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sabato 12 gennaio 2013

Crossfire Hurricane


C'è sempre stato un fondo di sregolatezza nella vita dei Rolling Stones, a volte ed era circa  il 1972 raggiunse un livello difficilmente controllabile, ed è questo che li ha resi così popolari nel loro essere pericolosi, arroganti, imprevedibili, perché nonostante siano in tanti a darsi da fare per redimere il rock n'roll dai propri vizi, il rock n'roll è proprio questo, quello scarto minimo tra le regole della realtà e una percezione diversa di queste. Ci sentivamo dei pirati, avremmo potuto colare a picco ma saremmo affondati come volevamo noi. Quello scarto si è riproposto fin dai primi giorni della loro esistenza nella loro musica : noi seguivamo Charlie, Charlie seguiva Keith. La batteria era sempre in ritardo di una frazione di secondo, c'è una sorta di leggerissima indecisione che è molto pericolosa perché tutto può crollare in qualsiasi momento. Non abbiamo mai avuto il tempo di dubitare di noi stessi o di cercare di prevedere le cose. Andavamo di istinto e ci comportavamo come ci pareva.
Più che le urla delle fans, vedevo del liquido scorrere tra i sedili del teatro e scendere a terra, vedevo l'urina scendere dalle cosce delle ragazze, se la facevano addosso, capita quando ci si emoziona, dei commenti dei giornali e delle tv, i Rolling Stones non piacciono necessariamente a tutti, delle risse ai concerti, se facevi qualcosa di sbagliato tanto meglio, le ragazze si bagnavano le mutande e i ragazzi facevano a botte con la polizia, delle droghe, fumavamo tutti marijuana, poi arrivò l'Lsd, la cocaina e l'eroina, un orgia di droghe che suscitavano interesse nell'opinione pubblica, degli arresti, mi sentivo Jesse James, furono i poliziotti a farmi sentire un fuorilegge, nacque la leggenda del fuorilegge, fu in quel periodo che iniziai a girare in America armato, delle morti, diciamocelo, il futuro di un Rolling Stone è sempre stato incerto, della fortuna, in genere i cattivi vengono uccisi alla fine, non questa volta, della fama, a Charlie piacerebbe far parte dei Rolling Stones senza che a nessuno gliene importi dei Rolling Stones, prima di tutte queste cose  è proprio quello scarto minimo tra la batteria e tutto il resto  la ragione della loro sregolata concezione del rock n'roll ( e per tanti anni, fino pressoché al 1982, anche della vita).

mercoledì 5 dicembre 2012

the rolling stones


IS TIME ON MY SIDE ?

Festeggiare le nozze d'oro con l'ennesima antologia di successi sembra proprio una presa per i fondelli.  Si sa gli Stones amano prenderti per i fondelli col sorriso sulle labbra anzi con la lingua fuori e allora gli basta un Grrr!. qualsiasi. 48 brani storici più due inediti, One More Shot e Gloom and Doom registrati la scorsa estate a Parigi, esce in versione normale,standard, deluxe, superdeluxe, vinile e chi più ne ha ne metta. Da sette anni non incidono un disco di canzoni nuove e questo Grrr! più che il titolo del disco sembra il verso dei fan incarogniti per l 'ennesima antologia. Per fortuna non è tutto qui, c'è anche il film Crossfire Hurricane di Brett Morgen, un rockumentario che documenta l'ascesa dei Rollling Stones attraverso i periodi chiave della loro incredibile avventura e il suggestivo dvd Charlie Is My Darling, esiste anche un formato deluxe molto caro con cd e libro annessi, che testimonia la loro arrembante tourneè irlandese del 1965 quando erano ancora dei pischelli foruncolosi e Satisfaction era appena uscito. Consigliato. Ma non è tutto qui, come si sa ci sono le "stellari" esibizioni dal vivo all'O2 di Londra e a Newark, l'ultima data sabato 15 dicembre è possibile vederla a pagamento su Sky in the middle of the night, ma a quanto mi è capitato di vedere e sentire  via you tube non è certo uno  show da ricordarsi in eterno, anzi i quattro, no cinque anzi sei perché c'erano anche Wyman e Taylor in un paio di pezzi, mi sembrano un po' sgangherati  pur con qualche gancio rock n'roll.

La domanda  a questo punto che mi viene sponanea è, ha diritto una rock n'roll star over sessanta o anche di più  salire  sul palco e suonare ancora rock n'roll senza risultare ridicolo e patetico ? La risposta è si, se riesce a fare quello che fa Springsteen (un mostro) o, con qualche titubanza, Dylan o Ian Hunter (dignitosissimo), altrimenti è bene chiudersii in uno studio di registrazione, lavorare, incidere un disco di nuove canzoni e portarlo in giro in tutta umiltà come un bluesman in un teatro, in una piccola venue dove non c'è tutta l'enfasi e la grandiosità dello stadio o di un palazzetto. Fare come i bluesmen insomma, come Muddy Waters (morto a settanta anni però),  ridurre il clamore, azzerare la pomposità, andare  di basso profilo. Mica un gioco da ragazzi se ti chiami Jagger o Richards e appena ti muovi sono in centomila a seguirti e se fai un concerto in un teatro il biglietto costa come una Golf. E allora, che dire, chiedo a voi che seguite il rock e gli Stones, cosa fare per il rock over sixty ?  Fare come dice Renzi e rottamarli tutti, consigliarli il golf mentre fischiettano Satisfaction o Whola Lotta Love o farsi venire il magone vederli cantare Honky Tonk Women sperando nell'ultimo colpetto ed ignorare che il tempo non aspetta nessuno, né loro né noi, come diceva il titolo di una strepitosa ballata delle Pietre Rotolanti ?

