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domenica 22 aprile 2012

Willy DeVille in New Orleans (Big Beat)


Nel 1988 Willy DeVille è in un brutto periodo, ha consumato le chance con le major, l'album per la Polydor prodotto da Mark Knopfler è risultato un mezzo fiasco, non ha più la band e la dipendenza da eroina è ancora da vincere. Senza contratto e senza prospettive lascia New York e va a New Orleans. Sarà la sua salvezza. Nella Big Easy entra in contatto con Carlo Ditta, musicista, cantautore e proprietario di una piccola etichetta discografica, la Orleans Records. Non era la prima volta che i due si incontravano, avevano stretto amicizia nel 1980 durante un tour di Mink DeVille, Carlo Ditta si era unito a loro per una informale jam session al Beat Exchange, un club di punk e new-wave della città. Quasi dieci anni dopo si ritrovano insieme, Willy vuole registrare un disco di Delta blues in solitario e Ditta gli mette a disposizione la sua collezione di dischi. Willy passa tre giorni di fila nella casa di Ditta ascoltando 45 giri di artisti di New Orleans, noti e meno noti, hits regionali e canzoni dimenticate e ne viene fuori con un pugno di canzoni da registrare, qualcuna conosciuta, la maggior parte facente parte dell'oscuro patrimonio della città. Molti degli autori di quelle canzoni e di quei musicisti erano ancora in giro in quel periodo e sarebbero stati contenti di collaborare, a detta di Carlo Ditta. Il miracolo si realizzò, Victory Mixture fu baciato da Dio, nella calda e umida estate del 1989 Willy DeVille si rintanò nel Sea Saint Recording Studio e con un solo microfono al centro della stanza e senza sovraincisioni e altri trucchi ricreò con l'aiuto della musica la magia delle incisioni degli anni '50 e '60 lavorando con la crema musicale della città, i pianisti Allen Toussaint, Eddie Bo, Dr. John, Isaac Bolden, i chitarrista Leo Nocentelli, Wayne Bennett, Billy Gregory, Fred Koella, i bassisti George Porter e Renè Coman, i batteristi John Vidacovich e Kerry Brown, un sassofonista, un trombettista ed un po' di voci femminili. In pochi giorni venne fuori un disco caldo e sentimentale, un bagno rigeneratore nella semplicità, un tuffo nell'eredità musicale di New Orleans a bordo di un treno di seconda classe. Certo la produzione di Carlo Ditta era lontana anni luce da quella lussuosa di Mark Knopfler ma il disco costò 25 mila dollari contro i 300 mila di Miracle e in Europa grazie alla pubblicazione della Fnac fu un piccolo successo.
Dieci gemme dimenticate, Victory Mixture è un tributo al soul, al blues e al R&B di New Orleans con canzoni di Toussaint, Ernie K-Doe, Earl King, Eddie Bo, Earl "Kit" Carson tolte dagli archivi e riportate a nuova luce grazie ad una interpretazione piena di passione, feeling e bravura. Mai come in Victory Mixture Willy riesce ad andare al cuore della musica estrapolando il valore senza tempo di perle come Hello My Lover, Key To My Heart, Beating Like A Tom Tom, Every Dog Has It's Day, Big Blue Diamonds, Teasin You, Junkers Blues offrendole con una interpretazione rilassata, calda e sentimentale. Una fortuna che quel disco sia ancora tra noi, lo ristampa la Big Beat ampliandolo di sette tracce provenienti dal disco Big Easy Fantasy del 1995, tutte concernenti il suo periodo New Orleans. Si ritrovano Just Off Decatur Street, il tributo di DeVille ad un immaginario musicista di strada della Big Easy tradotto in un groove funky con Dr.John e i Meters Nocentelli e Porter in gran spolvero, e una serie di live. Jump City è un personale e rauco omaggio alla tradizione del Mardi Gras e al funky della città che, come la ripresa di Hello My Lover di Tousssaint, arriva dall'Olympia di Parigi, Every Dog Has Its Day e l'incredibile performance di Key To My Heart, entrambe con Eddie Bo al piano e voce arrivano dal Bottom Line di New York così come le trascinanti e tribali Iko Iko e Meet The Boys On The Battlefront qui rinvigorite dalla presenza di tre Wild Magnolias.
Quando nel 1990 uscì Victory Mixture nessuno avrebbe puntato mille lire su Willy DeVille, i più lo consideravano finito, perso nelle sue malsane abitudini e superato dai nuovi trend del rock e invece la storia dimostrò il contrario. Di lì a poco la sua originale versione di Hey Joe avrebbe riempito le radio di tutto l'occidente. Se avete perso quel capitolo la pubblicazione Willy DeVille In New Orleans della Big Beat fa proprio al caso vostro, diciassette tracce di puro piacere.

