domenica 4 agosto 2013

LO STRANO CASO DI SIXTO RODRIGUEZ

La storia del rock ha insegnato che ci sono artisti che hanno raggiunto la fama ed il successo solo dopo che se ne erano andati dal mondo reale, la storia di Sixto Rodriguez è per certi versi ancora più strana e sorprendente e solo oggi dopo che Searching for Sugar Man, presentato per la prima volta nel 2012 al Sundance Festival, ha vinto un Oscar come miglior documentario degli Academy Awards e la colonna sonora del film ha venduto negli Stati Uniti più di 250 mila copie, la sua vicenda è venuta a galla procurandogli un giusto quanto tardivo riconoscimento. Il merito va principalmente al regista svedese Malik Bendjelloul che ha costruito una pellicola in cui si racconta lo strano caso di Sixto Rodriguez, montandola come fosse una detective story e usando le testimonianze di coloro che nel corso degli anni  sono entrati in contatto con il personaggio : il produttore del suo disco d'esordio Cold Fact, Dennis Coffey, il co-produttore Mike Theodor, l'altro produttore  Steve Rowland, il conduttore radiofonico di Belfast David Holmes la cui compilation del 2002 Come Get It/I Got It ha introdotto Rodriguez ad una nuova audience, il proprietario del negozio di dischi  Mabu Vinyl di Cape Town in Sud Africa dove l'artista divenne a sua insaputa una star, le figlie di Rodriguez, vari musicisti e semplici addetti ai lavori. Una storia intrigante ed un documentario avvincente che si avvale della splendida fotografia di Camilla Skangestrom, con immagini suggestive di una Detroit periferica, cupa e nevosa in contrapposizione a una solare Cape Town e a magnifici scorci della costa oceanica sudafricana. Ci sono immagini di repertorio delle manifestazioni anti-apartheid dell'epoca, movimenti che adottarono le canzoni di Rodriguez come propria colonna sonora, si dice che lo stesso Biko fosse un suo fan, immagini del declino industriale di Detroit e dei moti di rivolta del 1967, delle marce per i Diritti Civili, oltre ad estratti dei tour effettuati dall'artista in Sud Africa dopo che il suo successo divenne di dominio pubblico e lo stesso Rodriguez venne a conoscenza della popolarità guadagnata in quel paese.  Ci sono i reperti di quando nel 1989 Rodriguez,  sempre attento alle difficoltà degli ultimi e delle classi subalterne, si candidò alla corsa per diventare sindaco di Detroit, città in cui ha sempre abitato lavorando, dopo la breve parentesi musicale degli esordi, come operaio, demolitore, insegnante, muratore. Searching For Sugar Man racconta la storia di un working class hero arrivato al successo tardivamente e inaspettatamente, molto tempo dopo che i suoi due dischi di debutto nel mondo del rock, ovvero Cold Fact  del1970 e  Coming From Reality del 1971 erano finiti nel dimenticatoio.
Sixto Rodriguez conosciuto anche come Rodriguez o Jesus Rodriguez nasce nel 1942 a Detroit nel Michigan, sesto (questa la ragione del nome Sixto) figlio di una famiglia di origine messicana (il padre) e nativo americana (la madre). Nel 1967 sotto il nome di Rod Riguez pubblica il singolo I'll Slip Away per la piccola etichetta Impact e poi  tre anni dopo ottiene un contratto con la Sussex Records, una sottomarca della Buddah. Cambiato il nome in Rodriguez fa uscire tra il 1970 e il 1971 due album, Cold Fact e Coming from Reality, splendidi esempi di un songwriter a metà strada tra pop e folk-rock dove convergono  elementi propri del primo Dylan elettrico, del Lou Reed alla Transfomer, del Cat Stevens più ispirato e del Garland Jeffreys dei meticci sobborghi newyorchesi. Canzoni fresche, ariose, portatrici di un messaggio di speranza anche se nate in una realtà sociale affatto facile, specchio di una dura realtà urbana fatta di povertà, alienazione ed emarginazione, la stessa che affligge il proletariato messicano e bianco della cintura industriale di Detroit. Rodriguez viene da quei quartieri, dal sobborgo di Woodbridge dove ha vissuto per oltre 40 anni senza mai lasciare la stessa casa, rifiutando la tecnologia, senza telefono, lottando contro il degrado della città reso esplicito oggi dalla bancarotta, la brutalità della polizia e la repressione governativa e per il ripopolamento della città.  Oggi Rodriguez ha il glaucoma ed è praticamente cieco ma per anni è stato un vero libertario, facendo i lavori più umili e pesanti, mai voltando le spalle all'ambiente in cui è cresciuto, anche quando il successo gli ha arriso. 
Il mancato successo in patria dei due album originali e l'annullamento del contratto con la Sussex portano Rodriguez ad abbandonare il mondo artistico musicale, sebbene non smetta di scrivere canzoni,  argomento di un terzo album non ancora messo in opera. Scompare, fa i mestieri più disparati, duri e manuali ma anche l'insegnante, di lui non si sente più parlare tanto che si vocifera  che si sia suicidato. Ma a metà degli anni settanta i suoi dischi beneficiano di passaggi radiofonici in Sud Africa, Australia, Nuova Zelanda e Rhodesia. In Australia la Blue Goose compra i diritti dei suoi dischi e li pubblica ex novo, nel 1979, dopo anni di silenzio, Rodriguez gira l'Australia con il supporto della  Mark Gillespie Band e due show vengono pubblicati in Alive, disco australiano il cui titolo fa riferimento alle voci di una sua morte avvenuta l'anno prima. Ma il riconoscimento maggiore glielo tributa il Sud Africa dove nel 1981  At His Best,sintesi dei suoi due album,  diventa disco di platino e le sue canzoni vengono usate dai movimenti anti-apartheid per i loro contenuti  contro l'oppressione, il pregiudizio e la corruzione, così che i suoi dischi e la sua musica arrivano ad influenzare i gruppi musicali antigovernativi, gli alternative afrikaners. In Sud Africa è una specie di star ma Rodriguez ne è ignaro. Anche al pubblico sudafricano i dettagli della sua esistenza rimangono avvolti nel mistero, molti credono che l'artista sia stato ucciso in un concerto negli anni settanta e solo grazie ad un sito creato nel web dalla figlia maggiore viene alla fine fatta un po' di chiarezza sulla  vita e la  musica di Sixto Rodriguez, il quale finalmente nel 1996 si accorge di essere così popolare in Sud Africa. Naturale che l'artista, tornato così alla musica dopo anni di anonimato nella sua Detroit, intraprenda un tour da quelle parti, da cui il documentario Dead Men Don't Tour: Rodriguez in South Africa 1998, paese che visita quattro volte con più di trenta concerti. Torna tra il 2007 e il 2010 anche in Australia e la sua canzone Sugar Man finisce nella colonna sonora del film Candy con l'attore Heath Ledger.
Le cose per Rodriguez  cambiano radicalmente nel 2008 quando l'etichetta americana Light  In The Attic ripubblica Cold Fact e Coming From Reality così da reintrodurre il suo nome nel mondo musicale internazionale, e soprattutto con con l'uscita del documentario di Malik Bandjellou Searching For Sugar Man, circolato nei principali festival cinematografici americani ed europei, la cui versione in DVD ha venduto 24 mila copie solo in Inghilterra. Una sua canzone, I Wonder, è stata interpretata da Britanny Howard, cantante degli Alabama Shakes in un singolo pubblicato dalla Third Man Records, l'etichetta di Jack White, anche lui di Detroit.  Nel maggio del 2013 Rodriguez ha ricevuto un dottorato onorario in Lettere Umane dalla Wayne State University di Detroit e negli ultimi due anni è ritornato on the road suonando al Beacon Theatre di New York, al Coachella Valley Music, a Glastonbury e all'Hammersmith Apollo di Londra. A ottobre è previsto un suo show al Barclay Center di New York nello stesso posto scelto dai Rolling Stones per celebrare lo scorso anno il  50esimo anniversario della loro attività. Come dire che anche il business, qualche volta, ha un cuore.

