MAURO
ZAMBELLINI NOVEMBRE 2024
MAURO
ZAMBELLINI NOVEMBRE 2024
C’era attesa per il ritorno a Milano di Marcus King con
la sua attuale band dopo la pubblicazione dell’album Mood Swings non troppo
benvoluto dai fans della prima ora. Da qualche tempo il baricentro della sua
musica si è spostato dal furente, chitarristico e jammato rock-blues degli
esordi ad un mood più confacente alle sinuosità del soul, anche in virtù di una
voce calda e leggermente arrochita che ben si adatta alle melodie di questo
genere. Le prime avvisaglie si sono avute al tempo di Carolina Confessions ma
sono diventate evidenti con la produzione di Dan Auerbach di El
Dorado e del recente Mood Swings, il primo vicino alle
ambientazioni del country-soul, il secondo un succoso modern soul che premia una voce che ha pochi eguali al momento, la
più autorevole assieme a quella dell’amico Warren Haynes (entrambi della
Carolina, il primo del Sud, l’altro del Nord) nel cantare un soul-blues di derivazione
americana. Lo show milanese ha tolto qualsiasi dubbio, Marcus King, uscito dal
tunnel della dipendenza, è parso in forma ed immerso in questa fascinazione, ritagliandosi
all’interno del concerto, un siparietto in solitario per voce e chitarra
acustica a sottolineare la veste di soul songwriter. Così, con la maestria di
un giovane Bobby Womack, ha dato voce ai palpiti di un cuore innamorato nella
struggente Bipolar Love, in Die Alone e appunto Mood Swings. Ma non crediate che ciò che è stato il suo passato
sia stato buttato alle ortiche perché la Marcus
King Band seppure in formazione rinnovata possiede ancora l’artiglieria per
sparare un benessere elettrico che tonifica i sensi, sia nelle intense ballate
che hanno i titoli di Save Me e Goodbye Caroline, momenti in cui la
commozione serpeggiava palese in platea, sia nei pezzi più muscolosi dove un secondo
chitarrista, Drew Smithers, non
sempre in tono e piuttosto meccanico nei suoi affondi con la slide (forse
perché costretto a suonare una Custom
del 1976 visto che le sue sono scomparse nel trasferimento da Madrid a Milano)
dialogava con la Gibson e la Telecaster del leader in una sincronia di
esaltanti assoli di pura scuola southern
rock. Se poi aggiungete il potente e dinamico batterista Jack Ryan, un
bassista che per tutta la durata dell’esibizione ha sorriso come fosse ad una
festa di compleanno, ed un tastierista, Mike Runyon, che con l’Hammond intrecciava
i fili dell’intero sound con quel grasso
sentore di Muscle Shoals e Stax, allora era chiaro a tutti che la Marcus
King Band poteva tranquillamente innestare la sesta marcia senza mai andare
fuori giri. Cappello da cowboy, basettoni da soulman anni 70, scuro abito di
taglio western, Marcus coi suoi pards è stato annunciato dalle note de Il Buono, il Brutto e Cattivo prima di
partire a razzo con l’arcigno rock-blues di It’sToo
Late preso da Young Blood, per poi dedicarsi alla melodica e romantica Beautiful Stranger, a Hero e This Far Gone in modo da avvalorare il nuovo corso della sua
discografia. Ma se le ballata soul con la loro innata sensualità sono il cuore pulsante
di tali tracce, la resa live non si limita all’ elegante ammiccamento proprio
del genere, perché King con i suoi compagni di ventura vitalizza il parlare
d’amore con l’ elettrizzante ed energico ardore di cui sono capaci e allora
quella che era semplice sensualità si trasforma in una esplosione di carnalità
rock. In Inglewood Motel la stanza sembra
grondante di amore, la voce di Marcus King fa vibrare l’anima e la band si
scioglie in un sussulto jazzistico che rivela una bravura strumentale di
prim’ordine, il brano si fonde con Azucar
per poi lasciare posto al malinconico tono country di Good Time Charlie’s Got The Blues, una composizione di Danny O’Keefe che veniva interpretata
anche da Presley. La robusta ed originale rivisitazione di Are You Ready for the Country di Neil Young sul giro di
chitarre di Crossroads dei Cream e 8 A.M, un lascito di California
Confessions, che parte lenta prima di scatenarsi in una bufera
soul-rock, è quello che necessita perché dopo neanche un’ora di show la platea,
finalmente divisa tra giovani e anta, donne e uomini, raggiunga la temperatura
di godimento. La sanguigna Honky Tonk
Hell trasuda boogie e bettole sporche di avventure da quattro soldi, Fuck My Life Up Again rimette in pista
il soul prima della scorbutica e caotica jam Lie Lie Lie dove il batterista scatena tutta la sua forza in un
assolo d’altri tempi per finire nel Rice
Pudding del Jeff Beck Group.
L’attesa per l’encore non dura nemmeno un minuto, sappiamo da una vita qual è
la generosità delle band nate sotto la Mason-Dixon line, la dolce Delilah e Wildflowers & Wine, altri due estratti dai dischi prodotti da
Auerbach, preparano il gran finale
per una Ramblin’ Man che manda in
visibilio l’intero Fabrique evocando Dickey Betts, gli Allman ed una tradizione
musicale che ancora sa essere viva e contagiosa.
Nella stessa sera su altri palchi della stessa Milano
andava in onda la redenzione, la glorificazione e la
santificazione del personaggio di turno, un ecumenismo di mani protratte a toccare
il mito in una sorta di rito salvifico, niente di tutto questo alla periferia oscura
della città, dentro le mura del Fabrique dove il rock n’roll rimaneva una
manifestazione profana di sensi, cuore e turbamenti pelvici, il canto semplice
e meraviglioso di un ragazzo venuto dal profondo Sud che canta e suona la
chitarra come un Dio (dei
bassifondi).
