venerdì 15 aprile 2022

Willy DeVille THE LAST WALTZ


 

Nel 2008  Willy DeVille a ridosso dell’ultimo tour prima della sua prematura scomparsa avvenuta l’anno seguente, ripristina la sigla Mink DeVille Band. Una scelta dettata da alcuni cambiamenti nella sua vita artistica. Dopo aver trascorso parecchi anni nel Sud-Est degli Stati Uniti tra New Orleans, il Mississippi e New Mexico, il gitano  torna a vivere nella amata New York dove si stabilisce con la terza moglie Nina Lagerwall. E’ un uomo profondamente cambiato, trent’anni di eccessi autodistruttivi hanno lasciato il posto a modi più pacati e dolci ma i suoi interessi continuano a riflettere passioni mai sopite: il blues, le origini del rock n’roll, i vecchi musicisti come il pianista di Chuck Berry Johnny Johnson, i cantanti francesi. La musica è ancora il cuore pulsante del suo vivere ed in onore di New Orleans sceglie il giorno del Mardi Gras  per pubblicare il suo sedicesimo album, Pistola, un disco che introduce con The Mountains of Manhattan e Stars That Speak qualche dettaglio sonoro nuovo rispetto al suo usuale backround. Se la prima è un recitato solenne, una sorta di reading poetico accompagnato da flauto e tamburo indiano che racconta di quando i nativi americani (altra passione nei suoi ultimi anni di vita) popolavano la penisola di New York, la seconda è un baritonale canto alla Leonard Cohen dove si citano New York, Berlino e Barcellona. Ma memore del passato le cose che spiccano nell’album sono l’ipnotico voodoo blues I’m Gonna DO Something The Devil Never Did, lo shuffle New Orleans The Band Played On, la messicaneggiante Remember The First Time e la rockata So So Real con cui aprirà i concerti che di lì a poco effettuerà in Europa. Anche due magnifiche ballate: la crepuscolare When I Get Home e Louise di Paul Siebel, canzone su una prostituta già interpretata da Leo Kottke, Eric Andersen, Bonnie Raitt, Tom Waits, Linda Ronstadt e Ian Matthews.



 Il nuovo disco gli offre la chance di ritornare on the road nell’amato Vecchio Continente con una band che è a proprio agio col suo pachuco di soul latino, tex-mex e cajun ma contemporaneamente è in grado di ripristinare quel rock urbano degli anni newyorchesi. Naturale quindi optare per la sigla Willy DeVille & The Mink DeVille Band con cui presentarsi sui palchi europei. Di fianco alle collaudate e colorate voci delle sorelle Wise, Yadonna e Dorene, presenti dai tempi di Loup Garou,  vengono ripescati dagli anni ottanta e novanta il percussionista e fisarmonicista Boris Kinberg ed il batterista Shawn Murray, ed entrano in scena forze giovani come il tastierista Darin Brown, il bassista Bob Curiano  ed il chitarrista Mark Newman. Willy in scena è carismatico come sempre pur apparendo pallido e stentoreo, per via dei problemi all’anca e della malattia incipiente ma la voce è una radiografia dell’anima, roca, profonda e dai marcati sentori blues. Con la band passa in Italia il 14 marzo a Trezzo d’Adda ma sono due le registrazioni sul mercato che testimoniano  quel tour del 2008, entrambe obbligatorie per tutti gli amanti della buona musica. La prima, pubblicata nel 2014 dalla Repertoire nella serie Rockpalast, è costituita da un CD e DVD assemblati col DVD di un altro concerto, sempre a Bonn in Germania ma del 1995, la seconda si intitola Venus of The Docks ed è di recente pubblicazione . Edita dalla MIG tedesca è la cronaca di uno show avvenuto a Brema il 27 febbraio del 2008. Entrambe le performance sono di grande valore storico per la carriera del nostro e magnifiche dal punto di vista musicale, entrambe davanti ad un festoso pubblico tedesco che ancora oggi ricorda Willy con estremo affetto.



Cominciamo con la prima esibizione al Museumsplatz di Bonn datata 19 luglio, dove alle tastiere e con la fisarmonica si rivede il vecchio amico Kenny Margolis, un pilastro di Mink DeVille fin dai tempi di Coup de Grace. Las sua presenza si sente, come quella del muscoloso Mark Newman che con la slide imprime un deciso approccio bluesy. La sola Yadonna Wise si occupa delle voci di contorno, gli altri sono quelli menzionati sopra. Willy come si vede nel DVD di Live at Rockpalast 1995&2008 è un incrocio tra Dracula e un nativo americano,  pallido, capelli lunghi dritti nerissimi, baffetti spioventi, pendenti turchesi, collana e occhiali con lenti rossastre. Sembra uscito da Intervista col Vampiro, l'aspetto non è rassicurante e a causa dell'incidente automobilistico di qualche anno prima, si sorregge su uno sgabello e solo a tratti si mette in piedi con la chitarra. Le sigarette completano la scenografia ma è la voce a sedurre, un profondo latrato blues al cui confronto Howlin ' Wolf pare un cantante di musica leggera. Dà il via allo show con la litania oscura e mannara di Loup Garou raccontando di neri serpenti, paludi infestate da spiriti e lune gialle, un inizio  magnetico che porta l'artista in quel torbido ma affascinante universo che gli anni in Louisiana gli hanno cucito addosso. Grazie al lavoro di Mark Newman intinge in un blues scarno e viscerale ma non mancano gli altri ingredienti del suo pachuco come l'uptempo tra rock e r&b di So So Real estratto da Pistola,  la cajun music di Even While I Sleep, le dolcezze romantiche di Heart and Soul, la danza malandrina di Spanish Stroll e il rock/soul della Losiada newyorchese intrecciato tra Mixed Up Shook Up Girl e Venus of Avenue D. C’è posto per i suoi hits Hey Joe,  Demasiado Corazon  e per Cadillac Walk  e la torrida Savoir Faire. Ma sono altri i titoli a rendere questa performance significativa dell'ultimo corso dell'artista: due vecchi brani come Steady Drivin' Man e Just Your Friends entrambi di Return To Magenta sono rimessi secondo l’umore del momento, il primo accentuando il drive rollingstoniano con una iniezione  di blues alla John Lee Hooker, il secondo sottolineando l'implicita natura folk-rock  del brano con la fisarmonica di Margolis che aggiunge un’ aria western da ultima notte di Billy The Kid.  Il lercio rockabilly-punk sudista White Trash Girl, storia di degrado in un microcosmo di sottoproletariato bianco, il delirio Delta di Muddy Waters Rose Out Of The Mississippi Mud e lo swampin'  You Got The World In Your Hands, la prima tratta da Loup Garou, la seconda da Crow Jane Alley e la terza da Pistola spostano decisamente a Sud il baricentro del concerto. Se poi si aggiunge il grasso Bacon Fat di Horse of A Different Color  il quadro mostra tinte blues vicine a Fred Mc Dowell e John Lee Hooker come mai si erano viste, e la Mink DeVille Band è talmente versatile da shakerare con una maestria incredibile rock, soul, R&B, cajun, creando un groove eccitantissimo.