venerdì 26 luglio 2013

JONATHAN WILSON AL CARROPONTE SESTO S.GIOVANNI 22 LUGLIO

 
   Le zanzare non hanno potuto far nulla per offuscare lunedì 22 luglio lo splendido concerto di Jonathan Wilson, colui che molti indicano essere il depositario del nuovo sound del Laurel Canyon di Los Angeles, nello suggestivo scenario post-industriale del Carroponte di Sesto San Giovanni. Con una all american band costituita da due californiani, un texano ed uno della Florida (Omar Cowen, Richard Gowen,Jason Broger, Dan Horne questi i loro nomi), Wilson ha messo in mostra il suo disco Gentle Spirit, uscito due anni fa e ormai sedimentato.  Fin dalle prime battute quel disco ha fornito materiale al concerto, e non poteva essere diversamente visto la magrezza del repertorio di Wilson dopo la parentesi coi Muscadine, uno show di chiara ispirazione seventies, con poche luci e molti suoni vintage, sviluppatosi progressivamente tra atmosfere dilatate ed oniriche, visioni psichedeliche, ballate di stile west-coast, acidi colpi di rock lisergico, chitarre smaglianti, due ore di musica suonata con grande concentrazione che ha mandato in estasi il discreto pubblico accorso a salutare uno degli act più freschi e genuini del nuovo rock americano. Capelli lunghi sulle spalle, barba incolta, t-shirt con disegni tie-dye, magro, alto,  Wilson sembra preso di sana pianta da una comune hippie di San Francisco del 1972 o da una wood cabin del Laurel Canyon di quegli anni, il ragazzo della porta accanto di amici ben più famosi come Joni Mitchell, Neil Young, Steve Stills, Dave Crosby, Jackson Browne, stesso aplomb calmo e pacifico, stessa mente persa in chissà quali sogni e pensieri, stessa gentilezza nel ringraziare il pubblico e rimanere dispiaciuto per non avere avuto la possibilità di suonare più a lungo visto i divieti delle autorità milanesi. Ridicoli, se si pensa che il concerto è in una zona di industrie e ipermercati chiusi la sera, lontano da case abitate. Così il concerto termina per forza di cose a mezzanotte quando è evidente che Wilson e la band avrebbero potuto jammare felici e contenti ancora a lungo, perché la piega che aveva preso il concerto era di quelle care alla mitologia del Matrix o dell'Avalon Ballroom, con la band in orbita ed in sintonia col pubblico e le canzoni che, travalicati i binari,  si fondevano nella  jam. Ma siamo a Sesto San Giovanni, la ex Stalingrado d'Italia e per di più nel  2013, tutta un'altra storia sebbene Jonathan Wilson ci metta del suo per ricreare l'atmosfera di quella remota California e riesca davvero con la sua voce diafana e la sua chitarra agra a ricreare il mood fascinoso del Laurel Canyon scivolando su e giù  per due ore nelle colline di un rock californiano risorto. Anche i suoi compagni di ventura vestono e hanno le sembianze degli hippie dell'era, camicie da flea market, jeans, capelli lunghi, un bassista, un chitarrista ritmico, il batterista, fa eccezione il tastierista, texano, che con la sua camicia anonima ed il suo taglio di capelli da impiegato di banca pare uno scampolo di una band di electro-pop inglese degli anni ottanta.

