sabato 31 dicembre 2016

MY PLAYLIST 2016



La tentazione di lasciar perdere il compilare una playlist visto l'inflazione delle self-made-list sui social è stata grande ma amante del tradizionale panettone natalizio  ho receduto dall'intento, non volendo tradire la consuetudine maturata in questi anni. Quindi via con la lista dettata da gusti personali, niente  classifica o consigli per gli acquisti ma solo piaceri personali a lungo rimasti nel lettore o sul piatto o nello stereo car ( la mia auto non è ancora dotata di chiavetta, per fortuna).
 

E' probabile che la mia lista venga tacciata  di essere  reazionaria, termine che mi fa girare un po' le palle visto che sono sempre stato dalla parte di chi si ribella ma bisogna abituarsi al nuovo (sic) che avanza, forse sarebbe più consono usare il termine conservatore nel senso che ci tengo a conservare quanto di buono il rock n'roll ha prodotto fino a oggi, incurante di apparire retrò. Da qualche parte ho letto che una band come i Drive By Truckers, quest'anno con American Band  lambiscono solo la mia prima scelta continuando comunque ad essere una delle mie band alternative preferite assieme, a Wilco (il cui Schmilco ho trovato pallidino in confronto allo strepitoso concerto milanese), vengono liquidati tra i "reazionari" per non sapere destrutturare e scombinare in senso sghembo il loro roots-rock. Mah, qualcuno dovrebbe suggerire a costoro di leggere i testi "reazionari" di American Band che sono quanto di più caustico  c'è in giro  oggi nel raccontare il malessere di essere americani.  Bando alle polemiche, i gusti non si discutono, basta non fare ideologia su quelli degli altri, trattandoli come zoticoni solo perché al famolo strano (direbbe Verdone) preferiscono una cucina più  classica, cucina con cui in tanti sono cresciuti senza soffrire di pellagra, proprio con quei gusti "reazionari" che spesso significano dischi che si ascoltano oggi, domani e dopo domani senza finire dopo qualche mese nello scaffale soffocati dalla polvere e da una next thing ancora più strana. 
 

oldies but goodies

Detto questo, comincio proprio dai veterani, gli amati Rolling Stones presi nell'anno di grazia 2016. Un disco nuovo, Blue and Lonesome,  che ha fatto un botto di vendite, ne ho parlato bene dopo il primo ascolto  e confermo le impressioni iniziali, un disco di Chicago blues come il loro, oggi si fa fatica a trovarlo, sia tra gli afroamericani sia tra i visi pallidi. E' blues che viene dalla loro anima e dalle loro radici sixties, non è arruffato e dirty come molti avrebbero voluto ma il Chicago blues non possiede la sporcizia delle dodici battute del Mississippi, della Louisiana e in generale del sud. Prendere o lasciare, ci sarà sempre chi sparerà contro di loro ma una volta tanto il mercato ha premiato la qualità, con tutta la merda che riempie le classifiche vedere Blue  & Lonesome al nono posto di Billboard è una boccata di ossigeno ( e di dollari per loro). E il loro anno non finisce lì, coi video e i film ci sanno fare da sempre, Springsteen dovrebbe imparare da loro, Havana Moon, il documentario del loro concerto a Cuba, ha aggiunto una nuova perla alla loro collezione. Ottima performance in un contesto ambientale unico, un quid di commozione inaspettata per i signori del business, il pubblico cubano felice e stupefatto di trovarsi protagonista in un evento storico sulla loro terra, loro, musicisti temprati da una vita sul palco finalmente emozionati per un accoglienza caldissima da parte di un pubblico di ogni età ed estrazione sociale, diverso da quelli a cui sono abituati, in un evento che più che un concerto sembra una festa di liberazione. Havana Moon dopo la distribuzione nelle sale cinematografiche è stato pubblicato in DVD, accompagnato da due CD. Ma non è finita per gli Stones del 2016 anche se nella fattispecie è l'industria discografica la regista di un box monumentale e voluminoso con cui vengono ripubblicati tutti i loro album degli anni sessanta, dal disco d'esordio del 1964 fino a Let It Bleed ovvero tutto quanto è successo su vinile prima della nascita della Linguaccia. Copertine dell'epoca, vinile 180 gr., registrazione in Mono come negli originali , libro fotografico e confezione deluxe, il costo non è indifferente ma un Natale a Stonesville vale i sacrifici, non c'è Babbo Natale ma sesso, droga & rock n'roll. Il godimento è assicurato, con un buon impianto analogico (basta essersi tenuti piatto e amplificatori di gioventù) il sound è quello degli anni pionieristici del rock n' roll, vi parrà di rivivere una parte fondamentale della vostra/nostra/mia educazione  musicale. Per il sottoscritto The Rolling Stones In Mono è la ristampa dell'anno  e con l'altro box 3DVD/CD Totally Stripped  degli stessi Stones costituisce un' accoppiata da paura.
 

