lunedì 30 maggio 2016

ROCK N' ROLL

 

Esistono ancora i dischi di rock n'roll ? Beh, a dire il vero si fa sempre più fatica a trovarne, visto che il genere si è distribuito in cento diramazioni e sono le etichette a tenere banco, da americana all'alt-country, dalle jam band allo stoner rock, dall'indie-rock al nuovo hard-rock, tanto per buttarne lì qualcuna, mentre i dischi che propongono il vecchio verbo, con tutte le contaminazioni possibili ma sempre portatori di quel blend fatto di ganci elettrici, solide ritmiche, riff serrati e ballate che spezzano il cuore, sono sempre più rari. Certo, per chi scrive, è rock n'roll il magnifico doppio album The Ghosts of Highway 20  di Lucinda Williams nonostante siano le ballate dolorose e le atmosfere malinconiche e rarefatte a costituirne l'ossatura, e non azzardatevi a nominate il termine americana alla Williams, vi guarderà in cagnesco, e così lo è anche un altro disco di ballate, ovvero A Cure For Loneliness  di Peter Wolf   perché il rock n'roll non è solo velocità, eccitazione e assoli, ma pure riflessione, nostalgia, sentimento. Non escluderei nemmeno  Let Me Get By  della Tedeschi-Trucks Band tra le cose rock, pur col suo melting di soul, blues, jazz e southern music. Oltre a questi titoli, usciti ormai da qualche mese, la produzione di un certo tipo di rock n' roll  più o meno classico latita sommersa dai tanti songwriters, anche nazionali, in circolazione e dalle derive acustiche o pseudo americana che hanno finito per saturare un genere.
 


 Un bel sospiro di sollievo l'ho avuto con il recente Mudcrutch 2  con cui Tom Petty, uno dei pochi rimasti a masticare il vecchio verbo con la classe dei grandi, mostra  di essere sempre sul pezzo.  Qui non è con gli Heartbreakers ma con la sua band delle origini, i Mudcrutch, ovvero la chitarra in mano a Mike Campbell e Tom Leadon, lui al basso, Benmont Tench con organo, piano e mellotron (uno strumento che sembra ritornato di moda), Randall Marsh alla batteria. Nel 2008 era uscito il loro disco-reunion suscitando molto entusiasmo per la sua vena roots mista a qualche episodio vagamente psichedelico (Crystal River) e delle cover da leccarsi le dita ovvero il traditional folk Shady Grove virato rock n'roll, il pimpante standard country-rock Six Days on The Road ed una irresistibile resa di Lover of The Bayou dei Byrds screziata di psichedelia. In Mudcrutch 2  le canzoni sono al contrario tutte firmate da Petty e dai suoi soci, il disco è piacevole, estremamente piacevole nella sua alternanza di rock ariosi e autostradali, ballate dolenti e qualche fiammata country-rock ( come in The Other Side Of The Mountain)  ma, a mio modesto parere, non è pari al precedente. A dirla tutta sembra più un disco degli Heartbreakers che dei Mudcrutch, la voce di Tom Petty ogni tanto si mischia a quella di Leadon e Tench ma è lui che spicca in prima linea, d'accordo che il leader fa a meno della sua Rickenbaker e lavora di basso elettrico ma alla fine l'impressione è quella di avere tra le mani un nuovo disco degli Heartbreakers, meno jammato di Mojo  e meno mainstream di Hypnotic Eye, ma sempre posizionato sui clichè del sound degli spezzacuori. Mancano quegli sprazzi di rock ruvido e provinciale dei Mudcrutch quando si facevano largo in quel di Gainsville, Florida, tra alligatori, country-rock, southern rock ed echi di rock californiano, aspetto che invece non difettava nel "meno perfetto" ma più ruspante disco del 2008. Poco male, è sempre del buon rock n'roll quello che esce da Mudcrutch 2  e di questi tempi non guasta.
 

Chi non sembra esaurirsi mai nel suo rockare la città è Willie Nile, un artista che è diventato una sorta di personaggio da fumetto in bianco e nero ambientato nelle strade di New York (la grafica del suo nuovo disco è eloquente a proposito) col suo look da old rockers never die, col suo tono gagliardo e barricadiero, con la sua consapevolezza di essere passatista ma senza retorica, col suo "essere" tra storie epiche e di disperazione, occupando un posto di merito nella genealogia rock della città, tra Dion, Lou Reed, le New York Dolls, i Ramones e  Bruce Springsteen. Il suo World War Willie   a parere di chi scrive, è forse il suo miglior lavoro da Streets  Of  New York  ovvero dal 2006, un concentrato di serrato e nervoso rock chitarristico con quella vena romantica che gli è propria e quelle aperture melodiche che ti portano in fretta a cantare le sue canzoni. Se Forever Wild in apertura non appare solo il semplice titolo di una canzone ma l'inossidabile filosofia che muove il simpatico ed esuberante rocker di Buffalo trapiantato nella Grande Mela, altre canzoni come Let's All Come Together, Grandpa Rocks, Runaway Girl, Hell Yeah, Trouble Down In Diamond Town proprio con quei titoli esplicitano l'intero suo mondo musicale e la parata dei suoi miti, Clash compresi, oltre a sintetizzare un personale percorso discografico, citando nei riff, nelle melodie, negli sgarri elettrici e nelle delicatezze acustiche, album come Willie Nile, Golden Down,  Streets of N.Y, House  Of A  Thousand  Guitars  e American Ride.   

World War Willie  è un disco vivo e pulsante, pieno di entusiasmo e di quel rock urbano d'autore che un tempo faceva proseliti e oggi è relegato nelle backstreets, un disco che in barba alla modernità si chiude con una emozionante Sweet Jane,  un modo per ricordare che l'ultimo santo rimasto in città è proprio lui, il piccolo Willie Nile.
 

