lunedì 24 gennaio 2022

MUDDY WATERS di Robert Gordon


 

Questo di Robert Gordon, autore di numerosi libri e film documentari, non è solo una dettagliata biografia su Muddy Waters ma un grande romanzo del blues. Racconta difatti attraverso la vita travagliata ed avventurosa di McKinley A. Morganfield altrimenti conosciuto come Muddy Waters, nato nel 1913 a Rolling Fork nel Mississippi, il cammino del blues dalle sue origini rurali alla migrazione verso le grandi città industriali del Nord, in particolare Chicago dove subì una trasformazione radicale per via dell’introduzione della chitarra elettrica. Dal Delta country-blues al blues urbano di Chicago, Muddy Waters ha rappresentato l’evoluzione di un genere nato nei campi di cotone del Mississippi e trasformatosi nel mezzo espressivo di una generazione di musicisti urbani afroamericani, oltre a divenire modello per tanti chitarristi e cantanti bianchi sparsi in tutto il mondo. Basti ricordare che uno dei più importanti e longevi gruppi rock della storia, i Rolling Stones, ha preso il nome da una canzone di Muddy Waters, e la stessa canzone è servita come titolo del giornale musicale più conosciuto del pianeta, per riconoscere l’assoluta importanza storica e artistica di Muddy Waters. In questo bel volume della Shake Edizioni, Robert Gordon racconta una storia bellissima pur contrassegnata da vicende turbolenti, pericolose, drammatiche, luttuose, misere, una biografia straordinaria intrisa delle dinamiche e i cambiamenti culturali che hanno visto il blues mutare da un semplice canto di sofferenza al più profondo e popolare linguaggio di espressione dello stato d’animo umano, nelle sue manifestazioni dolci e amare, di gioia e di dolore. Che Muddy Waters  sia l’uomo che più  di tutti ha rappresentato la storia di tale genere musicale lo si poteva ben intuire fin dall’inizio quando pur essendo nato nel 1913 asseriva di essere venuto al mondo nel 1915 ed in un altro luogo da quello reale. Un uomo nato in un anno in cui non era nato, che diceva di essere di una città in cui non era nato e che portava un nome che non gli era stato dato alla nascita, più bluesman di così non si può essere ed è l’atto primo di una storia rocambolesca che Robert Gordon racconta per filo e per segno, con dovizia di particolari, aneddoti, note esilaranti e tristi, avvicendamenti di personaggi, caos famigliare, donne consumate come sigarette (un vero tombeur de femme il nostro Waters), figli riconosciuti e figli perduti, soldi bruciati e soldi mai pervenuti, Cadillac, liti, pistole, gangster, razzismo, maiale e pesce fritto, alcol, tanto alcol ma soprattutto musica. 


Dalla prima canzone incisa, il 31 agosto del 1941 ovvero Country Boy ai suoi testi pieni di sensualità e virilità come Hoochie Coochie Man, I Got My Mojo Working e Mannish Boy o intrisi di insoddisfazione esistenziale come Rollin’ Stone e I Can’t Be Satisfied, dai dischi per la Chess Records fino a Fathers and Sons, l’album dal vivo che avvicinò la generazione hippie al blues, fino alla rinascita di Hard Again voluta per espresso interessamento di Johnny Winter dopo che negli anni settanta Waters sembrava ormai passato di moda, travolto dal massiccio coinvolgimento del pubblico nero verso il soul e dal crescente successo dei gruppi bianchi di rock-blues ( ebbe a dire a proposito “saltano fuori questi ragazzi bianchi che cantano la mia roba ed il giorno dopo sono diventati uno dei più grandi gruppi in circolazione. Noi invece abbiamo lottato tanto per avere un piccolo riconoscimento”), la sua inconfondibile voce e la sua lamentosa slide sono stati il mezzo per conquistare il rispetto per una cultura messa da parte come un mucchio di rifiuti. La sua musica ha diffuso la voce trionfante di gente arrabbiata che chiedeva un cambiamento. Affermava lo stesso Waters “ il blues esisteva prima che io nascessi, ed esisterà sempre. Finché c’è gente che soffre, ci sarà blues”.  Di lui Keith Richards nella prefazione scrive che era come una carta geografica, era la chiave di tutto, e anche dopo essere diventato famoso e aver girato il mondo, continuava a identificarsi con l’ufficio della piantagione di cotone dove veniva pagato per il suo lavoro nei campi.



Un vero cantante di blues non ha nessun interesse per il paradiso e ben poche speranze sulla terra, è per tale ragione che Muddy Waters nel 1943 lasciò il Sud, non molto tempo dopo avrebbe cambiato il sound del blues. Chicago era la terra promessa e per Muddy il sogno si avverò. Aveva uno scopo e lo perseguì con tutti i mezzi, pagandone le conseguenze, solo alla fine della carriera guadagnò molto denaro e visse  gli ultimi anni della sua vita in un felice ambiente famigliare. Robert Gordon con la sua prosa scorrevole ci accompagna in questo lungo tragitto fino al decesso, avvenuto il 30 aprile del 1983, attraverso quindici capitoli ognuno relativo ad un lasso di tempo definito. Un viaggio trasognato ed insieme un pugno allo stomaco, dai campi di cotone del Mississippi e al dolore che li permeava, ai balli e le prostitute dei juke joint, dall’incontro con Alan Lomax alle strade malfamate di Chicago con le sue fabbriche, i suoi macelli e i suoi effervescenti club. L’amore per Robert Johnson e la rivalità con Howlin’ Wolf, l’amicizia con il chitarrista Jimmy Rogers, la stima per Willie Dixon ed il sodalizio col pianista Otis Spann, il ruolo di maestro e bandleader per i tanti che sono passati sotto la sua ala, Little Walter, James Cotton, Paul Oscher, Bob Margolin, Calvin Jones, Hubert Sumlin, Dave Peabody e tanti altri. Completo di riferimenti discografici  e di note succulenti, come quella relativa ai preparativi di The Last Waltz quando il manager di studio cercò di convincere Levon Helm a estromettere Muddy Waters dallo spettacolo e questi gli rispose “togliti immediatamente dalla mia vista figlio di puttana prima che dica ad uno di quei ragazzi dell’Arkansas di massacrarti di botte” e nella stessa occasione, durante le prove, tutti i chitarristi presenti,  da Robbie Robertson a Bob Dylan, da Eric Clapton a Neil Young e Steve Stills, rimasero a bocca aperta guardando Waters suonare Nine Below Zero, e l’espressione sulle loro facce valeva da sola il prezzo del biglietto.