Iniziano senza fronzoli, la voce di Wilson non è un miracolo ma aderisce bene al basso profilo che si sono dati, partono come il disco omonimo con Gentle Spirit e poi uno dietro l'altro sciorinano  i titoli più riusciti dell'album, l'eterea ed ariosa Desert Raven contrassegnata da una Fender svolazzante e dagli arrangiamenti delle tastiere, l'uggiosa e sonnolente Canyon In The Rain  dove non è difficile immaginare il respiro di Could You Remember Only My Name di Crosby, la lisergica Natural Rhapsody  prossima ai Pink Floyd di Dark Side of The Moon, Ballad of the Pines esplicita di un modo inglese di trattare il folk con chitarre acustiche ed un coreografico lavoro  di tastiere, un pezzo che fa venire in mente i Pentangle, fino agli episodi più elettrici del set, quelli in cui risuona inequivocabile il gesto di Neil Young. Wilson non copia, è personale, la sua band ha un suono distinto, le tastiere pensano alla cornice  dei brani e alle overture, gli altri ci mettono corpo e sostanza, il leader graffia con la chitarra e coccola con la voce. Woe Is Me si muove lenta, sospesa nell'aria come il fumo della marjiuana, Valley of the Moon è desertica ed evocativa, non sarebbe dispiaciuta al Neil Young di Zuma, il suo giro di chitarra è già leggenda. Ballate, in genere, che crescono lente e sornioni, si attaccano alla pelle ed entrano nel corpo,  dondolano e rotolano attorno ad un tema che viene ripetuto e ripreso  dal riff di chitarra e dal refrain del leader, rispetto alle versioni originali dell'album sono allungate, dilatate, jammate, sporcate da un più elevato tasso di elettricità rock. La band è sicura  nei suoi svolazzi ariosi, il tastierista aggiunge  rarefazioni esotiche , nel brano che dovrebbe far parte del nuovo album in uscita a ottobre, c'è un'armonica che sa di Springsteen ed una melodia che arriva dritta da Jackson Browne, in qualche altro momento si sente il battito d'ala degli Eagles. Jonathan Wilson è nato nella Nord Carolina e ha il phisique du role di Chris Robinson ma a  tutti gli effetti è un figlio del Laurel Canyon, il suo è il più fresco rock californiano oggi a disposizione. Anche dal vivo non delude, ottimo concerto.

 
MAURO ZAMBELLINI     

 


lunedì 15 luglio 2013

NEIL YOUNG AND CRAZY HORSE LOCARNO 14 LUGLIO 2013


 

Più invecchia e più suona. Con un torrenziale concerto ad altissimo tasso elettrico Neil Young e i suoi Crazy Horse hanno definitivamente chiuso la classifica dei concerti rock dell'estate 2013: è suo il podio, senza ombra di dubbio. Nella splendida cornice della Piazza Grande di Locarno, in una bella e calda serata di luglio, il bisonte ed il suo cavallo pazzo hanno cavalcato nelle praterie del rock sotto la luna e le stelle, inscenando un concerto di devastante potenza elettrica che ha lasciato senza fiato, sfibrati alla fine da tanta veemenza e lucida follia. Vestito di nero, col cappello abbassato sugli occhi, incurante di apparire vecchio e logorato dal tempo, curvo sulla sua Gibson nera, Neil Young ha suonato in una notte di mezz'state perentorio, graffiante, duro, visionario, trascinando le sue ballate in un universo psichedelico e stroboscopico dove è risuonato l'immortale gesto rock degli anni settanta, tutta sostanza ed energia, mischiato a visioni lisergiche,  a durezze grunge e a feedback di inaudita violenza, dieci minuti di improvvisazione come quelli in coda a Walk Like A Giant, un pezzo che inizia con Sampedro che fischia ingenuo come un ragazzino nel microfono e termina in un marasma sonoro  dove pare di sentire le urla lancinanti delle orche marine in un mare di frizioni gotiche e post industriali, una coda fa far accapponare la pelle. Micidiale. Attorno a lui, anche loro curvi sui loro strumenti, Poncho Sampedro l'indiavolato chitarrista che con la sua Gibson rispondeva agli inviti di Young sporcando ancora di più con un suono abrasivo e distorto il copione, bianchissimo di capelli, muscoloso ed in canotta bianca con l'effige di Hendrix stampata sopra, un lavoratore portuale più che un rocker ed il bassista Bill Talbot concentrato sulle sue corde tanto da non perdere una nota ed in simbiosi col batterista Ralph Molina così da rimanere per lunghi tratti vicino e rivolto a lui. Insieme, i tre creavano un cerchio di magico delirio elettrico, dove compattezza ed improvvisazione si fondevano in una amalgama sonora terrificante mentre dietro a loro Ralph Molina picchiava con la cattiveria di un fabbro medieoevale.  Young con la sua voce lamentosa evocava una wilderness rock con rimandi visivi (i totem messi sul palco, le magnifiche luci bluastre e viola che illuminavano il logo dei Crazy Horse)  alle sperdute lande del nord, ai nativi americani, ad un mondo ancestrale di primitiva bellezza, il canadese era lui stesso un totem, i suoi lunghi capelli grigi, le sue smorfie, le sue rughe, il suo sguardo dolce, fiero e folle.

