sabato 9 gennaio 2010

Like a Rolling Stone


Like a Rolling Stone

di
Gian Paolo Ragnoli detto Giambo

Francia del sud, anni ‘70
Lo so, lo so, qualsiasi idiota potrebbe dire c’ero anch’io, le backing vocals sono basse nel mix e non si distinguono chiaramente. Non ho mai capito se fosse stata una scelta stilistica di Keith e di Jimmy Miller o fosse capitato per caso, registrando nelle cantine di casa di Keith invece che in uno di quegli studi pazzeschi che gli Stones si sarebbero potuti permettere. Ma era un periodo strano, questo esilio francese, e il fatto che fossero quasi sempre quasi tutti strafatti contribuiva a dare alle cose un tocco surreale, a farti pensare che c’era un’accorta regia mentre invece le cose succedevano come al solito, come pare a loro, e noi stavamo lì a ricamarci sopra qualche disegno superiore, il tuo karma è negativo, amico, no , guarda, è solo che tu sei troppo fuori anche solo per capire l’espressione karma negativo, insomma dialoghi così, come un Corman girato a doppia velocità. Comunque c’ero anch’io, secondo voi il testo su Angela Davis chi l’ha scritto? Me ne stavo a Villefranche, guardavo il sole tramontare, bevevo Côtes du Rhône, aspettavo l’estate come se questo significasse che stavo facendo qualcosa di sensato. D’altra parte non mi capita quasi mai…

Keno’s ROLLING STONES Web Site

ROLLING STONES LYRICS SWEET BLACK ANGEL (aka Black Angel)
Mick Jagger wrote this song in support of Angela Davis, back when she was facing murder charges, using a text by Ted Malvern, a Nomansland poet friend of Gram Parsons who, in the Spring of ‘71, was living in the South of France, near the Keith’s mansion where the Stones recorded the most of Exile on Main Street. The song was recorded in one night, from midnight to six, the night between 20 and 21 March, 1971, the first day of Spring. The song was later released on Exile On Main Street in 1972. Lead Vocal & Harmonica: Mick Jagger Backing Vocals: Keith Richards, Gram Parsons, Ted Malvern Guitars: Keith Richards & Mick Taylor Bass: Bill Wyman Drums: Charlie Watts Marimbas: Richard “Didymus” Washington Percussion: Jimmy Miller

SWEET BLACK ANGEL
(M. Jagger/K. Richards) aka Black Angel (T. Malvern/M. Jagger/K.Richards)

Ho appeso al muro un angelo nero
E’ bella come un’attrice ma non è una star
E’ una prigioniera politica
E’ una sorella in catene
Perchè ha lottato per la libertà di tutti
I porci hanno tentato di piegarla
Ma non ci sono riusciti
Lei è un angelo nero
Non una schiava dei padroni
Sta contando i minuti
Sta contando i giorni
Aspetta di uscire per continuare la lotta
Liberiamo tutti i prigionieri del sistema
Liberiamo l’angelo nero

Questo testo lo scrissi di getto, per una rivista che usciva allora, The Red Mole, la dirigeva Tariq Alì e la pagava Vanessa Redgrave. Un po’ troppo trotzkista per i miei gusti, ma che”You can’t always get what you want” l’avevo già imparato. Angela, Angela Davis si chiamava l’angelo nero, era davvero bella come una star, ma era una professoressa, insegnava all’Ucla e, non so come mai, era amica di Lebowski. Siamo usciti insieme qualche volta, la guardavano tutti ma anche starla a sentire non era male. Era stata assistente di Marcuse, sapeva un sacco di cose, era marxista, femminista, incazzata ma sapeva anche essere divertente. Le piaceva Jim, naturalmente, ma in quel periodo lui era troppo sballato anche solo per metterla a fuoco correttamente sulla retina. Insomma, per farla breve c’era un’amica e una compagna in galera e si era creato un movimento di solidarietà intorno al suo caso, per cercare di tirarla fuori. Volevano appiopparle l’omicidio di un giudice, i porci.

Qualche tempo dopo ero nel sud della Francia, ad ammazzare il tempo a colpi di bottiglie di Côtes du Rhône quando a Villefranche incrociai in un caffè, La Fiancée du Pirate, Gram Parsons, che conoscevo dai tempi del giro folk, insieme a un tipo sconvolto che si presentò con impeccabile stile inglese, molto piacere, Keith Richards.
Keith aveva affittato una villa vicino a Villefranche e lì gli Stones stavano registrando il nuovo album, lontani dai guai londinesi, dal fisco, dagli arresti per droga, dal fantasma di Brian. Le cantine della villa erano state attrezzate a studio, c’erano Jimmy Miller, Andy e Glyn Johns, girava Robert Frank insieme a Dominique Tarlé, un fotografo francese che aveva fatto amicizia con gli Stones, e scattavano foto a tutti, Ian Stewart, Nicky Hopkins e un sacco di altri tizi erano pronti a suonare, in caso di bisogno. In realtà poi il vero “produttore” era Keith, anche se sempre strafatto quando era l’ora di suonare acquistava una lucidità sorprendente. Mick era spesso a Parigi, da Bianca, erano sposati da poco e lui sembrava più interessato alla sua vita privata che al disco da fare, ma alla fine arrivava in tempo per registrare la voce, un drink, un tiro e di nuovo via.

Una sera Keith suonava vecchi pezzi country con Gram, eravamo in giardino, stava cantando Send Me Back Home di Merle Haggard. Mi unii al coro, cantammo un po’ di vecchie cose, sapevano anche The Union Maid, Keith mi disse di aver sentito il Collettivo, una volta, bella voce quello col banjo, disse, ma mi sembra un po’ strano. Detto da Keith Richards…Arrivò anche Mick, appena tornato, come seguendo l’invito di Haggard. Tirò fuori una bottiglia di Château Latour, un sacchetto di Acapulco Gold (il ragazzo sapeva vivere, va detto), poi di colpo mi fissò e disse: ma non sei tu quello che ha scritto il testo su Angela Davis? Sì Mick, sono proprio io. Mick e Keith sembravano due a cui non fregasse assolutamente nulla del mondo esterno, ma ero già abbastanza vecchio da averne conosciuti altri che indossavano questa maschera di indifferenza come una corazza per difendersi dal dolore, dalle delusioni, dai tradimenti. Venne fuori che leggevano Red Mole, ogni tanto la finanziavano, conoscevano Tariq e la sua banda di trotzkisti internazionalisti. Mi venne una delle rare buone idee della mia vita, dissi a Mick: Hey, perchè non ci fai una canzone da quel testo? Avere gli Stones dalla nostra parte avrebbe un certo peso, non so se mi spiego. Avevo fumato troppo, cominciavo a sentirmi la testa pesante. Mick rispose: chi lo sa, Ted, potrebbe anche darsi…La notte dopo, a mezzanotte circa, Mick tirò fuori l’armonica e disse agli altri musicisti, gli Stones più Jimmy Miller e un altro percussionista, Didymus:
bene, stasera facciamo un pezzo nuovo, da un’idea di Ted, l’amico di Gram. Voi due potete cantare, se sapete le parole, disse rivolto a noi, ridacchiando assieme a Keith.
Poi partì il pezzo. Se l’erano già studiata, era quasi perfetta. Alla seconda take entrammo nel coro anche io e Gram, la canzone avrebbe potuto non finire mai, era un momento di gioia condivisa, fuori dallo spazio e dal tempo.
La seconda take poi fu pubblicata su Exile e quindi lì ci sono anch’io, ma soprattutto di lì a poco Angela fu scarcerata.
La rividi anni dopo, ad un corteo contro una delle tante guerre americane. Le raccontai la storia di Black Angel, lei mi guardò e disse: Ted, solo un anarchico piccolo borghese come te può pensare che mi abbiano liberato i Rolling Stones. Guardando la faccia da idiota che stavo facendo scoppiò a ridere e aggiunse: sei proprio scemo, Ted. Ti pare che direi sul serio una frase simile? Dai, andiamo a farci una birra, paghi tu, tanto sei amico degli Stones, sarai anche tu pieno di soldi…

