Visualizzazione post con etichetta Black Crowes. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Black Crowes. Mostra tutti i post

mercoledì 12 settembre 2012

Chris Robinson Brotherhood



Prima o poi sarebbero  arrivati i dischi giusti per Chris Robinson dopo  i due tentativi di New Earth Mud e This Magnificent Distance. Ha dovuto fare il rituale della grande luna per fare centro ma d'altra parte Chris con la psichedelia, il cosmo, le erbe e i viaggi lisergici ci è sempre andato a nozze. Big Moon Ritual  pubblicato nel giugno scorso e The Magic Door  reso disponibile a neanche due mesi dal precedente si presentano con copertine  che fanno tanto album degli Yes ma le sinfonie e i virtuosismi di tastiere, che sono quelle di Adam McDougall un altro Black Crowes, qui centrano poco perché sono piuttosto i Grateful Dead di Jerry Garcia i santoni di questo rituale. Big Moon Ritual è un disco psichedelico nel più classico dei modi, dalla copertina ai brani lunghi, tutti di durata al di sopra dei sette minuti, dal suono svolazzante e chitarristico, del tutto rilassato comunque, alle atmosfere cosmiche, sognanti, visionarie. Chris Robinson dopo avere suonato un centinaio di concerti tra la West Coast e New York ha realizzato il disco che ha sempre sognato di fare, un disco che focalizza il lato psichedelico dei Black Crowes con ballate lunghe, sinuose,  che si evolvono attorno ad una frase-tema ampliandola e dilatandola secondo una progressione strumentale da jam band. Non c'è molta attenzione al  formato canzone in Big Moon Ritual,  qui il bruciante rock/soul dei Corvi Neri è messo in armadio a vantaggio di un work in progress che vede le chitarre di Neal Casal involarsi in lande extraterrestri seguite dalle tastiere di McDougall e dalla brillante sezione ritmica di Mark Dutton al basso e George Sluppick alla batteria.  E' una formula che si ripete dalla prima all'ultima traccia, Robinson canta aiutandosi con la sua chitarra acustica, ad un certo punto passa la palla a Casal e McDougall, questi sviluppano in piena libertà il tema base girovagando per il cosmo, jammando e improvvisando, attorcigliandosi e defluendo nel tema principale per lasciare la parola ancora a Robinson che rientra ignorando bridge  e refrain, come stesse conducendo un monologo alla luna, poi di nuovo gli strumenti riprendono il viaggio astrale ed il brano si allunga fino a sciogliersi nell'etere. Nessuna irruenza, nessuna frizione, nessun selvaggio furore rock come coi Black Crowes, questa è musica per la mente più che per il corpo, suoni dilatati dell'universo Dead.  Star Or Stone e, se non fosse per l'inciso di moog, anche Reflection On A Broken Mirror  sembrano degli estratti di Wake Of The Flood  e poi ballate pastorali, un pò di Rolling Stones (Rosalee), fantasie psichedeliche morbidamente trattate jazz, passaggi che fanno pensare agli episodi più onirici di Amorica, qualche scampolo di country psichico lasciato indietro da Before The Frost Until The Freeze, questo  è il new cosmic California sound.
