lunedì 30 maggio 2011

domenica 22 maggio 2011

In memory of William Paul Borsey Jr. (pt. one)


Un mio amico di Somma Lombardo, città dove vivo, durante un trasloco ha rinvenuto delle splendide fotografie che fece nel lontano 6 giugno 1984 al Teatro Tenda di Milano durante lo show di Mink DeVille. Queste foto mi offrono l’occasione di rivangare una delle migliori apparizioni di Willy DeVille in terra milanese. Era la seconda volta che Willy e la sua ciurma capitavano a Milano, la prima era stato il 19 luglio del 1982 in Piazza Vetra in uno show brutalmente interrotto dalla polizia sul più bello, sulla esecuzione di Lipstick Traces a causa delle lamentele del vicinato del Ticinese infastidito dai rumori e dal numeroso pubblico vociante. In effetti la giunta socialista che aveva organizzato il concerto per farsi popolarità tra il pubblico giovanile aveva relegato Mink DeVille a tarda notte dopo una serata a base di new-wave inglese con Echo &The Bunnymen e Soiuxsie and The Banshees, forse il popolo del Ticinese non aveva tutti i torti ma non è che tutte le sere capita di avere Willy DeVille che suona sotto casa, forse un po’ di tolleranza non sarebbe guastata ma si sa come vanno certe cose. Probabilmente Milano stava facendo le prove per il cambiamento, passando da quella che era una delle città della Resistenza e della tolleranza alla roccaforte del berlusconismo e del leghismo intransigente. Comunque… quando Willy o meglio Mink DeVille perché al tempo si chiamava ancora così, tornò a Milano nel 1984 fu un concerto memorabile, uno dei migliori tenuti in Italia, soprattutto per chi ha amato il primo Mink DeVille, quello affilato e newyorchese degli esordi, solo in parte contaminato coi ritmi ispanici e New Orleans, ancora immerso in un mondo di rock n’roll alla Chuck Berry, di soul alla Ben E.King, di sporco R&B da bassifondi. Era il Mink De Ville della Losiada ovvero la Lower East Side di New York, una zona al tempo ancora pericolosa e off limits, frequentata da tipacci che facevano per nome Spanish Jack e da donne che si atteggiavano a belle de nuit mai in realtà erano battone di Alphabet City come la Venus of Avenue D.

Al Teatro Tenda Willy è comparso sul palco con l’immancabile sigaretta ed il mazzo di rose rosse, introdotto da una versione strumentale di Good Pork Pie Hat di Charlie Mingus. Poi via via tra una sigaretta accesa ed una spenta, un colpo di bacino e una strizzatina di occhi, una smorfia mortifera e una rosa per le signore della prima fila, il Salvador Dalì della Lower East Side ha cantato il meglio dei suoi cinque album passando dal Cabretta di Mixed Up Shook Up Girl fino ad Where the Angels Fear To Tread di Each Word’s a Beat of My Heart e Lilly’s Daddy Cadillac stregando i quattromila del Teatro tenda con un rock and soul pachucato di asfalto e flamenco, crudele come uno stiletto e dolce come un bacio.
La band ha risposto alla grande, del vecchio Mink De Ville c’erano il sassofonista Louis Cortellezzi, il tastierista Kenny Margolis, un vero mattatore e il chitarrista Rick Borgia, nuovi erano il bassista e due percussionisti che un tempo suonavano negli Heart Attack di Jack Mack, gruppo R&B prodotto da Roy Bittan. Il pubblico, caldo e preparato come poche altre occasioni, è andato in visibilio e si è sciolto nel finale quando sono arrivate, a sorpresa, le riprese di Save The Last Dance For Me e Spanish Harlem. Un trionfo, che vale la pena di rivivere con le foto di Maurizio Buratti, amico interista, springsteeniano e uomo di sinistra.

MAURO ZAMBELLINI


(continua)

giovedì 5 maggio 2011

Those Who Died Young: Lowell George


Nei primi giorni dell’agosto 1977 Lowell George assieme al gruppo di cui era leader, i Little Feat, registrava al Rainbow di Londra quello che è unanimemente considerato uno dei più grandi album live degli anni ’70 ovvero Waiting For Columbus. Neppure una settimana dopo quel concerto, dall’altra parte dell’oceano a Memphis moriva Elvis Presley, il Re del rock n’roll, colui che aveva dato inizio a tutto e grazie al quale si era arrivati a Columbus . Mi ricordo quelle date come fosse ieri. Era il 3 agosto del 1977 ed ero di passaggio a Londra sulla via di una vacanza in Irlanda, sfogliando Time Out vidi annunciate quattro serate di fila dei Little Feat al Rainbow Theatre. Rimasi a bocca aperta (nell’era senza internet le informazioni non erano così facilmente disponibili) e immediatamente in me scattò quella automatica fibrillazione per cui non devi perderti l’evento nemmeno se ci si mette di mezzo un esercito. Figuriamoci se l’ostacolo sono una fidanzata ed un paio di amici. Cercai di convincere democraticamente i miei compagni di viaggio a stravolgere i programmi della giornata per non lasciarsi sfuggire quell’occasione più unica che rara, poi all’ennesima resistenza minacciai di abbandonarli in metropolitana ed andarmene per i fatti miei tenendomi le chiavi della macchina. Alla fine si convinsero e riuscii a trascinarli al Rainbow, naturalmente sold-out, ma con uno stratagemma che solo la più strenua delle convinzioni riesce a farti immaginare riuscimmo a dribblare la security ed entrare nel teatro, in platea, senza biglietto e senza posto assegnato, balzando da un posto all’altro con nonchalance per spiazzare le maschere. Fu un concerto memorabile, una di quelle esperienze indimenticabili, perché lo show fu fantastico e perché ci registrarono quel live diventato leggenda. Ancora oggi i miei amici mi ringraziano, la fidanzata se ne è andata da un pezzo.
Lo strepitoso concerto del Rainbow fu poco dopo immortalato da Waiting For Columbus uscito nel 1978 quando ancora si credeva che la strada dei Little Feat fosse lastricata di gloria e successo. Invece per un infausto gioco del destino l’anno seguente Lowell George allungò la lista di quelli morti giovani, caduti nella rovinosa guerra degli anni settanta.