MAURO ZAMBELLINI APRILE 2012

lunedì 30 maggio 2011

domenica 22 maggio 2011

In memory of William Paul Borsey Jr. (pt. one)


Un mio amico di Somma Lombardo, città dove vivo, durante un trasloco ha rinvenuto delle splendide fotografie che fece nel lontano 6 giugno 1984 al Teatro Tenda di Milano durante lo show di Mink DeVille. Queste foto mi offrono l’occasione di rivangare una delle migliori apparizioni di Willy DeVille in terra milanese. Era la seconda volta che Willy e la sua ciurma capitavano a Milano, la prima era stato il 19 luglio del 1982 in Piazza Vetra in uno show brutalmente interrotto dalla polizia sul più bello, sulla esecuzione di Lipstick Traces a causa delle lamentele del vicinato del Ticinese infastidito dai rumori e dal numeroso pubblico vociante. In effetti la giunta socialista che aveva organizzato il concerto per farsi popolarità tra il pubblico giovanile aveva relegato Mink DeVille a tarda notte dopo una serata a base di new-wave inglese con Echo &The Bunnymen e Soiuxsie and The Banshees, forse il popolo del Ticinese non aveva tutti i torti ma non è che tutte le sere capita di avere Willy DeVille che suona sotto casa, forse un po’ di tolleranza non sarebbe guastata ma si sa come vanno certe cose. Probabilmente Milano stava facendo le prove per il cambiamento, passando da quella che era una delle città della Resistenza e della tolleranza alla roccaforte del berlusconismo e del leghismo intransigente. Comunque… quando Willy o meglio Mink DeVille perché al tempo si chiamava ancora così, tornò a Milano nel 1984 fu un concerto memorabile, uno dei migliori tenuti in Italia, soprattutto per chi ha amato il primo Mink DeVille, quello affilato e newyorchese degli esordi, solo in parte contaminato coi ritmi ispanici e New Orleans, ancora immerso in un mondo di rock n’roll alla Chuck Berry, di soul alla Ben E.King, di sporco R&B da bassifondi. Era il Mink De Ville della Losiada ovvero la Lower East Side di New York, una zona al tempo ancora pericolosa e off limits, frequentata da tipacci che facevano per nome Spanish Jack e da donne che si atteggiavano a belle de nuit mai in realtà erano battone di Alphabet City come la Venus of Avenue D.

Al Teatro Tenda Willy è comparso sul palco con l’immancabile sigaretta ed il mazzo di rose rosse, introdotto da una versione strumentale di Good Pork Pie Hat di Charlie Mingus. Poi via via tra una sigaretta accesa ed una spenta, un colpo di bacino e una strizzatina di occhi, una smorfia mortifera e una rosa per le signore della prima fila, il Salvador Dalì della Lower East Side ha cantato il meglio dei suoi cinque album passando dal Cabretta di Mixed Up Shook Up Girl fino ad Where the Angels Fear To Tread di Each Word’s a Beat of My Heart e Lilly’s Daddy Cadillac stregando i quattromila del Teatro tenda con un rock and soul pachucato di asfalto e flamenco, crudele come uno stiletto e dolce come un bacio.
La band ha risposto alla grande, del vecchio Mink De Ville c’erano il sassofonista Louis Cortellezzi, il tastierista Kenny Margolis, un vero mattatore e il chitarrista Rick Borgia, nuovi erano il bassista e due percussionisti che un tempo suonavano negli Heart Attack di Jack Mack, gruppo R&B prodotto da Roy Bittan. Il pubblico, caldo e preparato come poche altre occasioni, è andato in visibilio e si è sciolto nel finale quando sono arrivate, a sorpresa, le riprese di Save The Last Dance For Me e Spanish Harlem. Un trionfo, che vale la pena di rivivere con le foto di Maurizio Buratti, amico interista, springsteeniano e uomo di sinistra.

MAURO ZAMBELLINI


(continua)

venerdì 6 agosto 2010

Piece of My Heart: Willy DeVille 1950-2009


Il 6 agosto di un anno fa se ne andava definitivamente il più grande soulman esistito dopo la morte di Otis Redding. Una perdita colossale per quanti, come me, avevano amato la sua musica, il suo charme sinistro e gaglioffo ed il suo essere originale, scomodo, coraggioso, pericoloso, controcorrente, vero. Un anno senza Willy De Ville è come un anno senza campionato di calcio, manca qualcosa, anche a quelli che il calcio non lo seguono. Ci sono rimasti i suoi dischi e le sue registrazioni a consolarci, pur rattristati dal sapere che l’avventura è finita per sempre, documenti immortali di un artista che è stato tanto amato quanto ignorato. Nessuno nei dodici mesi trascorsi, tra i suoi colleghi e nel mondo musicale, ha speso parole per lui e per la sua musica, magari solo ricordandolo o dedicandogli qualche tributo (ne meriterebbe più di uno) come si fa attualmente per l’ultimo dei bovari degli Appalachi travolto da un trattore o per qualche misconosciuto “maudit” del rock alternativo morto per overdose. Si sono scritti fiumi di inchiostro su Michael Jackson ma su Willy niente, zero. Una vergogna, la dimostrazione di cosa sia diventato il mondo in cui viviamo. Uno schifo. Una eccezione c’è ed è una grande eccezione, Peter Wolf ex cantante della J.Geils Band, un signore, un nobile, un personaggio di altri tempi e di altri cuori, oltre che grande cantante e indomabile rocker, ha scritto una splendida e romantica ballata, The Night Comes Down (for Willy DeVille) sulla falsariga di quelle gemme che Willy cantava in Return To Magenta o Le Chat Bleu ovvero luci capaci di rischiarare un umida e buia notte newyorchese. Fa parte del menù di Midnight Souvenirs un disco che è un delitto non avere, uno dei migliori CD di questo 2010, un disco che è una stretta al cuore e rende giustizia sia alla bravura di Wolf che all’arte di Willy.
Questo che segue è un lungo articolo che scrissi dopo la morte del gitano, già pubblicato sul numero di ottobre 2009 del Buscadero. Mi è sembrato opportuno rimetterlo in circolazione ad un anno da quel funesto giorno, magari a qualcuno farà piacere.


