mercoledì 30 settembre 2026

WARREN HAYNES Dreams and Songs


Esiste una vera e propria discografia che documenta l’incontro tra gruppi rock e orchestre sinfoniche, dai Deep Purple ai Metallica, dai Procol Harum agli Skorpions, dagli Aerosmith a Yngwie Malmsteen per citarne solo alcuni. In particolare i gruppi metal non hanno mai disdegnato tali sperimentazioni a cui non si è sottratto nemmeno il vulcanico Warren Haynes che nel 2019 nella sua città natale, al Thomas Wolfe Auditorium di Asheville, Carolina del Nord, ha suonato con l’orchestra sinfonica locale un mix di sue canzoni e cover accompagnato dal tastierista John Medeski, dal bassista Oteil Burbridge, dal batterista Jeff Sipe, dal sassofonista Greg Osby e dal coro di Jasmine Muhammad e Edwin McCain. Pur non essendo un accanito estimatore di tali connubi, sono rimasto incantato dal lavoro fatto da Haynes e compagni con i 64 musicisti della Asheville Symphonic Orchestra, per come un materiale di sostanziale derivazione rock-blues con agganci psichedelici sia passato al setaccio di archi, violini e arrangiamenti orchestrali uscendone brillantemente ridisegnato, acquistando solennità, lirismo, pienezza e sfaccettature che più che alla musica classica fanno pensare al jazz. Detto che il materiale di base è costituito da canzoni di prima grandezza come Dreams e Whipping Post degli Allmans, Just Another Rider di Gregg Allman, Terrapin Station, Black Peter e Shakedown Street dei Grateful Dead, Thorazine Shuffle e Banks of Deep End dei Gov’t Mule, Makes Non Difference di The Band, One degli U2, Spots of Time e Broken Promised Land dello stesso Haynes solista (e diversi di questi brani sono già stati portati in concerto da Haynes) il risultato è lungi da retorica, pomposità e magniloquenza, inaspettatamente fresco e dinamico. Basta la versione dell’ultimo titolo citato, originariamente su Tales of Ordinary Madness, con l’incantevole controcanto di Jasmine Muhammad ed il sontuoso arrangiamento sinfonico che ne amplifica intensità e pathos per rendersi conto di come anche questa volta, su un terreno scivoloso come la contaminazione “classica”, Haynes abbia fatto centro dimostrando versatilità e classe musicale da vendere. La sua riconoscibile voce e i suoi assoli di chitarra non sono soffocati dagli archi ma si amalgamano perfettamente, conducono la melodia, smorzano una possibile fastidiosa grandeur pur inserite nell’ampia coreografia. Nel caso di Thorazine Shuffle, brano che esemplifica la durezza granitica dei Gov’t Mule, l’arrangiamento orchestrale ne ammorbidisce i contorni regalando fruibilità e Banks of the Deep End è la dimostrazione che i Muli potrebbero suonare alla Scala. Nella ballata Makes No Difference (era su Northern Lights Southern Cross di The Band) lo sfondo di violini ne accentua l’evocativa bellezza, sublime era e magica rimane, cosi come in Dreams viene sprigionato tutto l’immaginario psichedelico arricchendolo di dettagli e variazioni. La lunga Terrapin Station costituisce il margine prog di Dreams & Songs col suo andamento ondivago, Raven Black Night è un’ardita fusione di jazz-rock e sinfonica con Medeski in primo piano, la allmaniana Instrumental Illness si dibatte tra entrate, assoli e individualismi di stampo free jazz nel mondo di John Coltrane, il bellissimo rifacimento di archi di Just Another Rider  unito all’assolo di sassofono in puro stile jazz non intaccano la sua indole blues, anzi. La lenta Black Peter assume coloriture da brass band ed il groove di Shakedown Street diventa ancora più danzabile con il lavoro dell’orchestra. Per Whipping Post non ci sono parole, è come se risorgesse in una vita diversa. Che Haynes creda molto a questo progetto lo dimostra il fatto che il prossimo anno lo presenterà in concerto per due serate con la Nashville Symphony Orchestra.

 

MAURO ZAMBELLINI     

venerdì 26 giugno 2026

MIKE CAMPBELL & The Dirty Knobs MISSION OF MERCY


 

