domenica 22 aprile 2012

Willy DeVille in New Orleans (Big Beat)


Nel 1988 Willy DeVille è in un brutto periodo, ha consumato le chance con le major, l'album per la Polydor prodotto da Mark Knopfler è risultato un mezzo fiasco, non ha più la band e la dipendenza da eroina è ancora da vincere. Senza contratto e senza prospettive lascia New York e va a New Orleans. Sarà la sua salvezza. Nella Big Easy entra in contatto con Carlo Ditta, musicista, cantautore e proprietario di una piccola etichetta discografica, la Orleans Records. Non era la prima volta che i due si incontravano, avevano stretto amicizia nel 1980 durante un tour di Mink DeVille, Carlo Ditta si era unito a loro per una informale jam session al Beat Exchange, un club di punk e new-wave della città. Quasi dieci anni dopo si ritrovano insieme, Willy vuole registrare un disco di Delta blues in solitario e Ditta gli mette a disposizione la sua collezione di dischi. Willy passa tre giorni di fila nella casa di Ditta ascoltando 45 giri di artisti di New Orleans, noti e meno noti, hits regionali e canzoni dimenticate e ne viene fuori con un pugno di canzoni da registrare, qualcuna conosciuta, la maggior parte facente parte dell'oscuro patrimonio della città. Molti degli autori di quelle canzoni e di quei musicisti erano ancora in giro in quel periodo e sarebbero stati contenti di collaborare, a detta di Carlo Ditta. Il miracolo si realizzò, Victory Mixture fu baciato da Dio, nella calda e umida estate del 1989 Willy DeVille si rintanò nel Sea Saint Recording Studio e con un solo microfono al centro della stanza e senza sovraincisioni e altri trucchi ricreò con l'aiuto della musica la magia delle incisioni degli anni '50 e '60 lavorando con la crema musicale della città, i pianisti Allen Toussaint, Eddie Bo, Dr. John, Isaac Bolden, i chitarrista Leo Nocentelli, Wayne Bennett, Billy Gregory, Fred Koella, i bassisti George Porter e Renè Coman, i batteristi John Vidacovich e Kerry Brown, un sassofonista, un trombettista ed un po' di voci femminili. In pochi giorni venne fuori un disco caldo e sentimentale, un bagno rigeneratore nella semplicità, un tuffo nell'eredità musicale di New Orleans a bordo di un treno di seconda classe. Certo la produzione di Carlo Ditta era lontana anni luce da quella lussuosa di Mark Knopfler ma il disco costò 25 mila dollari contro i 300 mila di Miracle e in Europa grazie alla pubblicazione della Fnac fu un piccolo successo.
Dieci gemme dimenticate, Victory Mixture è un tributo al soul, al blues e al R&B di New Orleans con canzoni di Toussaint, Ernie K-Doe, Earl King, Eddie Bo, Earl "Kit" Carson tolte dagli archivi e riportate a nuova luce grazie ad una interpretazione piena di passione, feeling e bravura. Mai come in Victory Mixture Willy riesce ad andare al cuore della musica estrapolando il valore senza tempo di perle come Hello My Lover, Key To My Heart, Beating Like A Tom Tom, Every Dog Has It's Day, Big Blue Diamonds, Teasin You, Junkers Blues offrendole con una interpretazione rilassata, calda e sentimentale. Una fortuna che quel disco sia ancora tra noi, lo ristampa la Big Beat ampliandolo di sette tracce provenienti dal disco Big Easy Fantasy del 1995, tutte concernenti il suo periodo New Orleans. Si ritrovano Just Off Decatur Street, il tributo di DeVille ad un immaginario musicista di strada della Big Easy tradotto in un groove funky con Dr.John e i Meters Nocentelli e Porter in gran spolvero, e una serie di live. Jump City è un personale e rauco omaggio alla tradizione del Mardi Gras e al funky della città che, come la ripresa di Hello My Lover di Tousssaint, arriva dall'Olympia di Parigi, Every Dog Has Its Day e l'incredibile performance di Key To My Heart, entrambe con Eddie Bo al piano e voce arrivano dal Bottom Line di New York così come le trascinanti e tribali Iko Iko e Meet The Boys On The Battlefront qui rinvigorite dalla presenza di tre Wild Magnolias.
Quando nel 1990 uscì Victory Mixture nessuno avrebbe puntato mille lire su Willy DeVille, i più lo consideravano finito, perso nelle sue malsane abitudini e superato dai nuovi trend del rock e invece la storia dimostrò il contrario. Di lì a poco la sua originale versione di Hey Joe avrebbe riempito le radio di tutto l'occidente. Se avete perso quel capitolo la pubblicazione Willy DeVille In New Orleans della Big Beat fa proprio al caso vostro, diciassette tracce di puro piacere.

