Non
amo particolarmente il modo di suonare di Joe Bonamassa (pur essendo un mostro
dal punto di vista tecnico), ma è troppo lucidato per il blues che amo, e il
suo personaggio lascia spazio a un glamour poco in sintonia col genere, ma
apprezzo molto il lavoro che sta facendo nel dare esposizione al blues,
promuovendo e producendo artisti giovani oltre a tributare ai grandi del genere
un riconoscimento che il tempo rischia di offuscare, tenendo in vita una
memoria, coinvolgendo musicisti in progetti di difesa e valorizzazione del
genere. Non ci fosse stato lui probabilmente il centenario della nascita di uno
dei maestri del blues, Riley B.King nato a Barclair nello stato del Mississippi
il 16 settembre 1925 consacrato alla storia come B.B.King sarebbe passato inosservato. Grazie a Bonamassa uno dei tre Re del genere (gli altri sono
Albert e Freddie entrambi King) gode oggi di un sontuoso doppio CD celebrativo,
B.B.King’s
Blues Summit 100, di trentadue brani selezionati dalla sconfinata
discografia del bluesman di Indianola, ospitanti una cinquantina di ospiti,
alcuni come Buddy Guy, Warren Haynes, Eric Clapton, Larry Carlton, Gary Clark
Jr., Robben Ford, Susan Tedeschi & Derek Trucks di prestigio stellare. Un
progetto nato con un altro manico d’oro, l’amico e chitarrista Josh Smith che ha visto in campo nelle
vesti di house band musicisti
dell’entourage di Bonamassa : il batterista Lemar Carter, il bassista Trevor
Carlton, il tastierista Jeff Babko, più una nutrita sezione di sassofoni,
trombe e tromboni, il tutto per accompagnato le trentadue esibizioni degli
invitati. Joe Bonamassa compare in tutti i brani e pur sciorinando le sue corde
mantiene un profilo da sideman di lusso,
senza abbandonarsi a fughe narcisistiche. Tra molti degli addetti ai lavori, il
tipo non gode di particolare popolarità, un destino capitato decenni fa a
Robert Cray, considerato (a torto secondo chi scrive) troppo “freddo” ed
elegante. Devo ammettere che qualche anno fa vedendo Bonamassa in concerto all’Alcatraz
di Milano, dopo una mezzora stratosferica con la chitarra acustica per un
country-blues che metteva brividi di piacere in ogni cellula del corpo, il
chitarrista e cantante, assecondato dal gruppo passò all’elettrico per una ora
e passa di space-blues ai confini del progressive che fece desiderare me, e il
compianto Paolo Carù con cui mi trovavo in compagnia, di lasciare la sala. Ma
qui, in questo sontuoso doppio CD (o vinile qualsivoglia) quel Bonamassa non
c’è, c’è invece un agit-prop del blues che quando aggiunge il suo manico esalta
ancora di più il gesto, già esaltante, dei singoli ospiti. Nominarli tutti è
impossibile ma in sintesi i più B.B. King del Summit per quanto riguarda lo
stile del bluesman del Mississippi paiono (oltre allo stesso Bonamassa, sentitelo
in Ghetto Woman con la voce soul di Ivan Neville e al compagno Josh Smith, grandioso
in Three O’Clock Blues dietro al
vocione di Marc Broussard), Christone “Kingfish” Ingram messo in
apertura con Paying the Cost To Be the
Boss, il Clapton defilato di The Thrill is Gone dietro il cantato
stridente Chaka Khan, un corale e jazzato D.K.Harrell
in Everyday I Have the Blues. Va
detto che la materia su cui i vari invitati si “esercitano” è già di per se biblica
perché il repertorio di B.B.King è roba da paradise
now, ma comunque le personalità in campo risaltano nelle loro diversità e
fanno di questo documento una vera antologia moderna della chitarra (ma non
solo) blues. Ecco quindi il blues orchestrale tinto di swing e jazz di Jimmie Vaughan (Watch Yourself) e quello tenorile ed enfatico di John Nemeth (Please Accept My Love), il blues macerato Southern dei galattici Marcus King (Don’t Answer the Door) e Kenny Wayne
Shepherd in compagnia del cantante Noah Hunt (Let the Good Times Roll), quello splendidamente allmaniano di Warren Haynes ( How Blue Can You Get), quello evocativo dia Delaney & Bonnie di
