lunedì 14 novembre 2022

BRUCE SPRINGSTEEN Only The Strong Survive


 

Se Only The Strong Survive rientra nella rilettura che da un po’ di anni Bruce Springsteen fa della propria storia personale, a cominciare dalla pubblicazione dell’autobiografia e dal confessionale di On Broadway nonché con la ripresa dei tre brani “antichi” di Letter To You, il percorso è logico perché a detta dello stesso le quindici canzoni del nuovo disco fanno parte della sua adolescenza, ciò che aveva amato da ragazzino zeppo di sentimenti d’amore, quando il soul degli anni 60 usciva dalla radio di casa, era compagna della vita famigliare domestica, in particolare di sua madre. Ma c’è un’altra storia che magari i recenti fans di Bruce non hanno conosciuto ed invece ha coinvolto i tanti che lo hanno accompagnato fin dagli albori della sua carriera, dai giorni in cui sembrava un hippie con gli Steel Mill. Siamo stati abituati ad altro, e quando l’artista prese in mano nelle sue strabordanti performance il soul, sia che fosse quello dei Temptations (Ain’t Too Proud To Beg), sia quello delle Ronettes, di Darlen Love e di Dion o di Marvin Gaye (Ain’ That Peculiar) o Curtis Mayfield (Gypsy Woman), di Sam Cooke (Havin’ A Party) e i Drifters (Under The Boardwalk) , di Solomon Burke (Down In The Valley) e di Gary U.S Bonds, di Dobie Gray (Drift Away) e di Bobby “Blue” Bland ( Turn On Your Love Light), di Wilson Pickett (Funky Broadway, Midnight Hour) e di Ernie K.Doe, di Eddie Floyd (Raise Your Hand) e di Edwin Starr (War), di Sam&Dave (Soothe Me) e di Arthur Conley (Sweet Soul Music), di Rufus Thomas (Walkin’ The Dog) e della Detroit Medley, non era quella colata di zucchero filato che esce dai quindici ripescaggi di Only The Strong Survive, decisamente più orientato verso il lato più morbido del genere, quasi innocuo visto che di temi su diritti civili e razzismo di cui le canzoni soul sono piene, qui non c’è traccia. Eppure l’intento di Springsteen era rendere giustizia agli autori di quella musica gloriosa ed in più in generale alla Black America; ha preferito soffermarsi invece sugli struggimenti del cuore, le lacrime e la tristezza di un abbandono, e in un periodo di divisioni come questo può suonare terapeutico, anche se la sua storia sembrava più coerente con l’intensità e quella profondità di impegno sociale dei suoi testi o in ambito di cover, di lavori come le Seeger Sessions. Non avrebbero sfigurato Donnie Hathaway, Marvin Gaye, Otis Redding e Curtis Mayfield tra gli autori scelti per il nuovo disco, piuttosto che un baricentro spostato verso Motown, Philly Sound e sviolinature a destra e a manca.  Poche concessioni alla Stax, alla Hi Records, alla Atco, alla Fame, a Memphis e Muscle Shoals, quando va bene c’è la ripresa di un brano “minore” della Motown di Frank Wilson, Do I Love You (Indeed I Do) che swingata ad hoc è uno dei pezzi più trascinanti dell’album, al contrario dell’altro singolo, Nightshift dei Commodores che invece è una precisa opzione, estetica e culturale. Il vecchio Bruce ci aveva promesso meraviglie e credevamo che la storia fosse andata avanti all’infinito perché accanto alla storica soul music arrivarono nel suo background gli Animals, i Beatles, i Rolling Stones, i Manfred Mann, Chuck Berry, Jerry Lee Lewis, Roy Orbison e allora disorienta pensare ad un artista che oggi si diverte con un soul così annacquato e lontano dalle sue radici. Libero di fare ciò che vuole, benintesi e non contesto l’idea di un disco di soul music ma di quali arrangiamenti, di quali canzoni selezionate e di una veste sonora interamente in mano al solo Ron Aniello ( secondo chi scrive il responsabile del decadimento musicale del nostro), salvo sporadici interventi (Sam Moore), i cori e i fiati dei E-Street Horns. Non per forza di cosa attingere al repertorio di Otis Redding, di Wilson Pickett, di Solomon Burke, di Sam&Dave o di Curtis Mayfiled voglia dire recuperare i loro hits e gli standard, perché la musica soul costituisce un bacino così ampio da permettere brani meravigliosi anche se poco noti. Basta sentire cosa hanno fatto Eddie Hinton e Willy DeVille, Paul Rogers e Boz Scaggs, o addirittura l'amico Southside Johnny, per rimanere tra alcuni visi pallidi del rock che hanno cantato il soul.  Bruce Springsteen ha scelto altrimenti evocando l’America dell’innocenza con canzoni peraltro piacevoli da ascoltare alla radio o durante la tombola natalizia, un album carino e innocuo ( termini che non avrei mai pensato di usare per una recensione di un disco del Boss), più che soul un disco pop e vintage.  Poca anima e interpretazioni spesso didascaliche, rari i guizzi, tantomeno il coraggio nel trasformare un vecchio brano in qualcosa di veramente “suo”, assenza di una band, anche fossero dei sessionmen, dominano invece gli arrangiamenti ampollosi e carichi (il soul ha bisogno di archi, violini e trombe ma non è obbligatorio estenderli in tutti i brani), la sensazione è di un professionale lavoro di consolle. Sam Moore il nome che più lega questo Springsteen al soul con cui infiammava i concerti degli anni settanta e ottanta interviene  in Forgot To Be Your Lover, dal repertorio dei Four Tops arrivano When She Was My Girl con un taglio dance da Philly Sound ( la incisero nel 1981 per la Casablanca quando già dominava la Disco music) e 7 Rooms of Gloom incalzante e sincopata come nello stile del quartetto di Detroit, mentre dagli archivi del southern soul esce Any Other Way di William Bell. Sono tra le cose migliori del disco, quest’ultima impreziosito da un buon lavoro di sax nelle retrovie. L’arcinota Don’t Play That Song  si nutre di un imponente supporto corale come fosse una registrazione live ma è gigiona nel cercare l’applauso facile, Someday We’ll Be Together di Diana Ross e What Becomes of the Brokenhearted di Jimmy Ruffin metterebbero in piedi tutto il Cesar’s Palace di Las Vegas.

The Sun Ain’t Gonna Shine Anymore degli Walker Brothers, un singolo che amavo molto da ragazzo, è in pompa magna, enfatico da morire, Turn Back The Hands of Time portata al successo da Tyrone Davis nel 1970 è un altro degli episodi in cui la voce di Bruce svetta espressiva e forte ma anche qui le orchestrazioni si sprecano, Hey, Western Union Man di Jerry Butler, autore anche della canzone che dà il titolo all’album (la versione di Presley possedeva ben altra sensualità), mostra l’autorevole vocione del Boss in un guizzo coraggioso e ben assestato, ma se Aniello non avesse calcato la mano con gli archi avrebbe avuto ben altro impatto. Cosa che si ripete in I Wish It Would Rain dei Temptations dove la malinconia di un uomo lasciato da una donna che si augura che la pioggia nasconda le sue lacrime, è stemperata da una interpretazione che sa di riscatto. Nightshift si apre con le tastiere di The Streets of Philadelphia e poi cita Marvin Gaye e Jackie Wilson e sintetizza l’intero album, una sensazione di formale eleganza in un copione rispettato alla lettera. Disco inutile.