Dopo molti anni mi tornò in mente questa storia e la scrissi per una rivista diretta da un amico irlandese, The Wild Rover. Pensavo fosse finita lì, ma pochi giorni dopo ricevetti una lettera da Villefranche, scritta da Madcap, un amico dei vecchi tempi.

Villefranche-sur-Mer (Alpes-Maritimes), le 3 juillet 2008
Mon vieux, ça c’est vraiment bizarre! J’ai reçu ton message pendant que je prenais mon pastis exactement au café de la Fiancée du Pirate de Villefranche: ça c’est un signe du destin incroyable. Je suis de passage ici, en train de me déplacer vers l’Atlantique: j’ai un rendez- vous demain à La Rochelle avec un étrange type qui m’a promis des trucs très intéressants pour ma recherche sur le période vendéen de Simenon (je suis payé par l’Université de Liège, ça va sans dire). J’ai passé tout la soirée de hier à parler du bon vieux temps avec Jannot, le patron du café, qui m’a montré quelque photo que lui avait donné Dominique à ce temps-là. Dans la première série on voit Keith avec une incroyable chemise hawaiienne et Anita ravissante dans sa robe blanche au centre d’un bordel de camionettes, de caisses et de cartons: peut-être que c’etait le jour de l’arrivée du RS Mobile Unit chez Keith. Dans la deuxième série on voit l’intérieur du café et ç’est facile de reconnaître Gram avec toi et une jolie femme qui rit avec vous (c’etait Tina Aumont, peut-être?). Le lieu n’est pas trop changé, l’enseigne de la bière Pelforth est toujours là. Derrière le zinc, à coté de l’affiche de Manuel Amoros en maillot bleu, il y a un exemplaire de Exile couvert de signatures (on peut lire très clairement: Ted, Charlie, Nicky…). Merde, ça fait du mal aussi de se plonger dans le passé. Bon, de toute façon ton message m’a fait vraiment plaisir. J’attends avec impatience ton nouveau livre à mon adresse bourguignon (6 rue Bocquillot, 89200 Avallon). Nathalie t’embrasse bien fort. Le carton de Chablis est toujours sur la rampe de lancement… Hasta siempre.

Madcap

lunedì 4 gennaio 2010

Gypsy Soul #2


(...continua)

Moondance
Non è automatica le connessione tra il soul nero e i cantautori bianchi ma è fuori di dubbio l’influenza che la black music esercitò in molti dischi dei primi anni settanta. Van Morrison, che si può tranquillamente considerare il capostipite di questa tendenza, aveva alle spalle un background di musica nera di tutto rispetto visto che negli anni sessanta con i Them aveva saccheggiato un intero repertorio di R&B e di blues (se ne trova rispondenza nell’ottimo doppio cd della Deram del 1997 The Story Of Them Featuring Van Morrison) ma è con Moondance e St.Dominic’s Preview che il suo Caledonia Soul esplode in tutta la sua bellezza. Assemblando in modo originale blues, folk, soul, jazz ed elementi di musica celtica in canzoni lunghe, epiche, dense di un lirismo elusivo e sensuale e modulate da una voce potente e dinamica, Van Morrison crea uno stile unico che gli darà continuità per tutta la carriera.
Le basi di questo stile vengono poste con T.B Sheets, Madame Gorge e Beside You registrati, subito dopo aver lasciato i Them, nei Bang Masters (Sony, 1991) con il produttore e autore soul Bert Berns ma è con l’introspettivo Astral Weeks e con l’estroverso Moondance che viene raggiunto l’apice.
Come i Basement Tapes aiutano a spiegare la transizione di Dylan da Blonde On Blonde a John Wesley Harding, così i Bang Masters aiutano a capire la trasformazione di Van Morrison dal rauco e aspro R&B dei Them alla melodiosa trascendenza di Astral Weeks, Anche se è Moondance (Wb, 1970) a completare l’opera di rifinitura del Caledonia soul con l’introduzione di un ampia sezione fiati e con un approccio decisamente jazz. La prima facciata del disco con la sequenza Stoned Me, Moondance, Crazy Love, Caravan, Into The Mystic è roba da mille e una notte, la personalissima voce di Van Morrison, ora potente e ora gentile, capace di esplosioni improvvise e di momenti di grande rilassamento, regala emozioni impagabili.
Difficile fare meglio, St.Dominic’s Preview (Wb,1972) viaggia sulle stesse coordinate musicali con il folgorante R&B Jackie Wilson Said, omaggio ad uno dei suoi soulman preferiti mentre I Will Be There la si potrebbe ascoltare da un orchestra jazz in un club alle due di notte. St. Dominic’s Preview offre un cuore straziato e Listen To The Lion e Almost Independence Day sono due estesi viaggi nel mistico e in quella spiritualità che What’s Goin’ On aveva così bene predicato.

Due album in grado di fare scuola, di creare uno stile, di influenzare. Ne sanno qualcosa Dirk Hamilton e Bruce Springsteen. Inutile negare che quest’ultimo sia stato stregato dal Van Morrison di Moondance, lo si avverte in The Wild, The Innocent and The E-Street Shuffle (Cbs, 1973) dove gli umori latin e soul-jazz sono quasi prevalenti rispetto al rock e dove le percussioni, l’organo Hammond e il sax giocano un ruolo di primo piano creando quello shuffle da strada, erotico e festoso, che fu l’immagine dello Springsteen di Rosalita, Incident On 57th Street e Kitty’s Back.
Ce ne è conferma anche nel dvd del concerto del 1975 all’Hammersmith Odeon di Londra incluso nella riedizione del trentennale di Born To Run dove, tra le note di The E Street Shuffle e Kitty’s Back, si rintracciano citazioni di Moondance, di Havin’ a Party di Sam Cooke, di Shaft di Isaac Hayes a dimostrazione di un circolo di influenze in cui musica nera e rock bianco si rincorrono e si confondono.

