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lunedì 10 ottobre 2011

Clapton, Marsalis e Wilco

Due dischi tanto diversi quanto belli, quello di Wynton Marsalis & Eric Clapton e quello di Wilco. Me li sono procurati entrambi nello stesso periodo e sono rimasto affascinato da entrambi anche se centrano l’uno con l’altro come cavolo a merenda. Questo potrebbe sfatare l’idea che hanno molti circa i gusti unidirezionali di qualche recensore, me compreso. Non è così, la varietà stuzzica la ricerca del bello, quindi ben vengano due dischi che sono agli antipodi, il primo classico e ancorato alle radici antiche del blues, il secondo oscillante tra sperimentazioni noise, ballate low-country  e accattivante retro-pop.


Wynton Marsalis & Eric Clapton  omaggiano il blues, si intitola difatti Play The Blues il disco con una operazione che Marsalis aveva già effettuato con Willie Nelson ma con tutto il rispetto che nutro per il texano qui siamo su un altro pianeta perché la voce di Nelson sarà unica ed ineguagliabile ma la chitarra di Clapton a me ancora adesso fa venire i brividi e quando insieme ai musicisti della band di  Marsalis a cui si è aggiunto il tastierista Chris Stainton, interpreta in un modo che non avevamo mai sentito Layla beh  allora si capisce come l’unione tra manolenta e il trombettista  sia musica da paradiso. Clapton sembra essere in un momento particolarmente felice della sua vita artistica, lo testimoniano il suo ultimo disco solista (Clapton) e la recente tournee con Steve Winwood. Certo la bravura di Marsalis, trombettista eccelso e gran direttore d’orchestra, conta e come e così la presenza di musicisti che sono un monumento al jazz ma Clapton sembra ogni giorno più coinvolto in questo ritorno al passato, al vintage blues, al jazz di New Orleans, a Louis Armostrong, a W.C Handy, l’autore di Memphis Blues e St. Louis Blues uno dei primi e più grandi autori di blues prebellico. Di W.C Handy qui vengono rilette Joe Turner’s Blues e Careless Love, uno standard che Clapton canta in modo divino.  Le dieci tracce del disco comprendono  poi Forty-Four di Howlin’ Wolf resa elegante dal suono della band, Ice Cream che apre il concerto con un ritmo incalzante e l’alternarsi di tutti i  musicisti negli assoli ed una serie di titoli presi dai repertori di Bessie Smith, Memphis Minnie e Louis Armstrong. I singoli musicisti , e questo lo si percepisce molto bene vedendo il DVD, sono perfettamente amalgamati ed in sintonia,  suonano con un piacere immenso e sono coinvolti in un progetto che appaga prima loro stessi che gli ascoltatori.
Tutti rigorosamente in vestito scuro con giacca e cravatta siedono ai loro posti come una vera big band di jazz creando l’atmosfera della Preservation Hall di New Orleans, magie blues intrise di jazz con Marsalis che svetta con la tromba e la band che arrangia coi fiati i vari brani sullo stile di un funerale della Crescent City.
"New Orleans è il mitico luogo di nascita del jazz, del blues, del gospel, R&B, e rock n’ roll ed è il posto dove  trovare una eredità comune. Abbiamo così deciso di usare la strumentazione della Creole Jazz Band di King Oliver  più il piano e le chitarre elettriche perché quella band trasformò il mondo della musica con una serie di registrazioni nel 1923". (W.Marsalis) 
Il risultato è un suono elegante e raffinato come la sala in cui è stato registrato, il Jazz at Lincoln Center di New York nell’aprile di quest’anno ma è anche un suono che coinvolge, affascina, riempie di benessere. Un disco di grande gusto, con momenti eccelsi, come la già citata Layla, come Joliet Bound pregna di umori louisiani, come Just A Closet Walk With Thee e Corrina, Corrina dove entra in scena Taj Mahal  a chiudere questa delizia di concerto.


A tutt’ altre latitudini ci troviamo con The Whole Love di Wilco, il gruppo più interessante uscito negli ultimi ventanni di  rock. Con l’inserimento qualche anno fa del chitarrista Nels Cline,  Wilco ha assunto una fisionomia più sperimentale tradotta sia in studio che in concerto in una serie di frammentazioni sonore e schegge rumoriste che hanno ampliato l’orizzonte sonico del gruppo portandolo su strade ardite e innovative. Il peso di Cline è comunque bilanciato dal leader Jeff Tweedy il quale continua a dare una salda connotazione melodica alle sue canzoni, sia quando induce in un ripescaggio di certo pop all’inglese del passato sia quando si abbandona a diafane e malinconiche ballate (spesso infarcite di lap steel)  che traspongono una idea del country molto diversa dai paesaggi di americana da cui il gruppo è uscito. Il punto climax di questa amalgama è stato Sky Blue Sky il disco del 2007 che sono in molti a considerare il più riuscito della  loro seconda fase artistica ma anche il seguente Wilco (The Album) non ha tradito le aspettative dei tanti estimatori del gruppo di Chicago. The Whole Love  è leggermente diverso e avvalora l’idea di una band in continua trasformazione mai venuta meno però al proprio stile che mantiene inalterato il connubio tra ricerca e melodia, tra furenti digressioni sonore urbane ed estatiche ballate da solitari spazi d’America di provincia. L’iniziale Art of Almost potrebbe lasciare di stucco se qualcuno non avesse visto un recente concerto della band ma invece è la logica conseguenza del giocare di Nels Cline con loop e noise, un brano rumorista con una dissonante ascesa finale che sembra gettare il gruppo nelle mani dell’avanguardia o almeno tra i discepoli dei Sonic Youth. Ma non è così perché il resto di The Whole Love è di tutt’altra pasta anche se l’indole aperta e l’attitudine eclettica portano il gruppo a sperimentare di nuovo, a cercare ulteriori soluzioni  non per inseguire chissà quale concetto astratto di avanguardia  ma per cercare nuove modalità espressive, nuovi flussi creativi. Rimangono all’interno del loro recinto rock ma non vogliono finire congelati e per questo ogni loro disco è sostanzialmente diverso dall’altro.  The Whole Love  che si potrebbe definire, vedendo i disegni di copertina, dadaista,  un insieme di trovate melodiche e strumentali ricucite con una personalità eccentrica e fuori del comune, un disco che guarda alla modernità senza sbarazzarsi del passato. Ci sono forse più canzoni pop rispetto agli ultimi dischi, probabilmente perché lo stato mentale di Tweedy gli concede oggi un ottimismo ed una “solarità” che raramente abbiamo riscontrato ma poi più che un presunto pop ciò che magnifica questo disco sono una serie di ballate da pelle d’oca, in particolare Black Moon e la lunghissima e conclusiva One Sunday Morning che dicono di un gruppo che pur rimanendo i piedi per terra non ha perso l’abitudine per un rock sognante e visionario.