MAURO ZAMBELLINI       NOVEMBRE 2022  

venerdì 21 ottobre 2022

LO SPAVENTAPASSERI



Solo tre anni prima John Mellencamp, nato il 7 ottobre del 1951 a Seymour nello stato dell’Indiana, aveva sbancato le classifiche americane con un furbo connubio di pop e rock che raccontava di due adolescenti americani, Jack and Diane, che si affacciavano alla vita con i loro sogni, i loro desideri e le loro paure. Col nome di John Cougar era di colpo diventato un teen idol nonostante nell’ambiente musicale avesse evidenziato un carattere non proprio docile e accomodante, abbandonando di colpo le interviste, schernendo i giornalisti che non gli andavano a genio e mostrando quell’ atteggiamento ribelle che il titolo dell’album del 1982 contenente quell’hit ben sintetizzava : American Fool. Tre anni dopo il Cugaro si era trasformato in John Mellencamp pur preservando ancora tra nome e cognome il riferimento al felino americano, e con Willie Nelson e Neil Young allestì a Champaign nell’Illinois una delle manifestazioni di beneficenza più durature nel tempo, il Farm Aid, un concerto per raccogliere fondi in aiuto ad agricoltori e braccianti del Midwest messi in ginocchio dalle restrizioni nei prestiti delle Farmers Bank, frutto del feroce clima dell’era Reagan. Un evento che è continuato per anni e lo ha visto protagonista, una tangibile prova di solidarietà che ha fruttato fino ad oggi 60 milioni di dollari da  devolvere a contadini in difficoltà e alle loro famiglie. Un cambiamento repentino quindi, da scapestrato ragazzo della porta accanto ad artista sensibile alle istanze sociali del suo paese. In mezzo c’era stato un album che aveva fatto presagire il cambio di passo, pur riconoscendo ad American Fool un solido impianto rockista costruito su un tuonante bam-bam ritmico che concedeva margini a canzoni pop assolutamente non banali, Uh-Uh aveva alzato il tiro con tutti quei riferimenti rollingstoniani nel suono e quella canzone, Pink Houses, che senza tante metafore diceva delle miserie causate dall’amministrazione repubblicana. Il suo songwriting era maturato ed era sotto gli occhi di tutti, ma quando in giovane età aveva parlato di amore e ragazze il suo scrivere non era mai apparso futile e ancora prima di Jack and Diane, la sua I Need A Lover, grazie a Pat Benatar, aveva acchiappato i cuori dei teenagers americani. Canzoni che filavano spedite grazie ad uno schietto e diretto rock n’roll a stelle e strisce cantato come facevano i “negri” della Stax e outsider come Mitch Ryder. Un universo di american music incamerato in un suono asciutto e tagliente ma dotato delle giuste melodie, una veste che negli anni ottanta lo  proiettò nel coast to coast della ballata rock, insieme a Springsteen, Tom Petty, Bob Seger.



Ma è il 1983 l’anno del cambiamento, quando Mellencamp sotto lo pseudonimo di Little Bastard produce Uh-Uh assieme Don Gehman, un produttore coi fiocchi che ha firmato i lavori di R.E.M, Blues Traveler, Jimmy Barnes, Hootie and The Blowfish, ristampe di Clapton e Neil Young e con lo stesso Mellencamp ha messo a punto il magnifico Hard Line dei Blasters a cui il piccolo bastardo regalò la bellissima Colored Lights. E’ il significativo prologo di Scarecrow, pubblicato solo un anno dopo Born In The Usa, nell’autunno del 1985, ed in qualche modo parente per la sincerità con cui racconta quell’America che un tempo si riconosceva e trovava rifugio nel rock nì’ roll, oggi dispersa in una frammentazione sociale che è specchio della politica in atto. Scarecrow  (il mio album preferito di Mellencamp pur nella difficoltà di scegliere un possibile the best in una discografia così copiosa e di altissimo livello) è il frutto dell’evoluzione artistica del personaggio senza che venga tradito di una virgola l’ ambiente umano da cui proveniva ed il cammino che lo aveva portato fino a lì, una progressione nel segno di un riconoscimento del proprio passato e contemporaneamente l’acquisizione di una rinnovata consapevolezza sociale. Con Pink Houses John Mellencamp aveva dato un senso a tutto Uh-Uh, in quei versi “oh but ain’t that America for you and me, ain’t that America were something to see, baby, ain’t that America, home of the free, little pink houses for you and me” c’era il dichiarato rifiuto di camminare su una strada facile dando un seguito ad American Fool, e in quel coro risuonava un misto di ironia patriotica e ambiguità populista con un plausibile riferimento a Woody Guthrie. Ma è con Scarecrow  che Mellencamp si fa carico di una visione sociale ancora più compiuta e profonda, in primis con canzoni come Rain On The Sacrecrow, The Face of the Nation e You’ve Got To Stand for Something. Benintesi, nessuna delle canzoni del disco è esplicitamente politica ma in modo istintivo, rabbioso, passionale l’artista si libera di alcuni condizionamenti del music business e sente il bisogno di dire la sua sul mondo e sull’America. The Face of the Nation è un violento atto d’accusa contro i sogni distrutti di persone lasciate indietro dalle promesse di un mondo hi-tech fatto di inaccessibili possibilità. Un popolo di vecchi, di bimbi che piangono e di gente rimasta senza lavoro a cui il cantante non offre soluzioni concrete (è d’altra parte solo un musicista) ma li esorta ad una semplice, umana perseveranza. Soffia il Dylan di The Times They Are A-Changin’ ma vent’anni prima le persone della sua terra, il Midwest, non stavano perdendo le loro fattorie al ritmo di una ogni cinque minuti. In Rain On The Scarecrow, co-scritta con l’amico George Green, la musica acuisce la drammaticità di una situazione familiare che è diventata mancanza di prospettive, e culmina in una sorta di inno dell’ heartland rock: Scarecrow on a wooden cross. Blackbird in the barn, four hundred empty acres that used to be my farm. I grew up like my daddy did, my grandpa cleared this land, when I was five I walked the fence, while grandpa held my hand. Nella magnifica You’ve Got To Stand for Something non spiega in modo specifico ciò che dovremmo aspettarci ma attraverso una litania di immagini, dai Rolling Stones a Fidel Castro passando per Johnny Rotten, i Who, le Pantere Nere, Marlon Brando e Kruscev, un uomo che cammina sulla luna e Miss America, il messaggio è chiaro: difendi la tua verità e come quella verità si collega alla tua esperienza del mondo. “So che il popolo americano paga un alto prezzo per la giustizia e non so perché, nessuno sembra sapere perché, conosco tante cose ma non ne conosco altrettante”, l’unica cosa di cui Mellencamp sembra certo è che “dobbiamo iniziare a rispettare questo mondo o si girerà e ci morderà il viso”. L’ artista ha scelto di manifestare le sue posizioni in modo esplicito, esprimendo un punto di vista forte proprio nel momento in cui sarebbe stato più semplice per lui sdraiarsi su soluzioni più facili ed immediatamente commerciali. 