MAURO
ZAMBELLINI Foto di RODOLFO SASSANO
E’ un ritorno alla semplicità dei primi album, in
particolare a Trouble, quello che esce dalle nove tracce di Long
Way Home, ultimo lavoro del cantautore nato nel 1973 a Nashua nel New
Hampshire. Dopo aver girovagato nel cosmo con dischi come Supernova e
Ouroboros più vicini ai Pink Floyd che al folk-rock degli inizi, il
ritorno a casa era stato annunciato nel 2020 da Monovision ma è diventato
esplicito in Long Way Home. Con quella voce sabbiosa da crooner perso nel
diluvio che contraddistingue il suo cantato e canzoni che distillano emozioni e
storie di vita intima e sulla strada, Ray LaMontagne riannoda le fila della sua
esperienza artistica e lo fa nei migliore dei modi, recuperando schiettezza,
liricismo, atmosfera per regalare nove canzoni che arrivano al cuore per via
diretta. L’amore per il folk-rock dei songwriter degli anni settanta è palese,
i suoi veri vicini di casa sono Van Morrison, John Martyn, Neil Young, Jackson
Browne, Nick Drake e quella schiera di trovatori
dall’animo turbato che caratterizzarono quell’epoca. Senza dimenticare che
la sua voce si presta molto bene al soul e qui se ne ha dimostrazione in My Lady Fair dove sembra di entrare in
una registrazione della Stax dei
sixties, il punteggiare di un organo memphisiano, il calibrato gioco tra
ritmica e fiati, la voce “velata” alla Otis Redding, le carezze e la sensualità
di Ben E.King, tutto porta in quella direzione. Non è la sola canzone a parlare
quella lingua, l’iniziale Step into Your
Power fa battere i piedi attorno al corale backing vocale delle Secret Sisters in uno di quei caldi
quadretti di nostalgia soul anni sessanta, mentre I Wouldn’t Change a Thing apre un altro capitolo, quello del folk-rock
con aromi di country music per via di una lap-steel che fa molto americana. Non molto diversa The Way Things Are potrebbe essere
materia di David Crosby con quel
arpeggio delicato, la voce sospesa ed il sound minimale, e Yearning un riferimento neanche troppo inconsapevole al Van Morrison delle settimane astrali,
compresi quegli spigolosi accordi di chitarra sullo sfondo di contrasto a
quella melodica in primo piano. Un ricordo di un’epoca meravigliosa che la
seguente And They Called Her California già
nel titolo lo sottolinea, se non fosse che il dolente andamento ritmico, voce
compresa e quell’armonica inconfondibile trasportano di getto in On
The Beach di Neil Young. Sembra proprio una outtake di quell’album del
1974. Prodotto in tandem con Seth
Kauffman ( Lana Del Ray, Angel Olson, Floating Action), il nono album di
LaMontagne, a detta dell’autore, parte dal ricordo di quando a 21 anni vide in
club di Minneapolis suonare Townes VanZandt, un pensiero che lo ha accompagnato
tutti questi anni ispirandolo nella scrittura di Long Way Home, la lenta
ballata con cui si chiude l’album omonimo, introdotta da So, Damned, Blue, un inizio atmosferico
alla Fletwood Mac di Albatross per
poi diventare una intimissima confessione di arrendevolezza capace di tramutarsi
in un palpitante momento erotico. Finale di album strepitoso che rimette Ray
LaMontagne nella cerchia dei migliori songwriter dei nostri anni.
MAURO
ZAMBELLINI 2024
Registrate
all’inizio del 1993 poco prima di incontrare il produttore Rick Rubin per quelle
che sarebbero diventate famose come American Recordings , le undici
canzoni di Songwriter dovevano
costituire un album poi accantonato perché Johnny Cash fu talmente assorbito da
quella partnership musicale da proseguire una collaborazione durata per i
restanti anni della sua vita. Quei demo furono registrati nei LSI Studios di
Nashville e rimasero nel cassetto fino quando, trenta anni dopo, il figlio di
Johnny Cash e June Carter, John Carter
Cash li ha scoperti e col produttore David “Fergie”Ferguson ha isolato la
voce e la chitarra acustica dell’autore per poi darne nuova vita, aggiungendovi
parti strumentali con musicisti che avevano già suonato col padre. Nella Cabin
di Hendersonville nel Tennessee dove Johnny Cash era solito scrivere, registrare e rilassarsi,
il figlio John Carter, chitarrista e co-produttore del progetto, con l’aiuto
del fidato tecnico di studio del padre, David
Ferguson e l’altro tecnico Trey Call hanno ridotto gli originali alla sola
voce e chitarra e plasmato quel
materiale grazie agli interventi del chitarrista Marty Stuart, del bassista Dave
Roe ed il batterista Pete Abbott.
Il risultato raggiunto è prodigioso, rispettare il sound dell’epoca con un
approccio di misura e di eleganza, un sottile lavoro di interventi calibrati
che preserva il cuore delle canzoni proiettandole in un contesto moderno.
Fondamentale il ruolo di Ferguson, probabilmente una delle persone che sapeva
meglio cosa piaceva a Johnny Cash, ingegnere del suono dello studio di Jack
Clement dove Cash amava registrare e con cui aveva lavorato nella maggior parte
degli album per la Mercury e per le American Recordings, e grazie all’aiuto
del quale sono stati selezionati i musicisti protagonisti di Songwriter, album che permette di recuperare
canzoni che mostrano l’ampiezza della scrittura di Cash secondo una veste che
suona come se l’artista l’avesse registrato oggi. Il chitarrista Marty Stuart
che suonò con Johnny nei Tennessee Three
negli anni ottanta, ed il bassista Dave Roe in tour con l’artista nella decade
successiva ed il batterista Pete Abbott già con la Average White Band, sono il
nocciolo strumentale dell’operazione a
cui si sono aggiunti Matt Combs (chitarra acustica e mandolino), Mike Rojas
(Hammond B3 e pianoforte), Russ Pahl (chitarra, basso, dobro e steel), Sam
Bacco (percussioni), Ana Cristina Cash (cori) e altri invitati tra cui Dan Auerbach
, Harry Stinson, Vince Gill e Waylon Jennings la cui voce è stata salvata dalle
originali session di I Love You Tonite e
Like a Soldier. “Nell’approccio siamo andati dritti alle radici, per quanto riguarda il
suono, e abbiamo cercato di non esaltarlo eccessivamente, afferma John Carter Cash - l’abbiamo costruito come se papà fosse
nella stanza. Fergie e io abbiamo trascorso migliaia di ore con papà nello
studio di registrazione e quindi abbiamo cercato di comportarci come se fosse
lì”. “Conosco John Carter da quando
era un ragazzo, aggiunge Ferguson- quindi è stato fantastico
poter lavorare con lui. Mi ha lasciato
molta libertà d'azione, soprattutto in termini di groove e cose del genere.
Siamo andati proprio nella stessa direzione. Non c’è mai stata una
conversazione o un piano su un prodotto finale, si è semplicemente trattato di
fare del nostro meglio”.