Tutto si può dire tranne che Mike Campbell coi suoi Dirty Knobs non stia valorizzando il suono che fu degli Heartbreakers con dischi che bilanciano il suo amore per il blues e il rock degli anni settanta e la capacità di creare teneri ritratti di personaggi, canzoni d’amore e ballate. Un rock vecchia scuola, ribadito nel nuovo Mission of Mercy, una raccolta di brani e riflessioni con cui l’autore esplora e amplia il suo stile in compagnia di una band ormai collaudata da dischi e concerti dove a fianco del polistrumentista e cantante Chris Holt che contribuisce con chitarre, tastiere e armonie, del bassista Lance Morrison si è aggiunto il batterista Steve Ferrone, già con gli Heartbreakers. Non fa mistero che questi potevano contare sul fondamentale ruolo di Tom Petty nello scrivere canzoni indimenticabili (e Campbell non raggiunge certo tali livelli come autore) ma un destino crudele ha voluto che l’avventura si concludesse anzitempo e quindi non rimane che accettare ciò che è rimasto sul campo.Da lassù il caro Tom non può che sorridere vedendo il suo chitarrista, e adesso anche il suo batterista, preservare la sua storia musicale. Per Campbell non è stato tutto facile, dopo la scomparsa dell’amico ha dovuto rimboccarsi le maniche e cominciare dal basso a costruirsi un pubblico, una sorta di viaggio terapeutico che lo ha portato, con moglie e cani al seguito, e in compagnia dei Dirty Knobs a risalire la china, attraversando gli States prima come l’ultimo nome in cartello nei concerti di altri e poi diventando l’headliner nei teatri dove aveva sempre sognato di suonare. In questo modo ha intercettato i vecchi fans degli Heartbreakers, ancora affranti per la scomparsa del leader, e nuovi adepti conquistati e attratti dal robusto boogie dei Dirty Knobs. Mission of Mercy raccoglie sia il seminato dei primi tre album con i Knobs ma ne allenta il boogie in nome di nuove aperture, messe in evidenza negli arrangiamenti di archi e in particolare nella title track quando, in dolce armonia con Holt, ricrea l’umorale atmosfera californiana di Pet Sounds dei Beach Boys, e nella lunga conclusiva Vagrant imbastendo su un sinuoso riff jazz un flusso di coscienza col fine di raccontare di un hipster della Beat Generation che fluttua in una surreale San Francisco tra tram, stelle cadenti, junkies, perditempo e scimmie pulciose, chiedendosi alla fine chi potrà tirarlo fuori di lì. Un talkin’ che può ricordare certi recenti monologhi di Dylan, lo stesso autore l'ha definito come l’incontro tra Take Five di Dave Brubeck e Mission Impossible (“ho detto ai ragazzi, facciamo qualcosa di jazz e io ci parlerò sopra”), libertà artistica e eccentricità che funzionano dando valore aggiunto a un album comunque dalla forte identità rock n’roll, che come i lavori precedenti definisce lo stile dell’autore e della band. L’acquisita maturità del suo songwriting (nel frattempo è uscito  Heartbreaker, il suo libro di memorie), “scrivo i testi, spesso pensati di notte, e poi passo alla musica, l’opposto di quello che ho sempre fatto”, si fonde perfettamente con il gesto della band, Let Me Back In My Dream col suo assolo “alla Campbell” e l’ariosità melodica contrapposta al drumming senza scampo  e  I Remember con la sua chitarra, il pianoforte e quel ritornello rubato alle strade dell’Ovest rimandano allo sfavillante sound degli Heartbreakers periodo Long After Dark, More Than Gold dal canto suo si abbandona ad un melodico languore country e Bongo Mania rimbalza tra bonghi e Kate Pierson (la voce dei B-52’s)in uno di quegli scoppiettanti numeri rock n’roll che mettono in piedi un’intera platea. Se l’apertura di No Regrets ricorda il mood elettroacustico di Wildflowers, muscolare è invece Wrecking Ball, il lato hard-rock dei Dirty Knobs, qui vicini ai Led Zeppelin mentre la percussiva My Mama Told Me va verso il blues in compagnia della slide. Done To Me diverte grazie al tono scanzonato e quel piano honky-tonk e la cupa e fragorosa Armageddon, il pezzo più pesante dell’album, incombe col suo tono catastrofico (pioggia acida che cade/ stiamo inseguendo l’alba/ombre scure sul terreno/ sai che ci stiamo dirigendo verso l’Armageddon)sui disastri del mondo. Mission of Mercy è agrodolce come i personaggi delle canzoni alla continua ricerca di connessioni spirituali e redenzione terrena, spesso in balia di destini poco controllabili dagli individui stessi ma decisi ad andare avanti, ed è anche un disco che continua una tradizione di potente, armonico e illuminato rock n’roll.

MAURO ZAMBELLINI     GIUGNO 2026

giovedì 14 maggio 2026

JOHN CAMPBELL


 A 33 anni dalla prematura scomparsa esce un album di John Campbell registrato in solitario in due diverse apparizioni presso il programma radiofonico olandese 2 Meter Sessions. Voce e tre diversi modelli di chitarra, una Gibson Southerbn Jumbo del 52, una National Steel resofonica del 1934 con manico a 12 tasti e una National del 1940 sono l'armamentario di un blues scarno, sofferto, ancestrale, capace di trasmettere verità emotiva, carisma, rapimento espressivo, il dono di uno dei bluesman meno chiacchierati e conosciuti dello scorso secolo, morto troppo giovane ma reso immortale dalla sua musica. Quello che segue è un profilo dell'artista pubblicato sul numero 499 della rivista Buscadero, adesso in edicola.

