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domenica 7 agosto 2011

Narcao Blues Festival 2011

È il secondo anno consecutivo che vado a Narcao un luogo perso in mezzo al nulla del Sulcis-Iglesiente ovvero estremo sud della Sardegna che da 21 anni organizza il blues festival più a ovest d’Italia. Il luogo sa molto di west americano, montagne, arbusti, eucalipti, fichi d’india, macchie verdi che si mischiano al marrone della terra arsa dal sole, pecore, silenzi e strade vuote che vanno dritte al mare, lontano una trentina di kilometri, passando da villaggi che più che l’Italia ricordano il Messico. E’ un posto suggestivo e ci torno sempre volentieri anche perché gli appassionati volonterosi di Narcao con la loro ciurma di giovani volontari ogni anno mettono in piedi una rassegna che oltre ad essere l’evento dell’anno di quelle terre dimenticate e colpite dalla crisi è anche una festa del blues, della musica, delle sorprese e delle buone vibrazioni. Centra eccome un’organizzazione che pur professionale mantiene i crismi della passione e dell’amatoriale e stabilisce quel rapporto molto understatement che fa sì che una rassegna non sia solo una esibizione di nomi quanto mai importanti ma una occasione di festa. Venite a sentire il calore del blues strillava il manifesto della XXI edizione di Narcao Blues e così è stato.


Il festival è iniziato il 20 luglio con una serata tutta dedicata al british-blues. Sono saliti sul palco Danny Bryant’s Redeyeband e i redivivi Dr.Feelgood. Il primo, un chitarrista dal fisico imponente e dallo sguardo dolce, coadiuvato dal padre bassista e dallo zio batterista ha dato vita ad un set rauco, sanguigno e aspro dove è risuonato un blue-collar blues bilanciato tra assoli torcibudella e sofferte ballate che sembrano uscite da una città di minatori inglesi colpita dalla crisi. Blues proletario, intenso e sudato con titoli del suo repertorio, Everytime the devil smiles, Love of Angels, Heartbreaker, Last Goodbye e applaudite cover come l’immancabile Voodoo Chile di Hendrix e una bluesata resa di Girl from The North Country di Dylan. Un set, quello di Danny Bryant che ha convinto per onestà e cuore.





Di tutt’altro tenore l’esibizione di Dr. Feelgood. Li credevo dei cadaveri ed invece ho avuto una bella sorpresa. Trainati dal cantante e armonicista Robert Kane, un passato con gli Animals e soprattutto dall’irresistibile chitarrista Steve Walwyn, la vera anima del gruppo, i Dr. Feelgood hanno divertito e catturato il pubblico con un set brillante, veloce, spumeggiante dove si è respirato lo spirito degli esordi, quello spirito che ha reso Stupidity  un piccolo capolavoro del pub-rock. Ritmi serrati e tiro nervoso, fulminei e lancinanti assoli di chitarra, l’armonica che soffia il fuligginoso R&B dei pub inglesi, velocità e sintesi, quello di Dr.Feelgood è stato uno show adrenalinico dove rock n’roll, blues e punk sono stati con la maestria dei pub-rockers di classe. Brani come Hoochie Coochie Man, Milk and Alcohol, Back in The Night, Down by Teh Jetty, Who Do You Love, I Can Tell hanno mischiato passato e presente con frizzante disincanto e hanno messo in evidenza l’attitudine di chi, cinquantenne, suona come un ventenne. Magnifici.



