martedì 9 aprile 2013

GIOVANI TURCHI


 

Mi si  accusa di essere passatista nei gusti musicali, sono solo indipendente, non dipendo ne da quelli che commerciano e pubblicano musica, ne da quelli che devono trovare la novità a tutti i costi, ne dal tempo e dall'età. Dipendo solo dal mio ascolto, che con l'età si sarà un po' appannato ma è ancora in grado di emozionarsi.  Capisco che il rock non sia come venti, trenta , quaranta anni fa ma nemmeno che ci si debba accontentare di questi smorti primi  mesi del 2013, dove oltre a non trovare nulla del nuovo che avanza non trovo nemmeno l'usato sicuro. Ad eccezione della nuova frontiera del rock italiano non cantato in italiano.  La  questione, poi, è molto più seria di quanto mettano in luce i miei simpatici detrattori ( è una discussione sui "piaceri" quindi lungi dal trasformarla in crociata, ce ne sono già troppe in giro) perché anche con i grandi personaggi del passato che amo si fa fatica a "volare" o almeno a librarsi sopra le nefandezze del presente. Non mancano le eccezioni, nel mio Best del 2012 c'erano nomi e cognomi, ma un disco che ti rapisca e ti faccia ascoltare la musica senza fare altro, concentrandosi solo sulle canzoni, sulla voce e sugli strumenti, in questi primi mesi del 2013 faccio fatica a trovarlo. Qualche brivido l'ho provato ma sono brividi di seconda mano, ad esempio la ristampa deluxe di Rumours dei Fleetwood Mac, triplo CD che mi ha fatto riscoprire un capolavoro che al tempo avevo solo apprezzato senza entrarci dentro con la giusta sensibilità, per via di quel sound elegante, sofisticato e too much californiano che all'epoca non vestiva le mie più sanguigne tensioni. Era una questioni di ambienti, di sentire, di frequentazioni, di droghe diverse. Rumours è un grande album e purtroppo finisce poco nelle classifiche sui classici del rock stilate dalle riviste specializzate solo perché è troppo pop e non ha nessuna vergogna di esserlo. Meglio Rumours di tanti dischi alternativi che si fa fatica a sentirli due volte.

L'innamoratissimo Bottazzi mi ha fatto invece ritornare a Graham Parker & The Rumour ( non l'avevo mai lasciato in verità ma lo consideravo un partigiano della old-wave) il cui Three Chords Good suona realmente convincente e positivo, più ancora dell'apprezzabile Don'Tell Columbus. E' un disco di una semplicità e di un calore esemplare,  oltre che sincero e affatto nostalgico, nonostante la pietosa copertina da bocciofila di paese. E' un disco di cui non ci si pente dei soldi spesi per portarselo a casa, così come sono assolutamente gradevoli e di buona compagnia (almeno si sentono e si risentono) Memphis di Boz Scaggs (lo evitino chi detesta i toni soft e soul),  Songs From The Barn di Southside Johnny ( a metà strada tra il DeVille messico-louisiano e il country-soul) e Minute By Minute della James Hunter Six ( ottimo northerrn soul con un pizzico di Them, guardate la copertina)  di cui trovate ampie recensione in questo blog. Dischi come si facevano una volta, certo non l'illuminazione che ci si aspetta dal rock, difatti sono tutti e tre molto mood & mellow ma realizzati con quella cura dei suoni e delle parole  lontana dalla tecnologia, finalizzata  a regalare alle canzoni il loro significato originario ovvero cambiare l'umore della giornata, offrire  un pizzico di gioia di vivere ed innestare quel cambio di marcia che è necessario per andare avanti.
 