Per il momento la soluzione ce l'ho ed è quella di invitarvi a procurare  il succulento  materiale che la band ha finalmente reso disponibile in rete in questi ultimi mesi. Sono quattro strepitosi concerti relativi a diversi periodi della loro carriera. Il primo, uscito un anno fa, è The Brussels  Affair ottanta minuti di rock al serramanico del tour europeo dell'autunno del 1973, la data è quella del 17 ottobre alla Foret Nationale di Bruxelles in Belgio. Concerto registrato da Andy Johns e rimixato da Bob Clermountain, da sempre mitizzato dai bootleg pubblicati, ora reso disponibile con una resa sonora quasi perfetta. Fotografa gli show di quel tour seguito alla pubblicazione (un mese prima) di Goats Head Soup. Non siamo ai livelli degli show di Ladies and Gentlemen ma poco ci manca. Si parte con Brown Sugar seguita da una traballante Gimme Shelter, dalla accoppiata Exile  di Happy, cantata da Richards e Tumbling Dice, ottima versione e dalle nuove Star Star, Dancing With Mr.D e Doo Doo Doo Doo (Heartbreaker) che nel tour dell'anno prima erano assenti. Lo show entra nel vivo  con una delirante e lunga versione di You Can't Always Get What You Want, per poi involarsi in un finale con una bluesatissima  Midnight Rambler (magnifica l'armonica, micidiali le chitarre),con  Honky Tonk Women, Jumpin' Jack Flash e Street Fighting Man, tangibile dimostrazione di una band in forma, con una propulsione funk dovuta alla presenza di Billy Preston, in qualche episodio fin troppo invadente con la sua tastiera (fastidioso il suo stridere in Street Fighting Man) e con la carica selvaggia espressa dai brani più lunghi. Sono gli Stones dei primi settanta, cattivi e pericolosi ma diversi da quelli destroy  del 1978, con Mick Taylor al top delle sue potenzialità e con uno stuolo di musicisti al seguito impegnati a infradiciare il sound di grassa black music. Alle tastiere c'è Billy Preston, Bobby Keys e  Trevor Lawrence si occupano dei sassofoni, Steve Madaio della tromba e trombone. L'unico momento di riposo dello show è Angie, chicche per amatori la veloce e "strombazzata" All Down The Line e il frenetico blues-rockabilly Rip This Joint  estratto da Exile.

John Pasch aveva realizzato l'irriverente e spiritoso poster del tour che è anche la cover  di questo bootleg ufficiale Brussels Affair (Live 1973).

giovedì 3 novembre 2011

Some Girls


Il 21 novembre la Universal pubblicherà la ristampa deluxe di Some Girls il più venduto disco dei Rolling Stones datato 1978. Se le ristampe di lusso di Exile On Main Street hanno dovuto aspettare 38 anni, per Some Girls il tempo si è ridotto a 33. Sono state pubblicate a poco più di un anno di distanza l’una dall’altra ma per Exile la presentazione era in pompa magna mentre per Some Girls si è scelto una operazione più sbrigativa. Pubblicate una di seguito all’altra senza tenere conto della reale cronologia discografica (ci sono altri tre album tra loro) i due dischi costituiscono un continuum di qualità all’insegna del miglior rock n’roll targato Stones.
In mezzo ai due dischi menzionati ci sono altri album e canzoni altrettanto famose (Angie, Star Star, It’s Only Rock n’ Roll, If You Can’t Rock Me, Fingerprint File) che sono state per lungo tempo nelle scalette dei concerti e Black and Blue nel 1976 dimostrava che gli Stones stavano già mangiando i frutti “esotici” del reggae e dei ritmi centroamericani ancora prima che Londra li importasse e Bob Marley diventasse una star ma raccontare col senno di poi i Rolling Stones al meglio della loro discografia significa saltare da Exile a Some Girls by passando i tre dischi di mezzo.
Continuare ad essere la più grande rock n’ roll band del pianeta con due dischi ed una dipendenza da eroina (Keith Richards) da gestire mentre il resto (progressive, art-rock, glam e punk) nasceva, diventava famoso, faceva tendenza e moda, riempiva i giornali, vendeva milioni di dischi e poi sfioriva. Altro che le abilità bancarie del principe Rupert Loewenstein il loro manager finaziario, ci vuole un solido patto col diavolo da intimidire lo stesso Robert Johnson e soprattutto una fortuna sfacciata per continuare a rimanere al top come hanno fatto i Rolling Stones in quegli anni.
Some Girls viene offerto (si fa per dire) in più formati, c’è la solita Super DeLuxe Edition per patiti con 2 CD, vinile, DVD di 30 minuti, singolo (Beast Of Burden/When The Whip Comes Down) e libro di Anthony DeCurtis e c’è la normale versione a due CD per i comuni mortali. Il primo CD prevede la versione rimasterizzata dell’originale Some Girls, un disco che ancora oggi brilla per freschezza ed energia, un ritorno ai canoni del loro rock n’roll tinto di blues e ballate dopo un periodo di appannamento con in più una sferzata di rabbia punk (Lies, Respactable, When The Whip Comes Down) e di malizia disco (Miss You) tanto per dimostrare che potevano cavalcare indifferentemente le due mode del momento con la maestria dei primi della classe.
Il secondo CD che è la vera novità dell’operazione suona finalmente come un disco vero e proprio, quasi fosse un nuovo album e non la solita raccolta di out-takes, come era successp per Exile On Main Street. Qui c’è una logica ed un senso diverso, c’è una sequenza equilibrata di rock n’roll, blues e ballate e perfino il consueto pezzo cantato da Keith Richards che compongono la dinamica di un vero e proprio album. Il materiale è eccellente, i brani (ad eccezione della conclusiva take di Petrol Blues ) finiti e rifiniti, la qualità audio sorprendente tanto da far sorgere il dubbio che sia stato fatto un recente restyling . In definitiva non ci sono delle canzoni “perse e ritrovate” e qualche prototipo rammendato al meglio, no, qui c’è un altro album degli Stones, un prequel o un sequel di Some Girls, che se fosse uscito al tempo avrebbe costituito il collante ideale con Tattoo You, alla faccia di Emotional Rescue.
Il disco nuovo si apre con Claudine, brano che è circolato nei bootleg, registrato nel marzo del 1978 negli studi Pathè-Marconi di Parigi. Trattasi di uno scorrevole rock n’roll con un ritmo vagamente honky-tonk dove Jagger canta senza urlare e le chitarre fanno il resto. Trae spunto dalla storia di Claudine Longet una cantante francese che sposò Andy Williams nel 1961. Divorziarono nel 1975. Un anno dopo avrebbe ucciso il suo amante ad Aspen in Colorado. Il suo avvocato, con cui si sposò nel 1986, la difese con successo e fu condannata solo per omicidio colposo. La canzone scritta da Richards su di lei fu considerata troppo esplicita al tempo per essere pubblicata.
La seguente So Young è blues/rock alla maniera delle cover che gli Stones facevano nei loro primi album. Il pianoforte (Ian Stewart ?) fa il boogie-woogie e Jagger canta da manuale ripetendo all’ossessione so young come se fosse lui il/la giovane in questione. Chitarre in spolvero e Stones come li amiamo. Non è l’unico blues del disco: When You’re Gone sembra I’m a King Bee di Slim Harpo con tanto di armonica al seguito, Keep Up Blues è nera come la pece, entra subito in circolo, magistrale nella sua semplicità eppure ancora moderna pur pervasa dallo spirito antico e affascinante del blues. Petrol Blues è solo una take di un minuto e mezzo, chiude il disco ed è mozzata come se qualcuno avesse improvvisamente spento il Revox. E’ un demo e si sente.
Della serie it’s only rock n’roll fanno parte Tallahassee Lassie titolo di un brano di Freddie Cannon del 1959 che occhieggia spudorato a Chuck Berry e le parole dolci di I Love You Too Much, suono pulito, riff di marca e batteria secca come un Martini dry. E’ routine ma di classe. Del tutto diverso Don’t Be A Stranger, un mezzo-tempo col basso in evidenza, la batteria che è un fuscello, la chitarra acustica e le marimba. E’ sinuosa, calda ed emana mexican flavour, più che gli Stones sembra roba da Willy DeVille periodo latino.
Le ballate sono una parte sostanziosa del disco con lo spirito di Gram Parsons che aleggia sopra. Do You Think I Really Care cita senza mezze misure Gram Parsons e i Flying Burrito Bros mettendo in viaggio gli Stones su una freeway americana. Viene in mente Dead Flowers e le atmosfere on the road di Sticky Fingers, Jagger è superbo. Sempre lui canta in No Spare Parts, ritmo lento, cuore spezzato, miele e polvere, un country-western che fa eco alla Following The River delle out-takes di Exile.
In You Win Again si aggiungono anche i violini e l’aria diventa inconfondibilmente nashvilliana. Sembra Far Away Eyes ma invece è una cover di una nota canzone di Hank Williams. La faceva Keith Richards nel disco tributo Timeless (2001), qui la canta Jagger mentre Richards fa sua We Had It All pallida e lenta ballata che mischia malinconia, dolcezza, armonica e lap-steel in giusta dose.
Dodici tracce di tre/ quattro minuti ciascuna per un totale di 42 minuti di musica eccellente.

