martedì 30 agosto 2011
Red Wine Serenaders
THE RED WINE SERENADERS > D.O.C (Totally Unnecessary Records)
Gli americani hanno gli Old Crow Medicine Show, noi abbiamo i Red Wine Serenaders. I primi hanno un tiro rock/punk più pronunciato ma i secondi rileggono la tradizione popolare rurale americana degli anni '20 e '30 con un amore ed una vivacità che li rende coinvolgenti e spiritosi anche quando recuperano una bacucca canzone di cowboy. Sono un caso più unico che raro alle nostre latitudini e anche l’ Europa si è accorta di loro perché suonano spesso in Francia ed in paesi limitrofi ed oggi sono la più bella realtà europea in fatto di country-blues, ragtime, hokum e jug-band music.
Il nuovo lavoro non esce come il precedente a firma Veronica and Red Wine Serenaders ma solo col nome della band , a suggello di una maturità in termini di affiatamento e sarabanda collettiva che ormai, dopo quattro anni di lavoro, fonde in modo armonico le personalità, le complicità e i contributi individuali dei quattro musicisti coinvolti.
Musicisti di prima scelta sia nel feeling che nella tecnica, a cominciare dalla spigliata e spiritosa front-woman, la cantante Veronica Sbergia specializzata in ukulele, kazoo e washborad e poi dalla effervescente contrabbassista jazzy Alessandra Cecala, anche lei cantante e dai due chitarristi oltre che cantanti, il formidabile Max De Bernardi un vero maestro delle corde in grado di giostrare con brillantezza mandolino, ukulele, chitarre acustiche e resofoniche e Mauro Ferrarese un montanaro appassionato di chitarre e banjo che ha l’ardore di traghettare nella old time music dei R.W.S un background di provata fede rock.
D.O.C il nuovo disco dei R.W.S è un cocktail di sonorità e feeling che portano in superficie una America rurale e profonda attraverso un crogiolo di musiche calde, coinvolgenti, evocative, misteriose e arcaiche ma ancora in grado di trasmettere emozioni se rilette ,come fanno i Serenaders, con freschezza, imprevedibilità, rispetto e quello spirito guascone che li rende adatti ad interpretare i tempi moderni. Come per esempio It Calls That Religion un testo di denuncia degli anni ’30 calato in una tematica oggi più che mai attuale..
D.O.C è un piccolo disco di grande musica che diverte, accultura e racconta un pezzo di storia musicale americana con l’onestà, la bravura e la semplicità degli artigiani e l’allegria dei bevitori di vino. Tredici tracce, ognuna una storia, ognuna un contante diverso, dalla spumeggiante Veronica Sbergia alla maliziosa Alessandra Cecala, dal disincantato Mauro Ferrarese al rigoroso Max De Bernardi. Si comincia con la jug music di On The Road Again e si prosegue con il divertente swing di Just As Well Let Her Go e con un classico del blues quale I’d Rather Drink Muddy Water dove De Bernardi mostra tutto la sua sapienza in fatto di corde acustiche. Out on the Western Plains è una gustosa ed ironica rivisitazione da parte della Cecala di un brano eseguito da Leadbelly (ma lo faceva anche Rory Gallagher) e di Leadbelly c’è anche Linin’’Track qui in versione lunare e country-goth degna dei primi 16 Horsepower. Non mancano le ballate come la dolce When It’s Darkness on the Delta e la notturna Lotus Blossom mentre l’ukulele impazza nel vecchio traditional You Rascal You dove sembra di essere davanti ad una vecchia radio degli anni ’30 che trasmette canzoni da qualche WLAC di Nashville o da qualche sperduta stazione degli Appalchi .
In Did You Mean a firma Casey Bill Weldon c’è tanto sapore di Leon Redbone, In My Girlish Days c’è tutta Memphis Minnie con una superba interpretazione vocale di Veronica, 8, 9 & 10 è string-band music nella sue definizione più pura e Samson & Delilah è riletta in maniera corale come sarebbe piaciuto alla Seeger Session Band.
Old Time Music for Modern Times a denominazione di origine controllata, invecchiata in barile e pronta da bere. In alto i calici per i Red Wine Serenaders.
Una menzione speciale per il lavoro fotografico di Marcus Tondo che oltre agli scatti si è occupato anche dell’armonica.