Altre due ristampe, per lo più ignorate dalle riviste specializzate, sono entrate felicemente nelle mie orecchie. Sono ORK Records: New York New York e These Dreams Will Never Sleep-The Best of Graham Parker 1976/2015. La prima ricapitola la storia di Terry Ork e della sua Ork Records, l' etichetta indipendente che fu il trampolino di lancio della new music degli anni settanta, in particolare newyorchese. La storia del punk e della new wave della città raccontata attraverso i singoli della Ork a cominciare dallo strepitoso Little Johnny Jewel dei Television per arrivare a tutti gli altri outsider protagonisti di quell' eccitante, fosco, ribollente underground, dai Marbles ad Alex Chilton, qui presente con Free Again, The Singer Not The Song, Summertime Blues, All The Time, Take Me Home & Make Me Like It, da Chris Stamey a Mick Farren, dai Feelies a Richard Lloyd, dai Cheetah Chrome ai Revelons fino alla sortita musicale del folle critico dell'epoca Lester Bangs, autore di Let It Blurt e Live.  Cartoline dal CBGB e da  quella New York scura, violenta e pericolosa  che costituì uno dei capitoli più affascinanti e romanzati del rock, più eccitante dello scintillante shopping mall che è oggi NYC. Due CD per 49 tracce, confezione a libro con box, foto inedite, testimonianze, copertine di dischi, discografia e la illuminante storia raccontata da Ken Shipley e Rob Sevier. Oggetto di culto.

Best of Graham Parker  racconta l'avventura di uno dei  rocker inglesi più amati e sottovalutati attraverso la sintesi dei suoi album pubblicati tra il 1976 e il 2015 , compresi gli acoustic demos e il mitizzato Live at Marble Arch. Tre CD per assolvere al compito, altri tre CD per la parte live con concerti del 1977, 1979 e 2015, più un DVD con estratti di concerto, apparizioni televisive, performance del 1978 e 2015. Un succoso resoconto della carriera di Parker, con e senza i Rumour in un elegante box dove i colori del bianco e nero servono ad esemplificare iconograficamente il suo rock fuligginoso e urbano, periferico pur col beneficio di produttori come Jimmi Iovine, David Kershenbaum, Jack Nitszche, Nick Lowe e Brynsely Schwartz. Un quarto CD nel sintetizzare i suoi album non ci sarebbe stato male perché la selezione appare fin troppo stringata. Come scrive Holly A. Hughes nell'eloquente booklet che accompagna il box " Parker è un potente cocktail di attitudine punk, mentalità new-wave, esuberante R&B con un groove di scorrevole pub-rock, country twang, colori reggae ed integrità folk. Non riesco a ricordarmi nessuno che, come Parker, ha maneggiato così tanti linguaggi in modo così superlativo".  Tensione e frustrazione, la stessa vissuta dai tanti giovani inglesi dell'epoca, e pure la bramosia di struggenti ballate  che sono state materia privilegiata peri Van Morrison e Bruce Springsteen. Graham Parker in tutti questi anni è rimasto fedele a sé stesso e alla sua musica, se pensate che bastino i suoi album storici degli inizi a liquidarlo vi sbagliate, provate ad ascoltarvi ballate come Disney's  America da Haunted Episodes o Blue Horizon da Deepcut To Nowhere  o Cruel Lips da Your Country  o England's Latest Clown da Don' t Tell Columbus  per capire come anche negli anni del silenzio o del crepuscolo la vena pungente ed il romanticismo di Graham Parker non sono mai scemati. Un artista da proteggere, anche nell'intervista che arricchisce il booklet di These Dreams Will Never Sleep  Parker si rivela generoso nel raccontare l'arte del songwriting mostrandosi sempre molto concentrato sulle canzoni, sul soul, sui nomi degli eroi che l'hanno ispirato, sulle tematiche delle parole. La selezione curata dal giornalista Paolo Hewitt  e dallo stesso GP è un'ottima sintesi della sua avventura artistica. Eloquente.
 