Quelle di Songwriter sono
undici canzoni che parlano d’amore, dolore, bellezza, famiglia, salvezza
spirituale, lotte personali e redenzione con quella profondità vocale e
compositiva e quella lucidità che hanno reso Johnny Cash una leggenda, con
l’aggiunta di un pizzico di spensierato umorismo. Undici gemme di saggezza, tormento
e passione a cominciare dalla stupenda Hello
Out There, afflato vocale gospel trasformato in una visionaria dimensione cosmic-country
dal magnifico riff di Marty Stuart e dalla
dilatata steel di Russ Pahl, un messaggio di salvezza che l’autore aveva registrato
poco prima della collaborazione con gli U2 per The Wanderer. Non da meno è la seguente Spotlight, canzone sulla perdita di un’amore impreziosita dalla chitarra bluesy di Dan Auerbach, dalle
percussioni di Sam Bacco, con l’ arrangiamento d’archi di Matt Combs che
accompagna l’inconfondibile voce di Cash, una vera radiografia dell’anima. Drive On come Like a Soldier facevano
parte del primo capitolo delle American Recordings, la prima risplende
nel lavoro di 4 chitarre in contemporanea (Stuart, John Carter Cash, Wesley
Orbison, Russ Pahl) e parla delle difficoltà sopportate dai veterani di guerra del
Vietnam comunicando attraverso un sound rarefatto tutto quel dramma, la seconda
tratta invece della lotta di Cash contro la dipendenza. Scritta dopo un periodo
in un centro di recupero si muove su una linea country-folk con la voce di Cash
che sembra cercare una rinascita accompagnato dall’amico Waylon Jennings, uno degli outlaw della country music.
Due toccanti canzoni d’amore,
entrambe dedicate alla compagna della sua vita June Carter deceduta tre mesi
prima della sua scomparsa nel 2003 ritraggono un Cash accorato, signorile nel
condensare in poche note e parole, con pacata discrezione, un estratto di
storia personale sua e della famiglia. I
Love You Tonite è una commovente lettera d’amore scritta alla moglie nel
1991 mentre Poor Valley Girl parla sia di June che di sua madre Maybelle
Carter e lo fa coi modi tipici del country più asciutto e domestico, col tocco
raffinato del dobro di Russ Pahli , il contrabbasso di Dave Roe ed il contributo
vocale di Vince Gill. Sulla stessa
falsariga Soldier Boy è un estratto di arte della semplicità,
rappresentazione di una voce universale che all’epoca in cui questi demo furono
realizzati era piuttosto ignorata. Cash si trovava in una fase di pausa della
sua carriera, non aveva ottenuto quello che gli era dovuto seppure avesse
firmato un pezzo di storia musicale a stelle e strisce, solo le American
Recordings riporteranno la
giusta e meritata attenzione sulla sua opera. A maggior ragione Songwriter,
dal punto di vista lirico, è
album imprescindibile di un artista colto in un momento particolare della sua
vita, con canzoni per la maggior parte inedite, “rivestite” a nuovo con
l’intento di portare nuove persone a scoprire e approfondire la conoscenza di
un artista tanto importante. Un autore che in Have You Ever Been To Little Rock esprime
l’orgoglio per la sua terra natale su una bellissima melodia tradizionale,
mentre il tema della dolcissima She
Sang Sweet Baby James ruota
attorno ad una giovane madre single che canta Sweet Baby James di James Taylor per confortare il suo bambino.
Johnny era un fan di Taylor sin da quando quest’ultimo si esibì nella prima
stagione del "Johnny Cash Show" nel 1971. Se Well Alright attraverso il
ritmo sardonico del classico boom chicka
boom propone con umorismo l’incontro
casuale tra una lei ed un lui in una lavanderia a gettoni, Sing It Pretty Sue estratta dall’antico booksongs di Cash è la
confessione di un fan che abbandonerà ogni pretesa e non dirà a nessuno del loro
incontro riguardo a lei che ha rinunciato a tutto per una carriera affascinante ed essere una
star di proprietà pubblica. Chitarre acustiche ed elettriche, sezione
ritmica in punta di piedi per non privare la scarna poesia degli originali,
sfumature e dettagli centellinati ad arte, lap steel e contrabbasso, melodie
che pulsano di amore e sofferta esistenza, Songwriter presenta undici canzoni di rara bellezza ancora
più accattivanti con questo ritocco sonoro, il giusto riconoscimento ad uno dei
grandi autori, narratori e cantanti della musica popolare americana, degno di
sedere a fianco di Woody Guthrie, Hank Williams, Muddy Waters, Bob Dylan.
Songwriter è
disponibile nella versione singolo CD con gli undici titoli citati e nella
versione doppio CD con altri titoli noti del suo repertorio e brani
ri-registrati negli anni ottanta.
MAURO
ZAMBELLINI GIUGNO 2024
p.s
dedicata a Paolo Carù grande fan dell’uomo in nero.
Per tutti coloro che hanno amato la Allman Brothers Band ed
in generale il rock americano, la scomparsa di Richard Forrest Betts, nato il
12 dicembre 1943 a West Palm Beach in Florida, lascia un vuoto incolmabile
anche se ad onore del vero Dickey era uscito di scena qualche anno fa, da
quando nel 2018 era stato curato per una lesione cerebrale conseguente ad una
caduta e a causa di un ictus aveva dovuto annullare un tour. E’ morto a 80 anni
nella sua casa di Osprey nelle vicinanze di Sarasota in Florida, il suo manager
David Spero ha affermato che Betts era malato di cancro e di una malattia
polmonare cronica ostruttiva. Personaggio difficile ma chitarrista mostruoso
che suonava con sicurezza e creatività in uno stile unico e riconoscibile con
un fraseggio melodico dove confluivano country, blues e jazz, Betts in gioventù
aveva cominciato con l’ukulele per poi passare al mandolino e banjo nel road
show famigliare denominato World of Wonder. Optò per la chitarra elettrica per
far colpo sulle ragazze e all’età di 16 anni lasciò la famiglia per unirsi a
degli adolescenti che lavoravano in un circo itinerante. Facevano una decina di
spettacoli al giorno in una sorta di vaudeville e per Betts fu un modo di sentirsi
parte di un gruppo, ma man mano che la sua reputazione musicale cresceva anche
il suo lato selvaggio ne traeva vigore. Quando venne assunto da una band
dell’Ohio, i Jokers, per uscire dallo stato natale ebbe bisogno del permesso
del giudice perché era stato messo in libertà vigilata dopo aver scavalcato la
recinzione di un vicino e sparato ad una mucca. Con il bassista Berry Oakley, il tastierista Reese
Wynans e la moglie Dale diede vita ai Blues Messengers che il proprietario
dello Scene Club di Jacksonville, dove divennero la residency band, ribattezzò Second
Coming perché a suo dire Berry Oakley assomigliava a Gesù Cristo e quel
nome presupponeva un secondo avvento.
