venerdì 7 agosto 2015

SUMMER IN THE CITY

E' diverso tempo che manco da questo blog, un po' di impegni, problemi vari, molta pigrizia, e poi perché bisogna scrivere per forza se non si ha nulla da dire o da segnalare ? Ritorno con questo Summer In The City, titolo suggeritomi da una strepitosa canzone del 1967 dei Lovin' Spoonful che con lucidità fotografa la mia situazione di esiliato in città in questa torrida estate del 2015. Quella canzone dei Lovin' Spoonful fu tra i primi 45 giri che acquistai quando ero pischello, esattamente a diciassette anni ma già fulminato dal rock e dal beat. I Lovin' Spoonful erano di casa a New York anche se non tutti erano originari della Grande Mela, ed avevano come cantante un simpatico e arguto songwriter, John Sebastian, uno innamorato di jug music, dixieland e folk-rock. Assieme al chitarrista Zal Yanowski, altro geniaccio beat poi allontanatosi dal gruppo perché beccato a Berkeley con della marijuana e costretto a spifferare i nomi di chi gliela aveva passata, al bassista Steve Boone e al batterista Joe Butler coniarono una originale miscela di pop, rock, jug music e folk che venne chiamata good time music per le buone vibrazioni che trasmetteva, un misto di melodie scanzonate, pigre e sognanti ballate e pop urbano con qualche pennellata di esistenzialismo beat. Qualcuno li definì, in modo del tutto inappropriato, la risposta americana ai Beatles, in realtà  incarnavano con le loro canzoni strambe e il loro atteggiamento bohemienne tra vecchi beatnicks e nuovi hippies, il lato meno serioso ed impegnato della musica che usciva dal Greenwich Village, pur con testi affatto banali. Venivano dall'ambiente dei campus universitari ma non avevano l'aria dei professorini e dei nuovi predicatori folk, piuttosto sembravano dei trovatori che cantavano il lato ameno e disincantato di un'esistenza che si prendeva gioco di conformismi, convenzioni, grigiore middleamericano.
Il cinema si accorse di loro, Francis Ford Coppola li usò nella colonna sonora di You're A Big Boy Now, Woody Allen in What's Up, Tiger Lily, film praticamente mai visti alle nostre latitudini. Il loro primo singolo del 1965 già esplose come una bomba, Do You Believe In Magic, e finì nelle top ten americane ma il '67 fu per loro l'anno della consacrazione, prima con Daydream e poi con quella Summer In The City che ti catapultava di netto nell' afosa estate newyorchese di downtown, con l'umidità che dai solchi sembrava appiccicarsi addosso, la voce randagia come un gatto prigioniero di una città che non ti dà scampo, il piano che incedeva ossessivo, il refrain insistente, quei clacson schiamazzanti e quel martello pneumatico che trivellava l'asfalto ed il cervello dell'ascoltatore con un rumore che te lo portavi addosso per tutta la giornata. Una grande canzone, semplice ma esplicativa di uno stato d'animo e di una situazione ambientale perfettamente metropolitana. Un quadro urbano di una espressività straordinaria, la dimostrazione di come un insieme di suoni e rumori possa essere più rappresentativo di un film o un brano letterario. Bene, anzi no, il mio summer in the city non ha il martello pneumatico che trivella sotto casa, almeno quello dopo un paio di giorni avrebbe finito, ma il rumore assordante di aerei che ad ogni ora del giorno e molte ore della notte volano sopra la mia testa e la mia abitazione minando la mia tranquillità, i miei nervi ed il mio ascolto. Adesso che Malpensa è stata "rilanciata" dai voli low-cost e dai cargo merci che volano a bassa quota e fanno un rumore infernale, la situazione è diventata insostenibile, specie nel periodo estivo. I politici (di qualsiasi colore) sono contenti di questo aumento del 4% dei voli estivi ma loro abitano lontano dal rumore e dall' inquinamento, in altre città,  e purtroppo sono contenti anche molti cittadini che in cambio di un paventato posto di lavoro, che nella maggior parte dei casi si traduce in contratti iper-precari, condizioni di lavoro pessime, rapporti di lavoro ricattabili in ruoli che spesso prevedono la scopatura delle scale di servizio, la pulitura dei cessi, l'imburrare panini al bar, l' impacchettatura bagagli all'entrata, sarebbero disposti anche a far entrare l'aereo in casa loro a cenare con la famiglia. Altro che No Tav, qui sono disposti a tutto, anche allo schiavismo. Non entro nella questione, il lavoro è garanzia di dignità e futuro, ma questo deve essere dignitoso e assoggettato a regole, diritti e doveri scritti e condivisi, che oggi non ci sono, ed un aeroporto col suo traffico aereo ed il suo indotto deve essere rispettoso della vita dei cittadini che ci abitano attorno, anche di quelli che dell'aeroporto farebbero benissimo a meno. Invece negli anni non c'è mai stata una seria valutazione di impatto ambientale, che sia poi stata realmente valutata dalle autorità scientifiche competenti, cosa che avviene in tutti i paesi del mondo ed invece la prospettiva è quella di aprire ancor di più le porte a cani e porci, vecchi vettori fracassoni e cargo-merci che fanno un rumore infernale e ti svegliano di soprassalto in piena notte, pur di avere traffico e business, e of corse giro di mazzette. Quando li vedo salire gli aerei, abito al quarto piano di un palazzo con davanti poche case e i boschi che scendono verso l'aeroporto, una volta portatori di sintesi clorofilliana oggi sede di enormi parking con cui i proprietari di quei terreni si sono fatti i soldi alla faccia dell'ambiente e del paesaggio, e li vedi arrivare con le loro luci rosse, bianche e verdi e la sagoma di un uccellaccio sornione da lontano ma aggressivo da vicino, vorrei tanto trovarmi in un videogioco ed abbatterli con un colpo secco, liberatorio, consapevole poi di aver fatto delle vittime innocenti. Francoforte che è uno dei maggiori hub europei, chiude di notte per salvaguardare la salute e la tranquillità dei propri abitanti, da noi invece porte aperte a tutti ad ogni ora del giorno e della notte, anche ai tedeschi che fanno da noi quello che non possono fare da loro. Spesso ascoltare un disco è un'impresa e non basta mettere a tutto volume Jet Airliner della Steve Miller Band per lenire la pillola. Torniamo a terra e scusate lo sfogo, Summer In The City la potete trovare nell'album Hums, il migliore tra quelli realizzati dai Lovin' Spoonful, ri-ri-ri ristampato proprio in questi giorni.
 