La cultura del blues ha avuto un impatto sul ventesimo secolo che non è stato secondo a nessuno, Muddy Waters è stato “il blues” per antonomasia e non solo, questo è un libro che gli amanti della musica non possono ignorare. Fondamentale.

 

MAURO ZAMBELLINI       GENNAIO 2022

 

martedì 4 gennaio 2022

MY PLAYLIST 2021


 

Secondo anno in compagnia del Covid, concerti e festival saltati, il settore della cultura e dello spettacolo annichilito, tanti scomparsi, musicisti e non. Il tempo non aspetta nessuno, se ci si mette anche il virus è una strage. Che dire? Un anno di merda e l’orizzonte non è affatto luminoso. Cerchiamo di consolarci, un po’ se ci riusciamo, con i dischi e i libri e magari qualche film rubato a sporadiche e mascherate escursioni al cinema. Ho guardicchiato le classifiche di riviste musicali internazionali, pluripremiato è Ignorance di The Weather Station che altro non è che la cantautrice Tamara Lindeman. Nulla da obiettare, i gusti non si discutono ma se un disco così pallido vince la playlist di tanti magazine, c’è da riflettere sulla musica dei giorni nostri, o meglio sui giorni nostri, veramente miseri. Non voglio infilarmi nell’annoso dibattito se fosse meglio la musica del passato ma un disco come Ignorance, (ignoro i testi), nei decenni del secolo scorso sarebbe passato inosservato, al più sarebbe stato un outsider. Considerato l’identico ambiente di musica intimista, rarefatta, a metà via tra pop, rock, jazz e canzone d’autore provate a confrontarlo con un album come Shine di Joni Mitchell del 2007, quindi nemmeno troppo distante nel tempo, quest’ultimo lo sotterra. Come mandare il Venezia, di cui sono tifoso( dopo l’Inter si intende) a giocare contro il Manchester City.




Per fortuna non tutti esprimono le stesse classifiche e playlist, la mia è sempre stata definita tradizionalista ma l’età è quella che è, e non posso perdere troppo tempo dietro a dischi che nel giro di due/tre anni nessuno ricorda più. Si chiamano classici e ci sarà una ragione se anche con ristampe e concerti ritrovati fanno ancora sobbalzare dalle emozioni. Prendete ad esempio The Legendary 1979 No Nukes Concerts, chi ha suonato dal vivo come Bruce Springsteen e la E-Street Band tra il 1978 ed il 1981? Nessuno, forse solo Tom Petty e i suoi Heartbreakers in qualche tour e Neil Young coi Crazy Horse, per rimanere in quel contesto di rocker/songwriter and his band. Guardatevi il video del Madison Square Garden con uno Springsteen trentenne al massimo del suo vigore rocknrollistico, d’accordo che l’iniziativa era a favore delle energie alternative e contro il nucleare ma quello show con la E-Street Band è una devastante esplosione atomica.



