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mercoledì 18 aprile 2012
Greg Trooper Band & John Strada
14 aprile 2012 Teatro Sala Polivalente di XII Morelli (Ferrara)
Ancora una volta gli emiliani hanno dimostrato che cultura e gusto della vita possono andare a braccetto e in questo non sono secondi a nessuno. Hanno messo in piedi in un triangolo di strade e di campi al confine tra la provincia di Ferrara, Modena e Bologna, in paesi che nella loro rurale desolazione ricordano l'ambientazione de L'Ultimo Spettacolo sebbene attorno pulsa inconfondibile la grandeur del maiale in tutte le sue insaccature, la rassegna Il mito dell'America nella periferia emiliana con serate dedicate a Woody Guthrie, Bruce Springsteen e Bob Dylan.
Sono capitato nella serata di Bruce ed è stata una festa. Il teatro polifunzionale di XII Morelli è attiguo alla Chiesa Parrocchiale ma è gestito in modo pubblico come dire che Peppone e Don Camillo qui vivono ancora e allora sabato 14 aprile c'è un palco che ospita il rocker locale John Strada accompagnato dagli Wild Innocents e poi l'attrazione venuta fin qui dall'America, Greg Trooper. Ci sono più di duecento persone nel padiglione, tanti i locali presenti, di tutte le età e tanti quelli accorsi dalle provincie vicine, da Reggio, Modena, Bologna, qualcuno perfino da Roma, uno dalla Sardegna. L'atmosfera è da festa di paese, calda e divertente ma appena si spengono le luci tutti rivolgono l'attenzione alle parole del presentatore che parla di sogni, ricordi e Springsteen e alle note dei musicisti che per due ore e mezzo scalderanno questa accogliente venue della Bassa. I tavoli sono pieni di gente e di gnocco fritto, la birra corre a fiumi, le ragazze e le donne sono belle e cordiali, attente e partecipate anche loro, senza la spocchia della "figa" di città. L'ambiente è casereccio, ruspante, ma la cultura serpeggia tra bicchieri e affettati, in un tavolo si vendono libri su Kerouac, Monk, Dylan, Patti Smith, le persone parlano tra di loro, le loro vite, i film, i dischi, i concerti, gli amici presenti e andati. Bruce sarebbe contento di essere qui, celebrato tra gente semplice, affabile, nobile anche se uscita dalla campagna e dal duro lavoro, in un posto così informale e così italiano. Apre John Strada, è l'eroe locale, il Bruce di questa landa d'Emilia, una terra che ha dato tanti Bruce e che ancora ne sforna perchè qui il rock n'roll come le moto, la nebbia, la velocità, la pasta tirata col mattarello e il maiale sono sacri. E allora via, John Strada coi suoi Wild Innocents infila una serie di rockacci scatenati che evocano nei suoni, nei refrain, negli assoli di chitarra il Boss ma anche tutta una stirpe blue-collar onesta, sudata, vera. John Strada canta bene in inglese, per vivere fa l'insegnante di lingue e ha vissuto negli Usa, esegue una tosta e riuscitissima versione di Growin' Up ma poi passa all'italiano con canzoni che si appiccicano al nostro immaginario, come in La notte che mi hai lasciato, Il Fuoco Dentro, Cavalli Selvaggi e La signora Rina, la vicina di casa che tutti abbiamo avuto almeno una volta nella vita e ci ha rotto le palle per il volume del nostro stereo. John Strada canta, salta, sguaina la Fender e concede un set al ragù gustoso e sincero, stradaiolo fino al midollo. Gli Wild Innocents pestano duro e poi declinano rootsy quando sono raggiunti sul palco dal fisarmonicista Banzi e insieme fanno sarabanda con l'hit locale, Tiramolla, una canzone che racconta la storia del paese XII Morelli, detto Tiramolla, tra dispute paesane e una chiesa da costruire. Esilarante.
Dopo Strada è la volta di Greg Trooper. Sul palco da solo fa un siparietto di una ventina minuti, solo chitarra e voce. Basso, tarchiato, con l'immancabile cappello, dà sfoggio ad un paio di canzoni che mostrano le sue qualità d'autore, tra cui They Call Me Hank segnalata dalle radio americane come una delle più belle canzoni del 2010. Proviene dal suo ultimo album Upside-Down Town, ossatura del suo set. Brani come Nobody In The Whole Wide World, Time For Love, Second Wind diventano il traino della sua esibizione quando viene raggiunto dal bassista Luca Tonani, dal batterista Max Malavasi e dal chitarrista Alex Valle. Lo show prende una piega decisamente elettrica, la voce melodica di Trooper, il suo songwriting, la sua chitarra acustica trovano supporto in una band che mira al sodo e offre un estratto di rock urbano venato di folk e roots. La gente applaude e chiede il bis che arriva con Trooper, Strada e i componenti delle rispettive band tutti sul palco ad inscenare Born To Run e a chiudere in modo corale una serata che testimonia quanto di umano Springsteen ha sparso in giro per il mondo, anche a migliaia di kilometri distanza. Senza di lui, senza il rock n'roll certe cose non potrebbero succedere.