E’ una storia degli anni 70 quella di Lowell George col suo carico di ineluttabile fatalità , innocenza, euforia e tragedia, una di quelle storie che drammaticamente fecero la biografia di tanti rocker. Nato il 13 aprile del 1945 sotto il segno di Hollywood grazie al padre Willard (morto quando Lowell aveva solo 10 anni) ricco pellicciaio delle star del cinema, il piccolo Lowell soffre di bulimia creativa e già in giovane età si destreggia con sassofoni, sitar (seguirà le lezioni della Kinnara School of Indian Music aperta da Ravi Shankar a L.A), armonica e con una Fender Stratocaster che sarà una specie di appendice del suo corpo. Diventa cintura marrone di karaté frequentando la Hollywood High School ma la sua passione è la musica, studia perfino il shakuhachi un flauto di legno giapponese noto per la difficoltà con cui si suona. Nell’autunno del 1963 lavora presso un distributore di benzina e stazione di servizio e la sua immaginazione si inebria delle storie romantiche dei camionisti e dei lunghi viaggi sulle strade d’America, visioni che poi riverserà in due delle sue più belle composizioni, Willin’ e Truck Stop Girl.
Nutre una passione sfrenata per il bluesman Howlin’ Wolf a cui dedicherà la lancinante versione di Forty Four Blues/How Many More Years facendosi aiutare dalla chitarra di Ry Cooder. Nel 1965 Lowell George forma The Factory il cui batterista viene scelto con un annuncio sul LA Free Press che strilla “drummer wanted. Must be freaky”. Si presenta Richie Hayward ed il gioco è fatto. The Factory è la prima rock-band di Lowell George, ma è nell’entourage di Frank Zappa che George trova la sua strada. Nel novembre del 1968 Frank Zappa lo ingaggia come cantante e secondo chitarrista delle Mothers of Invention nelle registrazioni di Weasels Ripped My Flesh ma quando questi ascolta per la prima volta la versione di Willin’ con quegli espliciti riferimenti “all’erba, alle polveri e al vino” con gentilezza invita Lowell a farsi da parte, lasciare le Mothers e mettersi in proprio. Cosa che George fa prontamente raccattando il batterista dei Factory Richie Hayward e convincendo Bill Payne, un surfista di Santa Maria appassionato di pianoforte, ad unirsi a loro. Come bassista si prende dalle Mothers of Invention Roy Estrada e i Little Feat, nome che allude ai piedi piccoli di George, sono belli che fatti. Li tiene a battesimo l’amico Russ Titelman, un tipo del giro di Jack Nitzsche (Rolling Stones, Willy De Ville, Phil Spector) il quale produce nel 1971 l’album d’esordio, una collezione di stralunati e bizzarri blues che focalizzano il surrealismo di Lowell George.
Le stesse fotografie della copertina, quattro clochard imbacuccati con cappotti, sciarpe e cappelli davanti ad un enorme pannello iperrealista nel mezzo della desolata periferia losangelena trasmettono una naivetè hippie che sembra figlia di un uso massiccio di marijuana e droghe psichedeliche. Nelle intenzioni il disco avrebbe dovuto essere la risposta west-coast a The Band, sofisticato e rootsy allo stesso tempo ma le canzoni di George erano così sballate e imprevedibili che il risultato fu di spiazzare critici e pubblico, un mosaico di ritmi e melodie che si incastravano e si spezzettavano continuamente con liriche che ereditavano una stramba mitologia della strada.
La natura di road-album è espressa da una canzone che era un puro inno on the road, l’immensa Willin’ proposta nella sua versione originaria anche se Johnny Darrell e i Seatrain l’avevano già inserita in un loro album. Willin’ riapparirà nel secondo album dei Feats, Sailin’ Shoes del 1972 meglio rifinita e con la steel guitar di Sneaky Pete al posto di Ry Cooder oltre allo splendido lavoro pianistico di Bill Payne.
Sailin’ Shoes è ancora naif e rispetta la stramberia e l’immediatezza dell’album debutto anche se viene più curato nei dettagli . La copertina è un disegno di Neon Park, l’allucinato amico-grafico che inaugura la sua galleria dell’assurdo (sarà il cartoonist ufficiale del gruppo fino alla sua morte nel 1993) con un flash colorato di improbabili paggi seicenteschi rimiranti fette di torta dalle sembianze femminili che vanno in altalena, lumache giganti, scarpette rosse svolazzanti e alberi che hanno gli occhi. E’ un trip che “disegna” la musica di Lowell George, qui in campo con una serie di canzoni memorabili, dalla magia pop di Easy To Slip al nervoso rock-funky di Cold, Cold, Cold, dall’elegiaca atmosfera di Trouble con tanto di fisarmonica all’iconoclastico A Apolitical Blues.
Il folgorante rock n’roll di Teenegae Nervous Breakdown e la sghemba e acida Texas Rose Cafè completano una umorale geografia da easy rider e da bikers persi nel deserto californiano.
Entrambi gli album, splendidi ancora oggi a quarantanni dalla loro pubblicazione, sono un vistoso flop commerciale con poco più di diecimila copie vendute. Ciò non toglie che Lowell George sia già un nome di culto nel mondo del rock e dato che mantenere tre figli e due mogli non è cosa da poco lavora in mille progetti, come sideman nei dischi di Bonnie Raitt, Linda Ronstadt, Jackson Browne, Van Dyke Parks, Carly Simon, Harry Nilsson, John Sebastian, James Taylor, i Meters, Etta James , il jazzista Chico Hamilton e come produttore in Shakedown Street dei Grateful Dead. Ma sono i Feats il suo amore e quando Roy Estrada getta la spugna per unirsi a Captain Beefheart la band viene rivoluzionata con l’arrivo da New Orleans del bassista Kenny Gradney e del percussionista Sam Clayton mentre come secondo chitarrista viene ingaggiato Paul Barrere. Il cambio è netto, quella che era una zingaresca country-blues band da tavole calde e sognanti hippies del Mojave desert diventa una rock n’roll band solida, potente, versatile, sulla falsariga degli Allman con un campionario di ritmi da far paura. La band è ora un mostruoso N’awlins funk sextet e Lowell George il leader maximo che produce nel 1973 Dixie Chicken disco che raddoppia le vendite degli album precedenti. La pazza e utopica southern California delle prime canzoni di George incontra i ritmi e i rumori che salgono dalle paludi della Louisiana, l’ammirazione di George per Allen Toussaint trova riscontro in On Your Way Down mentre Lafayette Railroad spinge i Feats verso sud-est. Lowell George scala l’Himalaia : Dixie Chicken è un instant classic, Two Trains un gospel blues che porta a New Orleans gli Stones di Let It Bleed , la lenta Roll Um Easy per pura slide e voce è una estatica visione di Delta, Fat Man In The Bathub un funky-blues colossale.
Nel 1974 i Little Feat sono la miglior rock n’roll band americana in attività e Lowell George un autore/musicista genio e sregolatezza. La cocaina è un’amica troppo frequente nella vita dell’artista e non solo per divertimento, anche per necessità visto che il nostro soffre di una forma di dissociazione bipolare, una sorta di schizofrenia che lo tiene sveglio per giorni e giorni e così la droga lo aiuta a placare i suoi demoni.
Nel 1973 durante un periodo di break del gruppo George segue il tour di Linda Ronstadt e Jackson Browne e poi si rifugia con la famiglia nel Maryland nel tentativo di sfuggire alla pressione di Los Angeles. Lì, presso i Blue Seas Studio di Hunts Valley, insieme ai Feats registra Feats Don’t Fail Me Now il disco che decreta il riconoscimento commerciale del gruppo. Pur assemblato con tracce già pubblicate (la medley di Cold,Cold, Cold/Tripe Face Boogie), prodotto per metà da Van Dyke Parks e per metà da George con una registrazione low budget il disco ottiene un successo imprevedibile e lancia nell’etere almeno due classici del songbook di George: l’immensa Spanish Moon e Rock n’ Roll Doctor.