Ma non è stato il loro l’ highlights di Narcao 2011 perchè l’esibizione di Robert Randolph and The Family Band ha scioccato come nessuno osava credere e i clichè del blues sono andati a farsi benedire con una musica che è pura energia jam. Prendete il blues e sparatelo su Marte, mettete Sly Stone a suonare nei Widespread Panic, resuscitate Hendrix e aggiungetelo ai North Mississippi AllStar, centrifugate Led Zeppelin e John Lee Hooker, gospel, funk e rock e lasciate liberi di suonare e improvvisare una band costituita  da tre neri, un bassista che è la quintessenza del groove, un batterista che sembra Buddy Miles e Robert Randolph, mago della sacred steel guitar e voce strappata ad una chiesa battista  e due bianchi, un chitarrista che ritma come fosse nei Talking Heads ed una corista e tastierista, Alaina Terry, che mette gusto, stacchi e sex appeal e avrete uno show sconvolgente, devastante ed unico. Tutti cantano, i tre neri ad un certo punto si scambiano ruoli e strumenti, Randolph incita il pubblico a salire sul palco e ballare, la musica viene giù come un fiume in piena, travolge, è un trance che porta il pubblico a partecipare al sabba e vivere l’estasi.
Robert Randolph ha cominciato come cantante e musicista nelle funzioni religiose ma nella sua chiesa è entrato il diavolo. Orgiastici e pentecostali, innovativi e ancestrali, torrenziali ed ipnotici, Robert Randolph e famiglia hanno metabolizzato 70 anni di black music secondo una visione nuova e apocalittica, lasciando il pubblico senza fiato dopo una lunghissima Blues Jam dove si è sentito di tutto, compreso Voodoo Chile, You Gotta Move  e Whola Lotta Love. Il loro ultimo CD We Walk This Road è prodotto da T-Bone Burnett ma non centra nulla con il loro live-set perchè alcuni titoli del disco come Traveling Shoes, Walk Don’t Walk, Back To The Wall, Dry Bones sono presi, dilatatati, centrifugati, stravolti, riempiti di riff, assoli, ritmi in una micidiale jam music che è una delle cose più eccitanti che mi sia capitato di sentire quest’estate.




Agli antipodi il set di John Hammond Jr. la sera seguente. Qui è andato in scena un blues classico, spartano e rigoroso, con Hammond seduto sullo sgabello a deliziarci con le sue chitarre acustiche e National mentre la band, tra cui il fenomenale organista Bruce Katz, uno specialista dell’Hammond  sottolineava un sound elegante e asciutto che abbracciava Muddy Waters e Bo Diddley, Junior Wells e Walter Jacobs.  Blues, country e urban-blues e quando Hammond soffiava stridulo nell’armonica come il Dylan degli esordi un inconfondibile sentore di antico folk-blues newyorchese.


Al combo italiano dei Red Wine Serenaders è stato affidato il compito di chiudere la 21esima edizione del Narcao Blues prima del ballo collettivo finale al ritmo del funky di Sir Waldo Weathers un sopravvissuto dell’orchestra di James Brown. Con la loro fresca, pimpante e spiritosa rilettura della musica rurale americana degli anni ’20 e 30’, RWS hanno dimostrato di avere talento, gusto e feeling e di sapere aggiornare country-blues, old time e ragtime con una eleganza degna di Leon Redbone. Due donne, la spigliata e surreale cantante Veronica Sbergia, abile con l’ukulele e l’washboard e la maliziosa contrabassista Alessandra Cecala, magnifica quando intona lo yodel lunare di Out on the western planes e due men, il maestro delle corde Max De Bernardi, eccelso con tutto quanto abbia delle corde, dalle chitarre al mandolino, dall’ ukulele al dobro e il barbuto Mauro Ferrarese (chitarre, banjo, National) uno che sembra preso di sana pianta da un ensemble bluegrass di Jerry Garcia compongono un quartetto che rilegge la tradizione americana di blues, old time music, jug band e hokum con l’atteggiamento giovane e disincantato di chi il passato non lo vuole relegare agli archivi ma farlo vivere e pulsare di nuova energia, spirito e modernità. Anche a Narcao i Red Wine Serenaders hanno colpito pubblico, organizzatori e giornalisti per il loro progetto colto e divertente al tempo stesso. Sono bravi a tenere la scena e con gli strumenti, si scambiano le voci e si amalgamano perfettamente, non sono ripetitivi ma fanno della varietà un punto di forza, sono simpatici e hanno feeling quando presentano le canzoni, regalano una lezione di musica tradizionale americana lontana dalle accademie e dalle spocchie. Non predicano ma suonano e divertono. E questo è quello che vuole il pubblico e la musica.

