giovedì 15 settembre 2022

ASPETTANDO COLOMBO Una storia degli anni settanta


 

Londra, agosto 1977

La ristampa in box contenente tre CD doppi riguardanti uno dei più prestigiosi live in ambito rock mai pubblicati, ovvero Waiting For Columbus dei Little Feat,  riavvolge il mio nastro dei ricordi a proposito di uno degli episodi più fortunati  della mia esperienza di fan. L’anno era il 1977, lo stesso della nascita ufficiale del punk e della morte del Re del rock n’roll, non un anno qualsiasi quindi ma venendo dalla periferia dell’impero ed ignaro della rivoluzione in atto a Londra, mi misi in viaggio con un amico e le rispettive fidanzate (una sarebbe poi diventata mia moglie) per una vacanza in Irlanda, luogo sognato per i suoi paesaggi, la sua musica e i suoi alcolici ma allora non ancora nel mirino delle agenzie turistiche. A quel tempo non esisteva Internet, tutto girava in modo diverso, si partiva spavaldi ed avventurosi senza sapere bene cosa avremmo trovato sul percorso, senza prenotazioni e con qualche costosa telefonata internazionale per capire di traghetti e passaggi. Unica garanzia erano gli indirizzi e le segnalazioni delle guide turistiche Clup, edizioni universitarie allora in auge tra il pubblico “alternativo” ancora a digiuno di Routard, almeno in Italia. Del tutto fortuito poi incontrare, strada facendo, qualche concerto o avvenimento artistico appetibile perché come detto, Internet non c’era e pure le riviste internazionali di musica erano da noi di difficile reperibilità. L’unica cosa su cui si poteva contare era la propria autovettura, la tenda, il sacco a pelo e la piccola Bialetti per il caffè, salvataggio d’obbligo dai surrogati d’oltralpe. Fuori dalle grandi metropoli, difatti, si ricorreva al campeggio, per scelta e per economia e la Bialetti anche nei momenti più critici ti faceva sentire a casa. Bisognava avere dimestichezza con le carte geografiche e stradali ma quello è sempre stato un mio pallino tanto che anche oggi quando faccio le escursioni motociclistiche non uso mai il navigatore a meno di non trovarmi nel dedalo urbano di città come Lione o Marsiglia. Ricapitolando siamo in quattro a partire da Somma Lombardo , ci sono le due fidanzate e l’amico Friz (in realtà si chiama Maurizio ma in età di gioventù, 18 anni circa, dopo una bevuta collettiva di frizzantino nel Circolo del paese vicino dove si andava a rimorchiare le ragazze, tornando a casa coi rispettivi motorini lo trovammo riverso a terra col suo Bianchi Falco 50cc e i 45 giri che gli avevamo affidato perché si era soliti portare sempre appresso il mangiadischi, sparsi per tutta la piazza. Fu naturale chiamarlo da lì in poi Friz ), direzione Nord, attraversamento della Francia fino a Calais, imbarco per Dover e poi Londra. Due giorni nella metropoli inglese e poi altra cavalcata fino in Galles a Holyhead dove un altro traghetto ci avrebbe portato a Dublino. Naturalmente in quell’era senza Internet e piuttosto avversi per spirito “alternativo” nonché ideologico alle agenzie turistiche, capitava di arrivare a Calais e non avendo nessuna prenotazione aspettare ore per il primo traghetto disponibile. Stessa storia a Holyhead dove arrivammo in una notte buia e tempestosa e aspettammo mezza giornata prima di imbarcarsi. Era il prezzo dell’avventura e andava bene così, in fondo a guardar bene quel mondo meno globalizzato  e più lento era più umano di quello attuale. L’arrivo a Londra fu comunque problematico perché districarsi tra le sue vie con la nostra Renault 4 guidando a sinistra e contemporaneamente cercando un hotel adatto alle nostre tasche non fu per nulla semplice. Lo trovammo con la sua unica stella dalle parti di Earl’s Court e l’impresa ci sembrò di grande auspicio. Bagagli in camera, una doccia nel bagno comune in corridoio, e poi via entusiasti e pimpanti alla scoperta della grande città. D’obbligo servirsi della metropolitana ma prima di scendere nell’abisso delle linee londinesi compro un giornale, non ricordo il nome, di quelli che ti dicono cosa fare in città in termini di spettacoli, concerti, musei, ristoranti, club, cinema e chi più ne ha ne metta. Già appassionato da anni di musica e al tempo conduttore di Radio Varese 100 e 700, radio libera da me ribattezzata (è stato pubblicato anche un libro a proposito)in maniera iperbolica come si usava tra situazionisti, l’unica radio libera dell’occidente occupato, mi cade l’occhio su un trafiletto che annuncia quattro serate al Rainbow Theatre dei Little Feat. Fermi tutti, panico, innalzamento improvviso della pressione arteriosa, aumento del battito cardiaco. Conosco e apprezzo i Little Feat e l’occasione di trovarseli a portata di mano, per di più casualmente, a Londra è un colpo di fortuna che neanche se vendi l’anima nei crossroads del Mississippi ti riesce. Oggi sapremmo tutto sei mesi prima riguardo al possibile tour inglese dei Feats, anche in quale albergo alloggiano, ma quella era preistoria rock, un altro mondo felice nella sua limitatezza di informazioni. Mi volto verso gli amici e comunico che per qualsiasi cosa al mondo voglio andare al concerto dei Little Feat la sera stessa. Di nuovo panico, ma degli altri. Friz li conosce marginalmente anche se ha sempre avuto buon orecchio per la musica e rimane in stand by, immediati musi lunghi per le due donzelle che manco sanno dell’esistenza di Lowell George e compagni e sognavano una cenetta in qualche tipico pub londinese. Accampano pretesti in difesa della loro resistenza, “ma senza biglietti è inutile andare” anche perché la scritta sold out a margine del trafiletto non lascia scampo, e poi “il teatro sta dall’altra parte della città ed è un casino arrivarci”. Non indietreggio, loro possono fare ciò che vogliono ma io vado in metropolitana dall’altra parte della città a vedere i Feats, cascasse il mondo. Li avviso della eccezionalità dell’evento, dicendo di una band che difficilmente esce dagli Stati Uniti, trovarsela lì a due passi è una vera fortuna. Friz si lascia convincere e a questo punto è fatta, perché due splendide ragazze, sole, a digiuno di inglese e geografia urbana, con orientamento ai minimi termini e fondi limitati per il taxi, dove vanno? Non è maschilismo ma real politik e  quindi il gioco è fatto. Adesso, penso dentro di me, una volta che ho convinto la ciurma, la devo far entrare in toto in teatro, e quel Sold Out di tutte le serate è piuttosto sinistro. Rischio di fare la figura dello scemo se fallisco la missione, niente concerto e niente cenetta al pub tipico. Musi lunghi per un paio di giorni. Ma quando si è giovani non si ha paura di nulla.  Costruito negli anni 30 e conosciuto come Finsbury Park Astoria e divenuto Rainbow Theatre nel 1971 dopo uno show degli Who, il teatro è stato sede di centinaia di concerti, da Frank Zappa ai Faces, da Alice Cooper ai Pink Floyd, da Bowie ad Eric Clapton, da James Brown ai Grateful Dead, dai Queen a Marc Bolan, per non dire di King Crimson, Bob Marley, Ramones e Van Morrison. La lista è lunghissima e i Little Feat sbarcarono lì la prima volta il 19 gennaio del 1975.  Arriviamo davanti al teatro l’afosa sera del 2 agosto , c’è un po’ di ressa, il pubblico diligentemente sta già varcando le porte ed effettivamente alle casse troneggia “tutto esaurito”. Sul viso delle fidanzate appare un misto di rabbia e ghigno soddisfatto, Friz è perplesso, io individuo in pochi minuti l’anello debole della situazione. Nella hall, prospiciente l’entrata principale, scordatevi  security,  metaldetector e i controlli di oggi (mi ripeto, era un’altra epoca) scorgo un robusto colored man ( mi piacerebbe chiamarlo afromericano ma siamo in Inghilterra ed evitatemi l’accusa di razzismo) addetto al taglio dei biglietti di entrata. Gli giro intorno alla chetichella, incrocio il suo sguardo, in un momento di pausa cerco di trovare un contatto orale con lui dicendogli del mio lungo viaggio dall’Italia e del desiderio di vedere questa band, impossibile da vedere alle nostre latitudini. Il tutto avviene furtivamente, con uno stentato inglese ma con una mimica che non lascia dubbi. Gli ripeto che non sapevo del concerto, altrimenti mi sarei munito di biglietti, insomma stabilisco una spicciola complicità mentre i paganti entrano sparsi. Lui mormora qualcosa e sorride, sembra suggerirmi una possibilità, che colgo al volo e da buon italiano dico agli altri tre di starmi appresso e non proferire verbo, solo seguire i miei passi. Mi avvicino al tipo di colore e gli allungo di nascosto delle sterline, stropicciate, se ricordo bene l’equivalente di un paio di biglietti. Lui non proferisce parola, le impugna come fossero dei ticket, se le tiene strette in mano, si sposta  guardando  l’orizzonte ed io mi infilo tra le tende del teatro portandomi dietro gli altri tre. Tu sei pazzo, mi dice quella che sarà la mia futura moglie, pazzo sì ma dentro il Rainbow Theatre,  in attesa dei Little Feat che non sono quelli del “dopo” ma quelli con Lowell George, cazzo. I problemi però non sono finiti perché senza biglietti non abbiamo nessun posto assegnato. Ci sediamo vicini in una postazione di buona visibilità ma non prestigiosa. Regola numero uno, è sempre meglio volare basso specie se si è clandestini, ma arrivano i legittimi detentori di quei posti per cui dobbiamo sloggiare. Facciamo un altro tentativo ma solita storia, la paura è diventare sospetti che vagano senza meta. Con il sold out è ingenuo aspettarsi posti vuoti a meno di qualche abbandono dell’ultimo momento. Invito gli altri a sparpagliarsi ( ci ritroveremo uniti al momento dell’encore tutti in piedi mischiati al pubblico plaudente, davanti a Mick Taylor che suona A Apolitical Blues e Teenage Nervous Breakdown) prima che  qualche “maschera” ci “avvisti” e ci accompagni fuori tirandoci per le orecchie e dandoci un calcio nel sedere. Altro che portoghesi, italiani! Così facciamo, per via che il teatro si riempie e noto altre persone in piedi. Ci confondiamo e aspettiamo un po’ tesi l’inizio del concerto. Poi mi sciolgo ed è un orgasmo perché l’esibizione sarà eccezionale, trionfale, esaltante, con i Little Feat raggiunti in otto brani dalla sezione fiati dei Tower of Power e da Mick Taylor fuoriuscito da poco dai Rolling Stones e ancora in perfetta forma. Morale : ancora oggi l’amico Friz non smette di ringraziarmi per avergli dato la possibilità di assistere ad un avvenimento così eccezionale, per di più immortalato da uno dei dischi live imprescindibili nella storia del rock, Waiting For The Columbus  pubblicato nel 1978 e oggi documentato in modo perfetto e ampio dall’odierna ristampa deluxe con l’aggiunta dell’intero concerto londinese del 2 agosto, di quello alla Manchester City Hall del 29 luglio del 1977 e di quello al Lisner Auditorium di Washington, D.C del successivo 10 agosto. Una band catturata al top delle proprie possibilità,  solo un anno prima della improvvisa morte del suo leader  Lowell George.