Raffiche di vento, tempesta elettrica, mitragliate di chitarra ed una galoppata selvaggia come solo il bisonte Neil Young sa fare. Way Down in The Rust Bucket è lo spettacolare show del 13 novembre 1990 al Catlayst di Santa Cruz in California con i Crazy Horse durante il tour seguito alla pubblicazione di Ragged Glory. Rock n’ roll potente, visionario, furioso, crudo e psichedelico, altra deflagrazione atomica come quella di Bruce. Del canadese è uscito nell’anno appena trascorso, e ancora coi Crazy Horse,  l’album in studio Barn, ma sarebbe meglio dire in fattoria visto che è stato registrato in un casolare di legno sulle Montagne Rocciose, ed è un buon disco, non un capolavoro ma valevole d’acquisto, per chi scrive il suo miglior lavoro dai tempi di Psychedelic Pills. Ballate  dolenti dal sapore rurale, un po’ di nostalgia nelle melodie e taglienti accelerazioni elettriche. Una ballata, Welcome Back, che si candida tra i migliori brani dell’anno. A chiudere il triangolo non ci poteva essere che Bob Dylan che dopo aver sbancato le classifiche lo scorso anno con Rough and Rowdy Ways quest’anno partecipa ai giochi col Vol.16 delle Bootleg Series. Non sono un tossicodipendente di bootleg series, ovvero non tutte me le faccio anche se nutro una stima infinita per il Sig. Zimmerman ma Springtime in New York 1980-1985 è grandioso, con “scarti” che abbracciano tutto quello che c’è da sapere su Dylan ed il rock n’roll di quel periodo. I dylanologi rigorosi non l’hanno incensato come sono soliti fare e questo è un buon segno, ci sono tanti Dylan e ognuno ama il suo. Questo del Vol.16 a me fa impazzire, ruota attorno alla nascita nel 1983 a New York presso il Power Station Studio di Infidels, un disco rockato, metropolitano, oserei dire springsteeniano, ma ci sono anche out-takes del discutibile Shot of Love e del bistrattato Empire Burlesque. Il box di 5CD è una fotografia della fredda primavera newyorchese dei primi ottanta con brani come Don't Fall Apart Me Tonight, Blind and Willie McTell, Jokerman, New Danville Girl, Neighborhood Bully, Sweetheart Like You, Union Sundown, Too Late  in grado di mettere in ginocchio chiunque. Musicisti come la sezione ritmica reggae Ainsley Dunbar-Robbie Shakespeare, tastieristi come Alan Clark, chitarristi come Mark Knopfler e Mick Taylor, qui la arruffata poesia di strada di Dylan si veste di caotico, elettrico folk-rock urbano e diverse out-takes sono lì a dimostrare che un album come Empire Burlesque sarebbe stato altra cosa se gli scarti fossero stati preferiti ai tagli ufficiali. Rimanendo nel girone Leoni & Ristampe ricordo che Summer of Sorcery Live!  di Little Steven coi Disciples Soul è un triplo Cd live per ballare e cantare, divertente e sgarruppato, coloratissimo e garage, registrato al Beacon Theatre di New York nel novembre del 2019, e sempre da New York ma dal Madison Square Garden  arriva la sontuosa celebrazione di uno dei gruppi americani più amati di sempre, la Allman Brothers Band. I pochi rimasti e i tanti che hanno suonato con loro, da Derek Trucks a Warren Haynes, da Jaimoe a Chuck Leavell, da Otel Burbridge a Reese Wynans, sotto il nome di The Brothers due giorni prima che il mondo venisse messo in lockdown, hanno dato vita ad un evento unico, omaggiando la musica e le canzoni degli Allman con una performance da lasciare senza parole e senza fiato, parte del cui ricavato è andato a The Big House la fondazione creata nella casa di Vineville Ave. a Macon dove tra il 1970 ed il 1973 vissero gli Allman. Musica galattica tra rock, blues, soul, jazz e psichedelia, tutto in formato jam, raccolta in quattro CD. Ancora un disco live poco chiacchierato ma piacevolissimo, da suonare ad alto volume in macchina, è Breaking Ground cronaca di un concerto della Steve Miller Band nel Maryland il 3 agosto del 1977 subito dopo l’uscita del disco Book of Dreams. Insieme al superlativo Steve Miller c’è l’armonicista Norton Buffalo, lo show è brillante, blues e cosmic-rock con tutti i cavalli di battaglia della SMB e qualcosa di più, catturato in un momento topico della loro carriera.



Il più bell’album di scarti della storia del rock rimane Tattoo You originariamente pubblicato nel 1981 e quest’anno riedito con l’aggiunta di un Cd intitolato Lost and Found:Rarities ovvero altri nove scarti di album precedenti, alcuni davvero notevoli nel focalizzare quei Rolling Stones tra anni settanta e ottanta ancora sporchi, febbricitanti, sensuali.

Se questi sono i pesi lordi che non possono mancare, altri titoli, forse anche minori, tengono in piedi quella grande fabbrica di sogni che è il rock n’roll, ogni anno messa a dura prova da cambiamenti estetici e socioculturali. Per chi continua ad accontentarsi del benessere indotto da un cantante che si destreggia attorno a chitarre, basso, batteria e qualche tastiera, il 2021 non è stato avaro. John Paul Keith è un autentico sconosciuto che vive a Memphis e con The Rhythm of the City ha rinfrescato un sound che negli anni settanta era di casa in quella città grazie alle registrazioni della Hi Records e della Sun, ovvero un mix di soul, rockabilly e blues con un pizzico di pub-rock al servizio di una voce calda  e confidenziale. Molto più conosciuto è Dan Auerbach, leader dei Black Keys, che oltre ad essere artefice attraverso la sua etichetta personale Easy Eye Sound di una riscoperta del soul di stampo vintage, assieme all’amico Patrick Carney, al bassista Eric Deaton e al chitarrista Kenny Brown, ha realizzato un sentito tributo al Hills Country Blues, quel ramo di Delta blues tipico delle colline settentrionali del Mississippi, sbocciato tra Oxford e Holly Springs, i cui padri hanno i nomi di Fred Mc Dowell, Junior Kimbrough e R.L Burnside. Delta Kream dei Black Keys è spigoloso e forte, come un sorso di bourbon distillato clandestinamente, trasmette quel ruspante sapore della cucina down-home, è volutamente provinciale e dimostra quanto rispetto nutra verso le radici blues  uno dei gruppi di pop e rock più popolari degli Stati Uniti. Chapeau. Rimanendo nel circondario, proprio dalla citata scuderia di Auerbach, arriva il secondo disco di Robert Finley per la Easy Eye Sound ovvero Shorecrppper’s Son, nuovo attestato delle capacità del cantante di Bernice, Louisiana, dopo una vita avventurosa e sfortunata, di usare il suo falsetto per un southern soul che anche qui attinge al Hills Country Blues, alle spezie down-home e allo stile delle registrazioni  Muscle Shoals. Georgiano di Atlanta il venticinquenne Eddie 9V al secolo Brooks Mason Kelly, con Little Black Flies si rivela un astro nascente della musica del Sud di derivazione blues, anche se il suo spumeggiante cocktail prevede massicci innesti di soul  Stax, di rockabilly e funky n’roll. Un disco energico, brioso e zeppo di feeling per un cantante e chitarrista, ma Eddie 9V suona un sacco di strumenti, che, arrivato di giovanissimo sulla scena, sa come maneggiare gli insegnamenti dei grandi vecchi mettendoci dentro istinto, passione, cuore e quel pizzico di sporcizia che ci vuole. Siamo agli antipodi di Joe Bonamassa. 



