mercoledì 20 luglio 2016

LUCINDA WILLIAMS PUSIANO 19 luglio 2016


Suonare pochi giorni dopo che si sono esibiti Bruce Springsteen e Neil Young è partecipare ad un altro campionato, Come se subito dopo Real Madrid-Barcellona andasse in scena Sassuolo-Empoli, due squadre che giocano bene ma stanno su un altro pianeta rispetto alle prime due. Lucinda Williams ha avuto la sfortuna di suonare il giorno dopo Neil Young a Milano e tre giorni dopo Bruce Springsteen a Roma ma non ha sfigurato, ha solo giocato una partita diversa, di umiltà, di coraggio, di onestà, andando per la propria strada accompagnata da una sequenza di canzoni che sono tra le più belle scritte nella letteratura americana del rock da vent'anni a questa parte.

 Lei è soprattutto una songwriter e forse le dimensioni del teatro o di un club le sono più propizie anche se nella splendida ambientazione di Pusiano in un parco immerso nel verde con vista sul lago e luna piena che illuminava un cielo chiarissimo ( a proposito un grazie al sindaco tifoso di rock e ad Andrea Parodi che nonostante le difficoltà e perfino un lutto hanno reso possibile vedere per la prima volta in Italia l'artista di Lake Charles) la Williams ha dato vita ad un concerto sofferto e sincero, a tratti commovente per come si è immersa con quella voce dolente, malinconica, triste nelle sue storie di solitudine e mancanze, a tratti barcollante quando doveva vestire i panni della rockeuse che il migliaio di presenti desideravano vedere ed invece avvertivano una certa fragilità, avvalorata dalle sue presentazioni a bassa voce, misurate, parche ma coerenti col suo universo di perdenti e di fantasmi. Piuttosto timida, fasciata da jeans neri e camicia a quadri slacciata su un reggiseno nero, con cappello da cowboy in testa, crocifisso al collo e abbondanza di bracciali, la signora Williams non maschera gli anni ed un phisique in cui la bottiglia ha lasciato il segno ma proprio per questo è amabile, nelle sue imperfezioni, nelle sue incertezze, nel suo non essere quello che l'immaginario del rock richiede. E' vera da morire, capace di creare momenti di grande intensità e pathos e magari dopo apparire svogliata e stanca, come volesse sbrigare la pratica della canzone nel più breve tempo possibile. Ma dentro quelle sue ballate che non sai se sono più dolorose che rassegnate e quelle cantilene che sono una specie di country-rap che paiono dilungarsi senza fine e ti immergono in quei luoghi che sembrano uscire dalla prima serie di True Detective o in qualche B-movie del profondo sud, volitiva quando incita la  band, dolce quando parla di sé stessa, c'è quello che ancora oggi amiamo dell'America, libertà, paura, mistero.


Va detto che c'è una notevole differenza tra i suoi album in studio, a cominciare dal sublime rarefatto The Ghosts Of Highway  20  di cui si è potuto ascoltare Dust , Bitter Memory e la canzone che dà il titolo all'album,  ma pure il magnifico Down Where The Spirit Meets The Bone  di cui ha presentato Burning Bridges, la toccante West Of Memphis  uno degli apici del concerto e quella Foolishness ,  che assieme a Righteously,, ha il potere di catapultarti in un' ipnosi, dove la cantante ripetendo a cantilena ed in sequenza quasi ossessiva le parole alimenta un ritmo che sale e progressivamente ti coinvolge in una folle elicoide in cui ci si bea di questo trance quasi parlato, dove i musicisti si chiamano Bill Frisell, Greg Leisz, Ian Mc Lagan, Val McCallum, Doug Pettibone, e la trasposizione dei suoi album con l'attuale band dal vivo, i Buick Six, onesti e poco più, dove la sezione ritmica del bassista David Sutton e dell'arzillo batteria Butch Norton, fa il proprio sporco dovere ma il chitarrista Stuart Mathis pare perfino scolastico nei suoi assoli come nemmeno in Italia si usa più.


Qualche mese fa, visti nello spazio chiuso dell'Ancienne Belgique di Bruxelles, i tre avevano sciorinato una grinta rock-blues ben maggiore, a Pusiano si sono limitati ad un compito ben fatto pur con le fantasiose escandescenze di Norton ed il diligente lavoro di Sutton. E così la performance di Pusiano conferma le caratteristiche della Williams, una sopraffina autrice di canzoni meravigliose ed una performer con le fragilità di chi sente quasi a disagio davanti ad un pubblico numeroso, non è insomma una performer da stadio piuttosto una rocker da club, intima se si considera che a brillare tra i brani migliori del concerto sono stati l'acustica ed in solitario  Ghosts Of Hwy 20  ed una struggente Lake Charles  esibita col solo  Mathis, che è arrivata dritta al cuore dei presenti (un pubblico  preparato e rispettoso) con quei riferimenti autobiografici e confessionali.

 Uno dei momenti topici ma non il solo di una scaletta perfetta, perché se è vero che la Williams è regina delle ballate che corrono tra la Louisiana e il Texas ed il meglio di sé lo dà nei toni caduchi, bluesati e malinconici, e al riguardo hanno strappato applausi sia Dust, sulla scomparsa del padre, sia la sofferta Unsuffer Me  sia la lontana (discograficamente parlando)  Essence  e sia Drunken Angel , è vero anche che il rock n'roll scorre caldo nel suo sangue e allora quando imbraccia la chitarra elettrica e diventa una della band è un piacere sentirla incazzata in Changed The Lock,  aprire con Protection, mandare a farsi fottere Donald Trump in Foolishness, chiudere con una selvaggia Joy.

  Che vada per la sua strada e non sia un animale da palcoscenico che cerca l'applauso facile ma che il suo low profile sia una cosa assolutamente da preservare nel rock dei giorni nostri, lo testimonia il bis con cui Lucinda Williams  chiude il bel concerto di Pusiano del Buscadero Day, non sceglie una sua canzone, come in tanti vorrebbero invece che sia, ma si appella allo sferragliare Clash di Should I Stay or Should I Go prima di infilarsi in una Rockin' In The Free World  di imbarazzante confronto con quello che si era sentito la sera prima da Neil Young + Promise of The Real  a Milano. Ma Lucinda Williams la sia ama  per questo, donna dignitosa, senza trucchi, furbizie e rifacimenti,  coerente all'inverosimile nel vivere in un rock più grande di lei con la sincerità di chi scrive, canta e suona col cuore. E l'intelligenza. 