Quando lo vidi da vicino la prima volta nel 1981, intervistato nella room 329 del Chelsea Hotel di New York oltre alla soggezione provai vera paura. Ci aveva aperto la porta della stanza Toots, una tipa a piedi scalzi con un trucco pesantissimo ed un turbante di capelli tipo Ronettes, labbra rossissime e denti d’oro su tutta l’arcata. Uno shock. Lui era seduto su una poltrona, magro, vestito di nero, con un ciuffo alto e sporgente, gli orecchini e qualche dente da 22 carati. Anche nell’intimità di una camera aveva un magnetismo ed un carisma straordinario, le sue movenze lente e raffinate intimidivano, la sua voce bassa, profonda, rotta solo da qualche rancida risata, mi ipnotizzava, il suo savoir faire aveva qualcosa di principesco. Si vedeva che era “fatto” ma era lo stesso magnifico e signorile, era una star nel vero senso del termine, aveva i modi di una diva del cinema, un personaggio da romanzo ottocentesco. Sembrava un moschettiere cresciuto in una improbabile corte di Salvador Dalì, non era ancora un gitano. Era pericoloso, lo si vedeva al volo. Ad un certo punto, dopo che Toots lo aveva irrorato di profumi, spruzzati da una boccetta presa da un comò, Willy si era alzato, aveva impugnato un bastone intarsiato col manico d’avorio, ne aveva sfilato una parte e ne aveva mostrato la sottile spada e con una mossa repentina aveva mimato “il tocco”. Questo è il Coup de Grace, aveva detto, con quella sua risata sarcastica, acida, inquietante, è l’esecuzione con cui la mafia mette a tacere i suoi delatori, voi che siete italiani dovreste saperlo bene.
Era il 27 agosto del 1981, una giornata di afa bestiale a New York, pioveva ma era la pioggia estiva dei condizionatori d’aria impazziti, la condensa di una città morsa dal caldo. Due mesi dopo, nell’ottobre dello stesso anno, quando l’estate (e New York) erano ormai un ricordo lontano, nei negozi di tutto il mondo usciva Coup De Grace uno degli album più rock di Willy DeVille allora ancora sotto il nome Mink DeVille, un album fortemente influenzato dal sound del Jersey Shore di Bruce Springsteen e Southside Johnny.
Nel corso degli anni ho visto, incontrato e parlato numerose volte con William Paul Borsey Jr. alias Willy De Ville ma quell’incontro mi è rimasto stampato nella memoria, come se fosse avvenuto ieri. Quando il 7 agosto di quest’ anno ho saputo della sua morte ho sentito una stretta al cuore, un senso di vuoto mi ha lasciato attonito. E’stato il primo artista che ho intervistato, era un artista che, non qualche difficoltà, gli si poteva arrivare vicino, non viveva circondato da una barriera di addetti ai lavori che ne impediva il contatto. A volte era sfuggente, infastidito, assorto nei suoi problemi ma, al di là dei suoi look pittoreschi e teatrali e dei suoi modi da diva, quando era di umore giusto parlava a briglia sciolta di qualsiasi cosa, dalla musica all’arte, dall’ architettura ai cavalli, dai vestiti alle città. L’ho seguito sempre e comunque, attraverso i suoi concerti, i suoi dischi, le sue interviste e conferenze stampe. E’stata una parte importante del mio cammino nel rock n’roll. Willy De Ville è stato un personaggio senza eguali oltre che un grande cantante, un grande performer ed un grande autore e attore. Per molti di noi, sebbene non fossimo musicisti, è stato una sorta di maestro, nessuno come lui ci ha insegnato a catturare le emozioni con la musica e a dare bellezza ad una sporca storia di strada o ad una tormentata vicenda d’amore. Lui ci ha portato nell’inferno della Lower East Side facendoci capire di quanta umanità fosse possibile il ghetto e ci ha catapultato nel cuore di New Orleans, immergendoci nei suoi misteri e nei suoi ritmi. Ci ha insegnato che per essere un cantante soul ci vuole l’anima e non il colore della pelle e che una voce, seppur aspra, ed una canzone in certi momenti possono essere la migliore consolazione contro la solitudine, la mancanza di denaro e il dolore. Ci ha insegnato che il rock n’roll è come la vita, puoi avere talento ma non è detto che avrai successo.
Di talento Willy ne aveva da vendere. Coup de Grace segnò il rientro a New York di DeVille ed un nuovo contratto discografico con la Atlantic voluto da Ahmet Ertegun, uno degli uomini più importanti di tutta la storia del r&b in America. Dopo due dischi nudi e crudi come Cabretta e Return To Magenta (1977/78) che avevano rimesso in gioco una serie di suggestioni come Brill Building sound, uptown soul, Phil Spector, Jack Nitzsche, spanish harlem, Drifters e Dion, Willy DeVille era entrato in contatto con uno dei più grandi autori di musica americana, Doc Pomus che ne era rimasto folgorato ed aveva visto in lui l’incarnazione del perfetto soul singer, un cane randagio con i modi del bullo che con uno slang mezzo portoricano riportava in auge i Drifters.
Confuso tra le orde di punk ed il rock al vetriolo del Cbgb, un club dove Mink DeVille per un paio di anni fu attrazione fissa assieme a Ramones, Patti Smith, Television e Talking Heads, Willy cambiò improvvisamente scenario e se andò a Parigi convinto di poter registrare nella ville lumiere il suo grande album, quello che lo avrebbe consacrato nell’olimpo del rock. Pensò in grande ma non tenne conto dell’ignoranza dei businessmen dell’industria discografica. Si affidò per gli arrangiamenti orchestrali a Jean Claude Petit, l’uomo che era stato dietro Edith Piaf, usò il sassofonista di Phil Spector Steve Douglas e la sezione ritmica di Elvis Presley ovvero il batterista Ron Tutt ed il bassista Jerry Scheff, oltre ai suoi buddies, il chitarrista Louis X. Erlanger, responsabile della infarinatura blues del Mink DeVille group ed il tastierista e fisarmonicista Kenny Margolis, un musicista che affiancherà Willy fino alla fine della sua carriera. Il risultato fu un disco che i francesi definirono superbe, intenso, passionale, ricco di swing e di sfaccettature cajun, con aperture liriche verso la chanson francese, in particolare Edith Piaf. Un album superlativo, uno dei suoi più belli, denso di un romanticismo che esala il fascino della Parigi delle caves, dei bistrot e anche dei blouson noirs, visto i riferimenti a Gene Vincent. Un omaggio a quella cultura europea che Willy, nato da madre indiana (pequot) ma con discendenze basche ed irlandesi, ha sempre avuto nel suo dna. La Capitol americana non seppe che farsene di un disco così, da Parigi si aspettavano che arrivasse un disco di new-wave alla moda, (“ma come? Questo non è punk, non è musica americana, mi dissero “i’m not american, i’m newyorker gli ho riposto e così è finito il mio contratto con la Capitol) gli europei invece andarono in giuggiole e lo incoronarono disco di culto per eccellenza. Venne pubblicato in Europa nel 1980, solo più tardi verrà pubblicato negli Stati Uniti.