MAURO ZAMBELLINI     OTTOBRE 2011 

mercoledì 1 giugno 2011

Eric Clapton and Steve Winwood at Royal Albert Hall 29 maggio 2011

Un week-end da ricordare a lungo: un concerto bellissimo alla Royal Albert Hall di Londra, la conquista della Coppa Italia nella stessa sera da parte della mia squadra del cuore e la grande scoppola subita dal duo Berlusconi-Bossi, il giorno dopo, a Milano e nel resto d’Italia. Memorabile.
Mi limito alla musica, naturalmente. Non ero mai stato ed era un sogno: vedere un concerto nella mitica Royal Albert Hall di Londra, teatro che ha ospitato concerti leggendari e parte della storia del rock inglese. All’entrata rimango di stucco, come un teatro di simili dimensioni, elegante signorilità, bellezza e comodità possa essere adibito a spettacoli, come quelli rock, che da noi sono relegati a luoghi “plebei”, a stadi, palazzetti e piazze dove spesso si sente e si vede male, è una fatica prendere da bere e accedere ai servizi una avventura di sopravvivenza. Può sembrare il solito lamento dell’italiano che vede il giardino del vicino più verde del suo ma purtroppo è una sacrosanta verità perché in Italia il costo dei biglietti per un concerto rock “di grande richiamo” ha raggiunto prezzi da capogiro senza che il servizio sia migliorato, scadente ed inadeguato nella maggior parte dei casi. La Royal Albert Hall è una versione in grande (8000 posti) dell’antico Globe di Shakespeare ovvero un palco con il parterre ed intorno a cerchio le file laterali, due giri di palchetti ed il loggione finale.

Mi ritrovo nella fila laterale più bassa, poco distante dal palco, pagando come per il prossimo 22 giugno Dylan all’Alcatraz ma con il posto assegnato ed un’acustica che non è una stridente accozzaglia di onde sonore. Era dagli anni settanta che non vedevo Eric Clapton, musicista che ho sempre apprezzato e non sempre amato perché la sua discografia non è avara di cadute di gusto e quando viene in Italia spesso accompagna artisti nazionali di cui non me ne frega niente oppure si fa pagare come Frank Sinatra a Las Vegas.
Cinque concerti alla Royal Albert Hall in compagnia di Steve Winwood sono stati una tentazione troppo forte per resistere, considerata l’economia di un volo EasyJet e la voglia di un weekend londinese. Il concerto a cui assisto è quello del 29 maggio, la sera seguente alla vittoria blaugrana in Champions, inutile aggiungere la loro festa in città ma anche la sportività del londinesi che nel pub dove ho visto la finale e bevuto parecchie birre hanno sportivamente applaudito alla fine la squadra campione.
Ma è manolenta che mi ha portato a Londra. Un applauso prolungato lo accoglie quando entra in scena abbigliato come dovesse fare una passeggiatina serale con il cane. Camicia sportiva fuori dai pantaloni, jeans larghi e comodi , scarpe da barca, unica concessione una collana. Winwood non è molto diverso ma sembra più atletico, il tastierista (bravissimo) Chris Stainton (Joe Cocker, Bill Wyman, Pete Townshend) sembra il maggiordomo di The Rocky Horror Picture Show, pallido, magro, capelli lunghi, dritti, ingrigiti, non ha la gobba ma è perennemente piegato su quelle tastiere magiche, sul piano elettrico e sull’Hammond che usa quando Winwood suona la chitarra. La sezione ritmica è di lusso e sta alle spalle, Willie Weeks al basso e l’immenso Steve Gadd alla batteria, due coriste nere ( Michelle John e Sharon White) aggiungono una giusta dose di gospel.
La partenza è a due chitarre (Clapton e Winwood), due Stratocaster azzurre brillano nella notte con Had To Cry Today anticipando il tema dello show ovvero un cocktail di brani di Clapton, Winwood, Blind Faith, Cream, Derek and The Dominos, Spencer Davis Group e Traffic, più qualche blues della tradizione rivisitato a loro modo ed un sentito omaggio allo scomparso Gary Moore con la commovente Still Got The Blues. In quasi due ore me mezzo di show passano più di quarantanni di rock e british blues ai massimi livelli con sortite nel soul, nel R&B, nel jazz e nella psichedelia. Le chitarre cavalcano libere e selvagge, l’ Hammond e il piano evocano Memphis e portano il rock dei bianchi in una chiesa Battista, la sezione ritmica è raffinata e sostanziosa al tempo stesso, le ugole femminili sono calde e sensuali, la voce di Clapton è pigra e low down easy, quella di Winwood è un canto che viene giù da una valle lontana e inonda il tutto con un suono che è anima e sensi. L’equilibrio è perfetto, Winwood canta i Blind Faith (Presence of The Lord è magnifica, Can’t Find My Way Home mette i brividi) , i Traffic (Pearly Queen è uno degli highlights dello show, sontuosamente black, Glad jazzata e progressive si innesta a medley in Well All Right, Dear Mr.Fantasy è l’encore che manda in tripudio la Royal Albert Hall ), lo Spencer Davis Group (una Gimme Some Lovin che mette in piedi il parterre a ballare), Ray Charles (Georgia On My Mind) ed uno scampolo del suo successo da solista ( While You See A Chance). Clapton si occupa del blues (Crossroads magnificamente riarrangiata con voci gospel e lentezze southern, Hoochie Coochie Man è addirittura erotica, Key To Highway e LowDown sono il miglio pretesto affinchè manolenta esibisca quel Strat-Fender sound di cui è inventore) e a metà dello show incornicia in un siparietto acustico una versione anomala di Layla e di That’s No Way To Get Along facendo vibrare le corde della sua chitarra come un cristallo di Boemia.