Nel gennaio del 1975 la WB manda la band in Europa in tour coi Doobie Brothers ma quando ritorna negli Stati Uniti il comportamento di George è deteriorato. L’ iniziale incoraggiamento verso Bill Payne e Paul Barrere a scrivere canzoni non si traduce in una positiva collaborazione, spesso George rifiuta di cantare il materiale degli altri e più il gruppo diventa popolare più lui si isola e si sente scontento. Si rifugia in sé stesso e l’indecisione lo porta in un tunnel autodistruttivo. Per il nuovo disco Time Loves A Hero scrive solo il macho-funky-rock Rocket In My Pocket e co-scrive con Paul Barrere Keepin’ Up With The Joneses, è distante dagli altri e quando per la prima volta sente lo strumentale A Day At The Dog Races trasale e sbotta “cos’è questo, un pezzo degli Weather Report?”. Apatico e svogliato si rifiuta di suonare gli assoli del disco, solo dopo le continue esortazioni del produttore Ted Templeman si muove dalla sua camera e si presenta nello studio in pigiama a fare il suo sporco lavoro.
La pubblicazione dell’immenso Waiting For Columbus maschera una situazione di fatto compromessa. Nell’ultimo suo anno di vita Lowell George lavora al nuovo disco dei Feats (Down On The Farm) che vedrà la luce solo dopo la sua morte e porta a termine il suo disco solista (Thanks I’ll Eat It Here) un progetto ambizioso con 45 musicisti accreditati, uscito nell’aprile del 1979 dopo che i Feats si erano sciolti.
Disco singolare Thanks I’ll Eat It Here vede George alle prese con una serie di canzoni (Jimmy Webb, Allen Toussaint, Ann Peebles) di largo consumo radiofonico, con una bella cover di Easy Money della emergente Ricky Lee Jones (è lui a portarla alla Warner Bros.) e con un pugno di brani originali tra cui la ripresa di Two Trains dei Feats. Non c’è solo rock nel disco ma anche pop e diverse citazioni del sound di New Orleans oltre ai riferimenti figurati (presenti nella copertina) di personaggi quali Allen Ginsberg, Bob Dylan , Fidel Castro, Marlene Dietricht ritratti in un disegno-parodia del celebre Dejeneur sur l’herbe di Claude Monet.
Lowell George il 15 giugno del 1979 parte per un tour di tre settimane assieme al chitarrista Fred Tackett. Il 28 giugno suona a Lisner in DC, Tackett afferma che quel giorno Lowell George telefonò a Richie Hayward, Sam Clayton e Kenny Gradney assicurandoli che una volta rientrato a Los Angeles avrebbe rimesso in pista i Feats. Dopo lo show George e gli altri andarono ad un party a casa di qualcuno, poi verso le sette del mattino la band raggiunse il Marriott Hotel di Arlington in Virginia mentre George andò a dormire verso le otto. Ebbe problemi respiratori, la moglie Elizabeth ed il road manager Gene Vano cercarono di scuoterlo e per un breve periodo il respiro tornò normale, poi qualcosa andò storto e Lowell George cessò di respirare. Arrivarono i poliziotti ma non trovarono nulla di sospetto, fu diagnosticata la morte per attacco cardiaco. La moglie disse che erano stati i medicinali che Lowell prendeva in combinazione mischiati con l’alcol a causare l’incidente.
Quando si resero conto che Elizabeth George ed i figli non avevano nessuna assicurazione, Bill Payne e gli altri Feats organizzarono per sostenerli il 4 agosto del ’79 un concerto al Forum di Los Angeles. Parteciparono 20 mila persone tra cui il Governatore della California, Linda Ronstadt, Bonnie Raitt, Jackson Browne, Emmylou Harris e Nicolette Larson. Alla fine tutti cantarono Dixie Chicken.