Anche il Dirk Hamilton degli inizi, in particolare quello di Alias I (oggi disponibile in una edizione in digipack della Akarma con due bonus tracks) è della partita. Il rocambolesco R&B di The Eyes of The Night e The Ballad Of Dicky Pferd, le ballate di For Diana, Alias I e Joanna Ree hanno il merito di introdurre un songwriter brillante e dalla scrittura senza freni, che predilige canzoni a ruota libera e melodie dal volto umano con un folk-rock che si tinge di soul, dove a fianco del classico allineamento basso/chitarra/batteria ci sono ottoni, percussioni, tastiere e fisarmoniche.

(2 - continua)

martedì 29 dicembre 2009

The End Of The Year 2009


Un buon anno il 2009 per il rock n’roll a cominciare dai concerti che si sono visti dalle nostre parti.

Straordinario quello della rinata Dave Matthews Band tenuto all’inizio di luglio a Lucca testimoniato ora dalla pubblicazione di un box di tre cd (Lucca) ed un Dvd (Londra) DMB 2009 Europe in verità un po’ caro (attorno alle 60 euro) ma superlativo in quanto a musica e virtuosismi.

Altro emozionante show quello inscenato da Wilco, gruppo di punta del recente rock americano arrivato al top della propria creatività, al Conservatorio di Milano davanti ad un pubblico in delirio. Un set furioso ed estatico che ha messo insieme avanguardia e songwriting, feedback e melodia, rock n’ roll e rumore, Beatles e Sonic Youth in quello che è sembrato il concerto più originale dell’attuale panorama internazionale del rock. Se siete a digiuno di Wilco o l’ultimo loro album non vi ha del tutto soddisfatti (nettamente migliore il precedette Sky Blue Sky) consiglio vivamente di rifarvi con il Dvd Ashes Of American Flags, una sorta di road movie costruito attorno ad un loro tour nella profonda provincia americana con tanto di landscapes, strade, ponti, ghostown, brevi interviste ed estratti di concerto. Un lavoro sublime e suggestivo che fonde musica con immagini degne di un regista come Wim Wenders.

Possente e lirico, sebbene in taluni frangenti della loro musica questi due aggettivi frizionano fino a stridere, il monumentale show che i Gov’t Mule hanno tenuto in novembre all’Alcatraz di Milano a supporto di un album, By A Thread che è tra i migliori e più “ascoltabili” della loro produzione in studio.

Chi lo aveva visto in azione nel 2008 aveva già brindato alla sue energia e brillantezza ma anche quest’anno John Fogerty, a dispetto di un disco un po’ scialbo, non ha deluso. L’ho visto nell’incantevole cornice palladiana di Piazzola del Brenta con una band sontuosa in cui spiccava il drumming potente dell’indemoniato Kenny Aronoff e devo ammettervi che in quanto a puro rock n’roll e a canzoni da cantare a squarciagola Fogerty non è secondo a nesuno. Mi è capitato di vederlo solo pochi giorni dopo quello di Springsteen a Udine e con tutto l’amore e la stima che nutro per il Boss quest’anno l’incontro è finito 2 a 1 per l’ex Creedence.
Springsteen quest’anno mi ha deluso un po’, forse l’ho visto troppe volte, forse il suo Working On A Dream non è quel sogno che tutti ci aspettavamo ma il suo show del 2009 mi è sembrato un po’ troppo karaoke pop-olare con poco rock n’roll e troppo sing along.

Magnifico il concerto agli Arcimboldi, luogo che continuo a reputare insulso per la mia idea popolare di rock in virtù anche di biglietti dal costo elitario, di Ry Cooder, figlio e Nick Lowe ma qui è come entrare da Tiffany per una signora amante del lusso. Raffinato e colto, romantico e zeppo di storia oltre che di umore, il loro show è stato di una prelibatezza senza eguali, haute cousine per grandi intenditori, delusi solo dalla scarsezza delle porzioni. E’ durato si e no un’oretta, per sessanta e passa euro mi è sembrato un po’ pochino, anche in tempo di crisi.

Sono andato perché mi hanno offerto il biglietto, non sono mai stato un suo grande fan ma il concerto di Jackson Browne a Milano è stato davvero bello. Una band coi fiocchi, uno show diviso in due parti, con un po’ di roba nuova e tanti brani dell’antico e glorioso passato west-coast, canzoni che non sai se ridere dalla gioia quando li senti o piangere dai ricordi, ex hippies ora liberi professionisti dai capelli grigi e belle signore dal fisico conservato, tanta nostalgia di California ed il vento leggero di Running On Empty. Una sorpresa, a tutti gli effetti, un concerto caldo e positivo, senza retorica ma orgoglioso. Un brother Jackson ritrovato ed in forma.

Passiamo ai dischi, oops ai Cd. Tra le cose migliori il nuovo Ian Hunter, Man Overboard, commovente con quelle ballate che emanano fuliggine londinese e spirito battagliero (Arms and Legs è la ballata dell’anno) e sferzante quando mette in pista il sound amarognolo del rock inglese dei seventies cresciuto nei club e nei pub. E’ un disco entusiasmante ed emozionante, onesto e sincero Man Overboard, il magnifico lavoro di un grande vecchio del rock. Hunter ha settanta anni e quest’anno se li è festeggiati con una applaudita reunion dei Mott The Hoople e con una bella ristampa di You’re Never Alone with a Schizophrenic, disco newyorchese del 1979 dove si trovava in compagnia di Mick Ronson e di alcuni della E-Streeters per quello che è uno dei must del suo catalogo. All’originale disco hanno aggiunto un Cd tutto dal vivo del genere Welcome To The Club ovvero roba pesante, da maneggiare con cura.

Un altro vecchio che non ha fallito nemmeno quest’anno è il caro vecchio Bob. Il suo Together Trough Life è intenso e romantico, sporcato di fisarmoniche messicane, immediatezza folk e chitarre blues, un disco dolente e quasi sgangherato come i suoi attuali concerti, un lavoro di strada da parte di un artista che è l’essenza intrinseca del rock. La prima decade del nuovo secolo ha significato per Dylan una rinascita creativa, prima Love and Theft, poi Modern Times ed il memorabile Tell Tale Signs delle Bootleg Series, adesso Together Trough Life, i dylanologi ufficiali non condividono ma i rockisti si leccano dita e baffi. Chi l’ha detto che non si poteva suonare rock n’roll dopo i trentanni? Guardate Hunter e Dylan e poi ditemi se quando si è giovani non si è inclini alle cazzate.