Dire che il concerto è superbo è superfluo perché sia Clapton che Winwood e il resto della band sono di una classe eccezionale, concedono poco allo spettacolo in quanto a teatralità perché lo spettacolo è nella loro musica, nelle loro stupende canzoni, nelle loro corde, nei loro tasti, nelle voci, nei ritmi, nel suono, un suono che ti entra nella pelle, nelle vene, nel cuore e ti manda in paradiso. Che questa sera si chiama Royal Albert Hall. Prima della fine la festa raggiunge l’apice, Voodoo Chile e Cocaine celebrano un concerto sontuoso. La prima è lunga, ipnotica, carica, la seconda è sbrigativa, tagliata con un laid back leggero e scorrevole, quasi a voler ricordare che certe abitudini sono un lontano ricordo. E’ la musica che immortala Eric Clapton e Steve Winwood, due giganti che per la prima volta formalizzarono la loro partnership nel marzo del 1966 nella compilation What’s Shakin organizzata dal produttore Joe Boyd per la Elektra. Quarantacinque anni di musica ma non li dimostrano.

Mauro Zambellini Giugno 2011

lunedì 21 marzo 2011

LAYLA and OTHER ASSORTED LOVE SONGS


La storia insegna che dai tormenti nascono grandi opere d’arte. Layla appartiene a questa specie, uno degli album più osannati della storia del rock nasce in un contorno di ansie e conflitti interiori ma si erge luminoso a rischiarare una stagione al tramonto dove creatività, ispirazione e droghe andavano a braccetto e l’atmosfera che si respirava era di quelle che chiudono un’ era con un capolavoro.
La reazione chimica tra Derek and The Dominos scatenò nelle session ai Criteria Studio di Miami tra l’agosto e l’ inizio di ottobre del 1970 una spontanea esplosione di energia che coinvolse i musicisti in lunghe jam di soul, blues e rock dove le canzoni in sé avevano poca importanza perché quello che importava era suonare, suonare, suonare per ore e giorni interi. Era lo zeitgeist, lo spirito del tempo ma la magia che si creò in quelle calde notti della Florida non la si trovò più, salvo rare eccezioni e nemmeno in musicisti il cui nome sui muri di Londra veniva associato a quello di Dio. Non scrivevamo per avere canzoni, scrivevamo solo per avere qualcosa da suonarci sopra. Le parole del tastierista Bobby Whitlock inquadrano Layla and Other Assorted Love Songs, un disco epocale che come sottintende il titolo traeva spunto da storie d’amore, più precisamente fu il canto d’amore appassionato e sconsolato di Eric Clapton lacerato da una tormentata storia con la moglie (Pattie Boyd) di uno dei suoi migliori amici, George Harrison. Una love story combattuta e distruttiva fatta di fugaci incontri tra il chitarrista e Pattie Boyd nei tanti party di quei giorni smisurati ed eccitanti, una storia d’amore consumata tra il tradimento di un amico, stati depressivi, esaltazioni momentanee e sensi di colpa. Nemmeno la cara vecchia eroina riuscì ad alleviare i tormenti di “manolenta” che perso nel suo delirio di amante non corrisposto si identificò nel protagonista di The Story of Layla and Majnum del poeta persiano Nizami, romantico racconto con significati metaforici di un giovane che si innamora senza speranza della principessa-luna il cui padre la voleva maritare ad altri.
Clapton si immedesimò in questa vicenda a tal punto da portare in scena il suo tormento con un album intitolato come il romanzo. Ma la musica non è una metafora, occorrono musicisti, strumenti, tecnici ed una comunidad che in quegli anni rivoluzionari era molto più che una trovata di marketing e di immagine.
Gli eventi si susseguirono velocemente visto che tra lo scioglimento dei Cream e la pubblicazione di Layla passarono solo due anni. In mezzo ci sono i Blind Faith, il primo strombazzato supergruppo della storia del rock, e soprattutto quella carovana viaggiante di hippies che risponde al nome di Delaney and Bonnie and Friends. Dura solo undici mesi il sodalizio tra Clapton, Winwood, Ginger Baker e Rich Grech perché l’ enorme potenzialità che avrebbe dovuto esprimere la fede cieca si arena sulle sabbie di un tour che invece incorona Delaney and Bonnie e i loro amici Dave Mason, Carl Radle, Jim Gordon, Bobby Whitlock, Jim Price, Bobby Keys, Rita Coolidge, gente che maneggia rock, gospel, country-soul e blues come un gambler fa con le carte da gioco.