Che il Sud-Est degli Stati Uniti continui a sventolare la bandiera di una musica autentica e di cuore lo dimostra la dedica che Jason Isbell, pur essendo nativo dell’Alabama, con i suoi 400 Unit ha rivolto allo stato della Georgia dopo che questo ha voltato le spalle a Trump ed è passato sotto l’egida democratica. Il suo è un disco di canzoni “georgiane” i cui proventi sono andati in beneficenza, Georgia Blue questo il titolo del disco presenta composizioni dei R.E.M, Black Crowes, Drivin’ N’ Cryin’, Otis Redding, James Brown, Cat Power, Vic Chesnutt, interpretati da Isbell con la sua band e con alcuni invitati. Particolare menzione per la resa di Midnight Train To Georgia con Britney Spencer e John Paul White ed una sfavillante in Memory of Elizabeth Reed con Peter Levin. Molto applaudito dalle riviste nostrane, e mi unisco al coro, il texano James McMurtry con The Horses and The Hounds è ritornato ai suoi momenti migliori dopo alcuni dischi piuttosto routinari, e mi va di segnalare anche Open Door Policy degli Hold Steady per chi ama le atmosfere dell’heartland rock di spirito blue collar. L’affettuoso ricordo per la prematura scomparsa del figlio,  Steve Earle lo ha scritto in J.T bell’omaggio alle canzoni dello scomparso con calde sfumature country e folk ed una Harlem River Blues da antologia, mentre su altri lidi l’errabondo songwriter Israel Nash ha raggiunto il suo personale highlight con il rarefatto rock cosmico di Topaz, immergendosi in quei paesaggi lisergici che furono del Jonathan Wilson di Gentle Spirit.  All’insegna di un rock-blues alla cartavetrata e di un sana attitudine blue-collar è Get Humble  degli Handsome Jack, trio dell’area newyorchese che non nasconde l’amore per i Creedence Clearwater Revival e per quelle band proletarie sorte su imitazione dei Faces. Ma un disco che ho ascoltato parecchio e mi ha sedotto per gentilezza melodica, per il clima estatico di certe armonie, per la serenità e la tranquillità che infonde è Other You di Steve Gunn, un autore ed un chitarrista originale seppur legato ai paesaggi di un folk-rock pastorale basato su un artigianale lavoro strumentale. Meno d’impatto rispetto ai precedenti Eyes On The Lines e The Unseen in Between, il nuovo disco conserva la circolarità di ballate che disegnano un loop emotivo fatto di suoni cristallini e visioni bucoliche. Other You è il mio disco (nuovo) del 2021.

Passando al panorama italiano, vivace e fertile, cito quattro lavori diametralmente diversi l’uno dall’altro. Me and The Devil della J.F Band che è riduttivo dire italiana visto la presenza del percussionista Jaimoe degli Allman, dei chitarristi David Grissom (Joe Ely e John Mellencamp),Scott Sharrard (Gregg Allman Band) e del bassista Joe Fonda, è un potente, jammato ed improvvisato melting di jazz-rock e blues dove spiccano spiritate e stravolte versioni di Robert Johnson ed una Spanish Moon trattata jazz in grado di resuscitare anche Lowell George. Al polo opposto Warriors Grow Up and Die di Luca Milani è un disco  riflessivo, intimista, di colori autunnali e  note languide che segna uno scarto in senso cantautorale nella sua discografia, stesso passo intentato anche da Maurizio Glielmo detto Gnola ma in quell’area in cui il songwriting si fonde col rock e col blues. Aiutato dai soliti pards, Gnola con Beggars and Liars avvia un percorso ai confini del roots-rock di scuola Hiatt e J.J Cale iniettandolo di melodie southern soul. Uno strappo ragionato rispetto agli shuffle con cui ha brillantemente costruito la sua avventura blues tra dischi in studio e concerti dal vivo. I marchigiani Gang continuano invece imperterriti sulla loro strada col produttore Jono Manson e con un pugno di canzoni (Ritorno al Fuoco) che tra storie d’Italia, sentimenti popolari, coerenza, folk e rock allunga la grande tradizione del canzoniere italiano di natura sociale.



Di documentari musicali mi va di ricordare Summer of Soul, tenuto nel dimenticatoio per 50 anni e testimone della Woodstock afroamericana svoltasi a Morris Mount Park ad Harlem negli stessi giorni della missione lunare Apollo e nello stesso anno del più celebrato festival rock. Uno spaccato dell’altra parte d America con la sua gioia, la sua cultura, i suoi colori, i suoi dolori ed il suo ritmo, mentre per quanto riguarda le letture consiglio Leadbelly di Edmond G.Addeo e Richard M.Garvin, Muddy Waters di Robert Gordon, Bees Wing di Richard Thompson, New York Rock di Steven Blush, Storie Sterrate di Marco Denti e The Allman Brothers Band-I Ribelli del Southern Rock che ho avuto il privilegio di leggere in anteprima. E’ tutto, speriamo in un anno migliore, ciao.