Della serie altri vecchi crescono ecco Eric Clapton, “giovane” a seconda dei giorni, e Steve Winwood che chi l’ha visto in concerto a Milano ne ha detto un gran bene. Si sono riuniti al Madison Square Garden dopo 40 anni e hanno fatto uscire un doppio live che ha lo stile dei double live album degli anni ’70. Rock potente, suonato con maestria incrociando blues, pop, R&B e psichedelia con titoli che sono di per sé una leggenda. I Cream, lo Spencer Davis Group, i Blind Faith, Hendrix, Ray Charles, Muddy Waters, i Traffic e J.J Cale tutti in un colpo solo. Il classico dei classici, come bere uno champenoise superiore del Franciacorta.

Visto che di live abbiamo parlato all’inizio non vorrei dimenticarmi della The Live Anthology di Tom Petty con gli Heartbreakers. Quattro Cd nell’ edizione economica, cinque in quella deluxe e the last great american band vi porta dove i vostri sogni vorrebbero essere ovvero su quelle strade d’America che dalla California dei Byrds arrivano alla Florida dello swamp-rock, dal punk di Century City alla Ballad of Easy Rider, dai Fleetwood Mac importati di Oh Well a Dylan, dai Southern Accents a BoDiddley, dalla pioggia della Louisiana a Dreamville, da Green Onions ad American Girl. Come scrivere una storia del rock americano usando chitarre, batteria ed Hammond al posto della macchina scrivere, l’equivalente rock n’roll di On The Road di Jack Kerouac.

Non è finita. In quanto ad american music i Black Crowes dopo aver giocato per una decina d’anni con la british invasion di Stones, Free, Led Zeppelin e Faces adesso hanno riscoperto The Band e le montagne di Woodstock ovvero la genesi in chiave rock della roots music. Before The Frost… Until The Freeze è il loro disco più pastorale ed invernale ma è caldo come una serata con amici attorno ad un camino acceso. Magnoni di lana, tappeti sotto i piedi, una buona bottiglia di vino rosso e quella profumata marijuana che ha porta l’amico americano di nome Chris.

Dei loro amici Muli abbiamo già detto sopra ma se Warren Haynes è da iscrivere come il vero guitar hero dei giorni nostri, anzi come qualcuno ha detto il titano della Gibson, non va dimenticato il suo compare Derek Trucks che con lui divide le corde nell’ultima edizione della Allman Bros. Band. Il suo nuovo Cd, Almost Free non è sperimentale come il precedente Songlines ma mischia soul, jazz e blues con un tocco di classe soprafino, è originale ed elegante, non assomiglia a nessun altro disco del genere e suona fresco come pochi. Sentire per credere, si apre con Down In The Flood pescata dai Basement Tapes di Dylan ma rifatta ex novo e poi va avanti tra illuminazioni soul (Sweet Insipration) e ventate di rock/blues che confinano col jazz e con l’etno.

Mi rimane da segnalarvi il piccolo e coriaceo Willie Nile che continua a cantare delle strade di New York come fossimo nel 1980. Il suo House of A Thousand Guitars ha indurito la vena ritrovata del precedente i Streets Of New York incattivendo la sua poesia con un salutare sound di Fender (Andy York); i Lucero che con 1372 Overton Park dimostrano di aver lasciato alle spalle l’alternative country più ortodosso per approdare ad un rock memphisiano dove si scorgono ombre di Big Star, Replacements e e dei Del Fuegos di Smoking In The Fields e i Drive By Truckers, figli anomali di un sud lacerato, che con Live From Austin rivelano di essere più vicini a Neil Young e i Crazy Horse che ai Lynyrd Skynyrd.

Last but not least the italians ovvero il terreno minato per ogni recensore che si rispetti. I Cheap Wine a detta di tutti, anche del sottoscritto, hanno fatto il loro disco più maturo, variegato, profondo (nei testi e nei suoni), originale e suonato meglio (Spirits) confermandosi una band con i controcoglioni, ottimi musicisti e validi autori ormai degni di una platea internazionale.
Una menzione anche ai roots-rockers dell’Oltrepò Pavese ovvero i Mandolin Brothers gruppo che spumeggia mexican flavours, blues pachuco, dixie chicken e diari di viaggio messi a canzone. Il loro 30 Lives! è il party record del San Silvestro della Bassa.

Purtroppo il 2009 è stato l’anno della scomparsa del gitano delle emozioni Willy DeVille, artista di grandezza inestimabile ignorato dal mondo dei pusillanimi sia in vita che in morte, a cui va il mio sentito e addolorato ricordo.
Buon anno a tutti, anzi no, solo a quella parte d’Italia per cui tolleranza, solidarietà, cultura e giustizia sociale significano ancora qualcosa. Gli altri vadano a quel paese che, purtroppo, oggi è il loro.

Mauro Zambellini

domenica 20 dicembre 2009

Gypsy Soul #1


A margine dei primi anni settanta alcuni songwriters furono influenzati dalla musica afroamericana, a partire dal R&B per arrivare al jazz, quasi in netto contrasto con la tensione folkie dei loro rispettivi colleghi degli anni sessanta, in primis Bob Dylan.
Nacquero così dischi come Moondance di Van Morrison, The Wild and The Innocent di Springsteen, Alias I di Dirk Hamilton, The Heart Of Saturday Night di Tom Waits, Solid Air di John Martyn.

Ad un certo punto all’inizio degli anni settanta, dopo che i bagliori dei sixties si erano spenti o avevano perso di luminosità, ci furono artisti e songwriters che rivolsero la loro attenzione verso la musica nera, sentendo l’esigenza di rinfrancare la loro musica e le loro composizioni con il soul, il jazz, il R&B, in nome di una maggiore libertà espressiva. Questi autori e cantanti, alcuni dei quali provenivano dal movimento folk e rock degli anni sessanta, trovarono naturale contaminare la loro ispirazione coi suoni della musica afroamericana , non tanto per emulare i loro colleghi di colore o per appropriarsi di una tradizione come era invece successo col british blues ma piuttosto per adeguare la loro creatività ai fremiti libertari di un epoca che stava vivendo un particolare momento culturale e sociale.
La psichedelia aveva già offerto ampi margini di libertà ad esplorazioni di vario tipo ma questa costituiva terreno di battuta soprattutto per le band e i gruppi che facevano della sperimentazione strumentale la loro innovazione ma per i solisti e i songwriters legati alla forma canzone il campo era più ristretto perché c’erano tempi e metriche da rispettare. Questo nonostante che Like a Rolling Stone di Dylan avesse affermato la rottura di certe barriere e il superamento dei tre minuti della canzone folk e della sequenza strofa/ritornello/strofa della canzone pop.
Contò molto in questa evoluzione stilistica una generale liberazione delle coscienze , quell’ autoconfessarsi in un pubblico che aveva investito vari ambiti del movimento giovanile e che si tradusse nel rock in un modo di cantare e scrivere molti simile ad un letterario stream of consciousness. L’esempio più calzante è offerto da Astral Weeks nella musica bianca e What’s Goin’On in quella nera, archetipi di questo fiume di suoni, parole, silenzi e note in cui poesia e musica si confondono e si abbracciano.