Sono poche le novità nel rock che mi hanno colpito, ma la spiegazione è che sono diventato difficile e compro dischi sempre più raramente, così come centellino i concerti, sempre più cari. Ho evitato di sborsare 90 euro o giù di lì per l'ennesimo concerto di quel santo che ti fa capire quale canzone ha cantato solo il giorno dopo, quando in internet leggi la scaletta della sera precedente. Mi sono piaciuti per onestà e musicalità, a loro modo molto diversi, John Hiatt al Carroponte di Sesto San Giovanni (la recensione la potete leggere sul Buscadero on line) e i Counting Crows nel caldo torrido di Pistoia Blues,  concerto sudato e lirico, Duritz all'altezza del suo carisma, per nulla star ma grande elargitore di ballate spirituali e visionarie tra il cielo e la terra che hanno il potere di trasmettere benessere e positività anche quando parlano del lato sbagliato della strada. Degna apertura di serata  con Arianna Antinori and Turtle Blues per l'occasione rimpolpati di sax e tromba. Sul grande palco Arianna e soci non hanno sfigurato, anzi hanno superato l'esame di maturità, lei ha grinta da vendere e ci crede, loro ci mettono l'anima e maneggiano bene gli strumenti.  

Acquisti pochi quindi, mi salvo ascoltando dischi e CD che già posseggo, che sono tanti, la soundtrack quotidiana è peraltro garantita e non mi annoio, così come non si lamentano i vicini (ci mancherebbe, col casino che fanno gli aerei) anche quando il volume è over. Un buon dischetto è quello dei Banditos, copertina in stile outlaw e biker, un arzillo mix di roots-rock, southern rock, boogie, hillibilly e qualche ballata sciogli cuore. Cantano in tre, il chitarrista Corey Parsons,  il banjoista Stephen Pierce e la vulcanica Mary Beth Richardson, la Janis della situazione. Proprio l'alternanza delle voci permette una varietà che non guasta e pur non essendo propriamente originali si lasciano ascoltare con piacere vagando con una certa anarchia tra un sanguigno boogie sudista e l'hillibilly gotico dei primi 16 Horsepower, il roots-rock agro-urbano dei Drive By Truckers e qualche atmosfera bucolica che allenta la tanta energia e l'atteggiamento fuorilegge di questi Banditos.
Un pimpante disco di blues arriva da uno che ha 82 anni e ha già realizzato tra live, studio e quant'altro, 62 dischi. Lui è John Mayall ed il suo Find Way To Care dimostra come il blues sia un elisir di lunga vita. Mayall è uno straordinario cantante/musicista "fresco e vivace" anche alla sua età, qui lo dimostra con una band ridotta all'osso che lo segue come un segugio mentre lui si limita a qualche colpo con l'armonica e la chitarra per dedicarsi in lungo ed in largo al pianoforte e all'Hammond. Il risultato è un blues che mette insieme vagiti antichi di British blues alla Spencer Davis Group, primi Moody Blues con la West-Side di Chicago e con Muddy Waters, tutto secondo lo stile e l'inconfondibile voce di un bluesman bianco che a suo tempo è stato innovatore e rivoluzionario ed è passato da pioniere a veterano senza colpo ferire e senza piangersi addosso. Un gigante, un uomo di blues inossidabile ed intelligente, John Mayall di Manchester.

 
Di blues si parla anche in due dischi italiani, quello della Gnola Blues Band, Down On The Line, riuscito sforzo di portare il blues a pascolare fuori dal recinto, con un aperto ricorso alle ballate, tutte eccellenti, e ad un rock melodico, naturalmente tinto di radici blue, che può far storcere il naso ai fondamentalisti del genere ma soddisfa il palato eretico di quanti trovano il blues anche nei Rolling Stones, in Graham Parker, nella Frankie Miller Band, in John Hiatt, Ry Cooder e Sonny Landreth. Consigliato in macchina a volume alto. Contiene una personale versione di Ventilator Blues e in due brani c'è l'inconfondibile tocco di Chuck Leavell. Il secondo disco è quello di Paolo Bonfanti, genovese trapiantato a Casale Monferrato, anche lui ultimamente annoiato di solo shuffle e ortodossia in dodici battute. Nel suo nuovo disco Back Home Alive  rilegge con la sua band alcuni brani della sua passata produzione rivestendoli di nuove sonorità e rivisitandoli con nuovi arrangiamenti, spesso arditi e coraggiosi.  Un ruolo centrale la gioca la fisarmonica (Roberto Bongianino) che dona all'intero set un deciso orientamento roots, accentuato dal lavoro di Steve Berlin (Los Lobos) come produttore. Il mood è puro roots rock americano, tra intenti cantautorali (le canzoni di Bonfanti) e attitudine da rock band tra Lobos, Blasters e sapori louisiani, con cover centellinate tra Who (The Seeker), Van Morrison (A Nickel and A Nail) e Grateful Dead (Franklin's Tower). Due dischi che dimostrano la maturità di quella generazione di bluesmen italiani ormai maturi nelle loro escursioni oltre confine
