lunedì 30 gennaio 2012
James Maddock Band all'Una e Trentacinque circa di Cantù
Serata calda anzi caldissima all' Una e 35 circa di Cantù, uno dei pochi club rimasti a fare questo tipo di spettacoli, per il ritorno di James Maddock, questa volta con tutta la band. Un po' di mesi fa il simpatico James si era esibito col solo aiuto del mandolinista David Immergluck (John Hiatt, Cracker, Counting Crows) ed aveva incantato per come aveva tenuto la scena sciorinando una voce degna di un Rod Stewart giovanile ed un senso della melodia fuori dal comune. Con il supporto di tutta la band, la stessa del favoloso Live at Rockwood Music Hall, la festa è stata totale e le sue magnifiche canzoni hanno brillato in tutta la loro bellezza trasmettendo dolcezza, gioia, sentimento, coinvolgendo la platea in uno di quei miracoli che solo il rock riesce a fare, quando non sei più solo coi tuoi problemi e i tuoi pensieri ma fai parte di una collettività che vibra all'unisono sulle corde di un condiviso coinvolgimento emotivo. Non è una sintonia che si crea ad ogni concerto ma James Maddock è riuscito nel miracolo grazie a canzoni dal feeling irresistibile, costruite con la mano del sapiente artigiano, ricche di mood e dinamica, che crescono piano e piano e si sviluppano come delle ballate rock che alla fine ti lasciano estasiato e senza fiato. Grazie anche ad una voce che fonde un senso della melodia in cui si ritrovano le atmosfere del Van Morrison meno accademico ed una facilità nel comunicare da songwriter di razza. James Maddock ha sensibilità e talento, cose difficili da trovare in un colpo solo eppure è uno che naviga nei piani bassi del rock perché snobbato, ignorato dai media e dall'industria discografica. Proprio qui sta il bello, artisti come lui sfuggono ad ogni calcolo di marketing e allora i pochi a godere del suo gesto e del suo talento sono quel piccolo, inossidabile, mondo sotterraneo del rock n'roll, come lui ai margini perché non visibile, disperso, non un target di mercato se si eccettuano le sparute vendite di certi dischi più che altro confinate alla nicchia dell'importazione e delle piccole etichette. Un mondo che non ha simboli, segni di riconoscimento, divise e quant'altro, non è una tribù del rock ma solo gente che per una sera butta all'aria la propria normalità e si sente coinvolta in un atto meraviglioso che gli rallegra la vita meglio di una scopata. Certo questo mondo non è cretino e ha orecchie pulite e raffinate perché l'eroe potrà essere sconosciuto a media e business ma non è uno qualsiasi, è uno che canta da Dio e ha canzoni che artisti di serie A neanche si sognano.
James Maddock è uno che ha la melodia nel sangue e la voce roca al punto giusto, evoca una stagione gloriosa di songwriters newyorchesi e urbani, quella dei primi Willie Nile, Steve Forbert, Dirk Hamilton, senza essere un clone e pare un regalo degli anni settanta a questi bui anni di crisi per come intreccia canzone d'autore con soul bianco e rock delle backstreets. La sua band è brava e commovente, il bassista Drew Mortali potrebbe essere per faccia da schiaffi e taglio di capelli il fratello di Jesse Malin, tiene il tempo con impegno, beve whiskey ed in qualche canzone fa il verso a Maddock. David Immergluck, il più noto della cricca, nella baraonda elettrica del piccolo Una e 35 circa si sente poco ma il suo mandolino c'è e spruzza aromi roots, il batterista Chris Farr è il tipico della porta accanto ma è diligente e preciso nel drumming, il chitarrista John Shannon sta dietro a tutti, quasi non si vede ma poi al momento buono la sua Telecaster morde un ruvido rock metropolitano cresciuto ad ascolti di Because The Night, il pianista Oli Rockberger all'inizio fa fatica a sintonizzare le sue tastiere ma quando ha finalmente trovato i toni giusti parte in quinta e non si ferma più. Diventa magistrale, dirompente, un folletto sui tasti che non smette un attimo di divertire e divertirsi, prende la melodia della canzone creata da Maddock e la trascina lontano in posti dove non oseresti credere che un tipo così giovane e qualunque, con la t-shirt sbiadita da cento lavaggi, il berretto da marinaio sulla crapa pelata e la faccia da kayakista del Vermont potesse portarla. E' il Lavezzi (quello del Napoli non Mario) della band, imprevedibile, vulcanico, pindarico, fantasioso, l'uomo giusto al fianco di Maddock, alla sua chitarra acustica, alla voce arrochita dai club e dal whiskey, alla sua armonica intrisa di Dylan e Springsteen.
Il set è eccezionale, Maddock si butta dentro la canzone fino al cuore, sorride, parla col pubblico, si piega con la chitarra come un rocker, sussurra e si impenna, tiene la scena per due ore e 50 minuti come un Boss di provincia, la band gli va dietro, sottolinea i momenti più intimisti e melodici ma poi si scatena in un rock n'roll duro e romantico, classico e sanguigno, che in diverse tracce fa venire in mente i Counting Crows. La gente è in visibilio, si muove, applaude, canta, grida, non perchè sia generosa ma perchè profondamente conquistata da uno show che è un vero mercoledì da leoni. Ci sono tutte le canzoni del live, da Chance a Never Ending, da Stars Align a Fragile, da When The Sun's Out a Hollow Love a Dumbed Down ripresa e cantata da tutto il pubblico, fino ad una ispiratissima Sunrise On Avenue C esibita a due col solo Immergluck. Oltre a queste un pò di canzoni dell'ultimo album Wake Up and Dream tra cui Beautiful Now scritta con Mike Scott, la splendida Stella's Driving e Living A Lie, conferma di uno scrivere che continua ad essere ispirato e lirico. Grande show, grande serata, grande Maddock. Peccato che la Brianza è quella che è e tornare a casa è peggio che attraversare Città del Messico.