Vicino stilisticamente ai Rolling Stones (ma pure alle ballate di Graham Parker) c'è Peter Wolf se non altro perché anni addietro fu il frontman della J.Geils Band considerati i Rolling Stones d'America, supporter degli stessi nello storico concerto di Torino del 1982. Peter Wolf come solista è in pista dal 1984 e da un po' non sbaglia un colpo. Rimane un benemerito sconosciuto ai più ma i fortunati sanno che se si desidera un disco come si usava tra i settanta e gli ottanta nello stile di quei santi di città che surfavano tra rabbia elettrica e romanticherie da bucanieri, allora bisogna rivolgersi a lui. E' rimasto l'unico a parlare questo linguaggio da rocker, il suo disco del 2016 è ancora più bello dei tre che lo hanno preceduto, già eccellenti.  A Cure For Loneliness  è come dice il titolo, una cura per la solitudine, un disco caldo, confortevole, in qualche momento anche burbero perché Peter Wolf anche se qui diventa il Re delle ballate e degli umori crepuscolari non abbandona il colpo felino delle bar band. Coccola il cuore senza intorpidire i sensi con canzoni che evocano Willy DeVille, David Johansen, i Del Fuegos e gli Stones melodici di Waitin' For A Friend, un performer che ha scelto di mettersi al riparo dal glamour (lui che è stato per anni marito di Faye Dunaway) e con modestia ed una band che pare uscita dal Bottom Line del 1981 fa quello che tanti altri della sua generazione non riescono e non sanno più a fare. Se dovessi scegliere un solo disco per il mio 2016 prenderei A Cure For Loneliness, ci si può innamorare.
Lo scontroso di Van Morrison è solo di un anno più anziano di Peter Wolf, del 1945, e delle ballate conosce l'intera anatomia. Tutto si può dire di lui tranne che non sappia trasformare una canzone in un' opera lirica di swing e soul. Era parecchio tempo che non compravo un suo disco ma Keep Me Singing mi ha riportato a lui perché la serenità e la tranquillità che trasmette sono in grado di rappacificarvi col mondo. Ballate sontuose in cui lo swing del cantare di Morrison trova un approccio quasi jazzistico alla musica, brani che salgono lenti e corali, in particolare perdo la testa per In Tiburon con tutti quei riferimenti alla San Francisco della beat generation  e delle menti che si aprivano, quel fondere il blues col R&B ed il celtic soul abbattendo le barriere  tra America e Irlanda, tra giorno e  notte, tra parola e note. Ritornando a quanto scritto all'inizio Keep Me Singing  è un vero disco conservatore, perché con la sua musica e le sue canzoni conserva le good things con cui siamo diventati grandi e abbiamo imparato ad amare il mondo, apprezzare la bellezza, cogliere l'armonia e il senso della storia, rispettare le differenze. Terapeutico.


Inglese fino al midollo, Ian Hunter a 77 anni sembra conoscere una nuova primavera. Era difficile fare meglio di Man Overboard  il suo disco del 2009 con cui era tornato in auge, almeno nella nicchia dei resistenti, Fingers Crossed  lo eguaglia, per qualità di scrittura, verve rock n'roll, canzoni di cuore, una in particolare, Dandy che è il miglior omaggio dell'anno a David Bowie, talmente bella da ricordare All The Young Dudes. Accompagnato dalla fedel Rant Band, Ian Hunter si rivela alla sua venerabile età un cantante magnifico, soprattutto quando maneggia quelle abbandonate ballate che profumano di Dylan (ne è esempio il brano che intitola l'album), un rocker nervoso e graffiante quando scalpita alla maniera dei Mott The Hoople e rinfresca il glam ed un cabarettista di classe quando si siede al piano e si infila in quei quadretti tipicamente british fatti di ironia, tocco aristocratico e sudicio di pub del quartiere, quasi fosse l'unico sfidante di Ray Davies su questo stesso terreno. Fingers Crossed è un ottimo disco di rock inglese con tutto ciò che nobilita il genere, melodia, testi pungenti,sferzate elettriche, varieté,  atteggiamento dandy ed una band che si diverte.

