dei consumi, autoesiliatosi in un mondo suo e in una musica semplice, rilassata, fatta in casa con i ritmi e le note che gli altri buttano via. Non c'è fatica nel suo gesto, solo piacere, tranquillità, artigianalità,repulsione degli eccessi, eccesso di emozione, di parole, di musica, di ogni cosa.   Ha un passato nei paesaggi musicali del sud Jeb Loy Nichols anche se vive a nord,  si sente quando dalle sue canzoni e dalla sua voce  viene fuori quel country-soul pigro e dolente da anni '70, qui contrappuntato da un combo jazz, succede nella stupenda Something About The Rain, un sussurro di calda melanconia che sarebbe la colonna sonora ideale di un pomeriggio d'amore furtivo in qualche alberghetto dimenticato dal mondo e dal tempo. C'è qualcosa che fa venire in mente gli umori dei Muscle Shoals ma filtrati con le uggiosità e le solitudini del Galles e degli spazi nordici, come si evince in Nothing and No-one una slow-song che è una poesia.  People Like Me parla la lingua di un country-soul in punta di piedi e  Disappointment sembra rubata ai nastri di What's Goin'On di Marvin Gaye prima che ci mettessero sopra gli arrangiamenti.

 Disco registrato in analogico negli studi di Dollis Hill, prodotto da Benedic Lamdin e suonato con un gruppo di musicisti jazz, i Nostalgia 77, Special  è costituito da brani originali, da diverse cover e da una musica che è una salsa prelibata di raffinato southern soul, reggae, folk, blues e jazz, una salsa con cui insaporire canzoni che sono un'arte della sottrazione (la più bistrattata tra le operazioni aritmetiche) e del risparmio sonoro ma hanno feeling e mood da vendere. Prendete ad esempio Going Where The Lonely Go di Merle Haggard, lui la fa suonare come stesse  tra Bobby Womack e Eddie Hinton con una naturalezza ed una fluidità incredibile, col pianoforte maestro, la chitarra che pizzica sensuale e la sezione ritmica che è un guanto di velluto, oppure la dolce rivisitazione di Ain't Funny di George Jackson con il leggero lavoro del sax e dell'organo. Ammaliante la spoglia Things Ain't What They used To Be di Jon Wilson solo per voce e chitarra e dello stesso tenore la toccante Waiting Round To Die di Townes Van Zandt, altro sussulto di purezza. In altre tracce c'è sentore del Bob Marley degli esordi e del Tony Joe White dei silenzi di palude. Hard Times è la rivisitazione soulin' di un singolo reagge del 1980 di Pablo Gad con una frase di Bertolt Brecht: what's the crime of robbing a bank compared to the crime of owning one? nella stramba  Country-music-disco 45  l'anarchico Nichols tenta un bizzarro connubio tra il country e la discomusic funkizzando un tema soul. Vale la pena di ricordare che lo stesso ha curato le splendide compilation Country Got Soul prodotte da Dan Penn e pubblicate in Inghilterra dalla Casual qualche anno fa.
Special si chiude con  The Quiet Life e non c'è titolo migliore per rappresentare l'umore del disco e lo spirito dell'autore. Disco terapeutico.

MAURO ZAMBELLINI