martedì 27 ottobre 2020

BRUCE SPRINGSTEEN LETTER TO YOU

3 ottobre. Ho rispettato i tempi comuni, mi sono svegliato alle 8, giornata grigia, piovosa, triste, ho acceso il Marshall e con Amazon Unlimited ho ascoltato finalmente tutto Letter To You. Un disco di grande malinconia rock, con alcuni momenti davvero commoventi, non entro nella disamina dei brani, scrivo dopo un solo ascolto. Più che l'inverno come suggerisce la copertina, è un disco autunnale, l'autunno della vita, malinconico e triste ma con ancora quel filo di resistenza e di saggezza che permette alle cose, in questo caso alla musica di emanare bellezza. Traspare la consapevolezza di non aver vissuto invano, di aver vissuto con l'intensità che ti porta a fare anche degli errori e degli sbagli, ma con sincerità e onestà. Certo c'è una differenza tra i tre brani di un tempo che fu e quelli di oggi, un po come i giubbotti che una volta Bruce portava, un po sgualciti e sciupati, presi magari da un mercatino dell'usato ma vissuti fino alle pieghe della pelle, e quelli di oggi che sembrano appena usciti da una boutique. Ma i giubbotti sono rimasti, come è rimasto il suo rock n'roll che con Letter To You Springsteen ci regala in questo anno infausto. Un Bruce così non lo ascoltavo da tempo. Bel disco.