Il medesimo feeling su cui si poggia lo show  del 27 febbraio al Pier 2 di Brema documentato da Venus of the Docks. Sebbene la data sia posta all’inizio del tour ed al posto di Margolis ci sia Darin Brown con Yadonna qui affiancata da Dorene, la band è già rodata. Tante le similitudini con la performance di Bonn ma anche qualche diversità.  Ripristinata l’apertura strumentale classica degli albori da Mink DeVille, qui Harlem Nocturne ha lasciato il posto ad un jazz cubano che sfoggia percussioni alla Tito Puente ed un pianoforte molto charmant, è So So Real ad aprire le danze con quell’aria malandrina e peccaminosa che la voce disposta a tutto di Willy non nasconde. Dallo stesso Pistola è tratta la sincopata Been There Done That, confessione sui suoi passati junkie ritmata quanto basta per trasformare un trascorso amaro in una danza sensuale, e sempre sulle dipendenze l’ipnotica e sinuosa cantilena Chieva col pianoforte a fare la melodia fa da ponte tra la viziosa ode a Rosita di Spanish Stroll e la sporca Bacon Fat nella quale l’armonica, la rovente slide ed una voce nera come la pece trasformano Brema in Clarksdale. Willy è in forma, il suo cantato si è fatto nel tempo più cavernoso e blues, qualcuno al proposito aveva tirato in ballo Tom Waits ma senza peli sulla lingua Willy aveva liquidato la questione con le seguenti parole “ Tom è un mio amico ma non l'ho mai ascoltato davvero, suona sempre come se stesse scherzando, sembra l'ubriacone divertente in fondo al bancone del bar”. Prendere o lasciare questo è William Paul Borsey Jr. altrimenti conosciuto come Willy DeVille, il più grande soulman dopo la scomparsa di Otis Redding.


Heart and Soul concede un po’ di santità al set ma è un’inezia perché con il rockabilly-punk White Trash Girl e il bluesaccio Muddy Waters Rose Out Mississippi Mud siamo di nuovo all’inferno, o meglio nel fango del Grande Fiume, in quel Sud raccontato da tanta letteratura “marginale” e da film come Killer Joe di William Friedkin e The Paperboy di Lee Daniels. Demasiado Corazon ed Hey Joe  servono a far ballare le signore mentre i rough boys si scatenano nella sequenza Savoir Faire/Cadillac Walk. Venus of Avenue D invece continua a lasciarmi estasiato a più di 40 anni dalla sua comparsa per quell’insieme di attesa, malizia, abbandono e tensione che si porta dentro, come fosse l’ adattamento del Wall of Sound di Phil Spector in un melodramma del Lower East Side, comunque annerita dal sibilo di una  slide che è un serpente e dal tocco gospel delle sorelle Wise. Capolavoro.

Se Italian Shoes gioca col funky, le versioni di Trouble In Mind e Heartbreak Hotel dicono dell’abilità di fare sue canzoni altrui. La prima, uno dei cavalli di battaglia della parentesi acustica del Trio In Berlin non possiede lo stesso intimismo di quella occasione, il brano ante-bellum di Richard Jones trova qui un Willy assatanato con la voce, accompagnato da pianoforte,  slide e dalla sezione ritmica, la seconda è invece rallentata ad arte dentro un intrigante swamp-blues. Il brano reso celebre da Elvis Presley muta in un sordido e misterioso gris gris con alligatori come compagni, roba degna di Dr.John, Coco Robicheaux, Tony Joe White e di quelle anime perse della Louisiana voodoo.

Il finale del concerto è struggente,  Let It Be Me il brano di Gilbert Becaud popolare in tutto il mondo è un commovente commiato di sola voce e pianoforte, un addio applaudito con reciproca commozione dal pubblico di Brema.

Da sempre ribelle, anticonformista, estraneo a compromessi, Willy DeVille aveva una sua teoria riguardo alla sua avventura musicale “ So che venderò molti più dischi quando sarò morto, non è molto piacevole dirlo, ma devo abituarmi a questa idea che la morte è lì, la sento alla porta. Non sto dicendo che andrò da qualche parte subito, ma so che sta arrivando”. La signora con la falce arriverà un anno dopo il concerto di Brema, il 6 agosto 2009, privandoci di uno dei più grandi artisti di tutta la storia del rock. Non possiamo fare altro che ascoltare con quanto charme, passione e bravura, Willy solo un anno prima, in Venus of the Docks   era capace di stregare, incantare e sedurre. Un gigante.


MAURO ZAMBELLINI     APRILE 2022
 

 

 

 

 

 

 

 

 

sabato 26 febbraio 2022

THE HANGING STARS Hollow Heart

 


Bastano poche note di ascolto di Hollow Heart per capire quanto la musica West-Coast  pubblicata tra i sessanta e i settanta sia ancora in grado di fare proseliti in giro per il mondo. E non parlo di ascoltatori, che non sarebbero affatto una novità, ma di ragazzi giovani che si mettono a formare band per suonare quelle atmosfere tanto  ammalianti quanto vivaci e colorate. Dopo l’entrata in scena dei vari Jonathan Wilson, Ryley Walker, Israel Nash, Dawes, Allah Las, Beachwood Sparks la cosa potrebbe non destare sorpresa ma se le origini del gruppo in questione ovvero gli Hanging Stars, affondano nei circondari di Londra un motivo di curiosità esiste. Il cantante e chitarrista Richard Olson, il batterista Paulie Cobra ed il bassista Sam Ferman, il chitarrista e tastierista Patrick Ralla e Joe Harvey-Whyte con la pedal steel sembrano aver fatto indigestione di Byrds, Buffalo Springfield, Flying Burrito Bros., America e di tutta quella briosa materia pseudo psichedelica che aleggiava sulla Baia di San Francisco e avvolgeva il Laurel Canyon. Una dieta curiosa per chi è abituato alla pioggia e alle nebbie inglesi e proprio per tale motivo nella solarità di quella musica, nelle atmosfere oniriche, nel jingle jangle e nei lamenti della lap steel, nelle dolci armonie, ha trovato l’ antidoto per sfuggire al grigiore portandosi appresso anche un po’ di folk britannico. Gli Hanging Stars hanno così scelto la loro via, per nulla revivalista visto che i testi delle canzoni sono impiantati nel presente e i suoni posseggono sufficiente freschezza da apparire contemporanei.