MAURO ZAMBELLINI APRILE 2012

mercoledì 18 aprile 2012

Greg Trooper Band & John Strada


14 aprile 2012 Teatro Sala Polivalente di XII Morelli (Ferrara)
Ancora una volta gli emiliani hanno dimostrato che cultura e gusto della vita possono andare a braccetto e in questo non sono secondi a nessuno. Hanno messo in piedi in un triangolo di strade e di campi al confine tra la provincia di Ferrara, Modena e Bologna, in paesi che nella loro rurale desolazione ricordano l'ambientazione de L'Ultimo Spettacolo sebbene attorno pulsa inconfondibile la grandeur del maiale in tutte le sue insaccature, la rassegna Il mito dell'America nella periferia emiliana con serate dedicate a Woody Guthrie, Bruce Springsteen e Bob Dylan.
Sono capitato nella serata di Bruce ed è stata una festa. Il teatro polifunzionale di XII Morelli è attiguo alla Chiesa Parrocchiale ma è gestito in modo pubblico come dire che Peppone e Don Camillo qui vivono ancora e allora sabato 14 aprile c'è un palco che ospita il rocker locale John Strada accompagnato dagli Wild Innocents e poi l'attrazione venuta fin qui dall'America, Greg Trooper. Ci sono più di duecento persone nel padiglione, tanti i locali presenti, di tutte le età e tanti quelli accorsi dalle provincie vicine, da Reggio, Modena, Bologna, qualcuno perfino da Roma, uno dalla Sardegna. L'atmosfera è da festa di paese, calda  e divertente ma appena si spengono le luci tutti rivolgono l'attenzione alle parole del presentatore che parla di sogni, ricordi e Springsteen e alle note dei musicisti che per due ore e mezzo scalderanno questa accogliente venue della Bassa. I tavoli sono pieni di gente e di gnocco fritto, la birra corre a fiumi, le ragazze e le donne sono belle e  cordiali, attente e partecipate anche loro, senza la spocchia della "figa" di città. L'ambiente è casereccio, ruspante, ma la cultura serpeggia tra bicchieri e affettati, in un tavolo si vendono libri su Kerouac, Monk, Dylan, Patti Smith, le persone parlano tra di loro, le loro vite, i film, i dischi, i concerti, gli amici presenti e andati. Bruce sarebbe contento di essere qui, celebrato tra gente semplice, affabile, nobile anche se uscita dalla campagna e dal duro lavoro, in un posto così informale e così italiano.  Apre John Strada, è l'eroe locale, il Bruce di questa landa d'Emilia, una terra che ha dato tanti Bruce e che ancora ne sforna perchè qui il rock n'roll come le moto, la nebbia, la velocità, la pasta tirata col mattarello e il maiale sono sacri. E allora via, John Strada coi suoi Wild Innocents infila una serie di rockacci scatenati che evocano nei suoni, nei refrain, negli assoli di chitarra il Boss ma anche tutta una stirpe blue-collar onesta, sudata, vera. John Strada canta bene in inglese, per vivere fa l'insegnante di lingue e ha vissuto negli Usa, esegue una tosta e riuscitissima versione di Growin' Up ma poi passa all'italiano con canzoni che si appiccicano al nostro immaginario, come in La notte che mi hai lasciato, Il Fuoco Dentro, Cavalli Selvaggi e La signora Rina, la vicina di casa che tutti abbiamo avuto almeno una volta nella vita e ci ha  rotto le palle per il volume del nostro stereo. John Strada  canta, salta, sguaina la Fender e concede un set al ragù gustoso e sincero, stradaiolo fino al midollo. Gli Wild Innocents pestano duro e poi declinano rootsy quando sono raggiunti sul palco dal fisarmonicista Banzi e insieme fanno sarabanda con l'hit locale, Tiramolla, una canzone che racconta la storia del paese XII Morelli, detto Tiramolla, tra dispute paesane e una chiesa da costruire. Esilarante.
Dopo Strada è la volta di Greg Trooper. Sul palco da solo fa un siparietto di una ventina minuti, solo chitarra e voce. Basso, tarchiato, con l'immancabile cappello, dà sfoggio ad un paio di canzoni che mostrano le sue qualità d'autore, tra cui  They Call Me Hank segnalata dalle radio americane come una delle più belle canzoni del 2010. Proviene dal suo ultimo album Upside-Down Town, ossatura del suo set. Brani come Nobody In The Whole Wide World, Time For Love, Second Wind diventano il traino della sua esibizione quando viene raggiunto dal bassista Luca Tonani, dal batterista Max Malavasi e dal chitarrista Alex Valle. Lo show prende una piega decisamente elettrica, la voce melodica di Trooper, il suo songwriting, la sua chitarra acustica trovano supporto in una band che mira al sodo e offre un estratto di rock urbano venato di folk e roots. La gente applaude e chiede il bis che arriva con Trooper, Strada e i componenti delle rispettive  band tutti sul palco ad inscenare Born To Run e  a chiudere in modo corale una serata che testimonia quanto di umano Springsteen ha sparso in giro per il mondo, anche a migliaia di kilometri distanza. Senza di lui, senza il rock n'roll certe cose non potrebbero succedere.