Inner City Blues
Fu la musica afroamericana ad offrire ad autori come Van Morrison, Dirk Hamilton, Laura Nyro, la spregiudicatezza melodica e ritmica per evolvere a livello di scrittura e di interpretazione, liberando la propria creatività in composizioni lunghe ed elusive, fatte di silenzi e di improvvise impennate liriche, di ballate dai toni introspettivi, di rocamboleschi shuffle di soul, blues e jazz in cui ritmo e improvvisazione rispondevano ad una anarchia stilistica a volte difficile da maneggiare.
Quello che fino a poco tempo prima era stato un mondo a parte, con proprie città, proprie etichette, proprie classifiche ovvero la black music adesso irrompeva nei Cafè del Village, nei club del Sunset Boulevard e nei campus universitari. Fu importante il periodo, il passaggio tra i sessanta e i settanta, due epoche più che due decadi e alcuni dischi. Il 1970 è l’anno di Bitches Brew di Miles Davis, di John Barleycorn dei Traffic e di Layla ma è anche l’anno di un album a torto considerato minore come Curtis di Curtis Mayfield, un artista che ha lasciato traccia in un numero incredibile di artisti rock (la sua Gypsy Woman è stata cantata un po’ da tutti).
Protagonista della scena musicale di Chicago dalla fine degli anni cinquanta come elemento di punta- assieme a Jerry Butler-del gruppo vocale degli Impressions, Curtis Mayfield entra con Curtis nella seconda fase della sua avventura artistica e imprime al soul scelte rivoluzionarie. Il suo tipico falsetto e la sua chitarra pizzicata diventano il veicolo di un soul politico che abbraccia temi e problematiche sociali, razziali e sessuali, sullo sfondo di un’ America attraversata da una profonda crisi ma anche arricchita da fermenti di rinnovamento ideale.
L’impegno artigianale e la fiducia verso la propria musica spinge Mayfield a fondare una propria etichetta discografica, la Curtom, con cui pubblica il suo primo disco solista. La portata innovativa del disco è un soul urbano ritmico e trascinante, di scrittura nuova e matura, che si apre ad arrangiamenti e accompagnamenti strumentali di grande ricercatezza, ad interpretazioni grintose e sensuali in cui ballate romantiche si alternano a momenti di più rabbiosa consapevolezza politica e culturale. Epica è Move On Up, un inno di straordinario potere ritmico e altrettanto indimenticabili sono (Don’t Worry) If There’s a Hell Below We’re All Going To Go, The Other Side Of Town e Miss Black America, sincero omaggio quest’ultima alle giovani donne che si affacciano alla vita pubblica con orgoglio e senza timori reverenziali.
L’edizione rinnovata del 2000 della Rhino aggiunge alle otto tracce originarie nove bonus tracks tra cui i demo di Power To The People, Underground e Ghetto Child.
Nato a Chicago ma cresciuto nel ghetto nero di St.Louis, Donny Hathaway ha saputo ampliare con la sua versatilità, inquietudine ed ambizione i confini armonici ed espressivi della musica soul, forte di una voce ricca e flessibile, in grado di creare una particolare tensione aerea con acuti dal vibrato aperto e accorati passaggi introspettivi.
Scoperto da Curtis Mayfield, Hathaway compì un rapido tirocinio come arrangiatore e pianista di studio prima di approdare alla Atlantic e incidere nel 1970 Everything Is Everything, un album viscerale, emozionante e romantico. Un album che costituisce il trampolino di lancio verso una fulminante carriera corredata da singoli da classifica, diverse produzioni, ottimi dischi solisti, uno splendido Live del 1971 e diverse collaborazioni con Roberta Flack. Un’ avventura artistica interrotta bruscamente da una prematura morte nel 1978, causa un suicidio non del tutto chiaro all’Hotel Essex di New York mentre era in procinto di portare a termine un nuovo album con la Flack e la sua esistenza correva tranquilla.
L’avventuroso Everything is Everything contenenti le antemiche The Ghetto, solare ritratto della città nera e sorta di riflessione sulle “gioie della gente in un’area oppressa” e To Be Young, Gifted and Black di Nina Simone , introduce un soul-blues per molti versi simile a quello di Curtis, un flusso ritmico ed emozionale, vibrante di orgoglio nero e di sensibilità jazzistiche, dominato dal piano elettrico e dalle percussioni, con la chitarra di King Curtis che presenzia nella versione di I Believe To My Soul di Ray Charles.
Ma è l’epocale What’s Goin’ On di Marvn Gaye (consiglio l’edizione deluxe del 2001 in doppio cd) la vera rivoluzione in termini di soul, un disco che traccia un solco definitivo tra quello che c’era prima e quello che ci sarà poi e annuncia un radicale differenza con la precedente produzione della Motown. Un lavoro che influenzerà una generazione di artisti neri, a cominciare dal compagno di scuderia Stevie Wonder e che illuminerà anche molti autori e songwriters bianchi. Una sorta di concept album attorno ai temi dell’amore, della fratellanza, dell’ecologia e dell’infanzia, contrassegnato da un modo di cantare a ruota libera, seguendo un inarrestabile flusso interiore di conoscenza e spiritualità. What’s Goin’ On può considerarsi l’equivalente “nero” di Astral Weeks anche se, per la fede nella vita profusa dalle sue canzoni e per lo spirito che anima la musica, si sono sprecati accostamenti alle meditazioni di Miles Davis in A Love Supreme.
Ascoltare ancora oggi What’s Goin’On è ascoltare il suono di un miracolo, sia per le condizioni tribolate in cui è nato, con Marvin Gaye proveniente da due anni di depressione conseguenti alla prematura scomparsa della partner Tammi Terrell, sia per la rivoluzione in termini di suoni, liriche e arrangiamenti di cui è portatore. Un disco romantico e solare che irradia un amore per la vita incredibile anche se le considerazioni sui problemi sociali ed umani da cui parte sono tutt’altro che positive.
Marvin Gaye non fu il primo a indirizzarsi verso quell intreccio di vecchio soul e nuovi grooves, anni prima Isaac Hayes, soul-singer della scuderia Stax, si aveva stravolto il pop ultramelodico e in odore di country di Jimmy Webb secondo modalità a dir poco sconcertanti. Un classico brano da cantare sotto la doccia, che non superava i quattro minuti ovvero By The Time I Get To Phoenix veniva allungato fino a diciotto minuti e quaranta secondi in una sequenza di parlato, tensione, violini e arrangiamenti tale da stravolgere la connotazione originaria. Era il 1969 e il disco si intitolava Hot Buttered Soul.