Non è comunque vero che non ci sia nulla di nuovo in scena che vale la pena di acquistare ( il download lo detesto anche se è economico), ad esempio nel mondo di quei singer/songwriter tanto amati dai romantici e dai solitari ci sono dei nomi molto interessanti, alcuni dei quali provenienti dalla grigia Inghilterra. Amano la poesia ma spesso frequentano l'inferno, maneggiano le parole come fossero novelle a metà tra Mark Twain e Salinger ma  sotto, dietro l'immancabile chitarra acustica, roteano le elettriche e la sezione ritmica si sente, eccome. Del primo ne parlai tempo fa su questo blog, si chiama Ben Howard, londinese ma cresciuto nel Devon,  il suo Every Kingdom è un piccolo gioiello elettroacustico, un'oasi di tranquillità in un mondo rumoroso, volgare e di corsa. Vale la pena ascoltarselo in santa pace in un momento di relax, staccando la spina da tutto il resto. E' una boccata di aria fresca in una giornata con alti livelli di polveri sottili, è ameno, poetico, estatico, anche se l'umore delle canzoni ha spesso a vedere con le brume autunnali, i colori invernali, le solitudini dei mari del nord.  E' una perfetta sintesi di bucolica malinconia folk e intrigante melodia pop, unisce vocalizzi, strumenti a corda, percussioni, sognanti ballate sospese in una dimensione senza tempo e tensioni bluesy con tormentate divagazioni elettriche. E' acustico nello spirito ma ha pulsazioni elettriche che  cambiano il senso della canzone,  insomma un vero gioiellino. Dopo Every Kingdom del 2011, Ben Howard ha pubblicato due Ep,  Ben Howard Live e The Burgh Island, siamo in attesa del nuovo album.

Gli altri inglesi sono Jake Bugg e Jamie N Commons. Il primo viene da Nottingham, ha la faccia del moccioso e il piglio del ribelle di periferia. E' giovanissimo, del 1994, ha iniziato a suonare la chitarra a dodici anni e dice di essere stato influenzato dai Beatles (che fantasia!), Everly Brothers, Donovan, Don Mc Lean ma la sua voce ricorda quello di un acerbo Dylan e la sua pettinatura quella di Noel Gallagher. La stampa e le radio inglesi si sono mosse tempestivamente attorno a lui tanto che è apparso nel 2011 al festival dei festival ovvero Glastonbury, sul palco degli emergenti. Il suo nome è stato affiancato a quello di Ben Howard ma i due sono molti diversi. Jake Bugg è irruente, scavezzacollo, musicalmente parlando, il suo folk-rock è agro e spartano, ricorda perfino Billy Bragg nel suo gesto ma si sente che tra il punk e Bugg è passata più di una decade di brit-pop. Il suo omonimo disco d'esordio è uscito lo scorso ottobre, la stampa ha gridato al nuovo Dylan, forse perché chiunque si presenti con una chitarra ed un armonica deve essere per forza un discendente degli Zimmerman. A dire il vero un po' di Dylan c'è nel suo disco, ad esempio nella bella Simple As This seguita da una Country Song che invece odora di Donovan. L'inizio dell'album è folgorante, Jake Bugg sembra uno che lo stessimo  aspettando da tempo, ha personalità, attitudine e voce, lo stesso  scrivere mostra già una buona maturità, le canzoni non lasciano indifferenti, un po' di pop, un po' di combat folk, un po' di rock,  peccato che con l'andare del disco la sua ugola assuma una piega un po' mielosa che alla fine stanca. Ma è solo un esordio, promettente, spero che Jake Bugg non si perda nelle strade dei talenti mancati.

Ben più potente l'esordio di Jamie N Commons, altro figlio di Albione, che con il suo Ep di esordio mi ha letteralmente steso. Una forza incredibile e strabiliante, una voce che ti arriva dentro senza preavviso e ti scombussola le emozioni, sembra quella di un vecchio bluesman ma scende da un universo scuro ed inquietante che evoca Johnny Cash, Nick Cave e altri uomini in nero. I suoni sono aguzzi, metallici, post-industriali ma gli strumenti sono quelli classici del rock n'roll, a parte un accenno di synth in Worth Your While  e poi c'è una straordinaria versione di Have A Little Faith di John Hiatt eseguita con una personalità da far paura, stravolta rispetto all'originale. Comincia con Rumble and Sway  l'Ep di Jamie N Commons ed è folk-rock del XXII secolo, scuro, sincopato, tatuato da una batteria assassina.  La seguente Wash Me In The Water è biblica nelle liriche e nei cori, un bagno di gospel per una melodia che si allarga radiosa e grandiosa, portando in paradiso un mondo di anime affamate. Con un arrangiamento folkie  non avrebbe sfigurato nelle Seeger Session anche se Commons ha modi e tensioni  più contemporanee.  Con Worth Your While si torna all'inferno, batteria lorda in levare, la voce scura e cavernosa , il devil in me di Jamie N Commons è feroce come le chitarre ferrose ed il ritmo incalzante da noir post-atomico. Per Have A Little Faith di Hiatt  c'è solo una parola, ascoltatela! C'è il carisma dello Springsteen di Wrecking Ball con tutto quel sound che ha lasciato perplessi i "fondamentalisti" del Boss.  Caroline è invece una ballad lenta che mi ricorda il Ray LaMontagne intimista di Till The Sun Turns Black, tra folk e soul, voce roca, arrangiamenti orchestrali ed un'armonica rubata al solito Dylan. E' il preambolo dell'ultima traccia, The Preacher. La potete vedere e sentire su youtube. Inizia lenta e solenne, ma si aspetta che il predicatore lanci i suoi strali e difatti dopo l'overture si carica di voci, cori, strumenti, violini tristi come un funerale, frizioni elettriche, così da deragliare in una vera apocalissi. Era diverso tempo che non mi imbattevo in un disco così intenso, peccato sia solo un Ep. Per la cronaca, Jamie N Commons è entrato nella soundtrack della terza stagione di Walking Dead.
 