MAURO ZAMBELLINI      APRILE 2012 

(foto Marco Paltrinieri)
 

lunedì 9 aprile 2012

Ben Howard Every Kingdom


È di moda l'indie-folk e i neo-acustici, ne parlano e ne scrivono un pò tutti. Dopo tanto rumore sono tornate le chitarre acustiche, le melodie sognanti, il romanticismo crepuscolare, le ballate in punta di piedi, le emozioni diafane, la connivenza a basso dosaggio di alcol con la psichedelia, il pop, il rock. Ci sono nomi che nel giro di neppure un anno sono diventati "culto", hanno iniziato i post-Buckley (Jeff per intenderci) alla Damien Rice, poi sono arrivati l'impossibile Joanna Newsom, Devendra Banhart, gruppi che hanno sfondato come i Fleet Foxes o hanno rimescolato le carte del folk-rock come i Midlake e i recenti Decemberists, band come i bravi Mumford & Sons che sono diventati una sorta di faro in Inghilterra per un certo giro di musicisti, casi misteriosi come Bon Iver mitizzato oltre misura. Questi sono alcuni dei nomi più noti del new acoustic movement, ma sotto c'è tutto un fermento, qualche disco è pregevole, interessante, bello, altri sono evanescenti, friabili, evaporano ad un solo raggio di sole, splendidi come antidoto per chi soffre di insonnia.
Uno degli ultimi arrivati in questo giro è Ben Howard, il suo primo album (alle spalle ha un Ep) è un piccolo gioiello elettroacustico, è un'oasi di tranquillità in un mondo rumoroso, volgare e di corsa. Vale la pena ascoltarselo in santa pace in un momento di relax, staccando la spina da tutto il resto. E' una boccata di aria fresca in una giornata con alti livelli di polveri sottili, è ameno, poetico, estatico anche se l'umore delle canzoni ha spesso a vedere con le brume autunnali, i colori invernali, le solitudini dei mari del nord. Non è noioso e ha canzoni che non ricopiano solo un unico format, come spesso succede in dischi del genere. Every Kimgdom, questo il titolo, è una perfetta sintesi di bucolica malinconia folk e intrigante melodia pop, unisce vocalizzi, strumenti a corda, percussioni, sognanti ballate sospese in una dimensione senza tempo e tensioni bluesy con tormentate divagazioni elettriche. E' acustico nello spirito ma ha pulsazioni elettriche che ogni tanto cambiano il senso della canzone, come in The Fear, dove Ben Howard dimostra di avere una tempra molto diversa da quella di tanti algidi suoi colleghi. Ci sono freschi intrecci vocali che ricordano i Fleet Foxes del primo disco, succede in The Wolves, canzoni pop (Only Love) che salgono con irresistibile intensità alla maniera di un Ray La Montagne, strambe filastrocche psycho-folk come Keep Your Head Up, suggestioni pastorali (Black Flies) e sussurri nebbiosi come Gracious che nascondono una inquietudine interiore, ci sono nenie abbandonate in un mare d'inverno come Promise dove Howard ruba visioni e poesia a Dylan Thomas e purezze folk come Old Pine dove viene fuori l'anima profondamente english della sua musica, con echi di Pink Moon all'inizio e radiosi contraccolpi nel finale.
Minimalista nei suoni, raffinato nella costruzione melodica, dotato di una voce particolare, con frequenti chiaro scuri e un intreccio di tonalità tra LaMontagne e Damien Rice, Ben Howard ha avuto la fortuna di debuttare con la prestigiosa e storica Island Records, l' etichetta dei suoi idoli Nick Drake e John Martyn, vorrà dire qualcosa?