Non era comunque la prima volta che Willy tradiva New York, la sua città adottiva, era nato difatti nel 1950 a Stamford, nel Connecticut “una città di fabbriche dove tutti lavorano e aspettano di morire”. A ventanni dopo qualche fallito tentativo di crearsi una band aveva pensato bene di trasformare una gang di teppisti di strada in rock n’roll band, il che spesso è la stessa cosa, chiamandola The Royal Pythons e con questi se ne era andato sulla west-coast a cercare fortuna perché in quei primi anni settanta non c’era niente di veramente interessante a New York se non vedere quegli scoppiati del flower power che adesso si iniettavano anfetamina e giravano come zombie nella Notte dei Morti Viventi. Nel 1974 è a San Francisco che DeVille fonda il primo nucleo di quello che sarebbe diventato Mink DeVille col bassista Ruben Siguenza, il batterista Tom “Manfred” Allen, il pianista Ritch Colbert ed il chitarrista Fast Floyd. Il primo nome affibbiato al gruppo è Billy DeSade & The Marquees ma con l’introduzione del chitarrista Louis X.Erlanger le cose cambiano ed il ritorno alla città madre è un atto dovuto. Mink DeVille diventa fisso al Cbgb (ci davano 150$ a sera da cui ci detraevano le spese per il bere, in pratica suonavamo gratis), sulla Bowery soffia il vento del punk ma Willy ama Muddy Waters, John Lee Hooker e John Hammond Jr. il cui disco del 1965 So Many Roads è quello che gli cambia la vita.
Gli anni del Cbgb (sulla raccolta della Atlantic Live At Cbgb c’è una ballata dall’inconfondibile lezzo rollingstoniano, Cadillac Moon che Willy non ha mai più cantato ma che, a parere di chi scrive, rimane uno dei suoi highlights sconosciuti) sono alle spalle da un pezzo quando ritrovo Willy DeVille per la seconda volta. E’ a Piazza Vetra il 19 luglio del 1982 durante la rassegna Milano Suono, un festival col sottotitolo di Inventario dei percorsi musicali nelle metropoli degli anni ottanta organizzato da Radio Città e dalla giunta socialista. La pomposità del sottotitolo presuppone che nella stessa serata siano in cartello le performance di Siouxsie and The Banshees, Echo & The Bunnymen e per ultimo, all’una di notte per uno show di soli 40 minuti visto le proteste degli abitanti della zona, Mink DeVille. Ci sarebbe dovuto essere anche Angelo Branduardi ma per fortuna la sua esibizione saltò. Lo show di Mink DeVille fu interrotto all’una e trenta dall’arrivo della polizia chiamata dalla gente del Ticinese. Willy scese dal palco incazzatissimo, non conosceva ancora l’ italian style ovvero l’abitudine ad usare il rock and roll per fini meramente elettorali. Già prima del concerto non era lo stesso rilassato DeVille del Chelsea Hotel. Avvicinatomi alla roulotte che fungeva da camerino e tentato vanamente di parlargli avevo trovato un uomo nervoso e ansioso che cercava qualcos’altro che non fosse parlare del suo lavoro. Voleva la droga, me lo fece capire apertamente. Forse non aveva tutti i torti, essere relegato a notte fonda in un parco sorbendosi le esibizioni di quei dark inglesi deve essergli sembrato insopportabile se non offensivo. Ma nonostante le condizioni al contorno Willy in divisa d’epoca ovvero giacca e pantaloni attillati neri, stivaletti alla Beatles, cravattino stretto e camicia viola emozionò quanti lo avevano aspettato con impazienza fino a quell’ora. Il suo primo show milanese fu introdotto dallo strumentale Harlem Nocturne e poi, dopo le rose rosse buttate al pubblico, con le maracas in mano Willy aveva sciorinato la danza sinuosa di Slow Drain per poi passare ai pezzi forti del suo set, a Savoir Faire, Cadillac Walk, She’s So Tough, Spanish Stroll, alla ballata Just Your Friends e a Love & Emotion l’ ultimo arrivato da Coup de Grace. Un sound secco, tagliente, rocknrollistico, il Mink DeVille di New York City. Poi, dopo una sferzante versione di Lipstick Traces ecco la polizia e tutti a casa con l’amaro in bocca.
La volta successiva che lo vedo è un concerto grandioso, vigoroso e potente, carico di passione e di tosto r&b urbano. Il suo miglior concerto italiano dell’era Mink DeVille. E’ il 6 giugno del 1984 e in circolazione c’è Where Angels Fear To Tread altro disco della scuderia di Ertegun che a contrario del precedente non gode della produzione dell’amico Jack Nitzsche, l’uomo che ha saputo in tempi diversi offrire a Willy sempre il sound giusto. E’ un disco ispirato ma non ha l’immediatezza di Coup De Grace nonostante includa quello che sarà il tormentone Demasiado Corazon, una ballabile salsa-rock che lo porterà anni più tardi, ahimè, negli studi Mediaset. Nuoce ad Angels quell’aria un po’ compiaciuta di chi si sente sul palcoscenico come una Billie Holiday al maschile ma finalmente DeVille può sfruttare il momento favorevole. L’Atlantic gli aveva dato la possibilità di ripulirsi un pò, di risolvere i problemi con la sua vecchia band e di ricostruirsi una carriera ed una immagine, in parte compromessa dalle sue pericolose abitudini, almeno negli Stati Uniti. Quelli tra il 1982 ed il 1985 sono anni positivi per Willy ed il suo nome esce dalla cerchia degli “specialisti”per fare il giro d’Europa dove i suoi dischi vendono abbastanza bene e la sua musica viene accomunata al nuovo emergente mainstream rock che monta dal New Jersey.
Quando arriva a Milano il Teatro Tenda è gremito, lo sparuto nucleo di appassionati che lo aveva atteso fino a notte fonda qualche anno prima a Piazza Vetra è diventato una folla. Lo strumentale Goodbye Pork Pie Hat di Charlie Mingus prende il posto di Harlem Nocturne e dopo l’overture arrivano sia le immancabili rose rosse per le “signore” delle prime fila che questo affusolato ganzo ricain con la sigaretta infilata tra le labbra a mò di gangster e la stretta giacchetta nera ormai lisa da rocker degli anni ’50. Lo show è sontuoso, la band conta sui servigi di Kenny Margolis, Rick Borgia e Louis Cortellezzi ovvero il cuore pulsante di Mink DeVille, il suono è una frustata di rock n’roll al serramanico con venature blues, soul e latin. Vanno in scena per la prima volta (in Italia) Each Words Beat Of My Heart, Lilly’s Daddy Cadillac e Demasiado Corazon che mette a ballare tutto il Tenda. Willy è padrone della città ma non dimentica gli intenditori del soul, accenna a Save The Last Dance for Me e a Spanish Harlem presi dal repertorio di Ben E.King, all’epoca uno dei suoi cantanti di riferimento.