DVD
Contemporaneamente alla ristampa di Some Girls vengono messi sul mercato il DVD + CD di Some Girls-Live in Texas 1978 cronaca del concerto che i Rolling Stones tennero il 18 luglio del 1978 al Will Rogers Auditorium di Forth Worth. Fa parte del tour americano che seguì la pubblicazione dell’album, venticinque concerti in 24 città nel giro di un mese e mezzo che “insanguinarono” gli Stati Uniti toccando la East Coast, il sud, il Colorado, l’ Arizona e la California. Un tour breve ed intenso, l’ultimo degli anni settanta, sarebbero difatti ritornati on the road solo nel 1981 dopo l’uscita di Tattoo You.
Sul palco i cinque (ma ci sono anche Ian McLagan e Ian Stewart) si presentano in modo diverso da come li avevano consacrati i leggendari tour della prima metà degli anni settanta. L’innesto di Ron Wood al posto di Mick Taylor ed il ritorno ad un “basico” rock n’roll priva lo show dei brani lunghi e rocamboleschi che erano stati l’ ossatura del Tour of The Americas del ’75 e dell’ American Tour del ’72. Basta con Street Fightin’ Man, Midnight Rambler, You Can’t Always Get What You Want, Gimme Shelter, Sympathy For The Devil , ridotto lo spettacolo scenografico e le divagazioni chitarristiche alla Taylor, adesso è it’s only rock n’roll, secco, adrenalinico, viscerale. I brani di Some Girls dettano i tempi dello show, Wood è un chitarrista fulmineo che trae dalla sua slide l’essenza del Delta blues, gli assoli sono veloci e concisi, il feeling tra Wood e Jagger è al massimo e quest’ultimo cavalca la moda punk vestendosi con pantaloni neri di pelle, sneakers e t-shirt con la scritta destroy. I Sex Pistols sono dietro l’angolo ma gli Stones suonano per davvero. Richards si è appena disintossicato e non ha pause, Ian McLagan è meno ridondante di Billy Preston con le tastiere, Charlie Watts e Bill Wyman non fanno una piega, sono l’ impassibile sezione ritmica di un set al fulmicotone. Il DVD è una chicca e testimonia degnamente i lavori in corso, dirige Phil Davey, ottime immagini (fate conto che la tecnologia è quella del 1978) e soprattutto una qualità audio eccellente, meglio di Ladies and Gentlemen , il video che li ritraeva nel ’72 sempre a Forth Worth.
Se Ladies and Gentlemen rimane la bibbia incontrastata degli Stones più selvaggi e pericolosi, Some Girls-Live In Texas 1978 offre una band che si riprende il suo passato, quel sound agro, schietto ed immediato dei concerti degli anni sessanta, un rock/R&B che recupera in urgenza e asciuttezza attraverso uno sferragliare chitarristico spurgato di lentezze, virtuosismi, compiacimento. Scrive Chris Welch sul Melody Maker “Jagger ha dato tutto, dal sesso alla violenza, nello spettacolo migliore degli Stones che possa ricordare dal festival jazz di Richmond nel 1963. La sezione ritmica è nettamente migliorata e modernizzata”. Gli fa eco Billboard “né sprazzi né espedienti, solo rock n’roll”.
E cosi è. Live In Texas 1978 è la splendida e unica testimonianza di quei giorni e di quel tour, l’ultimo degli Stones con una parvenza di non studiata spontaneità. Mick non si è ancora convertito allo jogging e si limita ad essere la più eccitante singing bitch che i palchi rock abbiano mai ospitato, è volgare e sexy, si tocca il pacco, si tocca il culo, tarantola come Johnny Rotten, finisce lo show a torso nudo come Iggy Pop. Richards riappare da un altro mondo, l’assolo di Telecaster in Star Star è il surrogato della sua arte con la chitarra, Ron Wood giostra Gibson e chitarre metalliche con la spavalderia di un Faces e il rigore di un bluesman.
Le canzoni sono un concentrato di rock n’roll, R&B, glam e blues. Miss You dimentica di essere nata in discoteca e con tre chitarre in action (c’è anche quella di Jagger) diventa garagista, Just My Immagination è come ti trasformo il Detroit Sound in un terribile puzzo di funky, Shattered e Respectable sono punk rock di classe sopraffina, Happy e Sweet Little Sixteen omaggiano Chuck Berry, Honky Tonk Woman è da brividi, così come Love In Vain dove Jagger regala una memorabile interpretazione di blues, When The Whip Comes Down è la frusta dello show. Il concerto si apre con All Down The Line e si chiude con Brown Sugar e Jumpin’ Jack Flash, in mezzo solo due ballate, la incommensurabile Beast Of Burden e Far Away Eyes con Jagger al piano e Wood alla lap steel. Diciassette brani, 90 minuti di puro rock n’roll, godimento assicurato. I Rolling Stones come non li avete mai più visti.