Questo è il post che ho scritto su fbook la mattina del 23 ottobre dopo il primo ascolto a caldo di Letter To You, oggi martedi 27 torno sul luogo del delitto con alcune considerazioni, più per stimolare la discussione tra i lettori del blog, che me lo hanno chiesto, che altro. Certo, tra il 23 ed oggi ci sono stati altri ascolti, per cui  ho una idea più chiara del disco, ma sottoscrivo la prima impressione a caldo. Letter To You non è un capolavoro, è solo un buon disco, onesto e sincero come già scritto, e frutto di una volontà, quella dell’autore, di andare avanti guardandosi indietro, raccogliendo i ricordi, i suoni e gli uomini, quelli ancora rimasti, che sono stati con lui nella sua avventura artistica. E’ un disco molto diverso da Western Stars e non solo per il suono, ma per lo spirito collettivista che lo ha creato,  un lavoro d’insieme tra Bruce e la sua band, che qui dà tutta sé stessa non inventando nulla rispetto al passato ma ribadendo con professionalità e vigore il mainstream rock che da Born In The Usa contraddistingue la loro musica, non sottostando in maniera passiva, come è capitato nel recente passato ai dettami di Ron Aniello, un produttore che se non ci fosse sarebbe meglio. Sarà per la carica di nostalgia che il nuovo disco trasmette, e per quel po’ di retorica che affiora in testi rivolti al tempo che passa, agli amici che non ci sono più, all’ombra della morte (plausibili per l’amor di Dio ma in qualche momento aggiuntivi di una enfasi che si riflette anche nella voce di Bruce, il caso più eclatante è House of 1000 Guitars  con quel finale supplichevole) ma Letter To You risulta un disco crepuscolare e malinconico pur col suo sound potente e rockato, nelle sue chitarre urlanti, nel dispiegamento al meglio di una E Street Band che in qualche frangente sembra correre  avanti a Bruce, come quelle passeggiate in montagna in cui ci si ferma ad aspettare quello che è rimasto un po’ indietro perché affaticato. Ma l’essere uscito definitivamente dalla bolla autoreferenziale della biografia+On Broadway, è la misura che Bruce, pur con qualche stanchezza addosso, non ha abdicato al suo essere rocker popolare e non populista, un rocker per tutti, con i pregi e i difetti che questo comporta, ancora in grado di scaldare gli animi ed in qualche momento di emozionare come un tempo. Nonostante le colossali vendite lo abbiano reso un fenomeno da classifica, Western Stars è forse un lavoro più raffinato nel songwriting e nelle melodie, in molti casi superiori a quelle attuali (Last Man Standing  è talmente trita e ritrita che non si capisce di quale album faccia parte e Ghosts per il sottoscritto è troppo calcolata (avevo scritto paracula ma sembrava troppo pesante) per acchiappare la folla osannante dello stadio con quel carico completo di botta e risposta cantato/chitarre, refrain, rullata, coro, sax, piano e organo) ma quelle canzoni si perdevano (a mio modo di veder) in una cascata di arrangiamenti tutti uguali tale  da renderlo monocorde e privarlo di brillantezza, a parte l’ultima canzone,  ( non sono a priori contro archi e violini, ma usati con dettaglio, sfumature, parsimonia, eleganza, ascoltatevi Moonlight Mile e Winter  degli Stones per vedere come si possono efficacemente adattare ad un contesto di ballata rock), mentre Letter To You con tutti i limiti di scontatezza è un disco pulsante, che non ti accomoda in poltrona ma ti trasmette ancora dell’energia, in qualche caso anche della commozione. E’ un disco di rock mainstream ed è anche la costatazione di come la gioventù sia irripetibile anche nell’arte, nonostante l’età avanzata porti saggezza ed esperienza. Il Bruce di oggi non è quello di ieri, ma è encomiabile lo sforzo, non escluso il salutare aiuto della ESB, di non tirarsi indietro, di non arrendersi e di non svendere quello che è sempre stato il suo rock. C’è un divario evidente tra i 3 pezzi del passato ed il materiale di oggi, comunque fusi in un armonico equilibrio, senza che ci sia contrasto, grazie alla compattezza del sound della ESB. E’ forse nella costruzione della canzone e della melodia la differenza, una chance che Bruce sfrutta dando il meglio di sé sfogando la sua intensità emotiva e facendo venire i brividi a chi ascolta. Song To Orphans era una scheletrica canzone in chiave folkie molto verbosa, quella di Letter To You è il miglior Springsteen con band che si possa desiderare, corale, romantico, trascinante. Hanno scriito che sembra Dylan in questa canzone, è vero solo in parte, nonostante la struttura sia quella della ballata dylaniana, qui è BRUCE SPRINGSTEEN al 100% e al suo top, come  abbiamo imparato ad amarlo. Gigantesca.  E If I Was A Priest non è da meno, anzi. Fa parte di quella dinastia di canzoni nata con Lost In The Flood, un flusso di parole e versi che cresce inarrestabile fino a diventare una preghiera epica, che l’armonica, quella armonica e quel pianoforte e quel talking prima del finale la stringono, la avvinghiano a The River , per significato, per pathos, per narrazione rock, prima che l’assolo di chitarra la accompagni in quella dannazione elettrica che tanto desideriamo dalla ESB. Due canzoni che ti tolgono il fiato, pur con l’amara consapevolezza che sono state scritte in un’ altra era, quando Bruce aveva un'altra tensione. Poi c’è Jeanny Needs A Shooter  che io avrei (ma chi sono io?) desiderato più magra e sottotono, forse perché innamorato della cruda versione che ne diede il grandissimo Warren Zevon, ed invece con quell’inizio alla Independence Day  e quel finale drammatico diventa un’opera lirica. Nello stile dello Springsteen più teatrale ed enfatico, e va bene così. E poi ci sono i pezzi nuovi,  pur col sospetto che qualcosa sia stato recuperato e riadattato. The Power of Prayer  pare per la melodia rimasta fuori da Western Stars ma rivestita rock col mood di Letter To You, Rainmaker  dopo l’intro, assume le cadenze e l’arrangiamento che erano di casa in The Rising, Burnin’ Train recupera l’urgenza dei vecchi pezzi rock, dal ritmo di Roulette alle corde tese di Jackson Cage, chitarre a palla con molto riverbero e vento nei capelli, questo si un pezzo da stadio senza karaoke ma con muscoli da vendere, Letter To You è invece il classico brano radiofonico molto Bryan Adams di cui personalmente non ne sento il bisogno. Rimane da dire dell’inizio e della fine, in punta di piedi One Minute You’re Here , mi fa venire in mente l’atmosfera di Tom Joad ma il testo non è altrettanto nobile, lo xylofono di Charlie Giordano fa molto Natale e ci sta bene con la copertina, intimo e struggente,  chiude I’ll See My Dreams una splendida e corale ballata del genere The Land of Hope and Dreams dedicata ad un amico che se ne è andato troppo presto. Sontuoso l’arrangiamento piano/organo, Bruce non piange anche se ne avrebbe il motivo ma ha la forza di darci appuntamento ad un dove e quando che è solo nei nostri sogni.