venerdì 30 luglio 2010

Narcao Blues Festival 2010


Nella panoramica dei festival estivi dedicati al blues Narcao si segnala per la longevità e soprattutto per la caparbietà con cui ha promosso in Sardegna, luogo a torto considerato alla periferia dell’impero, il blues in tutte le sue forme. Va dato atto agli organizzatori di non essersi mai arresi alle difficoltà e di aver perseguito con tenacia e passione la propria “missione” ovvero far conoscere il blues in una regione che spesso è ricordata solo per le vacanze dei vip. Nel corso degli anni da Narcao sono passati grandi e piccoli nomi del blues internazionale e nazionale ma la scelta non si è limitata solo all’ufficialità del genere perché le assolate terre del Sulcis hanno assaporato le gesta di outsiders non sempre apprezzati dai puristi come ad esempio Anders Osborne, Neville Brothers e Willy De Ville.
In una cornice che assomiglia molto ad un paesaggio del New Mexico, nell’entroterra della provincia di Carbonia ad una ventina da un mare che non ha equivalenti nell’intero Mediterraneo, tra il 21 ed il 24 luglio è andato in scena il 20esimo (dico venti, un numero importante) Festival del Blues, quest’anno partito con una serata dedicata a Jimi Hendrix, morto il 18 settembre di quaranta anni fa.
Sonny Landreth e Popa Chubby gli artisti selezionati per onorare la mano sinistra di Dio, due chitarristi dallo stile differente che hanno onorato il compito con due set infiammati e potenti appagando gli esteti del Fender sound e i giovani affamati di rude e torrido rock-blues. Il pubblico, mai così numeroso, è andato in visibilio sia con Sonny Landreth, autore di un set tecnico ed inappuntabile, sia con Popa Chubby artefice di uno show viscerale e muscoloso. Assieme a Sonny Landreth e alla sua inseparabile Fender Stratocaster rossa c’erano il bassista David Ranson, anche lui nei Goners di John Hiatt ed un batterista, Brian Brignac, che mi ha stupito in quanto a dinamismo e tempismo, un batterista che mi ha ricordato Stewart Copeland. Il set di Landreth è stato tutto all’insegna del virtuosismo e della velocità, poche parti cantate, ridotte le parti melodiche in favore di un suono che scende come un torrente di note, di scale armoniche, di assolo e ritmo con poche ballate ed un drive impressionante. La straordinaria tecnica chitarristica messa in campo ha sacrificato un po’ il feeling ma il pubblico ha apprezzato e applaudito le cavalcate di Z Rider, di The U.S.S Zydecoldsmobile, di Milky Way Home, di Wind In Denver, di Promised Land, di Hell At Home e dell’ omaggio a Hendrix di I Don’t Live Today. Quando sale sul palco il voluminoso Popa Chubby l’atmosfera è già sufficientemente surriscaldata e ci vuole poco prima che il trio del newyorchese richiami sotto il palco tutta la sezione giovani del festival che suda e si attorciglia attorno ai brucianti assolo di Hey Joe e Spanish Castle Magic. Chubby è in forma e sta bene, sembra non soffrire il caldo perché la notte è calata e il suo hard-rock/blues da power trio gronda sangue, sudore e polvere da sparo. Esegue qualche brano del suo repertorio (Rock n’Roll Is My Religion, NYC 1977 Till, Already Stoned) enfatizzando assolo e cantato, omaggia la sua città New York con una versione sincopata e funky di Walk On The Wild Side di Lou Reed e poi si scatena in un finale ad effetto con citazioni di Black Sabbath e Led Zeppelin e con una bella e intensa versione di Little Wing. Alla fine Piazza Europa è in ebollizione.