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I Lucero sono una band che agli estimatori del roots-rock o alternative country è sempre piaciuta sebbene non abbiano mai raggiunto lo status e la brillantezza dei Drive By Truckers e nemmeno un disco che si elevasse verso l'olimpo. All'inizio erano troppo punk per il classic rock, poi hanno ridefinito il tiro e nel 2009 si sono accorti di essere una band di Memphis quando per l'album 1372 Overton Park  hanno ingaggiato una sezione fiati e hanno allargato il loro alternative country-rock verso i paesaggi sonori della città occhieggiando alla Stax. Prima di allora si erano segnalati per una onesta e sincera attitudine con  un rock urgente  e aggressivo, qualche volta a ridosso di sonorità garage ma il disco della svolta è stato proprio quel lavoro del 2009, intitolato come il parco di Memphis attorno al quale è girata la loro gioventù e la loro voglia di evadere con la musica. Dopo 1372  Overton Park  c'è stato Woman & Work  ma non ha avuto lo stesso impatto sebbene la strada fosse la stessa e la voce di Ben Nichols, chitarrista e leader del gruppo, una volta di più rovesciasse con quel timbro aspro e disperato la sua inquietudine ed il suo essere fuori posto sempre e comunque, a meno di non trovarsi in un romanzo di Cormac McCarthy. Autore tanto amato dal nostro al punto da dedicare al suo Meridiano di sangue un mini album di ballate collocate negli orizzonti infuocati del West. Da quel disco e dalle radici memphisiane espresse negli ultimi lavori, nasce il nuovo disco All  A Man Should  Do  forse il lavoro più ponderato ed intimista dei Lucero per quella verve balladiera che accompagna tutte le tracce del disco, sottolineate dal continuo e minuzioso lavoro di pianoforte di Rick Steff membro originario della band e mattatore del disco, artefice di un sound  meno aggressivo e rutilante e più avvolgente. Se difatti 1372 Overton Park  faceva sfoggio di un'euforia ed una grinta che si appoggiavano su sferragliate chitarristiche da garage band e sul potente innesto fiatistico all'insegna di un viscerale e primitivo rhythm and blues, All A Man  Should  Do  smussa gli angoli e più che il lavoro di una band sembra il frutto di un ispirato songwriter con tutte quelle aperture melodiche, quel fine lavoro nelle armonie, quelle ballate malinconiche e crepuscolari e quello struggersi nella dualità delle relazioni e del sentirsi invecchiare. Ben Nichols, l'autore dei testi, e Rick Steff hanno scelto di cambiare copione e hanno trascinato con loro il resto della band, ma non hanno tradito le loro origini perché se brani come They  Called Her Killed  con quella fisarmonica persa nei rimpianti, la dondolante e armoniosa Baby Don't You Want Me e il  nostalgico racconto di Went Looking For Warren Zevon's Los Angeles sembrano spostare ad ovest il loro baricentro  oppure la dolce I Wake Up In New Orleans fa capire come i Lucero si collochino in quella tradizione di american bands tutte strade&motel, altri numeri come Young Outlaws, Can't You Here Them Howl  e la splendida, conclusiva My Girl and Me In '93  sciorinano tutta una tradizione memphisiana nell'arrangiare i fiati e nel soffiare trombe e sax come fecero gli Stones dei primi settanta e come avrebbero voluto fare i Drive By Truckers country-soul di The Big To Do  e Go-Go Boots . Il limite del disco è una certa ripetitività melodica sia nella voce sia nelle sottolineature dall'onnipresente pianoforte, ma è un disco interessante. Ascoltatelo prima in rete prima di comprarlo.
 