MAURO ZAMBELLINI    NOVEMBRE 2011

giovedì 23 settembre 2010

Ron Wood > I Feel Like Playing


Il ragazzaccio è tornato a fare dischi, il suo settimo come solista, il primo dal 2001
e ha invitato alla sua festa Slash, Flea dei Red Hot Chili Peppers, Billy Gibbons degli ZZ Top, Ian Mc Lagan e i maestri del country e del soul Kris Kristofferson e Bobby Womack. Non ha mai fatto dischi memorabili Ron Wood e nemmeno questo lo è ma c’è una onestà nella sua musica che contrasta col suo essere rockstar, con la sua vita dissipata e glamour, con la sua sovraesposizione mediatica. E’ quell’amore verso il rock n’roll originario, verso le radici blues e la passione soul che anima le sue canzoni e la sua musica e si traduce in un allegra rappresentazione del rock come l’ hanno inventata i Faces e portata al successo gli Stones. Un disco di Wood non è poi così diverso da uno degli Stones, solo che manca la band ed è come togliere il pecorino dalla carbonara. Manca il quid che rende unico ed originalo il piatto anche se, come accade qui, il menù non è certo scadente, anzi si lascia gustare con estremo piacere, non è una cosa da grandi chef parigini ma se la trattoria è questa ci torno anche domani.
I Feel Like Playing è divertente e onesto, un disco da corsaro del rock con tutto quello che comporta in termini di it’s only rock n’roll but we like it. Basta accontentarsi di divertirsi, ballare, sorridere e qualche volte pensare, come accade nella bellissima ballata iniziale Why You Wanna Go and Do A Thing Like That For una ballata romantica e crepuscolare, cantata alla Dylan e suonata come facevano gli Stones in Tattoo You, una ballata che scivola addosso sulla pelle e scalda come il sole del sud. Ci sono altre ballate nel disco ma questa è veramente super, roba che nemmeno gli Stones fanno più. Ma oltre il cuore è il Ron Wood gaglioffo e smargiasso a tenere banco, quello di Thing About You un rockaccio un po’ glam scelto come singolo o quello aromatizzato reggae di Sweetness My Weakness, imitazione delle giamaicate di Keith Richards oppure di Lucky Man altro pezzo da novanta e ancora quello blues di una sincopata e funky Spoonful e del più tradizionale I Gotta See che altro non è che una trasposizione di I Got The Blues dei Rolling Stones. Torrido il finale con la sarabanda elettrica di 100%, punteggiata dalle venature blues dell’armonica e con i suoni acidi della rovente Fancy Pants misto di Pearl Jam e BoDiddley prima del romantico film da strada di Tell Me Something che chiude il disco con un bel assolo di chitarra.
Dodici le tracce di I Feel Like Playing ognuna con un Ron Wood diverso e divertito e con un paio di ballate che ricordano da vicino il Peter Wolf di Midnight Souvenirs. L’artwork di copertina è dello stesso Wood.
Uno di quei dischi fatti per infilare in macchina e guidare contenti magari pensando a quel nasone, a quell’improbabile taglio di capelli e a quella simpatica faccia da schiaffi che è Ronnie, uno dei pirati del rock n’roll ancora in circolazione.

Mauro Zambellini Settembre 2010

mercoledì 5 maggio 2010

Exile On Main Street Redux


Nonostante l’ incisione sporca, senza nessuna nitidezza ed accuratezza tecnica e le condizioni astruse in cui è stato registrato, Exile On Main Street è il disco più importante ed influente della storia del rock, un fungo atomico carico di emozioni e presagi sinistri. Niente è più strettamente vicino all’idea di rock n’roll di Exile e nulla rappresenta meglio ciò che il rock ha di eterno nella sua semplicità.
Exile On Main Street
è un disco incendiario, concepito ed in parte registrato nella villa di Nellcote a Villefranche sur Mer in Costa Azzurra dove i Rolling Stones si erano “esiliati” nella primavera del 1971 per sfuggire il fisco inglese. Realizzato in un periodo, l’alba degli anni settanta, che vedeva il rock perdere la sua anima e la sua energia propulsiva cadendo in autoparodia o peggio rincorrendo velleità da “arte colta”, inglobato nella rete dei grandi interessi economici, Exile è un opera a cavallo di un passaggio epocale, comunque destinata a fare storia e a seminare idee ed epigoni che travalicano il tempo in cui è stata realizzata. Il disco venne pubblicato nel maggio del 1972, un mese dopo il bombardamento di Haiphong ed un mese prima che Woodward e Bernstein del Washington Post denunciassero delle “anomalie” al Watergate.
Nel suo essere a volte antico e altre volte attuale e moderno, oscuro e quasi sperimentale e poi classico e nostalgico, spontaneo se non addirittura frutto di fortunate casualità, Exile On Main Street riesce ad essere innovativo nella sostanza e non nella forma coprendo con una esauriente precisione di dettagli una quantità infinita di stili e di variazioni sottili (e non così sottili) del rock - una forma che originariamente sembra limitata ad una musica elementare, guidata solo dalla chitarra. Abbraccia blues, R&B, soul, gospel, folk, country e rock n’roll e lo fa con uno spirito eretico, outsider, da esiliati senza Dio e patria se è vero che degli inglesi di classe media si trovano a vivere in quella parte di Francia ricca e chic suonando la musica americani dei neri e dei poveri hillbillies.

Exile On Main Street finalmente gode oggi di una ristampa degna della sua fama.
Tre edizioni: la standard con un CD completo della track-list originaria rimasterizzata, la Deluxe Edition con due CD, l’originario ed un secondo con dieci tracce inedite oltre ad un libretto di 12 pagine e la costosa Super Deluxe Edition ovvero i due CD, due Lp ed un DVD documentario di 30 minuti con il making di Exile e clip dei film Ladies and Gentlemen: The Rolling Stones e del tante volte bootlegato e sconcio Cocksucker Blues del regista/fotografo Robert Frank, un libro di 52 pagine rilegato in brossura con alcune cartoline da collezione.
Un operazione di lusso che ha avuto come prologo la messa in vendita il 17 aprile per il record store day del singolo Plundered My Soul /All Down The Line.