MAURO ZAMBELLINI APRILE 2012
(foto Marco Paltrinieri)
giovedì 19 gennaio 2012
Cesare Carugi > Here's To The Road
Forse quello che sbrigativamente si può definire cantautorato rock americano non ha creato un "genere" tra i consumatori di vinile e cd in Italia, come potrebbe esserlo l'heavy-metal, il rockabilly, la psichedelia, il beat, il dark e via dicendo, stando a quello che si vede nelle fiere del vinile dove certi dischi valgono meno di una cicca ma sicuramente ha indotto tanti a prendere in mano una chitarra e a scrivere delle canzoni immaginando di essere su una strada del grande nulla americano. Springsteen prima di tutti ma anche Petty, Mellencamp, Steve Earle, John Prine, Willie Nile, Jackson Browne, Ryan Adams hanno contribuito a far nascere una piccola scena di songwriters rock italiani che cantano in italiano con l'America, quella giusta dei dreamers and losers and ramblers and gamblers, nel cuore, sognando di diventare dei local hero pronti a scaldare qualche serata tra amici o qualche pub di provincia. Dura è la vita per simili personaggi perché la cara Italia in termini di musica di qualità concede veramente poco e se non si cresce con il mito di Amici o X Factor in testa il limbo è il massimo che ci si può aspettare. Ciò non toglie che in giro ci sia gente che valga tutti gli Amici, gli X Factor e i Sanremo messi assieme, gente umile che con sentimento ed onestà insegue il proprio sogno personale. I nomi si sprecano e non starò qui ad elencarli ma Cesare Carugi, cantautore di Cecina già autore di un Ep di sei brani, è un altro di questa lista. Il suo primo full album, Here's To The Road, è un disco che si apprezza fin dalla copertina. Foto in bianco/nero, booklet curato nei dettagli, testi allegati, una veste grafica che fa subito venire in mente John Prine o James McMurtry o Freedy Johnston, i riferimenti saltano subito all'occhio e compongono la cartografia del disco, resi ancora più espliciti da una indicazione stradale che cita l'Illinois e Chicago. Ma la novità è che pur essendo un lavoro di derivazione Here's To The Road non è un disco di copiature ed imitazioni. Cesare Carugi ci sa fare con la scrittura delle canzoni, ha personalità e mette insieme una serie di titoli evocativi (Too Leave Montgomery, London Rain, Blue Dress, Goodbye Graceland, Caroline, Dakota Lights & The Man Who Shot John Lennon, Cumberland) che non sentono il bisogno di scimmiottare chicchessia. Canzoni che abitano la terra che sta tra il folk, il rock, il blues ed il country, cantate senza troppa enfasi e circostanza, più che altro interessate a raccontare piccole storie di viaggi, di amori, di letture, di vita, come fosse un diario personale reso pubblico durante una serata particolare. La voce di Carugi è calda e trasmette un senso di tranquillità anche quando è alle prese col rock n'roll , le melodie sono convincenti, le canzoni non sono ripetitive, sono varie nelle soluzioni strumentali adottate, Too Late To Leave Montgomery ha un armonica dylaniana ed una steel guitar che fa molto Ryan Adams versione Jacksonville City Nights, London Rain sa di Mike Scott e di grigiore autunnale, Blue Dress è ombrosa, lenta e southern, Caroline è dolce e malinconica impreziosita dal violino di Fulvio A.T Renzi, Death and Taxes è un bel titolo per una storia che sembra presa da un racconto di Cormac McCarthy, 32 Springs profuma di west-coast, Cumberland è una tenue folk-song, Every Rain Comes To Wash It All Clean è un bel rock da suonare dal vivo.
Cesare Carugi oltre alla voce ci mette le chitarre, acustiche ed elettriche, con lui sono Lele Bianchi alla batteria, Leonardo Ceccanti alla elettrica, Matteo Barsacchi al basso, preziosi aiuti vengono da Massimilano La Rocca in Cumberland, Daniele Tenca in Every Rain Comes To Wash It All Clean e Michael McDermott in Dakota Lights. Scritto e prodotto in proprio.
MAURO ZAMBELLINI GENNAIO 2012
lunedì 14 novembre 2011
Daniele Tenca > Live For The Working Class (Route 61)
Quando meno te lo aspetti, in un momento di crisi del mercato discografico c'è chi azzarda a creare una piccola etichetta discografica. Coraggiosi non c'è che dire, che la fortuna sia dalla loro parte. L'etichetta si chiama Route 61 e questo basta per capire che il terreno su cui si muovono è il rock e la musica americana. Americana- Made In Italy strilla il loro logo e difatti le prime pubblicazioni riguardano italiani e non solo che contaminano la musica americana, in particolare il roots-rock con il folk, il bluegrass e la musica irlandese. Date ad un ascolto a Fathers and Sons del duo Donald & Jen McNeill supportati dai bravi connazionali Lowlands, una delle più originali formazioni italiane nel campo di americana. E poi Among The Stream dei Mardi Gras una formazione di musicisti romani con una cantante irlandese che espandono americana nelle terre celtiche e regalano una splendida versione di Land of Hope and Dreams di Bruce Springsteen.