MAURO ZAMBELLINI
sabato 13 agosto 2011
Mangiafuoco
Non voglio rubare il lavoro ad Armadillo Bar, università del vino e del savoir vivre ma questa volta parlo di un vino anzi di una piccola cittadina che si chiama Concordia Sagittaria, antico insediamento romano a pochi kilometri da Portogruaro. Qui ai margini della laguna a nord di Venezia ovvero nella Louisiana d’Italia pulsa una qualità della vita che per me che vengo dall’intasato nord-ovest è benessere allo stato puro. Innanzitutto le città, Portogruaro in primis ma anche Concordia sono proprio belle, pulite, ben tenute, amministrate bene e tranquille, un mix di storia passata e way of life moderna, retaggio nobile e spirito efficiente che si rispecchia nei suoi abitanti o almeno nella maggior parte di essi, affabili, socievoli, spesso colti ma non spocchiosi, curiosi, goduriosi e perfino laboriosi, cosa che va sottolineata perché certe volte goduria e labor suonano come un ossimoro. Siamo all’estremo est del Veneto ai confini del Friuli ma qui la Lega non è padrona ed il suo credo oscurantista non ha attecchito più di tanto perché qui, come si può vedere la mattina della domenica, la società è divisa in due: chi va in chiesa e chi va all’osteria. È questo il bipolarismo di Concordia, non sorprende quindi che fra quelli che frequentano l’osteria ci siano anche degli eretici che hanno coniugato l’ombra de vin coi suoni del rock n’ roll, veterani inossidabili che ho incontrato nei lontani giorni del Mucchio Selvaggio ovvero metà anni ’80 e poi sono diventato amico tanto che l’amicizia oltre a durare nel tempio si è allargata a macchia d’olio ed ormai conosco più gente lì che nel luogo dove abito. In questa landa di concordia, di vino e di prelibatezze gastronomiche, in primis le eccelse ed inarrivabili sarde in saor, ad una cinquantina di km da Udine ovvero dal luogo dove il bulletto dell’Indiana si è rifiutato di suonare perché non consono alle sue esigenze di star (ed erano in tanti ad aspettarlo ora delusi ed indignati) c’è un locale (un pub?, una pizzeria? Un ristornate? Un bar?) dove grazie alla passione di uno che si chiama Walter Fiorin e ha l’unico difetto di essere juventino il rock ha trovato un posto di ristoro adeguato. Il locale si chiama Sacco&Vanzetti River Cafè e basterebbe il nome per capire di cosa si tratta se non ci fossero poi le tovagliette di carta zeppe di aneddoti cinematografici, letterari e musicali ma se ci andate a mangiare e bere capirete cose della vita che prima solo immaginavate e magari vi sentirete raccontare che tra quelle mura di pub un po’ irlandese e un po’ di osteria veneta oltre al soul food da laguna del cuoco Gigi, presidente della confraternita dell’aringa, hanno suonato tra gli altri i Cheap Wine, gli Wind in versione acustica, Graziano Romani, Luigi Majeron, Angelo “Leadbelly” Rossi e nel futuro approderanno i Red Wine Serenaders e magari anche Bruce che nella parete vicino al bancone è immortalato in una foto col paròn Walter.
A Concordia Sagittaria ogni prima settimana di agosto va in onda la festa di S.Stefano, una di quelle feste che si vedono solo al sud tanta gente c’è e tante luci ci sono ma per fortuna lì il tasso laico ed eno-gastronomico è di gran lunga superiore al delirio religioso delle processioni meridionali. C’è la fiera come si conviene ad una festa di origine contadina coi trattori in esposizione, tante stufe a legna in vendita, le pulitrici per casa e i tagliaerba, il miele e i prodotti naturali, le creme per dimagrire/snellire/ringiovanire/tonificare, proprio come in un medicine show del vecchio west e poi una lunga fila di posti ristoro dove si può mangiare di tutto, dal fritto misto alla trippa, dai bratwurstel della Turingia alla soppressa, dalle costine alla polenta, dalle seppioline al baccalà. Insomma una babele della gola che termina con la consueta sparata di fuochi d’artificio nell’ultima serata di festa, a cui fa seguito una sbronza di massa per quanto riguarda i giovani ed un piccolo privè al lato della piazza dove un tale Loris Mussin presenta il suo vino biodinamico e medicinale per il corpo( a detta dello stesso quando l’influenza invernale assale basta bersene una bottiglia e coricarsi ed il mattino dopo sarà un’altra storia, di assoluto benessere) chiamato Mangiafuoco. E’ un vino Merlot che Mussin definisce garage wine perché fatto rigorosamente e spartanamente in casa, prodotto in quantità limitata con tutti i crismi della sostenibilità eco-ambientale, non in vendita e bevuto ad agosto alla festa di S.Stefano dopo essere stato in barrique per un anno e aver assorbito i sapori della cantina o meglio del garage. E’ un rosso superbo, rotondo, di profumi ancestrali, profondo e avvolgente, ricorda il Tignanello ma ha un carattere tipicamente nord-est, sa di bora e di quella terra che lambisce il mare ma si mischia con le acque dolci, gli acquitrini, le paludi salmastre, la campagna e la Brussa. E’ il primo grande rosso blues d’Italia, un vino che si accompagna a carni e pesci grassi come le sarde, l’anguilla, lo sgombro ed esige il sottofondo di un Bob Seger d’annata, preferibilmente Night Moves, di un John Lee Hooker, del John Hiatt di Bring The Family, del Warren Haynes di Man In Motion, del DeVille di Miracle e di Shine di Joni Mitchell.
Gran posto l’Italia, nonostante tutto.
MAURO ZAMBELLINI
domenica 7 agosto 2011
Narcao Blues Festival 2011
È il secondo anno consecutivo che vado a Narcao un luogo perso in mezzo al nulla del Sulcis-Iglesiente ovvero estremo sud della Sardegna che da 21 anni organizza il blues festival più a ovest d’Italia. Il luogo sa molto di west americano, montagne, arbusti, eucalipti, fichi d’india, macchie verdi che si mischiano al marrone della terra arsa dal sole, pecore, silenzi e strade vuote che vanno dritte al mare, lontano una trentina di kilometri, passando da villaggi che più che l’Italia ricordano il Messico. E’ un posto suggestivo e ci torno sempre volentieri anche perché gli appassionati volonterosi di Narcao con la loro ciurma di giovani volontari ogni anno mettono in piedi una rassegna che oltre ad essere l’evento dell’anno di quelle terre dimenticate e colpite dalla crisi è anche una festa del blues, della musica, delle sorprese e delle buone vibrazioni. Centra eccome un’organizzazione che pur professionale mantiene i crismi della passione e dell’amatoriale e stabilisce quel rapporto molto understatement che fa sì che una rassegna non sia solo una esibizione di nomi quanto mai importanti ma una occasione di festa. Venite a sentire il calore del blues strillava il manifesto della XXI edizione di Narcao Blues e così è stato.