La stramba congrega dei Friends è una comune viaggiante, nessuna gerarchia sul palco e fuori e tanto meno nessun ordine di scuderia: si vive assieme, si suona assieme e si lascia libera l’immaginazione improvvisando e creando una orgia di suoni e ritmi a base di soul/R&B con l’unica eccezione che i cantanti sono i coniugi Bramlett e i cori li fanno Bobby Whitlock e Rita Coolidge.
Clapton subisce il fascino di questa congrega di fuorilegge molto diversa dall’irrigidito stile dei Blind Faith, ne viene contagiato e ne assorbe lo spirito di libertà e di camaraderie tanto che si defila dai Blind Faith e viaggia sul bus dei Friends ascoltando le loro cassette, bevendo il loro whiskey e fumando la loro erba. Quando i Blind Faith lasciano il tour sale con loro sul palco e stanco di vestire i panni del frontman di un supergruppo diventa l’anonimo chitarrista ritmico.
Finchè funziona il gioco è divertente ma lavorare con i coniugi Bramlett alla lunga diventa faticoso, così quando Leon Russell sparge la voce che sta cercando musicisti per il tour di Mad Dogs and Englishmen i Friends saltano sulla scialuppa e si aggregano al circo di Joe Cocker. Rimane sulle sue il solo Bobby Whitlock, tastierista, cantante e autore di buon mestiere che raggiunge Clapton in Inghilterra e nella magione di questi inizia a scrivere e strimpellare insieme quello che sarà il nucleo fondativi di Layla.
Il cerchio si chiude quando nella primavera del 1970 cala il sipario su Mad Dogs and Englishmen ed i Friends divengono la house band di George Harrison in All Things Must Pass, il disco prodotto da Phil Spector che indirettamente pone le basi di Derek and The Dominoes perché sono loro più qualche invitato a suonarlo. Alle registrazioni dell’album partecipa anche Clapton ed è qui che scatta il love affair con Pattie Boyd così che quel titolo, tutte le cose devono passare suona un po’ come presagio del futuro degli ex Friends e dei cambiamenti affettivi in corso.
Per quanti riguarda la musica il concetto di Derek and The Dominos è che non ci fosse un leader e questo spiega perchè Clapton, stanco di fare la superstar, non usi il suo nome ma opti prima per Del and The Dominos poi trasformato in Del+Eric=Derek and The Dominos, poi non ci fossero trombe, sax e ottoni vari e non ci fosse nessuna donna nella band ed ultimo che le voci tenessero un approccio tipo Sam&Dave ovvero prima canta uno, poi l’altro e poi tutte e due insieme. Sfumata l’esperienza coi Cream e coi Blind Faith, Clapton non voleva un’altra sommatoria di virtuosi impegnati in assoli ed individualismi ma una vera band, un insieme di musicisti amalgamati che suonavano uno per l’altro senza nessuna velleità da protagonisti. I risultati sono alla portata di tutti specie se si ascoltano le jam da cui venne fuori il disco (presenti nel triplo box della 20th Anniversary Edition), l’empatia è fenomenale, la chimica esaltante, la musica un fiume in piena di rock, blues, soul e psichedelia. Le canzoni sono frutto del lavoro di Clapton con Whitlock e interpretazioni originali e dilatate di classici di Chuck Willis (It’s Too Late), Big Bill Broonzy (Key To Highway), Jimmie Cox (Nobody Knows You When You’re Down and Out), Jimi Hendrix (Little Wing, registrata dieci giorni prima della morte dell’autore), Billy Myles (Have You Ever Loved A Woman).
Se l’obiettivo di Clapton era di enfatizzare e sublimare il suo mal d’amore il risultato è pienamente riuscito perché il disco riflette il misto di estasi e tormento, estasi per essere perdutamente innamorato, tormento per il senso di colpa nel tradire un amico. A momenti in cui la sua voce è un canto sofferto e disperato, come un gabbiano ferito che urla un torch-blues pieno di dolore si alternano momenti liberatori dove la band rolla con una leggerezza incredibile esaltando un gioco d’assieme dove basso, batteria e organo creano il tappeto per l’irresistibile interplay delle chitarre e della slide di Clapton e Duane Allman.
Fu decisivo l’innesto nel gioco di squadra di Duane Allman perché i suoi solo, alcuni con la slide, sono determinanti a fare di questo album un monumento, da Layla a Any Day Now, da I Am Yours a Tell The Truth, da Nobody Knows You When You’re Down and Out alla struggente Have You Ever Loved A Woman dedicata a Pattie Boyd.