Lo stesso Springsteen risuona inconfondibile nel nuovo lavoro di Daniele Tenca altro affiliato Route 61. Si intitolava Blues For The Working Class il disco debutto di Tenca come solista, un anomalo disco, per il mercato italiano, che parlava di lavoro, fabbriche e classe operaia in un contesto sonoro che non nascondeva i riferimenti a Springsteen e a certo blue collar rock della East Coast americana. Un disco con ottimi testi e buona musica in cui il blues era solo una delle componenti del suono di Tenca. Il disco aveva il nobile intento di sostenere con le vendite l’Associazione Nazionale Mutilati ed Invalidi sul Lavoro, problema quanto mai attuale considerato l’increscioso proliferare di incidenti e morti sul lavoro oggi.
Daniele Tenca ha pensato bene di portare quel disco dal vivo e così è nato Live For The Working Class, dodici brani, la maggior parte suoi ed un pugno di cover tra cui le springsteeniane Johnny 99, Red Headed Woman e Factory, un traditional (John Henry) ed un blues dell’italoamericano Andy J.Forest, Breach In The Levee. Con lui c’è una band che suona con l’abilità e la determinazione di una provata rock n’roll band americana, una band solida e ben amalgamata che conta sull’ottimo lavoro di chitarre di Leo Ghiringhelli e Heggy Vezzano, sulla sezione ritmica di Pablo Leoni e Luca Tonani e sullo splendido apporto dell’Hammond di Cristiano Arcioni. Da parte sua Tenca ci mette la voce, la chitarra e l’acustica nello stile di quei songwriter che alternano rabbia e poesia in canzoni il cui cuore batte dall’altra parte della strada, dalla parte di chi lotta e di chi spera in un domani migliore. E’ il rock della classe operaia che qui si materializza in titoli come Cold Comfort, Flowers at The Gates, The Mills Are Closing Down, He’s Working, My Work No Longer Fits For You che evocano i paesaggi di Youngstown ed hanno come focus la deindustrializzazione, la perdita del lavoro e della dignità. la disoccupazione, le ingiustizie sociali e l’ impoverimento di massa. Il tema è quanto mai all’ordine del giorno e Tenca pur ergendosi come un moderno ed elettrico John Henry, non ricorre ai sermoni, agli slogan e alle facili conclusioni ma usa per il suo elettro-sindacalismo il rock n’roll sporcandolo di blues e di ballate di ruggine e polvere. Il sound è quello che potete trovare in un disco di Bruce, di Mellencamp, di Willie Nile di Joe Grushecky per cui siete avvisati. Non è la prima volta che in Italia sentiamo roba simile, furono i Rocking Chairs ad inaugurare una stirpe ancora seguita e applaudita oggi, Tenca è uno degli ultimi iscritti a questa lista ma proprio per questo ha metabolizzato le esperienze passate in un rock che non delude, per onestà ed efficacia. Il disco è stato registrato nel dicembre del 2010 al Amigdala Theatre di Trezzo D’Adda.
MAURO ZAMBELLINI
martedì 30 agosto 2011
Red Wine Serenaders
THE RED WINE SERENADERS > D.O.C (Totally Unnecessary Records)
Gli americani hanno gli Old Crow Medicine Show, noi abbiamo i Red Wine Serenaders. I primi hanno un tiro rock/punk più pronunciato ma i secondi rileggono la tradizione popolare rurale americana degli anni '20 e '30 con un amore ed una vivacità che li rende coinvolgenti e spiritosi anche quando recuperano una bacucca canzone di cowboy. Sono un caso più unico che raro alle nostre latitudini e anche l’ Europa si è accorta di loro perché suonano spesso in Francia ed in paesi limitrofi ed oggi sono la più bella realtà europea in fatto di country-blues, ragtime, hokum e jug-band music.
Il nuovo lavoro non esce come il precedente a firma Veronica and Red Wine Serenaders ma solo col nome della band , a suggello di una maturità in termini di affiatamento e sarabanda collettiva che ormai, dopo quattro anni di lavoro, fonde in modo armonico le personalità, le complicità e i contributi individuali dei quattro musicisti coinvolti.