Il festival è iniziato il 20 luglio con una serata tutta dedicata al british-blues. Sono saliti sul palco Danny Bryant’s Redeyeband e i redivivi Dr.Feelgood. Il primo, un chitarrista dal fisico imponente e dallo sguardo dolce, coadiuvato dal padre bassista e dallo zio batterista ha dato vita ad un set rauco, sanguigno e aspro dove è risuonato un blue-collar blues bilanciato tra assoli torcibudella e sofferte ballate che sembrano uscite da una città di minatori inglesi colpita dalla crisi. Blues proletario, intenso e sudato con titoli del suo repertorio, Everytime the devil smiles, Love of Angels, Heartbreaker, Last Goodbye e applaudite cover come l’immancabile Voodoo Chile di Hendrix e una bluesata resa di Girl from The North Country di Dylan. Un set, quello di Danny Bryant che ha convinto per onestà e cuore.
Di tutt’altro tenore l’esibizione di Dr. Feelgood. Li credevo dei cadaveri ed invece ho avuto una bella sorpresa. Trainati dal cantante e armonicista Robert Kane, un passato con gli Animals e soprattutto dall’irresistibile chitarrista Steve Walwyn, la vera anima del gruppo, i Dr. Feelgood hanno divertito e catturato il pubblico con un set brillante, veloce, spumeggiante dove si è respirato lo spirito degli esordi, quello spirito che ha reso Stupidity un piccolo capolavoro del pub-rock. Ritmi serrati e tiro nervoso, fulminei e lancinanti assoli di chitarra, l’armonica che soffia il fuligginoso R&B dei pub inglesi, velocità e sintesi, quello di Dr.Feelgood è stato uno show adrenalinico dove rock n’roll, blues e punk sono stati con la maestria dei pub-rockers di classe. Brani come Hoochie Coochie Man, Milk and Alcohol, Back in The Night, Down by Teh Jetty, Who Do You Love, I Can Tell hanno mischiato passato e presente con frizzante disincanto e hanno messo in evidenza l’attitudine di chi, cinquantenne, suona come un ventenne. Magnifici.
Ma non è stato il loro l’ highlights di Narcao 2011 perchè l’esibizione di Robert Randolph and The Family Band ha scioccato come nessuno osava credere e i clichè del blues sono andati a farsi benedire con una musica che è pura energia jam. Prendete il blues e sparatelo su Marte, mettete Sly Stone a suonare nei Widespread Panic, resuscitate Hendrix e aggiungetelo ai North Mississippi AllStar, centrifugate Led Zeppelin e John Lee Hooker, gospel, funk e rock e lasciate liberi di suonare e improvvisare una band costituita da tre neri, un bassista che è la quintessenza del groove, un batterista che sembra Buddy Miles e Robert Randolph, mago della sacred steel guitar e voce strappata ad una chiesa battista e due bianchi, un chitarrista che ritma come fosse nei Talking Heads ed una corista e tastierista, Alaina Terry, che mette gusto, stacchi e sex appeal e avrete uno show sconvolgente, devastante ed unico. Tutti cantano, i tre neri ad un certo punto si scambiano ruoli e strumenti, Randolph incita il pubblico a salire sul palco e ballare, la musica viene giù come un fiume in piena, travolge, è un trance che porta il pubblico a partecipare al sabba e vivere l’estasi.
Robert Randolph ha cominciato come cantante e musicista nelle funzioni religiose ma nella sua chiesa è entrato il diavolo. Orgiastici e pentecostali, innovativi e ancestrali, torrenziali ed ipnotici, Robert Randolph e famiglia hanno metabolizzato 70 anni di black music secondo una visione nuova e apocalittica, lasciando il pubblico senza fiato dopo una lunghissima Blues Jam dove si è sentito di tutto, compreso Voodoo Chile, You Gotta Move e Whola Lotta Love. Il loro ultimo CD We Walk This Road è prodotto da T-Bone Burnett ma non centra nulla con il loro live-set perchè alcuni titoli del disco come Traveling Shoes, Walk Don’t Walk, Back To The Wall, Dry Bones sono presi, dilatatati, centrifugati, stravolti, riempiti di riff, assoli, ritmi in una micidiale jam music che è una delle cose più eccitanti che mi sia capitato di sentire quest’estate.
Agli antipodi il set di John Hammond Jr. la sera seguente. Qui è andato in scena un blues classico, spartano e rigoroso, con Hammond seduto sullo sgabello a deliziarci con le sue chitarre acustiche e National mentre la band, tra cui il fenomenale organista Bruce Katz, uno specialista dell’Hammond sottolineava un sound elegante e asciutto che abbracciava Muddy Waters e Bo Diddley, Junior Wells e Walter Jacobs. Blues, country e urban-blues e quando Hammond soffiava stridulo nell’armonica come il Dylan degli esordi un inconfondibile sentore di antico folk-blues newyorchese.