“Duane tirò fuori il meglio di noi, anche nel songwriting perché la canzone venne fuori jammando, come ad esempio in Anyday che Eric ed io avevamo già scritto ma Duane ci aggiunse quella fantastica slide”. (Bobby Whitlock)

La battaglia tra i due chitarristi portò in paradiso i Dominos perché spinse l’uno e l’altro a misurarsi coi margini estremi delle loro possibilità andando oltre i limiti che le loro tecniche consentivano ma sostanziale è il lavoro di retroguardia di Bobby Whitlock con la voce, l’organo ed il piano, vero “regista” a tutto campo. Fu Whitlock a mantenere salde le liriche dei brani e a far si che le jam si trasformassero in canzoni con una generosa dose di Memphis sound spruzzata qua e là. Carl Radle e Jim Gordon da parte loro furono una sezione ritmica non usuale e lo si sente nel modo in cui vengono usate le percussioni in Tell Bottom Blues e come viene rivoluzionato il boogie da strada di Key To Highway di Big Bill Broonzy.
Basilare l’apporto dietro la consolle di Tom Dowd l’uomo di fiducia della Atlantic, un produttore con un curriculum impressionante (Coltrane, Aretha Franklyn, Bobby Darin) che aveva già collaborato con Clapton nei dischi dei Cream. Tom Dowd era di casa ai Criteria Studios e durante la lavorazione di Idlewild South della Allman Brothers Band fu contattato dallo staff di Clapton per produrre il disco di Derek and The Dominos. Narra la leggenda che ci fu una telefonata alla fine della quale Duane Allman, lì presente, apprese da Dowd che negli stessi studi sarebbe arrivato dall’Inghilterra uno dei suoi idoli sperando così di poter fare qualcosa insieme. E difatti, in un momento di break nella registrazione di Idlewild South, Dowd portò Duane in sala con Clapton e lì nacque una delle leggende della rock n’roll history. L’arrivo di Duane Allman spinse i Dominos in una specie di esplorazione libera e disinibita nei suoni del blues e del soul, catalizzò un ensemble che non era una confezione da studio ma una rock n’roll band di larghe vedute. Certo circolava un sacco di droga pesante ma tutti erano giovani e l’effetto era quello eccitante della creazione e del coinvolgimento collettivo. In un era che stava finendo Layla fu contemporaneamente il canto finale e la summa del rock dell’epoca, la fusione di un background di radici blues, R&B e soul che i musicisti inglesi avevano riportato a galla, con la libertà espressiva delle band psichedeliche americane che avevano mutato il modo di fruire la musica portando con le loro interminabili jam il pubblico a ballare, a gioire e a perdersi nel cosmo.
Il ritorno a casa fu doloroso: Derek and The Dominos si sciolsero dopo un breve tour, Eric Clapton sprofondò in una pesante tossicodipendenza, Duane Allman morì l’anno dopo.

MAURO ZAMBELLINI FEBBRAIO 2011

mercoledì 14 ottobre 2009

Crossroads #1


Strade che si incrociano. L’esperienza artistica dimostra che la creatività non è quasi mai frutto del caso e dell’individualismo fine a sé stesso ma il risultato di sinergie. Contano si il genio e il talento personale, si pensi ad esempio a Hendrix e Dylan, ma a volte i grandi risultati scaturiscono da un incrocio di idee, uomini e azioni che si verificano nel posto giusto e al momento giusto.
Quello che successe agli albori degli anni settanta attorno ad una comunità artistica per molti versi “minore” ovvero quella della coppia Delaney and Bonnie Bramlett ne è un esempio. Una comunità di musicisti e cantanti che diede vita ad un sound in grado di influenzare diverse esperienze artistiche e relative produzioni musicali tanto da lasciare un segno in dischi divenuti specchio di un’epoca come Mad Dogs & Englishmen e Layla.
Un contagioso virus musicale che a macchia d’olio interessò artisti diversi, sia americani che inglesi, affascinati dall’idea di una musica che nasceva sullo sfondo di un Sud incontaminato e ancora da scoprire dove il rock si mischiava col blues ma erano i cori gospel e le voci country-soul a produrre un sound che sembrava nato per essere la colonna sonora di una comune di hippies itinerante e festaiola dove non esistevano ruoli e gerarchie ma solo un gran voglia di stare assieme. Forse è da lì che Dylan prese l’idea per la sua Rolling Thunder Revue, certo è che Delaney and Bonnie furono involontari catalizzatori di eventi a loro modo rivoluzionari.
Inventarono una sorta di southern music che precedette lo stesso southern rock e coagularono attorno a sé musicisti di grande richiamo come Eric Clapton, Joe Cocker, Dave Mason, Leon Russell, Duane Allman in una fase cruciale della loro avventura artistica.
Molti hanno riconosciuto in questo incrociarsi di idee, persone e suoni l’influenza di un disco come Music From Big Pink di The Band per via di quella nostalgica visione di un America pastorale e bucolica che si portava appresso, in un momento in cui le grandi utopie degli anni sessanta erano in crisi e il guardarsi indietro sembrava offrire qualcosa di più rassicurante.
Dylan tra le isolate montagne di Woodstock, nei luoghi in cui fu concepito il primo album di The Band era poi la metafora dell’artista in fuga dal successo e dal clamore, uno stato d’animo condiviso da tanti musicisti divenuti star negli anni del rock psichedelico e del british boom. Eric Clapton era uno di questi.