MAURO ZAMBELLINI 25 gennaio 2012
foto di Elena Barusco
giovedì 19 gennaio 2012
Cesare Carugi > Here's To The Road
Forse quello che sbrigativamente si può definire cantautorato rock americano non ha creato un "genere" tra i consumatori di vinile e cd in Italia, come potrebbe esserlo l'heavy-metal, il rockabilly, la psichedelia, il beat, il dark e via dicendo, stando a quello che si vede nelle fiere del vinile dove certi dischi valgono meno di una cicca ma sicuramente ha indotto tanti a prendere in mano una chitarra e a scrivere delle canzoni immaginando di essere su una strada del grande nulla americano. Springsteen prima di tutti ma anche Petty, Mellencamp, Steve Earle, John Prine, Willie Nile, Jackson Browne, Ryan Adams hanno contribuito a far nascere una piccola scena di songwriters rock italiani che cantano in italiano con l'America, quella giusta dei dreamers and losers and ramblers and gamblers, nel cuore, sognando di diventare dei local hero pronti a scaldare qualche serata tra amici o qualche pub di provincia. Dura è la vita per simili personaggi perché la cara Italia in termini di musica di qualità concede veramente poco e se non si cresce con il mito di Amici o X Factor in testa il limbo è il massimo che ci si può aspettare. Ciò non toglie che in giro ci sia gente che valga tutti gli Amici, gli X Factor e i Sanremo messi assieme, gente umile che con sentimento ed onestà insegue il proprio sogno personale. I nomi si sprecano e non starò qui ad elencarli ma Cesare Carugi, cantautore di Cecina già autore di un Ep di sei brani, è un altro di questa lista. Il suo primo full album, Here's To The Road, è un disco che si apprezza fin dalla copertina. Foto in bianco/nero, booklet curato nei dettagli, testi allegati, una veste grafica che fa subito venire in mente John Prine o James McMurtry o Freedy Johnston, i riferimenti saltano subito all'occhio e compongono la cartografia del disco, resi ancora più espliciti da una indicazione stradale che cita l'Illinois e Chicago. Ma la novità è che pur essendo un lavoro di derivazione Here's To The Road non è un disco di copiature ed imitazioni. Cesare Carugi ci sa fare con la scrittura delle canzoni, ha personalità e mette insieme una serie di titoli evocativi (Too Leave Montgomery, London Rain, Blue Dress, Goodbye Graceland, Caroline, Dakota Lights & The Man Who Shot John Lennon, Cumberland) che non sentono il bisogno di scimmiottare chicchessia. Canzoni che abitano la terra che sta tra il folk, il rock, il blues ed il country, cantate senza troppa enfasi e circostanza, più che altro interessate a raccontare piccole storie di viaggi, di amori, di letture, di vita, come fosse un diario personale reso pubblico durante una serata particolare. La voce di Carugi è calda e trasmette un senso di tranquillità anche quando è alle prese col rock n'roll , le melodie sono convincenti, le canzoni non sono ripetitive, sono varie nelle soluzioni strumentali adottate, Too Late To Leave Montgomery ha un armonica dylaniana ed una steel guitar che fa molto Ryan Adams versione Jacksonville City Nights, London Rain sa di Mike Scott e di grigiore autunnale, Blue Dress è ombrosa, lenta e southern, Caroline è dolce e malinconica impreziosita dal violino di Fulvio A.T Renzi, Death and Taxes è un bel titolo per una storia che sembra presa da un racconto di Cormac McCarthy, 32 Springs profuma di west-coast, Cumberland è una tenue folk-song, Every Rain Comes To Wash It All Clean è un bel rock da suonare dal vivo.
Cesare Carugi oltre alla voce ci mette le chitarre, acustiche ed elettriche, con lui sono Lele Bianchi alla batteria, Leonardo Ceccanti alla elettrica, Matteo Barsacchi al basso, preziosi aiuti vengono da Massimilano La Rocca in Cumberland, Daniele Tenca in Every Rain Comes To Wash It All Clean e Michael McDermott in Dakota Lights. Scritto e prodotto in proprio.
MAURO ZAMBELLINI GENNAIO 2012
lunedì 16 gennaio 2012
Tom Petty & the Heartbreakers > Kiss My Amps (Reprise)
Titolo e copertina bellissime per questo long playing in vinile pubblicato in esclusiva per l'ultimo record store day. In rete costa una fortuna ma in qualche negozio italiano ben fornito è possibile portaselo a casa con meno di 30 euro, non una beneficenza ma un prezzo accessibile contro i 50 e passa dollari dei vari negozi on line. E' un disco bellissimo, dura solo 37 minuti ma sono minuti di grandissimo rock n'roll perché non sentivo suonare Tom Petty con gli Heartbreakers in questo modo da tanto tempo, almeno per quanto ci offrono cd, dvd e lp. Sono quattro tracce sulla A side e tre sulla B side provenienti da vari show americani : Auburn, Edmonton, Raleigh, Philadelphia e Mansfield, tutti titoli facenti parti del criticato Mojo del 2010 più l'inedito Sweet William. Mojo è un disco contraddittorio, quando uscì ebbe diverse critiche negative e altrettante positive, i detrattori gli imputavano di essere povero nella scrittura delle canzoni, di non avere canzoni della statura dei classici del passato, la realtà è che era un disco concepito per essere suonato dal vivo, un disco diverso dagli altri di Tom Petty perché più incentrato sul suono della band che sul songwriting. Le canzoni non erano per nulla brutte, anzi, e questo Kiss My Amps lo dimostra perché se fossero state tali anche dal vivo avrebbero mostrato la loro mediocrità o al massimo sarebbero risultate del tutto routinarie ed invece fanno una grande impressione per come il seminole e la sua band possono sbizzarrirsi in lungo ed in largo in un sound di puro ed esaltante rock n'roll. Quando vennero scritte e registrate per Mojo avevano già nel dna quel carattere libero e selvaggio che si sarebbe tradotto dal vivo nella celebrazione di una delle più grandi rock n'roll band in circolazione, gli Heartbreakers. Sciabolate di chitarra e flash visionari ed estatici come in First Flash Of Freedom, nervose galoppate ritmiche come in Sweet William, singhiozzi di elettrico e sporco blues in Jefferson Jericho Blues, acido psycho rock in Takin' My Time, continui cambi di marcia e poi chitarra a palla in I Should Have Known It, un brano che non sfigurerebbe in un live dei Led Zeppelin con Mike Campbell scatenato come non mai, e poi ancora l'irresistibile groove di Running Man's Bible, sintesi in sei minuti di cosa sia una band quando jamma ed infine la melodia prima e i pesi lordi poi di Good Enough, ovvero la dolcezza senza zucchero e i muscoli senza anabolizzanti. Kiss My Amps è il glossario indispensabile di una rock n'roll band presa in un momento di grande attitudine ed energia, una band coi controcoglioni, roba che è ormai difficile trovare e sentire, una band che suona con urgenza, sporcizia, classe e padronanza, una band ed un leader immensi, una band che vogliamo vedere così a Lucca il 29 giugno.
MAURO ZAMBELLINI GENNAIO 2012
domenica 1 gennaio 2012
il mio best del 2011
A mio modesto parere non è stato un grande anno sia per la musica che per i film. Poche novità di rilievo, pochi dischi realmente emozionanti, pochi film da ricordare. Non sono un cinefilo ma il cinema rimane uno dei miei svaghi preferiti, non sono abbonato a Sky e la Tv pubblica in fatto di film fa pena per cui amo sempre uscire di casa ed infilarmi nel buio di una sala cinematografica, sia essa una multisala o semplicemente un cinema di paese resistito al tempo e alle speculazioni ma da qualche anno a questa parte noto che i film per cui valga la pena mettersi in movimento e spendere soldi sono sempre di meno. Sono piuttosto selettivo e vedo con una certa riluttanza (limite mio) sia l'attuale produzione italiana (non tutta ma quasi) sia il cinema iraniano o bengalese o turco o di qualche altro paese emergente, sono tradizionalista e continuo a nutrire una predilezione per i film americani indipendenti o di secondo livello (i B movie tanto per intenderci) che ormai sono rari come il panda perché nelle sale spopolano i film dai budget spropositati, kolossal da effetti speciali e in 3D insopportabili tagliati per un pubblico giovanile che va al cinema per mangiarsi i pop corn. Non ricordo tutti i film che ho visto in questo 2011 ma alcuni mi sono rimasti in mente perchè mi hanno soddisfatto e fatto pensare, come il rifacimento di Il Grinta (è nel blog) dei fratelli Coen e il noir minimale e notturno di Drive del regista Nicolas Winding Refn, Palma d'oro per la miglior regia al Festival di Cannes del 2011.
