Tutto si può
dire tranne che Mike Campbell coi suoi Dirty Knobs non stia valorizzando il
suono che fu degli Heartbreakers con dischi che bilanciano il suo amore per il
blues e il rock degli anni settanta e la capacità di creare teneri ritratti di
personaggi, canzoni d’amore e ballate. Un rock vecchia scuola, ribadito nel
nuovo Mission of Mercy, una raccolta di brani e riflessioni con cui
l’autore esplora e amplia il suo stile in compagnia di una band ormai
collaudata da dischi e concerti dove a fianco del polistrumentista e cantante Chris Holt che contribuisce con
chitarre, tastiere e armonie, del bassista Lance
Morrison si è aggiunto il batterista Steve
Ferrone, già con gli Heartbreakers. Non fa mistero che questi potevano
contare sul fondamentale ruolo di Tom Petty nello scrivere canzoni
indimenticabili (e Campbell non raggiunge certo tali livelli come autore) ma un
destino crudele ha voluto che l’avventura si concludesse anzitempo e quindi non
rimane che accettare ciò che è rimasto sul campo.Da lassù il caro Tom non può che sorridere vedendo il suo
chitarrista, e adesso anche il suo batterista, preservare la sua storia
musicale. Per Campbell non è stato tutto facile, dopo la scomparsa dell’amico
ha dovuto rimboccarsi le maniche e cominciare dal basso a costruirsi un
pubblico, una sorta di viaggio terapeutico che lo ha portato, con moglie e cani
al seguito, e in compagnia dei Dirty Knobs a risalire la china, attraversando
gli States prima come l’ultimo nome in cartello nei concerti di altri e poi
diventando l’headliner nei teatri dove aveva sempre sognato di suonare. In
questo modo ha intercettato i vecchi fans degli Heartbreakers, ancora affranti
per la scomparsa del leader, e nuovi adepti conquistati e attratti dal robusto
boogie dei Dirty Knobs. Mission of Mercy raccoglie sia il
seminato dei primi tre album con i Knobs ma ne allenta il boogie in nome di
nuove aperture, messe in evidenza negli arrangiamenti di archi e in particolare
nella title track quando, in dolce armonia con Holt, ricrea l’umorale atmosfera californiana di Pet Sounds dei Beach Boys,
e nella lunga conclusiva Vagrant imbastendo
su un sinuoso riff jazz un flusso di coscienza col fine di raccontare di un
hipster della Beat Generation che fluttua in una surreale San Francisco tra
tram, stelle cadenti, junkies, perditempo e scimmie pulciose, chiedendosi alla
fine chi potrà tirarlo fuori di lì. Un talkin’ che può ricordare certi
recenti monologhi di Dylan, lo stesso autore l'ha definito come l’incontro tra Take Five di Dave Brubeck e Mission Impossible (“ho detto ai
ragazzi, facciamo qualcosa di jazz e io ci parlerò sopra”), libertà artistica e
eccentricità che funzionano dando valore aggiunto a un album comunque dalla
forte identità rock n’roll, che come i lavori precedenti definisce lo stile
dell’autore e della band. L’acquisita maturità del suo songwriting (nel
frattempo è uscito Heartbreaker, il suo libro di memorie), “scrivo i testi, spesso
pensati di notte, e poi passo alla musica, l’opposto di quello che ho sempre
fatto”, si fonde perfettamente con il gesto della band, Let Me Back In My Dream col suo assolo “alla Campbell” e
l’ariosità melodica contrapposta al drumming senza scampo e I
Remember con la sua chitarra, il pianoforte e quel ritornello rubato alle
strade dell’Ovest rimandano allo sfavillante sound degli Heartbreakers periodo Long
After Dark, More Than Gold dal
canto suo si abbandona ad un melodico languore country e Bongo Mania rimbalza tra bonghi e Kate Pierson (la voce dei B-52’s)in uno di quegli scoppiettanti
numeri rock n’roll che mettono in piedi un’intera platea. Se l’apertura di No Regrets ricorda il mood
elettroacustico di Wildflowers, muscolare è invece Wrecking Ball, il lato hard-rock dei Dirty Knobs, qui vicini ai Led
Zeppelin mentre la percussiva My Mama
Told Me va verso il blues in compagnia della slide. Done To Me diverte grazie al tono scanzonato e quel piano
honky-tonk e la cupa e fragorosa Armageddon,
il pezzo più pesante dell’album, incombe col suo tono catastrofico (pioggia
acida che cade/ stiamo inseguendo l’alba/ombre scure sul terreno/ sai che ci
stiamo dirigendo verso l’Armageddon)sui disastri del mondo. Mission
of Mercy è agrodolce come i personaggi delle canzoni alla continua
ricerca di connessioni spirituali e redenzione terrena, spesso in balia di
destini poco controllabili dagli individui stessi ma decisi ad andare avanti, ed
è anche un disco che continua una tradizione di potente, armonico e illuminato
rock n’roll.
MAURO ZAMBELLINI GIUGNO 2026