Tralascio di dire del disco originario (dovreste conoscerlo tutti) e passo agli inediti della ristampa, che sono il boccone prelibato della faccenda. Difficile dire se le dieci bonus tracks prodotte da Jimmy Miller (il produttore originario), i Glimmer Twins e Don Was (quello che ci ha messo le mani adesso) qui incluse siano tutte delle outtakes di Exile, primo perché a Nellcote erano tutti talmente “fatti” che è difficile mettere ordine ai ricordi quando i ricordi sono nebbia, secondo perché lo stesso Jagger (che fu sempre perplesso circa il contenuto e la registrazione del disco) ha eluso il problema dicendo che quello che dovrebbe essere considerato il periodo Exile in realtà comincia con la registrazione di Loving Cup agli Olympic Studios di Londra nel 1969, continua nella sua casa nel Berkshire, poi a Nellcote e finisce nel mixaggio e nel overdubbing del disco a Los Angeles nel marzo del 1972. Un periodo abbastanza lungo dove è piuttosto arduo rintracciare l’esatta ubicazione delle registrazioni anche ricorrendo ai bootleg dell’epoca.
Comunque sia, le dieci tracce aggiungono qualcosa di nuovo al disco sebbene Exile rimanga sostanzialmente quello che è, ovvero un capolavoro a cui non necessita un restyling.
Ci sono cose che già si conoscevano, ad esempio Good Time Women che altro non è che la prima versione boogie-woogie con testo diverso di Tumbling Dice, il primo singolo estratto da Exile. Inoltre due alternate takes, di Loving Cup e di Soul Survivor.
Good Time Women proviene dalle session di Sticky Fingers del 1970, ha chitarre loud ed un’armonica sibilante e possiede quel suono sporco tanto venerato che invaghì i Faces e condizionerà i Black Crowes. Loving Cup è invece rallentata rispetto a quella pubblicata e mostra delle rifiniture vagamente country & western, del tipo Torn and Frayed. Questa Loving Cup è anche più lunga, con il pianoforte che cresce assieme a voce e chitarre fino a simulare una jam.
Se si eccettua il lavoro al piano di Nicky Hopkins in stile Edward si capisce perché la versione originale di Soul Survivor sia stata preferita a questa. Jagger canta stanco e svogliato come in un post-sbronza e anche quando le chitarre fremono metalliche non si riprende dal torpore, lasciando andare da soli gli strumenti, che suonano grandiosi.

Dei titoli nuovi Pass The Wine alias Sophia Loren sprizza maliziosa e “latina”con un ritmo un po’ vicious ed un backing femminile di classe soul. Jagger canta col naso, l’armonica soffia dolce e Bobby Keys fa il sornione con il sax. Per un attimo si sente l’eco di Can’t You Hear Me Knocking, prima che qualcuno passi il vino e la festa continui. Non ho mai subito il fascino di Sophia Loren, questa volta mi devo ricredere.
Pianoforte da bordello, voce e piano, inizio lento. Poi entra la band, le chitarre suonano il country twang prima che un solido blues presenti il conto, con slide e armonica. Si chiama I’m Not Signifying il blues del CD, quello che sa di bettola di New Orleans, scuro e appiccicaticcio, come i banconi di Bourbon Street la mattina dopo.

Urla o meglio urlacci di Mick Jagger, è Dancing In The Light e sotto Keef riffa alla Stones con Watts che scampanella con i cimbali. Il pianoforte sembra essere rimasto a Salt of the Earth, l’atmosfera è caotica, un po’ orgiastica e non c’è la trascendenza del gospel. Dirty old sound più che nelle altre tracce, che suonano comunque Exile nonostante il polish usato nella rimasterizzazione. Come dicono gli anglosassoni Exile è ancora the first grunge record.

Più innocua è So Divine (Aladdin Song) nonostante la prima nota sia quella di Paint It Black. All’inizio Jagger talking mentre la chitarra crea un loop ossessivo che rimane per tutta la durata del brano. Lo charme ce lo mette il sassofono mentre Jagger canta volgare e sboccato. Poi si fa zuccheroso e amabile e dirige Following The River, una ballata con piano e chitarre acustiche ed un’ enfasi che mobilita cori femminili e arrangiamenti orchestrali. Una love story spezzacuori, Jagger vorrebbe far piangere ma nessuno ci crede. Sembra più una ballata da disco di Jagger che una traccia dimenticata di Exile.
Tutto diversa è Plundered My Soul che a ragione è stato scelta come singolo per promuovere la ristampa. Qui troviamo i migliori Stones di inizio settanta, aria sfilacciata, polvere di strada, il country ed il blues, il coro delle donne sopravvissute in Gimme Shelter, le accordature aperte di Richards, Honky Tonk Women e l’ombra di Gram Parsons, l’amico americano mai troppo sopportato da Jagger nell’esilio francese. È country-soul sporcato di western-rock n’roll, è american music suonato dai dei fuori di testa inglesi in una cantina usata dagli invasori nazisti sulla costa francese del Mediterraneo. Rock senza patria ma con tanta anima. Splendido.

Infine la decima traccia, sardonicamente intitolata Title 5. Incomprensibile strumentale dal suono garage con un loop che potrebbe uscire dai Suicide se li avessero costretti ad abbronzarsi al sole della Provenza. O la “roba” non era buona o qualcuno aveva deciso di inventare il post-punk prima ancora che nascesse il punk. Ma sono gli Stones ?

Questi sono gli inediti di Exile On Main Street, alcuni belli, altri meno.
Si poteva fare di più? Sì, forse, mah… in realtà non bisognava modificare un monumento, necessitava rinfrescare un mito e magari farlo conoscere a chi non c’era. In questo sembra che ci siano riusciti.
Esce il 17 maggio.

MAURO ZAMBELLINI

sabato 9 gennaio 2010

Like a Rolling Stone


Like a Rolling Stone

di
Gian Paolo Ragnoli detto Giambo

Francia del sud, anni ‘70
Lo so, lo so, qualsiasi idiota potrebbe dire c’ero anch’io, le backing vocals sono basse nel mix e non si distinguono chiaramente. Non ho mai capito se fosse stata una scelta stilistica di Keith e di Jimmy Miller o fosse capitato per caso, registrando nelle cantine di casa di Keith invece che in uno di quegli studi pazzeschi che gli Stones si sarebbero potuti permettere. Ma era un periodo strano, questo esilio francese, e il fatto che fossero quasi sempre quasi tutti strafatti contribuiva a dare alle cose un tocco surreale, a farti pensare che c’era un’accorta regia mentre invece le cose succedevano come al solito, come pare a loro, e noi stavamo lì a ricamarci sopra qualche disegno superiore, il tuo karma è negativo, amico, no , guarda, è solo che tu sei troppo fuori anche solo per capire l’espressione karma negativo, insomma dialoghi così, come un Corman girato a doppia velocità. Comunque c’ero anch’io, secondo voi il testo su Angela Davis chi l’ha scritto? Me ne stavo a Villefranche, guardavo il sole tramontare, bevevo Côtes du Rhône, aspettavo l’estate come se questo significasse che stavo facendo qualcosa di sensato. D’altra parte non mi capita quasi mai…