Ha cominciato senza dire nulla e senza il minimo saluto, da vero uomo dei boschi, con Love and Only Love , facendo capire che la notte di Locarno sarebbe stata lunga ed indimenticabile. Cinquanta minuti per quattro canzoni, quasi un record, quando Young e i Crazy Horse si mettono a cavalcare incuranti di tutto e tutto, e l'inizio dello show è quanto di meno conforme ad una logica commerciale e di consenso anche per un concerto rock, è difficile capire quando si fermeranno. Ogni tanto qualche parola, qualche verso, un refrain, ma è la tempesta elettrica a sconvolgere le fragili certezze di un ricca cittadina svizzera, Young è il fuorilegge stasera calato in città da un mondo che sembrava scomparso, il sogno di un hippie che non ha verità da regalare ma solo la propria esperienza di cavaliere elettrico ancora libero, indipendente, individualista, irriducibile, selvaggio, che suona per il solo piacere di soddisfare se stesso,agli altri tre che gli stanno attorno e alla propria concezione di musica live. Alla fine ringrazierà anche, saluterà il pubblico e si abbraccerà ai Crazy Horse sorridendo felice, consapevole di aver mandato in orbita il pubblico e di essersi divertito ancora una volta. Due ore e mezzo di show, iniziato con i 50 minuti deliranti di Love and Only Love, Powderfinger, Psychedelic Pill, Walk Like A Giant,  poi attenuati da un siparietto acustico con Blowin' In The Wind, quasi una dimostrazione di come l'uomo maturo abbia ancora gli stessi sogni dell'era felice, una dolcissima Comes A Time, Heart of Gold  e Singer Without A Song col pianoforte. Poi di nuovo la tempesta elettrica con Ramada Inn, una Cinnamon Girl in versione punk, l'ossessiva e sferzante Fuckin' Up, l'evocativa  Cortez The Killer altre volte più in palla ed il finale in apoteosi di Sedan Delivery e Mr.Soul, mai così urgente e acida. Fino all'uragano  Like Hurricane dove tra frizioni, assoli sferzati dal vento, visioni apocalittiche ed una melodia avvinghiante si va verso il meritato tributo finale quando si ha solo voglia di applaudirlo così tanto e così a lungo da lasciarlo/li sul palco per sempre, fisso come una statua, una icona, un monumento di cosa è e cosa è stato il rock n'roll. Per lui e per noi. Forever Young. Memorabile..

 

La scaletta: Love and Only Love / Powderfinger / Psychedelic Pill / Walk Like A Giant / Hole In The Sky / Red Sun / Heart Of Gold / Blowin' In The Wind / Comes A Time / Singer Without a Song / Ramada Inn / Cinnamon Girl / Fuckin' Up / Cortez The Killer / Sedan Delivery / Mr.Soul / Like A Hurricane.

venerdì 5 luglio 2013

THE BLACK CROWES, ALCATRAZ MILANO 3 LUGLIO 2013


 

Quelli del sud suonano meglio. Almeno nel rock. Se occorreva una riprova bisognava essere all'Alcatraz di Milano la sera del 3 luglio per l'ennesimo passaggio in città dei Black Crowes di Atlanta. Non c'era il tutto esaurito, si stava bene e spaziosi e per una volta l'acustica dell'Alcatraz si è dimostrata all'altezza di un evento di levatura internazionale, il giusto compendio per un concerto eccezionale, straordinario, esaltante, che ha messo una volta di più i Black Crowes sul piedistallo delle più grandi rock n'roll band della storia.