L'ultimo dei giovani turchi, Willy Mason, è invece americano, è nato a New York nel 1984 ma vive nell'isola Martha's Vineyard nel Massachusetts, un luogo di ricconi della East Coast. E' stato scoperto da Conor Oberst in un club di Martha's Vineyard e ha debuttato  nel 2004 con l'album  When The Humans Eat che ha scalato le classifiche inglesi. Mason è difatti più popolare al di qua dell'Atlantico a causa di un songwriting poco americano, più confacente ai modi e allo stile inglese, per qualche verso paragonabile a Ben Howard. Lo affermano anche le sue frequentazioni poco usuali per un classico autore made in Usa, una sua canzone è stata ripresa dai Chemical Brothers, ha cantato nell'album di Isobell Campbell e Mark Lanegan. ha supportato Radiohead e Beth Orton, una sua canzone è finita in una sitcom inglese, ha registrato un live a Manchester ed il suo secondo album, If The Ocean Gets Rough si è fatto strada nelle classifiche inglesi ed irlandesi. Insomma uno fuori dai ranghi, ed  questa è una virtù, perché la sua musica è sganciata da qualsiasi modello del passato e si presenta come l'espressione di un songwriter dalla voce profonda e particolare che sa trasmettere stati di abbandono estatico e momenti introspettivi plumbei e nordici. Almeno questo è quello che si evince dal suo recente disco, Carry On, un lavoro molto interessante  che spazia da brani come Restless Fugitive in cui gli strumenti frizionano fino a diventare feedback a lente ninne nanne acustiche come Show Me The Way To Go Home dove si avverte il riverbero del Nick Drake più intimista. Un disco vario e composito Carry On, che seduce  con la forza della dolcezza e con visioni che prefigurano, è il caso di Into Tomorrow,   un mondo a misura d'uomo. Arrangiamenti raffinati, le chitarre che si fondono con un esile drum programming, con l'organo, con una fisarmonica,  c'è tutta l'arte del songwriting in Carry On, mai una sbavatura, mai una ripetizione, solo la minuziosa ricerca della massima espressività emotiva con il minimo del supporto tecnologico. Alla fine quello che risalta è il cantato tranquillo e profondo di Willy Mason e le sue canzoni, una, Painted Glass, vicino perfino a Fabrizio DeAndrè. Per cuori gentili e gente che ama il mare d'inverno.

 

MAURO ZAMBELLINI      APRILE 2013

 