Le influenze musicali di Betts sono state varie e diverse fin dagli inizi, se
il primo approccio riguardava il bluegrass e l’hillbilly dei Monti Appalachi nel
tipico retaggio famigliare, poi arrivò la passione per il rock n’roll di Chuck
Berry e soprattutto il blues di B.B King e Albert King, ma amava anche il gypsy
jazz di Django Reinhardt ed il folksy sound psichedelico dei Grateful Dead. Un
background che assorbì senza porsi mai limitazioni di genere, possedeva un
orecchio incredibile ed il suo tocco poteva trasformare in un istante una
melodia gentile in un fuoco aggressivo. I suoi riconoscibili morbidi e melodici
assoli di chitarra, valga l’esempio di In
Memory of Elizabeth Reed e High
Falls, sapevano dipingere in note gli armoniosi paesaggi del suo Sud, quel
saliscendi di colline irrorate dal profumo delle magnolie che divennero un
segno distintivo del suo stile, specie dopo la morte di Duane Allman quando si
trovò ad essere l’unico chitarrista della Allman Brothers Band, una svolta
country-rock squisitamente espressa da titoli come Ramblin’ Man e Jessica e
da un album leggendario come Brothers and Sisters. Elogiato in
veste di chitarrista, Betts è altrettanto indimenticabile come autore e
cantante. Le sue prime composizioni per la ABB risalgono al secondo album, Idlewild
South (1970) dove firmò la monumentale In Memory of Elizabeth Reed divenuta nel tempo emblema del fluido e
torrenziale melting della band negli show dal vivo, sintesi di quel geniale
mescolamento jam che offriva a ciascun musicista la possibilità di divagare ed
improvvisare secondo un’attitudine jazzistica che traeva spunto dai dischi di
Miles Davis e John Coltrane, e Revival, una
canzone gioiosa e ritmata introdotta da una sei corde acustica, la cui linea
melodica ricorda Jesus is Just Alright dei
Byrds ed il cui finale si dilata fino a rammentare Love the One You’re With di Stephen Stills. Il debutto nel ruolo di
cantante solista nella ABB avvenne con il dolce e melodico country&western Blue Sky, assieme all’incantevole numero
acustico Little Martha ultimo brano a
presentare la splendida armonizzazione di chitarre di Betts e Duane Allman in coppia. Dedicata alla
moglie di allora, una ragazza indiana di nome Wabegijig che significa “cielo
azzurro”, Betts chiese a Gregg Allman di interpretarla ma fu il produttore Tom
Dowd a convincere Betts nel cantarla lui stesso. Con le sue morbide linee,
quella canzone prefigura una pastorale cavalcata tra i bucolici paesaggi del
Sud-Est degli Stati Uniti con una sequenza di frasi chitarristiche che i due maestri sembrano eseguire rilassati
e senza alcun sforzo, Duane rendendo il suono simile a quello di una pedal
steel proiettandosi in uno degli assoli più tenui e delicati della sua
carriera, mentre Betts regge una salda linea melodica con meravigliosi turbinii
di note. La si trova sul doppio album Eat a Peach (1972) e non è l’unica
sua composizione di quel disco: il lungo strumentale Les Brers In A Minor , titolo che in francese cajun significa “fratelli in La minore”, anticipa i
cambiamenti in atto nella ABB seguiti alla scomparsa di Duane con un andamento
cinematico dettato dalla scioltezza esecutiva di accento jazz di Betts, dal
calibrato uso dell’organo da parte di Gregg, dal potente basso di Oakley usato
come una seconda chitarra solista e da strati e strati di percussioni in una
poderosa ma fluida sequenza sonora. Ma è con Brothers and Sisters che Dickey
Betts sale in cattedra affiancando Gregg nella scrittura delle canzoni,
assumendo il ruolo di condottiero della band, seppure in parte riluttante, in
un momento di sbandamento e di incertezze per le morti improvvise (dopo Duane
quella di Oakley)tanto che la stessa Atlantic non sembrò, a torto, credere al
loro futuro. I concerti del periodo immediatamente post-Duane non furono tutti
esaltanti e si può capirne la ragione ma ancora prima dell’entrata in scena di Chuck Leavell e del bassista Lamar Williams, Betts con l’orgoglio tipico
del southern man si rimboccò le maniche, imparò a suonare la slide in quello
che prima era compito del solo Duane e creò una valida alternativa a Gregg nel
cantare. Responsabile la dipendenza all’eroina di Gregg, assunse il ruolo di
leader e trainò la band verso una nuova stagione. Se ne ha dimostrazione nel
concerto del 7 aprile 1972 alla Manfield House della Syracuse
University (disco recensito su Buscadero n.474) dove nella anomala line up a
cinque, la ABB interpreta un’altra parte della propria storia con una sontuosa
e commovente performance nella quale Betts si erge mattatore, Oakley tuona con
un basso dal drive forsennato e Gregg con la sua voce trasforma il dolore in
gioia.
In Brothers and Sisters sono quattro i brani
firmati da Betts che sottolineano il naturale spostamento verso un originale
sound country-rock per una band che da doppia sezione ritmica e due chitarre si
tramutava in una band con doppia sezione ritmica e due tastiere complementari, il
pianoforte di Leavell e l’organo di Gregg. La cavalcata country-blues di Pony Boy scritta e cantata da Betts con
l’umore tipico delle liriche di Willie
McTell racconta la tradizione famigliare di uno zio bevitore che cavalcava un
cavallo verso casa da una taverna per evitare il controllo delle forze
dell’ordine sulla guida in stato di ubriachezza, mentre la scoppiettante Ramblin’ Man cantata con voce schietta
dallo stesso chitarrista, inizialmente considerata troppo country dal resto del gruppo,
divenne un hit nella top 10 di Billboard narrando della voglia di viaggiare di
un uomo "nato sul sedile posteriore
di un autobus Greyhound che percorre l'autostrada 41". La muscolosa Southbound cantata
da Gregg ma scritta da Betts dava modo
al nuovo arrivato Chuck Leavell di dimostrare quanto poteva arricchire
l’alchimia sonora della band, mentre l’interplay tra pianoforte e chitarra
solista raggiungeva l’apoteosi nello strumentale Jessica dedicata alla figlia.