The Magic Door è sulla stessa falsariga del primo, copertina in stile orientaleggiante, stessa band, stesso produttore, Thom Monahan (Vetiver, Pepercuts, Devedndra Banhart) e probabilmente stesse session di registrazione al Sunset Sound di Los Angeles: il risultato è un altro fulgido disco di new cosmic California sound, un suono che evoca gli illustri passati del Fillmore West e del Topanga Canyon, oggi ancora in grado di mandare in visibilio migliaia di estimatori a cominciare dai lettori di Relix e dei fans dei Grateful Dead. Ma non solo, perché The Magic Door è la porta magica su una concezione del rock n'roll che prevede libertà espressiva a 360 gradi e capacità di espandere la fruizione sensoriale secondo uno stretto rapporto corpo-mente.
Tutte le tracce superano abbondantemente i cinque minuti, con una escursione record nei quasi quattordici minuti di Vibration & Light Suite, una cavalcata lisergica che tra momenti estatici e pindariche evoluzioni strumentali, in primis la chitarra di Neal Casal mai così vaporosa, riflette la nuova avventura  cosmica e mistica di Chris Robinson. A dirla tutta The Magic Door è anche meglio di Big Moon Ritual perché qualche forzatura progressive là presente qui si è definitivamente sciolta in un attitudine jam che rivela disinvoltura, affiatamento, rilassatezza.,  La conferma viene proprio dal brano più lungo, Vibration & Light Suite che sgorga liquido e senza grumi con una melodia ariosa che irradia benessere e vi trasporta nei paesaggi più luminosi della West-Coast music evocando Big Sur, le onde del Pacifico, il surf, i Quicksilver, il viaggio, un'era felice e spensierata di comuni illusioni. Non è un esercizio passatista e di revival perché Robinson e i Brotherhood non suonano con la carta carbone, inventano del nuovo, sono creativi e moderni e sanno come cambiare scenario per non ripetersi e tediare, a metà della lunga suite difatti induriscono i suoni secondo una mai sopita  attitudine rocknrollistica e arricchiscono il tutto con un atteggiamento jazzistico che regala  libertà di improvvisazione. Vibration &Light Suite è la dimostrazione di quanto possano essere visionari Chris Robinson Brotherhood ma non è la sola perla di The Magic Door.  Il loro essere eclettici  riesplode negli otto minuti e mezzo di Sorrows of Blue Eyed Liar  una ballata lenta che cresce attorno al cantato dolente di Robinson e poi si invola nel cosmo con le magnifiche tastiere di Mac Dougall a disegnare paesaggi astrali e la chitarra di Casal che fluttua nel vuoto.
Che Chris Robinson continui ad essere il miglior rocker della sua generazione lo conferma la ruvida ripresa del classico di Hank Ballard Let's Go Let's Go Let's Go e una Little Lizzie Mae sospesa tra echi di Stones virati country, refoli di jazz e scoppiettanti botti sudisti, perché qui Neal Casal si dimentica dell' Lsd e si procura una bottiglia di buon bourbon. Della stessa sponda è anche Someday Past The Sunset  un rock sporco da marciapiedi di Los Angeles, un solitario peregrinare nel buco nero della città con la bestia dentro ed una gran voglia di dimenticare tutto. Sa di alcol, di blues, di Black Crowes, di peccato e di slide, quella che Casal mette in strada per  trascinare i Brotherhood su per il sudicio Sunset. Splendida.
Sono invece delle ballate Appaloosa , nientemeno che il brano che compariva in Before The Frost Until The Freeze  qui leggermente riarrangiata e Wheel Don't Roll che col suo sapore agreste e pastorale, segnata comunque da un tocco di chitarra alla Jerry Garcia, ricorda gli episodi più rootsy di quell'album dei Black  Crowes.
Due dischi eccellenti che se fossero stati assemblati assieme sarebbero stati l'assoluto capolavoro rock di questo 2012.
MAURO   ZAMBELLINI        SETTEMBRE 2012