Mauro Zambellini Aprile 2012

domenica 1 aprile 2012

Francesco Piu > Ma-Moo Tones (Grove)


 Al terzo obiettivo Francesco Piu, giovane talento sardo al servizio del blues, centra il bersaglio, Ma-moo tones è il lavoro migliore della sua avventura musicale. Ci sono ottime canzoni nel suo disco, varie, scritte con la collaborazione di Daniele Tenca e rivolte ad un superamento dei luoghi comuni dei testi blues con qualche riferimento alla realtà sociale e al malcostume culturale che ci circonda, c'è una performance coi fiocchi sostenuta da una voce espressiva e multiforme, una padronanza dell'inglese credibile e ci sono chitarre che spaziano con brillantezza dalla lap steel al banjo, dalla chitarra resofonica alla acustica, dalla elettrica a cimeli d'epoca tipo una parlour guitar dell'inizio secolo (quello trascorso). Francesco Piu è una delle promesse del rinnovato panorama blues italiano e questo disco conferma la sua bravura, la sua versatilità, il suo spumeggiante entusiasmo che dal vivo, solo o in compagnia, è motivo di un approccio coinvolgente col pubblico. Nella sua performance c'è freschezza, fantasia, apertura mentale, modernità senza venire meno ai presupposti del blues, l'ortodossia è lontana, la standardizzazione una parola che qui centra come cavolo a merenda.
Ma-moo tones è disco acustico solo in parte perchè ci sono strumenti elettrici, le percussioni del bravo Pablo Leoni, l'eccellente armonica di Davide Speranza e una produzione oculata e maestra come quella di Eric Bibb. Il risultato è un blues acustico solo di nome perchè in realtà le undici tracce di Ma-moo tunes attraversano un mondo di blues contaminato dal reggae, dal soul, dal rock e da idee strumentali che allargano lo spettro espressivo delle dodici battute. L'iniziale The End of Your Spell il cui testo è sul potere deleterio della televisione è un rauco blues da trio elettrico con venature hendrixiane ed una armonica da J.Geils Band, la slide è acida e il ritmo martellante. Un apertura coi fiocchi per un disco che non cala mai di tensione, la seguente Over You gioca sulla risposta tra voce, chitarra resofonica e armonica mentre le percussioni creano un ritmo sincopato, Hooks In My Skin è parente del reggae, Pablo Leoni fa tutto in levare e Francesco Piu canta un blues aromatizzato Caraibi facendo la cosa più vicino a Eric Bibb del disco. Blind Track, altra composizione di Daniele Tenca è invece lenta e riflessiva mentre la scoppiettante Colors regala una voce colorata e persuasiva.
Bello il contrasto creato tra banjo ed il singhiozzante ritmo rock di Stand By Bottom, aria misteriosa ed echi Delta in Overdose of Sorrow dove compare Eric Bibb con la chitarra baritono e ancora Mississippi in Down On My Knees dove Piu apre la sua coscienza e chiede in ginocchio l'aiuto del Signore. E' il lato religioso del blues qui sviluppato attorno al lavoro della chitarra resofonica e al cantato "rapito" di Francesco. Più profana la versione di Trouble So Hard, un traditional riconsegnato in tutta la sua rauca e delirante asprezza. E' la prima delle tre cover del disco assieme alla rilettura di Soul of a Man di Blind Willie Johnson eseguita come fosse un chain gang blues e alla atmosferica interpretazione strumentale di Third Stone From The Sun di Jimi Hendrix dove Piu si sbizzarrisce con una chitarra dei primi del novecento.
Ma-moo tones (le maschere del carnevale sardo) è un disco brillante e Francesco Piu un bluesman da coltivare con cura. Buone nuove da Little Italy.