Tre album, Over The Silvery Lake del 2016, Songs For Somewhere Else dell’anno seguente e A New Kind of Sky del 2020 sono bastati a far conoscere la loro ricetta più americana che inglese, presentata anche con una generosa dose di concerti da entrambe le parti dell’Atlantico tanto da sedurre artisti della West-Coast quali GospelbeacH e Miranda Lee Richards con cui i cinque hanno stabilito un solido rapporto di collaborazione. Per il quarto album gli Hanging Stars hanno optato per una remota località sulla costa nord-orientale della Scozia, Helmsdale, posizionata alla stessa latitudine di Gotenborg in Svezia e col respiro di quell’aria scandinava si sono messi a lavorare col produttore Sean Read ( Dexys, Soulsavers) nello studio di Edwyn Collins, ex leader degli Orange Juice, una volta che gli spettacoli dal vivo erano stati sospesi per la pandemia. La scelta di tale studio con l’attrezzatura su misura di Edwyn Collins  ha permesso un nuovo tipo di esperienza, e con Sean Read al timone, la band ha mantenuto una concentrazione e una disciplina che ha permesso loro di realizzare ciò a cui aspiravano. La contagiosa atmosfera bucolica del luogo, lo studio era posizionato davanti alle scogliere, ha contribuito all’ispirazione generale donando a Hollow Heart  un fascino tipicamente nordico, sognante, malinconico a tratti ma anche mosso come può esserlo una mareggiata da quelle parti, e coi cromatismi ora intensi ora tenui della bellissima costa settentrionale scozzese . Tale atmosfera si è tradotta in dieci canzoni armoniose con impasti di chitarre alla Byrds ed evocative pedal steel, un arioso country-rock venato di psichedelia e folk. Musica per orizzonti di mare, di costa e di cielo, ondeggiante come una barca trasportata dalle onde, ballate in balia del vento, fluttuanti e avvolgenti, un sentore di tranquillità paziente, dall’effetto quasi ipnotico. Si parte con Ava ed è un introduzione tra acustico ed elettrico con la voce di Olson che trascina gli altri in un’ armonia che concede spazio alle chitarre e ad una sezione ritmica ben equilibrata e presente. Anticipa quello che potrebbe essere uno dei singoli dell’album ovvero Black Light Night, una melodia del tastierista Patrick Ralla con testi di Olson che gira cupo con schegge penetranti di chitarra ammorbidite dalle armonie vocali. Il tempo sembra scivolare silente su una ballata tanto romantica  quanto irresistibile come è Weep & Whisper,  un fuoco morbido dalle tonalità eteree punteggiato da pedal steel e pianoforte, che racconta di " una ragazza che portava i capelli lunghi in un fiocco di raso senza fine" per poi concludersi con un pungiglione finale " stai pensando al futuro, poi il futuro arriva e fottiti, fuori fa freddo”.



Radio On ha un incedere magnetico ed un canto supplichevole (Olson), sembra rivangare  quel pop scozzese che fece proseliti negli anni ottanta grazie a Lloyd Cole&The Commotions e Aztec Camera. Voci che si sovrappongono, una ombrosità melodica che si riflette in armonie vocali studiate sui dischi di Beach Boys e Mama’s and Papa’s e siamo in Ballad of Whatever May Be pur con la sensazione di uno spazio al di fuori del tempo.

Hollow Eyes, Hollow Heart è una canzone sul rifugiarsi in qualcosa che davvero non si dovrebbe e di conseguenza sul sentirsi un guscio vuoto, un aura oscura lo collega ai Fairport Convention ma il cantato è ovattato ed il sound si delinea come  cosmico country rock. You’re So Free si nutre dell’eco leggero e vaporoso delle canzoni dei sixties, vengono in mente i Turtles ma parla di no-vax, Rainbows in Windows di Sam Freman contiene frammenti della voce narrante di Edwyn Collins e si srotola grazie ad un ottimo  fingepicking  su un’onda sulla quale hanno surfato anche i Sadies di New Seasons.  I Don’t Want To Feel So Bad Anymore sembra proprio una canzone dei Byrds con un apertura in stile Roger McGuinn, la conclusiva  Red Autumn Leaf  svolazza deliziosamente traballante in un candido e disordinato lo-fi e con il suo outro si ricollega all'intro della prima canzone dell'album chiudendo così il cerchio .

Caldo pur essendo baciato da un’aria nordica, Hollow Heart   è un disco che unisce antico e nuovo, freschezza e sentimento, visionario ma pronto a soddisfare le esigenze di un gusto moderno.

MAURO ZAMBELLINI    FEBBRAIO 2022

sabato 12 febbraio 2022

deep america THE DELINES


 Pochi autori in tempi recenti hanno lasciato un segno così profondo nella descrizione dei personaggi e nella creazione di atmosfere filmiche come Willy Vlautin. Autore di novelle e romanzi che, su entrambe le sponde dell’Atlantico, hanno trovato consensi in pubblico e critica, plaudenti la  freschezza della sua scrittura, l’osservazione dettagliata dei caratteri ed il lirismo profuso dalla sua prosa, Vlautin ha intrapreso un viaggio in quella America della decadenza dove la vita delle persone sono tasselli di un’opera in cui la sua compassionevole narrazione si scontra col desolato paesaggio in cui esse  si muovono. Dal debutto di Motel Life  fino a Io Sarò Qualcuno  e La Notte Arriva Sempre, passando per The Free  e La Ballata di Charley Thompson, tutti regolarmente editi in Italia dai tipi di Jimenez, quel sottobosco di perdenti, assassini, balordi, sadici e falliti sono l’ esempio della banalità del male e della difficoltà di sopravvivenza in un paese in rovina, un coraggioso affresco sulla gente comune come solo Raymond Carver è riuscito a dipingere in tempi più o meno vicini. Affascinato dallo squallore ma umanamente complice dei suoi personaggi tanto da vestirli di uno sguardo compassionevole e comprensivo, Vlautin sa scrivere una ballata sui perdenti tanto da farseli sentire fratelli, e ancora prima dei frequentatori della letteratura americana questa sua virtù ha colpito il pubblico del rock che lo ha incontrato grazie ai dischi dei Richmond Fontaine, la band di Portland, Oregon di cui Vlautin è stato leader. Cantore delle macerie esistenziali che popolano gli anonimi motel e gli squallidi casino nelle città di frontiera del Nevada come Reno e Winnemucca ( appunto The Fitzgerald  e Winnemucca  sono due album dei RF sull’argomento), Vlautin ha usato la sua lucida capacità visionaria per creare canzoni che sono la colonna sonora e la sceneggiatura di un film su un’America di provincia dimenticata e battuta. Basta un titolo come We Used To Think The Freeway Sounded Like a River  disco del 2009 per comprendere l’immaginario on the road di Vlautin, prologo di quel Don’t Skip Out On Me del 2017 con cui assieme ai Richmond Fontaine musicò una  soundtrack strumentale per accompagnare la lettura del suo Io Sarò Qualcuno. Tra folk desertico, border music, twangin’ e suoni messicani, portò l’ascoltatore nell’odissea del boxeur in cerca di gloria Horace Hopper/Hector Hidalgo.  E’ stato l’ultimo sforzo discografico dei Richmond Fontaine e poteva essere l’addio di Vlautin dalle scene del rock per dedicarsi completamente al “mestiere” del romanziere, ma invece la storia ha preso la via di un nuovo inizio grazie all’incontro con la cantante Amy Boone.  Si è portato appresso il percussionista Sean Oldham ed il bassista Freddy Trujillo, entrambi transfughi dai RF, e ha trovato nelle corde vocali della Boome quel tratto dolce e romantico che mancava alle sue visioni di lacerato neo-realismo blue highway, inventandosi così i Delines. La vulnerabile ed evocativa voce di Amy Boone che anni prima era stata in tour coi RF cantando alcune parti  di Post To Wire  (2003) che in studio erano state appannaggio dalla sorella Deborah Kelly (entrambe avevano trascorsi col gruppo texano dei Damnations TX) è stata la molla che ha dato il via alla nuova esperienza. La Boone, i tre ex RF, il tastierista Jerry Conlee dei Decemberists ed il suonatore dei pedal steel Tucker Jackson proveniente dai Minus 5, si sono riuniti a Portland col produttore John Morgan Askew che già aveva partecipato a Don’t Skip Out On Me  per mettere a punto, nel 2014, Colfax,  lavoro dalle atmosfere sospese e notturne trainato dal cantato della Boone e da un folk-rock venato di soul dilatato dalla lap steel di Jackson. Una coreografia sonora adatta ai temi prediletti di Vlautin,  lotte quotidiane di chi vive alla periferia del sogno americano, precarietà dei rapporti,  ineluttabilità di destini. 