MAURO ZAMBELLINI   20 luglio 2016

 








lunedì 4 luglio 2016

BRUCE SPRINGSTEEN and The E Street Band San Siro 3 luglio 2016

 
Qualche mese fa, quando venne annunciato il nuovo tour, scrissi sulla mia pagina di facebook che questo sarebbe stato il mio ultimo concerto di Springsteen. Ho cominciato a vederlo nel 1981, a Zurigo, nel tour di The River e dopo 35 anni col The River Tour Revisited mi sembrava l'occasione giusta per chiudere un cerchio, anche perché gli ultimi show a cui avevo assistito, in particolare quello di Udine del 2009 e Milano 2013, quando presentò l'intero Born In The Usa, mi avevano lasciato un po' l'amaro in bocca. Quaranta concerti visti del Boss nel corso degli anni, con la E Street Band, solo e con quella stramba band del 1992/93 potevano bastare, i sogni non durano all'infinito, ma dopo il concerto visto ieri sera a San Siro, 3 luglio, non sono così sicuro di mantenere fede alla mia affermazione. E' stato emozionante, tanto emozionante, ancora una volta, ancora adesso che ho più del doppio degli anni che avevo nel 1981,  ho vissuto una serata in cui un cantante, un rocker e la sua band hanno investito una folla di sessantamila persone di una gioia collettiva indescrivibile, ignota a coloro che non hanno mai visto un concerto di Bruce, ragione per la quale la stragrande maggioranza di chi la prova ritorna a suoi concerti, ragione per cui il sottoscritto mette in discussione l'affermazione fatta. Si è vissuto un'altra volta una comunione generale di felicità, allegria, coinvolgimento, una magia che viene trasmessa dagli artisti e recepita dal pubblico in maniera biunivoca, trasformando un semplice evento musicale in qualcosa di trascendentale pur con le connotazioni squisitamente terrene del rock n'roll, come se la spiritualità si fondesse con un piacere fisico e sensuale. Non si va più, almeno per chi lo conosce da tanto, ad un suo concerto per cercare una reason to believe ma per gioire, far festa, liberare corpo e mente in un sabba collettivo di suoni elettrici e ballate da far accapponare la pelle.
 

Devo ammettere che prima del concerto avevo qualche perplessità, alimentate da qualche ascolto su youtube delle esibizioni precedenti e un po' condizionato dal turbinio di cose lette sui social, qualcuna sensata, molte ingiustificate, altre fastidiosamente devozionali da rasentare una sottomessa fede religiosa, altre pretestuose come quelle che, giustificate dal caro-biglietto (non esclusivo comunque di un concerto del Boss) si inoltravano in analisi marxiste-leniniste della sua vita borghese arrivando a bollare l'artista un venduto al capitalismo della società dello spettacolo, un prezzolato. Altre ancora che, rimanendo nell'alveo di com'era verde la mia valle lo accusavano , con la messa inscena degli spettacolini dei recenti tour con bambini sul palco e il karaoke dei cartelli, un clown, una sorta di scoppiato come Elvis Presley a Las Vegas. E' pur  vero che in Italia la prassi di chi fluttua da una barricata all'altra con identica foga è ben diffusa in molte manifestazioni sociali, ma l'astio nei confronti dell'artista e del suo concerto mi sono parsi esagerati e anche ridicoli, specie per un ambito musicale. In più si erano messi i tanti che si sentivano traditi dal fatto che il nuovo The River Tour 2016  avesse perso per strada molte canzoni di quel disco e così gridavano alla truffa. Tutto ciò a Milano il 3 luglio non è avvenuto perché di quel disco sono state eseguite ben 14 canzoni (su 20). Qualche perplessità la nutrivo anch'io e l'ho tuttora, perché se è vero che il concerto nel suo insieme mi ha emozionato oltre ogni previsione, e alla fine coinvolto, è  pur vero che la resa vocale di Springsteen specie nei brani più strillati e focosi di The River, e mi riferisco a Jackson Cage, Two Hearts, Crush On You, Out In The Street, I'm Rocker, è piuttosto sofferente e mostra i limiti degli anni, che alcuni classici come The River, The Promised Land e Born To Run non siano stati all'altezza delle esibizioni migliori, che la stecca all'inizio di Drive All Night  è parsa imbarazzante e che Spirit In The Night, canzone che amo alla follia, sia stata trattata quasi con una sufficienza da crooner privandola di quell'enfasi notturna e soul-blues che possiede. Ma con tre ore e quarantacinque minuti di show ed una scaletta record di 36 titoli, perché di show si tratta anche se non ci sono luci e trucchi da avanspettacolo, queste sono cose non solo perdonabili ma secondarie, specie per un'artista che ha sulle spalle 67 anni e da una band, che a parte Jakob Clemons, è abbondantemente over sixty.