venerdì 8 luglio 2011

Black Crowes a Vigevano 7 luglio


L’unica cosa stonata della serata è la durata dello show, solo un’ora e mezza per i Black Crowes,  una delle band che ha fatto delle jam la propria cifra stilistica e quindi abituata a ben altri tempi. C’era gente che era venuta da Brescia, da Portogruaro, dalla Toscana e dalle Marche sobbarcandosi km e  soldi non per vedere il pur bravo Paolo Bonfanti che apre la serata alle 20.45 ma per vedere i Black Crowes che bisogna aspettarli fino alle 22.30 ben sapendo che a mezzanotte si chiuderanno i battenti.
Detto questo lo show dei Black Crowes è stato assolutamente grandioso, una esaltante definizione di rock n’roll quintessenziale con urla, assoli  di chitarra, intro di pianoforte, basso che pulsa come un ossesso, lo strepitoso drumming di Steve Gorman, le fiondate R&B  e le ballate che si involano nel cosmo con i suoni che si dilatano e ti accompagnano su altri pianeti senza bisogno di un ticket a base di stupefacenti. Pur nella sua brevità e nella quasi assoluta mancanza di brani del repertorio recente quello di Vigevano, prima tappa europea del Say Goodbye to the Bad Guys Tour è stato un doppio concentrato di eccitazione, energia, note sanguinolenti, intensità, urgenza espressiva come poche volte capita di assistere oggi. Magari negli anni settanta queste cose erano all’ordine del giorno, oggi sono una rarità e nessuno meglio dei Black Crowes interpreta il rock come allora, in modo selvaggio, viscerale  e trasgressivo, intendendo per trasgressione non il gesto ad effetto, iconoclasta o blasfemo qualsivoglia ma il trasgredire le regole estetiche della musica mainstream  che va di moda oggi ovvero poche luci sul palco, nessun fronzolo, solo sei musicisti abbigliati come il loro pubblico con jeans, t-shirt e camice da lavoro ma in grado con le loro voci e i loro strumenti di creare un pathos sonoro ed una febbre emotiva che sono un assalto ai sensi e al cuore dello spettatore che di botto viene spedito direttamente nel nirvana del vero sentire.
Con Luther Dickinson al posto di Marc Ford i  Black Crowes hanno mutato il sound ma sono rimasti la più straordinaria rock n’roll band della terra da quando i Rolling Stones se ne sono andati da Nellcote. Li ho visti negli anni novanta con Marc Ford ed erano stati concerti memorabili (Basilea nel 95 come supporter degli Stones e poi Palasesto e Palavobis), li ho visti (deludenti) ai Magazzini Generali al tempo dell’incerto By Your Side  ma con Luther  è un’altra cosa, né meglio né peggio, solo diversi perché il suono, almeno quello che si è sentito la sera del 7 luglio a Vigevano, si è fatto più aggressivo, più diretto, più memphisiano sebbene Stones e Faces siano sempre dietro le note e quando la jam monta i Dead strizzano l’occhiolino. Luther Dickinson e Rich Robinson si dividono le chitarre e anche se Rich si è infilato in alcuni assoli di grande efficacia è proprio Luther  che fa il gioco sporco, che alza il tiro, che alimenta la jam, che spinge in avanti la band in quella che in certi momenti, quando i brani si allungano e abbracciano il cosmo sembra una felice e feroce connessione tra Allman e Dead. In questi frangenti è Chris Robinson con la sua voce da disperato profeta del rock n’roll ad accendere le polveri, canta, balla, urla,  poi si ritrae e lascia il campo ai due chitarristi,  li guarda passarsi la palla in un devastante gioco al rimando che porta i Crowes nei meandri di un rock psichedelico che è delizia per chi scrive e immaginazione per la mente.
Davanti al pubblico ruvido che il rock n’roll si merita, freaks, bikers e rockers di tutte le età, le lunghe e jammate versioni di Wiser Time aperta alla grande dall’assolo di piano elettrico di Adam McDougal poi sviluppatasi come una formidabile  jam di psycho soul/blues, di Poor Eliiah/ Tribute to Johnson omaggio alla carovana di Delaney and Bonnie con Chris Robinson che imbraccia la chitarra e fenderizza come il Clapton di quel tour e di Thorn In My Pride inizio lento e dondolante con Chris Robinson che predica la sua profana omelia rock/blues poi trasformatasi in una selvaggia danza con l’armonica che impazza sull’eco di Midnight Rambler  hanno sparso nella magica notte blue del suggestivo Parco del Castello di Vigevano, finalmente una location degna di un evento musicale, le vibrazioni sante del grande rock che fa storia.
Ci voleva gente che viene dal sud degli Stati Uniti, dal triangolo d’oro del rock, del blues e del soul per risvegliare emozioni che parevano estinte. Ci voleva un cantante, Chris Robinson, che sembra Robinson Crusoe  ma canta come Rod Stewart e si muove scodinzolando come lo Jagger dell’American  Tour del ’72 incitando la folla e la band in un rito sciamanico che si apre con le fucilate di Sting Me e Jealous Again e si chiude con le frustate di Remedy  altro lascito del loro antico repertorio a delinquere. In mezzo c’è una folgorante Soul Singing, la commovente invocazione di She Talks To Angels dove i Crowes si ricordano delle ballate, l’urlo memphisiano di Hard To Handle e due tracce del  repertorio più recente, il vago country-soul di Good Morning Captain ripresa da Before The Frost e la melodica Oh Josephine da Warpaint.
Undici tracce in tutto per 90 minuti di musica, troppo poco per chi  ha aspettato dieci anni per rivederli ma sufficienti per sentire di che musica è fatto il paradiso.