E' un film che definirei rock per il ritmo e l'ambientazione, duro e crudo ma con squarci di autentica poesia urbana, realistico fino al midollo ed impreziosito da una fotografia satura di suggestioni notturne. Un road-noir-movie come non se ne vedeva da tempo, tratto dall'omonimo libro di James Sallis (Giano Editore). Pollice alto anche per il poetico e tollerante Miracolo a Le Havre (nel blog) del finlandese Aki Kaurismaki e divertimento assicurato nel fine e romantico Midnight In Paris di Woody Allen, un film delizioso che contiene alcune delle migliori battute dell'anno.
Per quanto riguarda la musica e più specificatamente il rock noto che la mia soglia di gradimento si è abbassata ovvero sono sempre meno i dischi all'altezza del costo d'acquisto. You-tube e il downloading permettono di non prendere più troppe cantonate acquistando dischi magari strombazzati da critici e giornali che poi si rivelano poca cosa e faticano a rimanere nel lettore più di qualche giorno. Sono rimasto ancorato all'antico sistema di misura, un disco è valido se gira tante volte nel lettore, ci rimane settimane se non addirittura mesi. Quest'anno mi sono imposto di ripristinare la gloriosa, formativa e parsimoniosa pratica giovanile di sentire e risentire i dischi numerose volte esplorandoli a fondo come si faceva una volta coi vinili, consumandoli ed imparando le canzoni. Ad una certa età non è facile, la memoria non è più quella di un tempo, la vista si è fatta precaria e ho smesso di ricordare bene i titoli dei brani da quando i CD hanno rimpiazzato i vinili, anche le emozioni si sono raffreddate, raramente si sobbalza come a 30/40 anni, per non dire di 20 anni ma quella è una età in cui si è sovraesposti a qualsiasi eccitazione e non fa testo, nel migliore dei casi oggi riesco a prendermi una cottarella che lascia un dolce sapore di gioventù ma è difficile vivere quella incontrollabile passione che rendeva un disco un genere di prima necessità come l'aria, l'acqua e il vino. Di hot stuff oggi se ne sente poca, è dura trovarli, io non ho smesso di cercare perchè sono un tossicodipendente del rock ma a parte Blessed (nel blog) di Lucinda Williams e The Whole Love (nel blog) di Wilco, due dischi della madonna, quest'anno la scimmia l'ho sedata più con le ristampe perché se confronto la produzione musicale del 2011 con quella di venti o trentanni fa (per non andare ancora più indietro) il bilancio è impietoso e mi viene da pensare che non siano tanto le mie emozioni raffreddate dall'età ma la qualità della musica di oggi ad essere in caduta. Conosco poco il mondo del rock alternativo e dell'indie-rock per formulare giudizi in merito, per cui mi limito ai territori da me conosciuti del classic rock, del roots rock, del rock-blues e dei generi limitrofi ma compilare quest'anno una lista di dieci dischi imperdibili è stata opera ardua. Tenendo conto delle difficoltà economiche che angustiano il pubblico rock che non è propriamente quello del lusso, per cui spendere 20 euro per un disco solo carino si traduce in un giramento di coglioni per cui è bene essere oculati e ponderati.
Come scrivevo sopra, le ristampe sono state un valido aiuto per far fronte alla crisi, certo le edizioni Deluxe costano un sacco (come i concerti, un vero salasso) ma ci sono i double Cd per le classi medio-basse che evitano di andare in default, una delle parole dell'anno. Le ristampe hanno avuto una funzione consolatoria nella mediocrità delle novità, alcune sono arrivate al momento giusto come ad esempio la monumentale ristampa (non la prima però) di Layla (nel blog) di Derek and The Dominoes rimpolpata di un bonus disc. L'impressione è che si continuano a mungere sempre i soliti, un pò come fanno i governi con le manovre economiche, ovvero gli stessi che avevano comprato il vinile originario e poi la prima stampa in Cd e poi la ristampa rimasterizzata sono adesso gli acquirenti della nuova edizione Deluxe. Il mercato si amplia di pochissimo, se venite a casa mia ci trovate quattro copie di Some Girls dei Rolling Stones e nell'appartamento del mio vicino, che ascolta anche lui la musica, neanche una. Some Girls (nel blog) comunque è stata una ottima operazione, meglio di quella effettuata con Exile perchè il cd aggiunto è un vero disco con canzoni di primo taglio e non una collection di out-takes raccogliticce e ripulite. Altra grande riedizione è Quadrophenia degli Who un disco che ho apprezzato più adesso che quando uscì agli inizi degli anni '70, riguardatevi anche il film omonimo di Franc Roddam e avrete uno spaccato dell'Inghilterra dei primi sixties eloquente.
La vecchia odiosa Inghilterra ha portato delizie alle mie orecchie quest'anno. Eric Clapton è inglese, così come lo sono gli Stones e gli Who e anche i Kinks che hanno goduto delle ristampe di due loro classici imperdibili, Face To Face e Something Else, entrambi in versione double cd e pure inglesi sono i Caravan omaggiati della nuova versione expanded di In The Land of Grey and Pink, piccolo gioiello del Canterbury Sound in equilibrio tra rock, pop, jazz, folk pastorale e quieto progressive.
Ma queste sono ristampe ed è lungi da me voler essere passatista. Sono dischi che si conoscevano già e nella maggior parte dei casi già vissuti. Continuo a ritenere un disco una sorta di piccolo sogno individuale dove immergersi dimenticando per un'oretta tutto il resto, le brutture e i problemi che ci circondano, perdersi in un mondo a nostra misura dove noi siamo gli unici padroni delle nostre emozioni e delle nostre visioni. Quando questo “viaggio interiore” nel disco e nella musica diventa condivisione collettiva beh allora salta fuori il disco che cambia l'orizzonte emotivo e il sentire di una tribù di uomini, come fu Darkness o Four Way Streets o Joshua Tree o London Calling per fare qualche esempio e allora l'evento assume un impatto quasi sociale creando miti e mitologie. Da diversi anni non ci sono dischi di rock che hanno avuto questo potere (forse i Radiohead lo sono stati per il pubblico dell'indie-rock), oggi i dischi sono più che altro un prodotto culturale che offrono la possibilità di una sana e consapevole gioia individuale che aumenta il nostro livello conoscitivo e nel migliore dei casi emotivo. Quest'anno qualche disco “minore” ha avuto il pregio di far scattare il quid emotivo: Israel Nash Gripka col suo 2011 Barn Doors Spring Tour Live In Holland (nel blog) ha portato sul palco un agro e melodico rock chitarristico in odore di Neil Young mentre James Maddock con Live at Rockwood Music Hall (nel blog) ha evocato la spumeggiante energia di un club newyorchese era The Wild , the Innocent and the E Street Shuffle.