Nel 1969 Eric Clapton si trova ad un bivio della propria carriera: stabilite le proprie credenziali di bluesman con i Bluesbreakers di John Mayall e assurto a Dio della chitarra con i Cream, egli vive invischiato in uno stardom di cui fatica a capire meccanismi e logiche (cosa che capirà benissimo anni più tardi). La breve esperienza col supergruppo dei Blind Faith, idolatrati più per il nome dei componenti che altro, non ha fatto che aumentare il suo disagio e l’insofferenza verso una musica che non sente sua. Vive prigioniero di uno status che gli impedisce qualsiasi evoluzione e proprio l’ascolto di Music From Big Pink gli apre un mondo musicale per lo più sconosciuto, l’esistenza di una musica non più basata su lunghi assoli plateali e pezzi chilometrici ma “povera” e spartana, quasi sottodimensionata, con la canzone non sottomessa alla tecnica strumentale. Un rock di basso profilo contaminato dal folk, che sembra il mezzo ideale per ripensare la propria musica e contemporaneamente defilarsi prendendo le distanze dal grande carrozzone del pop.
La molla per il cambiamento gli viene offerta da Delaney and Bonnie Bramlett, che con la loro band sono il supporting act del tour dei Blind Faith e sul cui bus Clapton si trova immancabilmente a viaggiare perché stanco dello spirito da competizione che invece si è instaurato all’interno del supergruppo inglese. E’ a suo agio con la camaraderie che lega i singoli musicisti della band dei Bramlett e affascinato dalla informale e disinvolta miscela di gospel, country-blues e southern soul che essi suonano, ne apprezza l’onestà e il gusto da cucina casalinga. Diventa amico di musicisti stagionati ed esperti come il tastierista Bobby Withlock, il bassista Carl Radle, il batterista Jim Gordon, il percussionista Tex Johnson, il sassofonista Bobby Keys, il trombettista Jim Price ( entrambi seguiranno poi i Rolling Stones ) e la cantante Rita Coolidge.
Il tour dei Blind Faith finisce nell’agosto del 1969 e Clapton passa il resto dell’’anno a lavorare a una serie di progetti mirati a potenziare più il suo lavoro di musicista che la sua fama. Si unisce come sideman agli stessi Delaney and Bonnie per il tour europeo e ne assorbe la loro musica, straordinariamente collettiva e specchio di una famiglia che vive e lavora on the road. E’ un sound molto diverso dal british-blues dei Bluesbreakers e dal power rock-blues di Cream e Blind Faith, si suona a briglia sciolta come in una jam ma le voci evocano il soul e il gospel delle funzioni religiose battiste e c’è una libertà e un anticonformismo che è tipica della musica sudista. Tre chitarristi, tra cui il Traffic Dave Mason, doppie percussioni, trombe e sax, l’organo di Bobby Whitlock e una cascata di voci, il sound di Delaney & Bonnie & Friends On Tour with Eric Clapton (Atco, 1970) è un’orgia di suoni e di voci che gode del lavoro alla consolle di Andy & Glyn Johns (non a caso li ritroveremo in Exile On Main Street, disco che deve molto a questo sound “impiastricciato”) e viaggia sulle strade dell’ultima illusione comunitaria degli anni sessanta. Un coacervo di umori che costituisce il modello del grande carrozzone circense di Mad dogs and The Englishmen di cui fanno parte i musicisti della Bramlett band ovvero i soliti Leon Russell, Jim Gordon, Carl Radle, Rita Coolidge , Jim Price e Bobby Keys più il tastierista Chris Stainton, il chitarrista ritmico Don Preston, i percussionisti Chris Blackwell, Sandy Konikoff e Bobby Torres e il batterista Jim Keltner. Oltre naturalmente al leader Joe Cocker e ad un copioso coro di voci . L’idea è quella di ricreare l’atmosfera goliardica da itinerante festa hippie con una band che lasci spazio ai solisti e alle performance individuali e poi si tramuti in un caravanserraglio di potente rock-soul con cover che hanno fatto la storia del pop come Honky Tonk Woman, the Letter, The Weight, Let it Be, Something, Give Peace a Chance, I’ve Been Loving You Too Long,soprattutto Feelin’Alright che funge un po’ da manifesto filosofico-spirituale dell’operazione.
Il tentativo è quello portare in giro per qualche mese ( 65 concerti in 57 giorni) una idea del rock utopica e libertaria, con coreografie da spettacolo circense e modalità da revue di black music. Un progetto ideato da Denny Cordell e Leon Russell che riesce e anticipa quella che sarà la più “colta” e sbandata Rolling Thunder Revue ma che finisce presto tra i litigi, dopo aver regalato un memorabile Joe Cocker Mad Dogs&Englishmen, film e disco live registrati nella primavera del 1970 al Fillmore East di New York e al Civic Auditorium di Santa Monica.
La recente pubblicazione nella serie Deluxe Edition curata da Bill Levenson ha ampliato la scaletta del disco originario aggiungendo fondamentali innesti quali The Weight ( ennesima connessione col disco di The Band), Something, Darling Be Home Soon dei Lovin’Spoonful, Further On Up The Road, Hummingbird e Dixie Lullaby di Leon Russell e il cavallo di battaglia di Cocker With A Little Help From My Friends.