lunedì 18 marzo 2013

SOUTHSIDE JOHNNY & the poor fools


SONGS FROM THE BARN

Non si è fermato agli standard del suo incandescente rock/soul degli inizi, Southside Johnny, il fratellino povero di Bruce che in diversi momenti ha saputo cambiare le carte in tavola offrendo dischi diversi da quelli che li avevano preceduti, alcuni incerti, altri perfettamente riusciti come il rockatissimo Better Days del 1991, il bluesato Messin' With The Blues del 2000 ed il più classico Going To Jukesville dell'anno seguente. Succede ancora ed in maniera ancora più netta oggi,  visto che per questo Songs From The Barn il nostro piccolo eroe del Jersey Shore fa a meno degli amati Asbury Jukes e si presenta con un nuovo combo, i Poor Fools ovvero Jeff Kazee alle tastiere, Tommy Byrnes alle chitarre, John Conte basso e contrabbasso, Neal Pawley chitarre, tuba e trombone, Francis Valentino batteria e i due invitati Soozie Tyrell violino e mandolino e Andy York dobro. Una formazione allargata per un suono affatto ridondante e potente, molto diverso da quello  ferocemente rock del precedente Pills and Dummo, piuttosto un sound a metà tra acustico ed elettrico finalizzato a sottolineare sottigliezze di blues, soul, country e musica messicana di cui il disco è zeppo. C'è qualcosa che ricorda Messin' with the Blues ma in questo nuovo non è solo il blues ad esserne coinvolto perché basta guardare le cover del disco, Down Home Girl/Something You Got di Leiber/Stoller e Chris Kenner, Just Like Tom Thomb's Blues di Bob Dylan, I Can Tell di Bo Diddley e Old Kentucky Home di Randy Newman, per accorgersi che qui il campo è più ampio e la miglior fotografia della musica che  viene fuori da Songs From The Barn  la dà proprio il titolo e la copertina del disco con quei riferimenti rurali.
E' un bel disco Songs From The Barn anche senza il caldo soffio r&b dei dischi classici di Southside Johnny, qui in primis c'è la voce di Southside Johnny mai così roca e bluesata,  a tratti perfino waitsiana ed in qualche ballata dal sapore on the border, Mexicali Waltz ad esempio ma anche Beneath Still Waters , sintonizzata su quello stile pachuco e sullo charme reso popolare da Willy DeVille. Mexicali Waltz sembra uscito dal repertorio del gitano quando bazzicava  New Orleans e i mariachi e non è l'unico rimando a quelle atmosfere perché Gone Underground batte la strada della  ballata romantica e spezza cuori, segnata dalla chitarra acustica, dal pianoforte e dall'armonica (lo stesso John Lyon), così come Down Home Girl cucita con la  scoppiettante Something You Got porta in scena quel soul che prima di DeVille è appartenuto agli Stones degli esordi e Blood From A Stone, firmato come altri brani dalla coppia Kazee/Lyon, si addentra con leggerezza da campioni, tra fisarmoniche e piccole distorsioni, nelle notti del border.

venerdì 1 marzo 2013

THE JAMES HUNTER SIX


MINUTE   BY  MINUTE   

Ci sono artisti e dischi che godono di una scarsa esposizione mediatica nonostante il loro valore e la loro bellezza. E' il caso di James Hunter cantante di R&B inglese arrivato al suo quinto disco solista, pressoché ignorato dalla stampa dei grandi numeri sebbene sia autore di dischi realizzati con la cura e l'artigianalità di una volta. Non è l'unico e non sarà nemmeno l'ultimo ma ogni volta ci si stupisce della quantità di lodi sperticate che vengono rivolte a  qualche benedetto dello show business ed il pesante silenzio, invece, che circonda altri. Come dire che, anche nel rock, il merito quasi mai viene premiato. Ad esempio nell'anno appena trascorso la maggior parte delle riviste specializzate internazionali hanno consacrato ai primi posti delle loro classifiche uno come Frank Ocean, almeno in materia di soul, autore di un disco che più glamour, fighetto e patinato di così si muore. Le stesse riviste non hanno mai speso una parola di elogio per James Hunter, uno che se lo mettete nel lettore ci sta come minimo una settimana di fila, e non avete bisogno di altro. Già coi due precedenti lavori, People Gonna Talk  (2006) e The Hard Way  (2008) il cantante di Colchester, Sussex si era fatto notare per l'eleganza ed il feeling con cui proponeva un soul-blues ed un R&B fortemente debitori dell' era d'oro del genere. Il primo ad accorgersi delle sue qualità vocali era stato Van Morrison che comparve nel primo disco di Hunter, Believe What I Say  del 1996 e poi lo ingaggiò come backing vocal  nello strepitoso A Night In San Francisco  e in seguito in  Days  Like  This.  Un curriculum di tutto rispetto che Hunter ha messo a frutto imparando l'arte del soulman di rango, caso abbastanza raro in un epoca in cui il soul è spesso inficiato di hip-hop, arrangiamenti ridondanti, voci zuccherose,  tecnologia. James Hunter è un soulman vecchio stampo che confeziona i suoi dischi con la precisione e la cura degli artigiani di un tempo, poche cose messe al punto giusto, arrangiamenti misurati, una voce morbida e avvolgente che ricorda  Sam Cooke con qualche accento di Otis Redding e Joe Tex, un pizzico di blues ed una band che sta tra Memphis e i Rumour.