Calore e versatilità nell'ultimo disco di Grayson Capps, The Lost Cause Minstrels, (nel blog) un cocktail di umori e sapori deep-south con una forte dose di pymiento New Orleans. Eccellente il disco The King Is Dead dei Decemberists, la maggiore novità tra le nuove band americane nel rinverdire una tradizione di rock mischiato a country e folk e riproporlo con una veste accattivante, fresca ed originale, meno derivativa rispetto a quegli assemblatori di cose altrui che sono i Fleet Foxes del 2011. Quello dei Decemberists è uno dei dischi dell'anno. Molto bello anche il disco debutto di Jonathan Wilson finora conosciuto come polistrumentista e produttore (Costello, Fleet Foxes, Robbie Robertson) il quale è un po' il rappresentante dell'attuale scena musicale del Laurel Canyon di L.A, tra gli anni sessanta e settanta bucolica residenza di tutti i più noti songwriter e musicisti della southern California, valle immortalata da Joni Mitchell in uno dei suoi più riusciti dischi. Gentle Spirit, questo il titolo dell'album di Wilson, è un lavoro dall'animo gentile, ispirato ed incantato, con splendide ballate dai colori cristallini, l'aria meditabonda del troubadour ed un pò di acide svisate elettriche tanto per rimanere nel tema della West-Coast psichica. Consigliato. Non sono certo di primo pelo ma neanche dinosuar rock i Counting Crows che confermano di avere un cantante ed un frontman eccezionale e di essere una band solida ed adulta che dal vivo sa il fatto suo unendo rock e ballate in modo fantastico. Il loro August and Everything Live At Town Hall (nel blog) riproposizione dal vivo del loro primo album è uno di quei dischi che si appiccicano addosso e rimanagono nel lettore Cd giorni e giorni fino a ritrovarvi a cantare, se riuscite, i ritornelli di canzoni come Omaha, Mr.Jones, Rain King.
Di bande rigorosamente rock n'roll ne sono rimaste poche, i Social Distortion sono una di queste. Con Hard Times and Nursery Rhymes (nel blog) la band di Mike Ness ribadisce il suo credo: testi sociali improntati alla nuova depressione economica con l'uso di figure provevienti dal gangstersimo rurale degli anni venti e sotto della polvere da sparo pronta ad esplodere non appena gli strumenti e la voce di Ness danno inizio alle loro rime fatte di blues, rockabilly, rock n'roll e country trattate come fossero i Clash a suonarle. Inni di rivolta.
Tra i veterans of America, John Hiatt stabilisce che invecchiare non sempre è un male. The Open Road lo scorso anno aveva mostrato una verve roots-rock ritrovata ed ispirata, Dirty Jeans and Mudslide Hymns (nel blog) pur contando su un produttore, Kevin Shirley, più adatto ad un sound mainstream elargisce un pugno di canzoni davvero belle, forse migliori per varietà a quelle del precedente disco, più compatto ed uniforme. La voce di Hiatt è diventata strepitosa, come strepitosa è quella di Warren Haynes che non tradisce mai e anche senza i Muli realizza un album di solidissimo soul-blues qual è Man In Motion (nel blog), un disco che mette insieme la storie del blues e del soul sudista intrecciando Memphis, la Stax, le Gibson, Otis Redding, il funk, le ballads ed il jazz. Veterani sono anche Gregg Allman e Lou Reed, seppure di diversa origine e natura.
Il primo, acciaccato da seri problemi di salute, ha regalato nel 2011 una intima versione down-home del suo background bluesistico. Low Country Blues (nel blog) prodotto da T-Bone Burnett è uno di quegli album che si apprezzano ascoltandoli a fondo, magari soli e nella notte, cogliendone sfumature, il suono caldo del contrabbasso, i dettagli delle chitarre, la voce profonda e sofferente. Lou Reed invece con il supporto dei truci Metallica ha realizzato un doppio cd titanico nella lunghezza e brutale nei suoni, un disco ostico, difficile, impegnativo, un disco che parla di morte, di sesso, di sofferenza e di violenza. Un disco coraggioso, da tenere lontano dalla portata dei bambini, un disco che non si ascolta in ogni momento ma che è una opera d'arte per come tratta temi che riguardano the dark side of the life. Se si ha il tempo e la voglia di ascoltarlo a fondo risuona di una bellezza cupa e imponente, come una cattedrale gotica che emana una luce sinistra e malata. Lulu ha precedenti nella dissoluzione umana raccontata in Berlin ma le chitarre evocano Rock n'Roll Animal ed il rumore lordo dei Metallica fa venire in mente una versione aggiornata di Metal Machine Music.
Un po' di tempo fa tutti parlavano bene di Tom Waits e male di Ryan Adams. Del primo si trovavano lodi anche sull'Osservatore Romano, per non dire dei giornali di tendenza, nelle riviste a-la page, nei circoli intellettuali e nelle riviste specializzate. Nessuno poteva obiettare che quando rumoreggiava troppo alla fine si ripeteva e stancava, no, bisognava accettare anche rutti e rantoli. Oggi è caduto un po' in disgrazia, non è più così trendy, lo conoscono in troppi, è quasi di massa e orrore sta ritornando normale, ovvero ricorda troppo da vicino il bohemienne del Tropicana, quello che suonava il blues con l'whiskey e le Lucky Strike. Ecco perchè Bad As Me è stato trattato con sufficienza ed invece è il suo disco migliore dai tempi di Mule Variations, nel senso che accanto a quel rumorismo da officina che continua a battere impietoso, seppure in dose molto minore, sono ricomparse quelle splendide e struggenti e umide ballate al neon che ricordano il Tom Waits della prima era, quello che sembrava uscito dalle pagine di On the Road di Kerouac, il Tom Waits antecedente a Swordfishtrombones.
Sentitevi Talkin at The Same Time, Kiss Me, Last Leaf, New Year's Eve e poi ditemi se il vecchio Tom non si è fatto prendere dai ricordi ed è andato a recuperare Small Change e Foreign Affairs.
Discorso inverso per Ryan Adams. Quando fece Cold Roses e Cardinology in pochi se lo filavano, adesso che il suo disco è stato prodotto da Glyn Johns (uno dei più grandi produttori del rock) in analogico e ci suonano Norah Jones e Benmont Tench tutti a sperticarsi di lodi. Era successa la stessa cosa lo scorso anno col disco di John Mellencamp, No Better Than This, registrato da T-Bone Burnett negli studi della Sun di Memphis e nell'hotel di San Antonio dove aveva registrato Robert Johnson, lodi a non finire, stellette a destra e manca. Come il disco di Mellencamp anche Ashes and Fire di Ryan Adams non è un disco brutto ma è valutato più per il contorno che per la sostanza, le canzoni difatti suonano tutte uguali, lui canta con la stessa cadenza dalla prima nota all'ultima, una malinconia crepuscolare che, nonostante il vintage sound ineccepibile e politically correct, ad un certo punto più che stringerti il cuore ti stringe le palle e ti fa venire voglia di gridare basta. Che dire, più fumo che arrosto, come direbbe mia madre.