Al combo italiano dei Red Wine Serenaders è stato affidato il compito di chiudere la 21esima edizione del Narcao Blues prima del ballo collettivo finale al ritmo del funky di Sir Waldo Weathers un sopravvissuto dell’orchestra di James Brown. Con la loro fresca, pimpante e spiritosa rilettura della musica rurale americana degli anni ’20 e 30’, RWS hanno dimostrato di avere talento, gusto e feeling e di sapere aggiornare country-blues, old time e ragtime con una eleganza degna di Leon Redbone. Due donne, la spigliata e surreale cantante Veronica Sbergia, abile con l’ukulele e l’washboard e la maliziosa contrabassista Alessandra Cecala, magnifica quando intona lo yodel lunare di Out on the western planes e due men, il maestro delle corde Max De Bernardi, eccelso con tutto quanto abbia delle corde, dalle chitarre al mandolino, dall’ ukulele al dobro e il barbuto Mauro Ferrarese (chitarre, banjo, National) uno che sembra preso di sana pianta da un ensemble bluegrass di Jerry Garcia compongono un quartetto che rilegge la tradizione americana di blues, old time music, jug band e hokum con l’atteggiamento giovane e disincantato di chi il passato non lo vuole relegare agli archivi ma farlo vivere e pulsare di nuova energia, spirito e modernità. Anche a Narcao i Red Wine Serenaders hanno colpito pubblico, organizzatori e giornalisti per il loro progetto colto e divertente al tempo stesso. Sono bravi a tenere la scena e con gli strumenti, si scambiano le voci e si amalgamano perfettamente, non sono ripetitivi ma fanno della varietà un punto di forza, sono simpatici e hanno feeling quando presentano le canzoni, regalano una lezione di musica tradizionale americana lontana dalle accademie e dalle spocchie. Non predicano ma suonano e divertono. E questo è quello che vuole il pubblico e la musica.
Il festival è iniziato il 20 luglio con una serata tutta dedicata al british-blues. Sono saliti sul palco Danny Bryant’s Redeyeband e i redivivi Dr.Feelgood. Il primo, un chitarrista dal fisico imponente e dallo sguardo dolce, coadiuvato dal padre bassista e dallo zio batterista ha dato vita ad un set rauco, sanguigno e aspro dove è risuonato un blue-collar blues bilanciato tra assoli torcibudella e sofferte ballate che sembrano uscite da una città di minatori inglesi colpita dalla crisi. Blues proletario, intenso e sudato con titoli del suo repertorio, Everytime the devil smiles, Love of Angels, Heartbreaker, Last Goodbye e applaudite cover come l’immancabile Voodoo Chile di Hendrix e una bluesata resa di Girl from The North Country di Dylan. Un set, quello di Danny Bryant che ha convinto per onestà e cuore.
Di tutt’altro tenore l’esibizione di Dr. Feelgood. Li credevo dei cadaveri ed invece ho avuto una bella sorpresa. Trainati dal cantante e armonicista Robert Kane, un passato con gli Animals e soprattutto dall’irresistibile chitarrista Steve Walwyn, la vera anima del gruppo, i Dr. Feelgood hanno divertito e catturato il pubblico con un set brillante, veloce, spumeggiante dove si è respirato lo spirito degli esordi, quello spirito che ha reso Stupidity un piccolo capolavoro del pub-rock. Ritmi serrati e tiro nervoso, fulminei e lancinanti assoli di chitarra, l’armonica che soffia il fuligginoso R&B dei pub inglesi, velocità e sintesi, quello di Dr.Feelgood è stato uno show adrenalinico dove rock n’roll, blues e punk sono stati con la maestria dei pub-rockers di classe. Brani come Hoochie Coochie Man, Milk and Alcohol, Back in The Night, Down by Teh Jetty, Who Do You Love, I Can Tell hanno mischiato passato e presente con frizzante disincanto e hanno messo in evidenza l’attitudine di chi, cinquantenne, suona come un ventenne. Magnifici.
Ma non è stato il loro l’ highlights di Narcao 2011 perchè l’esibizione di Robert Randolph and The Family Band ha scioccato come nessuno osava credere e i clichè del blues sono andati a farsi benedire con una musica che è pura energia jam. Prendete il blues e sparatelo su Marte, mettete Sly Stone a suonare nei Widespread Panic, resuscitate Hendrix e aggiungetelo ai North Mississippi AllStar, centrifugate Led Zeppelin e John Lee Hooker, gospel, funk e rock e lasciate liberi di suonare e improvvisare una band costituita da tre neri, un bassista che è la quintessenza del groove, un batterista che sembra Buddy Miles e Robert Randolph, mago della sacred steel guitar e voce strappata ad una chiesa battista e due bianchi, un chitarrista che ritma come fosse nei Talking Heads ed una corista e tastierista, Alaina Terry, che mette gusto, stacchi e sex appeal e avrete uno show sconvolgente, devastante ed unico. Tutti cantano, i tre neri ad un certo punto si scambiano ruoli e strumenti, Randolph incita il pubblico a salire sul palco e ballare, la musica viene giù come un fiume in piena, travolge, è un trance che porta il pubblico a partecipare al sabba e vivere l’estasi.