 
Il circo rock? il karaoke?, beh se circo si tratta, ci faccio l' abbonamento stagionale perché un circo cosi divertente e travolgente non ce ne sono in giro, il rock n'roll continua a girare a manetta, le chitarre urlano e la band, "ridotta" ad otto senza il caravanserraglio degli ultimi anni, si è rimessa in riga ed è tornata ad essere una rock n'roll band. Little Steven è più credibile, sia nei duetti che con la chitarra, Nils Lofgren fa le sue giravolte e dovrebbe, comunque, essere usato di più visto le sue qualità tecniche, le due tastiere si passano la palla tra organo, piano ed elettronica varia, Max è rimasto il solito picchiatore, Soozie Tyrrell il tocco femminile che ci vuole ed il bassista Garry Tallent un bassista che meriterebbe molti più elogi di quanti ne ha visto la precisione, l'essenzialità, il taglio rocker del suo stile.  Jakob ce la mette tutta, è fin tenero nel suo sforzo di imitare lo zio, quando l'assolo di sax è secco, conciso, shouter è brillante, quando, nella Jungleland da brividi con cui si è aperta la parte finale della prima esibizione milanese, deve enfatizzare l'epica sinfonia di un film in bianco e nero, è bravo, volenteroso ma gli manca quel romanticismo e quel lirismo che il sax dello zio sapeva infondere al brano. E poi c'è Springsteen che ha allentato il suo lavoro chitarristico forse per via di un gonfiore alla mano, come si poteva vedere dallo schermo, ma si prodiga come uno showman totale, cantando, presentando, agitandosi, buttandosi tra il pubblico, passeggiando sulle pedane laterali, urlando a squarciagola, ballando e abbracciando le ragazze raccolte dal pit in Dancing In The Dark, uno dei pezzi leggeri del suo repertorio che il sottoscritto immancabilmente si ritrova a ballare spensierato come fosse la Miss You della E Street Band. E poi si immerge nel pathos di ballate che, per chi scrive, sono state la parte più struggente e significativa del concerto. Indipendence Day e Point Blank un tuffo al cuore e mi hanno ributtato indietro negli anni, allo Springsteen dell'81 a Zurigo e a quello imparato a memoria nei bootleg del '78, quest'ultima rallentata a narrazione per aumentarne il taglio drammatico, e così Drive All Night lenta, malinconica, cupa fino alle lacrime, impreziosita dalla citazione di Dream Baby Dream, e Jungleland la sinfonia newyorchese che ogni vecchio fan di Springsteen vorrebbe sentire. E ha sentito, ha applaudito, ha chiuso gli occhi e vissuto fino all'ultima nota, assieme all'incredulità del numeroso pubblico giovane presente, un ricambio generazionale così ampio che nessun altro grande nome del rock vanta in questi anni . Certo questo pubblico del pit, "nato" con e dopo The Rising, brano accolto con un ovazione pari a quella di The River e Born In The Usa, è anche quello un po' invadente della cartellonistica e del karaoke perché mi faceva specie vedere Bruce catapultarsi tra il pubblico tra cartelli piazzati a pochi centimetri dal viso, ma fa parte del circo ed il 3 luglio le richieste hanno permesso Lucky Town e ad una strepitosa versione nuggets fifties di Lucille di Little Richard, uno dei tanti momenti rock n'roll dello show. Indimenticabile, allo stesso modo dello scatenato rockbilly-blues di Working On The Highway, di Ramrod, di You Never Can Look (But You Better Not Touch) e di My Love Will Not Let You Down dove si è sentito un crescendo nella parte strumentale da togliere il fiato .

Un pubblico unico quello di Milano, the best public in the world come ha sottolineato Bruce, una festa collettiva che ha avuto l'apoteosi quando tutto lo stadio illuminato a giorno si è alzato in piedi e ha ballato sul tema funky-soul di Tenth Avenue Freeze Out, e sullo schermo sono comparse le immagini della E-Street Band e dei suoi defunti, e su una lunghissima e caracollante Shout nella quale Bruce con un brano degli Isley Brothers ha portato 60 mila persone "a vedere la luce"  dal reverendo James Brown e dato fondo alla sua ultima goccia di sudore dopo una titanica performance di 225 minuti (certo come capitalista lavora più di Stakanov), prima di zittire San Siro in una commovente versione in solitario di Thunder Road, ultima magia di un concerto non perfetto ma emozionante, corale e con una scaletta da favola. Questo è Bruce, una volta ancora.