La storia è nota, un processo a carico del roadie Scooter Herring per traffico di stupefacenti e collusione con la Mafia Dixie, il patteggiamento e la deposizione di Gregg nello stesso processo per evitare il carcere, quintali di droga, liti, risse e matrimoni consumati come sigarette mandano in tilt una band che fino a poco tempo prima era sinonimo di comune, se non addirittura di famiglia. Esemplare la descrizione di Phil Walden, il creatore della Capricorn Records: “a quel punto eravamo tenuti insieme con lo spago, tutti conducevano una vita a dir poco sregolata, spendendo soldi come se non ci fosse un domani, ognuno aveva la propria suite d’albergo e la propria limousine, assumendo quantità di stupefacenti a dir poco prodigiose, consumando in una sera tanto alcol quanto ne consumava l’intera clientela di un bar ben frequentato in un fine settimana”. Una sera Betts ubriaco demolì i locali della Capricorn rivoltando scrivanie e sbattendo a terra i dischi d’oro appesi alle pareti, la moglie Sandy altrimenti detta blue sky divenne vittima di pesanti maltrattamenti e chiese il divorzio, il marito accettò di pagare alla moglie un indennizzo di 56 mila dollari. La situazione andò fuori controllo ma prima dello scioglimento del 1976 ci fu ancora tempo per ottima musica. A detta del produttore Johnny Sandlin la realizzazione di Win, Lose or Draw fu uno dei compiti più ardui della sua carriera, le tensioni e le divisioni all’interno della ABB erano al massimo, Gregg stava costantemente a Los Angeles a consumare la sua burrascosa love story con Cher, le assenze erano in numero maggiore delle presenze, gli unici a suonare sempre insieme in studio erano Leavell, Jaimoe e Williams, ognuno registrava separatamente i propri assolo, fu un miracolo che quell’album uscì. Vituperato in maniera eccessiva dalla critica, in Win, Lose or Draw c’è a mio modo di vedere uno dei numeri più brillanti del Betts musicista: High Falls. Quindici minuti e oltre di armonioso e liquido jazz-blues con un inizio etereo e sognante dove Betts si dileggia in una delle sue dolci e liriche geometrie tanto da evocare paesaggi country pur facendo presagire uno stile “fusion”.
L’album fu pubblicato nel 1975 un anno prima di Highway Call, primo disco di Betts a suo nome e meraviglioso affondo nella musica delle sue origini, il bluegrass, con il virtuoso di violino Vassar Clements, il suonatore di pedal steel di Conway Twitty John Hughey, il chitarrista Tommy Talton, il gruppo bluegrass dei Poindexters e quello gospel dei Rambos, oltre a Chuck Leavell e ad una sezione ritmica. Niente zucchero e sviolinate Nashville ma jam e libere improvvisazioni in nome di un progressive country con una attitudine tesa a scompaginare le regole del genere in un mix di ballate, western swing, strumenti tradizionali ed elettrici. Il senso di una musica solare e corale, sullo sfondo di una festa agreste tra le boschive pendici dei monti Appalachi, canzoni che riconoscevano il desiderio di una vita rurale più semplice, forse un riflesso della tensione negli incessanti tour della ABB. Non fu l’unica sua iniziativa solista nel periodo “ognuno per la sua strada” della ABB, nel tentativo di racimolare denaro causa i debiti per il divorzio da Sandy e grazie agli anticipi della Arista si inventò una copia dei Brothers assoldando due batteristi, il valente chitarrista “Dangerous” Dan Toler, il bassista Ken Tibbets ed il tastierista Tom Broome per formare i Great Southern. Un primo album firmato Dickey Betts and The Great Southern (1977)
rappresenta il caldo viaggio tra bouganiville, palme, distese marine all’insegna di un sinuoso blues dettato dal suo raffinato stile chitarristico, un secondo lavoro col titolo di Atlanta’s Burning Down (1978)con “Rook” Goldflies al basso ed il fratello di Dan Toler, David alle percussioni, nonostante la presenza della cantante Bonnie Bramlett e del tastierista Reese Wynans, indurisce un po’ la materia ma sconta il modo in cui fu prodotto ed inserite le parti vocali. Fu un flop ma col senno di poi è meno peggio di quanto sembrò all’epoca, quando il fantasma della ABB continuava ad aleggiare sulle scelte fatte dai singoli membri, Gregg con Laid Back ed il tour con l’orchestra, gli altri con i Sea Level. Risposatosi con un’ amica di Cher, Paulette e risolti momentaneamente i suoi problemi grazie alla frequentazione degli Alcolisti Anonimi, Betts si riconcilia con Gregg dopo che alla rivista Rolling Stone, a seguito della deposizione dell’Allman contro Scooter Herring, aveva confidato di non volere mai più salire sul palco con lui. Si porta appresso dai Great Southern, Dan Toler e David Goldflies e nel novembre del 1978 la ABB si ricompone attorno a Gregg e Dickey con Butch Trucks, Jaimoe e i due nuovi arrivati. Enlightened Rogues fa ben sperare e Dickey Betts ne è protagonista firmando cinque canzoni su sette, tra cui Blind Love con l’amico e attore Don Johnson ma la resurrezione dura poco, due album mediocri se non pessimi come Reach For The Sky e Brothers of The Road segnano la fine della prima era della ABB. Corrispose all’arrivo degli anni ottanti dove tutto cambiò: trend musicali, look, suoni e marketing. Con il debutto del compact disc sul mercato, una sempre maggiore diffusione di sintetizzatori digitali e batterie elettroniche oltre ai campionamenti, aveva stravolto le modalità di registrazione della musica, il synth-pop sostituì le chitarre, fu un periodo duro per i musicisti vecchio stampo. Il Southern rock aveva assunto un significato dispregiativo, divenne un marchio che andava stretto all’ufficialità del rock, e scomodo per il business che ormai non ne voleva più saperne di stivali, cowboy, capelli lunghi e jam chilometriche. Con Mtv, l’ art department poteva svoltare la carriera di un artista, la cultura visuale della popular music cambiò radicalmente da un giorno all’altro. Gregg Allman fu costretto a mettersi alla ricerca di serate nei bar per tirare a campare, barcamenandosi in situazioni quantomeno approssimative suonando davanti a veterani e vecchi hippie, Dickey Betts mise insieme i BHLT con Leavell, Trucks e Jimmy Hall di Wet Willie esibendosi nei night-club, si proposero per registrare un album ma trovarono porte chiuse ovunque. Alla fine Gregg assemblò una piccola band coi fratelli Toler e grazie al vecchio manager della ABB Willie Perkins allestì un tour nel Nord-Est degli Stati Uniti e per economizzare sui costi unì le forze col vecchio amico Dickey nel Double Bill Tour ovvero prima suona uno, poi l’altro e alla fine jam insieme. I biglietti si volatizzarono in un attimo a dimostrazione che molti fans non li avevano dimenticati e quello fu un prologo della reunion. Nel 1987, a sorpresa, Gregg riuscì a pubblicare un album I’m No Angel che diventò disco d’oro mentre Dickey Betts dopo continui cambiamenti d’organico, ridefinì la sua band ingaggiando il talentoso emergente chitarrista Warren Haynes ed il tastierista Johnny Neel che andarono ad aggiungersi a Matty Privette e al batterista Matt Abts, il quale tempo dopo sarebbe finito nei Gov’t Mule.