Musicisti di prima scelta sia nel feeling che nella tecnica, a cominciare dalla spigliata e spiritosa front-woman, la cantante Veronica Sbergia specializzata in ukulele, kazoo e washborad e poi dalla effervescente contrabbassista jazzy Alessandra Cecala, anche lei cantante e dai due chitarristi oltre che cantanti, il formidabile Max De Bernardi un vero maestro delle corde in grado di giostrare con brillantezza mandolino, ukulele, chitarre acustiche e resofoniche e Mauro Ferrarese un montanaro appassionato di chitarre e banjo che ha l’ardore di traghettare nella old time music dei R.W.S un background di provata fede rock.
D.O.C il nuovo disco dei R.W.S è un cocktail di sonorità e feeling che portano in superficie una America rurale e profonda attraverso un crogiolo di musiche calde, coinvolgenti, evocative, misteriose e arcaiche ma ancora in grado di trasmettere emozioni se rilette ,come fanno i Serenaders, con freschezza, imprevedibilità, rispetto e quello spirito guascone che li rende adatti ad interpretare i tempi moderni. Come per esempio It Calls That Religion un testo di denuncia degli anni ’30 calato in una tematica oggi più che mai attuale..
D.O.C è un piccolo disco di grande musica che diverte, accultura e racconta un pezzo di storia musicale americana con l’onestà, la bravura e la semplicità degli artigiani e l’allegria dei bevitori di vino. Tredici tracce, ognuna una storia, ognuna un contante diverso, dalla spumeggiante Veronica Sbergia alla maliziosa Alessandra Cecala, dal disincantato Mauro Ferrarese al rigoroso Max De Bernardi. Si comincia con la jug music di On The Road Again e si prosegue con il divertente swing di Just As Well Let Her Go e con un classico del blues quale I’d Rather Drink Muddy Water dove De Bernardi mostra tutto la sua sapienza in fatto di corde acustiche. Out on the Western Plains è una gustosa ed ironica rivisitazione da parte della Cecala di un brano eseguito da Leadbelly (ma lo faceva anche Rory Gallagher) e di Leadbelly c’è anche Linin’’Track qui in versione lunare e country-goth degna dei primi 16 Horsepower. Non mancano le ballate come la dolce When It’s Darkness on the Delta e la notturna Lotus Blossom mentre l’ukulele impazza nel vecchio traditional You Rascal You dove sembra di essere davanti ad una vecchia radio degli anni ’30 che trasmette canzoni da qualche WLAC di Nashville o da qualche sperduta stazione degli Appalchi .
In Did You Mean a firma Casey Bill Weldon c’è tanto sapore di Leon Redbone, In My Girlish Days c’è tutta Memphis Minnie con una superba interpretazione vocale di Veronica, 8, 9 & 10 è string-band music nella sue definizione più pura e Samson & Delilah è riletta in maniera corale come sarebbe piaciuto alla Seeger Session Band.
Old Time Music for Modern Times a denominazione di origine controllata, invecchiata in barile e pronta da bere. In alto i calici per i Red Wine Serenaders.
Una menzione speciale per il lavoro fotografico di Marcus Tondo che oltre agli scatti si è occupato anche dell’armonica.
MAURO ZAMBELLINI
giovedì 7 luglio 2011
Arianna and The Turtle Blues
Non è vero che il giardino del vicino è sempre più verde. Tradotto in termini di rock non è sempre vero che gli artisti americani e inglesi siano migliori dei nostri. In generale l’educazione musicale e la tecnica posseduta dagli anglosassoni è migliore della nostra perché il rock n’roll, il folk, il country ed il blues fanno parte del loro patrimonio culturale e già in età scolare se non addirittura prima la dimestichezza con gli strumenti, in primis la chitarra, ed il cantare le canzoni vengono quasi naturale, sono pratica diffusa, spesso tramandata dalla famiglia e da un background in cui la musica popolare ricopre un ruolo fondamentale e non è vista come vecchiume. Ci sono però delle eccezioni come in tutte le cose, mi è capitato spesso di vedere e sentire alle nostre latitudini delle autentiche mediocrità incensate solo perché venivano da Oltreoceano e godevano di quel fascino “esotico” che accompagna chi proviene magari da una piatta landa del Texas o da un minuscolo paesino del Tennessee. Casi sporadici ma se dovessi mettere insieme tutti i cantautori o i bluesmen che mi hanno tonicizzato i muscoli mascellari attraverso gli sbadigli in quaranta anni di frequentazione di concerti, beh, la lista sarebbe abbastanza lunga.