L'ultima volta che erano passati da noi era l'estate del 2011, a Vigevano, per un concerto torrido ed intenso ma troppo breve,  un'ora e poco più di show. Questa volta hanno suonato due ore esatte, dalle 20.30 alle 22.30  ma tutti i presenti avrebbero voluto che il concerto si prolungasse per un'altra mezz'ora o un'altra ora perché quello che si è sentito all'Alcatraz non è cosa che capita di sentire e vedere tutti i giorni, non è la normale amministrazione del rock, anche di quello più famoso che riempie gli stadi o l'ultimo fenomeno del momento e magari bisognerà aspettare altri due o tre anni per assistere ad un concerto così tosto, impetuoso e bello, dove si vive una speciale euforia interiore che non capita sempre, perché una droga la si può comprare ma questa euforia che nasce dentro naturale non è facile provarla, non sempre è a disposizione di sensi e cuore. E' capitato la sera del 3 luglio, il passato ed il presente che si fondono in una specie di santificazione laica del rock n'roll, dove canzoni che parlano di fratellanza, di pace, di salvazione, di umanità, cantate da un Chris Robinson che con le sue movenze dinoccolate e la sua voce spiritata delira come  un predicatore del soul e del sud, trovano accompagnamento in una band dal sound sporco, febbricitante, urgente ma anche estatico e a tratti visionario . C'è tutto quello che serve per andare in paradiso nella musica dei Black Crowes: le unghiate del British Blues, i riff degli Stones, la potenza dei Led Zeppelin, la sensualità del soul, il ritmo della musica di Memphis, il botta e risposta di due chitarristi favolosi, le jam degli Allman, l'acustica agreste del country-blues, le slide mettalliche del Delta, i voli pindarici dei Dead, i sognanti paesaggi pastorali dei  Traffic all'esordio, l'ugola arsa di alcol e negritudine  del primo Rod Stewart, la gagliarda mmediatezza dei Faces. Insomma, una enciclopedia del rock derivato dal blues, concentrata in due ore di show  ed in quindici canzoni, tante quelle presentate la sera del 3 luglio.

I Black Crowes sono tornati a Milano con la stessa formazione di Vigevano ma con un cambio importante, al posto di Luther Dickinson adesso è Jackie Green, rocker e songwriter californiano con qualche buon disco solista alle spalle, a far compagnia a Rich Robinson con le chitarre. La differenza è sostanziale, con Dickinson erano due chitarristi blues in azione, Dickinson dava una forte impronta roots al sound della band, con Jackie Green l'impasto è più equilibrato, il sound risente di un maggior tasso rocknrollistico, è tagliente, urgente, scavezzacollo, come se avessero messo un Keith Richards in formazione così da controbilanciare il tocco bluesy ed allmaniano della Gibson di Rich Robinson. Anche Green suona la Gibson ma la sua chitarra è sferzante, bruciante e cattiva e la si sente in tutta la sua efficacia quando regala un assolo da brividi, lungo e liberatorio in una incandescente versione di Wiser Time, la migliore mai sentita dal sottoscritto, l'inizio bucolico e "sospeso" con il piano di  Adam McDougall a fare da intro e poi via verso i saliscendi di una ballata ora morbida ora incalzante, che prende la via della jam, si incasina, si apre a tutta una serie di orizzonti, idilliaci prima e sulfurei poi e quando ritorna nelle amene colline della Georgia  mi fa venire in mente il "clima" di Brothers and Sisters degli Allman. E'stato uno degli highlights di un concerto potente come pochi ma di una potenza lucida, perentoria, illuminante, dove le cantilene esasperanti della messianica voce di Chris Robinson, ripetute come una ipnosi gospel, ad un certo punto si inerpicavano in tesi, ossessivi e nervosi scatti di ritmo,  che come un elicoide si attorcigliavano attorno al refrain di base creando una specie di trance che immancabilmente portava il pubblico eight miles high. Micidiali, estasi e furia, un sound che viene giù dal palco con una compattezza unica, una potenza di fuoco che vede  Chris nel ruolo di sciamano, attorniato da due chitarristi che se la giocano e se la sparano come facevano Keef e Taylor nel tour di Exile dei Rolling Stones ed un sezione ritmica che sposa funky e R&B come si è insegnato nelle università della Stax e dei Muscle Shoals, oltre ad un tastierista che riempie tutti gli spazi lasciati liberi dagli altri con un suono magmatico e fluente. Bastava la sequenza di una "tribale" Medicated Goo, magnifico ripescaggio dai Traffic di Last Traffic, della farneticante Soul Singing, della immensa Wiser Time  per andarsene a casa felici e contenti ma poi sono arrivate una sberla come Thorn In My Pride, altro highlights dello show, la micidiale Remedy ed il knock out finale di Hard To Handle fusa con Hush  di Joe South per rendere ancora più evidente che i Black Crowes sono quello che rimane dello spirito originario del rock n'roll offerto nella sua definizione migliore e più matura. Già all'inizio si è capito che i Corvi avrebbero fatto sul serio e difatti la partenza non lasciava dubbi, Jealous Again, Thick n' Thin ed una arruffata versione di Hotel Illness riallacciavo i legami con due dei loro album più amati, il primo omonimo e The Southern Harmony eccetera eccetera, poi i due episodi acustici di She Talks To Angels e Whoa Mule, acustici per modo di dire perché il tappeto elettrico sotto lo intrecciavano basso e  tastiere e sopra Chris prendeva l'acustica e venivae rapito dalla sua omelia soul, Green imbracciava il mandolino lasciando la chitarra acustica a Rich e Steve Gorman abbandonava un attimo i tamburi per le tabla, facevano pensare ad una parte tutta all'insegna del country-blues come è nel recente vinile Wiser For The Time o sull'esempio di Croweology. Niente di più errato, con Thorn In My Pride tornava la tempesta e i Corvi rivolavano alti sopra le nuvole, portando con se un pubblico sempre più osannante e lievitato, fino all'immancabile bis, una semiacustica No Expectations degli Stones da far risorgere Brian Jones ed una contorta ed un po' lisergica Movin'On Down The Line, altro estratto da Warpaint dopo Whoa Mule. Finale sontuoso per un concerto straordinario che lasciava un briciolo di amaro in bocca solo perché si sarebbe desiderato  un' altra ora in paradiso. Ma Chris Robinson non è Springsteen, purtroppo.