Rimane da dire dei concerti, un anno fortunato a mio parere perchè Warren Haynes (nel blog) a Genova con la sua band è apparso un gigante come cantante, chitarrista e bandleader illuminando la lanterna con una sontuosa versione dell'album Man In Motion. Pochi giorni prima, sempre a Luglio, i Black Crowes (nel blog) a Vigevano mi avevano fatto rivivere la febbricitante eccitazione rock n'roll di uno show degli Stones degli anni '70. Roba forte insomma, incendiaria, nonostante i soli 90 minuti di un concerto che sarebbe dovuto durare il doppio. Splendido per musica e ambientazione il concerto di Eric Clapton con Steve Winwood e band visto alla Royal Albert Hall (nel blog) alla fine di maggio. Show superbo, acustica perfetta, location da favola, signorile e comoda, insomma uno di quegli eventi di cui uno si ricorda per una vita intera. Come mi ricorderò per una vita intera il concerto milanese (nel blog) di Paul McCartney a fine novembre, uno che non ho mai avuto tanto in simpatia ma si è dimostrato di una professionalità e di una bravura oltre ogni aspettativa dandomi emozioni che non pensavo di provare. Come dire anche gli stoniani hanno un cuore.
Poi ci sono stati tanti concerti minori solo di nome (Israel Nash Gripka, James Maddock, Red Wine Serenaders, Arianna Antinori, Gnola&Jimmy Ragazzon, Angelo "Leadbelly" Rossi, Cheap Wine, Rusties) e festival (Ameno Blues, Narcao Blues) che hanno contribuito a tenere calde le mie passioni musicali, a rendere migliore questo 2011 e a dare speranza per il prossimo anno, un anno che si annuncia con un evento a lungo aspettato: Tom Petty & The Heartbreakers in concerto in Italia.
Purtroppo negli ultimi giorni di questo 2011, proprio a ridosso di Natale se ne è andato un amico che tanto ha fatto per la musica di qualità in Italia, Carlo Carlini ci ha fatto conoscere la parte migliore e poetica dell'America portandoci songwriter, rocker e bluesman che avevamo sentito nei dischi ma mai immaginato di poterli vedere e applaudire sotto casa. Grazie ancora Carlo.
E per tutti Voi lettori e amici Buon Anno.
MAURO ZAMBELLINI DICEMBRE 2011
sabato 24 dicembre 2011
Warren Haynes presents The Benefit Concert vol. 4 (Evil Teen 2CD)
E' abitudine di Warren Haynes organizzare nel periodo natalizio un Benefit Concert i cui proventi vanno ad Habitat for Humanity, una organizzazione no-profit impegnata nella costruzione di abitazioni per i senza casa. I concerti avvengono ad Asheville la città natale di Haynes nel Nord Carolina e vedono ogni anno la partecipazione di nomi noti e meno noti della musica southern e del rock-blues americano in generale. Sono già usciti diversi Cd e Dvd che testimoniano di questo avvenimento, questo The Benefit Concert vol. 4 è la cronaca dell'edizione del 2002 ed è una edizione di lusso perchè le forze in campo sono straordinarie. Innanzitutto Warren Haynes che suona un pò dappertutto, coi Gov't Mule nella drammatica, esaltante, commovente versione di Worried Down With Blues, il più bel blues da dieci anni a questa parte originariamente presentato su The Deep End un anno prima di questo concerto, in una jazzatissima e jammata Sco-Mule altro lascito di quel fantastico disco e altro highlights di questo show e nella lunga resa di Simple Man dei Lynyrd Skynyrd, un pezzo che non ha bisogno di presentazioni, dove i Muli sono raggiunti sul palco da Artymus Pyle degli Skynyds alla batteria, Audley Freed dei Black Crowes alla chitarra, Dave Schools degli Widespread Panic al basso, dal chitarrista Mike Barnes nativo di Asheville con esperienze negli Allman e nei Crowes e dall'organista Rob Barraco, l'unico forse a lasciarsi andare un pò troppo in una band che suona col tocco del divino. Ma Warren è a tutto campo, vero regista della partita.
Già nell'iniziale Carolina In My Mind di James Taylor la sua chitarra accompagna il violino di Don Lewis in quello che è un sentito omaggio acustico allo stato della Carolina del Nord e alla città natale di Haynes. È solo un accenno di quello che farà Haynes nel corso del concerto perché immediatamente dopo la scena è presa dai Sons of Ralph, altra band locale formata dal mandolinista Ralph Lewis e dai figli Don (violino e mandolino) e Marty (chitarra) specializzata in bluegrass music. Due brani a base di appalachian mountain music e country e poi è la volta di Jerry Joseph, leader dei Jackmormons e cantautore che si esibisce solista in una delle sue canzoni più note, The Kind of Place e poi aiutato da Robert Randolph col dobro, Dave Schools col basso e Matt Abts alla batteria si lancia in una bluesata Climb To Safety. La temperatura si innalza quando entra in scena Robert Randolph con la sua Family Band. Torrenziale e forse un po' eccessiva, Looking Out My Window è un soul-funk che frana verso il più chiassoso Sly Stone e dà la misura dell'orgia sonora creata dalla famiglia di Randolph mentre Shake Your Hips gioca per dieci minuti come fa il gatto col topo attorno all'ossessivo riff di La Grange aprendo delle fulminee schermaglie con la pedal steel di Randolph, la chitarra di Haynes e le dilaganti tastiere di John Girty e Denny Louis. Il tutto al servizio della delirante voce di Randolph che predica il suo sabba di black music totale.
Cambio di scenario con i Moe, la groove band debitrice dei Dead. Non misconoscono le loro origini e difatti legano in medley l'acida Dark Star di Garcia con la visionaria e spaziale Mexico, frutto del loro songwriting prima di dilatarsi negli effluvi narcotizzanti di Opium e rievocare i suoni della California psichedelica, aiutati da "maestro" Haynes che qui non sa che pesci pigliare tra Duane Allman e Jerry Garcia. Basta l'arrivo di John Hiatt perchè si ritorni coi piedi per terra. Tre canzoni, una più bella dell'altra, una sequenza da brivido, prima Ride Along, poi Tiki Bar Is Open impreziosita dal sassofono di Jon Smith e trasformata in un flessuoso blues/R&B ed infine una sincopata e jammata Memphis On The Meantime da far accapponare la pelle con Haynes con la slide a dar man forte ai Goners. La voce di Hiatt è un concentrato di negritudine, Landreth è un treno, il ritmo una droga. Ancora Dead dopo John Hiatt nella versione di Bob Weir and Friends una delle tante band in cui suona Haynes. Il cantante e chitarrista dei Grateful Dead si cimenta in alcuni classici del gruppo di Garcia, Shakedown Street mai troppo amata da chi scrive, una lisergica e stroboscopica medley di Truckin' e The Other One preparano il terreno per il finale esplosivo dei Muli che con Worried Down The Blues, Sco-Mule e Simple Man mandano i paradiso quanti ancora non erano saliti a bordo. È un doppio Cd e costa meno di un singolo. Opera di beneficenza a prezzi cheap. Alla portata di tutti, true democracy.