MAURO ZAMBELLINI

martedì 20 marzo 2012

Dr. John > Locked Down


Chi ama il sound di New Orleans sa che il pianoforte ha un ruolo di prim'ordine e non c'è nessuna città al mondo che ha avuto tanti e bravi musicisti come "The Big Easy". Fats Domino, James Booker, Professor Longhair, Allen Toussaint, Eddie Bo, Dr. John sono i primi che mi vengono in mente, alcuni di loro hanno fatto scuola, altri sono stati semplici sideman ma il R&B di New Orleans si differenzia da quello di Memphis, del sud, di Detroit e delle altre città americane per un particolare tipo di ritmica a cui concorre anche il pianoforte, non sempre suonato da solista ma spesso usato in funzione di accompagnamento ritmico.
Tra i pianisti della città ancora in attività, Mac Rebennack alias Dr. John, è quello più prolifico e quello che si è conquistato una fama anche tra il pubblico del rock dal giorno in cui partecipò al concerto di The Last Waltz. Ha alle spalle un sostanzioso curriculum di dischi, concerti, apparizioni, canzoni divenute famose (una su tutte Such A Night) e oggi è considerato il pianista numero della città. Alcuni suoi album sono entrati nella mitologia del rock e del R&B, basti a pensare a Gris Gris del 1968, una immersione nelle atmosfere fosche e scivolose del voodoo, oppure Dr. John's Gumbo del 1972 considerato dalla rivista Rolling Stone uno dei dischi fondamentali del secolo passato o In A Sentimental Mood del 1989 un affondo nel jazz di Duke Ellington e Cole Porter con un duetto con Ricky Lee Jones da pelle d'oca. In tempi recenti, vale a dire nel 2004, Dr. John ha realizzato con N'Awlinz Dis Dat or Dudda uno splendido e affascinante viaggio nelle viscere, nelle tradizioni e nel cuore misterioso della sua città, un disco superbo che qualsiasi appassionato di musica dovrebbe avere.
Dr. John è un istrione capace di cambiare pelle e poi ritornare a essere quello che è sempre stato. Uno sperimentatore anche, un giocatore d'azzardo, un perfetto gambler in grado di giocare con la modernità senza abbandonare le sue radici, il suo stile inconfondibile, la sua musica. Negli anni novanta con Televsion tentò un approccio ad un suono rock più tecnologico, non del tutto riuscito, oggi ripete l'azzardo col chitarrista dei Black Keys Dan Auerbach nelle vesti di produttore.
Entrambi volevano un disco sulla falsariga dei primi due album del dottore, quelli più intrisi di voodoo e tribalismi sonori, per intenderci Gris Gris e Babylon del biennio 1968-69. E difatti appena parte la prima traccia di Locked Down ci si accorge che l'affermazione ha una sua verità perchè sibili, versi animali e rumori strani evocano l'atmosfera appiccicaticcia e misteriosa di qualche rito dalle parti del bayou St.John prima che il dottore cominci a vociferare con quella voce da gatto in calore un fosco R&B dal ritmo drogato. Siamo di nuovo a casa, tra i misteri e i peccati di New Orleans, stappate un vecchio Bordeaux in onore degli spiriti della notte. Subito dopo però, quando parte Revolution ci accorgiamo che qualcosa è cambiato e quella che era una danza per la scerdotessa del voodoo Marie Laveau adesso è un groove riverniciato di fresco coi colori che vanno di moda oggi nel rock. Suoni del nuovo status tecnologico. Ebbene sì, anche il dottore ha dovuto scendere a patti col diavolo, lui che il diavolo lo conosce bene. Locked Down non è un disco elettronico o una artificiale esibizione di suoni lucidi e patinati, è solo un disco dai suoni moderni un po’ diverso da quell'archeologia sonora che ci ha abituato New Orleans e la sua storia. Per la prima volta nella sua carriera Dr. John ha cambiato modo di fare un disco, difatti la musica e i suoni sono venuti prima delle canzoni e delle liriche. Dan Auerbach che ha conosciuto Dr. John in una recente edizione del Bonnaroo Festival, ha messo insieme un team di musicisti (Max Weissenfeldt alla batteria, Leon Michels alle tastiere, Nick Movshon al basso, Brian Olive alla chitarra) e con loro e il maestro ha cominciato a lavorare nei suoi studi di Nashville registrando spezzoni di musica, intro e outro, assoli, frammenti sonori, ritmi, senza mai le voci. Un mese dopo Dr. John è ritornato in studio con Auerbach a lavorare sulla voce e le liriche, aveva preparato alcune idee per ogni traccia strumentale, non erano ancora canzoni strutturate, solo idee, parole, poesia. Auerbach lo ha aiutato a convergere questi abbozzi di liriche in ciascuna delle parti strumentali registrate precedentemente, poco per volta le canzoni sono venute fuori, con le loro melodie e i cori. Il risultato è un disco di Dr. John piuttosto diverso dagli altri, per il modo in cui è stato concepito e per le sonorità più spigolose e moderniste, un disco che insiste su un groove continuo e ipnotico, un roll over di funk e New Orleans R&B già messo in evidenza nel precedente City That Care Forgot ma qui suonato con le tastiere e il piano elettrico, non il pianoforte tradizionale. Le voci dei McCrary Sisters sono protagoniste quasi quanto la voce del dottore e il suono sa di ferraglia, aguzzo e tecnologico, ha la modernità di un disco dei Black Keys anche se lo stile è diverso. Voci sovrapposte, ossessioni elettriche, cori ripetuti, fulminei ganci di chitarra, rumori elettronici, beat incalzanti, tastiere che si incrociano, il disco proietta Dr. John nel mondo odierno del rock, non tutto funziona, qualcosa suona freddo, altri momenti il groove è talmente coinvolgente che ci si abbandona volentieri alla litania ritmica dello stregone. Canzoni che esaltano più i ritmi che le melodie e allora dall'iniziale Locked Down fino alla conclusiva God's So Good è un trionfo di groove e di funk con echi di Meters e Neville Brothers, pochi episodi lenti, tastiere vintage (addirittura un Farfisa in Revolution), cori e fiati, ritmi afro-cubani, nebbie di paludi, funk etiope, gospel, jazz ed un pò di rock in Getaway. Come dire, anche questa volta la medicina è servita. Di ultima generazione ma ugualmente efficace.
Nulla di comparabile al Gris Gris del 1968, questo di Locked Down è piuttosto un voodoo per turisti o per qualche documentario televisivo.

