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mercoledì 19 dicembre 2012

IAN HUNTER life after glam



life after glam  
Adesso che Ian Hunter è tornato in auge grazie agli ottimi Man Overboard  e When I'm The President il suo catalogo viene preso di mira e la sua carriera viene setacciata con grande gioia dei vecchi fans che magari posseggono vinili ormai gracchianti e, si spera, dei neofiti che così potranno apprezzare uno dei rocker inglesi più originali e versatili. In particolare sotto i riflettori sono i dischi che segnano il passaggio dagli anni settanta agli ottanta, un momento particolarmente felice per l'artista dopo l'avventura coi Mott The Hoople e l'inizio della carriera solista. Già nel 2009 c'era stata la ristampa in edizione Deluxe del suo immenso You're Never Alone With a Schizophrenic, espanso con un po' di out-takes e con un intero CD live,  adesso invece arriva un cofanetto di 4CD From The Knees of My Heart che raccoglie lo stesso disco più il potente live Welcome To The Club del 1980, il controverso Short Back n' Sides dell'anno seguente e sotto il titolo di Ian Hunter Rocks la cronaca di uno show al Dr.Pepper Festival di New York nel settembre 1981 pubblicata negli anni ottanta solo in video e subito scomparsa dal mercato. Considerato che tutto questo malloppo costa come un singolo CD è lecito giustificare  l'ulteriore riproposizione di Schizophrenic qui incluso per raccontare in modo completo quel periodo della carriera  di Ian Hunter.

Quando Hunter registrò Schizophrenic aveva alle spalle il successo con uno degli inni del glam, All The Young Dudes ed una carriera solista che tra alti e bassi aveva offerto l'interessante  All American Alien Boy,  il disco che lo aveva avvicinato al rock americano. Nel 1979 Hunter sfruttò la montante scena urbana dei songwriter elettrici, in particolare Springsteen e proprio negli studi dove questi registrò The River ovvero il Power Station di New York, con alcuni membri della E-Street Band cioè Roy Bittan, Gary Tallent e Max Weinberg più alcuni collaudati collaboratori tra cui il chitarrista Mick Ronson, mise a punto il suo capolavoro riuscendo a concentrare in uno stesso disco e al meglio tutte le sfaccettature della sua musica: le ballate al sapore di Dylan e il rock sguaiato e glam, il lunatico cantastorie del folk-rock e l' hard-rock duro e metallico derivato dai Kinks. Il risultato è schizofrenico ma superbo ed esaltante, sciabolate elettriche del calibro di Just Another Night e Cleveland Rocks si amalgamo a strepitose ballate urbane come Standin' In My Light e The Outsider, momenti di assoluta delicatessen come Ships si mischiano al sudicio glam da bassifondi di Wild East e Life After Death dove il pianoforte suona un honky tonk ambiguo e vizioso prima che la chitarra dia il via alla tosta ed incattivita Bastard, un titolo ed un crescendo che sono specchio di un rock n'roll selvaggio e ancora pericoloso. Non si è mai soli  con uno schizofrenico, questo disco è una delle leggende del rock metropolitano, qui rimpolpata delle bonus tracks contenute nella precedente versione Deluxe e qualche altro rimasuglio come The Other Side Of Life, prototipo di Just Another Night scritta dopo che Hunter fu arrestato per ingiurie e Indianapolis ed una primitiva versione di The Outsider.

giovedì 22 ottobre 2009

Ian Hunter > All American Alien Boy


Non è un disco nuovo e nemmeno una ristampa dell’ultima ora ma quando le cose sono belle il tempo conta relativamente. Questo di Ian Hunter è un signor album, il secondo dopo aver abbandonato i Mott The Hoople, un gruppo troppo spesso assimilato al glam ma ricco di intuizioni e di lungimiranti esplosioni rock. Pubblicato nel 1976 All American Boy mette in risalto la voce di Hunter ed il suo senso della ballata, cosa che gli deriva dall’aver cominciato come folkie e soprattutto con l’essere da sempre un grande estimatore di Bob Dylan. Il suo senso della ballata, il suo erratico stile poetico, la sua lunatica ispirazione hanno fatto di lui un rocker atipico capace di ammaliare con brani dondolanti e romantici spesso accompagnati dal pianoforte e nello stesso tempo di eccitare con un rock sguaiato, anfetaminico, chitarristico, a cavallo tra Bowie e Rolling Stones e già prefiguranti un certo atteggiamento punk.
Il suo status di rocker ha conosciuto momenti felici specialmente tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ottanta con dischi quali You’re Never Alone With a Schizophrenic dove tra i musicisti spiccavano i nomi di Mick Ronson, John Cale e i due E-Streeters Roy Bittan e Max Weinberg e con l’energico live Welcome To The Club ma tra le sue opere migliori c’è sicuramente All American Alien Boy recentemente ristampato con sei bonus tracks prese tra out-takes e single version. Lo si può trovare anche in una versione giapponese di medio costo con una bella confezione ed un booklet ben informato.
Fatelo vostro perché Ian Hunter sciorina ballate di gran classe, è il caso di Letter To Britannia From The Union Jack, la pianistica Irene Wilde, la sublime You Nearly Did Me In, il midtempo di Apathy 83, la dylanesca God e rockacci sporchi di rossetto e birra (Restless Youth e All American Alien Boy) con tanto di sax rabbiosi (David Sanborn), trombe (Lewis Soloff) e tromboni che fanno molto R&B da locale malfamato. Il disco è un perfetto incrocio tra melodie british e sound americano (fu registrato agli Electric Lady Studios di New York) e ha una inconfondibile matrice urbana che richiama album come Transformer di Lou Reed e in qualche ballata anche Blood On The Tracks di Dylan...
Ma Hunter sfugge alle catalogazioni perché, come succede in un brano come Rape, nello stesso pezzo è possibile incontrare simultaneamente il folk-rocker, il cantante alla Randy Newman, lo storyteller rapito dalla luna ed il David Johansen delle notti newyorchesi, ripulito dopo la sbornia con le New York Dolls. Come Johansen e Lou Reed Ian Hunter rappresenta un pezzo degli anni settanta, quel rock metropolitano a metà tra redenzione e vizio, tra cielo e bassifondi, tra chitarre tagliabudella e un pianoforte immalinconito che ha fomentato la fantasia di tanti rock fans fulminati dal suono elettrico delle ballate e dalla cruda poesia della west side.
Di grande levatura i musicisti che accompagnano Hunter in questo lavoro: si va dal compianto Jaco Pastorius al basso a Chris Stainton al piano, da Ansley Dunbar alla batteria a Gerry Weems alla chitarra e poi i fiati di Soloff (Blood,Sweat and Tears) e David Sanborn.
Non lasciatevi fuorviare dai riccioli, il giubbino sciancrato ed il glamour di copertina, qui di zeppe, suoni di plastica e velvet goldmine non c’è ombra, solo rock e del tipo migliore.

Mauro Zambellini