MAURO ZAMBELLINI
Disc 1
1 Carolina In My Mind (Haynes, Warren / Lewis, Don [Guitar])
2 One (Haynes, Warren)
3 One One One (Haynes, Warren / Sons of Ralph)
4 Nine Pound Hammer (Haynes, Warren / Sons of Ralph)
5 The Kind of Place (Joseph, Jerry)
6 Climb To Safety (Joseph, Jerry / Schools, Dave)
7 The Times They Are a Changin' (Kinney, Kevn / Haynes, Warren)
8 Squeeze (Randolph, Robert & the Family Band [1])
9 Looking Out My Window (Randolph, Robert & the Family Band [1])
10 Shake Your Hips (Haynes, Warren / Louis, Danny)
11 Dark Star Jam > Mexico (moe. [1])
12 Opium (Haynes, Warren / moe. [1])
13 The Weight (Weir, Bob / Haynes, Warren)
Disc 2
1 Ride Along (Hiatt, John & the Goners)
2 Drive South (Hiatt, John & the Goners)
3 Tiki Bar is Open (Hiatt, John & the Goners)
4 Memphis In the Meantime (Haynes, Warren / Hiatt, John & the Goners)
5 Shakedown Street (Weir, Bob)
6 Truckin' (Weir, Bob / DJ Logic)
7 The Other One (Weir, Bob / DJ Logic)
8 Worried Down the Blues (Rzab, Greg / Gov't Mule)
9 Sco-Mule (Rzab, Greg / Gov't Mule)
10 Don't Stop On the Grass, Sam (Schools, Dave / Gov't Mule)
11 Simple Man (Pyle, Artimus / Freed, Audley)
lunedì 19 dicembre 2011
Miracolo a Le Havre (di Aki Kaurismaki)
L'antidoto ai cinepanettoni e alle banalità che girano sugli schermi nel periodo natalizio è questo bel film di Aki Kaurismaki, l'indimenticabile inventore dell'esilarante Leningrad Cowboys Go America adesso alle prese con un film di vago sapore civile dove intolleranza e paura sono sconfitte dalla lieve mano di un regista capace di trasformare in ottimismo una storia di neo-realismo dei giorni nostri. Marcel Marx, ex scrittore e bohemienne, si è ritirato in una sorta di esilio nella città portuale di Le Havre dove vive in una modesta abitazione con la moglie amata Arletty che si scoprirà gravemente malata e verrà ricoverata in ospedale e con una cagnolina, Laika. Pratica il poco redditizio mestiere del lustrascarpe e stringe un genuino rapporto d' amicizia con gli abitanti del quartiere proletario dove abita, in particolare col fruttivendolo, la panettiera ed una barista che gli offre volentieri un bicchiere di vino senza risparmiarsi qualche severa osservazioni sulla sua condotta. Abbandonata ogni velleità letteraria, Marcel vive felicemente dividendosi tra il suo bar preferito, il lavoro e la moglie Arletty, quando all'improvviso il destino mette sulla sua strada un piccolo profugo arrivato dall'Africa. Marcel vuole aiutare il ragazzo, braccato dalla polizia di frontiera, nonostante la mancanza di soldi e le preoccupazioni personali e farlo arrivare a Londra dalla madre. Contro di lui lavora la ottusa macchina dello stato occidentale rappresentata da un vicino spione e dalla polizia che lentamente stringe il cerchio attorno al ragazzino del Gabon. Con lui c'è la solidarietà proletaria degli umili, più un commissario di polizia disincantato, dall'apparenza cinica, disposto a seguire le ragioni del cuore e della razionalità umana. Con lui è anche Roberto Piazza alias Little Bob, eroe in pensione della Le Havre rock, che si offre volontario con la sua band per un concerto i cui proventi serviranno per la fuga del giovane africano.
Il finlandese Aki Kaurismaki compie un piccolo miracolo: in trasferta in Francia, con un cast di volti noti del cinema polar francese imbastisce una fiaba moderna con un vago sapore retrò che non guasta ad insaporire e a colorare lo squallore e l'indifferenza di oggi. Kaurismaki non rinunciai ai suoi temi più cari, il mondo che rappresenta è quello del proletariato e con l'aiuto di una fotografia (Timo Salminen) curata e dal gusto antico realizza un film in cui la malinconia profonda e la stanchezza del vivere si aprono verso un ottimismo poco comune oggi. La sua denuncia sociale si stempera in un messaggio positivo di riscatto e speranza, in un mondo in cui prevale il cinismo e la paura sapere che qualcuno pensa, senza lacrime e facile romanticismo, che si possa cambiare un destino è già un passo in vanati. Da vedere assolutamente.
MAURO ZAMBELLINI
martedì 6 dicembre 2011
Rai Stereonotte
Mi è sempre piaciuta la radio fin dagli albori delle radio libere. A metà degli anni settanta fui conduttore di una fortunata trasmissione musicale, Scatola Calda, a Radio Varese, l’unica radio libera dell’occidente occupato così strillava il suo logo inventato dal sottoscritto e divenuto titolo di un libro, una radio politicamente scorretta (negli anni novanta fu confiscata dalla nascente Lega Lombarda) e con un palinsesto musicale in cui anche il più innocuo e sbarazzino Aperitivo in musica per casalinghe e pensionati aveva come sigla una kilometrica Rock n’Roll di Lou Reed. Musicalmente parlando era molto più anticonformista (già nel 1976 era di casa Patti Smith) delle più titolate ed urbane Canale 96 di Milano e Radio Alice di Bologna ma si sa alla provincia non sempre vengono riconosciuti i suoi meriti. Ci stetti un paio di anni a Radio Varese fino a quando non fu “normalizzata” dalla sinistra ufficiale (fino allora era stata una Radio autonoma e di movimento), bivaccai qualche tempo, tra la fine dei settanta e l’inizio della decade successiva in qualche radio commerciale e poi finii a condurre settimanalmente un programma di deciso orientamento rock a Radio Popolare, radio che frequento tuttora. Proprio la “militanza” a Radio Popolare oltre alla mia attività giornalistica nel Mucchio Selvaggio mi valsero l’arruolamento nel team rotante di Rai Stereonotte messo in piedi dal direttore Pierluigi Tabasso. Devo ringraziare Massimo Cotto (tipo con cui non ho mai legato granchè ma anche lui del Mucchio), già a Rai Stereonotte da qualche edizione, per avermi introdotto a Tabasso, il quale oltre a stimare il la mia collaborazione con Radio Popolare condivideva con me la passione per la nautica. Assieme a Cotto ero in quegli anni tra il 1988 ed il 1990 l’unico conduttore extra-romano ovvero gli unici che arrivavano dalla profonda provincia del nord (lui Asti ed io Varese), cosa che strideva con la romanità della Rai e suscitava sguardi “compassionevoli” da parte dei rinomati conduttori dell’urbe piuttosto freddi al primo approccio verso i milanesi, anche se in realtà ero un insegnante di una scuola media in una piccola cittadina (Somma Lombardo) della provincia di Varese. Per me fu il classico fulmine a cielo sereno, lasciare per qualche tempo colleghi, bidelli, libri e ragazzi vittime del teorema di Euclide e catapultarsi nella Capitale facendo il lavoro più bello del mondo o almeno quello che si era sempre sognato dalla prima volta che si era acquistato un disco: trasmettere la musica di cui eri appassionato nella scenografia misteriosa ed intrigante della notte e nella migliore trasmissione di musica a livello nazionale, quella che l’ Italia ascoltava con lo stesso trasporto di quando io da ragazzo nottetempo ascoltavo Radio Luxembourg cercando di non farmi accorgere dai miei genitori.