Dal punto di vista specificatamente musicale Scarecrow, registrato al Belmont Mall, uno studio allestito in quei giorni dall’artista sulla Route 46 nelle vicinanze di una stazione di servizio e di un truckstop cafè, è un riuscito insieme di crudo rock stradaiolo con un lontano sapore Creedence, colpi di R&B di matrice Memphis ed un po’ di urlacci alla James Brown, il tutto esibito con energia, sincerità e feeling. Il cantato, come la scrittura e l’apporto strumentale, sostenuto dalla coppia di chitarristi Larry Crane e Mike Wanchic e dalla tuonante sezione ritmica di Toby Myers, basso, e Kenny Aronoff, batteria, è appassionato, molte delle canzoni sono scritte in una chiave più bassa rispetto agli album precedenti così che la voce goda di una ampiezza maggiore, un fattore che consente più melodia. Il sound è un perfetto matrimonio di semplicità tecnica e musicale, le ringhianti chitarre di Crane e Wanchic si allacciano al potente drumming di Aronoff e dopo anni di gavetta la band è diventata una estensione vivente del songwriter, uno strumento per disegnare la sua musica. Ci fu pure un cambiamento nel modo di porsi dell’artista, l’ amico George Green co-autore di due brani del disco, arrivò a dire che “aveva imparato a dire per favore e grazie e nonostante lo spirito ribelle si sentiva più felice anche se non ancora soddisfatto”.  I Can’t get no satisfaction, il suo amore per i Rolling Stones più che nelle dichiarazioni lo si rintraccia nel sound di molti dischi, a parte Uh-Uh  mi va di ricordare Nothin’ Matters and What If I Did del 1980  e Whenever We Wanted del 1991. Anche Scarecrow non fa mistero di quell’amore, forse più nei brani di carattere personale che in quelli di taglio sociale. Il range è vario, nell’allegoria country-folk di Minutes to Memories, un vecchio su un Greyhound racconta  ad un giovane quanto ha imparato nella vita grazie al lavoro e alla famiglia, ma alla fine il giovane pur riconoscendo la visione del vecchio si ostinerà a fare di testa sua, pagando un caro prezzo, fino a che nell’ultima strofa ricorderà quel vecchio uomo sul bus ed ora che sono diventato vecchio anche io capisco che aveva ragione”.  In Lonely Ol’Night, un incalzante rock alla Creedence con un pizzico di distorsione elettrica, due amanti si ritrovano  lacerati da bisogni insoddisfatti e paure, come se Jack and Diane anni dopo non fossero più giovani ed innocenti ma posti di fronte alla difficile situazione di  mantenere l’amore, un dilemma sulla condizione umana che si sfoga nel ritornello “she calls me baby, she calls everybody baby, it’s lonely ol’ night but ain’t they all”. Il duetto con Ricky Lee Jones in Between a Laugh and a Tear è l’episodio più dolce e romantico del disco, una ballata  sul desiderio di raggiungere un equilibrio nella vita tra sorrisi e lacrime, una atteggiamento molto diverso da quello espresso in American Fool. La scoppiettante Rumbleseat  sparge buon umore, il senso positivo con cui affrontare ed esorcizzare i conflitti viaggia sulle note di un suono Stax, è un possibile antidoto alla depressione, e  R.O.C.K In The Usa è quello che dice il titolo, una corsa al ritmo del rock n’roll con un testo che suona come un ode ai santi dell’american music. “Dissero arrivederci alle loro famiglie, salutarono gli amici, con qualche sogno in testa e pochi soldi in tasca, alcuni bianchi, altri neri, con quel po’ di fede che bisogna sempre avere roccarono gli States. C’erano Frankie Lymon, Bobby Fuller, Mitch Ryder, Jackie Wilson, Shangri Las, gli Young Rascals, Martha Reeves, per non dimenticare  James Brown. Venivano dalle città e dalla provincia, suonavano sulle macchine con chitarre e rullante e facevano goin’ crack boom bam”. Il ruvido e arrabbiato rock n’roll The Kind of Fella I Am  ha una slide alla Ron Wood che accarezza il blues, gli Stones sono anche in Justice and Independence’85 . Ma è Small Town a fare di Scarecrow una sorta di concept album sull’età che avanza. Diverse canzoni ritraggono umori e aspetti della vita e del passato del songwriter anche se la metafora della piccola città induce ad una visione sociale sulle aspirazioni e frustrazioni di quel Midwest fregato dalla modernità e dal liberismo esasperato. Introdotta da Grandma’s Theme dove Mellencamp con la chitarra acustica accompagnare la flebile voce di sua nonna Laura cantare il vecchio folk The Baggage Coach, Small Town è una magnifica ballata, la risposta blue collar alla muscolare Born In The Usa del collega Springsteen, ed è uno dei titoli più rappresentativi del suo songbook. John Cascella aggiunge le tastiere, Kenny Aronoff è un martello pneumatico, il violino ne sottolinea il mood provinciale, spesso si parla di perfezione, in questo caso la si raggiunge.


Undici canzoni non fanno la rivoluzione ma danno sicuramente coraggio, in piena era reaganiana Scarecrow  si ergeva come un baluardo, l’urlo critico del rock n’roll, un album epocale che il tempo non ha scalfito, contrariamente ad altri dischi degli anni 80 grazie ad un sound che era già classico al momento della sua  pubblicazione. Giusto celebrarlo con una Super Deluxe Edition ovvero l’originale rimixato e rimasterizzato ed un ulteriore disco di rarità ed inediti. Due le canzoni mai pubblicate prima: Carolina Shag aperta da una rullata alla Aronoff è  polveroso e scapigliato heartland rock perfettamente in sintonia con l’album originale, ottimo, Smart Guys mantiene una connotazione anni ’80 e sembra più che altro una out-takes di American Fool, più intrigante è la versione di Shama Lama Ding Dong con quei coretti soul, i fiati R&B e quell’aria da party che gli aprì le porte della colonna sonora del film Animal House grazie alla versione di Otis Day and The Knights. Due le out-takes di Small Town: un demo acustico di poco più di un minuto ed una bella versione folkie con tanto di violino e mandolino ad anticipare il futuro Mellencamp degli Appalachi. I demo di Between Laugh and a Tear e Rumbleseat  sono prototipi acustici di ciò che verrà poi fuori con la band mentre i rough mixes interessano Lonely Ol’ Night poco diversa dall’originale,  R.O.C.K In The Usa a cui è stata aggiunta nel mezzo una tastiera Farfisa e l’incisiva Minutes to Memories declinata folk-rock. A partire da The Lonesome Jubilee si è parlato delle radici folk di John Mellencamp ma negli anni di Uh-Uh e Scarecrow forte era l’influenza che la musica nera esercitava sul nostro, le due cover qui riportate mostrano  quello “stato d’animo”. Il lato melodico della soul music con tanto di cori doo-wop in puro stile sobborgo newyorchese risuona nella bella interpretazione di Under The Boardwalk  dei Drifters pur personalizzata dal raffinato lavoro di chitarre acustiche/violino e voce crooner, il lato selvaggio del funk esce invece nella focosa versione di Cold Sweat  di James Brown, assoluto punto di riferimento come performer.

Con queste aggiunte Scarecrow brilla ancora di più confermandosi una delle opere più significative per temi e musica del rock americano anni ottanta, attuale anche oggi.

MAURO ZAMBELLINI




 

giovedì 15 settembre 2022

ASPETTANDO COLOMBO Una storia degli anni settanta


 