 

Dall'altra costa americana arriva The Record Company, un terzetto formato dal chitarrista, cantante e armonicista Chris Vos, dal bassista e cantante Alex Stiff e dal batterista e pianista Marc Cazorla. Sono di casa a Los Angeles e sono riusciti a sopravvivere alla dittatura hip-hop, col loro unico album (prima c'erano stati alcuni Ep) intitolato Give It Back To You  dimostrano che ci sono giovani resistenti che ancora vanno in fibrillazione per Stooges e Rolling Stones, John Lee Hooker e Hound Dog Taylor. Possiedono l'immaturità dei coraggiosi ma sono freschi da morire, frullano i grandi vecchi con un'attitudine da teppistelli urbani pronti a far saltare in aria il club sotto casa, hanno  verve e masticano alla maniera di un chewinggum un rock n'roll tinto di beat e di blues. Sono la risposta americana agli Strypes, ritmica secca e concisa, quasi da Violent Femmes, l'armonica di Chris Vos ci mette una generosa dose di blues e di Yardbirds, la sua voce è credibile anche senza essere roca e disperata, la chitarra morde e lascia il segno senza essere un miracolo di tecnica. In qualche traccia, ad esempio On The Move, c'è parvenza di Black Keys prima maniera ma per ora La compagnia del disco non pare interessata a diventare trendy, anche la copertina e la grafica di Give It Back To You rimandano agli anni del vinile e del rock pionieristico, quando il blues costituiva per i giovani metropolitani una preziosa fonte di ispirazione. Senza eccedere nei volumi ma badando a non disperdere nulla della loro freschezza, i tre suonano con quella ingenuità e quel contagioso spirito da esordienti che spesso rendono una squadra di serie B più divertente di tante squadre di zona Champions. Sentire il groove incalzante di Feels So Good, l'ipnotico boogie di Turn Me Loose, il drive semiacustico di Give It Back To You con cui cantano di una California scivolata a Detroit, di This Crooked City un ballata evocativa che sale come fosse Atlantis di Donovan e di In The Mood For You  dove Stones e John Lee Hooker sono mixati con quella spregiudicatezza che anni fa apparteneva ai bravi ma fugaci Red Devils. Un finale selvaggio per un disco che è una boccata di aria fresca.
 

In tre sono anche Moreland & Arbuckle e Simo. Il trio del Kansas arriva al sesto disco, il chitarrista Aaron Moreland, l'armonicista e cantante Dustin Arbuckle ed il batterista Kendall Newby ripropongono invariata la loro mistura di gritty blues and roots rock from the heartland, graffiante sound di straordinaria compattezza che coniuga l' asciutto gesto bluesy di una trio da juke joint con gli sporchi riff di una garage band. Contemporaneamente tradizionali e moderni, Moreland & Arbuckle sono strutturati come un trio senza basso sull'esempio del maestro del genere Hound Dog Taylor, posseggono l'energia dei primissimi Black Keys e suonano un solido e serrato rock/blues  con tanto di aperture roots e pause melodiche da ballata heartland. La loro lenta ma costante evoluzione che li ha portati ad una delle etichette storiche del blues, la Alligator, non ha scalfito la natura di band underground ad alto numero di ottani, che non sfigura in un festival blues come in un club di rock alternativo. Non sono indie per intenderci ma posseggono lo spirito ed il basso profilo di chi si è fatto la gavetta sulla strada lontano dagli uffici discografici, nei concerti, nei festival, lavorando sodo e assimilando i diversi linguaggi del blues, dal North Hills Mississippi Blues al Delta Blues, dal blues rurale a quello urbano di Hound Dog Taylor, per poi riversarli in un sudato rock provinciale.  Dopo 7 Cities,  sorta di concept album basato sulle imprese del conquistatore spagnolo Francisco Vasquez Coronado nel 16mo secolo in America,  la loro discografia si allunga con Promised  Land or Bust , la terra promessa o la rovina, un vero e arzillo B-record fatto di rabbia e grazia, tensione e sarcasmo ( in When The Lights Are Burning Low attenti a quella donna che ha bad intentions behind bedroom eyes), una escursione simil-jazz (Why'D She Have To Go ) e la potente rivisitazione di I' m a King Bee di Slim Harpo. Dal Kansas, cuore e muscoli, il loro disco migliore


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Una bella storia rock è quella di J.D Simo, americano di Chicago che all'età di dieci anni è già in grado di suonare la chitarra nei bar della città. Nato  nel 1985, a quindici anni, abbandonata la scuola si trasferisce a Phoenix, Arizona e con una prima band incide un Ep dal vivo che vende cinquemila copie.  Vive per sei anni  sulla strada dormendo in un van, poi arriva a Nashville e trova occupazione prima come chitarrista nella Don Kelley Band e in seguito come sessionman negli studi della Music City. L'incontro con il batterista Adam Abrashoff ed il bassista Frank Swart lo convincono a formare un power trio sull'esempio di quelli in auge negli anni settanta. D'altra parte è cresciuto con una dieta di British Blues e blues del Delta anche se la folgorazione è avvenuta quando a soli cinque anni ha visto uno special sul comeback del '68 di Elvis Presley. La sua vita è un susseguirsi di avvenimenti a cascata, prima in giro a suonare con la sua band imitando i bluesmen della Chess, poi la scoperta di Steve Cropper e del rhythm and blues, infine l'assestamento del trio con Elan Shapiro al posto di Swart. Sudano, mangiano da schifo e si fanno le ossa nei bar della provincia americana e nei festival, partecipano al Mountain Jam e al Bonnaroo,  ci mettono l'anima e il sangue in quello che suonano e acquisiscono una sinergia perfetta, fino a pubblicare all'inizio del 2012 un disco a nome Simo. I tre sono tutt'uno, J.D rifiuta  di essere il leader ma il nome del trio è il suo, l'amalgama è grandiosa anche se ognuno è libero di improvvisare e di aggiungere di suo ad un sulfureo concentrato di rock/blues psichedelico con deviazioni hard.  Quando è il momento di pensare al nuovo disco succede il fatto che cambia la storia, i tre hanno pronto un po' di canzoni e scelgono di registrarle nientemeno che alla Big House, la casa-comune in cui vissero gli Allman tra la fine dei sessanta e l'inizio dei settanta a Macon in Georgia. E per l'occasione J.D Simo  imbraccia la storica Les Paul del 1957 di Duane Allman, un onore che condivide solo con Warren Haynes, Derek Trucks e Neels Cline di Wilco. La casa e la chitarra infondono una particolare chimica alle registrazioni, il piano originario di un album già in cantiere salta in aria, in meno di 48 ore  Simo registrano dodici nuovi pezzi in quelle session. Il progetto iniziale viene accantonato e con l'aiuto dell'ingegnere Nick Worley alla consolle la band suona come fosse dal vivo una vulcanica miscela di rock-blues senza darsi misure e limiti. Il risultato è un disco potentissimo e di carattere, magari derivativo ma ugualmente esplosivo, che si colloca tra gli Allman Brothers (basta l'iniziale Stranger Blues per ricordare One Way Out  e poi Ain' t Doin' Nothin'  è una jam strumentale che pare estratta da Whipping Post dove J.D Simo si immola in una estenuante imitazione di Duane Allman), i Led Zeppelin (Let Love Show The Way), i Free e i Gov't Mule, pur con una spalmatura  celtica in un brano.  Let Love  Show  The  Way, questo il titolo dell' album, è come la copertina, colorato, ingenuo, psichedelico, esuberante, un disco che non appartiene a questa epoca perché selvaggio, libero, vibrante, come lo erano le registrazione tra i sixties e i seventies prima che le case discografiche prendessero in mano la situazione imponendo agli artisti i loro diktat commerciali. Qualcosa di loro ricorda gli altrettanto spontanei e bravi svedesi Blues Pills ma qui il sound è decisamente americano, compreso qualche affondo southern rock ed un paio di episodi acustici di ottimo livello, il calmo e pastorale  country-blues di Today, I'M Here  e la dolce cover di Please Be With Me di Eric Clapton. Per chi fosse interessato o semplicemente curioso, sappia che Simo apriranno il concerto dei Blackberry Smoke al Carroponte di Sesto San Giovanni il 29 giugno.
 