Ma è Eric Clapton a servirsi maggiormente della collaborazione di Delaney e Bonnie Bramlett allorché inizia a lavorare al suo primo disco come solista agli Olympic e Trident Studios di Londra verso la fine del 1969. Nel gennaio del 1970 si sposta poi a L.A al Village Recorders e con Delaney nelle vesti di produttore, Leon Russell al piano e il resto della ciurma come band realizza l’ omonimo Eric Clapton (Atco 1970, anch’esso ristampato in Deluxe Edition), una delle performance vocali più rilassate del musicista inglese, un disco che per atmosfere e sonorità è lecito accostare a 461 Ocean Boulevard. Un irresistibile groove fluido e bluesato è il tappeto su cui scorre il disco, frasi chitarristiche morbide e un tono quasi conversazionale, quel laid back diventato sinonimo dello stile di manolenta. Artefice di un tale sound è la Fender Stratocaster che sostituisce la più dura Gibson ma fondamentale è anche la presenza della band di Delaney e Bonnie, l’uso delle voci gospel, l’Hammond invadente, lo spirito da jam band con cui vengono effettuate le registrazioni e la coralità dell’insieme. Oltre ad un songwriting in grado di regalare grandi canzoni ( Let It Rain ad esempio), passo decisivo nella trasformazione di Clapton in rocker a tutto tondo.
L’album Eric Clapton uscì nell’agosto del 1970 ma non risolse del tutto l’ambivalenza di Clapton nei riguardi dello star system visto che il chitarrista scartò l’ipotesi di promuovere il nuovo disco col proprio nome ma si camuffò da sideman col nome di Derek. Assieme ai fuoriclasse della Bramlett band ovvero il tastierista Bobby Whitlock, il bassista Carl Radle e il batterista Jim Gordon, diede vita a Derek and the Dominos, un potente quartetto che per qualche tempo dominò il campo del rock-blues anticipando l’arrivo della Allman Bros Band.
Clapton rivestì una posizione in Derek and The Dominos che assomigliava a quella nel tour con Delaney and Bonnie ovvero evitava di essere il leader e lentamente prendeva confidenza con il ruolo di cantante (nei Cream la voce era Jack Bruce e nei Blind Faith Steve Winwood), dividendo parecchie armonie vocali con Whitlock e sperimentando assolo dopo assolo la sua doppia veste di cantante e chitarrista.
Il risultato è documentato da In Concert un disco live uscito solo nel 1973 e ristampato ventanni dopo dalla Polydor nella seria Chronicles col titolo di Live At The Fillmore, un doppio cd con versioni da pelle d’oca di Presence Of The Lord dei Blind Faith, di Let It Rain (diciotto minuti compreso un estenuante assolo di batteria), di Little Wing di Hendrix, di Blues Power e con una Crossroads rallentata in modo divino.
La maggior parte del materiale di quel live si basava sul capolavoro in studio di Derek and The Dominos ovvero Layla and Other Assorted Love Songs (Atco,1970) un album epocale che nell’occasione del suo ventesimo anniversario ha beneficiato di una riedizione in box di tre cd, The Layla Session (Polydor, 1990), con una valanga di jam e materiale inedito.
“All’inizio sembravano più che altro tentativi, Bobby Withlock aveva due o tre canzoni, Clapton un paio di blues mentre Carl Radle si portò dei vecchi dischi di Chuck Willis. L’arrivo di Duane Allman catalizzò i Dominos in una esplorazione libera e disinibita nei suoni del blues e del soul. Non era una confezione da studio ma una vera rock n’roll band e l’atmosfera che si respirava era di quelle che chiudono un’era con un capolavoro. Certo, circolava un sacco di droga ma tutti erano giovani e l’effetto era quello eccitante della creazione e del coinvolgimento comune”. Così il produttore Tom Dowd presentò le sessions che diedero vita all’album, fondato sulla sognante e romantica Layla, il cui celebre assolo di chitarra fu il frutto dell’intervento di Duane Allman. Un album epico nella sua bellezza e uno dei punti più alti raggiunti allora nella contaminazione tra blues e rock psichedelico.

La storia di quell’ album comincia qualche tempo addietro quando Delaney e Bonnie Bramlett sono alle prese ai Criteria Studios di Miami per la registrazione del loro From Delaney to Bonnie With Love (Atco,1970). Il produttore Jerry Wexler, che abitava nelle vicinanze di Miami, fu chiamato da Delaney per contattare Ry Cooder, il quale avrebbe dovuto suonare la slide in un paio di brani. Cooder era indisponibile perchè occupato in altri progetti e allora Wexler disse a Delaney che il problema non sussisteva perché conosceva chi servire al caso. Ai Criteria Studios arrivò così Duane Allman che con la sua slide abbellì Soul Shake aumentando il tasso southern di un disco che già poteva contare sul piano di Jim Dickinson e sui fiati dei Memphis Horns.
Durante quel periodo arrivò ai Criteria Studios anche Eric Clapton per registrare con Derek and The Dominos. Clapton, amico di Delaney and Bonnie, fece così conoscenza di Duane Allman.
Tom Dowd che aveva il compito di produrre il nuovo lavoro di Clapton capì subito che i due chitarristi erano in sintonia e organizzò un meeting non appena gli Alman arrivarono a Miami per uno loro gig. Nell’agosto del 1970 due tra i più grandi chitarristi del rock entrarono in contatto diretto coi loro strumenti, Clapton e Duane Allman, talvolta accompagnati dagli altri musicisti a volte soli, trascorsero due giorni e due notti a provare e jammare sui brani di blues e R&B che più amavano. Dowd registrò la prima jam dei due insieme e Gregg Allman, ammise poi che quella fu una delle migliori performance nella vita di suo fratello Duane.
Clapton si trovava a Miami per registrare un album e fu quindi naturale chiedere la collaborazione di Duane nella registrazione di Tell The Truth. Lo si sente nel secondo assolo di slide e lo si sente in Key To The Highway. La presenza di Duane fu decisiva, sebbene pensasse che il suo contributo fosse limitato a due o tre tracce, Clapton lo coinvolse in tutto il disco. Interruppe le sessions per qualche giorno per suonare assieme alla Allman Bros.Band ma subito dopo ritornò in studio a finire l’album di Derek and The Dominoes.
L’epicentro di Layla & Other Assorted Love Songs è costituito dalla lunga suite-canzone Layla scritta da Clapton per esorcizzare i suoi turbamenti d’amore per la moglie dell’amico George Harrison. La canzone venne scritta come una soffice e lenta ballata ma quando Duane sentì Clapton suonarla capì immediatamente che mancava di energia e di un impatto rock maggiore. Duane suonò il riff conduttore della canzone mentre la tormentata voce di Clapton si avvolgeva attorno al driving chitarristico dell’Allman. Qui, in Layla la contro-melodia di Duane evoca il pianto di un uccello ragione per cui i Lynyrd Skynyrd dedicarono Freebird al loro guitar-hero per eccellenza.