Nello studio Pegasus di Butch Trucks a Tallahassee, ospite del disco, come Dickey Betts Band registrarono Pattern Disruptive, un solido e dignitosissimo compendio di rock, blues e country. Ma fu la pubblicazione nel 1989 di uno dei primi box in CD, Dreams con cui si ricapitolava la storia della ABB, e la nascita di un nuovo format radiofonico, il classic rock, a favorire la resurrezione degli Allman. Per quegli strani corsi e ricorsi della storia le radio americane avevano avviato un parziale cambio di direzione rispolverando la musica di un tempo riproposta con rinnovato entusiasmo, il blues riappariva in scena grazie a Steve Ray Vaughan, Fabulous Thunderbirds, Robert Cray, e Rolling Stones e Who tornarono on the road coi loro show. La Allman Brothers Band li seguì andando in tour ancora prima di pubblicare il nuovo disco con la Arista. Di nuovo Gregg, Dickey, Jaimoe e Trucks si trovarono a fianco l’uno dell’altro, con le aggiunte di Warren Haynes e Johnny Neel sopraggiunti dalle session di Pattern Disruptive, e del bassista Allen Woody transfugo dal gruppo del batterista dei Lynyrd Skynyrd Artimus Pyle. Dopo che gli Allman si ricomposero, molti giornalisti scrissero di un ritorno dei dinosauri, chiedendosi se fossero ancora in grado di fare buona musica, la cosa non fece che dare più spinta e determinazione a Dickey, Gregg e compagni che sul campo risposero con ottimi dischi(a cominciare da Seven Turns del 1990), e grandi tour rilanciando una epopea che li avrebbe portati fino al concerto d’addio al Beacon Theatre di New York nel 2014. Seven Turns fu un cambio di rotta rispetto alle scialbe prove con la Arista, le chitarre di Haynes e Betts resuscitarono il classico sound della ABB e Gregg riacquistò carisma pur essendo ancora in lotta con la dipendenza. Riassunsero il produttore di At Fillmore East, Tom Dowd il quale fu decisivo per un album importante nella ricostruzione di un rapporto umano e artistico tra i due leader, e Betts si ritrovò di fianco un chitarrista, Haynes, di grande tecnica che lo poteva liberare nei suoi assoli senza che avesse l’impegno della slide. Sette canzoni su nove sono scritte da Betts con le parti vocali distribuite tra lui, Johnny Neel, Haynes e Gregg. Tra le cose migliori spiccano Good Clean Fun, lo strumentale True Gravity una poderosa escursione sui sentieri del jazz con Ornette Coleman nella mente, altro amore di Betts, e la canzone che dà il titolo album dove Dickey ricrea l’atmosfera di Blue Sky attraverso un delicato arpeggio di chitarra acustica prima di immergersi in una vera e propria ballata. I seguenti Shades of Two Worlds (1991) e Where It All Begins (1994)convalidano la sinergia esistente tra Betts e Haynes e quest’ultimo acquista peso nella composizione in titoli come End of The Line, Kind of Bird e Soulshine ma il vecchio timoniere ha ancora colpi in canna e basta Nobody Knows per far capire quanto il suo ruolo sia stato fondamentale nell’intera storia della ABB, coniando con il suo stile un sound che quando di lì a poco sarà allontanato dalla truppa, non sarà più lo stesso. Nel 1995 la ABB fu inserita nella Rock and Roll Hall of Fame ma Gregg era troppo ubriaco per fare il discorso di accettazione, fu il passo decisivo per dare un taglio a tutto, comprese le sigarette, e ripulirsi. Introdotti da Willie Nelson, Betts si cimentò in un esplosivo assolo nell’esecuzione di One Way Out ma poi, imperterrito continuò nella sua dieta a base di alcol e complice il suo atteggiamento dispotico assunse un comportamento molesto nel confronto degli altri compagni. Spesso se ne stava in disparte, raggiungendo sbrigativamente l’albergo a fine dello show, venne arrestato e tradotto in cella nello stato di New York per resistenza a pubblico ufficiale e turbamento dell’ordine pubblico a seguito di un violento alterco con la sua quinta moglie Donna. Sul palco si limitava ai suoi assoli e appariva svagato ed insofferente, era diventato aggressivo e pericoloso, in Oregon prese a pugni Allen Woody e quando Haynes si allontanò temporaneamente dalla scialuppa per andare a formare i Gov’t Mule, il sostituto Jack Pearson, già sofferente di acufeni, fu sottoposto agli esagerati decibel imposti da Betts così da abbandonare la band. L’innesto di Derek Trucks diede entusiasmo a Betts, contento di trovarsi un giovane a fianco ma quando Trucks si cimentava nel suo assolo, si metteva in disparte osservandolo come un falco. Continuava ad ingurgitare ettolitri di birra e spesso farfugliava sulle canzoni suonando ad un volume incredibile, alla fine gli altri lo invitarono a staccare momentaneamente la spina per una cura disintossicante. Avrebbero suonato senza di lui per qualche mese ma le cose non si sistemarono affatto, Betts continuò ad accusare Gregg di averlo licenziato con una telefonata, alla fine fu lui stesso a lasciare i Brothers e la diatriba finì in un arbitrato davanti ad un mediatore per i diritti delle canzoni ed il merchandising. Betts era stato uno dei fondatori della ABB, oltre che una pedina fondamentale per il loro particolare stile rock-blues, il cowboy che in tante occasioni aveva guidato la carovana e risollevato la baracca dopo la morte di Duane ma il suo nome non era mai comparso in quello della band che faceva riferimento solo ai fratelli Allman, e ciò lo indispettiva. Non stette a leccarsi le ferite per tanto tempo, nel giro di un anno aveva già messo in cantiere un gruppo con tanto di sassofonista ed inciso il traboccante Let’s Get Together
un bel album con parecchi
riferimenti al be-bop e qualche brano, Rave
On e One Stop Be Bop, che i
Brothers avevano suonato negli anni precedenti dal vivo ma poi lasciato da
parte. Riformò i Great Southern con un manipolo di bravi musicisti tra cui la
cantante Twinkle e soprattutto il figlio Duane, degno continuatore di una
lezione musicale ed uno stile chitarristico da salvaguardare nel tempo, come
dimostra l’eccelso suo album Wild & Precious Life del 2023. Il
brillante The Official Bootleg riporta estratti del tour nord-americano
di Betts coi Great Southern del 2006
dove trovano posto tutti i classici del suo songbook, da High Falls a Blue Sky, da
Seven Turns a Elizabeth Reed, da Southbound
a Jessica e Ramblin’ Man mentre
per la serie Rockpalast i Great Southern con in squadra Duane Betts e l’altro
chitarrista di scuola allmaniana, Andy
Aledort, li troviamo nel 2008 in un set altrettanto incandescente.