MAURO ZAMBELLINI  4 luglio 2016

le foto sono di Lorenza Inquisizia Maggi







sabato 18 giugno 2016

WILKO JOHNSON presents THE BLUES



Ci sono molti modi per realizzare una compilation di blues, tanto tempo fa mi divertivo a togliere dagli scaffali gli Lp di quegli artisti che avevo conosciuto tramite le canzoni dei Rolling Stones, Them, Yardbirds, Animals, Spencer Davis Group, e via dicendo, e registrare su cassetta C120 i loro pezzi più conosciuti o rappresentativi. La infilavo nello stereo della macchina e quello era il modo per sopportare con allegria lunghe code, semafori, noiosi spostamenti, col doppio risultato di  far conoscere quei vecchi blues ad amiche e amici quando erano ospiti dell'abitacolo. Quelli erano i grandi vecchi che avevano dato vita al rock n' roll e i cui nomi comparivano in piccolo nei dischi che compravamo, sotto il titolo della canzone dell'artista o della  band di turno. Così imparai che Statesboro Blues degli Allman era in realtà di Will McTell o che I Need You Baby degli Stones era di BoDiddley e Take Your Hand Out Of My Pocket  non era di Van Morrison ma di Sonny Boy Williamson e Smokestack Lightning degli Yardbirds e di non so quanti altri gruppi arrivava da Howlin' Wolf. Fu il percorso che tanti giovani bianchi, musicisti compresi, fecero per risalire all'origine di tutto, il blues. Poi arrivò il CD e non fu più la stessa cosa, le cassette scomparvero, le registrazioni casalinghe pure, case discografiche di terza categoria vendevano nei mercatini antologie con infime registrazioni di quei santi vecchi col titolo The Story of the Blues, raggruppando capre e cavoli senza nessuna logica, spinti dall'unica ragione di possedere un qualche diritto su canzoni di cinquanta, sessanta, settanta anni prima. Col Pc fu ancora peggio, la barbarie tecnologica dilagò,  scaricare da un archivio in rete la storia di un popolo in musica, metterlo su chiavetta oppure masterizzarlo su CD, senza titoli e nomi. Non è roba che fa per me, sono nato in un'era di Long Playing, 45 giri e cassette e vivo distante da simili alchimie elettroniche, anche se al prossimo cambio di macchina dovrò adeguarmi visto che le auto di recente produzione non hanno più il lettore CD ma solo un'arida uscita Usb per le chiavette.
Sarà per l'età ma in quelle antiche compilation c'era  un romanticismo, una ricerca da certosino negli angoli nascosti di un genere, il blues ed il R&B, o di un artista, un minuzioso lavoro di assemblaggio, che oggi è svanito o almeno non riflette la passione di quella fase pionieristica quando amici, solo per il fatto di condividere un viaggio in macchina o una vacanza assieme, pur non essendo acquirenti di dischi, entravano in contatto con una cultura musicale che li avrebbe comunque condizionati per il resto della vita. Ho amici, amiche, ex fidanzate, compagni, che attraverso quelle cassette possono sbandierare un sapere musicale che altrimenti non avrebbero mai avuto. E come il sottoscritto c'erano tanti che si divertivano a passare le ore a compilare le C90 e C120 col meglio del blues, del rock n'roll, del southern rock, del British blues, del rhythm and blues, per poi condividerle allegramente con altri o addirittura regalarle. Il chitarrista Wilko  Johnson  che di blues è maestro anche se inglese, recentemente tornato in auge per essere stato diagnosticato un paio di anni fa malato terminale (ma è ancora qui vivo e vegeto, tiè!) e aver realizzato un eccellente disco di R&B inglese con Roger Daltrey degli Who, ha rinnovato quella antica pratica della compilation sfruttando il proprio carisma per spingere la Chess, etichetta e studio di registrazione storici del blues urbano afroamericano, a compilare un doppio CD con i brani topici della sua antica produzione in materia. Lo ha potuto fare perché il disco con Daltrey, Going  Back  Home,  uscito per la stessa etichetta e primo disco con materiale nuovo pubblicato dalla Chess  dopo il 1977, ha ottenuto un discreto successo commerciale. Sotto il titolo The  First Time  I  Met The  Blues   Wilko Johnson ha setacciato gli Essential Chess Masters selezionando quaranta titoli per un doppio CD di ottima qualità audio, corredato da un libretto che oltre a note e fotografie racconta l'intera storia della Chess, dai giorni gloriosi di Chicago con i fondatori Leonard e Philip Chess ai vari cambi di proprietà, fino ai giorni nostri.  E' materia che molti conoscono a memoria per essere  la base di tutto il rock che conta ma può costituire argomento di studio e di conoscenza per chi volesse partire adesso, sia esso un giovane o qualcuno che ha deciso, anche in tarda età, di impugnare uno strumento. The First Time I Met The Blues  è la Bibbia sacrilega della nostra musica, da qui non si scappa, ci sono chitarristi, armonicisti, cantanti/e, tutti di rigida origine afroamericana, che senza colpo ferire hanno fatto la miglior rivoluzione del XX secolo, contagiando generazioni di ogni razza e popolo. Sono annoverati grandi vecchi  come Muddy Waters (I Can't Be Satisfied, Lousiana Blues, Hoochie Coochie Man, Just Make Love To Me, Muddy Waters, The Same Thing), John Lee Hooker (Sugar Mama, I'm in The Mood), Howlin' Wolf ( Smokestack Lightning, Howlin' For My Darlin', Spoonful, Back Door Man, Goin' Down Slow, Killing Floor), Sonny Boy Williamson (Bring It On Home, Checkin' Up On My Baby, Help Me, Don't Start Me Talkin'),  Little Walter (Juke, Blues With A Feeling, Last Night, My Babe), c'è la generazione di mezzo del Chicago blues ( Buddy Guy, Otis Rush), ci sono i "rockers" (Chuck Berry, Bo Diddley), ci sono nomi meno noti come Tommy Tucker (High Heel Sneakers, I Don't Want Cha, Long Tall Shorty) e Sugar Pie De Santo (Slip in Mules, Soulful Dress), c'è insomma la storia  del blues urbano scritta con l'archivio della mitica Chess. Ci sono i semi che hanno fecondato Rolling Stones e Animals, Yardbirds e Who, Led Zeppelin e Humble Pie, Allman Bros.Band e Canned Heat, Johnny Winter e Black Crowes, Van Morrison e Rory Gallagher, Cream e Jimi Hendrix Experience, Dr.Feelgood e Nine Below Zero, Willy DeVille e John Hammond Jr, solo per fare alcuni nomi, c'è un patrimonio musicale senza il quale saremmo qui a cantare le canzoni di Perry Como e Pat Boone, la storia di un'avventura musicale che ha indirizzato le nostre orecchie ed il nostro cuore da un'altra parte. Da parecchio tempo ce ne siamo resi conto ma se ancora fosse necessario una ennesima testimonianza,  grazie Wilko Johnson, lunga vita a te e al blues.
MAURO  ZAMBELLINI   GIUGNO 2016
 
 


lunedì 30 maggio 2016

ROCK N' ROLL

 

Esistono ancora i dischi di rock n'roll ? Beh, a dire il vero si fa sempre più fatica a trovarne, visto che il genere si è distribuito in cento diramazioni e sono le etichette a tenere banco, da americana all'alt-country, dalle jam band allo stoner rock, dall'indie-rock al nuovo hard-rock, tanto per buttarne lì qualcuna, mentre i dischi che propongono il vecchio verbo, con tutte le contaminazioni possibili ma sempre portatori di quel blend fatto di ganci elettrici, solide ritmiche, riff serrati e ballate che spezzano il cuore, sono sempre più rari. Certo, per chi scrive, è rock n'roll il magnifico doppio album The Ghosts of Highway 20  di Lucinda Williams nonostante siano le ballate dolorose e le atmosfere malinconiche e rarefatte a costituirne l'ossatura, e non azzardatevi a nominate il termine americana alla Williams, vi guarderà in cagnesco, e così lo è anche un altro disco di ballate, ovvero A Cure For Loneliness  di Peter Wolf   perché il rock n'roll non è solo velocità, eccitazione e assoli, ma pure riflessione, nostalgia, sentimento. Non escluderei nemmeno  Let Me Get By  della Tedeschi-Trucks Band tra le cose rock, pur col suo melting di soul, blues, jazz e southern music. Oltre a questi titoli, usciti ormai da qualche mese, la produzione di un certo tipo di rock n' roll  più o meno classico latita sommersa dai tanti songwriters, anche nazionali, in circolazione e dalle derive acustiche o pseudo americana che hanno finito per saturare un genere.
 