A MAN AND HIS BLUES

Quando nel 1991 uscì One Believer, Stevie Ray Vaughan era già in Paradiso e il blues aveva perso un importante punto di riferimento dopo che, negli anni ottanta, lui e Robert Cray avevano ridato ossigeno al genere. Fu proprio il produttore di Cray, Dennis Walker assieme al bassista e batterista Richard Cousins e Jimmy Pugh ad aggiungere virtù a un disco che portava sotto i riflettori un bluesman di cui si sapeva pochissimo: John Campbell. Nato a Shreveport in Louisiana nel 1952, Campbell iniziò in giovanissima età a maneggiare la steel guitar di sua nonna, imparando dai dischi di Lightnin’ Hopkins i rudimenti delle dodici battute. A tredici anni si spostò a vivere in Texas dove formò il suo primo gruppo, diede alle stampe Street Suite e si fece conoscere nei club di Corpus Christi aprendo i concerti di Clarence Gatemouth Brown, Albert Collins e Son Seals. Problemi di salute lo costrinsero a periodi di immobilità, impossibilitato a suonare dal vivo, conseguenza di un incidente avvenuto a sedici anni con un dragtser, episodio che gli segnerà per sempre la vita lasciandogli un polmone collassato e suture in tutto il corpo. La chitarra e il blues saranno per lui salvezza e vita, del tutto sfortunata dato che il 13 giugno 1993, improvvisamente, un infarto lo stroncò mentre dormiva nella sua casa di Manhattan. Aveva appena fatto tappa in Italia con uno showcase a Milano, ebbi la fortuna di intervistarlo (con Marco Denti) trovandomi di fronte una persona gentilissima, colta, umile e sorridente che rispose a tutte le domande con una pacatezza ed una serenità che contrastavano con quello sguardo mefistofelico e quel ghigno sinistro che troneggiavano sulla copertina di One Believer, uno dei dischi di blues che più ho amato per quella carica di mistero che si portava appresso. In tale occasione l’artista mi rivelò i chitarristi che lo avevano influenzato: oltre a Hopkins, John Lee Hooker, Son House e Elmore James ma nutriva una particolare predilezione per la colonna sonora The Hot Spot di Miles Davis dove compaiono Hooker, Taj Mahal con l’acustica e Roy Rogers con la slide. In realtà il primo a dare una mano concreta a John Campbell fu Ronnie Earl, incontrato nel 1988 in un club di New York una notte in cui si rinchiusero nel backstage a suonare fino all’alba, parlando di Lightnin’Hopkins e delle canzoni che amavano. Si erano conosciuti in Louisiana ma fu in quella magica notte che Earl decise di produrre A Man and His Blues, per poi invitare negli Splice of Life Studios di Brighton, nel Massachussetts l’armonicista di Muddy Waters Jerry Portnoy, il batterista Per Hanson e il cantante Darrell Nulisch, supporto vocale in una canzone, Judgement Day di Snooky Prior. Il risultato fu una sorta di raffinato sampler delle influenze di Campbell, il quale canta e suona un’acustica Gibson SJ del 1952 con un pickup Dearmond ed un amplificatore Fender Princeton, sbizzarrendosi in solitario o con gli altri in brani propri e nella rivisitazione di Lightnin’ Hopkins, Elmore James e Furry Lewis, incrociando Delta e Texas blues con il vecchio ragtime dello strumentale Deep River Rag. Pur essendo la classica opera d’esordio A Man and His Blues è già un attestato della bravura tecnica, della personalità interpretative e della sensibilità di un artista che ha il blues nel sangue, capace di comunicarlo in tutte le sue espressioni. Nell’intervista ammise di essere sempre stato attratto dagli aspetti segreti delle esperienze spirituali e la musica era una di queste, coinvolgendo l’intera vita. “ Da ragazzo ebbi un incidente grave che mi costrinse in casa per oltre un anno, fu un periodo di solitudine in cui pensai spesso alla morte. Un’esperienza che mi è rimasta dentro, e non appena iniziai ad imparare gli accordi di John Lee Hooker e Lightnin’ Hopkins pensai che più dell’intrattenimento mi interessava il blues come connessione ed espressione dei sentimenti, potersi guardare dentro e comunicare all’esterno. Suonare divenne qualcosa di taumaturgico, proprio come John Lee Hooker canta in The Healer”.