MAURO ZAMBELLINI

 

 


 

giovedì 22 ottobre 2020

THE ROLLING STONES Steel Wheels Live Atlantic City, NJ

          Basterebbero le esecuzioni di Little Red Rooster con l’invitato Eric Clapton, e Boogie Chillen con Clapton e John Lee Hooker per giustificare l’acquisto di questo ennesimo reperto d’archivio della storia live degli Stones, un doppio CD con annesso DVD riguardante il concerto che tennero al Convention Center di Atlantic City nel dicembre del 1989 al termine della prima frazione dello Steel Wheels Tour. Ma c’è dell’altro, soprattutto un concerto sontuoso che vide i Rolling Stones tornare in pista dopo sette anni di blackout e diverse avvisaglie di scioglimento. In realtà il tour iniziò nell’agosto dello stesso anno a Philadelphia e finì l’anno seguente in Giappone, poi ci fu l’appendice europea intitolata Urban Jungle, con relativo passaggio italiano. Li vidi allo Stadio delle Alpi di Torino il 28 luglio del 1990, uno splendido show, migliore di quello che vidi nella stessa città nel 1982. Ma a parte le considerazioni personali, Steel Wheels Atlantic City New Jersey è un documento che attesta uno dei momenti più importanti nella storia degli Stones, il ritorno in tour ed il superamento delle incomprensioni tra Jagger e Richards, oltre alla messa in campo di un disco, appunto Steel Wheels, che riallacciò i legami con i vecchi fans e portò sotto il palco una nuova schiera di pubblico giovanile che non si accontentava di vedere gli Stones come miti  ormai sbiaditi di un glorioso passato ma esigeva da loro concerti vibranti, tosti, emozionanti. Il fatto di saldare i vecchi hits come Satisfaction, Jumpin’Jack Flash, Start Me Up, Honky Tonk Women, Sympathy For The Devil, Midnight Rambler, Miss You, You Can’t Always Get What You Want  col nuovo materiale fu la mossa azzeccata per togliere la polvere dallo storico mausoleo e ripresentare una band di pluri quarantenni (ma Wyman aveva già 52 anni) ancora punto di riferimento per chi aveva a cuore il classico ed intramontabile rock n’roll. 

E gli Stones con quel tour ci riuscirono alla grande, al di là delle opinioni che si possono avere sul disco Steel Wheels, il concerto di Atlantic City è magnifico, eccitante e ricco di sfaccettature. Accattivante dal punto di vista visuale con l’inaugurazione dei faraonici palchi che sarebbero poi continuati nei tour seguenti, in questo caso una imponente struttura metallica ideata dall’architetto Mark Fisher e dal designer Patrick Woodroffe che simulava una sorta di raffineria abbandonata in un paesaggio alla Mad Max. La stessa struttura venne portata anche nello Urban Jungle Tour ma in una dimensione ridotta, il DVD in questione rende l’idea di come uno stadio venne trasformato in una fantasia post-industriale che si adattava al set duro e moderno degli Stones, un set che non era mai stato così lungo, più di due ore e mezzo di musica. E’ l’ultimo tour con Wyman in formazione, ma il bassista per tutto il concerto non fa una piega, statuario come la scultura di un presidente sul Monte Rushmore, sorridente solo quando viene preso in mezzo dalle avvenenti coriste Lisa Fisher, alla corte degli Stones a cominciare da quel tour, e Cindy Mizelle che gli fanno fare il doo-doo-doo-doo in una delirante versione di Sympathy For The Devil. 