Londra, agosto 1977

La ristampa in box contenente tre CD doppi riguardanti uno dei più prestigiosi live in ambito rock mai pubblicati, ovvero Waiting For Columbus dei Little Feat,  riavvolge il mio nastro dei ricordi a proposito di uno degli episodi più fortunati  della mia esperienza di fan. L’anno era il 1977, lo stesso della nascita ufficiale del punk e della morte del Re del rock n’roll, non un anno qualsiasi quindi ma venendo dalla periferia dell’impero ed ignaro della rivoluzione in atto a Londra, mi misi in viaggio con un amico e le rispettive fidanzate (una sarebbe poi diventata mia moglie) per una vacanza in Irlanda, luogo sognato per i suoi paesaggi, la sua musica e i suoi alcolici ma allora non ancora nel mirino delle agenzie turistiche. A quel tempo non esisteva Internet, tutto girava in modo diverso, si partiva spavaldi ed avventurosi senza sapere bene cosa avremmo trovato sul percorso, senza prenotazioni e con qualche costosa telefonata internazionale per capire di traghetti e passaggi. Unica garanzia erano gli indirizzi e le segnalazioni delle guide turistiche Clup, edizioni universitarie allora in auge tra il pubblico “alternativo” ancora a digiuno di Routard, almeno in Italia. Del tutto fortuito poi incontrare, strada facendo, qualche concerto o avvenimento artistico appetibile perché come detto, Internet non c’era e pure le riviste internazionali di musica erano da noi di difficile reperibilità. L’unica cosa su cui si poteva contare era la propria autovettura, la tenda, il sacco a pelo e la piccola Bialetti per il caffè, salvataggio d’obbligo dai surrogati d’oltralpe. Fuori dalle grandi metropoli, difatti, si ricorreva al campeggio, per scelta e per economia e la Bialetti anche nei momenti più critici ti faceva sentire a casa. Bisognava avere dimestichezza con le carte geografiche e stradali ma quello è sempre stato un mio pallino tanto che anche oggi quando faccio le escursioni motociclistiche non uso mai il navigatore a meno di non trovarmi nel dedalo urbano di città come Lione o Marsiglia. Ricapitolando siamo in quattro a partire da Somma Lombardo , ci sono le due fidanzate e l’amico Friz (in realtà si chiama Maurizio ma in età di gioventù, 18 anni circa, dopo una bevuta collettiva di frizzantino nel Circolo del paese vicino dove si andava a rimorchiare le ragazze, tornando a casa coi rispettivi motorini lo trovammo riverso a terra col suo Bianchi Falco 50cc e i 45 giri che gli avevamo affidato perché si era soliti portare sempre appresso il mangiadischi, sparsi per tutta la piazza. Fu naturale chiamarlo da lì in poi Friz ), direzione Nord, attraversamento della Francia fino a Calais, imbarco per Dover e poi Londra. Due giorni nella metropoli inglese e poi altra cavalcata fino in Galles a Holyhead dove un altro traghetto ci avrebbe portato a Dublino. Naturalmente in quell’era senza Internet e piuttosto avversi per spirito “alternativo” nonché ideologico alle agenzie turistiche, capitava di arrivare a Calais e non avendo nessuna prenotazione aspettare ore per il primo traghetto disponibile. Stessa storia a Holyhead dove arrivammo in una notte buia e tempestosa e aspettammo mezza giornata prima di imbarcarsi. Era il prezzo dell’avventura e andava bene così, in fondo a guardar bene quel mondo meno globalizzato  e più lento era più umano di quello attuale. L’arrivo a Londra fu comunque problematico perché districarsi tra le sue vie con la nostra Renault 4 guidando a sinistra e contemporaneamente cercando un hotel adatto alle nostre tasche non fu per nulla semplice. Lo trovammo con la sua unica stella dalle parti di Earl’s Court e l’impresa ci sembrò di grande auspicio. Bagagli in camera, una doccia nel bagno comune in corridoio, e poi via entusiasti e pimpanti alla scoperta della grande città. D’obbligo servirsi della metropolitana ma prima di scendere nell’abisso delle linee londinesi compro un giornale, non ricordo il nome, di quelli che ti dicono cosa fare in città in termini di spettacoli, concerti, musei, ristoranti, club, cinema e chi più ne ha ne metta. Già appassionato da anni di musica e al tempo conduttore di Radio Varese 100 e 700, radio libera da me ribattezzata (è stato pubblicato anche un libro a proposito)in maniera iperbolica come si usava tra situazionisti, l’unica radio libera dell’occidente occupato, mi cade l’occhio su un trafiletto che annuncia quattro serate al Rainbow Theatre dei Little Feat. Fermi tutti, panico, innalzamento improvviso della pressione arteriosa, aumento del battito cardiaco. Conosco e apprezzo i Little Feat e l’occasione di trovarseli a portata di mano, per di più casualmente, a Londra è un colpo di fortuna che neanche se vendi l’anima nei crossroads del Mississippi ti riesce. Oggi sapremmo tutto sei mesi prima riguardo al possibile tour inglese dei Feats, anche in quale albergo alloggiano, ma quella era preistoria rock, un altro mondo felice nella sua limitatezza di informazioni. Mi volto verso gli amici e comunico che per qualsiasi cosa al mondo voglio andare al concerto dei Little Feat la sera stessa. Di nuovo panico, ma degli altri. Friz li conosce marginalmente anche se ha sempre avuto buon orecchio per la musica e rimane in stand by, immediati musi lunghi per le due donzelle che manco sanno dell’esistenza di Lowell George e compagni e sognavano una cenetta in qualche tipico pub londinese. Accampano pretesti in difesa della loro resistenza, “ma senza biglietti è inutile andare” anche perché la scritta sold out a margine del trafiletto non lascia scampo, e poi “il teatro sta dall’altra parte della città ed è un casino arrivarci”. Non indietreggio, loro possono fare ciò che vogliono ma io vado in metropolitana dall’altra parte della città a vedere i Feats, cascasse il mondo. Li avviso della eccezionalità dell’evento, dicendo di una band che difficilmente esce dagli Stati Uniti, trovarsela lì a due passi è una vera fortuna. Friz si lascia convincere e a questo punto è fatta, perché due splendide ragazze, sole, a digiuno di inglese e geografia urbana, con orientamento ai minimi termini e fondi limitati per il taxi, dove vanno? Non è maschilismo ma real politik e  quindi il gioco è fatto. Adesso, penso dentro di me, una volta che ho convinto la ciurma, la devo far entrare in toto in teatro, e quel Sold Out di tutte le serate è piuttosto sinistro. Rischio di fare la figura dello scemo se fallisco la missione, niente concerto e niente cenetta al pub tipico. Musi lunghi per un paio di giorni. Ma quando si è giovani non si ha paura di nulla.  Costruito negli anni 30 e conosciuto come Finsbury Park Astoria e divenuto Rainbow Theatre nel 1971 dopo uno show degli Who, il teatro è stato sede di centinaia di concerti, da Frank Zappa ai Faces, da Alice Cooper ai Pink Floyd, da Bowie ad Eric Clapton, da James Brown ai Grateful Dead, dai Queen a Marc Bolan, per non dire di King Crimson, Bob Marley, Ramones e Van Morrison. La lista è lunghissima e i Little Feat sbarcarono lì la prima volta il 19 gennaio del 1975.  Arriviamo davanti al teatro l’afosa sera del 2 agosto , c’è un po’ di ressa, il pubblico diligentemente sta già varcando le porte ed effettivamente alle casse troneggia “tutto esaurito”. Sul viso delle fidanzate appare un misto di rabbia e ghigno soddisfatto, Friz è perplesso, io individuo in pochi minuti l’anello debole della situazione. Nella hall, prospiciente l’entrata principale, scordatevi  security,  metaldetector e i controlli di oggi (mi ripeto, era un’altra epoca) scorgo un robusto colored man ( mi piacerebbe chiamarlo afromericano ma siamo in Inghilterra ed evitatemi l’accusa di razzismo) addetto al taglio dei biglietti di entrata. Gli giro intorno alla chetichella, incrocio il suo sguardo, in un momento di pausa cerco di trovare un contatto orale con lui dicendogli del mio lungo viaggio dall’Italia e del desiderio di vedere questa band, impossibile da vedere alle nostre latitudini. Il tutto avviene furtivamente, con uno stentato inglese ma con una mimica che non lascia dubbi. Gli ripeto che non sapevo del concerto, altrimenti mi sarei munito di biglietti, insomma stabilisco una spicciola complicità mentre i paganti entrano sparsi. Lui mormora qualcosa e sorride, sembra suggerirmi una possibilità, che colgo al volo e da buon italiano dico agli altri tre di starmi appresso e non proferire verbo, solo seguire i miei passi. Mi avvicino al tipo di colore e gli allungo di nascosto delle sterline, stropicciate, se ricordo bene l’equivalente di un paio di biglietti. Lui non proferisce parola, le impugna come fossero dei ticket, se le tiene strette in mano, si sposta  guardando  l’orizzonte ed io mi infilo tra le tende del teatro portandomi dietro gli altri tre. Tu sei pazzo, mi dice quella che sarà la mia futura moglie, pazzo sì ma dentro il Rainbow Theatre,  in attesa dei Little Feat che non sono quelli del “dopo” ma quelli con Lowell George, cazzo. I problemi però non sono finiti perché senza biglietti non abbiamo nessun posto assegnato. Ci sediamo vicini in una postazione di buona visibilità ma non prestigiosa. Regola numero uno, è sempre meglio volare basso specie se si è clandestini, ma arrivano i legittimi detentori di quei posti per cui dobbiamo sloggiare. Facciamo un altro tentativo ma solita storia, la paura è diventare sospetti che vagano senza meta. Con il sold out è ingenuo aspettarsi posti vuoti a meno di qualche abbandono dell’ultimo momento. Invito gli altri a sparpagliarsi ( ci ritroveremo uniti al momento dell’encore tutti in piedi mischiati al pubblico plaudente, davanti a Mick Taylor che suona A Apolitical Blues e Teenage Nervous Breakdown) prima che  qualche “maschera” ci “avvisti” e ci accompagni fuori tirandoci per le orecchie e dandoci un calcio nel sedere. Altro che portoghesi, italiani! Così facciamo, per via che il teatro si riempie e noto altre persone in piedi. Ci confondiamo e aspettiamo un po’ tesi l’inizio del concerto. Poi mi sciolgo ed è un orgasmo perché l’esibizione sarà eccezionale, trionfale, esaltante, con i Little Feat raggiunti in otto brani dalla sezione fiati dei Tower of Power e da Mick Taylor fuoriuscito da poco dai Rolling Stones e ancora in perfetta forma. Morale : ancora oggi l’amico Friz non smette di ringraziarmi per avergli dato la possibilità di assistere ad un avvenimento così eccezionale, per di più immortalato da uno dei dischi live imprescindibili nella storia del rock, Waiting For The Columbus  pubblicato nel 1978 e oggi documentato in modo perfetto e ampio dall’odierna ristampa deluxe con l’aggiunta dell’intero concerto londinese del 2 agosto, di quello alla Manchester City Hall del 29 luglio del 1977 e di quello al Lisner Auditorium di Washington, D.C del successivo 10 agosto. Una band catturata al top delle proprie possibilità,  solo un anno prima della improvvisa morte del suo leader  Lowell George.