 Un bel sospiro di sollievo l'ho avuto con il recente Mudcrutch 2  con cui Tom Petty, uno dei pochi rimasti a masticare il vecchio verbo con la classe dei grandi, mostra  di essere sempre sul pezzo.  Qui non è con gli Heartbreakers ma con la sua band delle origini, i Mudcrutch, ovvero la chitarra in mano a Mike Campbell e Tom Leadon, lui al basso, Benmont Tench con organo, piano e mellotron (uno strumento che sembra ritornato di moda), Randall Marsh alla batteria. Nel 2008 era uscito il loro disco-reunion suscitando molto entusiasmo per la sua vena roots mista a qualche episodio vagamente psichedelico (Crystal River) e delle cover da leccarsi le dita ovvero il traditional folk Shady Grove virato rock n'roll, il pimpante standard country-rock Six Days on The Road ed una irresistibile resa di Lover of The Bayou dei Byrds screziata di psichedelia. In Mudcrutch 2  le canzoni sono al contrario tutte firmate da Petty e dai suoi soci, il disco è piacevole, estremamente piacevole nella sua alternanza di rock ariosi e autostradali, ballate dolenti e qualche fiammata country-rock ( come in The Other Side Of The Mountain)  ma, a mio modesto parere, non è pari al precedente. A dirla tutta sembra più un disco degli Heartbreakers che dei Mudcrutch, la voce di Tom Petty ogni tanto si mischia a quella di Leadon e Tench ma è lui che spicca in prima linea, d'accordo che il leader fa a meno della sua Rickenbaker e lavora di basso elettrico ma alla fine l'impressione è quella di avere tra le mani un nuovo disco degli Heartbreakers, meno jammato di Mojo  e meno mainstream di Hypnotic Eye, ma sempre posizionato sui clichè del sound degli spezzacuori. Mancano quegli sprazzi di rock ruvido e provinciale dei Mudcrutch quando si facevano largo in quel di Gainsville, Florida, tra alligatori, country-rock, southern rock ed echi di rock californiano, aspetto che invece non difettava nel "meno perfetto" ma più ruspante disco del 2008. Poco male, è sempre del buon rock n'roll quello che esce da Mudcrutch 2  e di questi tempi non guasta.
 

Chi non sembra esaurirsi mai nel suo rockare la città è Willie Nile, un artista che è diventato una sorta di personaggio da fumetto in bianco e nero ambientato nelle strade di New York (la grafica del suo nuovo disco è eloquente a proposito) col suo look da old rockers never die, col suo tono gagliardo e barricadiero, con la sua consapevolezza di essere passatista ma senza retorica, col suo "essere" tra storie epiche e di disperazione, occupando un posto di merito nella genealogia rock della città, tra Dion, Lou Reed, le New York Dolls, i Ramones e  Bruce Springsteen. Il suo World War Willie   a parere di chi scrive, è forse il suo miglior lavoro da Streets  Of  New York  ovvero dal 2006, un concentrato di serrato e nervoso rock chitarristico con quella vena romantica che gli è propria e quelle aperture melodiche che ti portano in fretta a cantare le sue canzoni. Se Forever Wild in apertura non appare solo il semplice titolo di una canzone ma l'inossidabile filosofia che muove il simpatico ed esuberante rocker di Buffalo trapiantato nella Grande Mela, altre canzoni come Let's All Come Together, Grandpa Rocks, Runaway Girl, Hell Yeah, Trouble Down In Diamond Town proprio con quei titoli esplicitano l'intero suo mondo musicale e la parata dei suoi miti, Clash compresi, oltre a sintetizzare un personale percorso discografico, citando nei riff, nelle melodie, negli sgarri elettrici e nelle delicatezze acustiche, album come Willie Nile, Golden Down,  Streets of N.Y, House  Of A  Thousand  Guitars  e American Ride.   

World War Willie  è un disco vivo e pulsante, pieno di entusiasmo e di quel rock urbano d'autore che un tempo faceva proseliti e oggi è relegato nelle backstreets, un disco che in barba alla modernità si chiude con una emozionante Sweet Jane,  un modo per ricordare che l'ultimo santo rimasto in città è proprio lui, il piccolo Willie Nile.
 

 

Dall'altra costa americana arriva The Record Company, un terzetto formato dal chitarrista, cantante e armonicista Chris Vos, dal bassista e cantante Alex Stiff e dal batterista e pianista Marc Cazorla. Sono di casa a Los Angeles e sono riusciti a sopravvivere alla dittatura hip-hop, col loro unico album (prima c'erano stati alcuni Ep) intitolato Give It Back To You  dimostrano che ci sono giovani resistenti che ancora vanno in fibrillazione per Stooges e Rolling Stones, John Lee Hooker e Hound Dog Taylor. Possiedono l'immaturità dei coraggiosi ma sono freschi da morire, frullano i grandi vecchi con un'attitudine da teppistelli urbani pronti a far saltare in aria il club sotto casa, hanno  verve e masticano alla maniera di un chewinggum un rock n'roll tinto di beat e di blues. Sono la risposta americana agli Strypes, ritmica secca e concisa, quasi da Violent Femmes, l'armonica di Chris Vos ci mette una generosa dose di blues e di Yardbirds, la sua voce è credibile anche senza essere roca e disperata, la chitarra morde e lascia il segno senza essere un miracolo di tecnica. In qualche traccia, ad esempio On The Move, c'è parvenza di Black Keys prima maniera ma per ora La compagnia del disco non pare interessata a diventare trendy, anche la copertina e la grafica di Give It Back To You rimandano agli anni del vinile e del rock pionieristico, quando il blues costituiva per i giovani metropolitani una preziosa fonte di ispirazione. Senza eccedere nei volumi ma badando a non disperdere nulla della loro freschezza, i tre suonano con quella ingenuità e quel contagioso spirito da esordienti che spesso rendono una squadra di serie B più divertente di tante squadre di zona Champions. Sentire il groove incalzante di Feels So Good, l'ipnotico boogie di Turn Me Loose, il drive semiacustico di Give It Back To You con cui cantano di una California scivolata a Detroit, di This Crooked City un ballata evocativa che sale come fosse Atlantis di Donovan e di In The Mood For You  dove Stones e John Lee Hooker sono mixati con quella spregiudicatezza che anni fa apparteneva ai bravi ma fugaci Red Devils. Un finale selvaggio per un disco che è una boccata di aria fresca.
 