(1 - continua)

sabato 5 dicembre 2009

Get Yer-Ya’s Out! The Rolling Stones in Concert


NEW YORK, Madison Square Garden, 27 e 28 novembre 1969. La prima volta che usarono per i Rolling Stones l’appellativo di the greatest rock n’roll band in the world fu nel 1969 quando il presentatore Sam Cutler introdusse il concerto di Fort Collins in Colorado, prima data di uno straordinario tour americano che li vide suonare nelle maggiori città del paese registrando un successo senza precedenti. Il ritorno in America dopo tre anni di assenza aveva spinto gli Stones su quella strada di successo, genio, calcolo, lungimiranza, bravura, dedizione, perdizione e decadenza che li avrebbe accompagnati per quasi tutti gli anni ’70 creando un mito difficile da estirpare. Concerti quelli americani del 1969 che imposero una band del tutto rinnovata nello spirito e nel sound, conscia delle potenzialità che il nuovo chitarrista Mick Taylor poteva offrire in termini di blues ed ormai in grado di maneggiare la materia rock con una intensità e perfezione mai raggiunta prima, concerti che per la prima volta videro il pubblico ascoltare attentamente quello che avveniva sul palco senza sovrastare, come succedeva solo qualche anno prima, con le urla e gli isterismi il canto ed il suono degli strumenti.
Nello stesso 1969 vennero pubblicati il singolo di successo Honky Tonk Woman e l’album Let It Bleed, due lavori con cui gli Stones rimarcavano la loro svolta “americana” ma il fatto terribile, quello che contribuì ad alimentare l’immagine satanica del gruppo, fu il disastro di Altamont del 6 dicembre, un altro free concert messo in piedi in maniera del tutto inadeguata da Jagger e soci per placare le critiche dei media americani che li accusavano di essere responsabili della lievitazione dei prezzi dei biglietti dei concerti rock. Un megafestival che nelle intenzioni doveva essere la Woodstock della west-coast ma che il brutale assassinio di uno spettatore da parte del servizio d’ordine degli Hell’s Angels trasformò nell’epilogo degli anni sessanta e dell’utopia hippie.
Quando gli Stones si esibirono al Madison Square Garden di New York, il 27 e 28 novembre, Altamont non era ancora successo e quelli furono i più grandi show che il gruppo avesse mai realizzato. Il tour era partito il 7 novembre da Fort Collins nel Colorado e nel giro di un mese toccò Los Angeles, Oakland, San Diego, Phoenix, Dallas, Auburn, Champagne, Chicago, Detroit, Philadelphia, Baltimora, New York, Boston, West Palm Beach per un totale di diciassette date e ventitre concerti. Quando gli Stones arrivarono a New York l’eccitazione era alle stelle.
Era la prima volta che gli Stones si esibivano nel tempio del Madison Square Garden, furono quattro show (due per giorno) sferzanti, mirabolanti e pieni di energia, che a detta di molti furono quanto di meglio e di più forte si era visto fino allora nel rock. Si pensa che almeno 55mila newyorchesi (un record per l’epoca) siano accorsi a vederli, il New Yorker scrisse I Rolling Stones hanno offerto un’esibizione musicale ed insieme teatrale che non ha uguali nella nostra cultura.
Lester Bangs sul numero di Rolling Stone del 12 novembre 1970 fu ancora più netto: il miglior concerto rock che sia mai stato pubblicato su disco.
L’anno dopo la London/Decca pubblicò quel concerto nel disco Get Yer-Ya’s Out! –The Rolling Stones in Concert forse costretta dalle vendite del bootleg Live Than You’ll Ever Be che riportava con ottima qualità audio la registrazione dello show di qualche giorno prima, il 9 novembre 1969 all’Oakland Coliseum. Dieci le tracce riportate dal live ufficiale, conosciuto dai fans del gruppo come il disco dell’asinello per via della copertina, troppo poche per testimoniare di un evento così importante e deflagrante.
È di questi giorni la pubblicazione del 40th Anniversary Deluxe Box Set di Get Yer-Ya’s Out! un box che ridà lustro a quel concerto e sopperisce all’estrema stringatezza dell’originale. Per la prima volta un disco degli Stones è ripubblicato con una ricchezza di aggiunte ed una cura che appagano gli appassionati contribuendo anche a fare memoria storica oltre che musicale di un evento e di un periodo. Adesso c’è un corposo ed elegante box che include l’intero disco originario prodotto dal maestro Glyn Johns potenziato da un ulteriore CD di 5 brani estratti dagli stessi concerti, più un altro CD riportante le performance dei “supporter” B.B King ed Ike & Tina Turner oltre ad un suggestivo DVD con le sequenze di Albert Maysles che propone gli estratti dei concerti newyorchesi e le riprese di quel tour. Il tutto corredato da un approfondito booklet di una cinquantina di pagine scritto e fotografato da Ethan Russell in cui si racconta quella avventura oltre a riportare la storica recensione di Lester Bangs. Infine c’è la locandina in scala ridotta della tournee ed un codice per accedere al downloading di I’m Free (live) per Guitar Hero5.
Una operazione degna di quel concerto che da una parte permette di rivivere lo show del Madison Square Garden nella incandescente sequenza del disco originario con una qualità audio eccellente e dall’altra aggiunge cinque chicche prima sparse su bootleg ormai introvabili come lo strepitoso country-blues acustico di Prodigal Son, l’altrettanto acustica You Gotta Move di Fred McDowell che sarebbe stata pubblicata solo nel 1971 su Sticky Fingers e le elettriche Under My Thumb, I’m Free e Satisfaction, versione questa da cardiopalma, più lunga del solito, eccitatissima, inspiegabilmente omessa nell’originale disco del 1970.

Se questi sono gli Stones del ’69 ovvero una (se non la) annata migliore della loro lunga avventura live, non sfigurano nemmeno gli show di B.B King ed Ike & Tina Turner che riempiono il terzo CD. Elegante ed appassionato nello stesso tempo, B.B King infila alcuni classici del proprio repertorio, tra cui una swingata versione di Everyday I Have The Blues, tenendosi però alla larga dalla fredda compostezza e dal manierismo delle esibizioni che verranno. In cattedra c’è la sua Gibson, il suo vocione è una bevanda calda nel gelo di una notte invernale, la band è stellare ed il set all’insegna di un blues fluido e avvolgente. Torrido e grondante di erotismo il set di Ike&Tina Turner. E’ sufficiente sentirla senza vederla per capire quanto pathos ci sia nella performance di Tina la tigre, un autentico animale da palcoscenico che l’allora marito e tentatore Ike spinge verso un R&B estremo e focoso, con momenti di incredibile intensità come nella versione di I’ve Been Loving You Too Long di Otis Redding dove nel gioco a chiamata e risposta tra Tina ed Ike sembra di essere in una seduta di sesso. Poi, con soli sei brani Ike & Tina Turner passano in rassegna la storia del rock e del R&B infilando lo Steve Winwood di Gimme Some Loving con la Dusty Springfield di Son Of A Preacher Man, l’Arthur Conley di Sweet Soul Music con i Creedence di Proud Mary, i Beatles di Come Together con l’Wilson Pickett di Land Of A Thousand Dances.