Il nuovo lavoro Minute  By  Minute  è un piccolo gioiello, R&B di scuola Stax, deep-soul di provenienza sudista, qualche scampolo di reggae e ska shakerati con mano inglese alla Graham Parker, ballate e tanto Sam Cooke. Canzoni mai ripetitive ed una soprafina qualità di scrittura, oltre ad una buona produzione, quella di Gabriel Roth (Amy Winehouse, Sharon Jones) che ha aggiunto qualcosa in più rispetto ai precedenti lavori.

giovedì 21 febbraio 2013

LA NUOVA FRONTIERA


Ormai ce n'è per tutti i gusti, basta scegliere, il rock italiano NON cantato in italiano si è fatto adulto e maturo. Vi confesso che tra i CD che più mi hanno soddisfatto in questi ultimi mesi, ci sono proprio questi outsider  e la mia non è la solita ruffianata nazionalista ma l'impressione che finalmente, noi, una volta considerati periferia dell'impero, ormai non abbiamo più nulla da  invidiare a francesi, tedeschi, inglesi, irlandesi, perfino americani. Almeno nel rock. L'Italia s'è desta? Forse si, a guardare le canzoni dei Cheap Wine che finiscono nelle radio americane, i Red Wine Serenaders testa di serie dell'European Blues Challenge a Tolosa il prossimo marzo,  Miami and The Groovers in tour in Svezia, Daniele Tenca al Light of Day nel New Jersey, W.I.N.D. sempre più richiesti da musicisti internazionali, Sacri Cuori band di supporto nei dischi di Dan Stuart e Hugo Race, e chi più ne ha ne metta. Quindi il mio consiglio, anche se siete anglofoni come me, è di lasciar perdere gli hamburger e farvi un classico e vintage panino col salame. Senza salse e intrugli. D'altra parte lo shock non è così forte, tutti questi cantano in inglese e quindi vi sembrerà che nulla è cambiato nelle vostre abitudini. Provate, mi darete ragione, al posto di sforzarvi a scoprire l'ultimo roots-rocker del New Hampshire, il bluesman in agrodolce della Louisiana occidentale o il contadino in fregola che viene dagli Appalachi, fate un giro a kilometro zero e provate ad ascoltare Based On Lies  dei Cheap Wine, Ma-Moo Tones di Francesco Piu, Old Stories For Modern Times  di Veronica Sbergia & Max De Bernardi, Tracks From Ol'Station  di The Reverend  and The Lady, l'omonimo AriannAntinori, Good Things di Miami and The Groovers, Lake Pontchartrain di Cesare Carugi,  New Mind Revolution  dei Nerves and Muscles, Takin' a Break di Paolo Bonfanti, Wake Up Nation  di Daniele Tenca, , solo per citarne alcuni, vi troverete contenti e almeno per quanto riguarda il rock ed il blues vi concilierete col nostro discutibile paese.