Quando lo si rivede di nuovo parecchia acqua è passata sotto il ponte. Consumato il suo feeling con Doc Pomus con un album, Sportin’ Life, piuttosto scadente e sovraprodotto e tentata la carta della collaborazione illustre con Mark Knopfler sfociata nel contraddittorio Miracle, bello per chi scrive ma poco amato dall’autore e dal pubblico in generale, Willy DeVille nel 1988 aveva lasciato l’amata New York per trasferirsi a New Orleans e cercare in quella città quel gusto, quella senso della storia e quegli umori che anni prima aveva cercato a Parigi. Sembrava la città ritagliata a sua misura: il blues, il jazz, l’architettura coloniale, l’eredità francese, l’ influenza spagnola, la cucina creola, il Mardi Gras, le strade strette all’europea, il fascinoso intreccio di culture, etnie, magia, odori e colori. Willy si immerge a capofitto in un mondo che lo rigenera e gli offre una nuova chance artistica ed esistenziale. Avevo lo stesso feeling che si prova quando qualcuno torna a casa. Era molto strano… vivevo nel Quartiere Francese a due strade da Bourbon Street. Di notte quando andavo a letto sentivo il boogie che saliva dalla strada e alla mattina quando mi svegliavo sentivo il blues.
Nel 1990 Willy incide un “piccolo” album, Victory Mixture con cui omaggia i santi della città, i musicisti e gli autori del soul di New Orleans, facendo partecipare gli stessi alla realizzazione del disco, nomi storici come Dr. John, Eddie Bo, Allen Toussaint, Earl King. Il disco pur edito da una etichetta minore, la Orleans Records che in Francia è rappresentata dalla Sky Ranch (distribuzione Fnac) diventa il primo disco d’oro della sua carriera con più di 100 mila copie vendute. Un vero miracle che permette a DeVille, ormai privatosi di Mink, di andare a Los Angeles ad incidere Backstreets Of Desire, quello che è unanimemente considerato il disco più famoso della sua carriera grazie ad una intrigante versione Texico che il nostro dà di Hey Joe. Lo smilzo bad boy della bassa Manhattan è ormai un ricordo, adesso c’è un artista a tutto tondo che ha saputo fondere nel suo pirotecnico rock n’roll ampie dosi del soul di New Orleans e di mexican flavour assimilando i ritmi caraibici degli Wild Magnolias, lo zydeco blues di Zachary Richard e le romantiche ballate spagnoleggianti che parlano di eroi da malavita, amori arrabbiati e uomini che cercano di togliersi dalla cattiva strada. Il disco vede la luce nel 1992 ma che fosse New Orleans il nuovo scenario della sua vita se ne ha un primo assaggio nell’autunno del 1990 quando al Rolling Stone di Milano Capitan Uncino, questo è il suo look dell’epoca con giacche e mantelli da Pirata dei Caraibi, camicie con lo sbuffo e jabot, rimuove completamente Miracle e con un onestissimo quintetto r&b (basso, chitarra, batteria, tastiere e sax) sparge caldi umori southern con You Better Move On di Arthur Alexander e con i brani di Victory Mixture Beating Like a Tom Tom e Every Dog Has His Day. Ma il nuovo corso è santificato dall’apparizione del maggio del 1993 e dal tutto esaurito del City Square. Merito forse di Hey Joe, di certa stampa specializzata italiana che nutre per DeVille un particolare affetto e del serio lavoro di promozione degli uomini della Ricordi che si muovono con DeVille come nessun altro aveva mai fatto. I risultati si vedono, Willy è ormai una star e si può permettere una band di gran classe. La dirige Freddy Koella, un tipetto apparentemente anonimo che con le chitarre è un sorta di prestigiatore e ricava un mondo elettroacustico che abbraccia il twangin’ degli anni 50, il blues ed un inconfondibile latin mood. Willy è in forma più che mai, nella conferenza stampa del giorno precedente al concerto elargisce battute e risate oltre agli sguardi complici verso la sua nuova moglie Lisa, che è anche sua manager e al City Square è un fiume in piena. Sembra Otis Redding quando canta Key To My Heart e Hello My Lover, fa l’incantatore di serpenti con Hey Joe, strappa brividi erotici con Bamboo Road, rilancia il suo vecchio amore Stand By Me e chiude con una incandescente versione di Dust My Broom di Elmore James prima di rispolverare uno dei suoi inni del periodo newyorchese, Easy Street. Se ne va sudatissimo rimettendosi il mantello da Capitan Uncino mentre la band continua a suonare, come fosse Elvis Presley a Las Vegas o James Brown all’Apollo. Fenomenale. Qualche ora più tardi in un locale cittadino intratterrà gli invitati in un after-hour a base di vecchi blues e di vino rosso. A conclusione di questo tour apparirà nello stesso anno un Live edito dalla Fnac mentre il suo voodoo charm sarà testimoniato da Big Easy Fantasy del 1995.