Al contrario ci sono dei giovani delle nostre parti che si fanno un mazzo così e ci mettono impegno, talento e conoscenza ma solo perché non si chiamano Johnny, Greg o Emmylou sono visti con sufficienza se non addirittura con diffidenza e spesso sono boicottati dalle riviste di settore. Ad esempio c’è una ragazza dal cognome enologicamente nobile, Antinori, e dal nome classico, Arianna, che quando l’ho sentita per la prima volta in una piazzetta di Travedona, deep Varesotto, sono rimasto, io e i parecchi presenti, di stucco per come imitava e cantava Janis Joplin con un feeling ed uno swing da paura, mostrando amore, passione, disperazione ed onestà nelle sue interpretazioni, senza urlare, senza gigioneggiare, senza schiamazzare ma entrando nelle canzoni di Janis con un sentimento ed una bravura vocale commoventi. Non sono il solo ad essermi accorto della bravura di Arianna perché nel 2010 lei ha vinto il premio del concorso su scala mondiale CHEAP THRILLS-YOU INSPIRED by Janis Joplin indetta dalla famiglia di Janis come miglior interprete della canzone Mercedes Benz. Per tale ragione è stata scelta dalla band originale di Janis, i Big Brother and Holding Company come loro cantante nella tournee europea del 2011 le cui date italiane sono riportate sotto.
Dopo quell’occasionale incontro nella piazzetta di Travedono davanti alla birreria di Poldo, uno che serve la miglior birra alla spina del nord-ovest gestendo da solo un pub molto frequentato , ho rivisto Arianna con la sua Turtle Blues Band il 25 giugno all’ Ameno Festival Blues 2011 e le impressioni ricevute sono state ancora più positive della prima volta perché davanti ad una platea competente e numerosa Arianna ha saputo conquistarsi la “piazza” con un set caldo, sensuale, misurato e profondo, facendo brillare in una magica notte d’estate stelle come Move Over, Down On Me, Piece of My Heart, Turtle Blues, Call On Me, Woman Is Losers e Mercedes Benz, tutte del repertorio di Janis. Ma se la vicentina (nonostante il cognome toscano abita a Vicenza come i musicisti della sua giovane ed entusiasta band) si è costruita la sua personalità su Janis Joplin ( e questo può essere un limite quando vorrà passare da tribute singer a cantante a tutto tondo), il suo pedigree va al di là del suo mito e conosce una cultura e un gusto musicale ben più ampio che abbraccia versioni personali e originali di Black Magic Woman dei Fleetwood Mac, White Rabbit dei Jefferson Airplane (da brividi), Baby What You Want To Me di Etta James, Night Time Right Time dei CCR, Rock n’ Roll dei Led Zeppelin e Oh Darling e Helter Skelter dei Beatles. Mica bruscolini. Un miracolo per una giovane cantante che all’epoca di questi pezzi non era forse neanche nata. A mio modesto parere Arianna Antinori è una promessa canora che stride nel panorama italiano femminile del rock, con la sola Mercedes Benz (per non dire di una White Rabbit da far accapponare la pelle) lei si sbarazza di quattro anni (o quanti sono) di X Factor e talent show similari.
Se non credete alle mie parole andate a sentirvela dal vivo, con la sua simpatica ed in crescendo Turtle Blues Band oppure con i BIG BROTHER AND HOLDING COMPANY che saranno:
Venerdi 29 luglio SPIAGGE SOUL FESTIVAL RAVENNA
Sabato 30 luglio PERAROCK ARCUGNANO (VICENZA)
Lunedì 1 agosto TRASIMENO BLUES CITTA’ DELLA PIEVE
Martedì 2 agosto BLUES SOTTO LE STELLE (L’AQUILA)
venerdì 7 gennaio 2011
Mandolin' Brothers > Moon Road

Rimane sempre una colonia l’Italia per quanto riguarda il rock n’ roll anche se è una di quelle colonie che godono di uno statuto speciale con tanto di parziale indipendenza e completa autonomia. Negli anni sono cresciute centinaia di band che pur riferendosi in maniera inequivocabile al rock americano, copiando stili, imitando atteggiamenti e usando la stessa lingua, hanno sviluppato una propria autonomia ricreando lo stesso feeling con un inconfondibile spirito italico mettendoci innocenza, vivacità ed entusiasmo. Doti che hanno in parte sopperito ad una tecnica non sempre eccelsa e ad una comprensibile mancanza di malizia nel plasmare una lingua non naturale per noi latini. Al di là delle difficoltà ne è nata una italian wave che si è fatta apprezzare anche all’estero, soprattutto nella “madre patria” America. Gli esempi non mancano e abbondano, basta leggersi i nomi che riempiono il tributo For You alle canzoni del Boss per avere un’ idea del fenomeno, alcuni di questi nomi sono arrivati nei club e nelle radio americane e non è poco se si pensa che qui da noi le radio (al 99% una vera schifezza) non offrono un briciolo di promozione e i locali che fanno musica sono come il temolo.
E’ un piacere quindi trovare una band dell’Oltrepò Pavese, un tempo zona famosa solo per i vini con le bollicine e oggi teatro di una scena assolutamente frizzante nel campo del rock e del blues, invitata in quel tempio sacro del rock n’roll che è Memphis e ospite dell’International Blues Challenge. Significa che la passione, la dedizione, i sacrifici e la tenacia sono stati alfine premiati ed un sogno americano si è finalmente avverato.