Se si analizzano i dischi citati fino ad ora si vede come i musicisti coinvolti e l’incrocio di suoni ed esperienze derivino tutte dal giro di Delaney and Bonnie Bramlett. La coppia si incontrò per la prima volta a Los Angeles nel 1967, Bonnie Lynn era nata nel 1944 nell’Illinois e aveva lavorato nelle Ikettes di Ike and Tina Turner mentre Delaney Bramlett (Mississippi,1939) aveva bazzicato il giro di Leon Russell e J.J Cale per poi militare prima nei Champs e poi nei Shindogs. I due si sposano subito dopo essersi conosciuti e firmano per la Stax con cui incidono i dischi migliori. Lavori non trascendentali ma depositari di un suono che traeva origine dal sud degli Stati Uniti e miscelava in modo originale soul e gospel, blues e rock, country e R&B rispettando la cultura e gli umori di quella regione ma apportando un verve propria dell’ambiente hippie urbano. Home (Stax,1969) recentemente ristampato dalla Universal con sei inediti è il disco che più attesta della loro vena southern soul con invitati del calibro di Isaac Hayes, Eddie Floyd, Steve Cropper, Donald “Duck” Dunn, Al Jackson, Booker T.Jones e i Memphis Horns ovvero la crema dello Stax sound per un disco di viscerale R&B dove la voce “jopliana” di Bonnie risalta in tutta la sua espressività.
To Bonnie from Delaney With Love ( Atco.1970) insiste sullo stesso schema e mette in luce la produzione southern style dell’abbinata Jerry Wexler-Tom Dowd e inoltre la slide di Duane Allman e il piano di Jim Dickinson, nomi che hanno dato legittimità musicale al sud creando un sound ancora oggi imitato..
Oltre al già citato On Tour with Eric Clapton non si può ignorare Motel Shot (Atco, 1971) uno splendido disco acustico che non è azzardato considerare come l’antesignano di tutti gli unplugged. Purtroppo non è ancora stato ristampato ma chi lo trovasse in vinile non se lo lasci scappare visto che si tratta di un autentico gioiellino. E’ basato su un concept ovvero le stanze di motel a basso costo, spersonalizzate e anonime che la band (e le band) si trovava a frequentare durante i tour. In questi spazi freddi e squallidi, comuni a tanti alberghi i musicisti si trovavano spesso ad occupare il tempo improvvisando musica con strumenti acustici raffazzonati, tamburelli, lattine e bottiglie, chitarre acustiche, a volte un piano scordato abbandonato nella hall del motel. Motel Shot è il tentativo di ricreare l’atmosfera rilassata e informale di quei momenti umanizzando i tempi vuoti di una band on the road. Musica calda e amichevole quindi, da suonare tra il letto, il lavandino e l’ anticamera, un gospel-soul da stanza d’albergo intriso di melodie country, con versioni di “basso profilo” e alta qualità di classici quali Will The Circle Be Unbroken , Rock Of Ages, Come In My Kitchen, Faded Love e una superlativa rivisitazione di Going Down The Road Feeling Bad con piano e slide da favola.
Vi partecipano tutti i membri della band di Delaney and Bonnie che sono poi i protagonisti di questi crossroads compresi Duane Allman, Leon Russell, Dave Mason e l’enfant prodige Gram Parsons.
Era il 1971 e quel disco così defilato e poco rinomato in cui si ritrovavano i musicisti “nascosti” che avevano dato vita a capolavori come Layla, Mad Dogs and Englishmen e Clapton, col suo carico di malinconia e di suoni caserecci sembrava chiudere un epoca. Nelle stanze di un motel di una qualsiasi highway americana si consumava definitivamente il sogno di una musica comunitaria e fraterna, utopica anche, che non riconosceva leader e ruoli, gerarchie e barriere di ogni genere, razziali o stilistiche e che aveva come prerogativa principale lo star bene insieme, il dividere la vita sulla strada. Nella stanza di un motel venivano definitivamente archiviati gli anni sessanta con tutte le loro utopie, da quel momento in poi il rock non sarebbe stato più così innocente.

Mauro Zambellini