E le ragazze mi chiederete ? Mah, visto l’entusiasmo del sottoscritto non poterono fare altro che buon viso a cattivo gioco ma di quel concerto non le ho sentite più parlare, tranne che citare l’escamotage dell’ingresso in qualche serata tra amici. Penso che dei Little Feat si ricordino poco, una l’ho persa di vista tanti anni fa, l’altra divenuta mia moglie è andata in trance a Zurigo nel 1981 vedendo il Bruce Springsteen del periodo The River  e giustamente perdendo la testa per lui. Dopo Londra raggiungemmo comunque l’Irlanda e fu una vacanza felice. A Dublino apprendemmo della morte di Elvis Presley ma il rock n’roll continuò ugualmente a vivere e a riempire di gioia la mia esistenza.

Mauro Zambellini

N.B Il pezzo continua con la disamina della ristampa di Waiting For Columbus e sarà pubblicata, assieme al testo qui, sopra nel prossimo numero di Ottobre della rivista Buscadero.

lunedì 11 luglio 2022

GOV'T MULE CHIARI BLUES FESTIVAL 2022



Inizio col botto per il Chiari Blues Festival, tornato in pista dopo anni di lockdown. Non poteva esserci cartello migliore per festeggiare il ritorno della musica di qualità e anche la location è sembrata la più adatta per l’evento, una grande tettoia di legno sostenuta da colonne di cemento aperta lateralmente per fronteggiare l’implacabile caldo di quest’estate. Hanno cominciato alle 18.30 i Rusties del cantante Marco Grompi forti di una lunga avventura musicale all’insegna di Neil Young e di alcuni pregevoli dischi solisti. Meglio non poteva esserci per instaurare delle good vibrations, il loro sound è strettamente legato al folk-rock del canadese e più in generale alla scena californiana anni ’70 con iniezioni di psichedelia, ballate dolenti alla southern man ed una nostalgica aria hippie ancora presente nei cuori e nelle orecchie di tanti presenti. Grompi ha un’ugola studiata su quella di Young, le chitarre sfrigolano acide, sezione ritmica e tastiere fanno il loro dovere, come supporter sono perfetti e poi quando sul palco compare a sorpresa Warren Haynes le certezze sono due: che l’americano sia tra i personaggi più veri ancora esistenti nel rock, capace con nonchalance ed umiltà di unirsi  ad una band di sconosciuti italiani (non me ne vogliano Grompi e soci), e quello che sarà un assaggio della magica serata si chiama Cortez The Killer. Tutti accontentati,  una cavalcata selvaggia tra chitarre elettriche che si incrociano e tagliano a note ventose, il sole è ancora caldo ma ancora più calda è l’atmosfera che si crea al Chiari Blues Festival. Cambio di palco e arriva David Grissom, rinomata chitarra che fu di Joe Ely, John Mellencamp, Allman, James McMurtry e chi più ne ha ne metta. Con lui è il bravo batterista Archelao Flo Macrillò e l’ex bassista di Rocking Chairs e Ligabue, Rigo Righetti. Basta un pezzo per confermare quello che ho sempre pensato, David Grissom dà il massimo come sideman, quando la sua chitarra graffia con assoli bollenti e spietati nei dischi e nei concerti altrui, ma quando è lui il leader cede al virtuosismo della sua Paul Reed Smith, chitarra amata dai narcisisti delle sei corde, ed il suo talento va in overdose e diventa pesante e logorroico, fine a sé stesso. Può piacere a coloro che amano certo rock chitarristico piuttosto tecnico tipo Steve Vai, personalmente dopo il secondo brano mi alzo per andare a rinfrescarmi con una birra.Tutt’altra storia quando entrano in scena i giganti. Warren Haynes è dimagrito ma il suo viso dolce e serafico è un inno alla simpatia, Matt Abts bianco più di me sembra più anziano di quello che in realtà è, Danny Louis è l’alchimista dietro un muro di tastiere e Jorgen Carlsson, capelli lunghi neri pare lì quasi per caso. Sembra però, perché nelle quasi due ore di concerto mi sono accorto di trovarmi di fronte al più grande bassista che la scena rock-blues oggi offre. 