MAURO ZAMBELLINI      LUGLIO 2011
fotografia di Renato Cifarelli ©

martedì 17 agosto 2010

The Black Crowes > Croweology


I Black Crowes festeggiano il ventesimo anniversario del loro debutto, Shake Your MoneyMaker risale al 1990, con Croweology un doppio album nel quale il gruppo sudista rivede il proprio songbook in chiave acustica. Brani storici come Jealous Again, Remedy, Hotel Illness, Ballad In Urgency, Wiser Time, She Talks To Angels, Morning Song, Thorn In My Pride, Non-Fiction provenienti dagli album migliori della loro discografia ( Money Maker, The Southern Armony and Musical Comapnion, Amorica) ma ci sono anche tracce di Three Snakes And One Charm (Under A Mountain , Good Friday, Girl From A Pawnshop ) e Lions (Soul Singin)sono rivisti in una veste acustica che mette in rilievo l’anima roots ed il loro profondo legame con la tradizione della musica del sud.
Anima roots che sembra essere predominante nelle ultime prove del gruppo della Georgia visto quello che i Crowes hanno fatto con lo splendido Before The Frost… Until The Freeze e nel DVD Cabin Fever Winter Winter 2008 dove nello studio di Levon Helm in mezzo alle innevate montagne di Woodstock la band si è immersa in una atmosfera che a tanti ha ricordato quella della Band di Music From a Big Pink e dei Traffic della campagne del Berkshire. Ancora una volta il rock mischiato alle radici della musica americana, al blues, al country, al bluegrass, al folk con un approccio di basso profilo molto diverso da quello che aveva accompagnato i Black Crowes agli esordi, quando addirittura venivano messi in cartellone nelle adunate e nei festival metal.
Il tempo è stato dalla loro parte, i Black Crowes si sono rivelati una potente rock n’roll band e poi, dopo un periodo di silenzio, hanno avuto il coraggio di cambiare e con l’innesto del chitarrista Luther Dickinson al posto di Marc Ford hanno maturato un sound dalle forti implicazioni roots, un sound con tante sfumature, legato alle radici della musica americana senza per questo venir meno a quella verve rock che si sente nel modo in cui compongono le canzoni e le interpretano.
Per certi versi assomigliano ai migliori Stones di fine anni 60/inizio anni 70, a loro dire i punti di riferimenti di questa evoluzione sono stati Beggar’s Banquet ed il terzo album dei Led Zeppelin, quello delle connessioni con il folk, ma il batterista Steve Gorman cita anche Every Picture Tells a Story di Rod Stewart e personalmente ci trovo molto di The Band e di Delaney and Bonnie and Friends oltre agli Allman Brothers più pastorali, quelli per intenderci degli episodi acustici di Eat A Peach, come sembra testimoniare il meraviglioso arrangiamento della magnifica Wiser Time un brano di Amorica che mi ha sempre trasmesso un senso di pace, di rilassatezza, di bucolica contemplazione, di sognante road movie anni ’70.
Croweolgy è un bellissimo disco, un doppio album (come d’altra parte Before The Frost… Until The Freeze) nello stile dell’epoca d’oro del rock frutto di una registrazione sbrigativa effettuata in soli cinque giorni ai Sunset Studios di Los Angelus suonando in diretta come fossero dal vivo. L’idea di tale progetto era venuta ai Black Crowes dopo un doppio show acustico tenuto nel 2008 alla New York Town Hall. La riuscita degli show, il coinvolgimento del pubblico e la sfida con sé stessi aveva indotto il gruppo a concretizzare quell’idea così che oggi abbiamo a disposizione una performance eccelsa che dimostra la bravura dei singoli musicisti e la loro versatilità nel ridare nuova vita a vecchi brani, nel riarrangiarli e nell’offrire con strumenti acustici (splendide le chitarre e favoloso il pianoforte) un appeal davvero coinvolgente, sebbene privo della febbricitante urgenza elettrica di Robinson e soci. Un operazione che conferma la grandezza di questa band, secondo chi scrive il miglior gruppo rock in senso classico uscito dagli anni novanta, ritornato alla ribalta negli ultimi anni dopo un periodo di stallo e oggi in grado di far rivivere il grande rock degli anni settanta tra liberatorie esplosioni di cruda elettricità, sprazzi di psichedelia e intense ballate calde come un camino d’inverno. Croweology è il disco che ci vuole per affrontare l’autunno, quest’anno purtroppo in netto anticipo .