 

MAURO ZAMBELLINI

lunedì 22 novembre 2021

DION Stomping Ground


 Ci ha preso gusto Dion perché dopo l’applaudito  Blues  with Friends  replica con un'altra parata di grandi stelle. Di nuovo col produttore e polistrumentista Wayne Hood, che ha curato tutti gli arrangiamenti, e col partner Mike Aquilina con cui ha scritto la maggior parte delle canzoni, l’artista del Bronx rimette in pista diversi giocatori della prima partita, a cui se ne sono aggiunti altri per un mix di blues e rock n’roll dove la personalità dell’ospite, pur non dominando le melodie, regala un contributo significativo ai diversi brani, dividendosi con l’autore i meriti di una musica di classe e di cuore. A guardare ben Stomping Ground  è perfino meglio del precedente disco per una sfaccettatura maggiore dei vari brani, al di là della grande interazione strumentale, e per l’equilibrio tra personalità dei musicisti coinvolti e la magnifica voce di Dion, a ragione definito da Springsteen uno dei migliori cantanti di sempre, che a ottantuno anni canta come un trentenne. Questo è il secondo lavoro per la KTBA, acronimo che sta per Keeping The Blues Alive e non c’è di meglio che Dion e i suoi amici a “tenere vivo il blues”. Anche se dentro Stomping  Ground  c’è così tanto rock n’roll da rimettere in pista la New York dei primi anni ottanta, e non è un caso che l’autore sia fotografato in copertina all’uscita del metrò di Broad Street nella Lower Manhattan perché i riferimenti alla vita notturna della città abbondano, a cominciare da The Night is Young con l’asso della chitarra Joe Menza.

I brani guidati dalla chitarra, e che chitarre, dominano la prima parte dell’album, se Blues Comin’ On era il pezzo trainante di Blues with Friends con Joe Bonamassa, lo stesso è adesso protagonista del groove di Take It Back  mentre Eric Clapton tiene una lezione sullo strumento in You Wanna Rock n’roll dimostrando come un semplice brano possa avere un anima se il maestro, pur bravo, è umile e preferisce il basso profilo al colpo d’effetto. E su questa linea si muove anche il bravo e poco conosciuto  G.E Smith, pur avendo suonato con gente del calibro di Dylan, Bowie, Jagger, Buddy Guy, Roger Waters e Tracy Chapman, chitarrista il cui tocco è un marchio del sound newyorchese dell’epoca. Qui, la sua sobria finezza accompagna Dion in Hey Diddle Diddle, una delle perle dell’album, un rock urbano con una vena romantica irresistibile. Dopo di lui l’inconfondibile Mark Knopfler sottolinea senza possibilità di sbagliarsi la fluida e bluesata Dancing Girl mentre Peter Frampton si fa sentire nella melodica There Was A Time e Sonny Landreth si mantiene sottomesso in Cryin’ Shame, altro gioiello di Stomping Ground.  Tutti questi veterani della chitarra adottano un approccio molto ponderato e rilassato, senza mai sentirsi obbligati di mettersi in mostra e sfoggiare le proprie virtù strumentali, piuttosto assecondano il cantato di Dion, eccellente crooner metropolitano con il gusto innato del rock n’roll anche quando si tinge di blues e doo-wop.

La seconda parte del disco tende a ridurre l’attenzione sulle chitarre per aggiungere alcuni timbri musicali e temi lirici diversi. La linea di demarcazione è proprio la canzone che dà il titolo all’album con Billy Gibbons che si destreggia in mezzo ad una copiosa sezione fiati R&B. I duetti maschio/femmina si distinguono per varietà e le ottime armonie, Patti Scialfa e Bruce Springsteen vociferano nella penombra di Angel In The Alleyways, ballata di vago sapore western con colorazioni dark. Si sente più lei che lui ma il pezzo è bello, Marcia Ball e Johnny Vivino al contrario danzano allegri abbracciati a Dion nel rock n’roll tutto New Orleans di I Got My Eyes On You Baby e Ricky Lee Jones canta come era da tempo che non l’ascoltavo così smagliante, coadiuvata da Wayne Hood e Dion, una I’ve Been Working  da applausi. Oltre a ciò il trio Boz Scaggs, Joe e Mike Menza sono invitati nell’allegro stomping I’ve Got To Get To You , il pianista Steve Conn rende omaggio a Dr.John in That’s What The Doctor Said e la cover di Red House  viene impreziosita dalla slide di Keb’ Mo’ e da Dion calato nei panni di un bluesman del Sud.  

Molti dischi collaborativi cadono nella trappola commerciale di riportare un artista più anziano sotto i riflettori affiancandogli illustri invitati, non è questo il caso di Stomping Ground, primo perché Dion DiMucci con la sua storia passata e presente non ha bisogno di essere riportato sotto i riflettori, secondo perché questo è un album i cui vari punti di forza si rivelano ad ogni successivo ascolto grazie all’equilibrio raggiunto tra bellezza delle canzoni, limpidezza ed espressività della voce, raffinatezza negli arrangiamenti e varietà degli interventi. Un disco che non inventa nulla di nuovo ma che dice come il rock n’roll, il blues e la buona cucina hanno sostanzialmente solo bisogno di ingredienti giusti e dosaggi accurati.