La mortalità, le possibilità della vita, la spiritualità sono cose che Campbell ha sentito, assorbito e vissuto da vicino e sono la base di One Believer,  nonostante la copertina con quel volto, quei colori scuri abbiano indotto a pensare in un primo momento alla solita leggenda del blues come musica del diavolo. “Il blues è Dio e il diavolo, il blues esprime i sogni e gli incubi, per apprezzare il bene bisogna conoscere il male. Non possiamo far finta che le cose negative non esistano e così è il blues, anche se alla fine rappresenta la vittoria di chi sentendosi afflitto da abbandoni, lutti, disperazione riesce comunque a esprimere il suo stato d’animo, tirarlo fuori, comunicarlo. Una sorta di liberazione. Spezzare le catene, questo è il blues, non solo musica di sofferenza ma una vittoria dell’individuo che con fatica riesce a urlare il proprio malessere e perciò lo supera”. Pur sapendo quanto Campbell avesse sofferto nella vita. Ed è una vera liberazione il suo One Believer, libertà dai modelli standardizzati del blues, un approccio affatto scolastico a una materia antica che John Campbell con le note intense ed evocative strappate alla sua National trasporta in un mondo a sé creando un’atmosfera densa, notturna, fatta di attesa e presagio, con titoli che citano il diavolo (Devil in my Closet), San Pietro (Angel of Sorrow), il voodoo (Voodoo Edge), Bela Lugosi, senza scordarsi del blues come storia di strada, di polvere, di auto e moto, di amori sfuggiti. Il suono è ossuto, l’immaginario è cupo, lo stile asciutto nel risaltare linee secche e metalliche della National, la voce bassa e tenebrosa, si ha l’impressione di scorgere l’ombra dell’ultimo Willy DeVille ma è essenzialmente Texas blues in una scenografia da bayou des mysteres. Disco affascinante che stabilisce un’unicità che va oltre il tempo in cui è stato realizzato. Che Howlin’ Wolf sia uno dei  prediletti del nostro lo si evince quando nel 1993  esce Howlin Mercy, titolo che associa due termini distanti la cui unione riflette il contrasto vissuto interiormente dall’artista. Ancora prodotto da Dennis Walker, suonato questa volta con una “sua” band di cui fanno parte il chitarrista Zonder Kennedy, il bassista Jimmy Pettit e il batterista Davis McLarty, ovvero la potente sezione ritmica di Joe Ely nei suoi guitar years, il disco sposta il baricentro verso un sound più elettrico e amplificato e la dimostrazione arriva dalla versione tutta slide di When The Leeve Breaks di Memphis Minnie resa celebre dai Led Zeppelin e qui interpretata come se Robert Johnson nascesse domani. Altre due cover suggellano un album dove la voce di Campbell sale direttamente dagli inferi ed è un grido di dolore sopra una cascata di schermaglie elettriche, caverne sonore, rimbombi tribali. La versione di Down in the Hole oscura quella di Tom Waits che al confronto sembra un prete da oratorio, il traditional Saddle Up in My Pony sembra dirigersi verso Paris,Texas di Ry Cooder prima che Campbell la trascini nel suo dantesco dark-blues con una voce che incute paure ancestrali per poi finirla in un boogie alla ZZ Top. Registrato al Power Station di New York e mixato agli Ardent Studios di Memphis, Howlin Mercy è solo di poco più mainstream del precedente, forse per ambire al posto lasciato libero da Stevie Ray Vaughan con cui condivide certe cavalcate chitarristiche furiose e torrenziali. Comunque alternate ai tempi medi di un country-blues che si fa ballata, alla lentezza appassionata e al potere salvifico di Love’s Name, all’arioso southern rock di Wiserblood e alla slide ululante di Wolf Among The Lambs.



Sfortunato e sconosciuto ai più, John Campbell non ha avuto modo di beneficiare della “beatificazione” mediatica riservata ai grandi chitarristi blues, bianchi o neri che siano, al funerale venne accompagnato da uno stuolo di bikers e l’orazione funebre fu tenuta da Dr.John. Se ne era andato troppo presto ma bastano questi suoi tre dischi per renderlo immortale.