Suggestioni replicate dall’altrettanto magnifico The Imperial  cinque anni dopo. In mezzo un secondo album, Scenic Sessions, pubblicato in edizione limitata da vendere durante il tour europeo del 2015, contenente la cover di Sunshine degli Sparklehorse,  ed un rovinoso incidente automobilistico che nel 2016 ha messo fuori gioco Amy Boome. Lo shock e le diverse fratture alle gambe hanno avuto come conseguenza depressione e paura di non essere più all’altezza ma la realizzazione, anche se faticosa, di The Imperial  è servita ad esorcizzare un periodo critico che sembrava compromettere definitivamente la vita artistica della Boome e di conseguenza dei Delines. La musica come terapia ha giovato ad un album dalle sonorità avvolgenti e languide, sfumato ed emozionante, dove controverse storie di amanti fanno da sfondo all’ambientazione dimessa e solitaria dei luoghi. Gli amanti dell’appartamento n.315 nella canzone che dà il titolo all’album (The Imperial è una sorta di hotel a buon mercato con stanza date in affitto a chi non può permettersi una casa) sanno che il loro futuro è vuoto come la desolazione di quello stabile ed il  passato è pieno di sbagli ma il modo in cui Boone canta tale scenario è talmente candido ed innocente che si avverte ancora un briciolo di speranza. Allo stesso modo l’amore disperato di Eddie and Polly, il singolo tratto dall’album, è un film commovente sulle cicatrici di un mondo che non riserva lieti fini ai romantici, e la conclusiva Waiting On The Blue col suo tono rarefatto sussurra una salvezza che la notte non è riuscita ad oscurare. C’è molta tristezza nell’opera di Willy Vlautin ma la rappresentazione che i Delines danno di questo blue mood è sublime ,come se la fragilità di una America abbandonata possa nutrirsi di melodie che arrivano al cuore in modo così sincero e partecipativo,  intorpidendo con la luce fioca dei ricordi una musica incantata ma non soporifera. Merito dell’autore, della espressività vocale della Boone, del lamentoso suono della lap steel di Tucker Jackson, di una sezione ritmica in punta di piedi, di chitarre tanto educate quanto perfette (Vlautin ed il produttore Askew) e degli eleganti arrangiamenti con tastiere e tromba di Cory Gray. Quest’ultimo è diventato una pedina importante nell’economia sonora dei Delines, i suoi schizzi con la tromba hanno contribuito all’ originalità di una musica che rimane evocativa e visionaria pur concedendosi scarabocchi di jazz , come poteva esserci nei primi lavori degli Spain. Ma l’idea per l’attuale The Sea Drift  è venuta  quando la Boome e Vlautin si sono confidati il mutuo amore per Tony Joe White e l’una ha chiesto all’altro, quasi per scherzo, di scriverle una nuova Rainy Night In Georgia. Amy Boone ha confessato che due delle sue canzoni favorite di gioventù furono la versione di Brook Benton del brano di Tony Joe White e Ode To Billie Joe di Bobbie Gentry. Prima di ventanni però non aveva mai sentito Tony Joe White ed un amico musicista di Austin, sorpreso, la invogliò a supplire alla mancanza. Il giorno dopo la Boone corse a comprare un album di Tony Joe White cercando le più ampie informazioni su di lui. Si imbatté in una intervista data dall’artista che asseriva che fu Ode To Billie Joe  a spingerlo a scrivere Rainy Night In Georgia. Due piccioni con una fava, quando Willy Vlautin le disse che voleva usare la canzone di Tony Joe White come ispirazione per The Sea Drift,  la Boone ne fu entusiasta, abbracciò subito l’idea come fosse la chiusura di un cerchio. Immediatamente i due iniziarono a pensare ad un ideale set per le canzoni e fu naturale scegliere il Texas orientale, dove la Boome aveva vissuto per anni,  in particolare la Costa del Golfo che entrambi amavano. Vlautin cominciò a buttare giù le canzoni proprio in quel luogo e la band fu coinvolta nel creare un intero album sulla costa texana, a record drifting up and down the Gulf Coast così lo definirono. A qualcuno potrebbe venire in mente a proposito di tale ambientazione l’album del 1981 di Guy Clark The South Coast of Texas  oppure  il  noir  Galveston, bel romanzo di Nic Pizzolatto, lo sceneggiatore della serie True Detective, poi messo in pellicola da Melanie Laurent, ma la vena paesaggistica dello scrivere di Vlautin non si è limitata ad una crime story piuttosto a vicende di amanti disperati, donne sole, uomini in bilico. Talmente rapito dal paesaggio umano e geografico , ad un certo punto Amy Boone si è chiesta se Vlautin stava scrivendo le canzoni per un disco o una vera e propria sceneggiatura. Con l’aiuto del produttore John Morgan Askew, la band si è infilata nel nuovo studio Bocce estraendo l’ ennesima gemma dell’  immaginario “ provinciale” dei Delines, il cui tema è esemplificato dalla essenziale copertina pseudo marina dove spicca un luna park poggiato sul pontile che si allunga nel mare. 


Una cover “costiera” aderente al tipo di musica non proprio solare, asciutta nel suo significato ma suggestiva, come già era successo per The Imperial.  Il set di The Sea Drift  è l’ennesima dimostrazione del taglio  cinematografico del rock dei Delines e la conferma dello stato di salute della band, ormai in possesso di uno stile proprio e riconoscibile. Amy Boone ha ritrovato confidenza con gli studi di registrazione, il bassista di stampo soul Freddy Trujillo ed un batterista cool-jazz come Sean Oldham sono esperti nel costruire un groove tanto sensuale quanto elegante, mentre Cory Gray, rincara il senso drammatico di alcune parti con arrangiamenti d’archi e la sua tromba assume un tono evocativo nei due episodi strumentali del disco. La prima canzone scritta per il disco è stata All Along The Ride  e di conseguenza ha creato l’universo di The Sea Drift . Emana una calda tristezza nel raccontare una relazione tra due amanti che si sta dissolvendo , sono in macchina di ritorno da Corpus Christi e la voce della Boone attanaglia il cuore come se fossimo lì vicino a loro, respirando il loro dolore. Ma la canzone che più di altre ha contribuito al suono e alle sensazioni dell’intero disco è Little Earl  il cui groove si ispira proprio al country-soul di Tony Joe White e gli arrangiamenti di Cory Gray sottolineano il carattere cinematico del pezzo, due fratelli coinvolti in un furto andato storto in un mini-mart alla periferia di Port Arthur in Texas. Bizzarro  il tema di Kid Codeine  tradotto in una musica briosa e quasi scanzonata. Vlautin dice di aver scritto il brano dopo che una barista di mezza età incontrata nel centro di Los Angeles portò i Richmond Fontaine in uno strip bar. Si accompagnava con un ragazzo ventenne che non disse una parola, la ballerina di turno danzò erotica per loro prima di schiantarsi contro il tavolo, nel contempo la barista con l’amico a fianco insisteva su come scommettere alle corse di cavalli in California. Sebbene Vlautin volesse dare al brano  un eco da pop song francese  anni sessanta, lo stralunato tema della canzone ricorda invece i surreali Little Feat della prima ora.  Diverse sono le canzoni che hanno come protagonisti i personaggi femminili. Nell’avvolgente lirismo di Drowing In Plaint Sigh una donna si sente intrappolata in una situazione famigliare che invece di offrirle conforto e sicurezza le trasmette solo pressione e solitudine. Vuole ricordare cosa si prova ad essere amati, fugge, corre a casaccio ma non ha nessun posto dove andare. In Hold Me Slow, una ballata impreziosita da arrangiamenti quanto mai raffinati e da una grande intensità vocale, la stessa donna, stanca, cerca il suo colpo di fortuna. L’unisono strumentale è perfetto, la melodia si fonde con le tastiere,  tromba e  chitarra accompagnano l’incedere lento e dondolante, niente è fuori posto. Surfers in Twilight  è priva di qualsiasi supporto ritmico, si racconta di una donna in una città costiera che uscita dal lavoro vede il marito sbattuto contro un muro e ammanettato dalla polizia. Non sa cosa abbia fatto ma in cuor suo sente che ha fatto qualcosa. This Ain’t No Getaway  ha colorazioni bluastre e caduche, un’altra donna torna  a casa dal suo ex compagno per prendersi le ultime sue cose. E’ l’alba, prima del lavoro e lo trova sveglio, ubriaco e con una pistola accanto. Lei non scappa, prende le sue cose e se ne va determinata a non essere vittima di altra violenza.  In Saved from The Sea l’atmosfera è malconcia e romantica,  il narratore si chiede se il mondo non sia così crudele, e la vita di lei non sia così tutta da buttare. Potrà questa donna disperata essere salvata dal mare della solitudine?, è la domanda che la voce accorata della Boone pone all’ascoltatore. Nei versi di Past The Shadows  affiora il sogno autodistruttivo di vivere nell’oscurità, come un vampiro ai margini della società normale, il suono è intrigante, seduttivo, la tromba di Grey è ancora lì a dare enfasi. Sostanziale al suono di The Sea Drift, Cory Grey  è presente un po’ in tutti i brani ma diventa protagonista nei due strumentali,  in Lynett’s Lament  il cui titolo fa riferimento al personaggio principale di La Notte Arriva Sempre riflette luci notturne con un suono alla Chet Baker , e lo stesso tema viene ripreso nella conclusiva The Gulf Drift Lament, omaggio ai luoghi in cui l’album è stato concepito.