E le ragazze mi chiederete ? Mah, visto l’entusiasmo del sottoscritto non poterono fare altro che buon viso a cattivo gioco ma di quel concerto non le ho sentite più parlare, tranne che citare l’escamotage dell’ingresso in qualche serata tra amici. Penso che dei Little Feat si ricordino poco, una l’ho persa di vista tanti anni fa, l’altra divenuta mia moglie è andata in trance a Zurigo nel 1981 vedendo il Bruce Springsteen del periodo The River  e giustamente perdendo la testa per lui. Dopo Londra raggiungemmo comunque l’Irlanda e fu una vacanza felice. A Dublino apprendemmo della morte di Elvis Presley ma il rock n’roll continuò ugualmente a vivere e a riempire di gioia la mia esistenza.

Mauro Zambellini

N.B Il pezzo continua con la disamina della ristampa di Waiting For Columbus e sarà pubblicata, assieme al testo qui, sopra nel prossimo numero di Ottobre della rivista Buscadero.

lunedì 11 luglio 2022

GOV'T MULE CHIARI BLUES FESTIVAL 2022



Inizio col botto per il Chiari Blues Festival, tornato in pista dopo anni di lockdown. Non poteva esserci cartello migliore per festeggiare il ritorno della musica di qualità e anche la location è sembrata la più adatta per l’evento, una grande tettoia di legno sostenuta da colonne di cemento aperta lateralmente per fronteggiare l’implacabile caldo di quest’estate. Hanno cominciato alle 18.30 i Rusties del cantante Marco Grompi forti di una lunga avventura musicale all’insegna di Neil Young e di alcuni pregevoli dischi solisti. Meglio non poteva esserci per instaurare delle good vibrations, il loro sound è strettamente legato al folk-rock del canadese e più in generale alla scena californiana anni ’70 con iniezioni di psichedelia, ballate dolenti alla southern man ed una nostalgica aria hippie ancora presente nei cuori e nelle orecchie di tanti presenti. Grompi ha un’ugola studiata su quella di Young, le chitarre sfrigolano acide, sezione ritmica e tastiere fanno il loro dovere, come supporter sono perfetti e poi quando sul palco compare a sorpresa Warren Haynes le certezze sono due: che l’americano sia tra i personaggi più veri ancora esistenti nel rock, capace con nonchalance ed umiltà di unirsi  ad una band di sconosciuti italiani (non me ne vogliano Grompi e soci), e quello che sarà un assaggio della magica serata si chiama Cortez The Killer. Tutti accontentati,  una cavalcata selvaggia tra chitarre elettriche che si incrociano e tagliano a note ventose, il sole è ancora caldo ma ancora più calda è l’atmosfera che si crea al Chiari Blues Festival. Cambio di palco e arriva David Grissom, rinomata chitarra che fu di Joe Ely, John Mellencamp, Allman, James McMurtry e chi più ne ha ne metta. Con lui è il bravo batterista Archelao Flo Macrillò e l’ex bassista di Rocking Chairs e Ligabue, Rigo Righetti. Basta un pezzo per confermare quello che ho sempre pensato, David Grissom dà il massimo come sideman, quando la sua chitarra graffia con assoli bollenti e spietati nei dischi e nei concerti altrui, ma quando è lui il leader cede al virtuosismo della sua Paul Reed Smith, chitarra amata dai narcisisti delle sei corde, ed il suo talento va in overdose e diventa pesante e logorroico, fine a sé stesso. Può piacere a coloro che amano certo rock chitarristico piuttosto tecnico tipo Steve Vai, personalmente dopo il secondo brano mi alzo per andare a rinfrescarmi con una birra.Tutt’altra storia quando entrano in scena i giganti. Warren Haynes è dimagrito ma il suo viso dolce e serafico è un inno alla simpatia, Matt Abts bianco più di me sembra più anziano di quello che in realtà è, Danny Louis è l’alchimista dietro un muro di tastiere e Jorgen Carlsson, capelli lunghi neri pare lì quasi per caso. Sembra però, perché nelle quasi due ore di concerto mi sono accorto di trovarmi di fronte al più grande bassista che la scena rock-blues oggi offre. 


Una roba impressionante, uno stantuffo che supporta tutto il sound della band come fosse una pompa elettrica che non smette mai di imprimere velocità e dare potenza, amplificando una sezione ritmica già irrobustita dal drumming quadrato e roccioso di Matt Abts. 


I Gov’t Mule sono una band che non dà scampo, assolutamente devastante anche quando, come nel caso della serata a Chiari, opta per un set  bluesato, profondo, scuro, quasi intimo e da club, dimostrando che assistere ad un loro concerto è una esperienza sensoriale, cerebrale, spirituale e visionaria, un trip senza bisogno di additivi. Basta lasciarsi condurre dalla voce di Capitan Haynes e dai suoi strumenti di benessere, la Les Paul e la SG Gibson, e dalla sua composta ciurma di stregoni del sound. Peccato che il loro set abbia solo lambito le due ore, abituato alle loro maratone del passato, ma in quei centodieci minuti di show è sembrato raggiungere quel punto che gli Allman chiamavano hittin’ the note ovvero il momento spontaneo e naturale in cui si crea totale sinergia tra chi fa musica e chi la riceve.


 Consumata esperienza ed una  passione a 360 gradi verso il rock ed il blues, questi sono i Muli, una istituzione oggi come lo furono in passato gli Allman, i Little Feat, i Led Zeppelin, i Cream. Cominciano lenti e quasi cantautorali con Hammer and Nails, ballata che lascia spazio a Haynes di intervenire con un assolo tremendo, poi si riaffacciano i Gov’t Mule jammati, caotici ed imprevedibili di Thorazine Shuffle, accolta da un boato, prima che l’album Heavy Load Blues  porti in scena alcuni pezzi da novanta e sottolinei che questo è il suo tour. I Asked Her For Water è un blues da pesi massimi, sincopato e greve, un katerpillar sonoro, Make It Rain è spettrale e misteriosa come solo una canzone di Tom Waits può esserlo, l’unisono tra esplosioni di chitarra e coreografia di  tastiere trova il giusto teatro in una scenografia di luci notturne e noir, è uno dei momenti più emozionanti del set. Danny Louis con l’Hammond rifinisce e arrangia, il suo è un abbraccio che funzione come un’orchestra. 