MAURO ZAMBELLINI   


martedì 17 marzo 2026

B.B.KING'S BLUES SUMMIT 100 Celebrating the King of the Blues

Non amo particolarmente il modo di suonare di Joe Bonamassa (pur essendo un mostro dal punto di vista tecnico), ma è troppo lucidato per il blues che amo, e il suo personaggio lascia spazio a un glamour poco in sintonia col genere, ma apprezzo molto il lavoro che sta facendo nel dare esposizione al blues, promuovendo e producendo artisti giovani oltre a tributare ai grandi del genere un riconoscimento che il tempo rischia di offuscare, tenendo in vita una memoria, coinvolgendo musicisti in progetti di difesa e valorizzazione del genere. Non ci fosse stato lui probabilmente il centenario della nascita di uno dei maestri del blues, Riley B.King nato a Barclair nello stato del Mississippi il 16 settembre 1925 consacrato alla storia come B.B.King sarebbe passato inosservato. Grazie a Bonamassa  uno dei tre Re del genere (gli altri sono Albert e Freddie entrambi King) gode oggi di un sontuoso doppio CD celebrativo, B.B.King’s Blues Summit 100, di trentadue brani selezionati dalla sconfinata discografia del bluesman di Indianola, ospitanti una cinquantina di ospiti, alcuni come Buddy Guy, Warren Haynes, Eric Clapton, Larry Carlton, Gary Clark Jr., Robben Ford, Susan Tedeschi & Derek Trucks di prestigio stellare. Un progetto nato con un altro manico d’oro, l’amico e chitarrista Josh Smith che ha visto in campo nelle vesti di house band musicisti dell’entourage di Bonamassa : il batterista Lemar Carter, il bassista Trevor Carlton, il tastierista Jeff Babko, più una nutrita sezione di sassofoni, trombe e tromboni, il tutto per accompagnato le trentadue esibizioni degli invitati. Joe Bonamassa compare in tutti i brani e pur sciorinando le sue corde  mantiene un profilo da sideman di lusso, senza abbandonarsi a fughe narcisistiche. Tra molti degli addetti ai lavori, il tipo non gode di particolare popolarità, un destino capitato decenni fa a Robert Cray, considerato (a torto secondo chi scrive) troppo “freddo” ed elegante. Devo ammettere che qualche anno fa vedendo Bonamassa in concerto all’Alcatraz di Milano, dopo una mezzora stratosferica con la chitarra acustica per un country-blues che metteva brividi di piacere in ogni cellula del corpo, il chitarrista e cantante, assecondato dal gruppo passò all’elettrico per una ora e passa di space-blues ai confini del progressive che fece desiderare me, e il compianto Paolo Carù con cui mi trovavo in compagnia, di lasciare la sala. Ma qui, in questo sontuoso doppio CD (o vinile qualsivoglia) quel Bonamassa non c’è, c’è invece un agit-prop del blues che quando aggiunge il suo manico esalta ancora di più il gesto, già esaltante, dei singoli ospiti. Nominarli tutti è impossibile ma in sintesi i più B.B. King del Summit per quanto riguarda lo stile del bluesman del Mississippi paiono (oltre allo stesso Bonamassa, sentitelo in Ghetto Woman con la voce soul di Ivan Neville e al compagno Josh Smith, grandioso in Three O’Clock Blues dietro al vocione di Marc Broussard), Christone “Kingfish” Ingram messo in apertura con Paying the Cost To Be the Boss, il Clapton defilato di The Thrill is Gone dietro il cantato stridente Chaka Khan, un corale e jazzato D.K.Harrell in Everyday I Have the Blues. Va detto che la materia su cui i vari invitati si “esercitano” è già di per se biblica perché il repertorio di B.B.King è roba da paradise now, ma comunque le personalità in campo risaltano nelle loro diversità e fanno di questo documento una vera antologia moderna della chitarra (ma non solo) blues. Ecco quindi il blues orchestrale tinto di swing e jazz di Jimmie Vaughan (Watch Yourself) e quello tenorile ed enfatico di John Nemeth (Please Accept My Love), il blues macerato Southern dei galattici Marcus King (Don’t Answer the Door) e Kenny Wayne Shepherd in compagnia del cantante Noah Hunt (Let the Good Times Roll), quello splendidamente allmaniano di Warren Haynes ( How Blue Can You Get), quello evocativo dia Delaney & Bonnie di Susan Tedeschi e Derek Trucks con l’aggiunta del cantante Michael McDonald (To Know You Is to Love You). Pur essendo originario della Louisiana, Buddy Guy è qui in rappresentanza del Chicago blues e non c’è miglior ambasciatore per una Sweet Little Angel dolce come il titolo, l’interplay tra lui, Bonamassa e Smith è l' Harvard della sei corde elettriche intendo. Anche Larry Carlton, più noto per le sue registrazioni fusion, imita lo stile B.B.King ma accanto a lui il cantante Jimmy Hall ( Wet Willie) sposta il baricentro verso Sud (Sweet Sixteen) e lo stesso sentore soul è quello che magistralmente il vecchio ma sempre giovane Bobby Rush sparge in Why Sing the Blues. Dalle parti di New Orleans Trombone Shorty (con lui c’è Eric Gales più sopportabile del solito) adatta B.B.King al suono delle brass-band (Heartbreaker), vibrato, assolo melodico ed una carica sanguigna quella del “bianco” californiano Chris McCain in You Upset Me Baby ed un Bonamassa da grande assist quello che mette lo zampino al servizio dell’ex cantante di Free e Bad Company Paul Rogers, testimone del British blues con una lenta e passionale Nightlife in perfetto umore da club dell’ora tardi per llo scenografico lavoro dei fiati. Tra le sorprese, almeno per me la cui musica mi è sempre apparsa salottiera, George Benson mette classe e voce in There Must Be a Better World Somewhere e attorno a lui Bonamassa, due sassofonisti (Marc Douthit e Jimmy Bowland) e organo e piano (Reese Wynans e Jeff Babko) suonano come una vera big band. Tra i più emozionanti (per chi scrive) Gary Clark Jr. canta una sofferenza blues che in Chains and Things viene sublimata dall’intensità dell’esecuzione, accarezzata dalle note della chitarra e dall’ arrangiamento di archi. Una versione che dimostra come sulla materia classica Gary Clark Jr. sa essere "in avanti" pur rispettandola, passionale come pochi, mentre mi piace meno quando si invola nei meandri di un funk-blues modernista tra tecnologia e Prince. Pur ottantaseienne Dion Di Mucci mantiene una voce ed una carica umana distinguibile tra mille, aveva ragione Lou Reed quando affermava che fosse l’anima del vecchio storico Bronx, Never Make a Move Too Soon lascia il segno, Keb’ Mo’ con quei fiati attorno e quell’orchestrazione infila I’ll Survive direttamente al Cotton Club. Per fortuna  Bonamassa ha coinvolto anche le donne, altrimenti questo Blues Summit 100 sarebbe stato tacciato di misoginia, l’inglese ma naturalizzata americana Joanne Shaw Taylor è stata recentemente adottata da Bonamassa che gli ha appiccicato una patina pop-rock di troppo ma qui in Bad Case of Love la sua chitarra graffa come ai vecchi tempi,  Shamekia Copeland primeggia  duettando con Myles Kennedy (con la chitarra c’è Slash) nel B.B.King meets U2 di When Love Comes to Town, le arzille Larkin Poe slidano in Don’t You Want a Man Like Me dando una versione al femminile dei Black Keys di Delta Kream, l’australiana Dannielle De Andrea è un’altra protegè di Bonamassa che in When My Heart Beats Like a Hammer si fa largo in mezzo ai fiati con una voce che è fuoco e carezze.

Il Summit è chiuso da Bonamassa con la sua band (Playin’ with My Friends) e da Kirk Fletcher, altro collaboratore del nostro, che supporta i cantanti BJ Kemp e Kim Fleming in un talking-blues a ritmo rap sui meriti di B.B.King. Come scrive Tommaso Caccia sul Buscadero 486 “ ogni nota, ogni scelta di arrangiamento, ogni intervento di questo B.B.King’s Blues Summit 100 è volta a creare una testimonianza di quanto la musica di B.B. King ovvero il blues sia stata importante e quanto sia fondamentale tramandarla attraverso le nuove generazioni”.