Una roba impressionante, uno stantuffo che supporta tutto il sound della band come fosse una pompa elettrica che non smette mai di imprimere velocità e dare potenza, amplificando una sezione ritmica già irrobustita dal drumming quadrato e roccioso di Matt Abts. 


I Gov’t Mule sono una band che non dà scampo, assolutamente devastante anche quando, come nel caso della serata a Chiari, opta per un set  bluesato, profondo, scuro, quasi intimo e da club, dimostrando che assistere ad un loro concerto è una esperienza sensoriale, cerebrale, spirituale e visionaria, un trip senza bisogno di additivi. Basta lasciarsi condurre dalla voce di Capitan Haynes e dai suoi strumenti di benessere, la Les Paul e la SG Gibson, e dalla sua composta ciurma di stregoni del sound. Peccato che il loro set abbia solo lambito le due ore, abituato alle loro maratone del passato, ma in quei centodieci minuti di show è sembrato raggiungere quel punto che gli Allman chiamavano hittin’ the note ovvero il momento spontaneo e naturale in cui si crea totale sinergia tra chi fa musica e chi la riceve.


 Consumata esperienza ed una  passione a 360 gradi verso il rock ed il blues, questi sono i Muli, una istituzione oggi come lo furono in passato gli Allman, i Little Feat, i Led Zeppelin, i Cream. Cominciano lenti e quasi cantautorali con Hammer and Nails, ballata che lascia spazio a Haynes di intervenire con un assolo tremendo, poi si riaffacciano i Gov’t Mule jammati, caotici ed imprevedibili di Thorazine Shuffle, accolta da un boato, prima che l’album Heavy Load Blues  porti in scena alcuni pezzi da novanta e sottolinei che questo è il suo tour. I Asked Her For Water è un blues da pesi massimi, sincopato e greve, un katerpillar sonoro, Make It Rain è spettrale e misteriosa come solo una canzone di Tom Waits può esserlo, l’unisono tra esplosioni di chitarra e coreografia di  tastiere trova il giusto teatro in una scenografia di luci notturne e noir, è uno dei momenti più emozionanti del set. Danny Louis con l’Hammond rifinisce e arrangia, il suo è un abbraccio che funzione come un’orchestra. 


L’arazzo tribale alle spalle del palco rievoca il fiammeggiante passato quando il loro heavy blues si tingeva di colori psichedelici ma a Chiari, complice un palco non faraonico, Haynes e compagni si immergono nella dimensione blues che il loro recente album giustifica. E poi è un Festival Blues, la versione rallentata di Good Morning Schoolgirl è arte dell’interpretazione, e c’è spazio per l’assolo di David Grissom, salito sul palco come invitato speciale, e così Last Clean Shirt di Leiber e Stoller. Si vorrebbe che il concerto durasse ancora un’ora ma i Muli pur lavorando sodo, hanno ridotto i tempi delle esibizioni, almeno per questo tour. Mr.Man seguita da una vivace e corale Soulshine chiude un concerto magnifico e diverso, secondo i loro standard, ossigeno puro per quanti vivono di questa musica, lontana dal marketing e dallo smargiasso avanspettacolo del nuovo e moderno. I conti sono presto fatti, 70 mila per i Maneskin e due mila per i Muli, va bene così, le rivoluzioni le hanno sempre fatte le minoranze.

 

MAURO  ZAMBELLINI       LUGLIO 2022

 

sabato 25 giugno 2022

DRIVE BY TRUCKERS Welcome 2 Club XIII

 

Non hanno perso tempo i Drive By Truckers durante il lockdown visto che in poco più di un anno hanno pubblicato due album, The Unraveling  e The New Ok  e appena smorzata l’onda d’urto della pandemia sono ritornati in tour promuovendo il nuovo disco Welcome 2 Club XIII. Lavoro diverso dai due precedenti perché meno concentrato sul volto oscuro dell’America di oggi tra predicatori religiosi, eroina di ritorno, sovranisti di varia forma e natura, povertà e disgregazioni umane e sociali. Welcome 2 Club XIII  nasce dai ricordi di Patterson Hood quando giovane, negli anni settanta, era costretto a farsi oltre due ore di macchina per trovare un locale che facesse musica e servisse alcolici. La zona del Nord Alabama nei pressi di Muscle Shoals dove Hood abitava era davvero desolata e proibizionista e l’unica possibilità era raggiungere The Line, subito oltre il confine statale, dove sorgevano alcuni honky tonk bar in grado di offrire birra fredda, musica e risse. Uno di questi club si chiamava Club XIII e fu per lui una specie di salvezza. Negli anni ottanta la situazione anche in Alabama divenne più “liberale” ed in quel periodo Hood conobbe Mike Cooley  col quale formò gli Adam’s House Cat. Ma il Sud continuava ad essere il luogo più contradditorio d’America e ogni due anni un referendum costringeva i club e gli honky tonk bar a finanziare coi propri introiti le chiese locali affinché queste potessero indottrinare i fedeli  a tenere lontano dai propri paesi il diavolo nascosto nella bottiglia. “ Il proprietario del Club XIII di tanto in tanto ci organizzava un mercoledì sera o ci lasciava aprire per una band hair-metal per la quale eravamo terribilmente adatti, e tutti stavano fuori finché non finivamo di suonare. All'epoca non era molto divertente, ma ora lo è per noi. La canzone che traina il nuovo album si intitola The Drive ed è una cupa narrazione adatta ad un road movie dalle tinte noir segnata da un pesante riff di chitarra, nella quale Patterson Hood evoca i suoi viaggi nel profondo della notte, quando, dopo essere uscito dal club, con l’auto girovagava per campagne, sobborghi urbani, strade secondarie ascoltando musica a palla, bevendosi qualche birra e perdendosi nel nulla. Molti dei momenti più significativi della sua vita, dice Hood, arrivano da quei vagabondaggi notturni e quando i DBT entrarono in scena, quei late night drives to nowhere  furono sostituiti dai lunghi spostamenti per raggiungere le città in cui si sarebbero esibiti. Quei ricordi antichi costituiscono l’ input di un album dove il guardarsi indietro lascia spazio all’amarezza che traspare dalle ballate, anche se non mancano episodi ascrivibili al ruvido rock dei DBT. Il disco è nato quasi per caso nel corso di tre frenetici giorni dell’estate del 2021 quando la band si unì per riannodare le fila dopo i mesi di inattività imposti dalla pandemia. 