The Sea Drift  è un disco visuale le cui canzoni sono piccole vignette di un film che i Delines raccontano con una musica sognante, malinconica ed evocativa, assolutamente ammaliante.

MAURO ZAMBELLINI   febbraio 2022



lunedì 24 gennaio 2022

MUDDY WATERS di Robert Gordon


 

Questo di Robert Gordon, autore di numerosi libri e film documentari, non è solo una dettagliata biografia su Muddy Waters ma un grande romanzo del blues. Racconta difatti attraverso la vita travagliata ed avventurosa di McKinley A. Morganfield altrimenti conosciuto come Muddy Waters, nato nel 1913 a Rolling Fork nel Mississippi, il cammino del blues dalle sue origini rurali alla migrazione verso le grandi città industriali del Nord, in particolare Chicago dove subì una trasformazione radicale per via dell’introduzione della chitarra elettrica. Dal Delta country-blues al blues urbano di Chicago, Muddy Waters ha rappresentato l’evoluzione di un genere nato nei campi di cotone del Mississippi e trasformatosi nel mezzo espressivo di una generazione di musicisti urbani afroamericani, oltre a divenire modello per tanti chitarristi e cantanti bianchi sparsi in tutto il mondo. Basti ricordare che uno dei più importanti e longevi gruppi rock della storia, i Rolling Stones, ha preso il nome da una canzone di Muddy Waters, e la stessa canzone è servita come titolo del giornale musicale più conosciuto del pianeta, per riconoscere l’assoluta importanza storica e artistica di Muddy Waters. In questo bel volume della Shake Edizioni, Robert Gordon racconta una storia bellissima pur contrassegnata da vicende turbolenti, pericolose, drammatiche, luttuose, misere, una biografia straordinaria intrisa delle dinamiche e i cambiamenti culturali che hanno visto il blues mutare da un semplice canto di sofferenza al più profondo e popolare linguaggio di espressione dello stato d’animo umano, nelle sue manifestazioni dolci e amare, di gioia e di dolore. Che Muddy Waters  sia l’uomo che più  di tutti ha rappresentato la storia di tale genere musicale lo si poteva ben intuire fin dall’inizio quando pur essendo nato nel 1913 asseriva di essere venuto al mondo nel 1915 ed in un altro luogo da quello reale. Un uomo nato in un anno in cui non era nato, che diceva di essere di una città in cui non era nato e che portava un nome che non gli era stato dato alla nascita, più bluesman di così non si può essere ed è l’atto primo di una storia rocambolesca che Robert Gordon racconta per filo e per segno, con dovizia di particolari, aneddoti, note esilaranti e tristi, avvicendamenti di personaggi, caos famigliare, donne consumate come sigarette (un vero tombeur de femme il nostro Waters), figli riconosciuti e figli perduti, soldi bruciati e soldi mai pervenuti, Cadillac, liti, pistole, gangster, razzismo, maiale e pesce fritto, alcol, tanto alcol ma soprattutto musica. 


Dalla prima canzone incisa, il 31 agosto del 1941 ovvero Country Boy ai suoi testi pieni di sensualità e virilità come Hoochie Coochie Man, I Got My Mojo Working e Mannish Boy o intrisi di insoddisfazione esistenziale come Rollin’ Stone e I Can’t Be Satisfied, dai dischi per la Chess Records fino a Fathers and Sons, l’album dal vivo che avvicinò la generazione hippie al blues, fino alla rinascita di Hard Again voluta per espresso interessamento di Johnny Winter dopo che negli anni settanta Waters sembrava ormai passato di moda, travolto dal massiccio coinvolgimento del pubblico nero verso il soul e dal crescente successo dei gruppi bianchi di rock-blues ( ebbe a dire a proposito “saltano fuori questi ragazzi bianchi che cantano la mia roba ed il giorno dopo sono diventati uno dei più grandi gruppi in circolazione. Noi invece abbiamo lottato tanto per avere un piccolo riconoscimento”), la sua inconfondibile voce e la sua lamentosa slide sono stati il mezzo per conquistare il rispetto per una cultura messa da parte come un mucchio di rifiuti. La sua musica ha diffuso la voce trionfante di gente arrabbiata che chiedeva un cambiamento. Affermava lo stesso Waters “ il blues esisteva prima che io nascessi, ed esisterà sempre. Finché c’è gente che soffre, ci sarà blues”.  Di lui Keith Richards nella prefazione scrive che era come una carta geografica, era la chiave di tutto, e anche dopo essere diventato famoso e aver girato il mondo, continuava a identificarsi con l’ufficio della piantagione di cotone dove veniva pagato per il suo lavoro nei campi.