Mauro Zambellini Agosto 2010

venerdì 26 settembre 2008

Black Crowes > Warpoint


Sette anni dopo il mediocre Lions i Black Crowes tornano alle origini ripristinando un tumultuoso e sporco rock-blues sudista, così come ce lo hanno fatto amare nei loro dischi migliori, i primi tre tanto per intenderci. Abbandonate le infatuazioni glam e il ricorso ad un rock spettacolare da Mtv, perso definitivamente il bravo chitarrista Marc Ford, i Corvi Neri hanno ingaggiato il tastierista Adam McDougall e messo Luther Dickinson dei North Mississippi All Stars al posto di Ford. Di nuovo in sei con Chris e Rich Robinson, il batterista Steve Gorman ed il bassista Sven Pipien hanno lavorato duro, scegliendo Paul Stacey come produttore e infilandosi negli Allaire Studios, stato di New York ai piedi della Catskills Mountains, non molto lontano da Woodstock, per portare a termine un disco che non sconfessa le loro influenze e rimette in pista un rock n’roll vintage intriso di blues e R&B. Finiti i tempi delle major i Black Crowes hanno ideato una loro etichetta, la Silver Arrow e con la spavalderia ed il coraggio che li ha sempre contraddistinti sono tornati alle origini, al rock impiastrato di blues, di soul e di R&B con cui avevano aperto le danze, sciorinando chitarre e suoni sporchi, tastiere anni settanta ed una ritmica sordida da cantina che sembra direttamente estrapolata da Exile On Main Street. Il sound è quello anche se le canzoni non risultano ugualmente brillanti, manca loro un quid per essere veramente memorabili.
Nuova linfa al gruppo l’hanno portata le tastiere sotterranee ed honky-tonk di McDougall che in Goodbye Daughters Of The Revolution e in Wee Who See The Deep sembra fare il verso al lavoro fatto da Ian Stewart con gli Stones e la cinetica slide di Luther Dickinson, sempre più decisiva nel riversare sulle canzoni una copiosa dose di fango del Mississippi. Il risultato è un sound da juke joint che sa terribilmente di blues e di Faces, che occhieggia ai Led Zeppelin primo periodo in Movin’On Down The Line e che nell’iniziale Goodbye Daughters Of The Revolution col suo carico di ribellismo rispolvera il rock barricadiero di Street Fightin’ Man.
Gli Stones early seventies sono dappertutto in Warpoint, soprattutto nella abrasiva cover di God’s Got It di Reverend Charlie Jackson ma il dato che più risalta è la nuova vocazione balladiera dei Crowes che si consuma in splendide ballad quali Oh Josephine dal finale epico, nel semi folk di Locust Street e nella conclusiva Whoa Mule che con tabla, sitar e chitarre acustiche riprende la strada di un rock avulso da condizionamenti commerciali e solo rivolto ad un messaggio di fratellanza universale. Pacifisti, libertari e antiproibizionisti i Black Crowes sono una band fuori dal tempo e dalle mode, suonano come fossero nel 1971 e cantano con l’innocenza di Volunteers chiamando i loro sostenitori brothers and sisters. C’è bisogno di altro per amarli?

Mauro Zambellini (16 mar 2008)