 

martedì 25 giugno 2013

AMERICAN LANDSCAPES 2013


per il terzo anno consecutivo è andato in onda sulle frequenze di Radio Popolare, al mercoledì dalle 22.35 alle 23.30, AMERICAN LANDSCAPES paesaggi di musica americana e terre di confine. Gli scorsi anni per ogni puntata mettevo le scalette in rete, quest'anno non l'ho fatto, un po' per pigrizia, un po' per disorganizzazione, un po' perché pensavo che a nessuno interessasse. Invece c'è stato chi me le ha richieste, purtroppo la trasmissione non è in podcast, perché interessato alla musica della trasmissione e per poter compilare qualche CD per le vacanze. Buon ascolto, quindi

24 aprile     RUMOURS part one
Second Hand News    Fleetwood Mac

Stop Messin' Round     "       "

Black Magic Woman   "      "

Madison Blues              "      "

Jumpin' at Shadows    "      "

Oh Well                        "      "

Oh Well        Tom Petty and The Heartbreakers

Need Your Love So Bad    Fleetwood Mac

Don' t Stop                 "         "

 

1 maggio   RUMOURS part two
Albatross    Fleetwood Mac

Say You Love Me    "    "

Never Goin Back    "    "

Rhiannon                 "     "

Songbird                 "     "

The Chain               "     "

Don't Stop              "     "

Dreams                  "     "

Dreams                 Whiskeytown

Gold Dust Woman   Fleetwood Mac

Planet of the Universe    "         "

 

8 maggio     PUB-ROCK   one

 From Small Things         Dave Edmunds

Down The Road Apice       Rolling Stones

Honky Tonkin'             Hank Williams

The Factory              Eggs Over Easy

I Hear You Knocking      Dave Edmunds

Henry  Morgan        Eggs Over Easy

Nightingdale           Brinsley  Schwartz

Country-Roll           Dave Edmunds

Dry Land                  Brinsley   Schwartz

 

15  maggio    PUB-ROCK     two

 Peace, Love and Understanding        Brinsley Schwartz

Miracle Man            Elvis Costello

Teenage Head        Flamin' Groovies

Cracking  Up           Nick Lowe

Crawling from the Wreckage         Dave Edmunds

Play That Fast Thing        Rockpile

White Honey          Graham Parker and The Rumour

Hey Lord Don't Ask Me Question    "      "

Three Chords Good     "    "

From Small Things         Bruce Springsteen

 

 

22 maggio     PUB-ROCK   three

 When i write a book       Rockpile

Makin' Friends          Mickey Jupp

Roxette                     Dr.Feelgood

Milk and Alcohol     Dr.Feelgood

Partir C'est Mourir un Peu      Mickey Jupp

Tore Down             Nine Below Zero

Got My Mojo Workin'   Nine Below Zero

Swing Job         Nine Below Zero

Deja Vu All Over Again       Billy Boy Miskimmin

Minute By Minute      James Hunter

Move It             Nine Below Zero

 

 

29 maggio       LA NUOVA FRONTIERA

 Lover's Grave     Cheap Wine

Stand For Your Brother      W.I.N.D.

Last Po' Man        Daniela Tenca Band

Audrey Hepburn's Smile        Miami and The Groovers

The Girl I Love Got Brown Hair           Mojo Filter

Ask The Dust          Nerves and Muscles

Happy Island         Hernandez & Sampedro

 

5 giugno    DOWN IN LOUISIANA   one

 Creole Angel       Sonny Landreth

Smack Dab In The Middle       Joe Ely

Ma Petite Femme       Lee Benoit

La Danse de la Vie     Beausoleil

Crawfish Fiesta       Professor Longhair

Lonely Hunter          Willy DeVille

Mercy Now            Mary Gauthier

Johnny Danser      Zachary Richard

The Jealous Kind    Bobby Charles

 

12 giugno   DOWN IN LOUISIANA  two

 Willie and Laura Mae Jones    Tony Joe White

Au Contraire Mon Frere      C.J Chenier

Je Me Reveille Le Matin     Clifton Chenier

Poor Man Two Step        John Delafose and The Eunice Playboys

Mazurka               Mink DeVille

Johnny Can't Dance    Wayne Toups & Zydecajun

Chatterbox          Steve Riley and The Mamou Playbos

Dive In The Gumbo     Anders Osborne and Big Chief Monk Boudreaux

 

19  giugno      DOWN IN LOUISIANA   three

 See You Later Alligator     Bobby Charles

Louisiana Rain         7 Walkers

To The Country    The Bluerunners

Back To Bayou Teche     Sonny Landreth

Jole Blon                Gary US Bonds

We Make a Good Gumbo    Tab Benoit/Anders Osborne

Chez Demous Mc Gee     Beausoleil

Bayou Breeze          Tab Benoit

Grand Isle         Steve Riley and The Mamou Playboys

 