Gli autori di questo miracolo si chiamano Mandolin’ Brothers anche se ad onor del vero di mandolino ce n’è uno solo (Marco Rovino) ed il sound è quello che vi aspettereste da un combo che naviga tra blues e country, con forti aperture verso il vecchio e classico rock n’ roll, quella cosa che tutti chiamano americana ed una serie di nomi che sono una specie di passepartout per la terra promessa ovvero Dylan, i Little Feat, Steve Earle e Van Morrison. E’ roots-rock di radici americane e non pavesi ma questo è il limite di appartenere ancora ad una colonia, sebbene a statuto speciale. Non sono di primo pelo i Mandolin’ Brothers perchè circolano da parecchio e hanno alle spalle una discreta discografia nella quale spiccano il maturo Still Got Dreams del 2008, disco che li ha catapultati all’onore delle cronache specializzate e il pimpante 30 Lives! con cui hanno festeggiato i 30 anni della loro militanza.
A Memphis hanno suonato al BB.King’s Blues Club di Beale Street e ad Austin hanno registrato questo nuovo mini CD intitolato Moon Road.
Sei brani registrati con la supervisione del produttore Merel Bregante e con la partecipazione di invitati quali il violinista Cody Brown, il bassista Lynn Daniel, il chitarrista Kenny Grimes, lo stesso Bregante e la brava Cindy Cashdollar, lap-steel guitar e dobro con Dylan, Dave Alvin e Ryan Adams.
Al CD hanno allegato un DVD che racconta il loro viaggio nel Mississippi , sulle highway 61 e 49, luoghi sacri della musica di cui loro sono figli. Il tutto viene raccolto in uno splendido digipack arricchito da un lavoro fotografico e grafico a dir poco superbo, testimonianza di un amore verso questo mondo di blues e rock n’roll vissuto fino nel più piccolo dei dettagli. Se la parte visuale è capace da sola di catapultarvi in quelle terre ed in quell’atmosfera, la musica non è da meno. Registrata in maniera tecnicamente ineccepibile con una resa sonora da prodotto altamente professionale, la musica di Moon Road è eloquente sintesi degli umori e delle passioni dei Mandolin’ Bros.anche se rispetto ai lavori precedenti qui c’è una prevalenza di suoni acustici e country. Si passa dalla frizzante vivacità di Hold Me, pezzo che con il suo intreccio chitarristico (Paolo Canevari, Marco Rovino, Cindy Cashdollar) non sfigurerebbe nel repertorio dei Flying Burrito Brothers alla più intimistica 49 Years dove il cantante Jimmy Ragazzon ed il violinista Cody Brown ricreano un pastorale paesaggio appalachiano, dalle suggestioni borderline di Moon Road impreziosita dalla fisarmonica di Riccardo Maccabruni all’arruffato Old Rock & Roll da juke joint, per poi concludere con gli intrecci mandolino/chitarra acustica e slide di Dr.Dreams, riuscito matrimonio tra folk e country-blues e con l’intenso e sincero antimilitarismo di Another Kind frutto della lucida scrittura di Jimmy Ragazzon, autore cresciuto a pane e Dylan.
Sei canzoni ed un DVD con il titolo di Moon Road, nuvole, strade, polvere ed un sacco di passione da parte di una delle formazioni più vispe della italian way to the american music.
Mauro Zambellini Gennaio 2011
venerdì 17 dicembre 2010
Mauro Ferrarese > Wounds, Wine & Words

Wounds, Wine & Words letteralmente ferite, vino e parole, è un disco di blues acustico di sofferenza, euforia e parole. Ne è autore Mauro Ferrarese un tipo che sembra uscito da un festival di musica acustica della California post-psichedelica, capelli lunghi ingrigiti, pizzetto, look da montanaro, sguardo arguto e faccia simpatica. Abita nel Sud Tirolo ma ha fatto la gavetta a New Orleans dove ha imparato l’arte di arrangiarsi facendo il busker ed ha imparato la legge del blues. “La strada è il miglior palcoscenico per un uomo di blues” dice Ferrarese a chi gli chiede in quali festival ha suonato e così aiutandosi con la chitarra e con il dobro Ferrarese canta un blues spartano e felicemente parco che trae origine dal Delta (Son House è il suo maestro) e poi sconfina nel vicino Texas. Un blues scheletrico e primitivo ma non scolastico con una esecuzione pulsante e viva nonostante la strumentazione ridotta all’osso ed un allargamento verso il ragtime, il gospel, il di folk di Woody Guthrie e il country di Hank Williams.