Le stesse coriste accompagnano con le loro voci, ma c’è anche Bernard Fowler, in gran parte dello show  Mick Jagger, il quale concede alla Fisher l’impennata di Gimme Shelter, una performance che diverrà una sorta di classico nel curriculum della cantante. Jagger è scattante, adrenalinico, debutta vestendo un chiodo di pelle nera anni 80, piuttosto largo ma in linea con lo styling dell’epoca, e camicia blu, al termine rimarrà in succinta t-shirt bianca a cantare l’esplosivo finale di It’s Only Rock n’Roll, Brown Sugar, Satisfaction (grandiosa versione) e Jumpin’Jack Flash. Keith Richards è in forma da morire, suona da mago sia ritmica che solista, niente a che vedere con quelle strampalate entrate heavy che fa di recente, Ron Wood non è da meno e tra una sigaretta e l’altra tira fuori la sua anima blues. Charlie Watts non si commenta, è, e basta, Chuck Leavell e Matt Clifford si preoccupano di riempire lo sfondo con piano e tastiere. Dal punto di vista del menù le novità riguardano Sad Sad Sad dove si vede Bobby Keys in giacca e cravatta soffiare il suo sporco R&B, Terryfing, una sfavillante e sferzante Rock and Hard Place, mentre dal passato prossimo arrivano la danzante Harlem Shuffle con gli Uptown Horns  più festaioli che mai, la cupa Undercover of The Night, Mixed Emotions ed una bella e trascinante versione di Can’t Be Seen che Richards canta e trascina assieme alle coriste, prima della consueta Happy. Ma le novità arrivano anche dal passato remoto perché Bitch è quello che si desidera dagli Stones quando fanno i teppisti, Salt Of The Earth ripescata da Beggar’s Banquet  fa la sua premiere dal vivo con Axl Rose e Izzy Stradlin dei Guns and Roses a dare manforte ad un gospel che cresce immenso, e 2000 Light Years From Home dopo il teatrale intro di Jagger permette ad una band di rock-blues di entrare nello space rock dei Tangerine Dream, per poi saldarsi senza soluzione di continuità con il tribale inizio voodoo di Sympathy For The Devil, qui in versione da capogiro, tra le più belle del loro lungo curriculum live. E poi ancora il barocco pop di Ruby Tuesday, romantico ricordo della Swingin’ London, una vita che non la si ascoltava, ed il rientro in scena ( considerato che è ancora in cartello negli ultimi tour) della frustata punk-dark di Paint It Black.

Il blues è omaggiato come ci si auspica da una band che ha iniziato proprio con le dodici battute, Little Red Rooster beneficia di un Clapton che ricama da Dio, John Lee Hooker in elegante completo nero con fazzoletto rosso e Gibson d’annata vocifera rauco e spiritato in Boogie Chillen accompagnato da Clapton, Richards e Wood ovvero l’Università della Fender. In Honky Tonk Women, ennesimo highlights, due bambole da bettola del Sud si gonfiano enormi sopra lo stage, scollate e minigonnate come richiede il tema della canzone, facendo il verso a Cindy Mizelle e Lisa Fischer, uno spettacolo nello spettacolo con le loro movenze, i tacchi a spillo e gli abitini maliziosi. L’armonica di Jagger fa faville in Midnight Rambler, Miss You grazie all’assolo di Ron Wood non sembra neanche più un pezzo da discoteca, e Keef gli risponde nell’assolo di Sympathy portando tutti all’inferno.


Uno show maestoso e lungo, che si gusta con gli occhi, il DVD, e si salta in aria con i due CD, di eccellente qualità audio. La band è vogliosa di ritornare in scena, Atlantic City li applaude dopo 57 date americane, siamo nel 1989 ma gli Stones hanno già sotterrato l’infausta bombastic music di quella decade. E’ solo rock n’ roll.

MAURO ZAMBELLINI   OTTOBRE 2020