Un vero cantante di blues non ha nessun interesse per il paradiso e ben poche speranze sulla terra, è per tale ragione che Muddy Waters nel 1943 lasciò il Sud, non molto tempo dopo avrebbe cambiato il sound del blues. Chicago era la terra promessa e per Muddy il sogno si avverò. Aveva uno scopo e lo perseguì con tutti i mezzi, pagandone le conseguenze, solo alla fine della carriera guadagnò molto denaro e visse  gli ultimi anni della sua vita in un felice ambiente famigliare. Robert Gordon con la sua prosa scorrevole ci accompagna in questo lungo tragitto fino al decesso, avvenuto il 30 aprile del 1983, attraverso quindici capitoli ognuno relativo ad un lasso di tempo definito. Un viaggio trasognato ed insieme un pugno allo stomaco, dai campi di cotone del Mississippi e al dolore che li permeava, ai balli e le prostitute dei juke joint, dall’incontro con Alan Lomax alle strade malfamate di Chicago con le sue fabbriche, i suoi macelli e i suoi effervescenti club. L’amore per Robert Johnson e la rivalità con Howlin’ Wolf, l’amicizia con il chitarrista Jimmy Rogers, la stima per Willie Dixon ed il sodalizio col pianista Otis Spann, il ruolo di maestro e bandleader per i tanti che sono passati sotto la sua ala, Little Walter, James Cotton, Paul Oscher, Bob Margolin, Calvin Jones, Hubert Sumlin, Dave Peabody e tanti altri. Completo di riferimenti discografici  e di note succulenti, come quella relativa ai preparativi di The Last Waltz quando il manager di studio cercò di convincere Levon Helm a estromettere Muddy Waters dallo spettacolo e questi gli rispose “togliti immediatamente dalla mia vista figlio di puttana prima che dica ad uno di quei ragazzi dell’Arkansas di massacrarti di botte” e nella stessa occasione, durante le prove, tutti i chitarristi presenti,  da Robbie Robertson a Bob Dylan, da Eric Clapton a Neil Young e Steve Stills, rimasero a bocca aperta guardando Waters suonare Nine Below Zero, e l’espressione sulle loro facce valeva da sola il prezzo del biglietto.



La cultura del blues ha avuto un impatto sul ventesimo secolo che non è stato secondo a nessuno, Muddy Waters è stato “il blues” per antonomasia e non solo, questo è un libro che gli amanti della musica non possono ignorare. Fondamentale.

 

MAURO ZAMBELLINI       GENNAIO 2022

 

martedì 4 gennaio 2022

MY PLAYLIST 2021


 

Secondo anno in compagnia del Covid, concerti e festival saltati, il settore della cultura e dello spettacolo annichilito, tanti scomparsi, musicisti e non. Il tempo non aspetta nessuno, se ci si mette anche il virus è una strage. Che dire? Un anno di merda e l’orizzonte non è affatto luminoso. Cerchiamo di consolarci, un po’ se ci riusciamo, con i dischi e i libri e magari qualche film rubato a sporadiche e mascherate escursioni al cinema. Ho guardicchiato le classifiche di riviste musicali internazionali, pluripremiato è Ignorance di The Weather Station che altro non è che la cantautrice Tamara Lindeman. Nulla da obiettare, i gusti non si discutono ma se un disco così pallido vince la playlist di tanti magazine, c’è da riflettere sulla musica dei giorni nostri, o meglio sui giorni nostri, veramente miseri. Non voglio infilarmi nell’annoso dibattito se fosse meglio la musica del passato ma un disco come Ignorance, (ignoro i testi), nei decenni del secolo scorso sarebbe passato inosservato, al più sarebbe stato un outsider. Considerato l’identico ambiente di musica intimista, rarefatta, a metà via tra pop, rock, jazz e canzone d’autore provate a confrontarlo con un album come Shine di Joni Mitchell del 2007, quindi nemmeno troppo distante nel tempo, quest’ultimo lo sotterra. Come mandare il Venezia, di cui sono tifoso( dopo l’Inter si intende) a giocare contro il Manchester City.




Per fortuna non tutti esprimono le stesse classifiche e playlist, la mia è sempre stata definita tradizionalista ma l’età è quella che è, e non posso perdere troppo tempo dietro a dischi che nel giro di due/tre anni nessuno ricorda più. Si chiamano classici e ci sarà una ragione se anche con ristampe e concerti ritrovati fanno ancora sobbalzare dalle emozioni. Prendete ad esempio The Legendary 1979 No Nukes Concerts, chi ha suonato dal vivo come Bruce Springsteen e la E-Street Band tra il 1978 ed il 1981? Nessuno, forse solo Tom Petty e i suoi Heartbreakers in qualche tour e Neil Young coi Crazy Horse, per rimanere in quel contesto di rocker/songwriter and his band. Guardatevi il video del Madison Square Garden con uno Springsteen trentenne al massimo del suo vigore rocknrollistico, d’accordo che l’iniziativa era a favore delle energie alternative e contro il nucleare ma quello show con la E-Street Band è una devastante esplosione atomica.



Raffiche di vento, tempesta elettrica, mitragliate di chitarra ed una galoppata selvaggia come solo il bisonte Neil Young sa fare. Way Down in The Rust Bucket è lo spettacolare show del 13 novembre 1990 al Catlayst di Santa Cruz in California con i Crazy Horse durante il tour seguito alla pubblicazione di Ragged Glory. Rock n’ roll potente, visionario, furioso, crudo e psichedelico, altra deflagrazione atomica come quella di Bruce. Del canadese è uscito nell’anno appena trascorso, e ancora coi Crazy Horse,  l’album in studio Barn, ma sarebbe meglio dire in fattoria visto che è stato registrato in un casolare di legno sulle Montagne Rocciose, ed è un buon disco, non un capolavoro ma valevole d’acquisto, per chi scrive il suo miglior lavoro dai tempi di Psychedelic Pills. Ballate  dolenti dal sapore rurale, un po’ di nostalgia nelle melodie e taglienti accelerazioni elettriche. Una ballata, Welcome Back, che si candida tra i migliori brani dell’anno. A chiudere il triangolo non ci poteva essere che Bob Dylan che dopo aver sbancato le classifiche lo scorso anno con Rough and Rowdy Ways quest’anno partecipa ai giochi col Vol.16 delle Bootleg Series. Non sono un tossicodipendente di bootleg series, ovvero non tutte me le faccio anche se nutro una stima infinita per il Sig. Zimmerman ma Springtime in New York 1980-1985 è grandioso, con “scarti” che abbracciano tutto quello che c’è da sapere su Dylan ed il rock n’roll di quel periodo. I dylanologi rigorosi non l’hanno incensato come sono soliti fare e questo è un buon segno, ci sono tanti Dylan e ognuno ama il suo. Questo del Vol.16 a me fa impazzire, ruota attorno alla nascita nel 1983 a New York presso il Power Station Studio di Infidels, un disco rockato, metropolitano, oserei dire springsteeniano, ma ci sono anche out-takes del discutibile Shot of Love e del bistrattato Empire Burlesque. Il box di 5CD è una fotografia della fredda primavera newyorchese dei primi ottanta con brani come Don't Fall Apart Me Tonight, Blind and Willie McTell, Jokerman, New Danville Girl, Neighborhood Bully, Sweetheart Like You, Union Sundown, Too Late  in grado di mettere in ginocchio chiunque. Musicisti come la sezione ritmica reggae Ainsley Dunbar-Robbie Shakespeare, tastieristi come Alan Clark, chitarristi come Mark Knopfler e Mick Taylor, qui la arruffata poesia di strada di Dylan si veste di caotico, elettrico folk-rock urbano e diverse out-takes sono lì a dimostrare che un album come Empire Burlesque sarebbe stato altra cosa se gli scarti fossero stati preferiti ai tagli ufficiali. Rimanendo nel girone Leoni & Ristampe ricordo che Summer of Sorcery Live!  di Little Steven coi Disciples Soul è un triplo Cd live per ballare e cantare, divertente e sgarruppato, coloratissimo e garage, registrato al Beacon Theatre di New York nel novembre del 2019, e sempre da New York ma dal Madison Square Garden  arriva la sontuosa celebrazione di uno dei gruppi americani più amati di sempre, la Allman Brothers Band. I pochi rimasti e i tanti che hanno suonato con loro, da Derek Trucks a Warren Haynes, da Jaimoe a Chuck Leavell, da Otel Burbridge a Reese Wynans, sotto il nome di The Brothers due giorni prima che il mondo venisse messo in lockdown, hanno dato vita ad un evento unico, omaggiando la musica e le canzoni degli Allman con una performance da lasciare senza parole e senza fiato, parte del cui ricavato è andato a The Big House la fondazione creata nella casa di Vineville Ave. a Macon dove tra il 1970 ed il 1973 vissero gli Allman. Musica galattica tra rock, blues, soul, jazz e psichedelia, tutto in formato jam, raccolta in quattro CD. Ancora un disco live poco chiacchierato ma piacevolissimo, da suonare ad alto volume in macchina, è Breaking Ground cronaca di un concerto della Steve Miller Band nel Maryland il 3 agosto del 1977 subito dopo l’uscita del disco Book of Dreams. Insieme al superlativo Steve Miller c’è l’armonicista Norton Buffalo, lo show è brillante, blues e cosmic-rock con tutti i cavalli di battaglia della SMB e qualcosa di più, catturato in un momento topico della loro carriera.