Con gli stessi uomini Willy torna a Milano il 2 marzo del 1995 ma lo show pur ricopiando in larga parte lo stesso copione compreso il finale di Dust My Broom, non sarà della stessa intensità di quello di due anni prima. Causa un lungo viaggio in macchina di 12 ore che lo ha portato da Parigi, Willy è stanco e non riesce a ricreare la fantasmagoria del precedente show milanese. Il pubblico capisce e si accontenta. Quando lo rivedo quattro anni dopo è un' altra storia ancora. Capita a Parigi il 28 ottobre del 1999 al Trianon, un vecchio teatro in legno scuro usato negli anni della Belle Epoque dai chansonniers di Montmartre per i loro spettacoli. Trasuda fascino e Willy ci sta a pannello, si sente a casa e saluta Parigi chiamandola sister city. La formazione è cambiata e ridimensionata, accanto a Willy ci sono due voluminose coriste di colore, un organista, un contrabbassista ed il solito Koella alle chitarre. Il nuovo show ha un sound più scarno ed acustico ma un profondo Delta blues e la coreografia gospel delle voci femminili aumentano le suggestioni notturne ed il forte impatto emotivo e visivo. che visivamente ricordala copertina di Loup Garou dove Willy all’angolo di Bourbon Street sembra un vampiro in attesa di succulente prede. Willy è magnetico, vampiresco oserei dire, vestito completamente di nero entra in scena con una maschera da lupo mentre sullo schermo vengono proiettati le effigia di due cavalli (da poco l’artista assieme alla moglie Lisa aveva traslocato in una fattoria del Mississippi allevando cavalli e altri animali), c’è un attimo di silenzio e poi la lunga ipnotica cantilena di Loup Garou con un sottofondo di sibili, fruscii, echi, voci sommesse e sordide percussioni ulula loup-garou bal goulà. I parigini ne sono stregati ed anche il sottoscritto rimane a bocca aperta. La caliente solarità di Backstreets Of Desire si è trasformata in una notte buia e inquietante. C’è ancora New Orleans ma non è quella colorata del Mardi Gras, è la New Orleans del 1880 e del 1890, quella dell’assenzio, del voodoo, degli schiavi che scompaiono misteriosamente, di Intervista col Vampiro. Ma Willy non si limita ad apparire come un nuovo Dracula e sciorina sorprendenti delizie come la cover del classico Goodnight My Love, la straziante Carmelita di Warren Zevon, storie di due junkie nell’America degli anni ’70 e i brani del nuovo Horse Of A Different Color, in particolare Runnin’ Through The Jungle e Goin’ Over The Hill di Fred McDowell. Ricompare anche la gloriosa Steady Drivin’ Man di Return To Magenta, album tornato prepotentemente in auge, una originale Cadillac Walk senza batteria e poi Across The Borderline in versione voce/chitarra/mandolino e contrabbasso. Il bis è la ciliegina sulla torta: una kilometrica Save The Last Dance For Me ed una lentissima e strascicata Billy The Kid presa dal Dylan di Pat Garrett and Billy The Kid.
Parigi non delude mai, quello del Trianon rimane uno degli show più originali e presagisce la svolta acustica del Live In Berlin.
Quando incontro Willy DeVille nel backstage è rilassato e di buon umore, seduto su un divano attorniato dalle coriste e con la moglie vigile a distanza. Vestito con un abito da indiano di pelle scamosciata con lunghe frange riesce anche a scambiare nella confusione della stanza alcune parole. Qualche mese prima ero stato a New Orleans e per il Buscadero (n.206) avevo scritto un pezzo sul lato oscuro della città intitolato Bayou des Mysteres. Gli faccio vedere il giornale, lo sfoglia interessato e capita sul pezzo, lo guarda con attenzione e davanti alla foto di due ceffi di colore (moglie e marito) con un machete in mano che secondo un volantino locale praticano il voodoo mi dice “Come fai ad avere questa foto? Io li conosco, sgozzano galli, se vedono questa foto pubblicata su un giornale ti tagliano la gola” Sorrido ma non troppo divertito, svio il discorso chiedendogli di Carmelita di Warren Zevon e mi risponde che lui la canta meglio anche se nutre grande stima verso l’autore. Gli chiedo di Bob Dylan e di Billy The Kid ma fa finta di niente, torna tra le sue donne ed io me ne vado. La storia continua.
Il 25 ottobre del 2003 a Chiari grazie alla gentilezza di Franco e Mauro dell’ADMR, Paolo (Carù) ed il sottoscritto lo avvicinano per una chiacchierata lampo immediatamente prima del concerto. Il tempo per scambiare qualche impressione sul suo bellissimo The Willy DeVille Acoustic Trio in Berlin e assisto ad un autentico scontro tra titani (Willy e Paolo) sulla paternità di Hey Joe. Paolo ipotizza che l’autore della canzone Billy Roberts sia in realtà Dino Valenti (cantante dei Quicksilver morto per aneurisma nel 1994), Willy, capelli lunghissimi neri e lisci, pizzetto e baffi sottili, una camicia bianca con pizzi, nega secco e ribadisce l’origine messicane di Hey Joe, “Dino Valenti era un uomo molto impegnato ed ha preso idee da ogni parte, sicuramente l’ha cantata ma non penso che l’abbia scritta lui Un tizio mi ha detto che questa canzone veniva cantata in Messico più di cinquantanni fa”.