 

Calda merce southern è rimasta in Flux  il terzo disco di Rich Robinson, il quale sembra essere il vero erede del sound dei Black Crowes, più che i viaggi cosmici del fratello Chris, i cui Brotherhood viaggiano a duemila anni luce lontano da casa. Rich Robinson non ha tagliato i ponti con il rock dei Corvi Neri anche se la voce non è certo quella da "predicatore delirante soul" del fratello e come rivela il suo nuovo disco anche lui si prende la licenza di divagare, spaziando tra gli aromi del rock sudista e reminiscenze di Stones, aperture West-Coast e qualche fraseggio folk, sprazzi di psichedelia e tentativi prog. 

 Un disco, Flux, che conferma l'amore del meno famoso dei fratelli Robinson al rock anni settanta, pur adattandolo ai tempi odierni e rendendolo fruibile per una nuova schiera di ascoltatori. Se come cantante Rich Robinson non è certo memorabile, come chitarrista ha numeri da vendere, sia con l'acustica che con le elettriche, e come autore migliora a vista d'occhio anche se gli manca quel quid che nei Black Crowes  significava canzoni che si memorizzano con la velocità dei classici. Ma Rich Robinson è questo, prendere o lasciare, la sua voglia di musica si traduce in un flusso sonoro che attraverso tredici brani esplicitano la sua ricerca, qui aiutato da una band che non lesina in tastiere, organo e pianoforte (Matt Slocum, Marco Benevento e Danny Mitchell) e voci di supporto (John Hogg e Daniela Cotton) oltre alla tosta sezione ritmica di Zak Gabbard (basso) e Joe Magistro (batteria). Il disco è stato registrato come i precedenti agli Appllehead Studios di Saugerties, località dello stato di New York nei pressi di Woodstock ed è un continuo crescendo di cambi di marcia, di umore e di improvvisazione quanto mai significative. Per tale motivo risulta un vero flusso sonoro dove le canzoni sfiorano la jam, seguire l'istinto del momento, così da fluttuare con spontaneità dal funky di Shipwreck al groove di The Upstairs Land, dal gospel di Everything's Alright al blues distorto e scorticato di Which Your Way Blows, incrociando brani come Ides of Nowhere in cui l'iniziale inciso di chitarra tra flamenco e Laurel Canyon finisce per divenire un'idea per qualcosa di progressivo e sperimentale, e come Astral  la migliore traccia  dell'album con il vento della West-Coast e le chitarre dei Corvi Neri.

Rich Robinson si concede pure il vezzo di un singolo, Music That Will Lift Me, una sorta di frizzante ballata rock che si sviluppa su un assolo di chitarra alla Stones era Tattoo You.  
 
 

 

Altra natura quella degli Hard Working Americans una sorta di supergruppo formato dal cantante Todd Snider, dal chitarrista di Chris Robinson Brotherhood Neal Casal, dal fratello più giovane di Derek Trucks, il batterista Duane Trucks, dal bassista degli Widespread Panic Dave Schools, dal tastierista Chad Staehly, ai quali si è aggiunto in questo disco il chitarrista Jesse Aycock. Il loro esordio risale al 2014 con l'album omonimo, da allora sono sempre stati in movimento suonando in lungo ed in largo per gli Stati Uniti, tanto da registrare Rest  In  Chaos   durante il tour, in una pausa a Chicago e a Nashville, città dove risiede il portavoce della band, Todd Snider.

Il loro primo album era costituito praticamente solo da cover, questo nuovo disco è tutta opera loro ad eccezione della ripresa di The High Of Inspiration dell'appena scomparso Guy Clark. Lo stile non è  cambiato ovvero una robusta riproposizione di rock americano appena venato di roots, con in primo piano la voce roca e malinconica di Snider e dietro una solidissima band elettrica. Se The First Waltz,  il CD/DVD che raccontava la loro vita on the road,  per via della sua natura  live, era caratterizzato da versioni spesso tendenti alla jam, il gruppo in copertina omaggiava esplicitamente Jerry Garcia definendolo importante tanto quanto Beniamino Franklin, le tredici canzoni di Rest In  Chaos  mantengono una dimensione più ridotta rispecchiando il lavoro collettivo di un songwriter con la propria  band. Quindi ballate, anche meditative e riflessive, come l' iniziale, bellissima Opening Statement, resa evocativa dalla lap steel di Jesse Aycock, e It Runs Together, pervase da una malinconia seducente e da un disincanto verso il mondo circostante, specchio delle vicissitudini esistenziali di Snider, un lungo periodo nella tossicodipendenza dopo il boom degli anni novanta. Che le ferite siano ancora aperte lo si evince da brani come Dope Is Dope  e Roman Candles  in cui il nostro tratta la materia con fin troppa cognizione di causa, senza però cadere in commiserazione, piuttosto mantenendo quella lucidità che, per esempio, contraddistinse nel passato Steve Earle. Il quale, assieme a Jerry Jeff Walker e John Prine, è un po' il punto di riferimento del songwriting di Snider, caustico al punto giusto e pure capace di ironia e di una qualche  reazione contro le sconfitte e le scivolate della vita.