Robert Randolph ha cominciato come cantante e musicista nelle funzioni religiose ma nella sua chiesa è entrato il diavolo. Orgiastici e pentecostali, innovativi e ancestrali, torrenziali ed ipnotici, Robert Randolph e famiglia hanno metabolizzato 70 anni di black music secondo una visione nuova e apocalittica, lasciando il pubblico senza fiato dopo una lunghissima Blues Jam dove si è sentito di tutto, compreso Voodoo Chile, You Gotta Move e Whola Lotta Love. Il loro ultimo CD We Walk This Road è prodotto da T-Bone Burnett ma non centra nulla con il loro live-set perchè alcuni titoli del disco come Traveling Shoes, Walk Don’t Walk, Back To The Wall, Dry Bones sono presi, dilatatati, centrifugati, stravolti, riempiti di riff, assoli, ritmi in una micidiale jam music che è una delle cose più eccitanti che mi sia capitato di sentire quest’estate.
Agli antipodi il set di John Hammond Jr. la sera seguente. Qui è andato in scena un blues classico, spartano e rigoroso, con Hammond seduto sullo sgabello a deliziarci con le sue chitarre acustiche e National mentre la band, tra cui il fenomenale organista Bruce Katz, uno specialista dell’Hammond sottolineava un sound elegante e asciutto che abbracciava Muddy Waters e Bo Diddley, Junior Wells e Walter Jacobs. Blues, country e urban-blues e quando Hammond soffiava stridulo nell’armonica come il Dylan degli esordi un inconfondibile sentore di antico folk-blues newyorchese.
Al combo italiano dei Red Wine Serenaders è stato affidato il compito di chiudere la 21esima edizione del Narcao Blues prima del ballo collettivo finale al ritmo del funky di Sir Waldo Weathers un sopravvissuto dell’orchestra di James Brown. Con la loro fresca, pimpante e spiritosa rilettura della musica rurale americana degli anni ’20 e 30’, RWS hanno dimostrato di avere talento, gusto e feeling e di sapere aggiornare country-blues, old time e ragtime con una eleganza degna di Leon Redbone. Due donne, la spigliata e surreale cantante Veronica Sbergia, abile con l’ukulele e l’washboard e la maliziosa contrabassista Alessandra Cecala, magnifica quando intona lo yodel lunare di Out on the western planes e due men, il maestro delle corde Max De Bernardi, eccelso con tutto quanto abbia delle corde, dalle chitarre al mandolino, dall’ ukulele al dobro e il barbuto Mauro Ferrarese (chitarre, banjo, National) uno che sembra preso di sana pianta da un ensemble bluegrass di Jerry Garcia compongono un quartetto che rilegge la tradizione americana di blues, old time music, jug band e hokum con l’atteggiamento giovane e disincantato di chi il passato non lo vuole relegare agli archivi ma farlo vivere e pulsare di nuova energia, spirito e modernità. Anche a Narcao i Red Wine Serenaders hanno colpito pubblico, organizzatori e giornalisti per il loro progetto colto e divertente al tempo stesso. Sono bravi a tenere la scena e con gli strumenti, si scambiano le voci e si amalgamano perfettamente, non sono ripetitivi ma fanno della varietà un punto di forza, sono simpatici e hanno feeling quando presentano le canzoni, regalano una lezione di musica tradizionale americana lontana dalle accademie e dalle spocchie. Non predicano ma suonano e divertono. E questo è quello che vuole il pubblico e la musica.
giovedì 28 luglio 2011
John Hiatt > Dirty Jeans And Mudslide Hymns
A poco più di un anno da The Open Road, un grande album, esce Dirty Jeans and Mudslide Hymns, titolo e foto di copertina bellissime, un lavoro che ricrea il mood del precedente disco anche se non arriva agli stessi livelli di eccellenza. John Hiatt è in fase creativa dal punto di vista delle canzoni e qui ce ne sono alcune davvero buone , specie quando si tratta di mettere sotto i riflettori quell’America profonda e piuttosto noir che sembra uscita da un romanzo di Jim Thompson e James Crumley, come capita di sentire in Damn This Town e nella bella Train To Birmingham ma qualcosa non funziona alla perfezione nel disco ed è una percezione sottile, difficile da definire, che viene fuori dopo ripetuti ascolti lasciando qualche dubbio. Perché le canzoni sono belle, la voce di Hiatt sempre più scura, più muddy, più emozionante e nessuno come lui sa cogliere con una strofa quel microcosmo d’America marginale popolato di miserie, balordi, tristezze ma eppure viva, vera, autentica e i suoni sono quelli che intrecciano il folk col rock, il country col blues in un rumore di strada che dondola il malessere di vivere dentro uno scenario gotico-sudista di jeans sporchi e inni di fango . Ma è l’ impercettibile imperfezione a lasciare perplessi, forse l’impressione di aver già ascoltato altre volte queste sue canzoni, come 'Til I Get My Lovin’ Back come Down Around My Place come Hold On For Your Love, quasi una replica di altri suoi titoli passati o forse, più probabilmente, la produzione di Kevin Shirley, uno che ha lavorato con Iron Maiden, Rush, Dream Theater, Joe Bonamassa, che toglie quella freschezza e immediatezza che contraddistingueva il precedente disco. Alcuni suoi arrangiamenti sono discutibili (Don’t Wanna Leave You Now con tanto di arrangiamenti orchestrali e When New York Had Her Heart Broke lavorata alla Lanois), come discutibile è il ridimensionamento del chitarrista Doug Lancio elemento decisivo nella resa rock di The Open Road. John Hiatt è comunque un cantante ed autore di classe e la classe non mente, eccovi servite quindi la pimpante I Love That Girl e la splendida All The Way Under una ballata tinta di country e di acustico con il raffinato lavoro di Lancio al mandolino ed un pregevole arrangiamento di fisarmonica. E poi ancora la rockata Detroit Made una sorta di risposta a Memphis On The Meantime , la bella Train To Birmingham pregna di umori sudisti, Adios California impreziosita dalla lap steel di Russ Pahl ed evocativa dei paesaggi del sud-ovest e l’acida e younghiana Down Around My Place con l’organo di Reese Wynans (Steve Ray Vaughan).