Wounds, Wine & Words è un affresco di musica americana della strada che spazia dal fantasioso stompin blues di Frontdoor Blues, brano legato allo stile di Son House al più oscuro SoulTrain dove Ferrarese mette in luce il suo slidin’ ed una voce chiara, pulita, autorevole. Ipnotico come può esserlo un blues del deep south, SoulTrain è l’esempio delle molteplici facce mostrate da Ferrarese. Come scrive lo stesso sulla copertina del disco “il grande Son House raccontava nei suoi blues di una donna e di un uomo….io non ho molte parole se non in queste dodici tracce. 1 Thing nasce come elaborazione di un vecchio canto di lavoro che chiamavano Rosie, Earthquake e We’re All Alive sono nate nell’aprile del 2009 dopo una visita agli amici di L’Aquila. Le altre sono storie più o meno recenti che hanno attraversato la mia strada e dove ho incontrato anche voi”.
Parla la musica in Wounds, Wine & Words e i testi si fanno carico di un’ironia hanno che trasmette positive sensazione anche quando sono di scena l’abbandono, la sofferenza, la malinconia. Ma Mauro Ferrarese con la sua voce convincente, la sua pregevole tecnica col dobro ed il suo spirito sa essere un nostrano Leon Redbone che diverte con una musica dei vecchi tempi più di quanto non riescano tante moderne rock n’roll band.
Blues, folk, country di montagna ed una salutare ventata di old-time music, la stessa che Ferrarese sviluppa quando si esibisce con i Red Wine Serenaders (vederli assolutamente dal vivo), un concentrato di swing e buon umore con Ferrarese coadiuvato dall’ottimo chitarrista Max De Bernardi e dalle frizzanti Veronica Sbergia e Alessandra Cecala due musiciste e cantanti che con washboard ukulele e contrabbasso riempiono la scena più di un’orchestra. Se li trovate in giro dalle vostre parti non perdete il loro set.
MAURO ZAMBELLINI
mercoledì 24 novembre 2010
Cheap Wine > Stay Alive!

Centinaia di concerti, migliaia di chilometri, decine di corde rotte, di bacchette spezzate, fiumi di birra, abbracci stritolanti, risate incontrollate, personaggi pazzeschi, follia in libertà nel cuore della notte, esplosioni di adrenalina, energia a tonnellate, diluvi di sudore….. che cosa si nasconde dentro un concerto rock?”
I Cheap Wine tentano di spiegarcelo con questo doppio CD intitolato semplicemente ed eloquentemente Stay Alive! due ore di rock senza tregua con le chitarre a palla e i ritmi pazzeschi che ricrea la magia di un loro show con tanto di set acustico, ballate al neon e rock n’roll al serramanico. Registrato in tre location differenti nell’aprile del 2010 al Fuzz di Pesaro, allo Spazio Musica di Pavia e al Teatro Zeppilli di Pieve di Cento Stay Alive! è la dimostrazione che anche in Italia pulsa un cuore rock, basta cercarlo fuori dai circuiti ufficiali e nelle strade secondarie.
Nonostante il gruppo pesarese non possa contare su un budget da major e su amici che contano, con i mezzi tecnici adeguati alle possibilità e una produzione in proprio i Cheap Wine ce l’hanno fatta e ci consegnano un live che rimarrà nella storia del rock in Italia. Un live ben fatto, registrato come si deve, che trasmette a pieno la carica di un loro show ed esplicita con la ricchezza degli arrangiamenti i lavori ancora in corso nel gruppo che qui, con l’aggiunta del pianista e tastierista Alessio Raffaelli, raggiunge uno status di rock n’roll band internazionale. Stay Alive! non è solo il classico live che un gruppo mette in cantiere per coronare una carriera, e i Cheap Wine se lo meritano visto la lunga e difficoltosa strada percorsa ma più specificatamente è la misura di quanto questa band è maturata, migliorandosi e aprendosi verso temi e suoni che hanno allargato il loro range espressivo ed il loro set.
Due CD, più di un’ora ciascuno. Si comincia con una parte elettroacustica come nei recenti show del gruppo. Spirits ha lasciato il segno e ha portato nuova linfa al loro scenario musicale, le ballate sono avvolgenti e gli intrecci di chitarre acustiche una delizia. Just Like Animals, The Sea Is Down, Circus Of Fools, A Pig On A Lead, le riletture di Murderer Song e Among The Stones, una Nothing Left To Say che con piano e armonica si apre alla Jungleland e la rincorsa delle chitarre di Among The Stones creano uno stato di palpabile attesa con atmosfere sospese tra folk, blues, ballads e melodie avvincenti. Poi arrivano le chitarre elettriche e la storia cambia. Michele Diamantini sale in cattedra e i Cheap Wine sciorinano un rock crudo, folgorante, psichedelico a tratti, underground. Marco Diamantini tiene ferma la barra delle ballate ma è duro timonare una barca che è ormai una ciurma inebriata di rock n’roll. Sono sventolate elettriche in un vento di burrasca, Evil Ghost e poi Shakin’The Cage, un semi-punk lanciato a mille, Youngstown di Springsteen che parte riflessiva e lenta per poi trasformarsi in un urlo di ribellione con un crescendo ad hoc, ottima cover per un gruppo che non ha mai nascosto una sincera sensibilità sociale.