Di tutt’altro tenore la serata seguente, quella del 22 luglio, con Eric Bibb e Larry Carlton Band. Quest’ultimo dispiega un jazz/rock elegante che concede poco al blues e molto più alla fusion ma molto più emozionante mi appare Eric Bibb il cui vellutato country-blues vociferato con calda e profonda voce soul arriva al cuore senza il bisogno della chitarra elettrica. Inizia lento, quasi dimesso con Kokomo e Stagolee poi sale e diventa un gigante infarcendo il blues con spezie caraibiche e reminiscenze di Mississippi John Hurt. Il suo intimacy of the blues cattura il cuore e gli animi sensibili con Right On Time, River Blues, Don’t Ever Let Nobody Drag Your Spirit Down e con classici quali Nobody’s Fault But Mine e Goin’Down The Road Feelin’ Bad dove rapisce letteralmente il pubblico che contraccambia con un sentito, commovente e lungo applauso, a dimostrazione della maturazione raggiunta dopo aver partecipato a ventanni di concerti blues in tutte le salse, comprese quelle più povere e difficili come quella di un Erci Bibb solo ed in acustico.
Delusione, non si può chiamarla in altro modo l’esibizione di Peter Green pur applaudita da un pubblico comprensivo del suo precario stato psicologico. L’artefice di tanti dischi che mi hanno fatto sognare in gioventù facendomi appassionare al rock/blues non c’è più, è solo un pallido ricordo l’autore di Then Play On, di Rattlesnake Shake, di Oh Well, di Black Magic Woman, degli incredibili live al Boston Tea Party, di tutta quella meraviglia firmata Fleetwood Mac. Purtroppo Peter Green ha smesso di essere The Supernatural da parecchio tempo ma gli amici che lo accompagnano attualmente, Friends, sono i peggiori amici che uno può avere e non giovano minimamente alla sua già precaria causa, una band imbarazzante che non aiuta e non può aiutare il già stentoreo Green. Musicisti piuttosto improvvisati e dilettanteschi che contribuiscono a comporre un set dove Green possa pungere con efficacia. Chi si salva è lo stesso Green perché dopo un avvio incerto ed una voce stentorea la sua Gibson SG prende quota e dopo essersi scaldata con un po’ di classici ( Key To Highway, You Don’t Love Me, When The Lights Out, Stranger Blues, Blues Get Off My Shoulder) riesce ancora a spiccare il volo con Oh Well, Albatross, con la lunga e melodica versione di Oh Pretty Woman di Albert King, con la dolce e commovente riproposizione di Rainy Night In Georgia di Tony Joe White e con una ritmata ripresa di Off The Hook dei primissimi Rolling Stones lasciando venir fuori il suo lirismo e la sua magia, sprazzi di una grandezza che fu.
All’insegna dell’allegria più sfrenata e contagiosa la conclusione del Festival dopo che sul palco erano passati il Mark DuFresne Organ Trio e il Joe Cleary Trio. Letteralmente invaso dalla sarabanda della Dirty Dozen Brass Band l’ensemble di ottoni, percussioni e chitarre che ha riversato l’euforia e la gioia di vivere di New Orleans nelle terre del Sulcis-Iglesiente con una cascata di suoni, colori, ritmi, gag, improvvisazioni, assolo che hanno trascinato l’intera piazza facendo ballare anche i morti e riproponendo la vitalità di una musica che non ha eguali sul nostro pianeta. Tra Saints Go Marchin’ In , echi voodoo, ritmi tribali e caciara da Bourbon Street si è consumato il rito di una New Orleans indomita anche alle catastrofi, benedetta da una yellow moon che nel cielo blu di Narcao sovrastava il finale frizzi e lazzi di un festival che almeno una volta nella vita bisognerebbe vedere.

MAURO ZAMBELLINI