Come dire che di ragioni per acquistare Dirty Jeans and Mudslide Hymns ce ne è più di una anche se The Open Road aveva un altro tiro.
MAURO ZAMBELLINI
mercoledì 13 luglio 2011
Warren Haynes band a Genova, 11 luglio 2011
Ci voleva un grande concerto per smaltire la mia delusione per lo show di Mellencamp, e Warren Haynes ha oltrepassato qualsiasi aspettativa. Nella deliziosa cornice dell’Arena del Mare nel porto vecchio di Genova a poca distanza dall’Acquario con la lanterna sullo sfondo e gli enormi traghetti della Moby Line che sembravano infilarsi sul palco tanto erano vicini (ma le navi a contrario degli aerei non disturbano) Warren Haynes ha stupefatto le centinaio di presenti (una cifra ridicola per un colosso del genere, molto meno delle “esigue” ottocento prevendite per le quali il bulletto dell’Indiana ha annullato il concerto di Udine) con un set dove la musica è scivolata elegante, intensa, convincente rendendo indimenticabile una serata di mezz’estate. Uno show in cui Warren Haynes ha dato il meglio di sé come cantante e chitarrista e dove la band rigorosamente all blacks ha dimostrato, se ancora ce ne fosse bisogno, che quando bisogna mischiare groove, tecnica e anima i neri non sono secondi a nessuno. In scena è andato l’ultimo album di Warren Haynes, quel Man In Motion che ha spostato il baricentro della sua musica dal duro e arcigno free rock/blues dei Gov’t Mule ad un più rotondo e morbido soul/blues tinto di jazz governato dalla sua Gibson vintage color oro. Il suo è un nuovo Memphis Stax sound che nasce da Albert King e Steve Cropper e incamera rock, blues e jazz mentre la voce si erge superba per intensità, limpidezza, espressività. Da sempre Haynes è lodato come chitarrista ma è come cantante che oggi è diventato un colosso, entra nel cuore, strappa emozioni e arriva dove il suo maestro Gregg Allman gli ha insegnato.
Haynes è un mostro di bravura e talento, è un extraterrestre con la chitarra ed un cantante dall’ugola straziante che proprio nella sua nuova veste di Man In Motion trova massima espressione come soulman e come bluesman tanto da preferirlo in questa veste ai Gov’t Mule, senza naturalmente togliere nulla a quest’ultimi.
Haynes è un musicista in pace con sé stesso, gode a stare sul palco e suonare, ha l’atteggiamento del fan impegnato a deliziare sé stesso ed il suo pubblico, è instancabile, non molla un attimo, passa dall’elettrico all’acustico senza una pausa, accorda la chitarra mentre canta, si asciuga il sudore della fronte e poi riparte con un nuovo blues, non fa in tempo a concludere un pezzo che già inizia il seguente, è un uomo in movimento. Fermo sul palco come una statua è un monumento alla sacralità del rock, coinvolto in una missione dove la musica è la ragione della sua vita. In questo tour non ha portato i musicisti che lo hanno accompagnato nella registrazione di Man In Motion ad eccezione del sassofonista Ron Holloway, bravissimo nel soffiare un mix di be bop newyorchese e di shout alla Arnett Cobb e King Curtis sopra un groove memphisiano assolutamente irresistibile creato dalla coppia Terence Higgins, un batterista elegante e vivace, mai sopra le righe e Ron Johnson, il piccolo bassista con barba e cappello che sembra uno che organizza combattimenti di galli in qualche localaccio di New Orleans ed invece è un maestro di efficacia, tempismo, precisione, essenzialità. Un mago delle quattro corde. Completano la band il Booker T. Jones della situazione ovvero il tastierista Nigel Hall ed una cantante (Ruthie Foster) che fa poco ma basta e avanza. Due ore e mezzo di show senza break e cadute di tensioni, una grande dimostrazione di professionalità, feeling, amore e conoscenza. Passano uno dopo l’altro i brani del nuovo disco : lo splendido up-tempo di River’s Gonna Rise, appassionata, romantica, il funky grasso di Sick of My Shadow, l’eco Otis Redding di Your Wildest Dreams, spettacolare soul da brividi alla schiena, la sincopata On A Real Lonely Night, il Delta rivisitato alla Haynes di Hattiesburg Hustle , la jazzata A Friend To You dove il sassofonista mostra tutta la sua sapienza in termini di contaminazioni. Poi il palco si spoglia, rimane solo Warren con la chitarra acustica. La sua voce fende la notte, l’aria frizzante del mare si carica di magia, anche la lanterna si commuove, prima con una versione da pelle d’oca di One degli U2, poi con Spanish Castle Magic di Hendrix ed infine con Gallow’s Pole dei Led Zeppelin. Quando riparte la band il pubblico si scioglie, Beautifully Broken dei Muli è una ballad da mille e una notte e Man In Motion la chiusura del cerchio prima dell’ acclamato encore di Soulshine con cui Warren ringrazia la wonderful crowd.
Caldo, umile, superbo. Semplicemente divino.