Devastante il secondo CD, qui i Cheap Wine non fanno prigionieri, sono duri, rabbiosi e metropolitani,figli dei giorni del vino e delle rose. Il pianoforte di Raffaelli è il valore aggiunto, un po’ lirico e un po’ honky tonk, le chitarre distorcono, basso e batteria martellano cattive, una dopo l’altro arrivano i classici del loro live set, da Dance Over Troubles, Time For Action e Freak Show presi dall’omonimo album a Snakes, Move Along e City Lights (il consueto ed esaltante piece de resistence chitarristico) presi da Moving, da Leave Me A Drain fino all’irrinunciabile finale corale di Rockin’ In The Free World. Un grande Live.
MAURO ZAMBELLINI NOVEMBRE 2010
martedì 15 giugno 2010
Daniele Tenca > Blues For The Working Class

Un disco di blue collar rock in Italia è cosa più unica che rara. Dedicato a quelli che si sono infortunati o hanno perso le loro vite mentre facevano il loro lavoro riporta la spartana copertina del disco, una dedica esplicita che pone l’attenzione su uno dei fenomeni sociali più amari, particolarmente di attualità oggi visto il proliferare del lavoro nero e l’indifferenza con cui l’attuale classe politica al potere tratta gli operai ed in generale i lavoratori. Una dedica ed impegno nobili quelli di Daniele Tenca, cantante, chitarrista, armonicista e tastierista, che ha deciso che i proventi di Blues for the Working Class andranno a sostenere l’Associazione Nazionale Mutilati ed Invalidi sul Lavoro. Lo fa con un disco coerente nel tema e nella musica: dieci brani, otto inediti e due cover, in linea col sound del blue collar rock americano e testi cantati in inglese (ma nel booklet sono riportate le traduzioni) che parlano di realtà operaia, dentro e fuori la fabbrica.
Il sound deve ai modelli del genere, in primis a Bruce Springsteen di cui vengono riproposte la storica Factory, secondo chi scrive il manifesto assoluto del blue collar rock ed il traditional Eyes On The Prize ma anche a Joe Gruschecky, Bill Chinnock, al blues elettrico delle grandi città industriali, ai Marah e a tutto quel sottobosco di rock della East Coast che, negli anni settanta ed ottanta, contribuì a fornire emozioni unendo voglia di vivere, divertimento ed una sensibilità sociale che strideva con le mollezze e le vanità del grande rock mediatico.
Aiutato dal batterista Paolo Leoni, dal bassista Luca Tonani, dal chitarrista Heggy Vezzano e da uno stuolo di invitati tra cui spiccano i nomi di Marino Severini e Cesare Basile nelle parti vocali di Eyes On The Prize e Andy J.Forest con l’armonica in This Working Day Will Be Fine, Daniele Tenca dimostra di conoscere la materia e di avere cuore e rabbia per cantarla. Il messaggio è no surrender o, detta all’italiana, è bene tenere gli occhi aperti.
Le ballate sanno di ruggine e polvere, molto belle Flowers at the Gates con il tocco elegante di Sergio Cocchi al pianoforte ed il tenue laidback alla J.J Cale di He’s Working, poi c’è il blues che è come scivolasse dai banconi di un workers pub sostenuto dal ritmo di una bar-boogie band (l’esempio più compiuto è offerto da Cold Comfort) oppure sferraglia con la slide il Delta style di The Plant o usa echi hendrixiani attraverso la lap steel di Massimo Martellotta per raccontare un'altra versione del mito di John Henry, l’ uomo contro la macchina (Spare Parts) qui realisticamente posizionata nel meno leggendario e più drammatico contesto attuale delle giovani vite usate come pezzi di ricambi del sistema produttivo. Distante dalla facile retorica degli slogan anticapitalistici propria dei tanti gruppi da centro sociale antagonista che poi immancabilmente finiscono in televisione a cantare il loro rap quotidiano, Daniel Tenca non si ferma al gesto e alle movenze da artificiale ribelle del ghetto ma va in profondità con canzoni che conoscono la realtà di cui si parla e con la fantasia del rock/blues musicano un mondo che si vorrebbe nascondere o interpellare solo in campagna elettorale.
Sono piccole poesie sulla classe operaia quelle di Daniele Tenca, dodici canzoni tra blues, rock n’ roll, folk, ballate elettriche e due registrazioni live (un'altra versione di Cold Comfort e la sudata The Mills Are Closing Down) che attestano col loro bagaglio di tristezze, humour, speranze, amarezze, rabbia e dolore, l’esistenza di un’altra Italia, anche nel rock. Un disco nobile, da tutti i punti di vista.
Per richiederlo scrivete a www.danieletenca.com o a www.anmil.it.
MAURO ZAMBELLINI APRILE 2010
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