Chiudo gli oldies but goodies  coi Mudcrutch che con 2  ( premio per la peggior copertina dell'anno) non avranno fatto un disco pimpante e arzillo come quello del 2008 ma elargiscono del sano e classico  rock n'roll autostradale americano come lo ha reso celebre  Tom Petty. Che nello specifico si "limita" a suonare il basso e cantare (oltre che scrivere diverse canzoni) ma, coi suoi due fidati Heartbreakers Benmont Tench (tastiere) e Mike Campbell (chitarre), coinvolge la band (gli altri sono il batterista Randall Marsh e il chitarrista e cantante Tom Leadon ) in un drive irresistibile tra accelerazioni, impennate chitarristiche e dolci armonie, tale da rievocare i Byrds in formato nuovo secolo. Se difatti  2 (alla faccia della fantasia per il titolo) lo infilate nello stereo della macchina vi trasforma un breve tragitto casa/lavoro in un coast to coast da cui non si vorrebbe più scendere. Road movie.

the blues is alive and well  

Non solo di blues qui si tratta ma il background è inequivocabile sia per Francesco Piu, per Simo, per la Tedeschi-Trucks Band e Cedric Burnside Project. Del primo un recente blog vi dice tutto quanto bisogna sapere, Love & Groove è il mio disco italiano del 2016. Non ne abbiano male gli altri. Di Simo e Tedeschi-Trucks Band avevo già scritto nel blog tempo addietro e non posso che ribadire i pareri positivi di Let Love Show The Way, un album viscerale, sanguigno, torrenziale, magari debordante nella durata e ancora ingenuo in certe sue parti ma espressione di un rock-blues urgente e senza filtri che dal vivo, nel concerto estivo al Carroponte, ha stregato i presenti facendo venire in mente i Taste dell'isola di Wight. J.Simo ha tecnica, gioventù e feeling, in trio sono una forza della natura.  

Diverso il discorso per Let Me Get By , qui regna sovrana l'eleganza, la variopinta alchimia sonora, la padronanza tecnica dell'ensemble, la voce suadente di Susan Tedeschi, la chitarra fantasiosa e allmaniana di Derek Trucks, gli arrangiamenti di una band che conosce a memoria i suoni e gli umori che dal blues si espandono a tutto il sud . Un album suonato benissimo, arioso e sereno pur con soluzioni musicali non ovvie e complesse, basta ascoltarsi Anyhow con cui si apre l'album (la mia canzone preferita dell'anno) per capire che qui c'è uno studio ed un team straordinari, quella  capacità di fondere trombe, arrangiamenti e melodia in un unisono perfetto e nello stesso tempo  mantenere salda la canzone senza perdersi nella suite. Prima che Trucks con la chitarra inventi uno di quegli assoli da incanto.
 

Se Let Me Get By è un piatto raffinato, il blues di Cedric Burnside Project è uno speziato e robusto red beans and rice. Il progetto è stato messo insieme dal nipote del più famoso e scomparso R.L Burnside con il chitarrista Trent Ayers e il polistrumentista Garry Burnside, mi è capitato di vederli dal vivo, ma erano in formazione ridotta a due, lo scorso ottobre al Blues and BBQ Festival di New Orleans dove sono stati il set più eccitante della rassegna, hanno letteralmente messo al tappeto Lafayette Square con un un'ora di torrido, ritmato, ipnotico blues, rockato come solo i musicisti provenienti dalla zona collinare a nord del Mississippi sanno fare. Lo chiamano North Hill Country Blues, un sottogenere del Delta proliferato nella zona settentrionale dello stato, nelle colline e nelle campagne attorno ad Holly Springs e Oxford,  ha avuto come alfieri R.L Burnside e Junior Kimbrough, i quali attraverso le incisioni della Fat Possum lo hanno esportato in tutto il mondo. In realtà l'inventore di questo blues aspro e a tratti visionario, spartano e povero di strumentazione ma incredibilmente coinvolgente e trascinante, risponde al nome di Mississippi Fred McDowell, uno a cui anche gli Stones devono molto. Con Descendents Of Hill Country  il CBP ha raccolto l'eredità dei North Mississippi Allstar, molto di quello che c'è nel disco rimanda difatti all'esaltante opera debutto del gruppo dei fratelli Dickinson, Shake Hand With Shorty. Chi apprezza le lande periferiche e marginali del blues è allertato. Suonatelo ad alto volume accompagnandolo con la birra.
 
Con più levigature soul e R&B è Gotta Get Back di Seth Walker, musicista e cantante passato da Austin a New Orleans, cosa che gli ha permesso di annerire e sporcare la sua musica come si fa da quelle parti, creando un groove non ancora perfetto ma promettente futuri sballi. Ha registrato a Nashville con un nugolo di musicisti di esperienza, il disco esalta la sua voce melodiosa e quel groove che sta tra Subdudes, Anders Osborne e Radiators. Ma nel suo carnet ci sono anche episodi folk-soul e momenti cantautorali così da risultare vario e poco allineato. Si contorna di contrabbasso, organo e fiati, ritmiche in levare, armonie vocali e cori gospel, qualche tocco caraibico ed un po' di doo-wop. Gli ingredienti per far festa nella Big Easy.