Al di là del valore storico e culturale, questi dischi sono una festa per le orecchie, alzate il volume qui il blues elettrico è gioia di vivere.

MAURO ZAMBELLINI    MARZO 2026

 

sabato 14 febbraio 2026

LOS LOBOS PALASPORT SAN BERNARDINO CHIARI 12/02/26


 

Passano gli anni ma i Los Lobos rimangono la miglior band uscita dalla spanglish America. Gli sforzi della ADMR sono stati premiati, dopo il Teatro Superga a Nichelino anche il Palasport di Chiari era gremito di aficionados e amanti della musica per il ritorno dei Lupi di East L.A che in quasi due ore hanno deliziato con la loro musica vera, sincera, autentica, unica. Orfani di Louie Perez ma degnamente sostituito alla batteria da Alfredo Ortiz, un’ autentica macchina da guerra delle percussioni che assieme al bassista Conrad Lozano, sneakers ai piedi, pantaloni corti, spesso seduto su una cassa, hanno impresso un ritmo forsennato al set confermando una volta di più la tesi che se non hai una grande sezione ritmica non potrai mai essere una grande rock n’roll band (vedi Allman, Little Feat, Dave Matthews Band e via dicendo). Gli altri fanno il resto e che resto, David Hidalgo e Cesar Rosas sono due chitarristi eccezionali, il primo con una PRS si concede ad assoli creativi, il secondo con la Gibson SG, la cosi detta diavoletto, è l’anima chicana della band con i suoi fulminei ma efficacissimi graffi blues e rock n’roll. Accanto ai due l’inconfondibile Steve Berlin, la variabile della band con i suoi sassofoni, in particolare il baritono, e le tastiere, spiazza con rumori di jazz atonale. Con una band simile può essere solo festa grande, il miglior modo perché i suoni del Barrio arrivino contagiosi e coinvolgenti nella fredda Pianura Padana in un giovedì di febbraio ed un pubblico partecipe (e nel finale pure danzante) premi lo sforzo degli organizzatori e la bravura dei musicisti. Concerto che si può sommariamente dividere in tre sezioni, i brani più legati alle loro classiche radici ispaniche come Evangeline, una Volver, Volver cantata da tutto il pubblico, un paio di cumbie, e una tiratissima Mas Y Mas allungata e jammata in un muro del suono da lasciare attoniti. Trattate jam anche The Neighborhood trasformata in un pezzo alla Dead e la fantastica ripresa di Dear Mr.Fantasy, dei Traffic prova di quanto i Lupi facciano parte di quella dinastia  amante delle cover personalizzandole secondo la propria natura e indole. La capacità di integrazione dei Los Lobos è fuori discussione, non solo nel filtrare decadi di storia del rock e del blues ma soprattutto esponendo con la musica una idea di libertà che è fusione di linguaggi, etnie e culture diverse in un paese contradditorio come sono gli Stati Uniti oggi. Poi rimangono pur sempre una band di rock n’roll, asciutto, virato latin o dal sapore fifties e allora via alla cover dei Blasters di Flat Top Joint, a Shakin Shakin Shakes, a Come On Let’s Go e al travolgente finale con tutti sotto il palco di La Bamba in medley con Good Lovin’. Di certo non potevano mancare Kiko and Lavender Moon con Hidalgo abbracciato al suo accordeon e la vibrante How Will The Wolf Survive , titolo dell’album che li fece conoscere al mondo intero. Los Lobos, qui e per sempre, con le loro stazze abbondanti, il loro calore, i loro sorrisi, il loro rock n’roll pachuco. Queste sono le serate che fanno stare bene.

MAURO ZAMBELLINI    FEBBRAIO 2026

sabato 27 dicembre 2025

MY BEST of 2025

Mi scuso con tutti i lettori di questo blog per non essere stato molto attivo quest’anno ma i cambiamenti successi nel Buscadero mi impongono una quantità di lavoro molto maggiore che in passato quando la rivista aveva una gestione amatoriale se non famigliare, non dettata dai tempi e dalle esigenze di un editore come Sprea. Considerate poi che il sottoscritto non ama particolarmente il computer, per cui il tempo libero che mi rimane lo preferisco spendere all’aria aperta, nei boschi, in moto o in vela, ai concerti. Tutto ciò non mi ha impedito di tenere le orecchie aperte e di aver ascoltato una discreta quantità di musica anche quest’anno.



Alcuni dei miei dischi preferiti e mi riferisco a JACK SHIELDS & MOJAVE RUSH con Cherry Pick The Past, doppio album in cui è possibile trovare l’intera gamma espressiva di un songwriter rock tra acustico, elettrico, intimo e psycho, TIM CARROLL  con Keep Coming Back, rock d’autore venato di blues e Lou Reed, e KATHLEEN EDWARS, rockeuse di area americana, li ho ascoltati solo sulle piattaforme perché come supporto fisico non sono mai stati pubblicati. E questo la dice lunga sullo stato attuale della discografia, ormai espansa in un mare liquido su cui faccio fatica ad ambientarmi. Non capisco poi come possa un artista guadagnarci qualcosa per proseguire la sua attività,  I dischi, e non necessariamente i vinili visto che hanno prezzi da truffa, mi piace ancora ascoltarli e bene sullo stereo. Ma vabbè, il mondo è cambiato.