Il più bell’album di scarti della storia del rock rimane Tattoo You originariamente pubblicato nel 1981 e quest’anno riedito con l’aggiunta di un Cd intitolato Lost and Found:Rarities ovvero altri nove scarti di album precedenti, alcuni davvero notevoli nel focalizzare quei Rolling Stones tra anni settanta e ottanta ancora sporchi, febbricitanti, sensuali.

Se questi sono i pesi lordi che non possono mancare, altri titoli, forse anche minori, tengono in piedi quella grande fabbrica di sogni che è il rock n’roll, ogni anno messa a dura prova da cambiamenti estetici e socioculturali. Per chi continua ad accontentarsi del benessere indotto da un cantante che si destreggia attorno a chitarre, basso, batteria e qualche tastiera, il 2021 non è stato avaro. John Paul Keith è un autentico sconosciuto che vive a Memphis e con The Rhythm of the City ha rinfrescato un sound che negli anni settanta era di casa in quella città grazie alle registrazioni della Hi Records e della Sun, ovvero un mix di soul, rockabilly e blues con un pizzico di pub-rock al servizio di una voce calda  e confidenziale. Molto più conosciuto è Dan Auerbach, leader dei Black Keys, che oltre ad essere artefice attraverso la sua etichetta personale Easy Eye Sound di una riscoperta del soul di stampo vintage, assieme all’amico Patrick Carney, al bassista Eric Deaton e al chitarrista Kenny Brown, ha realizzato un sentito tributo al Hills Country Blues, quel ramo di Delta blues tipico delle colline settentrionali del Mississippi, sbocciato tra Oxford e Holly Springs, i cui padri hanno i nomi di Fred Mc Dowell, Junior Kimbrough e R.L Burnside. Delta Kream dei Black Keys è spigoloso e forte, come un sorso di bourbon distillato clandestinamente, trasmette quel ruspante sapore della cucina down-home, è volutamente provinciale e dimostra quanto rispetto nutra verso le radici blues  uno dei gruppi di pop e rock più popolari degli Stati Uniti. Chapeau. Rimanendo nel circondario, proprio dalla citata scuderia di Auerbach, arriva il secondo disco di Robert Finley per la Easy Eye Sound ovvero Shorecrppper’s Son, nuovo attestato delle capacità del cantante di Bernice, Louisiana, dopo una vita avventurosa e sfortunata, di usare il suo falsetto per un southern soul che anche qui attinge al Hills Country Blues, alle spezie down-home e allo stile delle registrazioni  Muscle Shoals. Georgiano di Atlanta il venticinquenne Eddie 9V al secolo Brooks Mason Kelly, con Little Black Flies si rivela un astro nascente della musica del Sud di derivazione blues, anche se il suo spumeggiante cocktail prevede massicci innesti di soul  Stax, di rockabilly e funky n’roll. Un disco energico, brioso e zeppo di feeling per un cantante e chitarrista, ma Eddie 9V suona un sacco di strumenti, che, arrivato di giovanissimo sulla scena, sa come maneggiare gli insegnamenti dei grandi vecchi mettendoci dentro istinto, passione, cuore e quel pizzico di sporcizia che ci vuole. Siamo agli antipodi di Joe Bonamassa. 



Che il Sud-Est degli Stati Uniti continui a sventolare la bandiera di una musica autentica e di cuore lo dimostra la dedica che Jason Isbell, pur essendo nativo dell’Alabama, con i suoi 400 Unit ha rivolto allo stato della Georgia dopo che questo ha voltato le spalle a Trump ed è passato sotto l’egida democratica. Il suo è un disco di canzoni “georgiane” i cui proventi sono andati in beneficenza, Georgia Blue questo il titolo del disco presenta composizioni dei R.E.M, Black Crowes, Drivin’ N’ Cryin’, Otis Redding, James Brown, Cat Power, Vic Chesnutt, interpretati da Isbell con la sua band e con alcuni invitati. Particolare menzione per la resa di Midnight Train To Georgia con Britney Spencer e John Paul White ed una sfavillante in Memory of Elizabeth Reed con Peter Levin. Molto applaudito dalle riviste nostrane, e mi unisco al coro, il texano James McMurtry con The Horses and The Hounds è ritornato ai suoi momenti migliori dopo alcuni dischi piuttosto routinari, e mi va di segnalare anche Open Door Policy degli Hold Steady per chi ama le atmosfere dell’heartland rock di spirito blue collar. L’affettuoso ricordo per la prematura scomparsa del figlio,  Steve Earle lo ha scritto in J.T bell’omaggio alle canzoni dello scomparso con calde sfumature country e folk ed una Harlem River Blues da antologia, mentre su altri lidi l’errabondo songwriter Israel Nash ha raggiunto il suo personale highlight con il rarefatto rock cosmico di Topaz, immergendosi in quei paesaggi lisergici che furono del Jonathan Wilson di Gentle Spirit.  All’insegna di un rock-blues alla cartavetrata e di un sana attitudine blue-collar è Get Humble  degli Handsome Jack, trio dell’area newyorchese che non nasconde l’amore per i Creedence Clearwater Revival e per quelle band proletarie sorte su imitazione dei Faces. Ma un disco che ho ascoltato parecchio e mi ha sedotto per gentilezza melodica, per il clima estatico di certe armonie, per la serenità e la tranquillità che infonde è Other You di Steve Gunn, un autore ed un chitarrista originale seppur legato ai paesaggi di un folk-rock pastorale basato su un artigianale lavoro strumentale. Meno d’impatto rispetto ai precedenti Eyes On The Lines e The Unseen in Between, il nuovo disco conserva la circolarità di ballate che disegnano un loop emotivo fatto di suoni cristallini e visioni bucoliche. Other You è il mio disco (nuovo) del 2021.