Un esempio per tutti.
MAURO ZAMBELLINI LUGLIO 2011
venerdì 8 luglio 2011
Black Crowes a Vigevano 7 luglio
L’unica cosa stonata della serata è la durata dello show, solo un’ora e mezza per i Black Crowes, una delle band che ha fatto delle jam la propria cifra stilistica e quindi abituata a ben altri tempi. C’era gente che era venuta da Brescia, da Portogruaro, dalla Toscana e dalle Marche sobbarcandosi km e soldi non per vedere il pur bravo Paolo Bonfanti che apre la serata alle 20.45 ma per vedere i Black Crowes che bisogna aspettarli fino alle 22.30 ben sapendo che a mezzanotte si chiuderanno i battenti.
Detto questo lo show dei Black Crowes è stato assolutamente grandioso, una esaltante definizione di rock n’roll quintessenziale con urla, assoli di chitarra, intro di pianoforte, basso che pulsa come un ossesso, lo strepitoso drumming di Steve Gorman, le fiondate R&B e le ballate che si involano nel cosmo con i suoni che si dilatano e ti accompagnano su altri pianeti senza bisogno di un ticket a base di stupefacenti. Pur nella sua brevità e nella quasi assoluta mancanza di brani del repertorio recente quello di Vigevano, prima tappa europea del Say Goodbye to the Bad Guys Tour è stato un doppio concentrato di eccitazione, energia, note sanguinolenti, intensità, urgenza espressiva come poche volte capita di assistere oggi. Magari negli anni settanta queste cose erano all’ordine del giorno, oggi sono una rarità e nessuno meglio dei Black Crowes interpreta il rock come allora, in modo selvaggio, viscerale e trasgressivo, intendendo per trasgressione non il gesto ad effetto, iconoclasta o blasfemo qualsivoglia ma il trasgredire le regole estetiche della musica mainstream che va di moda oggi ovvero poche luci sul palco, nessun fronzolo, solo sei musicisti abbigliati come il loro pubblico con jeans, t-shirt e camice da lavoro ma in grado con le loro voci e i loro strumenti di creare un pathos sonoro ed una febbre emotiva che sono un assalto ai sensi e al cuore dello spettatore che di botto viene spedito direttamente nel nirvana del vero sentire.
Con Luther Dickinson al posto di Marc Ford i Black Crowes hanno mutato il sound ma sono rimasti la più straordinaria rock n’roll band della terra da quando i Rolling Stones se ne sono andati da Nellcote. Li ho visti negli anni novanta con Marc Ford ed erano stati concerti memorabili (Basilea nel 95 come supporter degli Stones e poi Palasesto e Palavobis), li ho visti (deludenti) ai Magazzini Generali al tempo dell’incerto By Your Side ma con Luther è un’altra cosa, né meglio né peggio, solo diversi perché il suono, almeno quello che si è sentito la sera del 7 luglio a Vigevano, si è fatto più aggressivo, più diretto, più memphisiano sebbene Stones e Faces siano sempre dietro le note e quando la jam monta i Dead strizzano l’occhiolino. Luther Dickinson e Rich Robinson si dividono le chitarre e anche se Rich si è infilato in alcuni assoli di grande efficacia è proprio Luther che fa il gioco sporco, che alza il tiro, che alimenta la jam, che spinge in avanti la band in quella che in certi momenti, quando i brani si allungano e abbracciano il cosmo sembra una felice e feroce connessione tra Allman e Dead. In questi frangenti è Chris Robinson con la sua voce da disperato profeta del rock n’roll ad accendere le polveri, canta, balla, urla, poi si ritrae e lascia il campo ai due chitarristi, li guarda passarsi la palla in un devastante gioco al rimando che porta i Crowes nei meandri di un rock psichedelico che è delizia per chi scrive e immaginazione per la mente.
Davanti al pubblico ruvido che il rock n’roll si merita, freaks, bikers e rockers di tutte le età, le lunghe e jammate versioni di Wiser Time aperta alla grande dall’assolo di piano elettrico di Adam McDougal poi sviluppatasi come una formidabile jam di psycho soul/blues, di Poor Eliiah/ Tribute to Johnson omaggio alla carovana di Delaney and Bonnie con Chris Robinson che imbraccia la chitarra e fenderizza come il Clapton di quel tour e di Thorn In My Pride inizio lento e dondolante con Chris Robinson che predica la sua profana omelia rock/blues poi trasformatasi in una selvaggia danza con l’armonica che impazza sull’eco di Midnight Rambler hanno sparso nella magica notte blue del suggestivo Parco del Castello di Vigevano, finalmente una location degna di un evento musicale, le vibrazioni sante del grande rock che fa storia.
Ci voleva gente che viene dal sud degli Stati Uniti, dal triangolo d’oro del rock, del blues e del soul per risvegliare emozioni che parevano estinte. Ci voleva un cantante, Chris Robinson, che sembra Robinson Crusoe ma canta come Rod Stewart e si muove scodinzolando come lo Jagger dell’American Tour del ’72 incitando la folla e la band in un rito sciamanico che si apre con le fucilate di Sting Me e Jealous Again e si chiude con le frustate di Remedy altro lascito del loro antico repertorio a delinquere. In mezzo c’è una folgorante Soul Singing, la commovente invocazione di She Talks To Angels dove i Crowes si ricordano delle ballate, l’urlo memphisiano di Hard To Handle e due tracce del repertorio più recente, il vago country-soul di Good Morning Captain ripresa da Before The Frost e la melodica Oh Josephine da Warpaint.