Keno’s ROLLING STONES Web Site

ROLLING STONES LYRICS SWEET BLACK ANGEL (aka Black Angel)
Mick Jagger wrote this song in support of Angela Davis, back when she was facing murder charges, using a text by Ted Malvern, a Nomansland poet friend of Gram Parsons who, in the Spring of ‘71, was living in the South of France, near the Keith’s mansion where the Stones recorded the most of Exile on Main Street. The song was recorded in one night, from midnight to six, the night between 20 and 21 March, 1971, the first day of Spring. The song was later released on Exile On Main Street in 1972. Lead Vocal & Harmonica: Mick Jagger Backing Vocals: Keith Richards, Gram Parsons, Ted Malvern Guitars: Keith Richards & Mick Taylor Bass: Bill Wyman Drums: Charlie Watts Marimbas: Richard “Didymus” Washington Percussion: Jimmy Miller

SWEET BLACK ANGEL
(M. Jagger/K. Richards) aka Black Angel (T. Malvern/M. Jagger/K.Richards)

Ho appeso al muro un angelo nero
E’ bella come un’attrice ma non è una star
E’ una prigioniera politica
E’ una sorella in catene
Perchè ha lottato per la libertà di tutti
I porci hanno tentato di piegarla
Ma non ci sono riusciti
Lei è un angelo nero
Non una schiava dei padroni
Sta contando i minuti
Sta contando i giorni
Aspetta di uscire per continuare la lotta
Liberiamo tutti i prigionieri del sistema
Liberiamo l’angelo nero

Questo testo lo scrissi di getto, per una rivista che usciva allora, The Red Mole, la dirigeva Tariq Alì e la pagava Vanessa Redgrave. Un po’ troppo trotzkista per i miei gusti, ma che”You can’t always get what you want” l’avevo già imparato. Angela, Angela Davis si chiamava l’angelo nero, era davvero bella come una star, ma era una professoressa, insegnava all’Ucla e, non so come mai, era amica di Lebowski. Siamo usciti insieme qualche volta, la guardavano tutti ma anche starla a sentire non era male. Era stata assistente di Marcuse, sapeva un sacco di cose, era marxista, femminista, incazzata ma sapeva anche essere divertente. Le piaceva Jim, naturalmente, ma in quel periodo lui era troppo sballato anche solo per metterla a fuoco correttamente sulla retina. Insomma, per farla breve c’era un’amica e una compagna in galera e si era creato un movimento di solidarietà intorno al suo caso, per cercare di tirarla fuori. Volevano appiopparle l’omicidio di un giudice, i porci.

Qualche tempo dopo ero nel sud della Francia, ad ammazzare il tempo a colpi di bottiglie di Côtes du Rhône quando a Villefranche incrociai in un caffè, La Fiancée du Pirate, Gram Parsons, che conoscevo dai tempi del giro folk, insieme a un tipo sconvolto che si presentò con impeccabile stile inglese, molto piacere, Keith Richards.
Keith aveva affittato una villa vicino a Villefranche e lì gli Stones stavano registrando il nuovo album, lontani dai guai londinesi, dal fisco, dagli arresti per droga, dal fantasma di Brian. Le cantine della villa erano state attrezzate a studio, c’erano Jimmy Miller, Andy e Glyn Johns, girava Robert Frank insieme a Dominique Tarlé, un fotografo francese che aveva fatto amicizia con gli Stones, e scattavano foto a tutti, Ian Stewart, Nicky Hopkins e un sacco di altri tizi erano pronti a suonare, in caso di bisogno. In realtà poi il vero “produttore” era Keith, anche se sempre strafatto quando era l’ora di suonare acquistava una lucidità sorprendente. Mick era spesso a Parigi, da Bianca, erano sposati da poco e lui sembrava più interessato alla sua vita privata che al disco da fare, ma alla fine arrivava in tempo per registrare la voce, un drink, un tiro e di nuovo via.

Una sera Keith suonava vecchi pezzi country con Gram, eravamo in giardino, stava cantando Send Me Back Home di Merle Haggard. Mi unii al coro, cantammo un po’ di vecchie cose, sapevano anche The Union Maid, Keith mi disse di aver sentito il Collettivo, una volta, bella voce quello col banjo, disse, ma mi sembra un po’ strano. Detto da Keith Richards…Arrivò anche Mick, appena tornato, come seguendo l’invito di Haggard. Tirò fuori una bottiglia di Château Latour, un sacchetto di Acapulco Gold (il ragazzo sapeva vivere, va detto), poi di colpo mi fissò e disse: ma non sei tu quello che ha scritto il testo su Angela Davis? Sì Mick, sono proprio io. Mick e Keith sembravano due a cui non fregasse assolutamente nulla del mondo esterno, ma ero già abbastanza vecchio da averne conosciuti altri che indossavano questa maschera di indifferenza come una corazza per difendersi dal dolore, dalle delusioni, dai tradimenti. Venne fuori che leggevano Red Mole, ogni tanto la finanziavano, conoscevano Tariq e la sua banda di trotzkisti internazionalisti. Mi venne una delle rare buone idee della mia vita, dissi a Mick: Hey, perchè non ci fai una canzone da quel testo? Avere gli Stones dalla nostra parte avrebbe un certo peso, non so se mi spiego. Avevo fumato troppo, cominciavo a sentirmi la testa pesante. Mick rispose: chi lo sa, Ted, potrebbe anche darsi…La notte dopo, a mezzanotte circa, Mick tirò fuori l’armonica e disse agli altri musicisti, gli Stones più Jimmy Miller e un altro percussionista, Didymus:
bene, stasera facciamo un pezzo nuovo, da un’idea di Ted, l’amico di Gram. Voi due potete cantare, se sapete le parole, disse rivolto a noi, ridacchiando assieme a Keith.
Poi partì il pezzo. Se l’erano già studiata, era quasi perfetta. Alla seconda take entrammo nel coro anche io e Gram, la canzone avrebbe potuto non finire mai, era un momento di gioia condivisa, fuori dallo spazio e dal tempo.
La seconda take poi fu pubblicata su Exile e quindi lì ci sono anch’io, ma soprattutto di lì a poco Angela fu scarcerata.
La rividi anni dopo, ad un corteo contro una delle tante guerre americane. Le raccontai la storia di Black Angel, lei mi guardò e disse: Ted, solo un anarchico piccolo borghese come te può pensare che mi abbiano liberato i Rolling Stones. Guardando la faccia da idiota che stavo facendo scoppiò a ridere e aggiunse: sei proprio scemo, Ted. Ti pare che direi sul serio una frase simile? Dai, andiamo a farci una birra, paghi tu, tanto sei amico degli Stones, sarai anche tu pieno di soldi…

Dopo molti anni mi tornò in mente questa storia e la scrissi per una rivista diretta da un amico irlandese, The Wild Rover. Pensavo fosse finita lì, ma pochi giorni dopo ricevetti una lettera da Villefranche, scritta da Madcap, un amico dei vecchi tempi.