Anche 3 Shots degli Hollis Brown è un buon dischetto anche se ai recensori della rivista su cui scrivo non è piaciuto molto. Il fatto è che il nuovo lavoro è molto diverso da Gets Loaded con cui la band rileggeva integralmente Loaded dei Velvet Underground mettendoci una verve garagista da Paisley Underground e creando una atmosfera da attrazione fatale. No, 3 Shots è molto diverso, soprattutto perché smussa il loro dark side a favore di un approccio melodico e soul molto più marcato. E' vero che davanti ad alcuni brani si rimane un po' basiti, ad esempio in Death Of An Actress sembra di sentire Leo Sayer e Sweet Tooth ha una percentuale di zucchero tendente alla glicemia, ma in altri momenti, e mi riferisco  a Wait For Me Virginia e a Sandy, l'equilibrio tra dolcezze e rock n'roll funziona anche con qualche innesto di sax e trombe, una voce che si fa soul ed echi byrdsiani. Non mancano episodi da blue-collar band, Rain Dance ha ritmo, svacco e sporcizia. Johna Wayne  cavalca tra impennate elettriche furiose e deliranti e pause acustiche mentre in controtendenza la title track evoca i Fleetwood Mac californiani. In fondo è vero, 3 Shots non ha un vero focus ma il disordine degli Hollis Brown mostra  creatività ed una evoluzione tutta in divenire. Almeno speriamo.