Ma Rest  In  Chaos  non è un disco di Todd Snider, la firma è quella degli Hard Working Americans, una band che vive attorno alla massiccia sezione ritmica di Trucks e Schools e agli svolazzi e ganci  di Neal Casal, un chitarrista che ha fatto passi da gigante ed è oggi uno dei sideman più personali in circolazione,  lirico e crudo al tempo stesso, bluesato e psichedelico, misurato e aggressivo a seconda delle occasioni. Se la voce ed il cuore li mette  Snider, il sound lo creano Casal e gli altri e allora gli stacanovisti americani sono una blue- collar band cattiva, sporca e determinata che evoca tanto gli Heartbreakers di Tom Petty versione Mojo, quanto del muscoloso pseudo rock-blues, il folk per sola voce e chitarra acustica della commovente The High Price of Inspiration di  Guy Clark e le cose più country di Neil Young, la caotica psichedelia di Acid e l'heartland rock di Purple Mountain Jamboree. Puro rock americano con sciabolate elettriche e confessioni da songwriter, un rotolare contagioso di strade, chitarre,  motel, energia e l'orgoglio di felici operai del rock n'roll.

MAURO ZAMBELLINI   primavera  sound 2016

 

 

 

 



















sabato 16 aprile 2016

PETER WOLF Una cura per la solitudine


Ci ha abituato bene Peter Wolf, nato nel 1946 come Peter W.Blankfield, ex leader e voce della gloriosa J.J Geils Band, la band che fu definita i Rolling Stones d'America, da quando si è messo solista sforna dischi preziosi che riescono a stare al passo col tempo pur rifacendosi alla musica del passato, quel romantico rock urbano di cui è specializzata la East Coast americana innanzitutto ma anche il R&B delle origini, il folk-rock alla Dylan, il blues.
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Nativo del Bronx ma trapiantato a Boston, Peter Wolf si è costruito una carriera solista di tutto rispetto anche senza astronomiche cifre di vendita, ha cominciato nel 1984 con Lights Out  ed è arrivato a A Cure For Loneliness attraverso dischi che è un reato non possedere, l'uggioso Long Line del 1996, l'interessante Fool's Parade  del 1998, lo splendido Sleepless del 2002 in cui compaiono gli amici Jagger e Richards

e l'altrettanto bello  Midnight Souvenirs del 2010 contenente strepitosi duetti con Shelby Lynn ( Tragedy), Neko Case (TheGreen Fields of Summer) e l'appena scomparso Merle Haggard (It's Too Late For Me) ed una ballata, The Night Comes Down, dedicata a Willy DeVille, uno dei pochi artisti americani a ricordarsi di lui.
 

 

Peter Wolf è un rocker di razza, per la sua brillantezza  in fase di scrittura, una innata capacità nel creare canzoni di fine artigianato in cui la sua profonda conoscenza musicale è al servizio di un rock che taglia e rincuora, teso e scuro a volte, romantico e crepuscolare altre. Non è un nostalgico Peter Wolf anche se la sua vita lo consentirebbe, visto l'ingombrante passato alle spalle con avventure spesso sul filo del rasoio, e lo dimostra in questo incantevole A Cure For Loneliness dove si ritrova settantenne ad esaminare il punto in cui è arrivato senza rimpiangere i giorni andati. Lo fa in Some Other Time, Some Other Place , una dolce ballata scritta assieme a Will Jennings, co-autore di molti brani dell'album, quando attorniato dal violino, dalla lap steel e dalla chitarra acustica di Larry Campbell, canta in un'atmosfera che rasenta il folk : l'estate è andato e non c'è più nessuno attorno, la spiaggia è vuota e i negozi sono chiusi, per poi aggiungere quando qualcosa finisce, qualcosa incomincia. E allo stesso modo nei versi di Rolling On, un'altra ballata, ancora più malinconica, messa ad aprire l'intero album e segnata dal raffinato pianoforte dell'onnipresente Kenny White, co-produttore del disco, afferma non intendo scomparire e nemmeno lasciare che il mondo mi passi sopra. E' appropriato il titolo dell'album, una cura per la solitudine, perché queste dodici canzoni servono a far accettare la vita ed il tempo in modo più sereno sortendo l'effetto di quando si incontra un amico con cui nel passato si sono divise scelte e storie e adesso si è disposti ad ascoltarsi e ricordare, con amicizia e dolcezza.

C'è malinconia nelle canzoni di A Cure for Loneliness, come d'altra parte nei due dischi che lo hanno preceduto,  ma anche quella matura e disincantata accettazione del destino e del tempo che solo un settantenne che ha vissuto intensamente può avere. Brani come Some Other Time, Some Other Place e Rolling On sono insieme filosofici e agrodolci, non cedono alla rassegnazione, anche se oggi i modi musicali di Wolf sono più rivolti alla ballata intimista e ai toni morbidi del rock che alle parole taglienti e all'arrembante R&B di gioventù. E' subentrata la calma dell'età, espressa in ballate per nulla zuccherose, piuttosto memori di quanto facevano gli Stones tra gli anni 70 e 80 con le melodie, oppure la specialità di Willy DeVille quando parla d'amore nel ghetto o Boz Scaggs quando reinventa il soul o l'originalità che ha John Hiatt quando immerge le sue ciondolanti storie in un mood dove non si capiscono i confini tra soul, blues, country e rock. Il country è un po' una novità per Peter Wolf, anche se la presenza di Merle Haggard in un brano di Midnight Souvenirs

portava in quella direzione, ma solitamente il nostro ha avuto più  confidenza con le tensioni elettriche urbane, qui però pesca un hit country del 1974 di tale Moe Bandy, It Was Always So Easy (To Find An Unhappy Woman), aggiungendoci però una chitarra spudoratamente rock (il bravissimo Duke Levine) ed un organo ed un' armonica degna del Dylan di Highway 61 Revisited. E poi c'è Tragedy (nulla a che spartire con l'omonima canzone di Midnight Souvenirs) tenue country ballad di Thomas Wayne del 1959 e  pure Love Stinks, noto titolo della JJ Geils Band, qui rimpastato bluegrass e portato a nuova vita. La conoscenza enciclopedica di Wolf permette simili chicche, e lo stesso lo si può dire per It's Raining scritta con Don Covay, che nelle intenzioni avrebbe dovuta essere un duetto con Bobby Womack se il famoso soulman non fosse deceduto prima di entrare in studio di registrazione. La canzone è un'ode soul alla perseveranza, so che il sole arriverà dopo la tempesta, canta Peter Wolf accompagnato da una sezione fiati che fa molto Memphis anni sessanta.
 