Villefranche-sur-Mer (Alpes-Maritimes), le 3 juillet 2008
Mon vieux, ça c’est vraiment bizarre! J’ai reçu ton message pendant que je prenais mon pastis exactement au café de la Fiancée du Pirate de Villefranche: ça c’est un signe du destin incroyable. Je suis de passage ici, en train de me déplacer vers l’Atlantique: j’ai un rendez- vous demain à La Rochelle avec un étrange type qui m’a promis des trucs très intéressants pour ma recherche sur le période vendéen de Simenon (je suis payé par l’Université de Liège, ça va sans dire). J’ai passé tout la soirée de hier à parler du bon vieux temps avec Jannot, le patron du café, qui m’a montré quelque photo que lui avait donné Dominique à ce temps-là. Dans la première série on voit Keith avec une incroyable chemise hawaiienne et Anita ravissante dans sa robe blanche au centre d’un bordel de camionettes, de caisses et de cartons: peut-être que c’etait le jour de l’arrivée du RS Mobile Unit chez Keith. Dans la deuxième série on voit l’intérieur du café et ç’est facile de reconnaître Gram avec toi et une jolie femme qui rit avec vous (c’etait Tina Aumont, peut-être?). Le lieu n’est pas trop changé, l’enseigne de la bière Pelforth est toujours là. Derrière le zinc, à coté de l’affiche de Manuel Amoros en maillot bleu, il y a un exemplaire de Exile couvert de signatures (on peut lire très clairement: Ted, Charlie, Nicky…). Merde, ça fait du mal aussi de se plonger dans le passé. Bon, de toute façon ton message m’a fait vraiment plaisir. J’attends avec impatience ton nouveau livre à mon adresse bourguignon (6 rue Bocquillot, 89200 Avallon). Nathalie t’embrasse bien fort. Le carton de Chablis est toujours sur la rampe de lancement… Hasta siempre.

Madcap

sabato 5 dicembre 2009

Get Yer-Ya’s Out! The Rolling Stones in Concert


NEW YORK, Madison Square Garden, 27 e 28 novembre 1969. La prima volta che usarono per i Rolling Stones l’appellativo di the greatest rock n’roll band in the world fu nel 1969 quando il presentatore Sam Cutler introdusse il concerto di Fort Collins in Colorado, prima data di uno straordinario tour americano che li vide suonare nelle maggiori città del paese registrando un successo senza precedenti. Il ritorno in America dopo tre anni di assenza aveva spinto gli Stones su quella strada di successo, genio, calcolo, lungimiranza, bravura, dedizione, perdizione e decadenza che li avrebbe accompagnati per quasi tutti gli anni ’70 creando un mito difficile da estirpare. Concerti quelli americani del 1969 che imposero una band del tutto rinnovata nello spirito e nel sound, conscia delle potenzialità che il nuovo chitarrista Mick Taylor poteva offrire in termini di blues ed ormai in grado di maneggiare la materia rock con una intensità e perfezione mai raggiunta prima, concerti che per la prima volta videro il pubblico ascoltare attentamente quello che avveniva sul palco senza sovrastare, come succedeva solo qualche anno prima, con le urla e gli isterismi il canto ed il suono degli strumenti.
Nello stesso 1969 vennero pubblicati il singolo di successo Honky Tonk Woman e l’album Let It Bleed, due lavori con cui gli Stones rimarcavano la loro svolta “americana” ma il fatto terribile, quello che contribuì ad alimentare l’immagine satanica del gruppo, fu il disastro di Altamont del 6 dicembre, un altro free concert messo in piedi in maniera del tutto inadeguata da Jagger e soci per placare le critiche dei media americani che li accusavano di essere responsabili della lievitazione dei prezzi dei biglietti dei concerti rock. Un megafestival che nelle intenzioni doveva essere la Woodstock della west-coast ma che il brutale assassinio di uno spettatore da parte del servizio d’ordine degli Hell’s Angels trasformò nell’epilogo degli anni sessanta e dell’utopia hippie.
Quando gli Stones si esibirono al Madison Square Garden di New York, il 27 e 28 novembre, Altamont non era ancora successo e quelli furono i più grandi show che il gruppo avesse mai realizzato. Il tour era partito il 7 novembre da Fort Collins nel Colorado e nel giro di un mese toccò Los Angeles, Oakland, San Diego, Phoenix, Dallas, Auburn, Champagne, Chicago, Detroit, Philadelphia, Baltimora, New York, Boston, West Palm Beach per un totale di diciassette date e ventitre concerti. Quando gli Stones arrivarono a New York l’eccitazione era alle stelle.
Era la prima volta che gli Stones si esibivano nel tempio del Madison Square Garden, furono quattro show (due per giorno) sferzanti, mirabolanti e pieni di energia, che a detta di molti furono quanto di meglio e di più forte si era visto fino allora nel rock. Si pensa che almeno 55mila newyorchesi (un record per l’epoca) siano accorsi a vederli, il New Yorker scrisse I Rolling Stones hanno offerto un’esibizione musicale ed insieme teatrale che non ha uguali nella nostra cultura.
Lester Bangs sul numero di Rolling Stone del 12 novembre 1970 fu ancora più netto: il miglior concerto rock che sia mai stato pubblicato su disco.
L’anno dopo la London/Decca pubblicò quel concerto nel disco Get Yer-Ya’s Out! –The Rolling Stones in Concert forse costretta dalle vendite del bootleg Live Than You’ll Ever Be che riportava con ottima qualità audio la registrazione dello show di qualche giorno prima, il 9 novembre 1969 all’Oakland Coliseum. Dieci le tracce riportate dal live ufficiale, conosciuto dai fans del gruppo come il disco dell’asinello per via della copertina, troppo poche per testimoniare di un evento così importante e deflagrante.
È di questi giorni la pubblicazione del 40th Anniversary Deluxe Box Set di Get Yer-Ya’s Out! un box che ridà lustro a quel concerto e sopperisce all’estrema stringatezza dell’originale. Per la prima volta un disco degli Stones è ripubblicato con una ricchezza di aggiunte ed una cura che appagano gli appassionati contribuendo anche a fare memoria storica oltre che musicale di un evento e di un periodo. Adesso c’è un corposo ed elegante box che include l’intero disco originario prodotto dal maestro Glyn Johns potenziato da un ulteriore CD di 5 brani estratti dagli stessi concerti, più un altro CD riportante le performance dei “supporter” B.B King ed Ike & Tina Turner oltre ad un suggestivo DVD con le sequenze di Albert Maysles che propone gli estratti dei concerti newyorchesi e le riprese di quel tour. Il tutto corredato da un approfondito booklet di una cinquantina di pagine scritto e fotografato da Ethan Russell in cui si racconta quella avventura oltre a riportare la storica recensione di Lester Bangs. Infine c’è la locandina in scala ridotta della tournee ed un codice per accedere al downloading di I’m Free (live) per Guitar Hero5.
Una operazione degna di quel concerto che da una parte permette di rivivere lo show del Madison Square Garden nella incandescente sequenza del disco originario con una qualità audio eccellente e dall’altra aggiunge cinque chicche prima sparse su bootleg ormai introvabili come lo strepitoso country-blues acustico di Prodigal Son, l’altrettanto acustica You Gotta Move di Fred McDowell che sarebbe stata pubblicata solo nel 1971 su Sticky Fingers e le elettriche Under My Thumb, I’m Free e Satisfaction, versione questa da cardiopalma, più lunga del solito, eccitatissima, inspiegabilmente omessa nell’originale disco del 1970.