In tre sono anche Moreland & Arbuckle e Simo. Il trio del Kansas arriva al sesto disco, il chitarrista Aaron Moreland, l'armonicista e cantante Dustin Arbuckle ed il batterista Kendall Newby ripropongono invariata la loro mistura di gritty blues and roots rock from the heartland, graffiante sound di straordinaria compattezza che coniuga l' asciutto gesto bluesy di una trio da juke joint con gli sporchi riff di una garage band. Contemporaneamente tradizionali e moderni, Moreland & Arbuckle sono strutturati come un trio senza basso sull'esempio del maestro del genere Hound Dog Taylor, posseggono l'energia dei primissimi Black Keys e suonano un solido e serrato rock/blues  con tanto di aperture roots e pause melodiche da ballata heartland. La loro lenta ma costante evoluzione che li ha portati ad una delle etichette storiche del blues, la Alligator, non ha scalfito la natura di band underground ad alto numero di ottani, che non sfigura in un festival blues come in un club di rock alternativo. Non sono indie per intenderci ma posseggono lo spirito ed il basso profilo di chi si è fatto la gavetta sulla strada lontano dagli uffici discografici, nei concerti, nei festival, lavorando sodo e assimilando i diversi linguaggi del blues, dal North Hills Mississippi Blues al Delta Blues, dal blues rurale a quello urbano di Hound Dog Taylor, per poi riversarli in un sudato rock provinciale.  Dopo 7 Cities,  sorta di concept album basato sulle imprese del conquistatore spagnolo Francisco Vasquez Coronado nel 16mo secolo in America,  la loro discografia si allunga con Promised  Land or Bust , la terra promessa o la rovina, un vero e arzillo B-record fatto di rabbia e grazia, tensione e sarcasmo ( in When The Lights Are Burning Low attenti a quella donna che ha bad intentions behind bedroom eyes), una escursione simil-jazz (Why'D She Have To Go ) e la potente rivisitazione di I' m a King Bee di Slim Harpo. Dal Kansas, cuore e muscoli, il loro disco migliore


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Una bella storia rock è quella di J.D Simo, americano di Chicago che all'età di dieci anni è già in grado di suonare la chitarra nei bar della città. Nato  nel 1985, a quindici anni, abbandonata la scuola si trasferisce a Phoenix, Arizona e con una prima band incide un Ep dal vivo che vende cinquemila copie.  Vive per sei anni  sulla strada dormendo in un van, poi arriva a Nashville e trova occupazione prima come chitarrista nella Don Kelley Band e in seguito come sessionman negli studi della Music City. L'incontro con il batterista Adam Abrashoff ed il bassista Frank Swart lo convincono a formare un power trio sull'esempio di quelli in auge negli anni settanta. D'altra parte è cresciuto con una dieta di British Blues e blues del Delta anche se la folgorazione è avvenuta quando a soli cinque anni ha visto uno special sul comeback del '68 di Elvis Presley. La sua vita è un susseguirsi di avvenimenti a cascata, prima in giro a suonare con la sua band imitando i bluesmen della Chess, poi la scoperta di Steve Cropper e del rhythm and blues, infine l'assestamento del trio con Elan Shapiro al posto di Swart. Sudano, mangiano da schifo e si fanno le ossa nei bar della provincia americana e nei festival, partecipano al Mountain Jam e al Bonnaroo,  ci mettono l'anima e il sangue in quello che suonano e acquisiscono una sinergia perfetta, fino a pubblicare all'inizio del 2012 un disco a nome Simo. I tre sono tutt'uno, J.D rifiuta  di essere il leader ma il nome del trio è il suo, l'amalgama è grandiosa anche se ognuno è libero di improvvisare e di aggiungere di suo ad un sulfureo concentrato di rock/blues psichedelico con deviazioni hard.  Quando è il momento di pensare al nuovo disco succede il fatto che cambia la storia, i tre hanno pronto un po' di canzoni e scelgono di registrarle nientemeno che alla Big House, la casa-comune in cui vissero gli Allman tra la fine dei sessanta e l'inizio dei settanta a Macon in Georgia. E per l'occasione J.D Simo  imbraccia la storica Les Paul del 1957 di Duane Allman, un onore che condivide solo con Warren Haynes, Derek Trucks e Neels Cline di Wilco. La casa e la chitarra infondono una particolare chimica alle registrazioni, il piano originario di un album già in cantiere salta in aria, in meno di 48 ore  Simo registrano dodici nuovi pezzi in quelle session. Il progetto iniziale viene accantonato e con l'aiuto dell'ingegnere Nick Worley alla consolle la band suona come fosse dal vivo una vulcanica miscela di rock-blues senza darsi misure e limiti. Il risultato è un disco potentissimo e di carattere, magari derivativo ma ugualmente esplosivo, che si colloca tra gli Allman Brothers (basta l'iniziale Stranger Blues per ricordare One Way Out  e poi Ain' t Doin' Nothin'  è una jam strumentale che pare estratta da Whipping Post dove J.D Simo si immola in una estenuante imitazione di Duane Allman), i Led Zeppelin (Let Love Show The Way), i Free e i Gov't Mule, pur con una spalmatura  celtica in un brano.  Let Love  Show  The  Way, questo il titolo dell' album, è come la copertina, colorato, ingenuo, psichedelico, esuberante, un disco che non appartiene a questa epoca perché selvaggio, libero, vibrante, come lo erano le registrazione tra i sixties e i seventies prima che le case discografiche prendessero in mano la situazione imponendo agli artisti i loro diktat commerciali. Qualcosa di loro ricorda gli altrettanto spontanei e bravi svedesi Blues Pills ma qui il sound è decisamente americano, compreso qualche affondo southern rock ed un paio di episodi acustici di ottimo livello, il calmo e pastorale  country-blues di Today, I'M Here  e la dolce cover di Please Be With Me di Eric Clapton. Per chi fosse interessato o semplicemente curioso, sappia che Simo apriranno il concerto dei Blackberry Smoke al Carroponte di Sesto San Giovanni il 29 giugno.
 

 

Calda merce southern è rimasta in Flux  il terzo disco di Rich Robinson, il quale sembra essere il vero erede del sound dei Black Crowes, più che i viaggi cosmici del fratello Chris, i cui Brotherhood viaggiano a duemila anni luce lontano da casa. Rich Robinson non ha tagliato i ponti con il rock dei Corvi Neri anche se la voce non è certo quella da "predicatore delirante soul" del fratello e come rivela il suo nuovo disco anche lui si prende la licenza di divagare, spaziando tra gli aromi del rock sudista e reminiscenze di Stones, aperture West-Coast e qualche fraseggio folk, sprazzi di psichedelia e tentativi prog. 

