Esiste una vera e propria discografia che documenta
l’incontro tra gruppi rock e orchestre sinfoniche, dai Deep Purple ai
Metallica, dai Procol Harum agli Skorpions, dagli Aerosmith a Yngwie Malmsteen
per citarne solo alcuni. In particolare i gruppi metal non hanno mai disdegnato
tali sperimentazioni a cui non si è sottratto nemmeno il vulcanico Warren Haynes che nel 2019 nella sua
città natale, al Thomas Wolfe Auditorium di Asheville, Carolina del Nord, ha
suonato con l’orchestra sinfonica locale un mix di sue canzoni e cover
accompagnato dal tastierista John
Medeski, dal bassista Oteil
Burbridge, dal batterista Jeff Sipe,
dal sassofonista Greg Osby e dal
coro di Jasmine Muhammad e Edwin McCain. Pur non essendo un accanito estimatore
di tali connubi, sono rimasto incantato dal lavoro fatto da Haynes e compagni
con i 64 musicisti della Asheville Symphonic Orchestra, per come un materiale
di sostanziale derivazione rock-blues con agganci psichedelici sia passato al
setaccio di archi, violini e arrangiamenti orchestrali uscendone brillantemente
ridisegnato, acquistando solennità, lirismo, pienezza e sfaccettature che più
che alla musica classica fanno pensare al jazz. Detto che il materiale di base
è costituito da canzoni di prima grandezza come Dreams e Whipping Post degli
Allmans, Just Another Rider di Gregg
Allman, Terrapin Station, Black Peter e
Shakedown Street dei Grateful Dead, Thorazine Shuffle e Banks of Deep End dei Gov’t Mule, Makes Non Difference di The Band, One degli U2, Spots of Time e
Broken Promised Land dello stesso
Haynes solista (e diversi di questi brani sono già stati portati in concerto da
Haynes) il risultato è lungi da retorica, pomposità e magniloquenza,
inaspettatamente fresco e dinamico. Basta la versione dell’ultimo titolo citato,
originariamente su Tales of Ordinary Madness, con l’incantevole controcanto di
Jasmine Muhammad ed il sontuoso arrangiamento sinfonico che ne amplifica
intensità e pathos per rendersi conto di come anche questa volta, su un terreno
scivoloso come la contaminazione “classica”, Haynes abbia fatto centro dimostrando
versatilità e classe musicale da vendere. La sua riconoscibile voce e i suoi
assoli di chitarra non sono soffocati dagli archi ma si amalgamano
perfettamente, conducono la melodia, smorzano una possibile fastidiosa grandeur pur inserite nell’ampia
coreografia. Nel caso di Thorazine
Shuffle, brano che esemplifica la durezza granitica dei Gov’t Mule,
l’arrangiamento orchestrale ne ammorbidisce i contorni regalando fruibilità e Banks of the Deep End è la dimostrazione
che i Muli potrebbero suonare alla Scala. Nella ballata Makes No Difference (era su Northern Lights Southern Cross di
The Band) lo sfondo di violini ne accentua l’evocativa bellezza, sublime era e
magica rimane, cosi come in Dreams viene
sprigionato tutto l’immaginario psichedelico arricchendolo di dettagli e
variazioni. La lunga Terrapin Station costituisce
il margine prog di Dreams & Songs col suo andamento ondivago, Raven Black Night è un’ardita fusione di
jazz-rock e sinfonica con Medeski in primo piano, la allmaniana Instrumental
Illness si dibatte tra entrate, assoli e individualismi di stampo free
jazz nel mondo di John Coltrane, il bellissimo rifacimento di archi di Just Another Rider unito all’assolo di sassofono in puro stile
jazz non intaccano la sua indole blues, anzi. La lenta Black Peter assume coloriture da brass band ed il groove di Shakedown Street diventa ancora più
danzabile con il lavoro dell’orchestra. Per Whipping
Post non ci sono parole, è come se risorgesse in una vita diversa. Che
Haynes creda molto a questo progetto lo dimostra il fatto che il prossimo anno lo
presenterà in concerto per due serate con la Nashville Symphony Orchestra.
MAURO ZAMBELLINI