Un bel colpo di fortuna, sebbene alle spalle ci fossero anni di ascolti, di letture, di recensioni e soprattutto un capitale speso in dischi ma lavorare 1/6 del tempo che trascorrevo a scuola senza tutta la fatica e l’impegno che comportava e guadagnare 1/3 di più con un lavoro che era uno sballo beh questo chiamatelo come volete ma rimane un colpo di culo. Certo lavoravo di notte, dormivo male, non ero a casa, la fidanzata era lontana, ero in una città che non conoscevo, mangiavo e bevevo in modo disordinato ma chissenefrega, questo, mi dicevo “è il rock n’roll”. Proprio solo non ero perché la redazione del Mucchio Selvaggio, giornale di cui ero redattore, era ed è a Roma per cui diversi amici che mi invitavano a cena e andavo con loro al cinema e ai concerti c’erano e altri me ne feci di cui ancora adesso ho un buon ricordo.
Il mio impatto con Roma fu traumatico. Arrivai in questo residence sulla Camilluccia che avevo prenotato via telefono senza vederlo e sapere come fosse (internet era di là da venire) dopo aver fatto un lungo viaggio di 600 km con la mia Renault 5 bianca carica di vestiti, lenzuola, libri, giornali, dischi, stereo, casse, pentole, posate e piatti perché come extra-romano dovevo portarmi tutto il vivibile e l’usabile e sarei stato lontano da casa 4 mesi, salvo sporadici ritorni di 48 ore in treno. Mi sembrava di essere un militare ma la nazione che servivo era quella del rock n’roll anzi di Rai Stereonotte. La sera che arrivai in quello che più che un residence sembrava un bunker di cemento sottointerrato squallido e tetro dove Dario Argento avrebbe potuto ambientare un suo horror fu triste. Era una sera di metà ottobre cupa e piovosa, scaricai stanco il materiale sotto una pioggerellina fastidiosa più adatta al Varesotto che a Roma, piazzai lo stereo e misi un disco di Lloyd Cole and The Commotions per stare in tema con l’atmosfera uggiosa e umida e seduto su una sedia provai un profondo senso di malinconia pensando casa, i miei amori, gli amici e quelle piccole certezze borghesi che all’improvviso racchiudevano un calore che non avevo mai avvertito prima e mi sembravano una sorte di isola felice rispetto alla solitudine e al freddo del momento. Faceva veramente freddo in quel bunker, anche nei mesi successivi la cosa che soffrii di più fu il freddo tanto che ancora oggi quando mi dicono che Roma ha un clima tiepido tutto l’anno li guardo stralunati e non oso contraddirli. Presi coraggio e aprii l’armadio per deporre camicie, pantaloni, mutande e golf ma in un cassetto ci trovai un topo morto da qualche tempo. Rimasi di merda, avvisai il portiere che infastidito perché era l’ora di cena mi sbarazzò con paletta e giornale dell’intruso e così dopo quell’incontro decisi di aspettare il giorno dopo per inquadrare meglio la mia nuova avventura. Il giorno dopo c’era il sole e Pierluigi Tabasso si rivelò una persona squisita e comprensiva, sapeva che venire da fuori non era come essere de roma , in primis perché non conoscevi “l’azienda Rai” e le sue dinamiche non semplici, era tutto nuovo e gli altri ti vedevano quasi come un intruso. In verità non sono mai riuscito a fraternizzare molto con gli altri conduttori tranne con Carboni e Cestoni nonostante dividessi le notti insieme ma a parte la settimanale riunione di redazione con il direttore il resto funzionava un po’ come a scuola ovvero l’insegnante entra nelle sue ore nelle sue classi e con gli altri insegnanti ci parla durante il Collegio dei Docenti o nella pausa caffè, se ti piace il caffè. Così era a Rai Stereonotte, ognuno aveva la sua fascia oraria che cambiava di giorno in giorno, arrivava coi suoi dischi quando l’altro finiva, un saluto, due parole e poi via solo nello studio, quando arrivava il successivo, se non era l’ultimo segmento, un altro saluto e due altre parole e così via. Parlavo più coi tecnici, in particolare con Sergio Spaccini, capello brizzolato e battuta facile da playboy de noantri.
Il problema per me che venivo da lontano erano i dischi. In quattro mesi te ne occorrevano tanti, dovevi portarti i vinili da lontano e con l’auto, lo spazio era quello che era e non potevi traslocare tutta la tua discografia. E’ uno dei problemi che più ho sofferto, quando trasmetti per un’ora e mezzo a notte per quattro mesi hai bisogno di una valanga di dischi, diversi e intercambiabili, chi abita in loco può permettersi di spaziare in lungo ed in largo perché ha a disposizione la discoteca di casa. Fate conto che l’archivio Rai non offriva quella specializzazione ad personam per cui eri stato ingaggiato per cui dovevo fare salti mortali per rinnovare il mio bagaglio discografico, tenevo buoni rapporti con le case discografiche in genere generose con chi conduceva Rai Steronotte, poi facevo qualche ricambio quando tornavo a casa in treno con un valigione che pesava più di me, compravo qualcosa di nuovo a Roma e poi c’era Max Stefani, il direttore del Mucchio, che ogni tanto mi prestava dei dischi. Ma la faccenda era complessa, cosa per cui mi rimane il dubbio di non aver dato il meglio di me stesso nella programmazione di quelle notti proprio per questo, invidiavo i romani e non capivo quando dicevano della pesantezza di quel lavoro. A me sembrava il paradiso, ero abituato a svegliarmi ogni mattina alle sette ed entrare in classe alle otto davanti ad una massa di ragazzi che non aveva il minimo desiderio di starmi ad ascoltare di algebra e geometria per quattro/cinque ore, lavorare a Rai Stereonotte era come essere in vacanza, nessun bambino che ti rompe le balle, nessun genitore pedante, niente presidi con l’orologio puntato. Una manna, solo rock n’roll, da solo in una stanza come Donald Fagen in The Nightfly, coi tecnici che ad un tuo cenno sospendono per un attimo la lettura di Trotto Sportsman e fanno partire il disco dopo che tu lo avevi presentato e ci avevi raccontato una storia sopra sapendo che chi stava dall’altra parte della radio era pronto a sognare con la tua musica, le tue parole, le tue suggestioni.