Registrato sostanzialmente dal vivo con la produzione del solito David Barbe, Welcome 2 Club XIII  mostra comunque nei testi elementi di feeling positivo riconquistato a seguito dei lutti che hanno funestato l’entourage della band e della rabbia “politica” espressa dai precedenti tre album, a cominciare da American Land. Permangono amarezza e malinconia ma è come se i Drive By Truckers respirassero ora una sensazione di libertà dopo il lungo periodo di clausura del lockdown. Anche i concerti attuali lo testimoniano, ormai loro sono una macchina da guerra che non fa prigionieri, una grande rock n’roll band oliata in tutte le sue componenti con un carismatico leader, Patterson Hood, un alter ego, Mike Cooley, che ha sempre più spazio nel cantare e scrivere canzoni ed un tastierista/chitarrista, Jay Gonzalez, che è un vero jolly.


Se The Drive  si cala in una misteriosa e plumbea atmosfera notturna, la seguente Maria’s Awful Disclosure, una delle composizioni firmate e cantate da Cooley,  fa riferimento ai risvolti nazionalistici di tanto clericalismo sudista con un sound di echi e riverberi fluttuanti in uno spazio dai colori psichedelici dove si fa sentire il lavoro alle tastiere di Jay Gonzalez.  Shake and Pine è uno di quei brani in cui si avverte l’eredità Muscle Shoals di Patterson Hood, quell’intreccio di country e soul mai troppo definito qui svolto su un ritmo da marcetta, e la seguente We Will Never Wake Up In The Morning , ancora opera di Hood, è dolente ed introversa, come se i DBT avessero il freno a  mano tirato, ma è il mood necessario per raccontare un’altra balorda storia del Sud. Una vera short story. Non mi fa per nulla impazzire la canzone che dà il  titolo all’album, piuttosto routinaria, diversamente da Forged In Hell and Heaven Sent brano dall’infarinatura country con un bel lavoro di chitarre e l’apporto vocale di Margo Price.  Strepitosa è Every Single Storied Flameout, un fiammeggiante rock di Mike Cooley reso ancor più bruciante dagli interventi di sax e tromba e altrettanto bella è Billy Ringo In The Dark, una dondolante ballata pennellata di nostalgia dove l’inciso di lap steel ne sottolinea l’umore crepuscolare. Chiude Wilder Days scheletrica ballad che rimanda alla traccia iniziale per via dei ricordi di giorni selvaggi in cui ci si credeva invincibili, oggi irrimediabilmente segnati dalla nostalgia, sottolineata dai toni acustici e dall’acuto vocale di Schaefer Llana.



Lungi dall’essere il miglior disco dei Drive By Truckers, Welcome 2 Club XIII  è lavoro dignitoso e di nobile scrittura rivolto soprattutto alla storia dei protagonisti, dove più che i ganci tipici del loro rabbioso e polveroso rock n’ roll  conta un maturo e sardonico senso della riflessione in ballate e canzoni che ne colgono il lato più personale.



 

MAURO  ZAMBELLINI   GIUGNO 2022

foto di M.Z del concerto dei Drive By Truckers al Paradiso di Amsterdam del 6/06/22. Recensione concerto su Buscadero luglio/agosto

 

mercoledì 8 giugno 2022

THE DREAM SYNDICATE Ultraviolet Battle Hymns and True Confessions

Coerenti con la loro natura ma nello stesso tempo rivolti ad una continua evoluzione, I Dream Syndicate arrivano al quarto album dopo che nel settembre del 2017, trenta anni dopo la loro nascita, sono ritornati in scena con How Did I Find Myself Here ?. Un album quello che mostrava una continuità con il passato quando venivano reputati  tra i più geniali propositori del rock californiano anni 80 altrimenti conosciuto come Paisley Underground, una esuberante e feroce esplosione chitarristica e psichedelica nel cui dna scorrevano inesorabilmente i germi malati dei Velvet Underground. Due anni dopo These Times  evidenziava cambiamenti più radicali con un approccio meno diretto e classico, piuttosto finalizzato ad atmosfere lunari e malinconiche dove spuntavano schizzi elettronici sia per la passione di Steve Wynn verso il kraut-rock che per la coproduzione di John Agnello, già al servizio di Phosphorescent, Dinosaur Jr., Hold Steady e Waxahatchee. L’equilibrio veniva definitivamente rotto nel 2020 con The Universe Inside, album sperimentale costituito da lunghi brani evocanti una possibile colonna sonora di un film psichedelico ambientato nelle strade di New York, sporcato da flash di jazz elettrico, musica d’avanguardia europea, prog e visioni oniriche. Un netto cambio di direzione, accattivante dal punto di vista sonoro e visuale ma mancante di canzoni vere e proprie, cosa che invece ha contraddistinto il songwriting di Wynn, aperto alle innovazioni ma sempre in sintonia con un concetto di canzone rock. Immancabilmente il fertile e illuminato Steve Wynn, uno dei più geniali autori ancora in circolazione in quel rock che deriva dai classici, cambia le carte in tavole e pur non disconoscendo le recenti mutazioni ripristina con Ultraviolet Battle Hymns and True Confessions la vera essenza dei Dream Syndicate ovvero spazio alle aperture sonore in virtù di una visione moderna e progressiva della musica ma senza privare l’ascoltatore di brani riconducibili all’idea popolare e storica di canzone rock, pur in una fisionomia alterata e underground.

Il risultato è da sentire, UBHATC è un ottimo disco specchio non di una mediazione ma di una ricerca senza compromessi per un suono che progredisce e gli stessi autori amano sentire. Eliminate qualsiasi preconcetto dovuto al criptico titolo dell’album, i Dream Syndicate non snaturano la loro indole ma la alimentano di innesti che arrivano dai loro ascolti, dal glam britannico, dagli sperimentalismi kraut, dal groove ritmico di ispirazione Neu, da Eno e David Bowie, dall’amore mai negato verso i Velvet e Lou Reed, senza rinunciare alla tonalità psichedelica, melodica e chitarristica del loro sound, sebbene le chitarre qui siano meno evidenti che negli album della prima era della band.



Wynn in compagnia della storica sezione ritmica di Dennis Duck e Mark Walton, del chitarrista Jason Victor e del tastierista ex Green On Red Chris Cacavas, musicista da sempre vicino alla band, allestiscono un lavoro di energia ed intelligenza che può piacere a giovani e veterani. Dall’iniziale Where I’ll Stand che si apre coi sintetizzatori elettronici di matrice krautrock, per poi trasformarsi in una ballata melodica di oscillazioni psichedeliche, fino alla devastante conclusione di Straight Lines, un marasma chitarristico degno dei Velvet Undergound di White Light White Heat, tutto funziona bene in questo disco compresa la presenza di Stephen McCarty dei Long Ryders che del sassofonista e trombettista Marcus Tenney. Al dondolio malizioso di Damian , forse il momento più melodico d UBHATC, in stile con le composizioni dello Steve Wynn solista, risponde il malato andamento di Hard To Say Goodbye, una sorta di folk urbano con la voce di un Lou Reed narcolettico, suonato con chitarra acustica, un filo di ritmo ed impreziosito da una malinconica lap steel, alla distorta e acida Every Time You Come Around che al sottoscritto rammenta i migliori Psychedelic Furs, fa da sponda il dinamismo di Trying To Get Over, beat nervoso, chitarre crude, il giusto tasso di nasalità e la voglia di non rimanere ingabbiati in un modello. L’ up-tempo My Lazy Mind dove un mondo notturno screziato di jazz, col sassofondo, il controcanto e gli arrangiamenti traspone un fascino da amanti perduti, si intreccia con le tabular bells di Beyond Control prima che diventi  una cavalcata cosmica. La deflagrazione di Straight Lines dopo dieci tracce riporta i Dream Syndicate al rumore di The Days of Wine and Roses ed è un ritorno a casa che non sa di sconfitta ma di consapevolezza della propria inossidabile natura. Ultraviolet Battle Hymns and True Confessions è un ottimo disco, il Sindacato del Sogno non ha chiuso i battenti, le iscrizioni sono aperte.