you want it darker
 

Un anno così funereo non è mai capitato,  impressionante fare la conta di chi se ne è andato, speriamo che il 2017 non sia così cattivo. Ci sono dischi che sono usciti a ridosso della scomparsa dell'artista, altri il cui tema è il lutto, la perdita, il dolore. Blackstar di David Bowie, il disco più "decorato" del 2016 appartiene alla prima lista, Skeleton Tree  di Nick Cave & The Bad Seeds alla seconda. Ho comprato Blackstar, disco ardito, coraggioso, cerebrale, in un anno lo avrò ascoltato non più di una decina di volte, troppa angoscia mi infonde il suo ascolto. Colpa mia, forse ma per farmi male il meno possibile ho limitato l'uso, d'altra parte non sono mai stato un fan del Duca pur riconoscendo la sua genialità ed il camaleontismo. Del disco di Nick Cave, di cui ricordo ancora con grande entusiasmo Push The Sky Away e il relativo tour, non so pressoché nulla a parte il fatto che sia stato realizzato per esorcizzare il dolore per la perdita del figlio. Fino ad oggi non l'ho ascoltato per cui passo oltre.

Ho ascoltato moltissimo invece in questo periodo di festività You Want It Darker  non senza una vena di malinconia e tristezza per la recente scomparsa del suo autore, Leonard Cohen. Apriva e chiudeva le mie  giornate con le sue note notturne, la voce che parla all'anima,  la poesia sulla mortalità. Una stanza vuota con l'unico sottofondo di una musica tratteggiata da sottili arrangiamenti, l'emozione a fior di pelle, il lascito di un artista superbo, profondo, integro fino alla fine. Di dolore si parla anche in uno degli album che più ho amato quest'anno, The Ghosts of Highway 20, il viaggio di Lucinda Williams in quelle strade del sud popolate di morti, fantasmi, ricordi, memorie, fede e grazia, che costituiscono l'humus per coltivare una musica che è la nuova letteratura del sud. Descrittiva ma anche visionaria, intima e carnale, dove le ballate del dolore si abbracciano col rock n'roll della tenacia ed eccellenti musicisti come Greig Leisz e Bill Frisell coi loro strumenti a corda ne sottolineano l'affascinante tristezza, l'eco solitario, le lentezze, come fosse un aggiornato  Time Out Of Mind di Dylan.
 

 

new kids in town

Giovani rockers crescono e Tom Petty li battezza. Dopo averli visti suonare se ne è innamorato e gli ha messo a disposizione il proprio studio casalingo per registrare The Shelters, il loro album omonimo, un lavoro che rinfresca il rock californiano secondo una declinazione power-pop e una verve giovane, scapigliata,  sbarazzina, quasi british. Quel formato di canzone da tre/quattro minuti spedita, spumeggiante e chitarristica che ascoltata ad alto volume vi fa correre contro il vento a cercare di nuovo i brividi di una west-coast ormai fuori uso. Quattro losangeleni con la faccia da duro e la brillantina del rockabilly, divertono e fanno ballare pur aggiungendo un pizzico di sognante psichedelia sixties. Le chitarre e le voci di Chase Simpson e Josh Jove, la scatenata batteria di Sebastian Harris, il trainante basso di Jacob Pillott, sono l'armamentario di una band che pur mirando al sodo è già in grado di sortire canzoni che fanno centro dopo pochi ascolti. Freschi da morire. Sulle stesse coordinate un'altra band di Los Angeles, The Record Company, agita le strade della città.  Give It Back To You  è un attestato di resistenza dedicato a quanti ancora vanno in fibrillazione per Stooges e Rolling Stones, John Lee Hooker e Hound Dog Taylor. Possiedono l'immaturità dei coraggiosi e da spregiudicati frullano i grandi vecchi con la loro attitudine da teppistelli urbani pronti a far saltare in aria il club sotto casa con un incendiario set di rock n'roll tinto di beat e di blues. Sono la risposta americana agli Strypes e basta osservare la copertina del disco per tranquillizzarsi sul futuro del rock n'roll. Sta dietro le spalle.
 