Il DVD è invece opera del regista Albert Maysles, lo stesso del film Gimme Shelter, che aveva filmato l’intero tour del 1969. E’ possibile quindi bearsi di una bella sequenza di immagini tra cui l’affollato backstage del Madison con Keith Richards e Mick Taylor che fraternizzano con Jimi Hendrix e “assaggiano” le chitarre, una scatenata e coinvolta Janis Joplin che balla sulle note di Satisfaction e le esecuzioni acustiche a due (Richards e Jagger seduti) di Prodigal Son e You Gotta Move e quelle elettriche di tutta la band di Under My Thumb, I’m Free e Satisfaction. Uno spaccato eloquente della contagiosa atmosfera del Madison Square Garden.
Completano il quadro le buffe riprese su una deserta autostrada inglese con il fotografo David Bailey, un infreddolito Jagger e un Charlie Watts vestito da guerriero medioevale impegnati nella realizzazione della celebre copertina dell’asinello di Get Yer Ya-Ya’s Out!. Copertina che sostituì quella originaria e di cui il booklet ci racconta l’intera storia. Chiude il DVD le immagini degli Stones che scherzano con i Grateful Dead a San Francisco prima di volare con l’elicottero ad Altamont.
Senza ombra di dubbio questa 40th Anniversary Deluxe Box Set di Get Yer-Ya’s Out! si candida ad essere la ristampa dell’anno festeggiando degnamente l’anno in cui The Rolling Stones divennero the greatest rock n’roll band in the world.

Mauro Zambellini Dicembre 2009

giovedì 26 novembre 2009

Gov't Mule Alcatraz Milano, 12 novembre 2009


È la seconda volta che i Muli suonano a Milano, la prima fu nell’aprile del 2005 , quest’anno il concerto è stato migliore, meno duro ma più trascinante, sapientemente dosato con pezzi del passato ed estratti del nuovo disco By A Thread. Blues, ballate, granitici hard-rock in odore di free, intermezzi jazz, psichedelia ed improvvisazioni hanno riempito uno show potente e muscoloso, forte e a tratti impegnativo ma mai ostico, seguito e salutato da un pubblico attento, caldo e preparato che ha tributato ai Muli applausi e ovazioni nonostante la lunghezza, tre ore e la scomodità di essere stipati ed in piedi. I Muli, instancabili, inesauribili e generosi come è nel loro stile, si sono confermati una band straordinaria in quell’ambito di jam rock/blues che nel passato ha visto primeggiare gli Allman e grazie a soluzioni tecniche e strumentali spesso ardite ed inconsuete hanno dimostrato di essersi costruito una terza via tra Allman e Dead, gruppi dei quali fra l’altro Haynes fa parte.
E’ lui il capobanda, il titano della Gibson, un chitarrista colossale, un mostro di bravura e conoscenza che ha nelle dita tutto il corso del Mississippi dal Delta a Chicago (pur non disdegnando divagazioni degne di un Coltrane) un autentico mattatore con la sei e la dodici corde, cantante aspro, sofferente, disperato ma in grado di infondere un calore straordinario. Accanto a lui un batterista altrettanto colossale, Matt Abts, capelli lunghi, barba incolta e canotta nera, un neandertheliano dei nostri tempi che picchia (e come picchia) senza quasi neanche muoversi, ottenendo un drumming che chiamare possente è un eufemismo ma ugualmente dinamico e pulsante. Completano la band un bassista, Jorgen Carlsson, che col suo funky riesce in parte a far dimenticare il compianto Allen Woody ed un tastierista, Danny Louis che con l’Hammond ed il Rhodes piano riempie gli spazi che gli altri tre indiavolati gli lasciano a disposizione creando comunque un magma di suoni che ha il merito di aver traghettato i Muli dall’heavy blues tipico dei power trio ad un sound più totale.
Lo show inizia con una slidata di Gibson, poi entra Abts a martello ed è subito Brighter Days, l’inferno si accende, i diavoli cominciano a ballare. Atmosfera sulfurea, suoni tellurici, sono i Muli duri e rocciosi di High & Mighty che presagiscono un concerto siderurgico. Invece Like Flies smussa gli spigoli ed introduce le classiche Grameface e Mule dove si rivedono i Muli jammare ed improvvisare, divagando e dilatando i tempi per poi ritornare sul tema base, evocando le fughe pirotecniche dei Dead. Si sentirà anche un accenno allungato di The Other One dei Grateful Dead.
Una prima cover arriva con When The Leeve Breaks presa dal quarto album dei Led Zeppelin visto la stima che il nostro nutre per quella band. Il brano, di cui ricordo una micidiale versione del compianto John Campbell, offre ad Haynes la possibilità di scivolare di slide come un provetto campione di slalom speciale.
Uno degli highlights del primo set è Blind Man In The Dark, teso, vorticoso e denso di atmosfera misteriosa, poi è la volta dei brani di By A Thread, salutato dalla platea non appena riconosce le note iniziali di Steppin Lightly. Nonostante la recente pubblicazione è già nelle orecchie di molti, così quando parte Broke Down In The Brazos ci si aspetta che dalle quinte esca Billy Gibson.
Dopo il break il concerto riparte con una memorabile Railroad Boy, il bellissimo traditional contenuto in By A Thread cantato in modo eroico da Haynes. Rispetto alla versione in studio ha un afflato meno “celtico” ma la dodici corde del leader risuona imperiale. Dallo stesso disco arriva la cupa Monday Morning Meltdown mentre Have Mercy On The Criminal è di Elton John anche se non sembra. Wandering Child col suo groove sincopato e le sue unghiate slide riporta i Muli sulla strada di Life Before Insanity il disco del 2000 che ha fornito tanti brani ai loro live set. Da quell’album esce pure la intensa e accorata Fallen Down prima che un estenuante monologo di batteria di Abts allenti la tensione dello show. Quando l’intera band rientra in scena il concerto si impenna e va verso l’apoteosi finale con i nervosi scatti chitarristici di Painted Silver Light e la solare Soulshine, venata da un ritmo vagamente reggae. L’encore è a sorpresa, Out of The Rain è una emozionante ballata di Tony Joe White interpretata da Etta James e Talk To My Baby un torrido rock/blues di Elmore James infiammata dai brucianti assoli di Haynes.
Concerto tosto e Muli meglio dei cavalli.