Diversa è Wastin' Time che possiede lo stile della ballata rock da antologia, è romantica da morire tanto da sembrare la sorella di Waiting On A Friend degli Stones di Tattoo You. E' proposta in versione live, scelta strana per un album altrimenti di studio. In Fun For A While invece, Wolf assalito dalla malinconia, canta: nessuno ci poteva fermare allora, non voglio tornare indietro ma sarebbe bello farlo per un attimo, e attorno è un ricamo di lap steel, fisarmoniche, chitarre, tastiere. How Do You Know paga pegno al blues, grande amore di Wolf fin dagli inizi di carriera, ed è un boogie che porta John Lee Hooker nelle terre cajun mentre il pianoforte di White rallegra il viaggio. Peace of Mind è come il titolo, rappacifica con sé stessi e il mondo e Stranger chiude il disco in punta di piedi, solo voce e chitarra. Accompagnato da ottimi musicisti, oltre a quelli già menzionati mi va di segnalare il raffinato chitarrista Kevin Barry, Peter Wolf dimostra di saper invecchiare con dignità esponendo la sua personale cura per la solitudine, una cura che non ha effetti secondari perché anche se il suo rock si è fatto più crepuscolare e morbido non ha perso una virgola in passione, eleganza, romanticismo. Di dischi così non se ne trovano più.

 

MAURO ZAMBELLINI     APRILE 2014

 

martedì 5 aprile 2016

TELEVISION Trezzo D'Adda 31/03/16

 
 
Due anni dopo il loro passaggio milanese i Television sono tornati a riscaldare i cuori di chi non ha dimenticato una delle pagine più significative del rock newyorchese. Non erano in molti ad accoglierli, si e no duecento persone, al Live Club di Trezzo D'Adda ma la serata è stata di quelle che si ricordano perché Tom Verlaine e compagni hanno riconfermato, a 35 anni dal loro debutto, di essere l'aristocrazia del rock underground, quel rock  aguzzo e visionario che attraverso soli tre album, il terzo arrivato molto tempo dopo nel 1992, è assurto a storia. E loro non sono cambiati, non hanno perso lo spirito di una band sotterranea che in concerto rischia e sperimenta, senza sedersi sugli allori e tantomeno imponendo una parodia della loro musica come capita di vedere per band e artisti titolati con passati gloriosi alle spalle. Sono anziani e lo si vede dai capelli ingrigiti e dalle rughe ma suonano con una attitudine giovanile sebbene gli anni e la strada gli abbiano regalato esperienza, tecnica, misura, padronanza.


In particolare non ho mai visto Tom Verlaine così affabile come nel concerto di Trezzo D'Adda, artista schivo e umbratile che si è invece concesso a sorrisi, battute col chitarrista Jimmy Rip, l'attuale sostituto del membro originario Richard Lloyd, scambi col pubblico. Un leader ed una band in evidente stato di grazia, più in palla dell' esibizione milanese di due anni fa dove avevano presentato l'intero Marquee Moon, ancora oggi l'ossatura dello show visto che non hanno album recenti da promuovere e tantomeno merchandising da vendere. Sono una band fiera di essere underground anche nel 2016, pur nello spazio non certo angusto e ribollente come fu il CBGB dei loro esordi ma ampio e tranquillo come il moderno Live Club, ed il loro set è un concentrato di precisione, pulsione e sperimentazione, dove convivono Velvet Underground e Grateful Dead, Patty Smith e Talking Heads in modo del tutto originale ed irriconoscibile. Sono la quintessenza del suono della New York anni settanta resuscitata senza trucchi e fronzoli e senza che il tempo ne abbia scalfito l'importanza.


Fred Smith e Billy Ficca sono una sezione ritmica metronomica, insistenti, ossessivi nel creare una base ritmica che in qualche frangente rasenta il sincopato dei Talking Heads ed in altri diventa un martello pneumatico in azione. Jimmy Rip è un chitarrista dallo stile classico, meno funambolico di Lloyd ma è vivace, estroverso, ha scatti di blues e la sua Fender è una lama che girovaga tra assoli torcibudella che rammentano  lo stile del povero e grandissimo Robert Quine, il miglior chitarrista della New York underground degli anni 70 e 80, e stravaganze che permettono a  Tom Verlaine negli interplay di trasformarsi da chitarrista ritmico a solista. Cosa che succede in più di un momento nel concerto, quando vanno in scena Tom Curtain, ripescata assieme all'iniziale Prove It, alla magnifica e dolente Elevation, a See No Evil, alla sognante Guiding Light e a Venus da Marquee Moon, e soprattutto in titoli come The Sea e Persia estranei alla loro discografia ufficiale. Qui Tom Verlaine contrappone alla sua voce malinconica e lamentosa una chitarra famelica di note dissonanti, rumori e feedback, scale elicoidali. L'interplay tra lui e Rip è la cifra stilistica del sound dei Television, specie quando il brano si dilunga e diventa un assordante free-jazz da Knitting Factory che assalta le certezze dell'ascoltatore, oppure si dilata in una sorta di urbana psichedelia dove i Velvet Underground si tengono a braccetto con i Quicksilver Messenger Service. Magari lasciando trapelare una linea melodica arabeggiante come si ascolta in Persia o l' espressionismo visionario di 1880 or So, unico ripescaggio dal disco del 1992.