Totalmente diverso è Sturgill Simpson uno del Kentucky che ha fatto i lavori più disparati prima di arrivare alla musica. Il debutto è dentro un paesaggio sonoro di montagne e bluegrass ma nel 2013 High Top Mountain  ha la fortuna di beneficiare del produttore roots più in voga al momento, Dave Cobb. Ne viene fuori un mix di suoni elettrici e country fuorilegge sulla falsariga del fortunato Traveller di Chris Stapleton. Ma Sturgill Simpson è uno a cui piace cambiare ed esplorare, con A Sailor's Guide To Earth il suo background rurale si stempera in un più eclettico soul che esplode in ballate poderose ed epiche, qualcosa che sta tra i grandi della Motown e gli Hot House Flowers. I colori e il disegno di una copertina da quadro ottocentesco rendono l'idea, un sound possente fatto di squarci deflagranti ed una voce  tenorile servono a creare tensione, forza e immaginazione per storie di mare e marinai, come fosse un'avventura ai confini del mondo. Se non soffrite il mal di mare regala ottime sensazioni.
 

Nel segno di blues apocrifo intrecciato con altri peccati sudisti è  The Marcus King Band, una delle rivelazioni dell'anno. Il leader Marcus King è un giovane ragazzo bianco con la voce da soulman nero ed una chitarra da faville. Per lui si è scomodato Warren Haynes che gli ha prodotto il secondo disco affermando  "è il primo chitarrista dall'esordio di Derek Trucks che suona con una maturità che va ben oltre la sua età". Marcus King ha solo ventanni ma è già un fenomeno in grado di maneggiare con una personalità da veterano blues e soul, jazz, gospel e rock, oltre a capitanare una band, la Marcus King Band, che sembra una brillante copia della Tedeschi-Trucks Band. Nativo di Greenville, South Carolina, figlio del bluesman Marvin King, Marcus King ha le sembianze da scavezzacollo di un giovane Ronnie Van Zandt, capelli lunghi, cappellaccio da ribelle confederato, sorriso beffardo, il tipico figlio del sud che ha imparato presto a muoversi nella musica, grazie al padre bluesman e grazie ad un talento precoce che lo porta a possedere una inusuale chiarezza sia come songwriter che come chitarrista, come cantante e come bandleader. Dopo il debutto nel 2015 con Soul  Insight  ha firmato con la storica Fantasy ed il nuovo disco è uno degli avvenimenti più invitanti nell'ambito di quella southern music che non finisce mai di stupire. Chi apprezza un disco come Let Me Get By della Tedeschi-Trucks Band troverà qui un giusto sequel. Muscoli e cuore, assoli e melodie, ritmo e raffinatezze, in The Marcus King Band  ci sono numeri di classe, a cominciare dalla voce soulful del leader e dalla sua esuberante chitarra. La band è superlativa, un ensemble dinamico che affonda perfino nel jazz  capace di mettere insieme Memphis, i Muscle Shoals e New Orleans senza accasarsi da realmente nessuna parte. Una promessa da tenere sotto osservazione, se non credete andate su YouTube ad ascoltarvi la loro interpretazione di Spanish Moon dei Little Feats.
 
 

Per finire una donna, finalmente. A parte la "stagionata" Lucinda Williams (un complimento, benintesi) mancano nuove figure femminili in grado di scaldare il cuore   come un tempo facevano Joni Mitchell, Rickie Lee Jones, Patti Smith, Linda Ronstadt, Chrissie Hynde. C'è Norah Jones troppo elegante, Mary Gauthier troppo outsider, Cat Power troppo indecifrabile , Tift Merritt troppo defilata, Brittany Howard degli Alabama Shakes troppo vogliosa di scalare le classifiche snaturando il suo background, ma manca la rockeuse per cui sognare di fare il roadie . In ambito roots la situazione è migliore, Gillian Welch è ormai la signora del country come una volta lo era Emmylou Harris e tra le nuove arrivate passi da gigante ha fatto  Carrie Rodriguez. Texana di origini messicane, diverse volte capitata in Italia, Carrie Rodriguez possiede una voce calda e dolce che si adatta al mood malinconico, errante ed evocativo delle sue canzoni on the border. In particolare Lola il suo splendido disco dell'anno trascorso cattura la sua anima migrante attraverso piccole ma significative storie famigliari al di qui e al di là del Rio Grande. Delicate canzoni nella forma ma spesse nei contenuti cantate in inglese ed in spagnolo, un flusso di emozioni che valgono più di un trattato sull'immigrazione, suoni che si collocano tra il folk, il country, tex-mex, ballate tratteggiate con una finezza incredibile e pregne dell' intensità di chi le vive in prima persona, musicisti sopraffini a partire dal marito Luke Jacobs (tutte le chitarre possibili di questo mondo), dal contrabbassista Viktor Krauss, dal chitarrista elettrico David Pulkigham (già con Alejandro Escovedo), da Brannen Temple e da Bill Frisell, che qui come nel disco di Lucinda Williams aggiunge quel tocco suggestivo, rarefatto e ambient che colloca il racconto di Lola  solo un po' più ad ovest di The Ghosts Of Highway 20. Struggente.