L’arazzo tribale alle spalle del palco rievoca il fiammeggiante passato quando il loro heavy blues si tingeva di colori psichedelici ma a Chiari, complice un palco non faraonico, Haynes e compagni si immergono nella dimensione blues che il loro recente album giustifica. E poi è un Festival Blues, la versione rallentata di Good Morning Schoolgirl è arte dell’interpretazione, e c’è spazio per l’assolo di David Grissom, salito sul palco come invitato speciale, e così Last Clean Shirt di Leiber e Stoller. Si vorrebbe che il concerto durasse ancora un’ora ma i Muli pur lavorando sodo, hanno ridotto i tempi delle esibizioni, almeno per questo tour. Mr.Man seguita da una vivace e corale Soulshine chiude un concerto magnifico e diverso, secondo i loro standard, ossigeno puro per quanti vivono di questa musica, lontana dal marketing e dallo smargiasso avanspettacolo del nuovo e moderno. I conti sono presto fatti, 70 mila per i Maneskin e due mila per i Muli, va bene così, le rivoluzioni le hanno sempre fatte le minoranze.

 

MAURO  ZAMBELLINI       LUGLIO 2022

 

sabato 25 giugno 2022

DRIVE BY TRUCKERS Welcome 2 Club XIII

 

Non hanno perso tempo i Drive By Truckers durante il lockdown visto che in poco più di un anno hanno pubblicato due album, The Unraveling  e The New Ok  e appena smorzata l’onda d’urto della pandemia sono ritornati in tour promuovendo il nuovo disco Welcome 2 Club XIII. Lavoro diverso dai due precedenti perché meno concentrato sul volto oscuro dell’America di oggi tra predicatori religiosi, eroina di ritorno, sovranisti di varia forma e natura, povertà e disgregazioni umane e sociali. Welcome 2 Club XIII  nasce dai ricordi di Patterson Hood quando giovane, negli anni settanta, era costretto a farsi oltre due ore di macchina per trovare un locale che facesse musica e servisse alcolici. La zona del Nord Alabama nei pressi di Muscle Shoals dove Hood abitava era davvero desolata e proibizionista e l’unica possibilità era raggiungere The Line, subito oltre il confine statale, dove sorgevano alcuni honky tonk bar in grado di offrire birra fredda, musica e risse. Uno di questi club si chiamava Club XIII e fu per lui una specie di salvezza. Negli anni ottanta la situazione anche in Alabama divenne più “liberale” ed in quel periodo Hood conobbe Mike Cooley  col quale formò gli Adam’s House Cat. Ma il Sud continuava ad essere il luogo più contradditorio d’America e ogni due anni un referendum costringeva i club e gli honky tonk bar a finanziare coi propri introiti le chiese locali affinché queste potessero indottrinare i fedeli  a tenere lontano dai propri paesi il diavolo nascosto nella bottiglia. “ Il proprietario del Club XIII di tanto in tanto ci organizzava un mercoledì sera o ci lasciava aprire per una band hair-metal per la quale eravamo terribilmente adatti, e tutti stavano fuori finché non finivamo di suonare. All'epoca non era molto divertente, ma ora lo è per noi. La canzone che traina il nuovo album si intitola The Drive ed è una cupa narrazione adatta ad un road movie dalle tinte noir segnata da un pesante riff di chitarra, nella quale Patterson Hood evoca i suoi viaggi nel profondo della notte, quando, dopo essere uscito dal club, con l’auto girovagava per campagne, sobborghi urbani, strade secondarie ascoltando musica a palla, bevendosi qualche birra e perdendosi nel nulla. Molti dei momenti più significativi della sua vita, dice Hood, arrivano da quei vagabondaggi notturni e quando i DBT entrarono in scena, quei late night drives to nowhere  furono sostituiti dai lunghi spostamenti per raggiungere le città in cui si sarebbero esibiti. Quei ricordi antichi costituiscono l’ input di un album dove il guardarsi indietro lascia spazio all’amarezza che traspare dalle ballate, anche se non mancano episodi ascrivibili al ruvido rock dei DBT. Il disco è nato quasi per caso nel corso di tre frenetici giorni dell’estate del 2021 quando la band si unì per riannodare le fila dopo i mesi di inattività imposti dalla pandemia. 



Registrato sostanzialmente dal vivo con la produzione del solito David Barbe, Welcome 2 Club XIII  mostra comunque nei testi elementi di feeling positivo riconquistato a seguito dei lutti che hanno funestato l’entourage della band e della rabbia “politica” espressa dai precedenti tre album, a cominciare da American Land. Permangono amarezza e malinconia ma è come se i Drive By Truckers respirassero ora una sensazione di libertà dopo il lungo periodo di clausura del lockdown. Anche i concerti attuali lo testimoniano, ormai loro sono una macchina da guerra che non fa prigionieri, una grande rock n’roll band oliata in tutte le sue componenti con un carismatico leader, Patterson Hood, un alter ego, Mike Cooley, che ha sempre più spazio nel cantare e scrivere canzoni ed un tastierista/chitarrista, Jay Gonzalez, che è un vero jolly.


Se The Drive  si cala in una misteriosa e plumbea atmosfera notturna, la seguente Maria’s Awful Disclosure, una delle composizioni firmate e cantate da Cooley,  fa riferimento ai risvolti nazionalistici di tanto clericalismo sudista con un sound di echi e riverberi fluttuanti in uno spazio dai colori psichedelici dove si fa sentire il lavoro alle tastiere di Jay Gonzalez.  Shake and Pine è uno di quei brani in cui si avverte l’eredità Muscle Shoals di Patterson Hood, quell’intreccio di country e soul mai troppo definito qui svolto su un ritmo da marcetta, e la seguente We Will Never Wake Up In The Morning , ancora opera di Hood, è dolente ed introversa, come se i DBT avessero il freno a  mano tirato, ma è il mood necessario per raccontare un’altra balorda storia del Sud. Una vera short story. Non mi fa per nulla impazzire la canzone che dà il  titolo all’album, piuttosto routinaria, diversamente da Forged In Hell and Heaven Sent brano dall’infarinatura country con un bel lavoro di chitarre e l’apporto vocale di Margo Price.  Strepitosa è Every Single Storied Flameout, un fiammeggiante rock di Mike Cooley reso ancor più bruciante dagli interventi di sax e tromba e altrettanto bella è Billy Ringo In The Dark, una dondolante ballata pennellata di nostalgia dove l’inciso di lap steel ne sottolinea l’umore crepuscolare. Chiude Wilder Days scheletrica ballad che rimanda alla traccia iniziale per via dei ricordi di giorni selvaggi in cui ci si credeva invincibili, oggi irrimediabilmente segnati dalla nostalgia, sottolineata dai toni acustici e dall’acuto vocale di Schaefer Llana.



Lungi dall’essere il miglior disco dei Drive By Truckers, Welcome 2 Club XIII  è lavoro dignitoso e di nobile scrittura rivolto soprattutto alla storia dei protagonisti, dove più che i ganci tipici del loro rabbioso e polveroso rock n’ roll  conta un maturo e sardonico senso della riflessione in ballate e canzoni che ne colgono il lato più personale.