Quello del 25 ottobre 2003 è un DeVille che terrà la scena da grande e temprato performer ma è un uomo provato dalle vicissitudini della vita. Dal 2000 si è disintossicato da una ventennale dipendenza dall’eroina e ha di nuovo traslocato, spostandosi a vivere a Cerrillos Hill nel New Mexico. Una tragedia ha però segnato la sua vita: sua moglie Lisa si è suicidata in un periodo in cui Willy si era innamorato di un'altra donna. Fuori di testa per il dolore l’artista è uscito di strada con l’auto e l’incidente gli ha procurato una tripla frattura della gamba. Sul palco zoppica e si aiuta con un bastone oltre che con qualche bicchiere di vino ingollati in un colpo solo. Sono con lui il contrabbassista David Keyes ed il pianista Bill Mitchell nella stessa dimensione trio acustica del Live In Berlin. La voce con il tempo si è fatta strepitosa, profonda come una caverna, capace di passare dall’anima al cielo nel volgere di qualche secondo. Seduto su uno sgabello o appoggiato al pianoforte Willy rilegge alcune canzoni (sue e di altri) immortali (Trouble In Mind, Spanish Harlem, Big Blue Diamond, Betty&Cupree, Since I Met You Baby) con l’intimità del grande incantatore che va all’essenza del blues, del soul e del jazz. Nessun orpello, nessun colpo elettrico, solo un piano, un contrabbasso, il fumo delle sigarette, i silenzi spezzati dalla sua voce incredibile, una performance di rara intensità che, partita in sordina, arriva a commuovere con le drammatiche versioni di Heaven Stood Still (Le Chat Bleu) e Nightfalls (Miracle). Un concerto sofferto e venato di malinconia.
A Chiari ci passa un’altra volta, poi nel 2004 torna a Los Angeles per registrare Crow Jane Alley, terzo disco col produttore John Philip Shenale in cui piange la perdita dell’amico Jack Nitzsche. “Io e Jack ci siamo conosciuti e siamo diventati subito amici, io ho influenzato lui e lui ha influenzato me. Era uno vero e non ci metteva molto a partecipare a qualsiasi cosa avessi in mente, abbiamo fatto tre dischi assieme ed è stato il più bel periodo della mia vita. Jack mi manca molto, era il mio migliore amico, il mio fratello di sangue”.
Adesso Willy si veste e porta monili da nativo Americano, i suoi capelli neri sono lunghi come quelli di un Apache, il suo viso è sempre più spigoloso, il suo sguardo penetrante. Dopo quindici anni torna a vivere nella sua New York con la terza moglie Nina. E’il suo ritorno a casa. C’è qualcosa di sinistro in tutto questo. L’ultima volta che lo vedo è a Trezzo d’Adda il 14 marzo 2008 e per l’occasione ha ripristinato il nome Mink DeVille. La band annovera vecchie conoscenze degli anni ’80 e ’90 (il batterista Shawn Murray, il percussionista Boris Kinberg) ed un paio di coriste ma il sound è virato verso un elettrico rock urbano, graffiante, velenoso, nel più classico idioma newyorchese. Un ritorno al passato che Willy, pallido, con occhiali, camicia bianca e palandrana nera avvalora ripescando Cabretta attraverso belle versioni di Mixed Up Shook Up Girl, Spanish Stroll, Venus Of Avenue D e con un uso massiccio della Gibson suonata alla Chuck Berry e Keith Richards. Non è un concerto memorabile ma Willy sembra sopravvivere a sé stesso grazie alla musica. Musica che abbraccia il blues di Muddy Waters Rose Out of the Mississippi Mud, la punkeggiante White Trash Girl, la nerissima Bacon Fat e gli scampoli del suo New York soul. Trova posto anche il sottovalutato Pistola con So So Real e Been There Done That. E’ l’ultimo atto della storia. L’ultimo di noi a parlare con lui è Paolo Carù (intervista nel N.298) all’indomani dell’uscita di Pistola. E’un Willy DeVille sfuggente e un po’ confuso, che non parla quasi mai di musica e tende a portare la discussione su un piano gradito a lui.
Nel febbraio del 2009 gli viene diagnosticato l’epatite C e a giugno gli viene scoperto un cancro al pancreas. Muore il 6 agosto in un ospedale di New York tre mesi prima del suo 59esimo compleanno. La stampa ufficiale non gli ha mai prestato molta attenzione, specie negli Stati Uniti e continua a farlo anche alla sua morte. Poche righe di circostanza e nulla più. Come uno qualsiasi. Per noi rimane una divinità. Sia lode a te, zingaro della musica e delle emozioni.