 

 E con questo chiudo e auguro Buon Anno a tutte e tutti.

 

MAURO ZAMBELLINI     DICEMBRE 2016

 





















12 commenti:

Bartolo Federico ha detto...

Però i dischi Howlin' Wolf, suonano un blues sporco e ribelle.
Buon anno Zambo.

Zambo ha detto...

si hai ragione Bartolo riguardo ai dischi di Howlin' Wolf, volevo aggiungerlo ma poi sono stato più sul generale, comunque grazie e Buon Anno anche a te

armando ha detto...

Per quel che mi riguarda credo sia stata questa un'ottima annata. Mi han entusiasmato molto Lucinda Williams e la coppia Tedeschi-Trucks(in assoluto i più ascoltati) e sul versante più rock'n'roll il secondo episodio dei Mudcrutch. L'ultimo "American Band" dei Drive By Truckers è quello che più sto ascoltando ultimamente insieme ai Rolling Stones di"Blue & Lonesome" e ai Blacberry Smoke di "Like an Arrow". Mi incuriosiscono molto gli altri artisti blues da te su citati e sicuramente prenderò Van Morrison che ho tralasciato.Per ultima cosa la chiavetta purtroppo è l'unico modo per ascoltare musica sulle nuove vetture ed avendola cambiata ad Aprile scorso ho dovuto adattarmi....bisogna solo avere un pò di pazienza e passare i cd su di essa. Con una da 16 GB sono riuscito un pò per volta ad inserirne circa 250 titoli facendo in modo di avere un pò di tutto. Poi è chiaro che la rottura è quella della sostituzione e l'esclusione forzata di qualche titolo,insomma i pro ed i contro della modernità !!! Con simpatia ed immutata stima ti auguro un Buon Anno

Armando

wrangler ha detto...

Come al solito,grande post,stringato ed esaustivo.
La lista della spesa è pronta.
Un buon anno a te Zambo,maestro inarrivabile,
e un buon anno a tutti i fratelli di rock'n'roll.
Ciao

paolo de vitali ha detto...

A differenza dello scorso anno, avaro di soddisfazioni musicali, devo ammettere che per il 2016 non fatico a stilare una ideale playlist con almeno una dozzina di ottimi album. Magari manca un vero capolavoro ma il livello medio dei dischi migliori quest'anno è sicuramente alto. E quindi in ordine sparso, senza gerarchie e mischiando imperiture glorie e giovani promesse, direi:
The Shelters
Ian Hunter
Blues Pills
The Record Company
Moreland & Arbuckle
Parker Millsap
Rolling Stones
Grant Lee-Phillips
Marcus King Band
Tedeschi-Trucks Band
Peter Wolf
Aggiungo 2 ristampe imperdibili ovvero la versione extended di It's too late to stop now di Van Morrison e Totally stripped delle pietre.
Da sentire, risentire e consumare.
Finisco con 3 live show da ricordare: la cosmica performance della Chris Robinson Brotherhood, il sorprendente Glen Hansard ma sopra tutti il devastante concerto di Neil Young+Promises of the real a Milano.
Che il 2017 sia altrettanto fecondo di Satisfacion!!!
Auguri Paul

zagor57 ha detto...

Ieri sera mi è capitato di assistere al concerto dei Rolling a Cuba. Che dire? Uno spettacolo unico, classe ed entusiasmo da vendere. Quando hanno "voglia " non ce n'è per nessuno. Si percepiva a pelle che si stavano divertendo. Emozionante. E, naturalmente, auguri per il nuovo anno.
Paolo Stradi

Unknown ha detto...

Ti sei scordato gli Whiskey Myers con Mud, che trovo più Southern di Marcus King,bravo, eclettico ma troppo Warren Haynes Band come suono.

Zambo ha detto...