Passando al panorama italiano, vivace e fertile, cito quattro lavori diametralmente diversi l’uno dall’altro. Me and The Devil della J.F Band che è riduttivo dire italiana visto la presenza del percussionista Jaimoe degli Allman, dei chitarristi David Grissom (Joe Ely e John Mellencamp),Scott Sharrard (Gregg Allman Band) e del bassista Joe Fonda, è un potente, jammato ed improvvisato melting di jazz-rock e blues dove spiccano spiritate e stravolte versioni di Robert Johnson ed una Spanish Moon trattata jazz in grado di resuscitare anche Lowell George. Al polo opposto Warriors Grow Up and Die di Luca Milani è un disco  riflessivo, intimista, di colori autunnali e  note languide che segna uno scarto in senso cantautorale nella sua discografia, stesso passo intentato anche da Maurizio Glielmo detto Gnola ma in quell’area in cui il songwriting si fonde col rock e col blues. Aiutato dai soliti pards, Gnola con Beggars and Liars avvia un percorso ai confini del roots-rock di scuola Hiatt e J.J Cale iniettandolo di melodie southern soul. Uno strappo ragionato rispetto agli shuffle con cui ha brillantemente costruito la sua avventura blues tra dischi in studio e concerti dal vivo. I marchigiani Gang continuano invece imperterriti sulla loro strada col produttore Jono Manson e con un pugno di canzoni (Ritorno al Fuoco) che tra storie d’Italia, sentimenti popolari, coerenza, folk e rock allunga la grande tradizione del canzoniere italiano di natura sociale.



Di documentari musicali mi va di ricordare Summer of Soul, tenuto nel dimenticatoio per 50 anni e testimone della Woodstock afroamericana svoltasi a Morris Mount Park ad Harlem negli stessi giorni della missione lunare Apollo e nello stesso anno del più celebrato festival rock. Uno spaccato dell’altra parte d America con la sua gioia, la sua cultura, i suoi colori, i suoi dolori ed il suo ritmo, mentre per quanto riguarda le letture consiglio Leadbelly di Edmond G.Addeo e Richard M.Garvin, Muddy Waters di Robert Gordon, Bees Wing di Richard Thompson, New York Rock di Steven Blush, Storie Sterrate di Marco Denti e The Allman Brothers Band-I Ribelli del Southern Rock che ho avuto il privilegio di leggere in anteprima. E’ tutto, speriamo in un anno migliore, ciao.

 

MAURO ZAMBELLINI

lunedì 22 novembre 2021

DION Stomping Ground


 Ci ha preso gusto Dion perché dopo l’applaudito  Blues  with Friends  replica con un'altra parata di grandi stelle. Di nuovo col produttore e polistrumentista Wayne Hood, che ha curato tutti gli arrangiamenti, e col partner Mike Aquilina con cui ha scritto la maggior parte delle canzoni, l’artista del Bronx rimette in pista diversi giocatori della prima partita, a cui se ne sono aggiunti altri per un mix di blues e rock n’roll dove la personalità dell’ospite, pur non dominando le melodie, regala un contributo significativo ai diversi brani, dividendosi con l’autore i meriti di una musica di classe e di cuore. A guardare ben Stomping Ground  è perfino meglio del precedente disco per una sfaccettatura maggiore dei vari brani, al di là della grande interazione strumentale, e per l’equilibrio tra personalità dei musicisti coinvolti e la magnifica voce di Dion, a ragione definito da Springsteen uno dei migliori cantanti di sempre, che a ottantuno anni canta come un trentenne. Questo è il secondo lavoro per la KTBA, acronimo che sta per Keeping The Blues Alive e non c’è di meglio che Dion e i suoi amici a “tenere vivo il blues”. Anche se dentro Stomping  Ground  c’è così tanto rock n’roll da rimettere in pista la New York dei primi anni ottanta, e non è un caso che l’autore sia fotografato in copertina all’uscita del metrò di Broad Street nella Lower Manhattan perché i riferimenti alla vita notturna della città abbondano, a cominciare da The Night is Young con l’asso della chitarra Joe Menza.

I brani guidati dalla chitarra, e che chitarre, dominano la prima parte dell’album, se Blues Comin’ On era il pezzo trainante di Blues with Friends con Joe Bonamassa, lo stesso è adesso protagonista del groove di Take It Back  mentre Eric Clapton tiene una lezione sullo strumento in You Wanna Rock n’roll dimostrando come un semplice brano possa avere un anima se il maestro, pur bravo, è umile e preferisce il basso profilo al colpo d’effetto. E su questa linea si muove anche il bravo e poco conosciuto  G.E Smith, pur avendo suonato con gente del calibro di Dylan, Bowie, Jagger, Buddy Guy, Roger Waters e Tracy Chapman, chitarrista il cui tocco è un marchio del sound newyorchese dell’epoca. Qui, la sua sobria finezza accompagna Dion in Hey Diddle Diddle, una delle perle dell’album, un rock urbano con una vena romantica irresistibile. Dopo di lui l’inconfondibile Mark Knopfler sottolinea senza possibilità di sbagliarsi la fluida e bluesata Dancing Girl mentre Peter Frampton si fa sentire nella melodica There Was A Time e Sonny Landreth si mantiene sottomesso in Cryin’ Shame, altro gioiello di Stomping Ground.  Tutti questi veterani della chitarra adottano un approccio molto ponderato e rilassato, senza mai sentirsi obbligati di mettersi in mostra e sfoggiare le proprie virtù strumentali, piuttosto assecondano il cantato di Dion, eccellente crooner metropolitano con il gusto innato del rock n’roll anche quando si tinge di blues e doo-wop.

La seconda parte del disco tende a ridurre l’attenzione sulle chitarre per aggiungere alcuni timbri musicali e temi lirici diversi. La linea di demarcazione è proprio la canzone che dà il titolo all’album con Billy Gibbons che si destreggia in mezzo ad una copiosa sezione fiati R&B. I duetti maschio/femmina si distinguono per varietà e le ottime armonie, Patti Scialfa e Bruce Springsteen vociferano nella penombra di Angel In The Alleyways, ballata di vago sapore western con colorazioni dark. Si sente più lei che lui ma il pezzo è bello, Marcia Ball e Johnny Vivino al contrario danzano allegri abbracciati a Dion nel rock n’roll tutto New Orleans di I Got My Eyes On You Baby e Ricky Lee Jones canta come era da tempo che non l’ascoltavo così smagliante, coadiuvata da Wayne Hood e Dion, una I’ve Been Working  da applausi. Oltre a ciò il trio Boz Scaggs, Joe e Mike Menza sono invitati nell’allegro stomping I’ve Got To Get To You , il pianista Steve Conn rende omaggio a Dr.John in That’s What The Doctor Said e la cover di Red House  viene impreziosita dalla slide di Keb’ Mo’ e da Dion calato nei panni di un bluesman del Sud.  

Molti dischi collaborativi cadono nella trappola commerciale di riportare un artista più anziano sotto i riflettori affiancandogli illustri invitati, non è questo il caso di Stomping Ground, primo perché Dion DiMucci con la sua storia passata e presente non ha bisogno di essere riportato sotto i riflettori, secondo perché questo è un album i cui vari punti di forza si rivelano ad ogni successivo ascolto grazie all’equilibrio raggiunto tra bellezza delle canzoni, limpidezza ed espressività della voce, raffinatezza negli arrangiamenti e varietà degli interventi. Un disco che non inventa nulla di nuovo ma che dice come il rock n’roll, il blues e la buona cucina hanno sostanzialmente solo bisogno di ingredienti giusti e dosaggi accurati.

 

MAURO   ZAMBELLINI     NOVEMBRE 2021