 MAURO ZAMBELLINI    

 

martedì 24 maggio 2022

CANADIAN CONNECTION The Rolling Stones at the El Mocambo

 

Come parecchi album degli Stones, Love You Live nasce in un periodo burrascoso. A metà novembre del 1976 tutti i membri della band si incontrano a Londra per discutere del nuovo contratto discografico e contemporaneamente decidono per un nuovo album dal vivo registrato in un piccolo locale. C’è chi vede in questa scelta il tentativo di recuperare credibilità rock ricreando l’atmosfera fumoso del Crawdaddy agli albori della loro carriera, ed una implicita risposta ai gruppi punk, in primis i Sex Pistols che a più riprese li hanno definiti “rivoltanti, senza più nulla da dire ai giovani”. Il nuovo contratto con la Emi è firmato il 16 febbraio dell’anno seguente, distribuirà i dischi della band in tutto il mondo, eccetto Usa e Canada. Per il Nord America bisognerà aspettare il primo aprile quando firmeranno con la Atlantic per la distribuzione della Rolling Stones Records il cui nuovo presidente è ora Earl McGrath (lo stesso che coraggiosamente “arruolò” nella stessa scuderia la Jim Carroll Band) al posto di Marshall Chess. Secondo alcune fonti l’accordo con la Atlantic frutta alla band 21 milioni di dollari per sei album, a cui bisogna aggiungere 10,5 milioni di dollari per ogni album grazie al contratto con la Emi. Ma in mezzo a questo oceano di soldi c’è Toronto. L’idea è quella di registrare il concerto al Mocambo Club, un piccolo locale di soli 300 posti già in auge negli anni quaranta, in quanto Keith Richards per via delle sue pendenze giudiziarie non avrebbe avuto problemi con il visto perché il Canada era membro del Commonwealth. Gli Stones arrivano all’Harbour Castle Hotel di Toronto il 20 febbraio, eccetto Richards che giunge quattro giorni in compagnia di Anita Pallenberg e del loro figlio Marlon. All’aeroporto la squadra narcotici ispeziona i bagagli di Anita e trovano 10 grammi di hascish ed un cucchiaino con tracce di eroina. E’ rilasciata con la promessa di presentarsi in Corte ma il 27 febbraio quattro ufficiali della squadra narcotici irrompono nella camera di Richards, lo svegliano a suon di sberle e arrestano lui e consorte non appena rinvengono un’oncia di eroina purissima ed un quinto di oncia di cocaina. Dirà sarcasticamente Keef “ ero in dormiveglia e non li riconobbi, nessuno di loro indossava la regolare uniforme dei Mounties, mi sarei svegliato prima se li avessi visti vestiti da Giubbe Rosse”.



L’accusa è pesante e rischia di compromettere la vita del chitarrista e l’esistenza degli stessi Rolling Stones. E’ pressoché certo che la polizia canadese tenesse sotto controllo il gruppo ed il loro entourage dal loro arrivo in Canada. A Keith viene tolto il passaporto e rilasciato su cauzione di mille dollari con l’obbligo di presentarsi davanti alla Corte il 7 marzo. Senza eroina la sua tenuta fisica peggiora,  è uno straccio, in completa crisi di astinenza, Bill Wyman e Ron Wood  si prestano ad aiutarlo, dribblano le guardie nell’hotel e vanno in cerca della “roba”. Il 4 marzo gli Stones suonano il primo di due concerti al Mocambo Club con Billy Preston alle tastiere e Ollie Brown alle percussioni davanti ad un pubblico di trecento fortunati vincitori del concorso indetto dalla stazione radio CHUM. Tra i presenti anche la moglie del primo ministro canadese Pierre Trudeau, Margaret Trudeau la quale organizzerà un party in loro onore  proprio all’Harbour Castle Hotel dove anche lei alloggiava in una suite. Nasce il gossip circa una sua relazione d’amore con Mick Jagger che occuperà le prime pagine delle riviste scandalistiche, solo più tardi si saprà che il motivo del flirt fosse in realtà Ron Wood, il quale non smentirà mai la faccenda.

Lo show del Mocambo è aperto dal gruppo canadese April Wine e viene registrato dal tecnico Eddie Kramer, l’uomo dietro le incisioni di Jimi Hendrix. Un secondo concerto viene effettuato il 5 marzo, anch’esso interamente registrato da Kramer, una esibizione che farà scrivere a Chet Filippo sulla rivista Rolling Stone “ il più grande show mai visto”. Il New York Times riporta che quei concerti sono un ritorno al suono ruvido e al grezzo R&B inglese, proprio come ai tempi del Crawdaddy.

Titoli che non cancellano la preoccupazione attorno al futuro del gruppo, Richards evita il carcere grazie ad una cauzione di venticinque mila dollari e gli viene restituito il passaporto. L’udienza è rinviata al 27 giugno ma accordi vengono presi perché lui ed Anita si disintossichino con un metodo chiamato Black Box in una fattoria a Pauli in Pennsylvania che raggiungono dopo un volo privato che fa scalo a Philadelphia. Toronto è anche l’inizio della fine del matrimonio tra Mick Jagger e Bianca Jagger i quali se ne vanno in una breve vacanza in Grecia per ritrovare l’armonia smarrita ma senza risultato, ognuno sembra ormai “distante” dall’altro. Toronto non è lontana da New York e Jagger è di casa nella Grande Mela, in maggio incontra ripetutamente Jerry Hall allo Studio 54. Da parte sua il 19 luglio Richards non si presenta davanti alla Corte canadese, il suo avvocato giustifica il fatto per via della cura disintossicante che il suo assistito sta intraprendendo alla Steven Clinic di New York. La seduta è rinviata al 2 dicembre, alla fine di luglio Mick e Keith terminano il mixaggio del nuovo album live proprio nella città americana. A Francoforte fans degli Stones raccolgono fondi per aiutare Richards, progettando una marcia all’ambasciata canadese per presentare una petizione in favore del loro idolo. Ma sul mercato irrompe Love You Live, il 12 settembre Jagger tiene una conferenza stampa al Savoy di Londra, tutti gli Stones eccetto Richards partecipano al party di presentazione al Marquee, il 16 settembre il disco esce in Inghilterra piazzandosi al terzo posto nella classifica delle vendite e rimanendo per otto settimane nei primi trenta, negli Usa arriva alla quinta posizione fermandosi per sette settimane. Prodotto dai Glimmer Twins l’album è dedicato allo scomparso tecnico del suono Keith Harwood e sfoggia una copertina disegnata da Andy Warhol. Nelle quattro facciate del vinile originale spiccano estratti di concerti registrati agli Abattoirs di Parigi nel giugno del 1976, a Toronto e Los Angeles nell’estate 1975 mentre una facciata, la terza, è dedicata al set del Mocambo Club del marzo 1977. L’album è accolto con poco entusiasmo dalla stampa ma il tempo dirà cose diverse. Oggi finalmente quei due favolosi set nel club canadese sono stati recuperati e mixati dallo specialista Bob Clearmountain e sono alla portata di tutti grazie ad un doppio CD tutto dedicato a quell’evento.