All'inizio faticavo a capire la grandezza di un disco come Ashes & Dust di Warren Haynes coi Railroad Earth, la jam band bluegrass più popolare d'America. Mi sembrava come mettere insieme il limone col cioccolato, ovvero la voce bluesy di Warren Haynes, la sua chitarra ribollente, coi violini, le corde acustiche e i mandolini agresti dei Railroad Earth, un connubio che strideva e non creava amalgama. Due corpi a sé. Sono bastati quattro ascolti per ricredermi, quella di Ashes & Dust  è grande musica, questo è un grande disco e ve lo dice uno mai troppo accondiscendente verso i suoni country oriented. Ma qui c'è il blues mascherato da hillbilly, c' è la stoffa del songwriter, c'è il ricercatore che va a riscoprire nella sua North Carolina gli autori di canzoni che lo hanno influenzato (Ray Sisk, Malcome Holcombe, Larry Rhodes), c'è il retaggio della musica celtica e della musica di montagna ma anche il jazz acustico e l'american cosmic music, c'è insomma una visione a 360 gradi che consente a Haynes, ben appoggiato dai Railroad Earth, di uscire dal suo sterminato background rock/blues per rivelarsi come un musicista a tutto tondo, il più creativo musicista che la musica americana ha espresso negli ultimi vent'anni. E questo basta per consigliare a chiunque Ashes & Dust, il mio personale summer of 2015 record, tra jam pseudoacustiche (l'immensa Spots Of Time), echi di Higway Call di Dickey Betts, ballate intimiste, scampoli dei Dead unplugged, melodie da songwriter  e l'ombra di un'America rurale affascinante e misteriosa. Perfino l'episodio west-coast pop di Gold Dust Woman di Stevie Nicks, cantata con Grace Potter come fossero i Fleetwood Mac di Rumours.
 

Una ristampa per chiudere il capitolo dischi. Molto si è scritto e detto a proposito della ristampa di Sticky Fingers dei Rolling Stones. Tutto Ok, quello è uno dei capolavori della loro discografia e di tutta la storia del rock,  ma per l'ennesima volta l'appassionato che ha acquistato l'edizione super-deluxe si è sentito prendere per i fondelli. In quella edizione, che costa la bella cifra di 100 euro e passa, oltre agli show della Roundhouse di Londra del marzo 1971 e di Leeds dello stesso mese, veniva incluso  nel DVD allegato un assaggio del concerto  tenuto al Marquee di Londra dello stesso marzo. Due brani e stop. Alla faccia di chi ha acquistato la super deluxe edition, viene pubblicato nemmeno un mese dopo ad un prezzo molto ragionevole il CD+DVD Rolling Stones From The Vault- The Marquee Club Live in 1971 che riporta interamente tutto quel concerto al Marquee, una specie di opera d'arte visiva e audio di cosa fossero gli Stones prima di emigrare in Francia.  Una band in cima al mondo, non per i soldi ma per il rock n'roll, una band che aveva bisogno solo di attaccare la spina e stappare una bottiglia di Bourbon per mandare l'ascoltatore in orbita e far capire quanto potente sia il rock n'roll in quanto ad eccitazione, capace di suscitare uno stato emotivo di esaltazione/benessere pari a quello che si prova quando si "conquista" ( donne perdonatemi il maschilismo, ma stiamo parlando degli Stones) una donna. E' solo un'oretta di musica, perché lo show è uno special televisivo allestito per invitati e addetti ai lavori ma basta e avanza. Midnight Rambler non è mai suonata così disordinata e carica, Live With Me è una fucilata rhythm and blues che fa saltare le fondamenta della Stax, Bitch è sporca da morire e Jagger è lì sul palco non per fare l'attore ma il più sfrontato e straordinario frontman che il rock ricordi. Obbligatorio l'acquisto.
 