Di tempo ne è passato ma i Television paiono uscire ieri dalle immagini  di una New York scura e pericolosa ma fervida di creatività rock, ricordo condiviso dagli appassionati accorsi a rivivere quella sensazione. E la magia si ripete, come fossimo nel 1977 e non può che essere l'incipit geometrico ed ipnotico di Marquee Moon a suscitare l'entusiasmo generale.
E' l'ultimo pezzo dello show, prima dell'encore di Sapphire, dopo quasi due ore di concerto, ed il riff chitarristico di Jimmy Rip spinge gli ascoltatori a chiudere gli occhi ed imbarcarsi per New York o per la luna. La versione è splendida, maestosa, il magma sonoro cresce e sale, si amplia a macchia d'olio mantenendo comunque tensione e intensità, la sezione ritmica è un misto di rigore e brutalità, Tom Verlaine manda segnali dallo spazio e con la sua Fender si infila non appena Rip allenta il suo assolo, il caos controllato e potente di Marquee Moon è la celebrazione di un rock che è fantasia, controllo ed estasi, un rock che non esiste più ma che i Television l'hanno ibernato per l'eternità.
 
 

MAURO ZAMBELLINI   APRILE 2014  
Le foto sono di Rodolfo Sassano 











martedì 8 marzo 2016

CHRIS ROBINSON BROTHERHOOD MILANO 7/03/2016

 
Col senno di poi viene da pensare che Chris Robinson non ne potesse proprio più dei Black Crowes visto che negli ultimi concerti della band georgiana a cui ho assistito sembrava impaziente di chiudere lo show in modo un po' troppo sbrigativo, un'ora a Vigevano nel luglio del 2011 con Luther Dickinson chitarrista a fianco del fratello Rich Robinson, due ore all'Alcatraz di Milano due anni dopo, magnifico concerto con Jackie Green al posto di Luther Dickinson ma con un Chris Robinson ombroso e avaro di feeling. Non ne poteva più, causa le incomprensioni col fratello e per un progetto in cui ormai, dopo tanto tempo, faticava ad identificarsi, oltre al desiderio di dare seguito ad una nuova avventura musicale appena abbozzata, quella Chris Robinson Brotherhood che lo vede decisamente ridimensionato come frontman e paritetico agli altri nei compiti, come fosse uno qualsiasi della band, il chitarrista ritmico e il cantante di un quintetto che dalla stagione psichedelica non ha tratto solo il sound e le visioni ma anche l'egualitarismo.

 
Quello che si è visto e sentito la sera del 7 marzo al Fabrique di Milano davanti ad un pubblico non numerosissimo ma squisitamente sintonizzato sulle frequenze di un retro-rock capace ancora di mandare in orbita come una potente droga psichica, è lo show di un innamorato perso degli anni sessanta e settanta, uno che dal vestire al suonare e al sognare è rimasto ancorato ad un' epoca in cui la musica era una estensione del proprio essere, del proprio vivere e delle proprie emozioni, senza filtri, compromessi, mediazioni, camuffamenti, nemmeno l'abito di scena visto che sia Chris Robinson che il chitarrista Neal Casal ed il tastierista Adam McDougall sul palco portavano le stesse camicie, le stesse maglie e pantaloni di qualche ora prima quando li avevamo raggiunti nel backstage per l'intervista. Sul palco, come nella vita e sulla strada, e di strada la CRB ne ha fatta tanta, considerato il fatto  che esiste da prima dello scioglimento dei Black Crowes e i tre dischi pubblicati a proprio nome sono proprio poca cosa rispetto alle centinaia di concerti effettuati in giro per gli States e per il mondo e alle migliaia di chilometri macinati on the road. Growin' up in public, così la CRB ha sviluppato un suono che ingloba tutto quello che esiste negli anfratti del rock n'roll, dal blues al folk, dal funky al prog, dal jazz al R&B, riproponendolo con la sballata e sghemba metrica di una band psichedelica, cambiando ritmi in continuazione, lasciando liberi i propri musicisti di andare in direzioni diverse e poi re-incontrarsi in un tema conduttore vagamente abbozzato, concedendosi la più totale libertà negli assoli, jammando a più non posso ma non perdendo mai di vista la melodia che può essere nervosa e a tratti zoppicare, per poi riprendersi e ascendere ad un orizzonte che nei finali del brano diventa un magma di suoni e colori che disorientano nel più puro delirio lisergico. Rock psichedelico con l'attitudine del free-jazz, c'è stato un momento nel concerto milanese, mi sembra fosse in Beggars Moon, che il caos era talmente totale, sebbene controllato, che pareva di sentire il set del  Tony Williams Lifetime siringato a colpi di Parliament Funkadelic. Non ci sono limiti nella musica di CRB, anche quando si tratta di titoli ben noti, come Shake, Rattle and Roll oppure  Down In The Flood di Dylan il gioco della scombine è talmente marcato che si è davanti a vera e propria sperimentazione dove la libertà assoluta dei musicisti è la cifra stilistica di una band che evoca un 'era in cui la musica era un continuo flusso di coscienza ed una esperienza fisica e psichica di piacere. Certo, esiste sempre una vaga linea conduttrice, che è costituita dalla melodia e dal cantato tarantolato lento di Robinson ma il tutto appare come una super session in cui il punto iniziale, uno dei momenti più rocknrollistici dello show, ovvero Taking Care Of Business, lo si ritrova nel finale dylaniato di Down in The Flood fondendo in una lunga jam tutto quello che ci sta in mezzo, dal clima estatico di  Star or Stone una ballata che mette insieme Laurel Canyon e Allman Brothers ai Coasters riveduti e corretti di I'm A Hog For You impreziosito da uno strepitoso assolo di armonica di Robinson, dal Jerry Garcia di They Love Each Other dove pare proprio di essere ad un concerto dei Grateful Dead alla kilometrica Vibration&Light Suite dove tutti i presenti sono coscienti di quando si sale a bordo ma non di quando (e come) si atterra, dopo così tanto turbinio cosmico di schianti sonori, dilatazioni spaziali, refrain ripetuti e abbandonati, ritmiche che si attorcigliano e poi si liberano in un ammaraggio che lascia tramortiti.  E' la musica psichedelica della Chris Robinson Brotherhood ed è una benedizione che sia passata da Milano perché di musica così ne abbiamo tanto bisogno per non sottostare ad un rock diventato, anche nei nomi eccellenti, un immenso karaoke.
 