 

MAURO   ZAMBELLINI     NOVEMBRE 2021

 

lunedì 25 ottobre 2021

THE ROLLING STONES TATTOO YOU 40th ANNIVERSARY EDITION

Con Tattoo You , i Rolling Stones diedero prova, in tempi non sospetti, di essere i primi della classe anche con gli avanzi. Nel 1981 pubblicarono uno dei migliori album della loro discografia ricorrendo essenzialmente a degli scarti. Ad un anno dalla pubblicazione del pallido Emotional Rescue , si trovarono nella condizione di partire in tour senza avere un disco da presentare, come invece era loro abitudine. Ci pensò Keith Richards e gli fece sponda Ron Wood a spingere il fidato ingegnere del suono Chris Kimsey a rovistare negli archivi, estraendo dalle session dei precedenti dischi del materiale inedito per mettere insieme un nuovo album. Keef  fu estremamente chiaro al proposito:  la musica ha bisogno di invecchiare come il buon vino”. Per tre mesi Kimsey “scartabellò” i nastri risalenti al periodo 1972-1979 e convinto di aver trovato i pezzi giusti li sottopose a Mick e Keith i quali entusiasti, nell’autunno del 1980, si rintanarono in un “cavernoso magazzino” alla periferia di Parigi con il loro studio mobile creando quello che sarebbe divenuto Tattoo You.  Misero a posto le canzoni rifinendole, sovra incidendole, aggiungendo  nuovi tocchi e parti vocali, e affidarono il mix finale a Bob Clearmountain e Gary Lyons. Quando, nell’agosto del 1981, il disco uscì fu un immediato successo e negli Stati Uniti rimase al primo posto nella classifica delle vendite per nove settimane consecutive. Mi ricordo che in quell’agosto attraversavo da Est a Ovest in auto con un amico gli States e Start Me Up, la canzone che apre all’album, divenuta negli anni un must dei loro show, veniva sparata in radio a ripetizione, con una media di tre/quattro volte all’ora anche in stati dove normalmente trasmettono  solo musica country. Il disco si guadagnò anche un Grammy per la miglior copertina, disegnata da Peter Corristor in collaborazione col fotografo Hubert Kretschmar e l’illustratore Christian Piper. Per chi scrive Tattoo You  rimane ancora oggi uno dei più riusciti lavori della loro lunga discografia, il più grande disco di scarti della storia, oggi rimpolpato nell’ edizione del quarantennale di altrettante out-takes così da suffragare l’idea che in origine avrebbe potuto benissimo essere un doppio album.


Il Tattoo You originale si apre con Start Me Up e si chiude con Waiting For A Friend, una delle più romantiche ballate delle Pietre, al tempo amplificata da un video ambientato al Village di New York, sull’amicizia maschile. Sono le coordinate qualitative del disco ma il resto non è da meno. Gli avanzi di Black and Blue  si chiamano Slave, groove irresistibile per un brano che in concerto avrebbe fatto sfracelli se fosse stato usato, in cui Billy Preston si giostra con le tastiere e il sassofono del colosso Sonny Rollins mette la ciliegina sulla torta, e poi Worried About You una ballata soul cantata in falsetto da Mick con un inciso di chitarra da capogiro di Wayne Perkins, quando ancora Ron Wood non era della partita. Dalle session agli studi Pathé Marconi di Parigi relative a Emotional Rescue  arrivano Heaven, eterea ballad ancora in falsetto originariamente concepita da Jagger con la chitarra, e la rabbiosa e punk Neighbours  con l’infuocato sax di Sonny Rollins. Il titolo fa riferimento ai  problemi che aveva Richards con i vicini della propria abitazione newyorchese. Delle medesime session è anche No Use In Crying  altra ballata dalle sfumature soul che esemplifica il mood melodico di quell’album. Little T&A è un rock n’roll cantato da Keith Richards fisso nelle scalette di quel tour,  nacque ai tempi di Some Girls,  l’ album del 1978 che regala anche Black Limousine , blues con perfetta simbiosi di slide (Wood) e armonica (Jagger), concepito nel 1973 e finito quattro anni dopo grazie a Ronnie, il quale affermò di essersi ispirato a Hop Wilson. Dalle session in Giamaica del remoto Goats Head Soup  Kimsey pescò Tops  nel cui mix furono lasciati il piano di Nicky Hopkins e la chitarra e la voce di Mick Taylor, e la straordinaria Waiting For A Friend dimostrazione che in quella zuppa di caprone le ballate andavano forte, basti pensare alla toccante Winter.



Se questo è il Tattoo You che si conosceva,  sotto il titolo di Lost & Found: Rarities sono disponibili oggi altre nove out-takes, recentemente completate con voce e chitarra. I nuovi scarti riguardano una versione micidiale di Shame, Shame, Shame registrata per la prima volta nel 1963 da uno dei loro bluesman più amati, Jimmy Reed, la rivisitazione del brano soul del 1973 di Dobie Gray Drift Away, ed interpretata dalla band per It’s Only Rock n’Roll ma poi omessa dall’album, e due tracce scelte per promuovere l’edizione del quarantennale. Living In The Heart of Love, accompagnato da un video in bianco e nero girato tra le strade e i locali di Parigi con tanto di amore saffico, è la quintessenza del rock degli Stones nella sua definizione più sguaiata e danzante mentre Troubles A’ Comin’ è più lenta e bluesy, cadenzata sul ritmo di Tumbling Dice. Scritta da Eugene Record per il gruppo femminile delle Chi-Lites faceva parte del pacchetto di Emotional Rescue. Le chicche non finiscono qui, Come To The Ball  gode della chitarra di Mick Taylor ed il piano di Nicky Hopkins ed è lo specchio di quella sporcizia rock n’roll che albergava in Goats Head Soup, anch’essa risalente al 1972 è Fast Talking, Slow Walking ma in questo caso l’atmosfera è quella della ballata sofferta grazie ad una intensa prova vocale di Jagger. Nella adrenalinica  Fiji Jim, registrata a Parigi durante Some Girls, Ian Stewart siede al pianoforte ma sono la slide e l’armonica a portarla su un versante blues, cosa che succede pure in It’s A Lie dove chi soffia nell’armonica è Sugar Blue. Il groove a ritmo reggae di Start Me Up svela l'evoluzione della canzone, prima che Richards spingesse per un approccio più rock facendo l’immensa fortuna di quel brano. Poche volte un CD di scarti si è amalgamato così bene all'album originario, in virtù del fatto che i due dischi sono essenzialmente costituiti da out-takes.