MAURO ZAMBELLINI

venerdì 15 aprile 2011

Warren Haynes > Man In Motion


Warren Haynes senza i Muli va a sviscerare quel patrimonio di soul e di blues che esisteva prima del rock quando da ragazzo rubava i dischi del fratello e si beava del gesto canoro dei vari Wilson Pickett, Aretha Franklyn, James Brown, Sam and Dave e Temptations. Un disco di R&B? Non propriamente perché di blues in Man In Motion ce ne è a sufficienza ma è mischiato col soul e col jazz nel modo in cui è stato manipolato da chitarristi come Albert King e Freddie King. Ecco, Man In Motion potrebbe essere un disco di Albert King per la Stax o Jammed Together del trio Steve Cropper/Pop Staples/Albert King , le armonie sembrano uscite da quei dischi, gli assoli di chitarra sono tenuti a bada, niente a che vedere con la travolgente cascata di chitarre dei Muli e della Allman Band, ritmi sincopati e groove irresistibile come è tipico della scuola di Memphis, una buona dose di funky senza debordare ed un disinvolto atteggiamento jam. Warren Haynes è un uomo in movimento e nello stesso modo in cui si è tuffato a capofitto nel reggae e nel dub adesso fa con il soul sviscerandolo in tutte le sue declinazioni, cercando di vestire i panni del soul singer ed incrociando il passato col presente, fondendo i temi sull’amore, sul desiderio e sull’abbandono, temi cari alla discografia soul, con una energia contemporanea ed un moderno modo di affrontare il rhythm and blues. A molti potrà non piacere questa svolta di Warren Haynes ma non dimenticatevi che questi non sono i Gov’t Mule e il virtuoso e titanico chitarrista riesce comunque a portare a casa un disco piacevole, fluido all’inverosimile, un melting pot di soul, jazz e blues suonato con classe e traboccante di feeling .
L’unica cosa che non dovete chiedere è la forza sconvolgente della sua Gibson, che qui c’è eccome ma Haynes ha preferito sostituire la classica Les Paul Standard con una serie di Gibson vintage ES 335 e ES 345 con cassa semi hollowbody per risultare ancora più rigoroso e credibile nel ricreare il sound pulito e chiaro dell’epoca pre-rock. Si è poi contornato di tre ganzi della scuola New Orleans ovvero il bassista dei Meters George Porter Jr. (adesso nei 7 Walkers), il tastierista Ivan Neville ed il batterista Raymond Webber, ha recuperato il tastierista dei Faces Ian McLagan ed il tenorsassofonsita Ron Holloway e con i loro si è infilato negli studi di Willie Nelson ad Austin suonando insieme senza sovraincisioni le dieci lunghe tracce di Man In Motion. Il risultato è un disco che trasuda Memphis da ogni angolo anche se le canzoni non sono quelle da tre minuti dei 45 giri della Stax ma hanno tutte una durata media che supera abbondantemente i cinque minuti.
Un morbido rollio jazz-soul-blues scorre senza soluzione di continuità dall’’inizio alla fine di Man In Motion come fosse una ipnosi ritmica che cattura dolcemente i sensi senza forzare e senza sconvolgere, che sia un maestro Warren Haynes lo dimostra in ogni campo anche quando il rock è solo all’orizzonte.

mercoledì 30 marzo 2011

James Maddock > Live At Rockwood Music Hall


Ah ma allora esistono ancora quegli animali da backstreets che cantano con l’ugola arsa dall’whiskey e dalla disperazione canzoni che sanno di vita vera, di fragilità umane, di ragazze carine che volano via, di chance buttate al vento, di albe indimenticabili non ai Caraibi ma nella Avenue C di New York che è come dire i quartieri spagnoli a Napoli o la Comasina a Milano. Si esistono e uno di questi lo sto ascoltando in questo momento, nella sera di un martedì qualsiasi mentre un aereo partito qualche km più in giù, da quella fonte di inquinamento acustico, atmosferico e politico che è Malpensa ma che qui bisogna parlarne bene perché dà lavoro a tanti e non ti fa perdere tempo quando devi partire per l’unico viaggio all’anno in cui prendi l’aereo, ha soffocato l’ultimo gorgheggio di un pianoforte fantastico, quello di Oli Rockberger, uno che ha il nome di una birra tedesca ma che suona come David Sancious in The Wild and The Innocent. Ragazzi non sto scherzando e se mi conoscete sapete che non sono avvezzo a sparate iperboliche o robe del genere, l’età mi dona la misura e faccio fatica ad emozionarmi come un tempo quindi quando qualcosa ronza energia, spontaneità, amore, freschezza e onestà me ne accorgo. Come questo James Maddock di cui so poco se non che è inglese ma vive da un casino di tempo a New York, era una promessa nel 2000 ma un matrimonio andato in fumo lo ha rigettato nel tunnel fino a quando con le forze ritrovate e la tenacia del santo in città ha pubblicato qualche anno fa Sunrise On Avenue C un titolo che avrebbe potuto sceglierlo solo Bruce Springsteen, Willie Nile, Willy DeVille e Ryan Adams ovvero tre generazioni di rock urbano della Grande Mela ai suoi massimi livelli.