Purtroppo i vecchi rancori con Gregg Allman non consentiranno una reunion con
la ABB, Betts ritornò a suonare a New York nell’intima Concert Hall a pochi
isolati dal Beacon Theatre nel 2014, ma
sebbene invitato non prese parte al concerto d’addio della Allman Brothers Band
nell’ottobre dello stesso anno. Insieme a suo figlio Duane, partecipò sabato 3 giugno 2017 a
Macon al funerale di Gregg Allman alla Snow's Memorial Chapel, sepolto vicino
al fratello maggiore Duane e al compagno di band Berry Oakley nello stesso
cimitero di Rose Hill a Macon dove erano soliti scrivere canzoni tra le lapidi,
non lontano da quella US Highway 41 cantata da Dickey in Ramblin' Man. L’ottantesimo compleanno di Richard Forrest Betts
coincise con uno spettacolo alla Van Wezel Performing Arts Hall di Sarasota
dove Dickey viveva con la quinta moglie Donna, ed in quella occasione Devon
Allman, figlio di Gregg, e Duane Betts unirono le loro chitarre. Dopo la morte del padre, Duane ha affermato. “Sono così grato di aver avuto un padre come
lui, è sempre stato il mio eroe, il mio mentore e il mio chitarrista preferito
al mondo. Voglio ringraziare tutti voi che avete inviato messaggi, pregato e
trasmesso buona energia alla mia famiglia e a lui."
Per tutti noi che abbiamo amato le gesta della Allman
Brothers Band, Dickey Betts rimane un faro acceso che non si spegnerà mai.
MAURO ZAMBELLINI
MAGGIO 2024
Cambio di formazione rispetto all’album precedente Ol’
Glory di cinque anni fa, dei vecchi Mofro sono rimasti il bassista Todd
Smallie e i due trombettisti Marcus Parsley e Dennis Marion, l’unico sassofono
ed il flauto sono ora in mano a Kenny Hamilton, c’è una terza tromba, John
Reid, il chitarrista è Pete Winders, il tastierista Eric Brigmond e la sezione
ritmica è composta dal batterista Craig Barnett e dal percussionista Eric
Mason. Un nutrito cast di voci, il fagotto, il fadolin (uno strumento a sei
corde usato come un violino ma capace di creare anche i suoni di una viola ed
un violoncello) ed un trombone completano la big band, a cui si aggiunge in un
paio di brani l’Orchestra Sinfonica di Budapest.
Come si evince dallo schieramento in campo, l’album
presenta una diversa complessità rispetto ai precedenti lavori e lo si nota
subito con l’iniziale The Sea un’ode
all’amato oceano, lenta e melodica dove l’orchestra ne sottolinea il clima di
tranquillità, accompagnata dal pianoforte e dalla chitarra acustica. Il verso io appartengo al mare/casa dei liberi
svela il profondo coinvolgimento dell’autore in simile contesto. Di tutt’altra
pasta la seguente Top of the world, le
coriste rispondono alla chiamata di JJ Grey mentre la sezione fiati imbandisce
un banchetto di musica New Orleans. Se
sei venuto per cambiare il mondo, lascia che ti mostri la porta-canta JJ
Grey e il brano si trasforma in una musica festosa e contagiosa, prima che la
seguente On a breeze rallenti il
ritmo pur mantenendo intatta la carica
di speranza in oh my love, che tu possa
vedere cieli sereni e tutto ciò che meriti. Con Olustee ritroviamo il JJ Grey del passato in una storia che evoca i
tragici incendi che hanno devastato sette contee della Florida settentrionale
nel giugno 1998 provocati dai fulmini sulle campagne aride. Il brano è forte e
duro, il lungo devastante assolo di chitarra elettrica dà la sensazione del
pericolo e del fuoco che incalza, una esortazione a correre più forte per
scampare la morte. L’incendio costrinse a chiudere 135 miglia della highway 95
che collega Jacksonville e Titusville e sospendere l’annuale competizione del
Daytona International Raceway. L’alternanza di R&B e ballate trova conferma
in Seminole Wind, cover di John Anderson, un grido per la
preservazione delle Everglades : il
progresso è arrivato e ha voluto il suo prezzo, ed in nome del controllo delle
inondazioni hanno fatto piani per prosciugare la terra, ora le radure si stanno
inaridendo. Il soul-rock ecologico di JJ Grey prende la piega di una
ballata con le trombe al centro della canzone ed un crescendo corale che
racchiude tutto il dolore dell’uomo delle paludi nel veder compromessa la
ricchezza del territorio dove lui, la sua famiglia, gli amici e la comunità
sono vissuti in equilibrio con la natura. Il rhythm and blues di casa Stax si
fa strada prorompente in Wonderland, coriste
all’attacco e ritmo che incalza con tutta la sezione fiati alle spalle, mentre
la seguente Starry Night come da
copione allenta la tensione elettrica dando spazio agli arrangiamenti d’archi e
all’abbraccio di un canto d’amore che si conclude con la sezione fiati in
avanscoperta. Free High è energia
allo stato puro, stacchi, urla, schiamazzi gioiosi, Sly and Family Stone sugli
scudi ed un arrembante voglia di far casino con tutto quanto di meglio l’epoca
d’oro del soul e R&B ha lasciato dietro di se. Ancora soul ma lento e
appassionato in Waiting dove l’autore
confida non sono mai stato ciò che potevo
essere, e so che non è mai stata colpa di nessuno se non mia, mentre in Rooster canta la donna è l’anima di un uomo, riesce a tenere tutto insieme quando tu
non puoi, lei è la fonte da cui sgorgo, mi insegna molte cose che non faccio,
ma io sono un gallo e questo è un dato di fatto, quindi sai come mi comporterò.
E non poteva che essere un funky sincopato e nerissimo, dal ritmo dance ad
accompagnare tale affermazione di presunta virilità, per poi abbandonarsi alla
circospetta riflessione di Deeper than
relief, melodia fin troppo accorata e sinfonica con flauto e archi protagonisti,
per i modi schietti di JJ Grey e la sua band. Suona come la chiusura del
cerchio e si ricongiunge con la romantica, iniziale The Sea. Accantonati gli aspetti più strettamente blues della sua
musica, con Olustee JJ Grey &
Mofro
ci offrono una dimostrazione di quanto il rock o presunto tale sia
ancora credibile quando parla di preoccupazioni e sensibilità, un anima
inquieta in canzoni ricche di sentimento per la vita e l’ambiente con un sound
che appartiene di diritto alla tradizione southern.