La super edizione deluxe del quarantennale offre anche un set di 26 tracce riguardanti il concerto a Wembley del giugno 1982, Still Life: Wembley Stadium  registrato durante il Tattoo You Tour.

 

MAURO ZAMBELLINI       OTTOBRE 2021


 

mercoledì 14 luglio 2021

LITTLE STEVEN and the DISCIPLES OF SOUL SUMMER OF SORCERY LIVE!


 

Non è mai stato così produttivo Little Steven come negli ultimi anni, dopo che la macchina della E-Street Band è stata messa in garage. Due dischi in studio a suo nome, uno con Springsteen (Letter To You), il tributo ai Beatles di Macca To Mecca!  e due esplosivi dischi live coi suoi Disciples of Soul. Se Soulfire Live!  era la cronaca del tour che aveva fatto seguito al disco omonimo, Summer Of Sorcery Live!  è il resoconto della serata finale svoltasi il 6 novembre 2019 al Beacon Theatre di New York del tour dello stesso disco. Un succoso documento di tre CD e Blu-Ray dove ancor più che nel precedente live viene messa a ferro e fuoco la musica di Miami Steve Van Zandt, con particolare attenzione all’album Summer of Sorcery, in pratica vengono eseguite tutte le canzoni, e con la cospicua presenza dei cavalli di battaglia del suo vasto songbook. Non c’è comunque sovrapposizione col precedente live perché, a parte qualche rimasuglio del passato, la scaletta è per lo più differente. 


Mixato e rimasterizzato da quella coppia delle meraviglie della sala d’incisione che rispondono ai nomi di Bob Clearmountain e Bob Ludwig, questo live riporta più di due ore di infuocato concerto, con l’aggiunta di un CD supplementare riguardante brani estratti da show sparsi tra il 2017 ed il 2019 all’O2 di Londra, al Fillmore, a Brooklyn ed in altre location. Andiamo con ordine, ventisei tracce compongono il succoso menù del Beacon in una speciale festa della musica dagli ampi risvolti dove è possibile trovare tutto quanto ha espresso Little Steven nella sua carriera. Un esuberante, schiamazzante, travolgente e colorato set in cui il rock-soul scarabocchiato garage con echi di psichedelia di Summer of Sorcery si salda coi diversi brani scritti per Southside Johnny e gli Asbury Jukes e con una chicca, la danzante e scatenata Freeze-Frame proveniente dalla J. Geils Band e con in pista il loro frontman Peter Wolf. Episodio davvero pimpante con un R&B sparato a mille come era nello stile della band di Boston, perfetto per continuare la festa celebrativa degli umori estivi di gioventù messi in campo da Summer Of Sorcery,  con il rock and roll a mischiarsi don la musica latina, il doo-wop con il rhythm and blues mentre le chitarre abbracciano i cori femminili, le percussioni portoricane incrociano i fiati grondanti soul, il tutto arrangiato in una sorta di rigoglioso Wall of Sound da sobborgo newyorchese. La sarabanda inizia come nell’album di riferimento con il carico di trombe, sassofoni e voci femminili di Communion,  per poi svolgere uno dopo l’altro Party Mambo!, la salsa rock di Gravity, il micidiale rock chitarristico di Superfly Terraplane, la calda e amorevole Love Again, il gagliardo Soul Power Twist, il sound blaxploitation di Vortex, i toni notturni di Suddenly You e romantici di A World of Our Town, il blues di I Visit of The Blues e i dieci minuti della evocativa ballata che dà il titolo all’album, qui in versione meno fiammeggiante rispetto all’originale ma altrettanto coinvolgente. Come detto sopra non c’è solo Summer of Sorcery sul piatto, il Little Steven terzomondista ricompare in Los Desaparecidos, I Am Patriot e Bitter Fruit nella quale le percussioni si divertono in un numero alla Tito Puente, e i Disciples of Soul imitano gli Asbury Jukes quando vengono pescate le intramontabili Little Girl So Fine, Trapped Again e Love On The Wrong Side of Town scritte da Miami Steve Van Zandt proprio per Southside Johnny. Splendida è Forever con le coriste scatenate in un soul-rock mai cosi eccitante e sensuale, e altrettanto magnifica è Tucson Train rubata allo Springsteen di Western Stars ma rivoltata in una veste di epica ballata rock con le chitarre, i fiati, gli ottoni e le coriste a sostituire il pomposo arrangiamento d’archi.  Dopo l’immancabile Sun City il finale del Beacon è affidato a Out Of Darkness, concessione al suono anni 80 di Voice of America declinata con pathos springsteeniano.