Le prime due fasce orarie erano quelle che preferivo, quella tra le 12.30 e l’una e trenta e la seguente fino alle 3. Nella prima potevi sciorinare tutto il rock che volevi perché la notte non era ancora calata completamente e allora ero stringato nelle intro e pimpante coi ritmi. Mettevo senza paura di infastidire gli Stones, i Green On Red, i Replacements, Springsteen, Southside Johnny, David Johansen, i Dream Syndicate, i Blasters e tutta quella roba lì. Facevo parte del Mucchio Selvaggio e quella era la musica di quella rivista, il suo biglietto da visita. Altri conduttori erano più soft e soul per non dire “confidenziali”, usavano la voce in maniera e suadente, io, che non avevo una voce così vellutata e calda, cercavo di centrare il bersaglio portando gli ascoltatori sulle strade d’America facendoli sognare come in un road movie. Informavo e spargevo suggestioni stradaiole come il dj nero del film Punto Zero. Mi ricordo una trasmissione in primo segmento, una cosa molto particolare sul rock in U.R.S.S che piacque molto al direttore Tabasso. L’avevo messa insieme coi dischi che mi aveva portato dall’Unione Sovietica un mio amico che li aveva acquistati al mercato nero. Gruppi locali che imitavano con molta innocenza e qualche ingenuità i gruppi inglesi e americani di beat e rock. Tutta roba sconosciuta, assolutamente “proibita” in patria, magari con un relativo valore artistico ma unica nel suo genere e per la prima volta trasmessa in una radio dell’occidente. Una trasmissione che mi riuscì bene in seconda fascia oraria fu a proposito di connessioni tra voodoo e musica. Ci stava a pennello con la notte, misi insieme la lettura di passi di un libro di Cornell Woolrich con schegge estrapolate dal film Angel Heart di Alan Parker supportando il tutto con brani di Dr.John, John Campbell, Willy De Ville e musica di New Orleans. Fu una trasmissione intrigante e paurosa. Nelle altre fasce orarie era bene essere più soffici e riposanti per cui mi venivano di aiuto cantautori e cantautrici, Tom Waits, Joni Mitchell, Ricky Lee Jones per fare qualche nome e poi il blues e qualche jazz morbido che serviva ad accompagnare dolcemente gli ascoltatori nel sonno o fare quieta compagnia a chi lavorava e viveva in quegli orari. Ci scrivevano molti carcerati che non riuscivano a dormire e trovavano consolazione nelle nostre voci, nelle nostre parole, nella nostra musica. Nell’ultimo segmento, quella tra le 4 e trenta e le 5.45 la storia cambiava ulteriormente. Lì bisognava sottolineare con delicatezza il risveglio di chi si preparava ad andare a lavorare di prima mattina. Era una fascia ascoltata da operai dei primi turni o quelli dei servizi di pulizia che prima che gli uffici e le banche aprissero avevano già fatto il loro lavoro. Era un pubblico diverso da quello del resto della notte per cui selezionavo diversa musica italiana, anche se non sono mai stato uno specialista del genere. Sceglievo tra i dischi di Paolo Conte, qualcosa del primo Zucchero perché sapeva di R&B, la Mina delle origini, il Celentano prima del Mondo in Mi Settima, Lucio Battisti, qualcosa del beat e qualche cantautore degli anni ’70 in odore di rivoluzione. Ci mettevo tra un brano e l’altro dei piccoli frammenti parlati sul tempo, sui colori dell’alba, sul brulicare della città che si sveglia, su qualche notizia curiosa e divertente, sui treni pieni di pendolari e studenti che si apprestano ad affrontare la giornata. Cercavo di far compagnia a chi stava lavandosi i denti o facendo colazione in casa raccontando qualcosa che non fosse specifico della musica ma relativo alla vita di tutti i giorni mettendoci un po’ di humour e qualche flash non stereotipato.
Mitico fu poi il collegamento la notte del capodanno 1990 con Dublino dove in concerto si esibivano gli U2. Fu una notte speciale sotto tutti i punti di vista, non era mai capitata una cosa simile in una radio italiana. Fui orgoglioso di parteciparvi, Carboni era a Dublino con la staff tecnico, Cotto ed io in studio a Roma.
Per me non era sempre semplice tirare le 4.30 per l’ultima tranche di Stereonotte, raramente dormivo prima perché avevo paura di non svegliarmi al momento giusto quindi cercavo di occupare la serata tenendomi sveglio come potevo. Capitava di andare a cena con amici, stavo con loro a chiacchierare e sentire musica ma poi verso mezzanotte tutti si ritiravano e andavano a dormire, quindi mi ritrovavo solo, attraversavo la città in macchina, tornavo al residence sulla Camilluccia, se non lo avevo ancora fatto preparavo la trasmissione poi mi mettevo a leggere qualcosa ascoltando la radio e gli altri conduttori e se l’ora non era ancora arrivata facevo un giro in Via Veneto dove c’erano dei chioschi di giornali aperti tutta la notte per comprare qualche rivista o la prima edizione del quotidiano.
La notte romana era per me un incanto. Andavo a dormire dopo la trasmissione per cui se finivo alle tre o alle quattro e mezzo mi capitava di girare in macchina quando gli altri dormivano. Vivevo al contrario, non avevo problemi col rinomato intasato traffico romano, vedevo una Roma bellissima nel silenzio e nella solitudine della notte. Mi ricordo il senso di pace ed estasi quando passavo per San Pietro completamente vuota e silenziosa, con la sola volante della Polizia che ogni tanto faceva un giro di controllo oppure farsi il lungoTevere senza un intoppo e assaporare un cappuccino caldo all’alba in un baretto dalle parti di Piazza Argentina. Conoscevo perché me li avevano indicati i miei amici romani un sottobosco di bar e piccoli locali dove andare per un caffè, una birra o un whiskey aperti tutta la notte e frequentati da una fauna di nottambuli, balordi, insonni e prostitute. Era molto romantico o almeno io lo vivevo così, mi sembrava di essere proiettato in The Heart of Saturday Night di Tom Waits, cogliere la notte coi suoi segreti, i suoi perdenti, i suoi sogni. Ogni tanto mi capitava di assistere a qualche rissa o imbattersi in qualche tossico che non stava in piedi ma vedevo le cose con sufficiente distacco da viverle come in un film così da portarmi le impressioni e quelle visioni notturne appresso quando varcavo la soglia di Via Po ed entravo nello studio di StaiReonotte con i miei dischi. Quelle impressioni e quelle visioni scivolavano tra una canzone e l’altra così che non rimanevano solo mie ma arrivavano a quel popolo della notte che aveva come amico/a insostituibile la radio.
Rai Stereonotte, uno dei più bei periodi della mia vita.
MAURO ZAMBELLINI OTTOBRE 2011
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