MAURO ZAMBELLINI MARZO 2012






venerdì 9 marzo 2012

Wilco Alcatraz Milano 8 marzo 2012


Sono loro i numeri 1 nel rock di oggi? Probabilmente sì per quanto si è visto e ascoltato all'Alcatraz di Milano giovedì 8 marzo, almeno nel campo del rock contemporaneo; per il classic rock sarà bene attendere il 29 giugno quando a Lucca arriverà Tom Petty coi suoi Heartbreakers.
Wilco sono ritornati a Milano dopo due anni dal mitico concerto al Conservatorio e sono stati di nuovo strepitosi, se è possibile anche meglio della scorsa volta perché la location e chissà cos'altro hanno spinto verso uno show sudato e rock come pochi. Hanno suonato per più di due ore sciorinando potenza e classe, raffinatezza e rumore, melodia e feedback, pop e rock, ballate e avanguardia, riuscendo a mettere d'accordo i Beatles coi Velvet Underground, gli Who coi Talking Heads, Gram Parsons con i Television e creando all'Alcatraz un'atmosfera incandescente che ha coinvolto e appagato chiunque. Generosi e geniali non si sono risparmiati e hanno messo in campo idee e sferzate elettriche in una caracollante alternanza di estasi e tormento. Jeff Tweedy con un cappellaccio in testa ha diretto l'orchestra, cambiando chitarre ad ogni pezzo e cantando con quella voce dolente e assonnata che riempie di malinconia e caduca bellezza qualsiasi cosa canti. Di fianco a lui l'alchimista Nels Cline, lo stregone che fa viaggiare le chitarre su galassie sconosciute , lo scatenato Pat Sansone che tra chitarre, tastiere e maracas ha trovato il modo di imitare con la roteata Pete Townshend, l'uomo nell'ombra Mikael Jorgensen responsabile con tastiere, pianoforte e synth di imbastire un tappeto sonoro che è un magma di suoni, echi, scampanellii, interferenze elettroniche, oscillazioni, flash, l'energico e dinamico Glenn Kotche sulla batteria e John Stirratt, uno che suona il basso come una chitarra. Questa orchestra folle che ha per nome Wilco ha portato su Marte uomini e donne (tante) creando situazioni oniriche di sogno e contemplazione, estatiche direi, subito trafitte da un caos di rumori, distorsioni, frizioni elettriche in un gioco esaltante di costruzione e distruzione. Visionari, iconoclasti, dadaisti, Wilco sanno creare la bellezza assoluta attraverso una melodia che ha il profumo leggero dei Beatles, il pallore di Femme Fatale e la sofferenza di una ballata country e poi un secondo dopo sembrano negare tutto questo paradiso e come fossero black block scatenano l'inferno frizionando l'elettronica con il rock e con il noise, destrutturando il pop, il rock, il glam, perfino il country con un assalto sonoro che i Velvet Underground di What Goes On e Sister Ray andrebbero fieri. Con loro estasi e cieli blu si accompagnano a caos e delirio, il loro rock è heaven and hell, una travolgente dimostrazione di potere elettrico e senso melodico perchè alla fine dopo tanto rumore ed una estenuante cavalcata elettrica la canzone ritorna a essere tale e loro la chiudono sbrigativamente, quasi mozzandola. Magnifici, unici, innovatori. Dondolano sul mondo con Jesus e accordano le viscere per la devastante Misunderstood ripetendo all'ossessione nothing, nothing, nothing, inscenano uno sfuggente stato d'attesa prima che si scateni l'apocalissi di Handshake Drugs, spiazzano rileggendo in versione semiacustica Spiders (Kidsmoke) uno dei loro brani simbolo e frullano la Merkel con una memorabile Impossible Germany dove Nels Cline fa uno dei migliori assoli di tutto il concerto, pescano l'inattesa Hoodoo Voodoo dal disco che fecero con Billy Bragg su Woody Guthrie e con questa chiudono un concerto esaltante dopo un bis durato come una intera esibizione di qualche moderno gruppo brit-pop.. Tante le tracce prese da The Whole Love il disco più setacciato assieme a Sky Blue Sky e a Yankee Hotel Foxtrot. Anche uno scampolo del primo album A.M, Box Full Of Letters piazzato nella seconda parte dello show quando la tensione sembrava allentarsi dopo un inizio alle stelle con una sconvolgente Art Of Almost, con I Might, con Bull Black Nova, con At Least That's What You Said, con Impossible Germany salutata dal pubblico con un ovazione alla prima nota.
Alla fine, osannati e richiamati sul palco a gran voce, con Jeff Tweedy visibilmente soddisfatto e stranamente ciarliero, Wilco hanno messo letteralmente ko l'Alcatraz con le note di Whole Love, Theologians, Jesus, I'm the man Who Loves You, Red Eyed and Blue prima di infilare la devastante sequenza di Heavy Metal Drummer, I Got You (at the end of century) ed una Outta mind/outta sight mai così tellurica, spettacolare e rockata.
Concerto della Madonna, una festa della donna indimenticabile.