Susan Tedeschi e Derek Trucks con l’aggiunta del
cantante Michael McDonald (To Know You Is to Love You). Pur essendo
originario della Louisiana, Buddy Guy è
qui in rappresentanza del Chicago blues e non c’è miglior ambasciatore per una Sweet Little Angel dolce come il titolo,
l’interplay tra lui, Bonamassa e Smith è l' Harvard della sei
corde elettriche intendo. Anche Larry
Carlton, più noto per le sue registrazioni fusion, imita lo stile B.B.King
ma accanto a lui il cantante Jimmy Hall
( Wet Willie) sposta il baricentro verso Sud (Sweet Sixteen) e lo stesso sentore soul è quello che magistralmente
il vecchio ma sempre giovane Bobby Rush
sparge in Why Sing the Blues. Dalle
parti di New Orleans Trombone Shorty
(con lui c’è Eric Gales più sopportabile del solito) adatta B.B.King al suono
delle brass-band (Heartbreaker), vibrato,
assolo melodico ed una carica sanguigna quella del “bianco” californiano Chris McCain in You Upset Me Baby ed un Bonamassa da grande assist quello che mette
lo zampino al servizio dell’ex cantante di Free e Bad Company Paul Rogers, testimone del British
blues con una lenta e passionale Nightlife
in perfetto umore da club dell’ora tardi per llo scenografico lavoro dei fiati. Tra le
sorprese, almeno per me la cui musica mi è sempre apparsa salottiera, George Benson mette classe e voce in There Must Be a Better World Somewhere e
attorno a lui Bonamassa, due sassofonisti (Marc Douthit e Jimmy Bowland) e
organo e piano (Reese Wynans e Jeff Babko) suonano come una vera big band. Tra
i più emozionanti (per chi scrive) Gary
Clark Jr. canta una sofferenza blues che in Chains and Things viene sublimata dall’intensità dell’esecuzione,
accarezzata dalle note della chitarra e dall’ arrangiamento di archi. Una
versione che dimostra come sulla materia classica Gary Clark Jr. sa essere "in avanti" pur rispettandola, passionale come pochi, mentre mi piace meno quando
si invola nei meandri di un funk-blues modernista tra tecnologia e Prince. Pur
ottantaseienne Dion Di Mucci
mantiene una voce ed una carica umana distinguibile tra mille, aveva ragione
Lou Reed quando affermava che fosse l’anima del vecchio storico Bronx, Never Make a Move Too Soon lascia il
segno, Keb’ Mo’ con quei fiati
attorno e quell’orchestrazione infila I’ll
Survive direttamente al Cotton
Club. Per fortuna Bonamassa ha coinvolto
anche le donne, altrimenti questo Blues Summit 100 sarebbe stato tacciato
di misoginia, l’inglese ma naturalizzata americana Joanne Shaw Taylor è stata recentemente adottata da Bonamassa che
gli ha appiccicato una patina pop-rock di troppo ma qui in Bad Case of Love la sua chitarra graffa come ai vecchi tempi, Shamekia
Copeland primeggia duettando con
Myles Kennedy (con la chitarra c’è Slash) nel B.B.King meets U2 di When Love Comes to Town, le arzille Larkin Poe slidano in Don’t You Want a Man Like Me dando una
versione al femminile dei Black Keys di Delta Kream, l’australiana Dannielle De Andrea è un’altra protegè di Bonamassa che in When My Heart Beats Like a Hammer si fa
largo in mezzo ai fiati con una voce che è fuoco e carezze.
Il
Summit è chiuso da Bonamassa con la sua band (Playin’ with My Friends) e da Kirk
Fletcher, altro collaboratore del nostro, che supporta i cantanti BJ Kemp e
Kim Fleming in un talking-blues a ritmo rap sui meriti di B.B.King. Come scrive
Tommaso Caccia sul Buscadero 486 “ ogni
nota, ogni scelta di arrangiamento, ogni intervento di questo B.B.King’s Blues Summit 100 è volta a
creare una testimonianza di quanto la musica di B.B. King ovvero il blues sia
stata importante e quanto sia fondamentale tramandarla attraverso le nuove
generazioni”.
Al di là del valore storico e culturale, questi dischi
sono una festa per le orecchie, alzate il volume qui il blues elettrico è gioia
di vivere.
MAURO
ZAMBELLINI MARZO 2026

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