MAURO
ZAMBELLINI MARZO 2024
p.s articolo retrospettivo su JJ Grey& Mofro su Buscadero di aprile
Hanno riavvolto il nastro i Black Crowes e sono ritornati
alla linea di partenza. Dopo anni ognuno per la sua strada, Chris e Rich
Robinson dal 2019 hanno ricominciato a parlarsi e a fare musica insieme, prima
sfruttando la ristampa del loro album d’esordio Shake Your Money Maker per allestire un tour che li ha visti esibirsi
in venti paesi per un totale di 150 show, a cui è seguito un disco live, e
adesso mettendo in circolazione il decimo album della loro discografia, dopo
quindici anni dal loro ultimo lavoro con brani originali. Happiness Bastards lo spavaldo titolo con cui si
ripresentano è un chiaro e rinfrescante ritorno ai suoni e al vigore degli
esordi, un tuffo nel più quintessenziale schietto e viscerale rock n’roll
tinteggiato con una buona dose di rhythm and blues. In un periodo in cui questa
musica sembra messa alle strette dalle nuove ondate tecnologiche e pop, loro e gli
Stones con le recenti registrazioni tengono in vita una idea antica ma ancora in
grado di ossigenare sangue e menti di molti ascoltatori, ribellandosi ai
destini segnati da trend più importanti per i meccanismi e i calcoli aziendali
che per il benessere delle masse. Ammesso che queste siano disposte a lasciarsi
contagiare da un classicismo che stando alle cifre di vendita di Hackney
Diamonds miete ancora proseliti.
D’altra parte come diceva un rocker tutto di un pezzo, Tom Petty “c’erano ideali in quella musica degli anni
cinquanta e sessanta e voglio vedere quegli ideali rimanere intatti”. Scarno,
asciutto e diretto, Happiness Bastards è la
lettera d’amore dei Black Crowes al rock n’roll, un concentrato di ingredienti
atti a svegliare gli animi intorpiditi di rockers pronti per un ultimo ballo. Inossidabili
i Corvi Neri non paiono avere paura del tempo, fanno urlare le chitarre, soffiano
il blues in un’armonica che non è un semplice strumento ma la reliquia lasciata
dal Grande Fiume, scatenano un ritmo a palla dietro l’inconfondibile voce del
leader, lo sciamano che implora una urgente sometimes
salvation e ad ogni ascolto fa salire la febbre. E quando chiudono un album
come Happiness
Bastards suonato senza mai
toccare il freno, con una ballata del calibro di Kindred Friend allora ti
accorgi che il cuore ed il sentimento sono ancora lì, in chi non ha ancora
svenduto il proprio guardaroba anni settanta, musica fatta di riff brucianti,
organi di Chiesa, voci rapite dall’esaltazione del momento. Pazienza se non ci
sono più le galoppate psichedeliche di Marc Ford e album visionari come Amorica
e Three Snakes and One Charm, anche
le atmosfere bucoliche care a The Band di Before The Frost…Until The Freeze….., sono accantonate salvo qualche rara ballata, ciò
che i Black Crowes offrono nel nuovo album è quel gagliardo, maleducato,
sensuale approccio con cui negli anni novanta si fecero spazio nell’affollato
panorama dominato dal grunge preferendo confondersi con le borchie del metal
piuttosto che vestire le camicie di flanella. Happiness Bastards è figlio di Shake Your Money Maker ma di acqua ne è passata e ciò che è stato,
comprese le avventure soliste dei due fratelli, fa parte della continuazione di
una storia con tutto il bagaglio di esperienze vissute, il tentativo di rincorrere
il tempo perduto. Parte con l’acceleratore a tavoletta Happiness Bastards e se non fosse che le note del disco dicano di
Jay Joyce come produttore, si penserebbe
che dietro canzoni fulminanti come Bedside
Manners e Rats and Clowns ci sia la mano di Andrew Watt, l’uomo alla
consolle negli ultimi lavori di Stones ed Iggy Pop. Siamo comunque sotto la
Mason Dixon-Line, qui il sound è più sporco e meno metallico nonostante la
sezione ritmica (Sven Pipien e Cully Symington) sia roba da fabbrica
metallurgica ma non puoi togliere il Sud dai Black Crowes e allora quando è il
turno di Cross Your Fingers il ritmo
singhiozza, la batteria accentua la crudezza delle chitarre, Rich Robinson se
la gioca e fratello Chris quando stacca lascia
al backing vocale e alle tastiere il pretesto per creare
quell’orgiastico gospel di cui sono maestri . L’inizio rutilante di Wanting and Waiting non lascia dubbi, loro
non sconfessano nulla, né il boogie né i tumulti famigliari e le gelosie,
difatti sembra una nuova versione di uno dei loro primi cavalli di battaglia, Jealous Again. Chris è abile nel
trascinarsi dietro sia i cori che l’Hammond ed il battere ottuso della
batteria, le chitarre sono morsi velenosi, il sabba è di nuovo in scena. Me la
vedo già in concerto, sarà impossibile stare seduti agli Arcimboldi. Pezzo da
novanta. Con la cantante Lainey Wilson,
una che si veste come loro pur bazzicando il country, i Corvi concedono la
prima pausa in tanta euforia, Wilted Rose
si apre con le chitarre acustiche, Chris sembra immerso in una sorta di
preghiera, ma ad un certo punto tutto sembra andare a carte e 48 in un
terremoto elettrico che sconvolge quella che avrebbe dovuto essere una pacifica
ballata. E’ caos ma poi la Wilson riconduce il brano sulla via di una ballata
gotico-sudista. Viene lasciato all’Hammond il compito di riaprire le danze, Dirty Cold Sun puzza di Stones in un
ambiente dove il fumo ed il bourbon sono i propellenti di un rock che non ne
vuole sapere di diventare saggio e se i loro miti nel 1969 cantavano Let It Bleed , adesso loro rispondono
con Bleed It Dry pur con gli stessi umori,
ovvero l’armonica, la slide e la voce febbricitante di Chris ad inscenare un
blues da strada sterrata. Forse la
concessione al mainstream arriva con Flesh
Wound, col suo drumming da marcia militare ed il coro trionfale ma le
chitarre in apertura di Follow That Moon citano
i Led Zeppelin prima che diventi un rhythm and blues killer che scuote corpo e
anima. Il trance di Chris nel cantarla suona come la felicità ritrovata nel sentirsi
di nuovo unito a fratello Rich e allo storico bassista Sven Pipien, salvo smentite sempre in agguato quando si tratta di
una brothers band. Ma la sontuosa ed emozionante ballata Kindred Friend non può essere una illusione, quel romanticismo
polveroso dell’ amico affine è la
speranza che il nuovo corso non si esaurisca troppo in fretta. Alzate il volume,
i Corvi Neri stanno ancora cavalcando nelle praterie del rock n’roll.