 

 Live At The El Mocambo  disponibile in più formati riporta l’integrale set del 5 marzo 1977 più tre aggiunte dell’esibizione del giorno prima, ed in virtù dell’atmosfera intima del club, dello spazio ridotto e del calore intrinseco della serata col fortunato pubblico a ridosso del palco, è un documento quanto mai veritiero e significativo nella produzione dal vivo dei Rolling Stones che qui concedono una performance intensa, smagliante e a dir poco sontuosa. Senza ombra di dubbi la nuova edizione si rivela essere un live rappresentativo nella loro discografia ufficiale, almeno per quanto gli anni settanta pre-Some Girls, album che uscirà l’anno seguente a Love You Live e segnerà la fine della dipendenza da eroina da parte di Richards e la risoluzione dei suoi problemi legali.

In Love You Love erano solo quattro le tracce delle serate di El Mocambo, tutte cover di artisti che in qualche modo hanno influenzato i primi passi della band ed il loro universo sonoro. Una potentissima Mannish Boy di Muddy Waters, una versione riveduta e reggata di Crackin’ Up di Bo Diddley, lascito dei loro trascorsi giamaicani di qualche anno prima, una strascicata e dolente Little Red Rooster di Willie Dixon e la scoppiettante Around and Around di Chuck Berry, Quattro artisti fondamentali nel background delle Pietre, ampliamente omaggiati negli album Decca/London degli esordi, nella prima metà degli anni sessanta. A queste cover si aggiungono nel nuovo formato il classico dei classici Route 66 ed il brano di Big Maceo Merrywetaher Worried Life Blues dove, analogamente a Litte Red Rooster, Ron Wood estrae meraviglie dalla slide portando entrambe le esecuzioni in un fumoso club di Chicago.  Il rimanente del nuovo disco è costituito dall’ampio e variegato repertorio della band inglese fino al 1977. Una manna se confrontato al karaoke di hits che ci hanno abituato negli ultimi tour, perché in scena ci sono titoli di quel periodo poco menzionati nel resto della discografia ufficiale, relativi agli album post-Exile e pre-Some Girls generalmente sottostimati dalla critica generalista, che al contrario contenevano perle che qui brillano nella giusta lucentezza.  Se Exile offre come suo solito All Down The Line e Tumbling Dice oltre ad una anfetaminica versione di Rip This Joint che  manda a nanna Sex Pistols e soci, dal seguente Goats Head Soup arriva una arruffata Star Star esaltata dalle corde di Keith Richards e da It’s Only Rock n’Roll sono pescate la canzone-titolo dell’album ed una sguaiata e sporca Dance Little Sister dove Jagger maneggia il R&B come fosse nato a Memphis e non sul Tamigi.



Ma il disco più vicino alle serate di El Mocambo è il caraibico Black and Blue pubblicato nella primavera del 1976 e atto ufficiale dell’entrata nel gruppo di Ron Wood. Quel disco spesso bistrattato regala ben sei canzoni al set del Mocambo: Hot Stuff già in odore di Studio 54 un anno prima della Febbre del Sabato Sera, qui sudato e funky come mai,  la melodica ed un po’ gigiona    Fool To Cry che nel finale si apre in una pregevole e claptoniana coda chitarristica, l’arzilla e negroide   Crazy Mama dove tra i riff di Richards ed il drumming di Charlie Watts si infila il piano di Billy Preston,  la rockata   Hand of Fate,  l’ondeggiante e sensuale  Melody  e  Luxury forse l’episodio meno sfavillante del lotto. Nel mucchio anche l’inedita (per il tempo) Worried About You, un avvincente soul-rock cantato in parte in falsetto che sarà incluso in Tattoo You,  completamento di un set affatto canonico e standard dove naturalmente non possono mancare hits come Honky Tonk Women con cui si apre la serata del 5 marzo, Brown Sugar,  una lunga e scatenata Jumpin’ Jack Flash e Let’s Spend The Night Together.

Un concerto superlativo, registrato in maniera perfetta con un sound pulito pur nell’esuberanza delle versioni, reso ancora più caldo dall’atmosfera da club con Jagger che dialoga coi presenti in biunivoca sintonia. Le due serate a Toronto costituiscono un evento del tutto particolare nella storia dei Rolling Stones e della città canadese e contro ogni previsione visto i casini in cui si erano infilati, in particolare Keith Richards, la band sfoderò due performance leggendarie che finalmente, oggi, la pubblicazione integrale di Live at the El Mocambo documenta in tutta la sua brillantezza.

 

MAURO ZAMBELLINI   

 

 

venerdì 15 aprile 2022

Willy DeVille THE LAST WALTZ


 

Nel 2008  Willy DeVille a ridosso dell’ultimo tour prima della sua prematura scomparsa avvenuta l’anno seguente, ripristina la sigla Mink DeVille Band. Una scelta dettata da alcuni cambiamenti nella sua vita artistica. Dopo aver trascorso parecchi anni nel Sud-Est degli Stati Uniti tra New Orleans, il Mississippi e New Mexico, il gitano  torna a vivere nella amata New York dove si stabilisce con la terza moglie Nina Lagerwall. E’ un uomo profondamente cambiato, trent’anni di eccessi autodistruttivi hanno lasciato il posto a modi più pacati e dolci ma i suoi interessi continuano a riflettere passioni mai sopite: il blues, le origini del rock n’roll, i vecchi musicisti come il pianista di Chuck Berry Johnny Johnson, i cantanti francesi. La musica è ancora il cuore pulsante del suo vivere ed in onore di New Orleans sceglie il giorno del Mardi Gras  per pubblicare il suo sedicesimo album, Pistola, un disco che introduce con The Mountains of Manhattan e Stars That Speak qualche dettaglio sonoro nuovo rispetto al suo usuale backround. Se la prima è un recitato solenne, una sorta di reading poetico accompagnato da flauto e tamburo indiano che racconta di quando i nativi americani (altra passione nei suoi ultimi anni di vita) popolavano la penisola di New York, la seconda è un baritonale canto alla Leonard Cohen dove si citano New York, Berlino e Barcellona. Ma memore del passato le cose che spiccano nell’album sono l’ipnotico voodoo blues I’m Gonna DO Something The Devil Never Did, lo shuffle New Orleans The Band Played On, la messicaneggiante Remember The First Time e la rockata So So Real con cui aprirà i concerti che di lì a poco effettuerà in Europa. Anche due magnifiche ballate: la crepuscolare When I Get Home e Louise di Paul Siebel, canzone su una prostituta già interpretata da Leo Kottke, Eric Andersen, Bonnie Raitt, Tom Waits, Linda Ronstadt e Ian Matthews.



 Il nuovo disco gli offre la chance di ritornare on the road nell’amato Vecchio Continente con una band che è a proprio agio col suo pachuco di soul latino, tex-mex e cajun ma contemporaneamente è in grado di ripristinare quel rock urbano degli anni newyorchesi. Naturale quindi optare per la sigla Willy DeVille & The Mink DeVille Band con cui presentarsi sui palchi europei. Di fianco alle collaudate e colorate voci delle sorelle Wise, Yadonna e Dorene, presenti dai tempi di Loup Garou,  vengono ripescati dagli anni ottanta e novanta il percussionista e fisarmonicista Boris Kinberg ed il batterista Shawn Murray, ed entrano in scena forze giovani come il tastierista Darin Brown, il bassista Bob Curiano  ed il chitarrista Mark Newman. Willy in scena è carismatico come sempre pur apparendo pallido e stentoreo, per via dei problemi all’anca e della malattia incipiente ma la voce è una radiografia dell’anima, roca, profonda e dai marcati sentori blues. Con la band passa in Italia il 14 marzo a Trezzo d’Adda ma sono due le registrazioni sul mercato che testimoniano  quel tour del 2008, entrambe obbligatorie per tutti gli amanti della buona musica. La prima, pubblicata nel 2014 dalla Repertoire nella serie Rockpalast, è costituita da un CD e DVD assemblati col DVD di un altro concerto, sempre a Bonn in Germania ma del 1995, la seconda si intitola Venus of The Docks ed è di recente pubblicazione . Edita dalla MIG tedesca è la cronaca di uno show avvenuto a Brema il 27 febbraio del 2008. Entrambe le performance sono di grande valore storico per la carriera del nostro e magnifiche dal punto di vista musicale, entrambe davanti ad un festoso pubblico tedesco che ancora oggi ricorda Willy con estremo affetto.