26  giugno    DOWN IN LOUISIANA still New Orleans

 When The Saints Go Marchin' In     Dr.John

Junko Partner      Anders Osborne & Big Chief Monk Boudreaux

Take It To The Streets      Rebirth Brass Band

Slip Away          Clarence Carter

Bamboo Road         Willy DeVille

Frenchmen Street Blues        Jon Cleary

Such A Night           Dr.John

Voodoo               Neville Brothers

St.James Infirmary    Allen Toussaint

martedì 18 giugno 2013

THE MARSHALL TUCKER BAND

Ho apprezzato molto la Marshall Tucker Band negli anni d'oro del southern rock, la loro miscela di rock, blues, country e western swing suonava originale ed irresistibile, almeno fino a Carolina Dreams del 1977, grazie ad una sezione ritmica swingante, agli interventi in chiave jazz del sax e del flauto ed al picking di Toy Caldwell che con la sua Gibson Les Paul sapeva aggiungere un tocco di ruvido boogie. Col tempo la MTB ha perso pezzi, sono deceduti Toy Caldwell ed il fratello Tommy, bassista, il chitarrista George Mc Corkle, e anche l'ispirazione è scemata, così la band si è ridotta ad una attrazione soprattutto regionale, popolare nella South Carolina e nel sud, presente nelle Rock Sea Cruises per rockisti danarosi e non più in grado di stare al passo coi tempi, come invece è successo per la Allman Band ed in misura minore per i Lynyrd Skynyrd. Per di più, come il collega Charlie Daniels, la MTB ha cavalcato  l'ondata patriottarda del sud più conservatore finendo col divenire una testa di serie nei concerti di supporto a politici repubblicani, non ultimo Mitt Romney per cui hanno chiuso lo scorso anno la campagna per le presidenziali. Una considerazione che non inficia il giudizio critico musicale che  stando a questo Live! registrato il 19 settembre 1995 nella loro local town di Spartanburg è assolutamente buono. Sul palco ci sono i membri originali Doug Cray, la voce della band, il batterista Paul Riddle, il sassofonista e flautista Jerry Eubanks e George McCorkle ancora della partita. Assieme a loro Charlie Daniels, i chitarristi Stuart  Swanland e Hughie Thomasson (Lynyrd Skynyrd, Outlaws) anche loro deceduti nel frattempo, il batterista Butch Trucks ed il percussionista Jaimoe della Allman Bros.Band, l'armonicista Jim Hall ed il chitarrista Rusty Milner, una sorta di convegno di musicisti del rock sudista felici di ritrovarsi assieme a suonare. Dalla quantità di deceduti potrebbe sembrare un disco da camposanto ed invece no, una volta assodato che gli anni hanno tolto lustro a questa musica, il concerto ed il disco scorrono fluidi, piacevoli, caldi, pur con qualche nostalgia, così da contraddire l'iniziale diffidenza. Certo titoli come Heard It A Love Song, This Ol' Cowboy, Long Hard Ride, Searchin' For A Rainbow, Fire On The Mountain, Ramblin', Can You See Me, 24 Hours At A Time sono garanzia di qualità e di buona musica ma le versioni offerte dalla MTB in questo show sono ancora credibili e non parodistiche, avulse da retorica e autoreferenzialità.  I musicisti coinvolti posseggono tecnica e feeling, suonano a memoria ma riescono comunque a rubare sorrisi di consenso con quel rotondo e morbido impasto di suoni che spazia tra rock, blues, country e jazz, quelle ballate di polvere e praterie, quelle cavalcate chitarristiche che sembrano simulare una diligenza in corsa, quelle unghiate che arrivano quando il brano si evolve come una jam (è il caso di 24 Hours At A Time e Ramblin'),  trasmettendo una volta ancora lo spirito di una band di cowboy cresciuta nel mondo hippie degli anni settanta. Di acqua ne è passata sotto i ponti, peccato vederli oggi  arruolati nel becero carrozzone repubblicano del sud ma l'America è un paese strano ed il sud una terra di mille contraddizioni e allora non ci resta che storcere il naso e aguzzare le orecchie perché questo Live! From Spartanburg, South Carolina ha poco da invidiare a quelli dell'era dei fratelli Caldwell, la voce di Doug Gray è un bourbon invecchiato in botte, il sassofono ed il flauto di Jerry Eubanks sono ancora lì a scombinare, come a nessuno è mai riuscito, i paesaggi tranquilli e tradizionali del western swing, le chitarre sono superlative (sentire McCorkle in In My Own Way) e la sezione ritmica, beh, la sezione ritmica è potente, morbida, precisa, sorniona e dinamica come quella degli Allman. Indubbiamente è un disco lontano anni luce dal rock che gira oggi ma se lo sentite senza preconcetti vi divertirete .

domenica 2 giugno 2013

THE DREAM SYNDICATE Bloom Mezzago 29 maggio 2013

 
 