Se questi sono gli Stones del ’69 ovvero una (se non la) annata migliore della loro lunga avventura live, non sfigurano nemmeno gli show di B.B King ed Ike & Tina Turner che riempiono il terzo CD. Elegante ed appassionato nello stesso tempo, B.B King infila alcuni classici del proprio repertorio, tra cui una swingata versione di Everyday I Have The Blues, tenendosi però alla larga dalla fredda compostezza e dal manierismo delle esibizioni che verranno. In cattedra c’è la sua Gibson, il suo vocione è una bevanda calda nel gelo di una notte invernale, la band è stellare ed il set all’insegna di un blues fluido e avvolgente. Torrido e grondante di erotismo il set di Ike&Tina Turner. E’ sufficiente sentirla senza vederla per capire quanto pathos ci sia nella performance di Tina la tigre, un autentico animale da palcoscenico che l’allora marito e tentatore Ike spinge verso un R&B estremo e focoso, con momenti di incredibile intensità come nella versione di I’ve Been Loving You Too Long di Otis Redding dove nel gioco a chiamata e risposta tra Tina ed Ike sembra di essere in una seduta di sesso. Poi, con soli sei brani Ike & Tina Turner passano in rassegna la storia del rock e del R&B infilando lo Steve Winwood di Gimme Some Loving con la Dusty Springfield di Son Of A Preacher Man, l’Arthur Conley di Sweet Soul Music con i Creedence di Proud Mary, i Beatles di Come Together con l’Wilson Pickett di Land Of A Thousand Dances.

Il DVD è invece opera del regista Albert Maysles, lo stesso del film Gimme Shelter, che aveva filmato l’intero tour del 1969. E’ possibile quindi bearsi di una bella sequenza di immagini tra cui l’affollato backstage del Madison con Keith Richards e Mick Taylor che fraternizzano con Jimi Hendrix e “assaggiano” le chitarre, una scatenata e coinvolta Janis Joplin che balla sulle note di Satisfaction e le esecuzioni acustiche a due (Richards e Jagger seduti) di Prodigal Son e You Gotta Move e quelle elettriche di tutta la band di Under My Thumb, I’m Free e Satisfaction. Uno spaccato eloquente della contagiosa atmosfera del Madison Square Garden.
Completano il quadro le buffe riprese su una deserta autostrada inglese con il fotografo David Bailey, un infreddolito Jagger e un Charlie Watts vestito da guerriero medioevale impegnati nella realizzazione della celebre copertina dell’asinello di Get Yer Ya-Ya’s Out!. Copertina che sostituì quella originaria e di cui il booklet ci racconta l’intera storia. Chiude il DVD le immagini degli Stones che scherzano con i Grateful Dead a San Francisco prima di volare con l’elicottero ad Altamont.
Senza ombra di dubbio questa 40th Anniversary Deluxe Box Set di Get Yer-Ya’s Out! si candida ad essere la ristampa dell’anno festeggiando degnamente l’anno in cui The Rolling Stones divennero the greatest rock n’roll band in the world.

Mauro Zambellini Dicembre 2009

venerdì 14 novembre 2008

Il tempo è dalla nostra parte


45 anni con i Rolling Stones, a cura di Mauro Zambellini 

Chi l’ha detto che i Beatles sono stati i migliori ? Dalle cifre sembrerebbe di no. A differenza degli illustri Fab Four, i Rolling Stones sono ancora in scena oggi, vivi e pimpanti più che mai, dopo quarantacinque anni di musica, concerti, dischi, tour, film, video, droga, alcol, donne, morti, dollari e tutto quanto fa spettacolo. Dopo 60 album ed una valanga di dischi singoli, Ep, box antologici e raccolte, i Rolling Stones fanno ancora parlare di sé e sono ancora il simbolo di quell’ eccitante  rock n’roll nato dal blues e dalla insoddisfazione giovanile, basta vedere le immagini dello splendido film di Martin Scorsese , Shine A Light,  che li ha ripresi dal vivo durante un concerto dell’ultima tournè al Beacon Theatre di New York. Come hanno fatto a resistere così a lungo? Semplice, primo hanno venduto l’anima al diavolo, la ricordate Sympathy For The Devil ?, secondo non hanno mai venduto il loro cuore, che è sempre stato innamorato del blues dei grandi vecchi (Muddy Waters, Howlin’ Wolf, Elmore James, Jimmy Reed) e dello sprizzante rock n’roll degli anni cinquanta, in particolar modo quello di Chuck Berry. In 45 anni di storia sono rimasti fedeli ai loro primi amori (musicali) e proprio per questo hanno resistito al tempo, al cambio delle mode, degli scenari e delle generazioni, forgiando un rock tinto di soul e di blues tanto imitato quanto ineguagliato, uno stile che è diventato il classico dei classici.
Il Tempo è dalla Nostra Parte, un testo di 120 pagine con annessa discografia completa e videografia essenziale, scritto da Mauro Zambellini racconta la storia dei Rolling Stones non dalla parte dei pettegolezzi e degli eccessi ma dalla parte della musica e dei dischi tracciando un vero e proprio viaggio che inizia con le radici dei musicisti e finisce con il loro film con Scorsese. L’ultimo capitolo del libro, opera della penna di Marco Denti, ricompone il rapporto tra gli Stones ed il cinema ma prima di arrivare a Shine A Light  il libro racconta la lunga avventura musicale della band inglese attraverso Stonesville ed In Esilio sulla Costa Azzurra  dove viene analizzato il loro periodo più creativo e decadente, quello che porterà alla genesi di un album così importante, per loro e fondamentale, per il rock n’roll, come  Exile On Main Street.
Avvincente, scorrevole, ricco di informazioni e scritto senza le deformazioni del fan tout court ma col ritmo delle canzoni degli Stones,  Il Tempo è dalla Nostra Parte, che esce annesso al DVD Shine A Light per la collana Real Cinema della Feltrinelli, è un viaggio in 45 anni di luci e ombre ed un sincero atto d’amore verso la più grande rock n’roll band della storia..