 

MAURO  ZAMBELLINI   GIUGNO 2022

foto di M.Z del concerto dei Drive By Truckers al Paradiso di Amsterdam del 6/06/22. Recensione concerto su Buscadero luglio/agosto

 

mercoledì 8 giugno 2022

THE DREAM SYNDICATE Ultraviolet Battle Hymns and True Confessions

Coerenti con la loro natura ma nello stesso tempo rivolti ad una continua evoluzione, I Dream Syndicate arrivano al quarto album dopo che nel settembre del 2017, trenta anni dopo la loro nascita, sono ritornati in scena con How Did I Find Myself Here ?. Un album quello che mostrava una continuità con il passato quando venivano reputati  tra i più geniali propositori del rock californiano anni 80 altrimenti conosciuto come Paisley Underground, una esuberante e feroce esplosione chitarristica e psichedelica nel cui dna scorrevano inesorabilmente i germi malati dei Velvet Underground. Due anni dopo These Times  evidenziava cambiamenti più radicali con un approccio meno diretto e classico, piuttosto finalizzato ad atmosfere lunari e malinconiche dove spuntavano schizzi elettronici sia per la passione di Steve Wynn verso il kraut-rock che per la coproduzione di John Agnello, già al servizio di Phosphorescent, Dinosaur Jr., Hold Steady e Waxahatchee. L’equilibrio veniva definitivamente rotto nel 2020 con The Universe Inside, album sperimentale costituito da lunghi brani evocanti una possibile colonna sonora di un film psichedelico ambientato nelle strade di New York, sporcato da flash di jazz elettrico, musica d’avanguardia europea, prog e visioni oniriche. Un netto cambio di direzione, accattivante dal punto di vista sonoro e visuale ma mancante di canzoni vere e proprie, cosa che invece ha contraddistinto il songwriting di Wynn, aperto alle innovazioni ma sempre in sintonia con un concetto di canzone rock. Immancabilmente il fertile e illuminato Steve Wynn, uno dei più geniali autori ancora in circolazione in quel rock che deriva dai classici, cambia le carte in tavole e pur non disconoscendo le recenti mutazioni ripristina con Ultraviolet Battle Hymns and True Confessions la vera essenza dei Dream Syndicate ovvero spazio alle aperture sonore in virtù di una visione moderna e progressiva della musica ma senza privare l’ascoltatore di brani riconducibili all’idea popolare e storica di canzone rock, pur in una fisionomia alterata e underground.

Il risultato è da sentire, UBHATC è un ottimo disco specchio non di una mediazione ma di una ricerca senza compromessi per un suono che progredisce e gli stessi autori amano sentire. Eliminate qualsiasi preconcetto dovuto al criptico titolo dell’album, i Dream Syndicate non snaturano la loro indole ma la alimentano di innesti che arrivano dai loro ascolti, dal glam britannico, dagli sperimentalismi kraut, dal groove ritmico di ispirazione Neu, da Eno e David Bowie, dall’amore mai negato verso i Velvet e Lou Reed, senza rinunciare alla tonalità psichedelica, melodica e chitarristica del loro sound, sebbene le chitarre qui siano meno evidenti che negli album della prima era della band.



Wynn in compagnia della storica sezione ritmica di Dennis Duck e Mark Walton, del chitarrista Jason Victor e del tastierista ex Green On Red Chris Cacavas, musicista da sempre vicino alla band, allestiscono un lavoro di energia ed intelligenza che può piacere a giovani e veterani. Dall’iniziale Where I’ll Stand che si apre coi sintetizzatori elettronici di matrice krautrock, per poi trasformarsi in una ballata melodica di oscillazioni psichedeliche, fino alla devastante conclusione di Straight Lines, un marasma chitarristico degno dei Velvet Undergound di White Light White Heat, tutto funziona bene in questo disco compresa la presenza di Stephen McCarty dei Long Ryders che del sassofonista e trombettista Marcus Tenney. Al dondolio malizioso di Damian , forse il momento più melodico d UBHATC, in stile con le composizioni dello Steve Wynn solista, risponde il malato andamento di Hard To Say Goodbye, una sorta di folk urbano con la voce di un Lou Reed narcolettico, suonato con chitarra acustica, un filo di ritmo ed impreziosito da una malinconica lap steel, alla distorta e acida Every Time You Come Around che al sottoscritto rammenta i migliori Psychedelic Furs, fa da sponda il dinamismo di Trying To Get Over, beat nervoso, chitarre crude, il giusto tasso di nasalità e la voglia di non rimanere ingabbiati in un modello. L’ up-tempo My Lazy Mind dove un mondo notturno screziato di jazz, col sassofondo, il controcanto e gli arrangiamenti traspone un fascino da amanti perduti, si intreccia con le tabular bells di Beyond Control prima che diventi  una cavalcata cosmica. La deflagrazione di Straight Lines dopo dieci tracce riporta i Dream Syndicate al rumore di The Days of Wine and Roses ed è un ritorno a casa che non sa di sconfitta ma di consapevolezza della propria inossidabile natura. Ultraviolet Battle Hymns and True Confessions è un ottimo disco, il Sindacato del Sogno non ha chiuso i battenti, le iscrizioni sono aperte.

 MAURO ZAMBELLINI    

 

martedì 24 maggio 2022

CANADIAN CONNECTION The Rolling Stones at the El Mocambo

 

Come parecchi album degli Stones, Love You Live nasce in un periodo burrascoso. A metà novembre del 1976 tutti i membri della band si incontrano a Londra per discutere del nuovo contratto discografico e contemporaneamente decidono per un nuovo album dal vivo registrato in un piccolo locale. C’è chi vede in questa scelta il tentativo di recuperare credibilità rock ricreando l’atmosfera fumoso del Crawdaddy agli albori della loro carriera, ed una implicita risposta ai gruppi punk, in primis i Sex Pistols che a più riprese li hanno definiti “rivoltanti, senza più nulla da dire ai giovani”. Il nuovo contratto con la Emi è firmato il 16 febbraio dell’anno seguente, distribuirà i dischi della band in tutto il mondo, eccetto Usa e Canada. Per il Nord America bisognerà aspettare il primo aprile quando firmeranno con la Atlantic per la distribuzione della Rolling Stones Records il cui nuovo presidente è ora Earl McGrath (lo stesso che coraggiosamente “arruolò” nella stessa scuderia la Jim Carroll Band) al posto di Marshall Chess. Secondo alcune fonti l’accordo con la Atlantic frutta alla band 21 milioni di dollari per sei album, a cui bisogna aggiungere 10,5 milioni di dollari per ogni album grazie al contratto con la Emi. Ma in mezzo a questo oceano di soldi c’è Toronto. L’idea è quella di registrare il concerto al Mocambo Club, un piccolo locale di soli 300 posti già in auge negli anni quaranta, in quanto Keith Richards per via delle sue pendenze giudiziarie non avrebbe avuto problemi con il visto perché il Canada era membro del Commonwealth. Gli Stones arrivano all’Harbour Castle Hotel di Toronto il 20 febbraio, eccetto Richards che giunge quattro giorni in compagnia di Anita Pallenberg e del loro figlio Marlon. All’aeroporto la squadra narcotici ispeziona i bagagli di Anita e trovano 10 grammi di hascish ed un cucchiaino con tracce di eroina. E’ rilasciata con la promessa di presentarsi in Corte ma il 27 febbraio quattro ufficiali della squadra narcotici irrompono nella camera di Richards, lo svegliano a suon di sberle e arrestano lui e consorte non appena rinvengono un’oncia di eroina purissima ed un quinto di oncia di cocaina. Dirà sarcasticamente Keef “ ero in dormiveglia e non li riconobbi, nessuno di loro indossava la regolare uniforme dei Mounties, mi sarei svegliato prima se li avessi visti vestiti da Giubbe Rosse”.



L’accusa è pesante e rischia di compromettere la vita del chitarrista e l’esistenza degli stessi Rolling Stones. E’ pressoché certo che la polizia canadese tenesse sotto controllo il gruppo ed il loro entourage dal loro arrivo in Canada. A Keith viene tolto il passaporto e rilasciato su cauzione di mille dollari con l’obbligo di presentarsi davanti alla Corte il 7 marzo. Senza eroina la sua tenuta fisica peggiora,  è uno straccio, in completa crisi di astinenza, Bill Wyman e Ron Wood  si prestano ad aiutarlo, dribblano le guardie nell’hotel e vanno in cerca della “roba”. Il 4 marzo gli Stones suonano il primo di due concerti al Mocambo Club con Billy Preston alle tastiere e Ollie Brown alle percussioni davanti ad un pubblico di trecento fortunati vincitori del concorso indetto dalla stazione radio CHUM. Tra i presenti anche la moglie del primo ministro canadese Pierre Trudeau, Margaret Trudeau la quale organizzerà un party in loro onore  proprio all’Harbour Castle Hotel dove anche lei alloggiava in una suite. Nasce il gossip circa una sua relazione d’amore con Mick Jagger che occuperà le prime pagine delle riviste scandalistiche, solo più tardi si saprà che il motivo del flirt fosse in realtà Ron Wood, il quale non smentirà mai la faccenda.