 Un disco, Flux, che conferma l'amore del meno famoso dei fratelli Robinson al rock anni settanta, pur adattandolo ai tempi odierni e rendendolo fruibile per una nuova schiera di ascoltatori. Se come cantante Rich Robinson non è certo memorabile, come chitarrista ha numeri da vendere, sia con l'acustica che con le elettriche, e come autore migliora a vista d'occhio anche se gli manca quel quid che nei Black Crowes  significava canzoni che si memorizzano con la velocità dei classici. Ma Rich Robinson è questo, prendere o lasciare, la sua voglia di musica si traduce in un flusso sonoro che attraverso tredici brani esplicitano la sua ricerca, qui aiutato da una band che non lesina in tastiere, organo e pianoforte (Matt Slocum, Marco Benevento e Danny Mitchell) e voci di supporto (John Hogg e Daniela Cotton) oltre alla tosta sezione ritmica di Zak Gabbard (basso) e Joe Magistro (batteria). Il disco è stato registrato come i precedenti agli Appllehead Studios di Saugerties, località dello stato di New York nei pressi di Woodstock ed è un continuo crescendo di cambi di marcia, di umore e di improvvisazione quanto mai significative. Per tale motivo risulta un vero flusso sonoro dove le canzoni sfiorano la jam, seguire l'istinto del momento, così da fluttuare con spontaneità dal funky di Shipwreck al groove di The Upstairs Land, dal gospel di Everything's Alright al blues distorto e scorticato di Which Your Way Blows, incrociando brani come Ides of Nowhere in cui l'iniziale inciso di chitarra tra flamenco e Laurel Canyon finisce per divenire un'idea per qualcosa di progressivo e sperimentale, e come Astral  la migliore traccia  dell'album con il vento della West-Coast e le chitarre dei Corvi Neri.

Rich Robinson si concede pure il vezzo di un singolo, Music That Will Lift Me, una sorta di frizzante ballata rock che si sviluppa su un assolo di chitarra alla Stones era Tattoo You.  
 
 

 

Altra natura quella degli Hard Working Americans una sorta di supergruppo formato dal cantante Todd Snider, dal chitarrista di Chris Robinson Brotherhood Neal Casal, dal fratello più giovane di Derek Trucks, il batterista Duane Trucks, dal bassista degli Widespread Panic Dave Schools, dal tastierista Chad Staehly, ai quali si è aggiunto in questo disco il chitarrista Jesse Aycock. Il loro esordio risale al 2014 con l'album omonimo, da allora sono sempre stati in movimento suonando in lungo ed in largo per gli Stati Uniti, tanto da registrare Rest  In  Chaos   durante il tour, in una pausa a Chicago e a Nashville, città dove risiede il portavoce della band, Todd Snider.

Il loro primo album era costituito praticamente solo da cover, questo nuovo disco è tutta opera loro ad eccezione della ripresa di The High Of Inspiration dell'appena scomparso Guy Clark. Lo stile non è  cambiato ovvero una robusta riproposizione di rock americano appena venato di roots, con in primo piano la voce roca e malinconica di Snider e dietro una solidissima band elettrica. Se The First Waltz,  il CD/DVD che raccontava la loro vita on the road,  per via della sua natura  live, era caratterizzato da versioni spesso tendenti alla jam, il gruppo in copertina omaggiava esplicitamente Jerry Garcia definendolo importante tanto quanto Beniamino Franklin, le tredici canzoni di Rest In  Chaos  mantengono una dimensione più ridotta rispecchiando il lavoro collettivo di un songwriter con la propria  band. Quindi ballate, anche meditative e riflessive, come l' iniziale, bellissima Opening Statement, resa evocativa dalla lap steel di Jesse Aycock, e It Runs Together, pervase da una malinconia seducente e da un disincanto verso il mondo circostante, specchio delle vicissitudini esistenziali di Snider, un lungo periodo nella tossicodipendenza dopo il boom degli anni novanta. Che le ferite siano ancora aperte lo si evince da brani come Dope Is Dope  e Roman Candles  in cui il nostro tratta la materia con fin troppa cognizione di causa, senza però cadere in commiserazione, piuttosto mantenendo quella lucidità che, per esempio, contraddistinse nel passato Steve Earle. Il quale, assieme a Jerry Jeff Walker e John Prine, è un po' il punto di riferimento del songwriting di Snider, caustico al punto giusto e pure capace di ironia e di una qualche  reazione contro le sconfitte e le scivolate della vita.

Ma Rest  In  Chaos  non è un disco di Todd Snider, la firma è quella degli Hard Working Americans, una band che vive attorno alla massiccia sezione ritmica di Trucks e Schools e agli svolazzi e ganci  di Neal Casal, un chitarrista che ha fatto passi da gigante ed è oggi uno dei sideman più personali in circolazione,  lirico e crudo al tempo stesso, bluesato e psichedelico, misurato e aggressivo a seconda delle occasioni. Se la voce ed il cuore li mette  Snider, il sound lo creano Casal e gli altri e allora gli stacanovisti americani sono una blue- collar band cattiva, sporca e determinata che evoca tanto gli Heartbreakers di Tom Petty versione Mojo, quanto del muscoloso pseudo rock-blues, il folk per sola voce e chitarra acustica della commovente The High Price of Inspiration di  Guy Clark e le cose più country di Neil Young, la caotica psichedelia di Acid e l'heartland rock di Purple Mountain Jamboree. Puro rock americano con sciabolate elettriche e confessioni da songwriter, un rotolare contagioso di strade, chitarre,  motel, energia e l'orgoglio di felici operai del rock n'roll.