giovedì 7 febbraio 2013

LITTLE FEAT


COLOGNE BRESCIANO   5 FEBBRAIO 2013
Cari vecchi Feats, li vedi arrivare sul palco e ti accorgi che di tempo ne è passato parecchio ed il tempo non aspetta proprio nessuno, nemmeno le rockstar. I Little Feat non sono mai stati delle rockstar, neanche quando avevano il loro leader Lowell George, ma un pezzo di storia del rock l'hanno sicuramente scritto perché il loro Waiting For Columbus rimane tuttora uno dei live album migliori della nostra musica e diversi altri titoli della loro collezione meritano di entrare nella lista dei 100 dischi fondamentali del rock. Inoltre e lo si è visto nel bel concerto  di Cologne Bresciano, loro sono depositari di uno stile che è unico perché il loro mix di rock, blues, R&B, latin and mexican music, New Orleans groove, country e jazz non assomiglia a nessun altro intruglio  in circolazione sebbene siano in tanti a cucinare gli stessi ingredienti. Nelle loro mani questo gumbo di american music è diventato uno degli "originali" del rock dello scorso secolo, un polo di riferimento della jam music assieme ad Allman e Dead. Anche se invecchiati suonano da Dio, Fred Tackett, un Feat della seconda ora, è uno che con chitarra Fender e mandolino fa quello che vuole, Bill Payne, l'unico Feat originario, intendendo quelli dei primi due album, è il gigante che presenzia dietro a pianoforte, organo e tastiere, Kenny Gradney da parte sua pompa un basso che unito alle percussioni di Sam Clayton, in seconda linea con una tie-dye t-shirt che lo fa sembrare un Neville Brothers, e alla batteria di Gabe Ford, dignitoso sostituto del famigerato drumming di Richie Hayward, purtroppo scomparso nel 2010, formano una sezione ritmica da mille e una notte, potente, dinamica, elastica, una macchina in grado di creare un groove irresistibile dove evidente è la scuola di New Orleans (con il terzo album Dixie Chicken furono tra i primi a portare la Big Easy nel rock)  più una serie di infiltrazioni  di ritmi latini e fluidità jazzistiche. Colui che sembra messo meno bene, almeno dal punto di vista fisico, è Paul Barrere, molto invecchiato e in prossimità di sottoporsi ad un intervento chirurgo al fegato. Limita al minimo le parti cantate lasciandole volentieri a Tackett e alla voce all black di Clayton ma con la chitarra è sempre un maestro, non si tira indietro e i duelli a fior di Fender con Tackett diventano l'elemento rock dello show, un rincorrersi e dialogare che porta sul palco le scorribande del southern-rock. I Little Feat suonano con disinvoltura e non-chalance ma mostrano un tasso tecnico straordinario, giostrano stacchi e controritmi, improvvisano come un combo, stemperano l'ortodossia blues in una fusione di linguaggi che diventa la cifra stilistica di una band assolutamente originale, una band che concede sia al corpo che alla mente e a tratti sa essere psichedelica, come sottolinea  la colorata e caleidoscopica immagine lisergica che troneggia alle loro spalle.

mercoledì 23 gennaio 2013

DANIELE TENCA


     WAKE UP NATION    Route 61
Non si tratta di parlare bene di certi artisti solo per il fatto che sono italiani, il nazionalismo è la cosa più distante da me, ancora adesso faccio fatica ad accettare il tricolore, ma è ormai incontrovertibile che il rock made in Italy,  quello più contaminato con il blues, non soffra confronti né  coi francesi, né con gli olandesi, con gli inglesi e nemmeno con gli stessi americani. In un recente viaggio a New Orleans,  Spencer Bohren, bluesman di razza purissima con alle spalle tanti dischi e diversi festival italiani, mi ha detto che il blues dalle nostre parti è di prima qualità, compreso i tanti appuntamenti estivi e non ha nulla da invidiare a quello loro, americano. Ne è conferma Daniele Tenca, che bluesman lo è solo a metà perché per l'altra metà è un blue-collar rocker di solida formazione stradaiola con una spiccata vocazione a cantare le esistenze proletarie, operaie e marginali, uno che ha avuto il coraggio di debuttare con un disco sulla condizione operaia in fabbrica in tempi come quelli attuali in cui l'operaio è un fastidio da nascondere o al massimo da sbandierare per fini elettorali. Naturalmente non si è fermato lì, ha portato il suo blue-collar rock dal vivo con il potente Live for the Working Class,  ha poi collaborato con Francesco Piu in Ma-moo Tones  uno dei migliori dischi della Little Italy dello scorso anno e adesso presenta la sua nuova fatica, Wake Up Nation  il cui unico difetto è un titolo troppo somigliante ad un recente disco di Paul Weller. Ma è proprio l'unico difetto perché secondo chi scrive è già uno dei migliori album del 2013 anche se siamo solo a gennaio. Daniele Tenca è cresciuto tantissimo, nella scrittura delle canzoni e nella musica, insieme alla sua band ovvero i chitarristi Leo Ghiringhelli e Heggy Vezzano, il batterista Pablo Leoni ed il bassista Luca Tonani ha messo a punto un lavoro che sta a metà strada tra blues e rock, dove si riversano i tanti rivoli di una formazione musicale squisitamente americana. Se considerate che Tenca oltre a cantare suona anche la chitarra si deduce che la band è ad alto tasso elettrico e le chitarre la fanno da padrone in nome di un sound aspro, intenso, potente,  disposto anche a farsi  ballata acustica crepuscolare, è il caso di Society, o romantica come Silver Dress, a immergersi in un folk-rock sporco di fuliggine, la strepitosa versione di It's All Good di Bob Dylan, o trasformarsi in un distorto boogie tanto vicino a John Lee Hooker quanto ai Suicide, nella fattispecie Default Boogie, o in una cupa chain-gang song del Mississippi come Dead and Gone tutta giocata con voce, slide e percussioni.