 Chris Robinson, magro, ascetico, barba lunga e capelli fino alle spalle, canta abiurando il predicatore che era nei Corvi Neri, l'orgiastico tasso di gospel e soul nella nuova band è praticamente azzerato anche se rimane lo scampolo di una magnifica I Ain't Hiding presa dagli ultimi Black Crowes di Until The Freeze.....Before The Frost e la rivitalizzazione di Tornado rimasuglio delle sessions di Tall, il disco perduto dei Corvi. Come chitarrista Robinson si limita quasi esclusivamente alle parti ritmiche, mettendosi a volte in disparte e lasciando a Neal Casal il ruolo del John Cipollina di turno, il quale condivide le parti vocali e quando si invola con la sua sei corde è un misto di asprezze rock e acidità psichedeliche. Il cappelluto batterista George Sluppick picchia ma è anche capace di un dinamismo jazz, il bassista, Mark Dutton, fa partita a sé. In un angolo, piccolo, arruffati capelli neri e t-shirt nera trucida sembra tirato fuori da uno scantinato della New York pre-punk, è assorto sul suo strumento, concentrato come pochi, non guarda nessuno, mentre un Chris Robinson sorridente come mai si era visto scambia sguardi complici sia con Casal che con Adam MacDougall. Questi è la grande incognita dello show, almeno per come la pensano tanti del pubblico, perché se coi Black Crowes usava in maniera "compatibilmente" southern le tastiere qui si dà un d'affare quasi eccessivo, è l'alchimista della congrega, maneggia piano elettrico e altri marchingegni ma spesso deborda, è ridondante sia nei volumi che nell'insistere con rifiniture che diventano centrali nell'economia del suono della band, specie quando manipola un mini moog che alla lunga infastidisce. E' la parte kraut rock e prog del combo, dichiaratamente voluta da Robinson, grande fan di Popol Vuh e Can, un modo per scombinare  ancor di più una band che ruota a 360 gradi e non disdegna di inoltrarsi in territori che i vecchi fans dei Black Crowes preferirebbero non frequentare. Certo la torrida eccitazione ed il rock n'roll grondante sangue, sudore e polvere da sparo dell' antica esperienza erano  altra cosa, adesso il Sud è lontano ed è la California freak la nuova patria, ma tutto si può accettare da questa nuova band e da questo eroico rocker, onesti negli intenti e con l'entusiasmo di una comune hippie,  che suonano liberi e felici come fossimo nel 1970, infischiandosene dell''industria discografica e di un gusto di massa che sta su ben altra costellazione. Ribelli nel cosmo, duemila anni luce lontano da casa, è grazie ad artisti come loro per cui il rock n'roll pulsa ancora vitale nei nostri cuori e nelle nostre orecchie.

 

MAURO ZAMBELLINI
Le foto sono di Marcello Matranga







mercoledì 2 marzo 2016

TEDESCHI TRUCKS BAND Let Me Get By

 
C'è un titolo di un disco di Lou Reed che esemplifica la maturazione  di un'artista o di una band sul campo, growing up in public, ovvero la capacità di un musicista o di un collettivo di musicisti di assorbire dal contatto col pubblico e dall'esperienza live ciò che serve per la propria evoluzione, la propria crescita, definire il proprio suono imparando l'arte dell'esibirsi migliorando il proprio livello espressivo. E' quello che è successo alla Tedeschi Trucks Band il collettivo nato dal matrimonio fisico e artistico tra la cantante e chitarrista Susan Tedeschi e Derek Trucks, uno dei chitarristi emergenti più personali e creativi della scena americana. Sebbene in pista da diversi anni, da quando alla fine del 2009 le loro rispettive band si dissolsero lasciando spazio alla nuova unione, la Tedeschi Trucks Band ha progressivamente maturato un' amalgama da family band con un organico che è passato da otto a dodici elementi e grazie ad una incessante attività live ha costruito i presupposti per un disco,  Let Me Get By,  che finalmente ha tradotto in studio le loro potenzialità.

 Un percorso iniziato con Revelator  nel 2011 dopo che marito e moglie avevano già accumulato ognuno parecchia esperienza. Alle spalle i due lasciavano una illustre e significativa gavetta e parecchi dischi, Derek Trucks con la sua band poteva contare su  una discografia di almeno dieci titoli tra quelli realizzati in studio e i live, alcuni e mi va di ricordare Songlines  e Already Free  tra i primi e Live  at  Georgia  Theatre  e Roadsongs  tra i secondi davvero notevoli, la bella Susan da par suo come solista almeno sette titoli, tra cui il "nominato grammy" Back To The River. A ciò bisogna aggiungere un tour come Soul Stew Revival dove i due avevano mischiato le loro forze in una serie di esibizioni prima di creare la vera TTB. Se ciò non bastasse aggiungete la straordinaria militanza di Derek nella Allman Brothers Band, di cui lo zio Butch fu tra i fondatori, iniziata ufficialmente nel 1999 e conclusasi col concerto finale il 28 ottobre del 2014 al Beacon Theatre di New York. Con un pedigree simile è facile immaginare quali fossero le aspettative di una simile  fusione, due personalità musicali così importanti e diverse tali da offrire una succosa proposta in merito ma come accade  spesso nell'arte (e nello sport) l'unione degli addendi non sempre è pari alla somma e nel caso della TTB si è dovuto attendere tre dischi ( in studio) e diversi anni on the road prima di vederne i risultati. Né Revelator, ancora acerbo nella composizione delle canzoni e piuttosto monotono nelle parti vocali,  né il seguente Made Up Mind  del 2013 con tutti quei versi sulla salvazione, l' amore e la fede religiosa ma di nuovo sofferente nelle canzoni , avevano soddisfatto le aspettative ed appagato  il gusto dei tanti cultori di quel sound che dal southern rock si espande verso il soul, il blues, il rhythm and blues,  e nel caso della TTB anche il jazz modale, il gospel e la musica indiana. La parziale delusione era stata mitigata dai live, il disco Everybody's Talkin del 2012 aveva messo un po' di benzina nelle canzoni di Revelator  e sfoggiato un ampio raggio d'azione in termini di cover, spaziando dal folk di Fred Neil (Everybody's Talkin') al blues di Muddy Waters (Rollin' and Tumblin'), dal soul di Sam Cooke (Wade in the Water) al folk-rock dei Lovin' Spoonful (una magnifica resa di Darling Be Home Soon), dal rhythm and blues di Stevie Wonder (Uptight) al funky-blues di Bobby Bland ( That Did It). Dimostrazione di una band, ma sarebbe più logico definirla un'orchestra soul-blues, che non pone limiti alla propria verve interpretativa e dal vivo è un insieme di energia, coesione, tecnica e conoscenza. Della musica americana innanzitutto ma soprattutto di quel triangolo sonoro che fa capo a Memphis, Muscle Shoals e New Orleans, con tutte le derive sudiste che ne conseguono. 
 