Per quanto riguarda il lato romantico del rock mi sono piaciuti, e non è il primo anno, i DELINES col loro superbo Mr.Luck and Mrs.Doom, il loro album migliore, ed un cantautore che non è nuovo perché ha alle spalle numerosi lavori ma il suo  Interior Live Oak mi ha catturato per le sue belle maniere, il suo intimismo non stucchevole e soprattutto belle canzoni. Lui si chiama CASS MC COMBS. Relativamente nuovo è CHARLEY CROCKETT la cui voce soulful riesce ad offrire una connotazione diversa e swingante accattivante al country più tradizionale. Forse troppo prolifico ma i suoi due dischi dell’anno, facenti parte di una trilogia ovvero Lonesome Driver e Dollar a Day sono un piacevole ascolto autostradale. Nuoto controcorrente affermando che la svolta soul di MARCUS KING non mi dispiace affatto ed il suo Darling Blue l’ho messo tanto volte nello stereo, per rilassarmi ed immaginare un Sud ancora di vecchio stampo con una voce che è anima ed una chitarra che è fuoco. Del tutto diversi Right Now! dei THIRD MIND di David Alvin, Jimmy Immergluck e Jesse Sykes, un disco che vi porta nel cosmo, dilatando sensi e visioni e da cui non vorreste più scendere, e Bleeds dei WEDNESDAY  la mia massima concessione all’indie rock versante americana. Scalpitante è A Tribute to the King of Zydeco Clifton Chenier dedicato al Re del genere, che parte con una indiavolata Zydeco Sont Pas Salès dei Rolling Stones per poi infilare Charley Crockett, Steve Earle, Lucinda Williams, Jimmie Vaughan, David Hidalgo e via dicendo. Si balla zydeco e si mangia cajun. Dal deep South arriva anche MIKE FARRIS col suo concentrato di soul, gospel e blues The Sound of Muscle Shoals nel quale regala una bellissima versione di Swingin’ di Tom Petty. Tra i veterani ho scelto tre dischi: il sontuoso e caldo Remembering Now di VAN MORRISON, uno che non sbaglia un colpo, il raffinato e rigoroso Saving Grace di ROBERT PLANT  con Suzi Dian e l’immortale canto biblico di Sad and Beautiful World della bravissima MAVIS STAPLES.  Come ciliegina sulla torta aggiungo un disco live perché già l’originale era fantastico ma pure Mad Dogs & Englishmen Revisited della TEDESCHI TRUCKS BAND con LEON RUSSELL una volta tanto non fa rimpiangere il passato.



Capitolo ristampe, ormai non se ne può più, la maggior parte, oltre ad avere prezzi inaccessibili, sono eleganti raschiature del barile con qualche insignificante out-takes ed un concertino del periodo per giustificare l’operazione. Qualcosa è salvabile ma più che altro è questione di gusto personale. Ho apprezzato la Deluxe Edition di Amorica dei BLACK CROWES perché ricompone tutta la genesi di quell’album con tanti titoli che erano apparsi nei Lost Crowes, il Medicine Show: I Know What You Like dei DREAM SYNDICATE perché rimette in circolo un album (Questo non è il nuovo disco dei D.S) che era andato fuori catalogo ed un live che graffia come pochi, e The Definitive Decoration Day dei DRIVE BY TRUCKERS perché consente di ritornare su uno dei dischi cardini di quella band aggiungendo uno sgangherato live acustico suonato con i brani del disco in questione prima che il disco uscisse, dove sembra di stare in una taverna con la band, gli amici e le birre a far baldoria in quella dimensione informale che ormai il rock n’roll ha perso. La ristampa di Black and Blue degli STONES è contradditoria, il doppio CD economico consente di riascoltare il disco originale come non lo avete ami sentito, con un mixaggio (Steven Wilson dei Porcupine Tree) da favola, ed un secondo CD con le jam con Jeff Beck che sono una leccornia. Ma il meglio e purtroppo sono nell’edizione costosa sono i due concerti delle Pietre nel 1976 a Earls Court a Londra e all’Abbatoirs di Parigi. Beh qui è roba pesante, tra il meglio in assoluto degli Stones dal vivo, sesso, droga e rock n’roll di prima qualità. Non hi potuto esimermi di acquistare Nebraska 82 ma al di là di un paio di out-takes interessanti, se proprio non siete un fan-atico, quello che vale è ancora e solo l’album originario del tempo che rimane un capolavoro non solo di Springsteen ma della musica americana in toto. Se proprio volete aggiungere qualcosa guardatevi (e leggetevi) Liberami dal Nulla, un bel film per nulla biopic.



E’ tutto per adesso, Buon Anno amici di zambo’s place.