MAURO ZAMBELLINI   primavera  sound 2016

 

 

 

 



















sabato 16 aprile 2016

PETER WOLF Una cura per la solitudine


Ci ha abituato bene Peter Wolf, nato nel 1946 come Peter W.Blankfield, ex leader e voce della gloriosa J.J Geils Band, la band che fu definita i Rolling Stones d'America, da quando si è messo solista sforna dischi preziosi che riescono a stare al passo col tempo pur rifacendosi alla musica del passato, quel romantico rock urbano di cui è specializzata la East Coast americana innanzitutto ma anche il R&B delle origini, il folk-rock alla Dylan, il blues.
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Nativo del Bronx ma trapiantato a Boston, Peter Wolf si è costruito una carriera solista di tutto rispetto anche senza astronomiche cifre di vendita, ha cominciato nel 1984 con Lights Out  ed è arrivato a A Cure For Loneliness attraverso dischi che è un reato non possedere, l'uggioso Long Line del 1996, l'interessante Fool's Parade  del 1998, lo splendido Sleepless del 2002 in cui compaiono gli amici Jagger e Richards

e l'altrettanto bello  Midnight Souvenirs del 2010 contenente strepitosi duetti con Shelby Lynn ( Tragedy), Neko Case (TheGreen Fields of Summer) e l'appena scomparso Merle Haggard (It's Too Late For Me) ed una ballata, The Night Comes Down, dedicata a Willy DeVille, uno dei pochi artisti americani a ricordarsi di lui.
 

 

Peter Wolf è un rocker di razza, per la sua brillantezza  in fase di scrittura, una innata capacità nel creare canzoni di fine artigianato in cui la sua profonda conoscenza musicale è al servizio di un rock che taglia e rincuora, teso e scuro a volte, romantico e crepuscolare altre. Non è un nostalgico Peter Wolf anche se la sua vita lo consentirebbe, visto l'ingombrante passato alle spalle con avventure spesso sul filo del rasoio, e lo dimostra in questo incantevole A Cure For Loneliness dove si ritrova settantenne ad esaminare il punto in cui è arrivato senza rimpiangere i giorni andati. Lo fa in Some Other Time, Some Other Place , una dolce ballata scritta assieme a Will Jennings, co-autore di molti brani dell'album, quando attorniato dal violino, dalla lap steel e dalla chitarra acustica di Larry Campbell, canta in un'atmosfera che rasenta il folk : l'estate è andato e non c'è più nessuno attorno, la spiaggia è vuota e i negozi sono chiusi, per poi aggiungere quando qualcosa finisce, qualcosa incomincia. E allo stesso modo nei versi di Rolling On, un'altra ballata, ancora più malinconica, messa ad aprire l'intero album e segnata dal raffinato pianoforte dell'onnipresente Kenny White, co-produttore del disco, afferma non intendo scomparire e nemmeno lasciare che il mondo mi passi sopra. E' appropriato il titolo dell'album, una cura per la solitudine, perché queste dodici canzoni servono a far accettare la vita ed il tempo in modo più sereno sortendo l'effetto di quando si incontra un amico con cui nel passato si sono divise scelte e storie e adesso si è disposti ad ascoltarsi e ricordare, con amicizia e dolcezza.

C'è malinconia nelle canzoni di A Cure for Loneliness, come d'altra parte nei due dischi che lo hanno preceduto,  ma anche quella matura e disincantata accettazione del destino e del tempo che solo un settantenne che ha vissuto intensamente può avere. Brani come Some Other Time, Some Other Place e Rolling On sono insieme filosofici e agrodolci, non cedono alla rassegnazione, anche se oggi i modi musicali di Wolf sono più rivolti alla ballata intimista e ai toni morbidi del rock che alle parole taglienti e all'arrembante R&B di gioventù. E' subentrata la calma dell'età, espressa in ballate per nulla zuccherose, piuttosto memori di quanto facevano gli Stones tra gli anni 70 e 80 con le melodie, oppure la specialità di Willy DeVille quando parla d'amore nel ghetto o Boz Scaggs quando reinventa il soul o l'originalità che ha John Hiatt quando immerge le sue ciondolanti storie in un mood dove non si capiscono i confini tra soul, blues, country e rock. Il country è un po' una novità per Peter Wolf, anche se la presenza di Merle Haggard in un brano di Midnight Souvenirs

portava in quella direzione, ma solitamente il nostro ha avuto più  confidenza con le tensioni elettriche urbane, qui però pesca un hit country del 1974 di tale Moe Bandy, It Was Always So Easy (To Find An Unhappy Woman), aggiungendoci però una chitarra spudoratamente rock (il bravissimo Duke Levine) ed un organo ed un' armonica degna del Dylan di Highway 61 Revisited. E poi c'è Tragedy (nulla a che spartire con l'omonima canzone di Midnight Souvenirs) tenue country ballad di Thomas Wayne del 1959 e  pure Love Stinks, noto titolo della JJ Geils Band, qui rimpastato bluegrass e portato a nuova vita. La conoscenza enciclopedica di Wolf permette simili chicche, e lo stesso lo si può dire per It's Raining scritta con Don Covay, che nelle intenzioni avrebbe dovuta essere un duetto con Bobby Womack se il famoso soulman non fosse deceduto prima di entrare in studio di registrazione. La canzone è un'ode soul alla perseveranza, so che il sole arriverà dopo la tempesta, canta Peter Wolf accompagnato da una sezione fiati che fa molto Memphis anni sessanta.
 

Diversa è Wastin' Time che possiede lo stile della ballata rock da antologia, è romantica da morire tanto da sembrare la sorella di Waiting On A Friend degli Stones di Tattoo You. E' proposta in versione live, scelta strana per un album altrimenti di studio. In Fun For A While invece, Wolf assalito dalla malinconia, canta: nessuno ci poteva fermare allora, non voglio tornare indietro ma sarebbe bello farlo per un attimo, e attorno è un ricamo di lap steel, fisarmoniche, chitarre, tastiere. How Do You Know paga pegno al blues, grande amore di Wolf fin dagli inizi di carriera, ed è un boogie che porta John Lee Hooker nelle terre cajun mentre il pianoforte di White rallegra il viaggio. Peace of Mind è come il titolo, rappacifica con sé stessi e il mondo e Stranger chiude il disco in punta di piedi, solo voce e chitarra. Accompagnato da ottimi musicisti, oltre a quelli già menzionati mi va di segnalare il raffinato chitarrista Kevin Barry, Peter Wolf dimostra di saper invecchiare con dignità esponendo la sua personale cura per la solitudine, una cura che non ha effetti secondari perché anche se il suo rock si è fatto più crepuscolare e morbido non ha perso una virgola in passione, eleganza, romanticismo. Di dischi così non se ne trovano più.

 

MAURO ZAMBELLINI     APRILE 2014