Nel passare da otto elementi a dodici musicisti che suonano e viaggiano insieme ( e non è facile mettere d'accordo dodici musicisti ma basta  guardare la fotografia interna del loro recente album con quella posa da family band unita e sorridente che rimanda alla comune allmaniana di Brothers and Sisters, ) le varie parti si sono incastrate alla perfezione, ognuno dei nuovi ha portato qualcosa e aggiunto idee ad un sound che si è ampliato e  approfondito.  La differenza con altre band del settore è proprio la chimica che si è sviluppata all'interno,  la disinvoltura con cui suonano e la capacità di ognuno di cambiare al momento la direzione della musica, la leggerezza delle melodie e l'ariosità delle armonie tanto da trovarsi di fronte, come nella traccia iniziale del nuovo disco, Anyhow, a ballate che sembrano arrivare dalla West-Coast più che dal sud. Oltre ad una sopraffina tecnica strumentale, in primis quella di Derek Trucks chitarrista che sa evocare i toni celestiali del maestro Duane Allman e nel contempo mettersi a disposizione degli altri,  la potenza non esibita ma sostanziale di una sezione ritmica (i due batteristi J.J Johnson e Tyler Greenwell, il bassista jazz Tim Lefebvre) che ha negli Allman e nei Little Feat i progenitori, oltre alla pienezza con cui tastiere di vario genere (il bravo Kofi Burbridge) e fiati (tromba, trombone, sax e flauto) riempiono gli interstizi e si prodigano in arrangiamenti originali, esotici in qualche frangente.  E poi c'è la voce di Susan Tedeschi, che nei dischi precedenti a Let Me Get By  aveva suscitato qualche perplessità,  troppo monocorde, melodiosa ma al tempo stesso tediosa, una cantante che è stata paragonata, a torto, a Janis Joplin e Bonnie Raitt ma sarebbe più appropriato accostare a Bonnie Bramlett, per via che la  TTB è un po' la riproduzione della comune viaggiante di  Delaney and Bonnie and Friends. E proprio come loro danno il meglio di sé quando salgono su un palco e allora le raffinatezze si mischiano alla potenza, all'energia e all'improvvisazione. Provate ad esempio a rintracciare l'esibizione della TTB al Mountain Jam di Hunter Valley, NY del giugno 2014 per averne un assaggio oppure recuperare l'esibizione che la band fece nel 2015 al Lockin' Festival quando vennero raggiunti in scena da Leon Russell, Chris Stainton e Rita Coolidge  per omaggiare l'intero Mad Dogs and Englishmen di Joe Cocker.
 

Ma è con Let Me Get By  che la TTB  ha fatto il grande salto e mostra un' anima che prima veniva fuori a tratti. Registrato nelle pause del tour del 2015 nell'home studio di Jacksonville in Florida, un luogo rilassante proprio a ridosso delle paludi e di cui c'è testimonianza nella lunga e meditativa Cryng Over You quando la porta dello studio venne tenuta aperta e i rumori della fauna locale sottolinearono la coda Swamp Raga For Holzapfel, il disco è frutto di un lavoro collettivo sia nella creazione delle canzoni che nella registrazione, ed un ruolo di primo piano lo ha avuto il tastierista Kofi Burbridge, che in uno dei tanti sound-check ha cominciato a giocare con un riff che poi ha coinvolto tutti gli altri e indotto Susan Tedeschi e Mike Mattison a scriverne il testo, diventando così Let Me Get By, il titolo dell'album. Riff, liriche e ritmiche sono nate attraverso il collaborative recording tra i dodici e come già accaduto per Made Up Mind anche Doyle Bramhall II, chitarrista molto richiesto in dischi di questo orientamento, è stato della partita lasciando la firma in più parti. Oltre alla splendida Anyhow, nel morbido blues di Just As Strange, nella melodiosa Hear Me dove paiono i Fleetwood Mac californiani fusi dentro il clima pastorale delle ballate country degli Allman e nella lunga I Want More, un pezzo che parte quasi banale, poi si carica di un incalzante ritmo Stax e infine diventa una dilatazione psichedelica degna di Chris Robinson Brotherood con flauto (Kofi Burbridge) e chitarre che dialogano nel cosmo.
 

Il pregio di Let Me Get By  è l'equilibrio tra groove e struttura delle canzoni, scorrevoli e svettanti al tempo stesso, aperte all'improvvisazione, all'inclusione di sfumature esotiche, ai cori gospel che fanno tanto chiesa pentecostale e a quel miscuglio sudista  che frulla Bill Withers e B.B King, Muddy Waters e Allman Bros. Band, Delaney and Bonnie e Muscle Shoals.  L' estroversa chitarra di Derek Trucks  viaggia tra le crudezze della slide, il fraseggio jazz, l'arpeggio acustico, la sinuosità del sitar, il ribollente urlo dell'assolo blues, ma è anche la voce di Susan Tedeschi ad essere stata usata meglio nel disco, dosata con gli interventi di Mike Mattison, fondamentale cantante e paroliere della Derek Trucks Band trasmigrato nella nuova band e artefice della lunga estatica  Crying Over You/Swamp Raga, una delle vette dell'album,  e di Right On Time  specie di marcetta avvolta in una calda atmosfera brass band di New Orleans.

Pochi dischi come Let Me Get By, almeno nell'ultimo periodo, riescono a trasmettere un senso di pace, di serenità, di piacere che è l'altra faccia del rock. Terapeutico.

MAURO  ZAMBELLINI