MAURO ZAMBELLINI SETTEMBRE

sabato 8 agosto 2009

Willy DeVille R.I.P.


Piango la morte di uno dei più grandi, forse il più grande. Per noi è stato un maestro sebbene non fossimo musicisti ma nessuno come lui ci ha insegnato a catturare le emozioni con la musica. Sia lode a lui. Rimangono i suoi dischi, testimonianza fondamentale di un avventura che dovrebbe essere raccontata nel firmamento dei sognatori e dei romantici..
Bye Bye Willy

giovedì 25 settembre 2008

Willy DeVile a Trezzo sull'Adda


(14 marzo 2008) Sono passate due settimane ma il ricordo è ancora vivo e pulsante. Pensavo di trovarmi un DeVille acciaccato e stanco, seduto sullo sgabello a cantare i suoi dolenti Delta blues sporchi di Messico ed ecco invece il concerto che non ti aspetti, un concerto che nessuno osava prevedere alla vigilia, che ha riportato in auge il sound eccitante e sporco di Mink deVille. Un concerto ad alto tasso elettrico con il rock sugli scudi che ha riproposto lo stile spavaldo e i modi crudi del DeVille newyorchese degli anni ’70 e primi ’80, con tanto di Gibson alla Chuck Berry e la voce affilata che canta  Spanish Stroll,  Savoir Faire,  Venus Of Avenue D,  White Trash Girl,  Cadillac Walk e Italian Shoes con una determinazione ed una forza che era da parecchio tempo che mancava negli show del gitano.

Quello al Live Club di Trezzo è stato un concerto che ha rammentato il DeVille velenoso e duro del CBGB’s, pur con le differenze d’età e di un fisico ormai ridotto all’osso. Alto, magnetico, pallidissimo e magro da morire, Willy è apparso però più forma che nelle precedenti esibizioni italiane quando seduto sullo sgabello con la chitarra acustica incantava i presenti con commoventi ballad che traevano spunto dai suoi amori per il soul, il blues, New Orleans ed il vecchio jazz di Bourbon Street. Questo lato intimo di DeVille non è andato perso perché anche a Trezzo Willy ha alternato ai momenti più lancinanti e rock alcuni siparietti in cui ha fatto il bluesman di razza con una fangosa Muddy Waters Rose Out Of The Mississippi Mud oppure strizzando il cuore dei presenti con le struggenti Trouble In Mind, Heart and Soul  e Let It Be Me o spingendosi nei quartieri dello spanglish con la sua personale versione di Hey Joe e con l’ormai classica  Demiasado Corazon.

Ha anche avuto il tempo di “promozionare” Pistola alla sua maniera ovvero con soli due brani, So So Real e Been There Done That, dando ulteriore conferma della sua totale indipendenza verso i modi e i calcoli dello show business  e poi ha evocato da vero sciamano gli spiriti del bayou con la cantilenante Cheva. Ma gli highlights  dello show sono arrivati dal Mink De Ville tagliabudella delle notti newyorchesi, quando era di casa al Cbgb e il suo pachuco rock era la cosa più pericolosa della città almeno in termini di contaminazioni tra rock bianco e i suoni dei “negri” e degli ispanici. Così al pubblico più stagionato è sembrata magia riascoltare intense riproposizioni di  Mixed Up Shook Up Girl e Venus Of Avenue D recuperate dal primo album Cabretta e la devastante versione di Steady Drivin’ Man, punto sintesi tra Phil Spector, NY sound e i Rolling Stones, felice eredità di quel capolavoro che risponde al nome di Return To Magenta.

Vestito di nero con una palandrana da pirata dei bassifondi di Parigi più che dei Caraibi, imponente sul palco nonostante la sua magrezza, Willy ha fumato solo una sigaretta, bevuto succo di frutta e lanciato rose bianche ai presenti ma la sua musica è apparsa sconvolgente e stordente come quando si imbottiva di droghe e metteva paura a chiunque lo incontrasse nella notte e nelle stradine della Lower East Side di New York.

A dividere il palco con lui una Mink De Ville Band assemblata attorno a due vecchie conoscenze, il bassista Bob Curiano ed il batterista Shawn Murray, con Willy negli anni 80 e 90. Oltre a loro il chitarrista Mark Newman, non certo al livello del grande Fred Koella ma volonteroso ed efficace, il percussionista Boris Kinberg, il bravo Davin Brown al piano e le imponenti presenze femminili di Dorene e Madonna Wise, due vocalist che hanno tinto di gospel i brani di più recente scrittura. Una band non virtuosa ma compatta, energica, essenziale allo stiletto-rock di un DeVille che ha dimostrato una volta di più la sua imprevedibilità . Grande, unico, meraviglioso ed immortale. L’ultima delle rockstar. 


Mauro Zambellini