Scapigliato e scarmigliato, con i jeans e la camicia jeans, James Maddock sembra un pò lo Springsteen di Greetings From Asbury Park, meno phisique du role e più sguardo bonario e i suoi amici, il pianista fantastico di cui ho già detto, il chitarrista John Shannon, il batterista Aaron Comess, il bassista Drew Mortali e il vocalist Lesile Mendelson (nessuna parentela col più famoso Mendelsson) quella gang di simpatici sciamannati che stazionavano sul retro copertina di The Wild and The Innocent. Ragazzi di strada con la faccia da proletari, sorridenti e felici per essere finiti su una copertina di dischi e avere in mano anche solo per poche ore la possibilità di cambiare il destino. Ed è quello che succede dentro le mura del Rockwood Music Hall dove loro sciorinano tutta la loro energia e fantasia suonando con impegno come fosse la Band di Rock of Ages una ballata dietro l’altra saltando da un ritmo che sa di R&B ad una suite che profuma del Van Morrison appena sbarcato in America, da una torrenziale Dumbed Down che sembra non finire più come una loro personale Rosalita ad una Like An Old Song che richiama il Rod Stewart di Gasoline Alley fino ad tenera Sunrise On Avenue C che immortala Alphabet City come l’ultimo luogo al mondo in cui i sognatori sono ancora una categoria nobile ed un bene per l’umanità.
Voce arrochita, urgenza poetica, immediatezza espressiva, romanticismo da bohemienne, James Maddock sembra uscito da una ristampa di un disco degli anni settanta che non ce ne eravamo accorti ma non è l’ultimo dei mohicani solo un innocente a cui non hanno detto che oltre Avenue A il mondo è cambiato e lui vive, canta e sogna come si faceva prima che scrivessero Born To Run. Certo ci sono analogie con Ray LaMontagne altro inguaribile romantico, specie per quella voce raspa e affumicata, per la scelta di ballate che sono un flusso di coscienza e anche Jesse Malin potrebbe essere suo amico se non fosse che Maddock è più dolcemente malinconico che rabbioso da East Village. Ma è la carica di speranza che con le sue canzoni infonde a chi lo ascolta il dato che lascia attoniti e felici, musica antica, un po’ arrugginita con ancora tanta ingenuità e naivetè strumentale ma senza trucchi, senza enfasi, senza zuccheri. Solo voce, chitarre, una band che suona per gli amici ed un piano che è un torrente di gioia.
Il rock n’roll come amore, spontaneità, vita e strade secondarie. Non è il futuro del rock n’ roll ma il passato che non muore. Questa sera state in casa e andate al Rockwood Music Hall. Sarete contenti come una Pasqua.