Sono tornati dopo 26 anni dal loro primo convegno cittadino e nulla è cambiato, il Sindacato del Sogno rimane una delle più incredibili, eccitanti, generose e oneste band di rock underground che siano mai esistite. Mettetevi il cuore in pace, intellettuali, professorini, storiografi, opinionisti di tendenza e quant'altro, è vero che il rock underground di stampo metropolitano lo hanno inventato i Velvet Underground ma chi ci ha mandato in orbita e ancora non siamo scesi da quella galassia non sono le pallide riesumazioni di quel combo di viziosi e viziati ma i Dream Syndicate di Stevie Wynn, gli unici a fondere in un solo show gloria, rabbia ed epica del rock n'roll. Poteva essere una rimpatriata tra amici, qualcuno con molti capelli bianchi (il batterista Dennis Duck), qualcun'altro sempre vestito di scuro e col fisico asciutto (l'eterno giovane Steve Wynn ed il bassista Mark Walton), un rendezvous un po' nostalgico ma credibile perché all'insegna delle cruditès elettriche urbane di cui loro sono abili gourmet ed invece quello del Bloom è stata la dimostrazione che questa band ancora oggi riempie un immaginario rock che abbisogna di ribelli che non si piegano alle logiche del mercato musicale e di concerti che suonano con una urgenza ed energia dettata dall'istinto e dal puro piacere di trovarsi in sintonia con un pubblico che richiedee la primitiva eccitazione del rock n'roll. Hanno illuminato i confusi e per certi versi insopportabili anni ottanta ma il tempo ha dimostrato che non sono stati una meteora bensì una pagina inossidabile della storia del rock, la conferma arriva dai tanti che li hanno aspettati al Bloom per uno show di straordinaria intensità e partecipazione emotiva, un premio per chi non si accontenta dei compitini buoni per far contenta la maestra spacciati oggi come l'ultima novità del rock. Altro che Mumford & Sons, altro che Arcade Fire, altro che Band of Horses, altro che Muse, tanto per buttare lì nomi tanto diversi tra loro e tanto insipidi nel creare la leggenda ed il mito del rock n'roll, che invece nelle canzoni e nelle chitarre tagliagola dei Dream Syndicate continua a pulsare come fosse uscita ieri dalle cantine del Paisley Underground. Forse un tempo, negli anni ottanta, era più facile immedesimarsi nel loro sound e nel loro gesto, si era in quella fase di ricerca di un senso esistenziale, di una identità, di complicità culturali e comportamentali, oggi la vita ha in parte diluito il sentirsi sul lato selvaggio della strada, si è diventati adulti, qualcuno ha messo su famiglia, sono arrivati i figli, sono arrivate le responsabilità imprescindibili, la terra promessa è solo una illusione, ma chiunque li ha amati nel profondo, ancora adesso, in qualche istante, sente urlare dentro di sè quei giorni del vino e delle rose che ti tengono vivo, arrabbiato, resistente, felice nell'abbandonarsi, come è successo la sera del 29 maggio al Bloom di Mezzago, ai versi romantici ed esaltanti di Boston , Halloween e di Merrittville, alle rasoiate elettriche di Medicine Show, Tell Me When It's Over,  e Now I Ride Alone, al trance acido e psichedelico di John Coltrane Stereo Blues, alla furia iconoclasta di The Days of Wine and Roses, alle cadenze ipnotiche di Burn e 50 in a 25 Zone, alla dolcezza di When You Smile. Questo è il rock, queste sono le emozioni, questi sono i Dream Syndicate, e pur stando come delle sardine in scatola arroventate dal caldo e dal sudore nello stretto spazio del Bloom (incredibile come ,dopo la chiusura del Rolling Stone, non ci sia a Milano un locale degno di un concerto rock) gli invecchiati blouson noirs del rock a serramanico hanno vissuto un grande e sotterraneo rito elettrico come ormai è raro vederne. A fianco dei tre originari Dream Syndicate oggi non c'è più Karl Precoda, menzionato da almeno il 50% dei presenti e nemmeno il suo sostituto Paul Cutler ma un Jason Victor che sa il fatto suo, sparge lapilli di psichedelia ed è più punk di un Dead Kennedys, si torce attorno alla Rickenbaker estraendo frizioni di una California fuori dal controllo, si butta a terra abbracciato al suo strumento come fosse Mick Jones dei Clash ai tempi del tour Usa di London Calling, crea un dualismo con la Telecaster di Wynn che in John Coltrane Stereo Blues evoca non solo la libertà di improvvisazione dell'hard-be bop ma prefigura anche il feedback dissonante e melodico di Wilco con Neels Cline che proprio da qui sembrano partiti per il loro viaggio dentro i meandri dell'elettricità rock del futuro. Basterebbero le devastanti e schizzate versioni di The Days of Wine and Roses e John Coltrane Stereo Blues, quest'ultima intrecciata con  Break On Through dei Doors, per azzerare parte del grunge e ridurre a ruolo di epigoni i Nirvana ma a Wynn e soci non importano le cattedre e lo si vede come stanno sul palco e stravolgono quella che doveva essere una semplice reunion, non lesinano su nulla, ne sui tempi, ne sulle canzoni, ne sui bis ( due, con Merritville e con una versione all'anfetamina di Let It Rain di Clapton), ne sulle divagazioni strumentali sempre mirate a creare un caos violento e illuminante che porta all'apoteosi il pubblico senza sedurlo ma saturandolo di eccitazione, soddisfazione, energia, benessere. Strepitosi, il miglior concerto rock dei primi cinque mesi del 2013, senza ombra di dubbio, due ore e passa di show incandescente e devastante, tutti i classici del loro repertorio, più qualche oscuro nuggets, echi di California punk, schegge di  New York tra Velvet e Television, gloria, furia, rabbia ed epica, se qualcuno se ne fosse dimenticato i Dream Syndicate sono ancora qui a ricordarci cos'è il rock n'roll.