Mauro Zambellini Novembre 2009

lunedì 2 novembre 2009

Big Star


La recente pubblicazione da parte della Rhino di un box di 4 CD intitolato Keep An Eye On The Sky ridà visibilità ad un dei gruppi più lungimiranti e misconosciuti degli anni 70, i Big Star.
Citati a più riprese dai gruppi del rock alternativo americano i Big Star di Alex Chilton ancora oggi godono di un culto e di un attenzione tra colleghi e addetti al lavoro che contrasta nettamente con le loro vendite . I Big Star costituiscono l’ennesimo esempio di incomprensione da parte del pubblico, impreparato all’inizio degli anni 70, quando le classifiche erano sbancate da pezzi chilometrici e dal progressive rock, a cogliere l’essenza intrinsecamente pop di brani della durata di tre minuti nei cui solchi si respirava la freschezza dei 45 giri dei Beatles, dei Beach Boys ,dei Kinks, degli Small Faces, dei Byrds e dei gruppi minori del brit-pop dei sixties.
Considerati dalla stampa specializzata e dalla critica ma ignorati dal grosso pubblico, i Big Star furono considerati dallo show biz la cosa più anacronistica di quegli anni, salvo poi accorgersi, con il punk ed il post-punk della loro genialità e della loro lungimiranza.

Bande come i REM, i Db’s, i Jayhawks, Steve Wynn, i Replacements, i Gin Blossoms, Wilco, i Golden Smog, i Black Crowes tanto per citarne alcuni, debbono proprio a loro parte della propria ispirazione ,tanto che non è azzardato considerare i Big Star come dei minori Velvet Underground non tanto per il tipo di musica quanto per il peso avuto in termini di immaginario rock, gruppi culto con scarsissimo peso commerciale ma che hanno indotto più di una generazione a prendere in mano gli strumenti e a formare rock n’roll bands.
La similitudine con il gruppo di Lou Reed non riguarda lo stile musicale (anche se nel terzo album dei Big Star c’è una ripresa di Femme Fatale e Chilton non ha mai nascosto la sua stima per il poeta newyorchese) perché più che allo sperimentalismo ed al feedback, i Big Star nei loro primi due album si rivolsero verso quel modo tutto british di miscelare armonia e tensione rinverdendo il pop secondo lo stile rock n’roll e R&B di Memphis.
I Big Star sono una creazione strettamente memphisiana dell’’enfant prodige locale, Alex Chilton che dopo aver abbandonato i Box Tops dei multiseller The Letter e Cry Like A Baby si inventa una carriera solista dalle parti del Greenwich Village a New York.
Non è però il folk-rock la sua vocazione ma il vecchio formato sixties del rock, canzoni stringate trainate da una melodia accattivante e spruzzate di arrangiamenti vagamente soul e rhythm and blues. Una sorta di Phil Spector dalle parti di Graceland.
Tracce di questa transizione stilistica sono reperibili in 1970 , l’album di Chilton pubblicato solo nel 1996 che raccoglie del materiale registrato agli studi Ardent di Memphis in quell’anno. Proprio da lì nascono i Big Star. Il passo decisivo è però l’incontro tra Chilton e l’altro cantante/chitarrista Chris Bell, memphisiano di famiglia agiata e madre inglese e una grossa passione per i gruppi della british-invasion. Il suo gruppo si chiama Jinx , stretta assonanza coi Kinks, e le sue idee corrono parallele a quelle di Chilton. Il sodalizio diventa realtà agli Ardent Studios dove lavorano John Fry e Terry Manning, entrambi amici di Chilton dai tempi dei Box Tops. All’inizio il nuovo ensemble si fa chiamare Rock City ma presto divengono Big Star con l’inserimento del bassista Andy Hummell e del batterista Jody Stephens (Golden Smog) a fianco di Chilton e Bell.

Gli Ardent sono la loro casa e da lì esce, nel 1972, il loro primo album, lapidariamente intitolato #1 Record . Armonie leggere e pop robusto, melodie alla Byrds ed una voce perfetta per la programmazione radiofonica AM. Purtroppo sono le radio FM le nuove padrone dell’etere americano ed il disco naviga in aperta contrapposizione con l’imperante progressive rock e con gli assoli chilometrici dei Led Zeppelin. I sixties sono ormai un ricordo di un’era innocente e quindi il disco non vende un cazzo nonostante la critica specializzata si spertichi in lodi. In più ci si mette anche la sfortuna. La Ardent Records è in contratto con la più famosa Stax la quale viene assorbita dalla Columbia che nel gran calderone della distribuzione perde letteralmente il master del disco.
Le conseguenze per il gruppo sono drammatiche perché i quattro, frustrati e delusi, cominciano a bere e ad impasticcarsi tanto che Bell sarà costretto a rivolgersi allo psicanalista. Quando lascia il gruppo soffre di depressione e paranoia (morirà per un incidente stradale nel 1978) ma i Big Star non mollano e pubblicano Radio City, un album segnato dal songwriting di Chilton in cui brillano le classiche September Gurls e Back Of A Car.
Chilton è al top della sua creatività e coniuga il suo passato coi Box Tops con l’energia della Plastic Ono Band e la purezza delle registrazioni della Sun Records . Radio City la cui bella foto di copertina è opera di William Eggleston si rivela un album seminale ma troppo out of time e non può competere contro Golden Earring, Mahavishnu Orchestra e Bachman Turner Overdrive, ovvero i bestseller “da tendenza” di quei giorni.
Indomito, Alex Chilton ritorna in studio di registrazione e con l’aiuto del produttore Jim Dickinson ( scomparso nell’agosto di quest’anno) realizza il terzo album intitolato a seconda delle edizioni 3rd o Sister Lovers. Il disco risulta un vero enigma e viene pubblicato solo nel 1978, quattro anni più tardi.

Album misterioso e di confine, 3rd/Sister Lovers è molto diverso dai precedenti lavori, soprattutto per le liriche esistenziali angoscianti e depresse e per gli arrangiamenti assolutamente arditi, frutto degli esperimenti dell’ingegnere John Fry. Album anti-commerciale per eccellenza (nessuno se la sentì di pubblicarlo) che comunica un senso di inquietudine e di conflitti interiori oltre che una palese dipendenza da alcol e droghe, il terzo Big Star è un lavoro impressionistico caratterizzato da contrasti, strumenti poco riconoscibili, parole oscure e, in virtù anche dell’inclusione di Femme Fatale , da un decor fosco e quasi velvettiano.
Pubblicato più volte (dalla Aura, dalla PVC, dalla Line e dalla Rykodisc) con sequenza di canzoni ogni volta differente, 3rd/Sister Lovers è un disco che come ha affermato Jim Dickinson dimostra come il music business non sia sempre pronto e disposto ad accettare la parte oscura dell’esistenza.
Tutta l’opera dei Big Star compresa una cospicua dose di inediti ed outakes (sessanta) ed un rara esibizione live del 1973 a Memphis è il ricco menù proposto dal recente box di 4CD Keep An Eye On The Sky ma contemporaneamente la Universal ha ristampato rimasterizzati i due seminali primi album del gruppo, #1 Record e Radio City.

MAURO ZAMBELLINI 2009