MAURO ZAMBELLINI MARZO 2011

lunedì 21 marzo 2011

LAYLA and OTHER ASSORTED LOVE SONGS


La storia insegna che dai tormenti nascono grandi opere d’arte. Layla appartiene a questa specie, uno degli album più osannati della storia del rock nasce in un contorno di ansie e conflitti interiori ma si erge luminoso a rischiarare una stagione al tramonto dove creatività, ispirazione e droghe andavano a braccetto e l’atmosfera che si respirava era di quelle che chiudono un’ era con un capolavoro.
La reazione chimica tra Derek and The Dominos scatenò nelle session ai Criteria Studio di Miami tra l’agosto e l’ inizio di ottobre del 1970 una spontanea esplosione di energia che coinvolse i musicisti in lunghe jam di soul, blues e rock dove le canzoni in sé avevano poca importanza perché quello che importava era suonare, suonare, suonare per ore e giorni interi. Era lo zeitgeist, lo spirito del tempo ma la magia che si creò in quelle calde notti della Florida non la si trovò più, salvo rare eccezioni e nemmeno in musicisti il cui nome sui muri di Londra veniva associato a quello di Dio. Non scrivevamo per avere canzoni, scrivevamo solo per avere qualcosa da suonarci sopra. Le parole del tastierista Bobby Whitlock inquadrano Layla and Other Assorted Love Songs, un disco epocale che come sottintende il titolo traeva spunto da storie d’amore, più precisamente fu il canto d’amore appassionato e sconsolato di Eric Clapton lacerato da una tormentata storia con la moglie (Pattie Boyd) di uno dei suoi migliori amici, George Harrison. Una love story combattuta e distruttiva fatta di fugaci incontri tra il chitarrista e Pattie Boyd nei tanti party di quei giorni smisurati ed eccitanti, una storia d’amore consumata tra il tradimento di un amico, stati depressivi, esaltazioni momentanee e sensi di colpa. Nemmeno la cara vecchia eroina riuscì ad alleviare i tormenti di “manolenta” che perso nel suo delirio di amante non corrisposto si identificò nel protagonista di The Story of Layla and Majnum del poeta persiano Nizami, romantico racconto con significati metaforici di un giovane che si innamora senza speranza della principessa-luna il cui padre la voleva maritare ad altri.
Clapton si immedesimò in questa vicenda a tal punto da portare in scena il suo tormento con un album intitolato come il romanzo. Ma la musica non è una metafora, occorrono musicisti, strumenti, tecnici ed una comunidad che in quegli anni rivoluzionari era molto più che una trovata di marketing e di immagine.
Gli eventi si susseguirono velocemente visto che tra lo scioglimento dei Cream e la pubblicazione di Layla passarono solo due anni. In mezzo ci sono i Blind Faith, il primo strombazzato supergruppo della storia del rock, e soprattutto quella carovana viaggiante di hippies che risponde al nome di Delaney and Bonnie and Friends. Dura solo undici mesi il sodalizio tra Clapton, Winwood, Ginger Baker e Rich Grech perché l’ enorme potenzialità che avrebbe dovuto esprimere la fede cieca si arena sulle sabbie di un tour che invece incorona Delaney and Bonnie e i loro amici Dave Mason, Carl Radle, Jim Gordon, Bobby Whitlock, Jim Price, Bobby Keys, Rita Coolidge, gente che maneggia rock, gospel, country-soul e blues come un gambler fa con le carte da gioco.
La stramba congrega dei Friends è una comune viaggiante, nessuna gerarchia sul palco e fuori e tanto meno nessun ordine di scuderia: si vive assieme, si suona assieme e si lascia libera l’immaginazione improvvisando e creando una orgia di suoni e ritmi a base di soul/R&B con l’unica eccezione che i cantanti sono i coniugi Bramlett e i cori li fanno Bobby Whitlock e Rita Coolidge.
Clapton subisce il fascino di questa congrega di fuorilegge molto diversa dall’irrigidito stile dei Blind Faith, ne viene contagiato e ne assorbe lo spirito di libertà e di camaraderie tanto che si defila dai Blind Faith e viaggia sul bus dei Friends ascoltando le loro cassette, bevendo il loro whiskey e fumando la loro erba. Quando i Blind Faith lasciano il tour sale con loro sul palco e stanco di vestire i panni del frontman di un supergruppo diventa l’anonimo chitarrista ritmico.
Finchè funziona il gioco è divertente ma lavorare con i coniugi Bramlett alla lunga diventa faticoso, così quando Leon Russell sparge la voce che sta cercando musicisti per il tour di Mad Dogs and Englishmen i Friends saltano sulla scialuppa e si aggregano al circo di Joe Cocker. Rimane sulle sue il solo Bobby Whitlock, tastierista, cantante e autore di buon mestiere che raggiunge Clapton in Inghilterra e nella magione di questi inizia a scrivere e strimpellare insieme quello che sarà il nucleo fondativi di Layla.
Il cerchio si chiude quando nella primavera del 1970 cala il sipario su Mad Dogs and Englishmen ed i Friends divengono la house band di George Harrison in All Things Must Pass, il disco prodotto da Phil Spector che indirettamente pone le basi di Derek and The Dominoes perché sono loro più qualche invitato a suonarlo. Alle registrazioni dell’album partecipa anche Clapton ed è qui che scatta il love affair con Pattie Boyd così che quel titolo, tutte le cose devono passare suona un po’ come presagio del futuro degli ex Friends e dei cambiamenti affettivi in corso.
Per quanti riguarda la musica il concetto di Derek and The Dominos è che non ci fosse un leader e questo spiega perchè Clapton, stanco di fare la superstar, non usi il suo nome ma opti prima per Del and The Dominos poi trasformato in Del+Eric=Derek and The Dominos, poi non ci fossero trombe, sax e ottoni vari e non ci fosse nessuna donna nella band ed ultimo che le voci tenessero un approccio tipo Sam&Dave ovvero prima canta uno, poi l’altro e poi tutte e due insieme. Sfumata l’esperienza coi Cream e coi Blind Faith, Clapton non voleva un’altra sommatoria di virtuosi impegnati in assoli ed individualismi ma una vera band, un insieme di musicisti amalgamati che suonavano uno per l’altro senza nessuna velleità da protagonisti. I risultati sono alla portata di tutti specie se si ascoltano le jam da cui venne fuori il disco (presenti nel triplo box della 20th Anniversary Edition), l’empatia è fenomenale, la chimica esaltante, la musica un fiume in piena di rock, blues, soul e psichedelia. Le canzoni sono frutto del lavoro di Clapton con Whitlock e interpretazioni originali e dilatate di classici di Chuck Willis (It’s Too Late), Big Bill Broonzy (Key To Highway), Jimmie Cox (Nobody Knows You When You’re Down and Out), Jimi Hendrix (Little Wing, registrata dieci giorni prima della morte dell’autore), Billy Myles (Have You Ever Loved A Woman).
Se l’obiettivo di Clapton era di enfatizzare e sublimare il suo mal d’amore il risultato è pienamente riuscito perché il disco riflette il misto di estasi e tormento, estasi per essere perdutamente innamorato, tormento per il senso di colpa nel tradire un amico. A momenti in cui la sua voce è un canto sofferto e disperato, come un gabbiano ferito che urla un torch-blues pieno di dolore si alternano momenti liberatori dove la band rolla con una leggerezza incredibile esaltando un gioco d’assieme dove basso, batteria e organo creano il tappeto per l’irresistibile interplay delle chitarre e della slide di Clapton e Duane Allman.
Fu decisivo l’innesto nel gioco di squadra di Duane Allman perché i suoi solo, alcuni con la slide, sono determinanti a fare di questo album un monumento, da Layla a Any Day Now, da I Am Yours a Tell The Truth, da Nobody Knows You When You’re Down and Out alla struggente Have You Ever Loved A Woman dedicata a Pattie Boyd.