Cominciamo con la prima esibizione al Museumsplatz di Bonn datata 19 luglio, dove alle tastiere e con la fisarmonica si rivede il vecchio amico Kenny Margolis, un pilastro di Mink DeVille fin dai tempi di Coup de Grace. Las sua presenza si sente, come quella del muscoloso Mark Newman che con la slide imprime un deciso approccio bluesy. La sola Yadonna Wise si occupa delle voci di contorno, gli altri sono quelli menzionati sopra. Willy come si vede nel DVD di Live at Rockpalast 1995&2008 è un incrocio tra Dracula e un nativo americano,  pallido, capelli lunghi dritti nerissimi, baffetti spioventi, pendenti turchesi, collana e occhiali con lenti rossastre. Sembra uscito da Intervista col Vampiro, l'aspetto non è rassicurante e a causa dell'incidente automobilistico di qualche anno prima, si sorregge su uno sgabello e solo a tratti si mette in piedi con la chitarra. Le sigarette completano la scenografia ma è la voce a sedurre, un profondo latrato blues al cui confronto Howlin ' Wolf pare un cantante di musica leggera. Dà il via allo show con la litania oscura e mannara di Loup Garou raccontando di neri serpenti, paludi infestate da spiriti e lune gialle, un inizio  magnetico che porta l'artista in quel torbido ma affascinante universo che gli anni in Louisiana gli hanno cucito addosso. Grazie al lavoro di Mark Newman intinge in un blues scarno e viscerale ma non mancano gli altri ingredienti del suo pachuco come l'uptempo tra rock e r&b di So So Real estratto da Pistola,  la cajun music di Even While I Sleep, le dolcezze romantiche di Heart and Soul, la danza malandrina di Spanish Stroll e il rock/soul della Losiada newyorchese intrecciato tra Mixed Up Shook Up Girl e Venus of Avenue D. C’è posto per i suoi hits Hey Joe,  Demasiado Corazon  e per Cadillac Walk  e la torrida Savoir Faire. Ma sono altri i titoli a rendere questa performance significativa dell'ultimo corso dell'artista: due vecchi brani come Steady Drivin' Man e Just Your Friends entrambi di Return To Magenta sono rimessi secondo l’umore del momento, il primo accentuando il drive rollingstoniano con una iniezione  di blues alla John Lee Hooker, il secondo sottolineando l'implicita natura folk-rock  del brano con la fisarmonica di Margolis che aggiunge un’ aria western da ultima notte di Billy The Kid.  Il lercio rockabilly-punk sudista White Trash Girl, storia di degrado in un microcosmo di sottoproletariato bianco, il delirio Delta di Muddy Waters Rose Out Of The Mississippi Mud e lo swampin'  You Got The World In Your Hands, la prima tratta da Loup Garou, la seconda da Crow Jane Alley e la terza da Pistola spostano decisamente a Sud il baricentro del concerto. Se poi si aggiunge il grasso Bacon Fat di Horse of A Different Color  il quadro mostra tinte blues vicine a Fred Mc Dowell e John Lee Hooker come mai si erano viste, e la Mink DeVille Band è talmente versatile da shakerare con una maestria incredibile rock, soul, R&B, cajun, creando un groove eccitantissimo.

Il medesimo feeling su cui si poggia lo show  del 27 febbraio al Pier 2 di Brema documentato da Venus of the Docks. Sebbene la data sia posta all’inizio del tour ed al posto di Margolis ci sia Darin Brown con Yadonna qui affiancata da Dorene, la band è già rodata. Tante le similitudini con la performance di Bonn ma anche qualche diversità.  Ripristinata l’apertura strumentale classica degli albori da Mink DeVille, qui Harlem Nocturne ha lasciato il posto ad un jazz cubano che sfoggia percussioni alla Tito Puente ed un pianoforte molto charmant, è So So Real ad aprire le danze con quell’aria malandrina e peccaminosa che la voce disposta a tutto di Willy non nasconde. Dallo stesso Pistola è tratta la sincopata Been There Done That, confessione sui suoi passati junkie ritmata quanto basta per trasformare un trascorso amaro in una danza sensuale, e sempre sulle dipendenze l’ipnotica e sinuosa cantilena Chieva col pianoforte a fare la melodia fa da ponte tra la viziosa ode a Rosita di Spanish Stroll e la sporca Bacon Fat nella quale l’armonica, la rovente slide ed una voce nera come la pece trasformano Brema in Clarksdale. Willy è in forma, il suo cantato si è fatto nel tempo più cavernoso e blues, qualcuno al proposito aveva tirato in ballo Tom Waits ma senza peli sulla lingua Willy aveva liquidato la questione con le seguenti parole “ Tom è un mio amico ma non l'ho mai ascoltato davvero, suona sempre come se stesse scherzando, sembra l'ubriacone divertente in fondo al bancone del bar”. Prendere o lasciare questo è William Paul Borsey Jr. altrimenti conosciuto come Willy DeVille, il più grande soulman dopo la scomparsa di Otis Redding.


Heart and Soul concede un po’ di santità al set ma è un’inezia perché con il rockabilly-punk White Trash Girl e il bluesaccio Muddy Waters Rose Out Mississippi Mud siamo di nuovo all’inferno, o meglio nel fango del Grande Fiume, in quel Sud raccontato da tanta letteratura “marginale” e da film come Killer Joe di William Friedkin e The Paperboy di Lee Daniels. Demasiado Corazon ed Hey Joe  servono a far ballare le signore mentre i rough boys si scatenano nella sequenza Savoir Faire/Cadillac Walk. Venus of Avenue D invece continua a lasciarmi estasiato a più di 40 anni dalla sua comparsa per quell’insieme di attesa, malizia, abbandono e tensione che si porta dentro, come fosse l’ adattamento del Wall of Sound di Phil Spector in un melodramma del Lower East Side, comunque annerita dal sibilo di una  slide che è un serpente e dal tocco gospel delle sorelle Wise. Capolavoro.

Se Italian Shoes gioca col funky, le versioni di Trouble In Mind e Heartbreak Hotel dicono dell’abilità di fare sue canzoni altrui. La prima, uno dei cavalli di battaglia della parentesi acustica del Trio In Berlin non possiede lo stesso intimismo di quella occasione, il brano ante-bellum di Richard Jones trova qui un Willy assatanato con la voce, accompagnato da pianoforte,  slide e dalla sezione ritmica, la seconda è invece rallentata ad arte dentro un intrigante swamp-blues. Il brano reso celebre da Elvis Presley muta in un sordido e misterioso gris gris con alligatori come compagni, roba degna di Dr.John, Coco Robicheaux, Tony Joe White e di quelle anime perse della Louisiana voodoo.