Lo show del Mocambo è aperto dal gruppo canadese April Wine e viene registrato dal tecnico Eddie Kramer, l’uomo dietro le incisioni di Jimi Hendrix. Un secondo concerto viene effettuato il 5 marzo, anch’esso interamente registrato da Kramer, una esibizione che farà scrivere a Chet Filippo sulla rivista Rolling Stone “ il più grande show mai visto”. Il New York Times riporta che quei concerti sono un ritorno al suono ruvido e al grezzo R&B inglese, proprio come ai tempi del Crawdaddy.

Titoli che non cancellano la preoccupazione attorno al futuro del gruppo, Richards evita il carcere grazie ad una cauzione di venticinque mila dollari e gli viene restituito il passaporto. L’udienza è rinviata al 27 giugno ma accordi vengono presi perché lui ed Anita si disintossichino con un metodo chiamato Black Box in una fattoria a Pauli in Pennsylvania che raggiungono dopo un volo privato che fa scalo a Philadelphia. Toronto è anche l’inizio della fine del matrimonio tra Mick Jagger e Bianca Jagger i quali se ne vanno in una breve vacanza in Grecia per ritrovare l’armonia smarrita ma senza risultato, ognuno sembra ormai “distante” dall’altro. Toronto non è lontana da New York e Jagger è di casa nella Grande Mela, in maggio incontra ripetutamente Jerry Hall allo Studio 54. Da parte sua il 19 luglio Richards non si presenta davanti alla Corte canadese, il suo avvocato giustifica il fatto per via della cura disintossicante che il suo assistito sta intraprendendo alla Steven Clinic di New York. La seduta è rinviata al 2 dicembre, alla fine di luglio Mick e Keith terminano il mixaggio del nuovo album live proprio nella città americana. A Francoforte fans degli Stones raccolgono fondi per aiutare Richards, progettando una marcia all’ambasciata canadese per presentare una petizione in favore del loro idolo. Ma sul mercato irrompe Love You Live, il 12 settembre Jagger tiene una conferenza stampa al Savoy di Londra, tutti gli Stones eccetto Richards partecipano al party di presentazione al Marquee, il 16 settembre il disco esce in Inghilterra piazzandosi al terzo posto nella classifica delle vendite e rimanendo per otto settimane nei primi trenta, negli Usa arriva alla quinta posizione fermandosi per sette settimane. Prodotto dai Glimmer Twins l’album è dedicato allo scomparso tecnico del suono Keith Harwood e sfoggia una copertina disegnata da Andy Warhol. Nelle quattro facciate del vinile originale spiccano estratti di concerti registrati agli Abattoirs di Parigi nel giugno del 1976, a Toronto e Los Angeles nell’estate 1975 mentre una facciata, la terza, è dedicata al set del Mocambo Club del marzo 1977. L’album è accolto con poco entusiasmo dalla stampa ma il tempo dirà cose diverse. Oggi finalmente quei due favolosi set nel club canadese sono stati recuperati e mixati dallo specialista Bob Clearmountain e sono alla portata di tutti grazie ad un doppio CD tutto dedicato a quell’evento.



 

 Live At The El Mocambo  disponibile in più formati riporta l’integrale set del 5 marzo 1977 più tre aggiunte dell’esibizione del giorno prima, ed in virtù dell’atmosfera intima del club, dello spazio ridotto e del calore intrinseco della serata col fortunato pubblico a ridosso del palco, è un documento quanto mai veritiero e significativo nella produzione dal vivo dei Rolling Stones che qui concedono una performance intensa, smagliante e a dir poco sontuosa. Senza ombra di dubbi la nuova edizione si rivela essere un live rappresentativo nella loro discografia ufficiale, almeno per quanto gli anni settanta pre-Some Girls, album che uscirà l’anno seguente a Love You Live e segnerà la fine della dipendenza da eroina da parte di Richards e la risoluzione dei suoi problemi legali.

In Love You Love erano solo quattro le tracce delle serate di El Mocambo, tutte cover di artisti che in qualche modo hanno influenzato i primi passi della band ed il loro universo sonoro. Una potentissima Mannish Boy di Muddy Waters, una versione riveduta e reggata di Crackin’ Up di Bo Diddley, lascito dei loro trascorsi giamaicani di qualche anno prima, una strascicata e dolente Little Red Rooster di Willie Dixon e la scoppiettante Around and Around di Chuck Berry, Quattro artisti fondamentali nel background delle Pietre, ampliamente omaggiati negli album Decca/London degli esordi, nella prima metà degli anni sessanta. A queste cover si aggiungono nel nuovo formato il classico dei classici Route 66 ed il brano di Big Maceo Merrywetaher Worried Life Blues dove, analogamente a Litte Red Rooster, Ron Wood estrae meraviglie dalla slide portando entrambe le esecuzioni in un fumoso club di Chicago.  Il rimanente del nuovo disco è costituito dall’ampio e variegato repertorio della band inglese fino al 1977. Una manna se confrontato al karaoke di hits che ci hanno abituato negli ultimi tour, perché in scena ci sono titoli di quel periodo poco menzionati nel resto della discografia ufficiale, relativi agli album post-Exile e pre-Some Girls generalmente sottostimati dalla critica generalista, che al contrario contenevano perle che qui brillano nella giusta lucentezza.  Se Exile offre come suo solito All Down The Line e Tumbling Dice oltre ad una anfetaminica versione di Rip This Joint che  manda a nanna Sex Pistols e soci, dal seguente Goats Head Soup arriva una arruffata Star Star esaltata dalle corde di Keith Richards e da It’s Only Rock n’Roll sono pescate la canzone-titolo dell’album ed una sguaiata e sporca Dance Little Sister dove Jagger maneggia il R&B come fosse nato a Memphis e non sul Tamigi.



Ma il disco più vicino alle serate di El Mocambo è il caraibico Black and Blue pubblicato nella primavera del 1976 e atto ufficiale dell’entrata nel gruppo di Ron Wood. Quel disco spesso bistrattato regala ben sei canzoni al set del Mocambo: Hot Stuff già in odore di Studio 54 un anno prima della Febbre del Sabato Sera, qui sudato e funky come mai,  la melodica ed un po’ gigiona    Fool To Cry che nel finale si apre in una pregevole e claptoniana coda chitarristica, l’arzilla e negroide   Crazy Mama dove tra i riff di Richards ed il drumming di Charlie Watts si infila il piano di Billy Preston,  la rockata   Hand of Fate,  l’ondeggiante e sensuale  Melody  e  Luxury forse l’episodio meno sfavillante del lotto. Nel mucchio anche l’inedita (per il tempo) Worried About You, un avvincente soul-rock cantato in parte in falsetto che sarà incluso in Tattoo You,  completamento di un set affatto canonico e standard dove naturalmente non possono mancare hits come Honky Tonk Women con cui si apre la serata del 5 marzo, Brown Sugar,  una lunga e scatenata Jumpin’ Jack Flash e Let’s Spend The Night Together.

Un concerto superlativo, registrato in maniera perfetta con un sound pulito pur nell’esuberanza delle versioni, reso ancora più caldo dall’atmosfera da club con Jagger che dialoga coi presenti in biunivoca sintonia. Le due serate a Toronto costituiscono un evento del tutto particolare nella storia dei Rolling Stones e della città canadese e contro ogni previsione visto i casini in cui si erano infilati, in particolare Keith Richards, la band sfoderò due performance leggendarie che finalmente, oggi, la pubblicazione integrale di Live at the El Mocambo documenta in tutta la sua brillantezza.

 

MAURO ZAMBELLINI