“Duane tirò fuori il meglio di noi, anche nel songwriting perché la canzone venne fuori jammando, come ad esempio in Anyday che Eric ed io avevamo già scritto ma Duane ci aggiunse quella fantastica slide”. (Bobby Whitlock)

La battaglia tra i due chitarristi portò in paradiso i Dominos perché spinse l’uno e l’altro a misurarsi coi margini estremi delle loro possibilità andando oltre i limiti che le loro tecniche consentivano ma sostanziale è il lavoro di retroguardia di Bobby Whitlock con la voce, l’organo ed il piano, vero “regista” a tutto campo. Fu Whitlock a mantenere salde le liriche dei brani e a far si che le jam si trasformassero in canzoni con una generosa dose di Memphis sound spruzzata qua e là. Carl Radle e Jim Gordon da parte loro furono una sezione ritmica non usuale e lo si sente nel modo in cui vengono usate le percussioni in Tell Bottom Blues e come viene rivoluzionato il boogie da strada di Key To Highway di Big Bill Broonzy.
Basilare l’apporto dietro la consolle di Tom Dowd l’uomo di fiducia della Atlantic, un produttore con un curriculum impressionante (Coltrane, Aretha Franklyn, Bobby Darin) che aveva già collaborato con Clapton nei dischi dei Cream. Tom Dowd era di casa ai Criteria Studios e durante la lavorazione di Idlewild South della Allman Brothers Band fu contattato dallo staff di Clapton per produrre il disco di Derek and The Dominos. Narra la leggenda che ci fu una telefonata alla fine della quale Duane Allman, lì presente, apprese da Dowd che negli stessi studi sarebbe arrivato dall’Inghilterra uno dei suoi idoli sperando così di poter fare qualcosa insieme. E difatti, in un momento di break nella registrazione di Idlewild South, Dowd portò Duane in sala con Clapton e lì nacque una delle leggende della rock n’roll history. L’arrivo di Duane Allman spinse i Dominos in una specie di esplorazione libera e disinibita nei suoni del blues e del soul, catalizzò un ensemble che non era una confezione da studio ma una rock n’roll band di larghe vedute. Certo circolava un sacco di droga pesante ma tutti erano giovani e l’effetto era quello eccitante della creazione e del coinvolgimento collettivo. In un era che stava finendo Layla fu contemporaneamente il canto finale e la summa del rock dell’epoca, la fusione di un background di radici blues, R&B e soul che i musicisti inglesi avevano riportato a galla, con la libertà espressiva delle band psichedeliche americane che avevano mutato il modo di fruire la musica portando con le loro interminabili jam il pubblico a ballare, a gioire e a perdersi nel cosmo.
Il ritorno a casa fu doloroso: Derek and The Dominos si sciolsero dopo un breve tour, Eric Clapton sprofondò in una pesante tossicodipendenza, Duane Allman morì l’anno dopo.

MAURO ZAMBELLINI FEBBRAIO 2011

lunedì 7 marzo 2011

Lucinda Williams part 2


(continua)