MAURO ZAMBELLINI MARZO 2012


domenica 26 febbraio 2012

Bruce Springsteen > Wrecking Ball (Sony)


Quando ho sentito la prima volta il singolo We Take Care of Our Own sono rimasto perplesso: suono boombastic da mainstream rock lucidato a nuovo e nel testo tutta quella speranza  posta e poi inaridita. Il cambio di produttore, da Brendan O'Brien a Ron Aniello non portava novità e freschezza, l'idea che in fatto di produttori (e di titoli visto che Wrecking Ball è già stato usato da Emmylou Harris per un suo disco)  Springsteen non capisca un granché  è quasi una certezza ed il giorno in cui si affiderà ad un produttore mirato per un  sound schietto e rock n'roll sarà festa nazionale. Invece poi l'album è un'altra cosa, decisamente  migliore dei due che lo hanno preceduto. Wrecking Ball  è un disco tosto, un disco di rock popolare nel senso nobile del termine con canzoni che suonano rabbiose e testi che hanno come temi la crisi economica, le ingiustizie sociali, i dubbi e la paura delle persone meno fortunate e meno abbienti. Qui sta il senso del disco, una specie di concept lega diverse canzoni dove il punto di vista è quello del popolo, della classe operaia, dei giovani senza futuro, dell'America che non ce la fa, della gente comune a cui hanno tolto ogni speranza, del lavoratore che diventa sempre più magro grazie al  banchiere che diventa sempre più grasso.  Wrecking Ball è un disco che parla semplice e diretto e spesso usa i suoni propri della comunità di origine irlandese della East Coast come l'irish folk ed il celtic rock per risultare più incisivo e realista. C'è parecchio folk irlandese nelle canzoni, ci sono violini, fisarmoniche, il banjo, c'è un esplicito riferimento all'esperienza e al sound delle Seeger Sessions  qui filtrato dal muscoloso rock di Bruce, dalle chitarre che urlano, dai colpi di batteria, dal basso che pulsa, dalle tastiere che riempiono gli spazi e qualche volta eccedono pure. Il suono è potente e diretto,  comunicativo, un rock innaffiato di birra scura e di orgoglio popolare, un canto di resistenza che usa riferimenti biblici e metafore religiose come è solito fare Springsteen ma anche il linguaggio comune di strada  per farsi ascoltare ed invitare, nonostante tutto, a non mollare. Nella splendida Jack of All Trades, una delle canzoni meglio riuscite dell'album, Bruce canta i'm a Jack of all trades, there's a new world coming e non si sa se lo dica più per darsi forza o perché ci crede veramente visto che la voce, il piano e una ballata lenta ed introversa  non inducono all'ottimismo ed una tromba che fa tanto Nini Rosso fende l'aria come in una onorificenza funebre  di qualche cimitero americano coperto di neve. Anche qui, in Jack of All Trades, un pezzo il cui testo  sembra preso dal Ry Cooder di Pull Up Some Dust & Sit Down ci sono tante voci femminili, mai cosi abbondanti come questa volta. Il gospel del Victorious  Choir  incontra gli arrangiamenti orchestrali del New York String Section mentre il rock della E-Street Band o solo di quelli qui presenti si salda con l' irish flavour dei tanti musicisti migrati dalle Seeger Sessions.   Wrecking Ball è un'opera che strumentalmente presenta diverse facce, c'è la semplicità di una batteria sfilacciata ed il roots-rock caro a  John Mellencamp con lo sfondo dei violini, degli archi, dei cori e di un ritornello tanto secco quanto eloquente, su nella collina dei banchieri la festa è finita, cosa ci fa  un povero ragazzo in questo mondo sbagliato (Shackled and Drawn) e c'è la cupezza di This Depression dove dopo un inizio lento accompagnato dalla orchestra si fa strada la chitarra "spaziale" di Tom Morello, c'è l'elettronica biblica e da sermone di Rocky Ground, il brano meno digeribile dell'album con quelle voci rappate e c'è una canzone il cui titolo fa venire in mente la Ricky Lee Jones del basco rosso. Prendo l’impermeabile, porta fuori il cane, mettiti il tuo vestito rosso, andiamo in città in cerca di denaro facile, è il verso trainante di Easy Money ma qui i soldi facili non servono per una notte sotto le stelle della California in compagnia del Jack Daniel's, qui c'è una Smith&Wesson calibro 38 infilata sotto la giacca per  cercare di sopravvivere.  