Undici tracce in tutto per 90 minuti di musica, troppo poco per chi ha aspettato dieci anni per rivederli ma sufficienti per sentire di che musica è fatto il paradiso.
MAURO ZAMBELLINI LUGLIO 2011
fotografia di Renato Cifarelli ©
giovedì 7 luglio 2011
Arianna and The Turtle Blues
Non è vero che il giardino del vicino è sempre più verde. Tradotto in termini di rock non è sempre vero che gli artisti americani e inglesi siano migliori dei nostri. In generale l’educazione musicale e la tecnica posseduta dagli anglosassoni è migliore della nostra perché il rock n’roll, il folk, il country ed il blues fanno parte del loro patrimonio culturale e già in età scolare se non addirittura prima la dimestichezza con gli strumenti, in primis la chitarra, ed il cantare le canzoni vengono quasi naturale, sono pratica diffusa, spesso tramandata dalla famiglia e da un background in cui la musica popolare ricopre un ruolo fondamentale e non è vista come vecchiume. Ci sono però delle eccezioni come in tutte le cose, mi è capitato spesso di vedere e sentire alle nostre latitudini delle autentiche mediocrità incensate solo perché venivano da Oltreoceano e godevano di quel fascino “esotico” che accompagna chi proviene magari da una piatta landa del Texas o da un minuscolo paesino del Tennessee. Casi sporadici ma se dovessi mettere insieme tutti i cantautori o i bluesmen che mi hanno tonicizzato i muscoli mascellari attraverso gli sbadigli in quaranta anni di frequentazione di concerti, beh, la lista sarebbe abbastanza lunga.
Al contrario ci sono dei giovani delle nostre parti che si fanno un mazzo così e ci mettono impegno, talento e conoscenza ma solo perché non si chiamano Johnny, Greg o Emmylou sono visti con sufficienza se non addirittura con diffidenza e spesso sono boicottati dalle riviste di settore. Ad esempio c’è una ragazza dal cognome enologicamente nobile, Antinori, e dal nome classico, Arianna, che quando l’ho sentita per la prima volta in una piazzetta di Travedona, deep Varesotto, sono rimasto, io e i parecchi presenti, di stucco per come imitava e cantava Janis Joplin con un feeling ed uno swing da paura, mostrando amore, passione, disperazione ed onestà nelle sue interpretazioni, senza urlare, senza gigioneggiare, senza schiamazzare ma entrando nelle canzoni di Janis con un sentimento ed una bravura vocale commoventi. Non sono il solo ad essermi accorto della bravura di Arianna perché nel 2010 lei ha vinto il premio del concorso su scala mondiale CHEAP THRILLS-YOU INSPIRED by Janis Joplin indetta dalla famiglia di Janis come miglior interprete della canzone Mercedes Benz. Per tale ragione è stata scelta dalla band originale di Janis, i Big Brother and Holding Company come loro cantante nella tournee europea del 2011 le cui date italiane sono riportate sotto.
Dopo quell’occasionale incontro nella piazzetta di Travedono davanti alla birreria di Poldo, uno che serve la miglior birra alla spina del nord-ovest gestendo da solo un pub molto frequentato , ho rivisto Arianna con la sua Turtle Blues Band il 25 giugno all’ Ameno Festival Blues 2011 e le impressioni ricevute sono state ancora più positive della prima volta perché davanti ad una platea competente e numerosa Arianna ha saputo conquistarsi la “piazza” con un set caldo, sensuale, misurato e profondo, facendo brillare in una magica notte d’estate stelle come Move Over, Down On Me, Piece of My Heart, Turtle Blues, Call On Me, Woman Is Losers e Mercedes Benz, tutte del repertorio di Janis. Ma se la vicentina (nonostante il cognome toscano abita a Vicenza come i musicisti della sua giovane ed entusiasta band) si è costruita la sua personalità su Janis Joplin ( e questo può essere un limite quando vorrà passare da tribute singer a cantante a tutto tondo), il suo pedigree va al di là del suo mito e conosce una cultura e un gusto musicale ben più ampio che abbraccia versioni personali e originali di Black Magic Woman dei Fleetwood Mac, White Rabbit dei Jefferson Airplane (da brividi), Baby What You Want To Me di Etta James, Night Time Right Time dei CCR, Rock n’ Roll dei Led Zeppelin e Oh Darling e Helter Skelter dei Beatles. Mica bruscolini. Un miracolo per una giovane cantante che all’epoca di questi pezzi non era forse neanche nata. A mio modesto parere Arianna Antinori è una promessa canora che stride nel panorama italiano femminile del rock, con la sola Mercedes Benz (per non dire di una White Rabbit da far accapponare la pelle) lei si sbarazza di quattro anni (o quanti sono) di X Factor e talent show similari.
Se non credete alle mie parole andate a sentirvela dal vivo, con la sua simpatica ed in crescendo Turtle Blues Band oppure con i BIG BROTHER AND HOLDING COMPANY che saranno:
Venerdi 29 luglio SPIAGGE SOUL FESTIVAL RAVENNA
Sabato 30 luglio PERAROCK ARCUGNANO (VICENZA)
Lunedì 1 agosto TRASIMENO BLUES CITTA’ DELLA PIEVE
Martedì 2 agosto BLUES SOTTO LE STELLE (L’AQUILA)
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