LUCINDA WILLIAMS si esibì per la prima volta dal vivo come folk singer a Città del Messico nel 1970 , si presentò come Cindy Williams & Clark Jones assieme ad un compagno di scuola che suonava il banjo. Il “turning point”della sua carriera avvenne però a New Orleans dove Lu si trovava in vacanza. Venne ingaggiata in un bar di Bourbon Street come folk singer per esibirsi tre o quattro sere la settimana, fu la fine della sua avventura scolastica e l’inizio di una faticosa carriera musicale. Da New Orleans raggiunse San Francisco dove sembrava che il mondo dovesse cambiare da un giorno all’altro ma arrivò quando la summer of love era chiusa da un pezzo e circolavano più menti bruciate dalla droga che idee. Delusa, nel 1974, si rifugiò nella più tranquilla Austin. “Era tutto magico e meraviglioso ad Austin, forse era come San Francisco negli anni sessanta ma più bluesy. Si viveva con poco, era economica e confortevole, abitavo con dei ragazzi che mi ospitavano a casa loro, bevevamo latte, mangiavamo cibi naturali, fumavamo marijuana e prendevamo funghi allucinogeni. Suonavamo per gli spiccioli all’angolo della strada e poi lavoravo come cameriera in un bar. Una band chiamata Uncle Walt’s Band mi prese sotto la propria protezione e mi diede la possibilità di aprire i concerti per loro. Avrei potuto stare lì per sempre ma poi ad Austin la scena cambiò in quello che venne chiamato cosmic cowboy sound. Andavano di moda le band e per i cantautori fu scelta obbligata trasferirsi ad Houston dove gente come Lyle Lovett, Nancy Griffith, Eric Taylor e Vince Bell stavano creando qualcosa di nuovo. Erano dei folk singers molto hippy chic e non era facile inserirsi nel loro giro. Io avevo problemi a trovare un contratto discografico perché la mia musica era più ruvida, si dibatteva tra country e rock e non era chic come la loro”.
Nel 1978 Lu si sposta ancora e va a Jackson nel Mississippi dove registra finalmente il suo primo album per la celebre etichetta folk Smithsonian/ Folkways, Ramblin’On My Mind poi ribattezzato semplicemente Ramblin’ a cui tre anni dopo fa seguito , Happy Woman Blues.
L’avventura di Lu sembra destinata a quell’anonimato che contraddistingue l’epopea di tanti (bravi e sfigati ) alias Dylan americani quando qualcosa succede. Dopo otto anni di false partenze e una miriade di piccole esibizioni, nel 1984, l’artista si ritrova nel posto giusto al momento giusto ovvero a Los Angeles in pieno Paisley Underground. Band come Lonesome Strangers, Rain Parade, Dream Syndicate e Rank&File vedono di buon occhio che una cowgirl del sud apra i loro concerti con una chitarra acustica e tanta rabbia. Il nome di Lucinda Williams comincia a fare il giro della città e della nazione e nel 1988 l’etichetta inglese di orientamento punk Rough Trade le offre l’occasione di incidere un nuovo disco. L’omonimo Lucinda Williams non fa sfracelli ma le regala “un biglietto di prima classe a Nashville” dato che Patty Loveless porta nelle top twenty delle classifiche country The Night’s Too Long e Mary Chapin Carpenter si prende un Grammy con la versione di Passionate Kisses, due canzoni di quell’album. Qualche anno più tardi Emmylou Harris “coprirà” Crescent City e Sweet Old World e il seminole rock Tom Petty offrirà una robusta rilettura di Changed The Locks, grintosa canzone sulla fine di una relazione amorosa che nella versione originale consentì alla Williams di entrare nella heavy rotation delle radio nazionali.
Con la strada in discesa, Lu non pensa però minimamente di smussare il suo temperamento tempestoso e anticonformista e non scende a patti col mondo discografico. Troppo rock per essere country e troppo country per essere rock sceglie una indie, la Chameleon per pubblicare Sweet Old World, un disco triste e per nulla nashvilliano, con meditazioni sulla morte, sul rimpianto e la fine delle relazioni. Temi da sempre cari al suo bagaglio emotivo e culturale ma che all’inizio degli anni novanta stridevano negli induriti paesaggi del rock e nello zuccheroso mondo country. In pratica gli stessi contenuti che daranno anima a Car Wheels On A Gravel Road, apprezzati in quel disco nella loro sincerità sentimentale anche per via di un netto miglioramento a livello musicale e vocale, con canzoni di oscura bellezza che parlano di persone ordinarie che fanno cose ordinarie ma rendono questi momenti straordinari.
L’album riceve grandi lodi dalla critica e viene premiato con un Grammy come best contemprary folk album del 1998, oggi ristampato in una elegante edizione deluxe è unanimemente riconosciuto come il capolavoro dell’artista.
Con l’introspettivo Essence del 2001 Lu dà fondo al suo approccio lirico minimalista cercando l’ “essenza” della canzone in una semplicità melodica che lascia attoniti. Disco interiore e plumbeo, spartano nei suoni e negli arrangiamenti, Essence è permeato dagli umori profondi del sud e da una religiosità che vede Dio ed il diavolo incontrarsi sulle miserie di una sottocultura sottoproletaria che sembra uscita dalle pagine de La Bibbia ed il Fucile lucido libro di Joe Bageant che mette a nudo le miserie e la desolazione dell’America profonda.
Decisamente più elettrico dal punto di vista del sound è invece World Without Tears del 2003, un disco in cui ancora abbondano le sue intense e crepuscolari ballate ( Ventura, Fruits of My Labor, Overtime, Minneapolis) ma in più ci sono chitarre degne dei Rolling Stones (Real Live Bleeding Fingers and Broken Guitar Strings), battute boogie alla John Lee Hooker (Atonement), distorsioni elettriche e un talking blues che suona come una recitazione da poeta della Beat generation (American Dream ) anche se sono in molti a confonderlo in un rap.
Live @The Fillmore del 2005 è un doppio album live di quelli che si facevano negli anni 70 ovvero chitarre a palla, suoni crudi ed una voce che è rabbia e dolcezza, estasi e furore, grinta e abbandono. Spettacolare il chitarrista Doug Pettibone, un animale della sei corde capace di dare alla Williams un sound rock degno dei migliori Rolling Stones, intensa la Williams che canta come se fosse una questione di vita o di morte. Ma il viaggio della Williams non finisce sullo storico palco del Fillmore perché altre rivelazioni e emozioni sono contenute in West forse il suo disco più innovativo a livello sonoro. West nasce dalla disillusione di un amore andato a rotoli, una relazione importante finita e dal dolore per la morte della madre. Eventi cupi che l’artista metabolizza in un lavoro che qualcuno potrebbe definire catartico se non addirittura liberatorio. Ci sono armonie bucoliche, flash visionari degni del Neil Young più desertico ( Unsuffer Me), ritmi ipnotici (Wrap My Head Around That) costruiti attorno alla serpentina chitarra dell’eclettico Bill Frisell, meditabondi girovagare intorno a melodie che diventano una ossessione (Rescue), suoni rarefatti ed eterei (What If) che sembrano usciti da una produzione di Daniel Lanois , c’è Hal Willner (Costello, Lou Reed) come produttore e ci sono canzoni che sono di una malinconica bellezza senza scampo.
Il seguente Little Honey del 2009 con il nuovo produttore Eric Liljestrand sterza verso roots-rock disincantato e libero, meno elegante rispetto al precedente lavoro ma spartano e diretto, con decise puntate hard-rocking che richiamano lo stile senza fronzoli di World Without Tears. Affiora il rumore di una band che è la quintessenza di quelle strade impolverate del sud tanto decantate dalla Williams, poco avvezza alle raffinatezze ma in sintonia con quel misto di folk, blues e rock che costituiscono le radici dell’artista : Bob Dylan e Lightin Hopkins, i Cream e i Rolling Stones, Robert Johnson e Memphis Minnie.
Per la prima volta la Williams sembra aver lasciato da parte quelle sue ballate di oscura introspezione che l’hanno resa famosa, per rivolgersi all’esterno, ai temi delle relazioni umane e dell’amore con un ottimismo mai provato prima Come afferma la stessa autrice, Little Honey è più luminoso rispetto ad altri suoi lavori ed il suo blues qui irradia una luce diversa. Ciò non toglie che l’introspezione e le ballate siano nel dna della sua musica, basta aspettare Blessed per ritrovarli in quella che è l’opera di maggior equilibrio dell’artista, ennesima conferma di un autrice e rocker degna di sedersi a fianco di Dylan, Springsteen, Young, Petty, Mellencamp e Steve Earle.

MAURO ZAMBELLINI