Mauro Zambellini

 

 

 

mercoledì 12 novembre 2025

DRIVE BY TRUCKERS The Definitive Decoration Day



I Drive by Truckers arrivarono a Decoration Day dopo il clamore suscitato da The Southern Rock Opera celebrato come album dell’anno e dopo un estenuante tour che li vide perdere il chitarrista Rob Malone sostituito da Jason Isbell, pedina per almeno sei anni fino al 2007 fondamentale nell’economia del gruppo sia per il sound che per il songwriting. L’apprezzamento che i DBT si erano guadagnati da media e pubblico contrastava in quel momento con le vicissitudini umane vissute sia da Patterson Hood che da Mike Cooley, entrambi chitarristi e cantanti, in crisi con i rispettivi matrimoni, e ancora fresco era il dolore perdita di due cari amici, il bassista John Caloon, con Hood negli Adam’s House Cat, toltosi la vita nel 1999 e Chris Quillen perito in un incidente stradale nel 1996. Il malessere veniva gestito suonando e bevendo, non si può dire che i DBT in quei giorni fossero al massimo della forma ma sia Hood e Cooley avevano chiare un paio di cose: primo, essere in una rock n’roll band era l’unica possibilità per non finire tossici o nel più miserevole anonimato, secondo, sebbene in The Southern Rock Opera avessero cantato l’epopea di una band come i Lynyrd Skynyrd, non volevano assolutamente essere etichettati come gruppo southern rock. Con Brad Morgan dietro i tamburi e Earl Hicks al basso (se ne sarebbe l’anno dopo), i DBT iniziarono a concepire Decoration Day tra la fine di maggio e l’inizio di giugno del 2002 per poi pubblicarlo solo a metà dell’anno seguente, una volta completate le registrazioni dal vivo in studio al Chase Park Transduction Studios di Athens in Georgia, affidando la produzione a David Barbe e la copertina in stile gotico sudista al loro disegnatore personale, Wes Creed, a tutti gli effetti il sesto DBT. Considerato da molti come il più riuscito lavoro della band, almeno per quanto riguarda il periodo pioneristico, è indubbio che Decoration Day con quel suono tra garage, indie e roots abbia influenzato un ampio scenario di americana tanto da essere citato come importante influenza da Wednesday, MJ Lenderman, Waxahatchee. Patterson Hood lo ha sempre definito un album dalle liriche dark visto i temi trattati: divorzi, morte, droghe, incesti e faide famigliari, ma non per questo a detta degli autori  è stato divertente realizzarlo. Lo si percepisce dalle canzoni che contiene, molte diventate un must nei loro concerti, è il caso di Sink Hole scritta da Hood sulla perdita della  fattoria di famiglia nella zona rurale dell’Alabama dove trascorse la gioventù, di Do It Yourself  e When The Pin Hits The Shell entrambe sul suicidio dell’amico John Cahoon, di Marry Me cantata da Cooley e dedicata all’altro scomparso Chris Quillen, della caustica e rabbiosa Hell No, I Ain’t I Happy. Ma ci sono anche Outfit  e la stupenda Decoration Day dal finale psichedelico, entrambe scritte da Isbell, nella prima descrive i consigli del padre che gli suggerì di divertirsi ma di evitare le droghe per via endovenosa. Nella dondolante e ariosa My Sweet Annette  Isbell fa valere la sua tecnica chitarristica sopraffina usando la chitarra di Peter Buck dei REM, John Neff suona la pedal steel in The Deeper In e Outfit,  Shonna Tucker futura compagna di Isbell suona il basso nella delicata Sounds Better In A Song e il leggendario tastierista dei Muscle Shoals Spooner Oldham lascia il segno in When The Pin Hits The Shell. Quindici brani uno più bello dell’altro racchiudono l’essenza musicale dei DBT tra chitarre lancinanti, pause acustiche, emozionanti ballate, ruvido roots-rock,  visioni di un Sud lontano dagli stereotipi, frizioni e acidità psycho, il cantato sofferto e soul di Hood e quello più rockista di Cooley. Prima di essere pubblicato la Lost Highway, la casa discografica a cui erano legati i DBT, cercò di convincerli a ridurre il numero di canzoni dell’album minacciando di non pubblicarlo.  Decoration Day fu pubblicato come era stato concepito dal gruppo, il 17 giugno 2003 per la New West, la quale cura la nuova definitiva edizione  rimixata da Greg Calbi e arricchita da Live at Flicker Bar, Athens GA, June 2002 . Un anno prima dell’uscita di Decoration Day  la band fu protagonista di’ un rauco, arruffato ed empatico set acustico in un piccolo locale di Athens poco distante dal loro club preferito, 40 Watt Club. Presentarono la quasi totalità dei brani ancora inediti con un calore ed una sinergia tangibile ancora oggi, come fosse una festa tra amici, quegli heathens battezzati dalla canzone con lo stesso titolo e divenuto termine  di gergo comune nella loro cerchia tanto da rischiare di diventare l’originario titolo di Decoration Day. L’atmosfera è quella di una serata irripetibile tra appalusi, urlacci e scambi di battute, la distanza tra musicisti e pubblico è praticamente azzerata e tutti concorrono ad una palpabile gioia collettiva. Per nulla tedioso ma ugualmente graffiante anche senza corrente elettrica, il solo basso di Earl Hicks è plugged mentre Brad Morgan lavora con metà del suo kit di batteria, Hood e compagni presentano per la prima volta il materiale di Decoration Day  ricevendo una rumorosa e alcolica approvazione dagli heathens del Flicker Bar. Data per inesistente fino a qualche tempo fa, tale registrazione è adesso la ciliegina sulla torta che corona uno degli album più importanti nella carriera dei Drive By Truckers.

MAURO ZAMBELLINI