Se questo è il concerto “ufficiale”, il terzo CD non sfigura in quanto a regali. L’inaspettata ed effervescente Club A Go-Go strizza l’occhio ai ricordi giovanili dell’allora Stefanino, era nel repertorio degli inglesi Animals, Bristol Stomp  è un cameo di primi anni sessanta appartenuta al gruppo “a cappella” dei Dovells e la esplosiva e devastante  (Ain’t Nothin But A)Houseparty  registrata durante il tour di Soulfire riporta di nuovo in scena la J.Geils Band con l’amico Peter Wolf.  Ride The Night  vede la presenza del suo autore, l’australiano Jimmy Barnes, che urla con tutta l’ugola di cui è capace mentre delizie chitarristiche arrivano da Nils Lofgren nella sua Moon Tears. Rimane da dire di una magnifica Groovin’ Is Easy, anche questa registrata al Fillmore nel tour di Soulfire, un blues orchestrale e jazzato degli Electric Flag qui impreziosito dalla magnifica voce di uno dei suoi autori, il cantante Nick Gravenites, e del vulcanico finale di Sun City con tutti sul palco: Little Steven e i Disciples of Soul, Jimmy Barnes, Jake Clemons, Peter Garrett, Garland Jeffreys e Bruce Springsteen. Finale esuberante per un live tutto fiamme e divertimento. Consigliato.

MAURO ZAMBELLINI    GIUGNO 2021

 

 




 

mercoledì 23 giugno 2021

THE RHYTHM OF THE CITY John Paul Keith


 

Nome affatto conosciuto sebbene nel 1994 l’allora ventenne John Paul Keith fondava i Viceroys poi diventati V-Roys, autori di alcuni album per l’etichetta E-squarred di Steve Earle, con cui collaborarono nel maxi-single di Johnny Too Bad. Nativo di Knoxville ma per nulla stanziale visto che ha vissuto in sequenza a New York, Nashville e Birmingham in Alabama, dopo essere stato il leader dei Nevers, John Paul Keith si è trasferito all’inizio degli anni zero a Memphis dove ha trovato l’humus giusto per la sua musica. Qualche disco a suo nome, una collaborazione con Amy LaVere e col chitarrista texano Will Sexton che gli ha prodotto nel 2018 l’album Heart Shaped Shadow e adesso un disco infarcito dei migliori umori memphisiani, dieci canzoni cantate con voce calda e melodica che abbracciano l’intero panorama musicale della città, dal sound venato di blues e rockabilly fabbricato negli studi Sun al soul di marca Stax, dal rhythm and blues delle incisioni della Hi-Records al rock n’roll profumato Presley. Mai titolo fu più azzeccato per definire un disco, The Rhythm of The City pulsa febbricitante attorno al ritmo di una città che è il cuore della musica americana di derivazione sudista, dove ancora oggi outsider come John Paul Keith trovano il modo di aggiungere il loro sentito e sincero contributo ad una storia che regala ancora emozioni e bei dischi. E lo fa con stile, gusto, senso della misura e cura dei dettagli, evitando di sembrare revival o passatista. Tutt’altro, prendete Love Love Love ad esempio, un connubio tra Presley e Johnny Burnett che potrebbe apparire una minestra super riscaldata se non fosse che suona scoppiettante, festosa, arzilla in una dimostrazione di fresco e vitale rock n’roll, corroborato da una sezione fiati che per tutto il disco aggiunge il giusto tasso di negritudine. Tutto The Rhythm of The City funziona e non solo nei brani più briosi, The Sun’s Gonna Shine Again ispirato, a detta di Keith, da uno dei veterani del soul di Memphis, Don Bryant, evoca quello svogliato ma terribilmente romantico modo di cantare le ballate soul di Alex Chilton, il quale un po’ centra anche con il sound aereo-spaziale della title track che per ammissione dell’autore è uno esplicito omaggio a The Letter dei BoxTops, la quale iniziava proprio con un aereo in fase di decollo. Poi The Rhythm of The City si risolve in altro modo ed un lancinante assolo di chitarra fa capire quanto nerbo ci possa essere nella sua musica . D’altra parte i compagni di ventura sono ben assortiti, il leader canta e suona la chitarra e attorno a lui ruotano musicisti locali come Al Gamble (St. Paul And The Broken Bones) alle tastiere, Danny Banks (Nicole Adkins Band) alla batteria e Matthew Wilson (John Nemeth and The Blue Dreamers) al basso, nonché una robusta sezione fiati e le carezzevoli voci delle sorelle Jackson dei Southern Avenue nel malizioso e sensuale soul How Can You Walk Away. Le Jackson fanno da contrappunto anche nella lenta I Don’t Wanna Know e in If I Ever Get The Chance Again dove fiati, tastiere e chitarre si fondono per creare un tappeto di velluto al cantato di Keith. Più energica, con una brillantissima chitarra  e l’Hammond in gran spolvero, If I Had Money sposta leggermente il baricentro verso il blues texano se non fosse che un superbo sassofono riporti tutto a casa, cioè a Memphis con gioia di tutti i partecipanti, prima del conclusivo omaggio al deep soul di How Do I Say No dove John Paul Keith rischia di fare il crooner.

Bella copertina, ottimi musicisti, canzoni ben equilibrate e varie, Memphis sound di prima qualità, The Rhythm of The City non è niente di più che un disco da sentire a qualsiasi ora del giorno,  plaudendo ad un benemerito sconosciuto che in tutto questo casino del mondo tecnologico moderno, riesce ancora a scrivere e cantare canzoni che fanno pensare all’amore. Grazie John Paul Keith.

 

MAURO ZAMBELLINI    GIUGNO 2021