L'atmosfera è realisticamente celtica, ci sono i volini, i suoni delle Seeger Sessions, la fierezza delle radici ed una coralità che vi trascina in una danza festosa, anche se i tempi non sono quelli della festa. Ma qui sta la potenza di Springsteen e del suo rock , comunicare,  coinvolgere, scuotere anche quando le parole sono quelle della crisi, della povertà, dell'ingiustizia. Lo stesso titolo Death To My Hometown non prelude a niente di buono ma il celtic rock che pulsa nelle note suona come se accompagnasse la marcia del San Patrick's Day e la visione ricorda l'indimenticabile scena di Mystic River. Ritmo che scalpita, rabbia positiva, speranza,  straight to hell come cantavano i Clash ma qui siamo nei sobborghi della East Coast, nel quartiere  Quincy di Boston dove gli eroi locali si chiamano Dropkick Murphys.
You've Got It inizia dolente con la chitarra acustica, sembra una Darlington County rallentata ma c'è un latente stato di attesa, ad un certo punto il battimani ed una slide cambiano lo scenario, il rock si mischia con la potenza rallentata del blues e tutto fila per il verso giusto, This Depression è marziale e cupa, Bruce cerca calore nell’amore di una donna, ho bisogno del tuo cuore perché non sono mai stato cosi debole,  We Are Alive chiude l'album, quello della versione senza bonus tracks,  con il gracchiare del vinile ed una chitarra acustica folk.  Si parla di morti, lutti e cimiteri, come fosse una piccola Antologia di Spoon River, un lascito della Guerra Civile   ed una riga, our souls will rise che è un po' il sentimento generale dello Springsteen di Wrecking Ball.
 Tanto smarrimento ma pure un esplicito invito a resistere  con il devastante rock della palla demolitrice che sfrutta il baseball, il gioco americano più popolare, come metafora per raccontare l'orgoglio, le sconfitte e le speranze in una sorta di moderno no surrender. Gli ultimi versi della canzone sono una scossa al suono di un rock mai così vibrante.
Non ci sono solo gli E-Streeters Charlie Giordano, Patty Scialfa, Soozie Tyrrell, Steve Van Zandt, Max Weinberg,  in Wrecking Ball, ci sono anche i compagni di ventura delle Seeger Sessions ( Art Baron, Clark Gayton, Lisa Lowell, Ed Manion, Cindy Mizelle, Curt Ramm) oltre all'ex batterista dei Pearl Jam Matt Chamberlain, al polistrumentista Greg Leisz, alla chitarra di Tom Morello, al sax di Stan Harrison e alla tromba di Darrell Leonard oltre ai cori gospel e la sezione archi. In diversi momenti si avverte la mancanza del sax, in altri compare quando la malinconia ha già stropicciato il cuore,  Clarence lo si sente in Wrecking Ball e nell'arrangiamento di Land of Hope and Dreams dove sono stati aggiunti voci gospel, tante tastiere ed una drum machine.
Wrecking Ball è un disco che ancora una volta dividerà, qualcuno continuerà a cercare lo Springsteen dei glory days ignorando il tempo e la storia, qualcun'altro maledirà di nuovo il produttore, altri ancora diranno che Springsteen ha preso le distanze da Obama, altri diranno che non è più lui, infine ci sarà chi lo osannerà come si fa coi propri idoli.  Non è facile per nessuno, oggi,  con l'aria che tira fare un disco che sia realistico nelle osservazioni,  sensibile e credibile nell'immedesimarsi nei problemi della gente comune e possedere contemporaneamente l'esoterico potere del rock n'roll di far gioire e pensare, Springsteen ci è riuscito. Wrecking Ball è rock popolare nel senso migliore del termine.

MAURO ZAMBELLINI        FEBBRAIO   2012