Il finale del concerto è struggente,  Let It Be Me il brano di Gilbert Becaud popolare in tutto il mondo è un commovente commiato di sola voce e pianoforte, un addio applaudito con reciproca commozione dal pubblico di Brema.

Da sempre ribelle, anticonformista, estraneo a compromessi, Willy DeVille aveva una sua teoria riguardo alla sua avventura musicale “ So che venderò molti più dischi quando sarò morto, non è molto piacevole dirlo, ma devo abituarmi a questa idea che la morte è lì, la sento alla porta. Non sto dicendo che andrò da qualche parte subito, ma so che sta arrivando”. La signora con la falce arriverà un anno dopo il concerto di Brema, il 6 agosto 2009, privandoci di uno dei più grandi artisti di tutta la storia del rock. Non possiamo fare altro che ascoltare con quanto charme, passione e bravura, Willy solo un anno prima, in Venus of the Docks   era capace di stregare, incantare e sedurre. Un gigante.


MAURO ZAMBELLINI     APRILE 2022
 

 

 

 

 

 

 

 

 

sabato 26 febbraio 2022

THE HANGING STARS Hollow Heart

 


Bastano poche note di ascolto di Hollow Heart per capire quanto la musica West-Coast  pubblicata tra i sessanta e i settanta sia ancora in grado di fare proseliti in giro per il mondo. E non parlo di ascoltatori, che non sarebbero affatto una novità, ma di ragazzi giovani che si mettono a formare band per suonare quelle atmosfere tanto  ammalianti quanto vivaci e colorate. Dopo l’entrata in scena dei vari Jonathan Wilson, Ryley Walker, Israel Nash, Dawes, Allah Las, Beachwood Sparks la cosa potrebbe non destare sorpresa ma se le origini del gruppo in questione ovvero gli Hanging Stars, affondano nei circondari di Londra un motivo di curiosità esiste. Il cantante e chitarrista Richard Olson, il batterista Paulie Cobra ed il bassista Sam Ferman, il chitarrista e tastierista Patrick Ralla e Joe Harvey-Whyte con la pedal steel sembrano aver fatto indigestione di Byrds, Buffalo Springfield, Flying Burrito Bros., America e di tutta quella briosa materia pseudo psichedelica che aleggiava sulla Baia di San Francisco e avvolgeva il Laurel Canyon. Una dieta curiosa per chi è abituato alla pioggia e alle nebbie inglesi e proprio per tale motivo nella solarità di quella musica, nelle atmosfere oniriche, nel jingle jangle e nei lamenti della lap steel, nelle dolci armonie, ha trovato l’ antidoto per sfuggire al grigiore portandosi appresso anche un po’ di folk britannico. Gli Hanging Stars hanno così scelto la loro via, per nulla revivalista visto che i testi delle canzoni sono impiantati nel presente e i suoni posseggono sufficiente freschezza da apparire contemporanei.



Tre album, Over The Silvery Lake del 2016, Songs For Somewhere Else dell’anno seguente e A New Kind of Sky del 2020 sono bastati a far conoscere la loro ricetta più americana che inglese, presentata anche con una generosa dose di concerti da entrambe le parti dell’Atlantico tanto da sedurre artisti della West-Coast quali GospelbeacH e Miranda Lee Richards con cui i cinque hanno stabilito un solido rapporto di collaborazione. Per il quarto album gli Hanging Stars hanno optato per una remota località sulla costa nord-orientale della Scozia, Helmsdale, posizionata alla stessa latitudine di Gotenborg in Svezia e col respiro di quell’aria scandinava si sono messi a lavorare col produttore Sean Read ( Dexys, Soulsavers) nello studio di Edwyn Collins, ex leader degli Orange Juice, una volta che gli spettacoli dal vivo erano stati sospesi per la pandemia. La scelta di tale studio con l’attrezzatura su misura di Edwyn Collins  ha permesso un nuovo tipo di esperienza, e con Sean Read al timone, la band ha mantenuto una concentrazione e una disciplina che ha permesso loro di realizzare ciò a cui aspiravano. La contagiosa atmosfera bucolica del luogo, lo studio era posizionato davanti alle scogliere, ha contribuito all’ispirazione generale donando a Hollow Heart  un fascino tipicamente nordico, sognante, malinconico a tratti ma anche mosso come può esserlo una mareggiata da quelle parti, e coi cromatismi ora intensi ora tenui della bellissima costa settentrionale scozzese . Tale atmosfera si è tradotta in dieci canzoni armoniose con impasti di chitarre alla Byrds ed evocative pedal steel, un arioso country-rock venato di psichedelia e folk. Musica per orizzonti di mare, di costa e di cielo, ondeggiante come una barca trasportata dalle onde, ballate in balia del vento, fluttuanti e avvolgenti, un sentore di tranquillità paziente, dall’effetto quasi ipnotico. Si parte con Ava ed è un introduzione tra acustico ed elettrico con la voce di Olson che trascina gli altri in un’ armonia che concede spazio alle chitarre e ad una sezione ritmica ben equilibrata e presente. Anticipa quello che potrebbe essere uno dei singoli dell’album ovvero Black Light Night, una melodia del tastierista Patrick Ralla con testi di Olson che gira cupo con schegge penetranti di chitarra ammorbidite dalle armonie vocali. Il tempo sembra scivolare silente su una ballata tanto romantica  quanto irresistibile come è Weep & Whisper,  un fuoco morbido dalle tonalità eteree punteggiato da pedal steel e pianoforte, che racconta di " una ragazza che portava i capelli lunghi in un fiocco di raso senza fine" per poi concludersi con un pungiglione finale " stai pensando al futuro, poi il futuro arriva e fottiti, fuori fa freddo”.



Radio On ha un incedere magnetico ed un canto supplichevole (Olson), sembra rivangare  quel pop scozzese che fece proseliti negli anni ottanta grazie a Lloyd Cole&The Commotions e Aztec Camera. Voci che si sovrappongono, una ombrosità melodica che si riflette in armonie vocali studiate sui dischi di Beach Boys e Mama’s and Papa’s e siamo in Ballad of Whatever May Be pur con la sensazione di uno spazio al di fuori del tempo.

Hollow Eyes, Hollow Heart è una canzone sul rifugiarsi in qualcosa che davvero non si dovrebbe e di conseguenza sul sentirsi un guscio vuoto, un aura oscura lo collega ai Fairport Convention ma il cantato è ovattato ed il sound si delinea come  cosmico country rock. You’re So Free si nutre dell’eco leggero e vaporoso delle canzoni dei sixties, vengono in mente i Turtles ma parla di no-vax, Rainbows in Windows di Sam Freman contiene frammenti della voce narrante di Edwyn Collins e si srotola grazie ad un ottimo  fingepicking  su un’onda sulla quale hanno surfato anche i Sadies di New Seasons.  I Don’t Want To Feel So Bad Anymore sembra proprio una canzone dei Byrds con un apertura in stile Roger McGuinn, la conclusiva  Red Autumn Leaf  svolazza deliziosamente traballante in un candido e disordinato lo-fi e con il suo outro si ricollega all'intro della prima canzone dell'album chiudendo così il cerchio .

Caldo pur essendo baciato da un’aria nordica, Hollow Heart   è un disco che unisce antico e nuovo, freschezza e sentimento, visionario ma pronto a soddisfare le esigenze di un gusto moderno.

MAURO ZAMBELLINI    FEBBRAIO 2022