Volutamente non ho messo i concerti dell'anno perché molti li ho persi a cominciare da Neil Young a Milano (causa febbre) ma del quale sono convinto sia stato irresistibile. Concerti che mi sono piaciuti molto pur nelle loro differenze Springsteen a San Siro, Wilco al Fabrique, Lucinda Williams a Bruxelles, Gov't Mule a Londra, Simo al Carroponte,Chris Robinson Brotherhood al Fabrique, Television a Trezzo, Blues Pills al Legend, tra gli italiani Gang a Rescaldina, Arianna Antinori all'1 e 35, Tenca, Eddie Abbiati e Chris Cacavas, Jama Trio......ho perso per pigrizia Ryley Walker a Milano e mi pento........aspetto la Tedeschi Trucks Band

roberto gambrosier ha detto...

sono contento che tu abbia continuato nella tradizione, mi piace molto leggere il tuo best e soprattutto come lo motivi.
Buona parte dei titoli da te citati li ho presi e apprezzo molto che hai incluso anche Graham Parker che per quei motivi imperscrutabili non ha mai sfondato.
<il mio disco dell'anno lo do a Ian Hunter perché a 77 anni continuare ad avere voglia di fare musica ( e che musica....)
concerto dell'anno.....tom jones a lucca oppure neil young sempre a lucca oppure gli Who a Bologna o i King Crimson a milano....ognuno con motivazioni differenti.
per quanto riguarda il fronte decessi era inevitabile prima o poi che i nostri beniamini cominciassero a lasciarci.. per questo motivo ogni tour che seguo dico a mia moglie " e' l'ultima volta "....
al tuo prossimo post zambellini

marco ruspaggiari ha detto...

Ciao Mauro Zambellini,
sono Marco da Regio Emilia, seguo con interesse il tuo blog (da un paio di anni) e leggo sempre con piacere le tue recensioni (da tanti anni ormai), volevo condividere alcuni dei mie preferiti del 2016:
Eric Clapton - Rolling Stones - Willie Nile - Wilco - Ben Harper - The Jayhawks – Rival Sons - Moreland & Arbuckle – The Hard Working Americans - Matt Andersen – The Echocentrics - Ben Arnold - Max Jury


Poi, e' da un paio di anni che guardo con attenzione le classifiche di fine anno di vari siti / riviste (American Songwriter, Rolling Stones, Pitchfork, Uncut, ecc... / oppure http://www.albumoftheyear.org/ per la panoramica generale). Noto che non vi e' quasi traccia di coloro che si ispirano alle radici della musica americana (jazz, blues, soul) o di coloro che si ispirano al periodio aureo rock 60/70 (Stones, Zeppelin, Cream, ecc..). Ci sono molti singer song writer country folk, tanto indi-rock che parte dai velvet undergound passando per il post-punk e new wave (come si chiamavano una volta), molti artisti al primo o secondo album (!?)
Quindi sembra la musica che preferisco sia ormai la nicchia della nicchia, non solo non e' in classifica, ma anche non e' neanche tenuta in considerazione dalla critica.
Ero curioso di sapere un tuo parere in merito

Un saluto
Marco

p.s.: perche' una volta (anni '90) Lenny Kravitz era apprezzato ed adesso sembra sta sulle balle a molti ?? A me piace ancora...ho anche visto un suo live (a Padova nel 2015), mi era piaciuto. Cosa ne pensi ??

Zambo ha detto...

Marco, la musica che seguiamo è diventata di nicchia ma non è un problema, la si è ascoltata ieri,la si ascolta oggi, la si ascolterà domani. Guarda le classifiche di tendenza degli scorsi anni, magari Uncut o Pitchfork, quanti dischi di quelle classifiche resistono più di un paio di anni, cinque/sei su cinquanta. Comunque ognuno ha i suoi dischi e i giovani hanno un orecchio sintonizzato su altri suoni e su un altra mosalità di recezione. Diversi dischi che hai citato li avrei messi nella mia plylist ma tendo a sintetizzare, mi sono piaciuti che citi, Nile, Clapton (Live a San Diego), Moreland 6 Arbuckle, Wilco così e così ma grande il concerto, Hard Working Americans discreti, gli altri non li ho ascoltati. Sono diventato selettivo per tempo, soldi e spazio, dato che don't downloading. Kravitz come Ben Harper ho finito di seguirli da un pezzo, non mi emozionano più e li trovo troppo attenti al prodotto commerciale. Non dannarti se ti senti di nicchia, sono meglio le basse densità di popolazione.

marco ruspaggiari ha detto...

Ciao Mauro,
grazie per il commento...sempre in merito al 2016 sto ascoltando Marcus King proprio adesso mentre scrivo per la prima volta...commento a caldo...BELLISSIMO !! Grazie per avercelo fatto conoscere !! Anni 70'ma allo stesso tempo suona fresco ed originale.... ma a proposito, io non gli ho vissuti questi '70, ma sto leggendo il libro di B. Bottazzi "perchè non lo facciamo per la strada" c'è la prima parte molto interessante dove descrive la musica che era popolare fra i giovani in quel periodo, ma era proprio così ??