Dai dischi ai libri, anzi ai libri di due amici. Una marchetta? Non ho nulla da guadagnare se non una bevuta con Denti ed un "grazie Zambo" da Cerbone. Due libretti usciti da qualche tempo e non hanno certo bisogno della mia segnalazione. Il primo è Non Siamo Qui Per le Caramelle,  già in ristampa visto che gli esodati (a proposito è talmente una parola fuori senso che anche il correttore di word me la segna come errore) del sud Milano sono tanti. Marco Denti ha raccolto la testimonianza di questi dimenticati del capitalismo in crisi e ne ha costruito una sorta di romanzo alla Kurt Vonnegut raccontando per filo e per segno quello che nel dicembre del 2011 un governo eletto solo da Presidente della Repubblica ha decretato per migliaia di lavoratori in procinto di andare in pensione. Ovvero ha condannato all'invisibilità lavoratori con un passato di contributi regolari  coniando un termine fino all'ora non compendiato dal vocabolario della lingua italiana: ESODATI. Marco racconta il loro travaglio senza pietismo ed indulgenza, come fosse una fiction, ma cazzo è una cosa vera anzi verissima, uomini che sono diventati fantasmi irrequieti, identificati con un codice, che hanno vagato, pregato, urlato, bussato, non in cerca di una terra promessa ma del futuro che è stato loro negato con una firma e una legge della repubblica, proprio in procinto del loro arrivo alla pensione, togliendoli di fatto dal mercato del lavoro. Un romanzo agghiacciante, che fa incazzare e lascia attoniti, pura fantascienza se non fosse la più cruda real politik del nuovo millennio. Il miglior blue-collar book dell'anno.
 

Di altro tenore è America 2.0 di Fabio Cerbone, uno che di America se ne intende visto che è l'animatore ed inventore del sito Roots Highway e l' autore di libri come Levelland, nella periferia del rock americano. La sua conoscenza dell'universo americano è squisitamente letteraria e musicale ma approfondita e ciò gli ha consentito di scrivere un libro che a partire da canzoni entrati nell'universo della musica a stelle strisce più vicina al mondo dei blue collars, degli hobo, dei ramblin' gamblin men, dei beautiful losers, racconta di una grande illusione finita nel macero dei sogni perduti. La minuziosa conoscenza della materia musicale ed una indubbia capacità descrittiva  permettono a Fabio Cerbone di accompagnarvi dentro le storie di cui prima avevamo sentito solo i suoni, le parole e le note e adesso ne cogliamo il respiro, i drammi, le vicende umane, i travagli. Così lo splendido racconto di Nella Valle di Tecumseh basato sull'omonima canzone di Townes Van Zandt sembra  un noir che crea un'attesa spasmodica e La Scheggia, costruita attorno a Sam Stone di John Prine, è la più cupa e drammatica cartolina del post-Vietnam che l'America di provincia potesse inviarci. Non sono gli unici racconti a coinvolgere, bellissimo è anche La Cadillac di Elvis basato sulla canzone di John Hiatt Tennesse Plates e pure Qualcosa di grande, liberamente tratto da Something Big di Tom Petty ha il potere di portarvi dentro una storia che ben riflette gli umori della canzone  da cui Cerbone ha tratto l'ispirazione. Altri racconti sono più didascalici e sono contornati da un romanticismo un po' calcato, quel romanticismo degli ultimi però che appartiene di diritto a questa musica di perdenti che richiedono dalla vita la propria chance di riscatto. Perché  l'America che piace a Cerbone e a noi non è quella dei vincitori e della forza, ma è quella che si ritrova nella grande illusione tradita, che amabilmente Fabio Cerbone racchiude in un libro sapientemente strutturato come un vinile, ovvero una Side One coi raccomti dell' Heartland  e di Down The Promised Land, ed una Side Two con  Drive South, Into The Desert e Way Out West. Sedetevi in poltrona allora, infilate il CD con una canzone di Kris Kristoffersson, o Dave Alvin o Tom Waits o ancora meglio appoggiate la puntina su quei vinili, aprite il libro e iniziate il viaggio. Dentro le mura della vostra stanza vi apparirà l'America come l'avete ascoltata da una vita.

Questo post è dedicato ad uno dei più grandi artisti del rock n'roll, vissuto per le nostre emozioni. William Paul Borsey Jr. alias Willy DeVille di Stamford, Connecticut, 25 agosto 1950- 6 agosto 2009.

MAURO ZAMBELLINI  

 

 

 

 

 

 

   

 

 

 










domenica 7 giugno 2015

STICKY FINGERS

 
 

Pubblicato nell' aprile del 1971 quando i Rolling Stones erano già in "esilio" per motivi fiscali in Costa Azzurra, Sticky Fingers rappresenta un disco spartiacque nella carriera della band. Innanzitutto è il loro primo disco degli anni settanta, almeno tra quelli registrati in studio, una decade che tra cento peripezie li vedrà andare su e giù come una barca in balia della tempesta, è il disco che inaugura la loro etichetta personale  con la leggendaria linguaccia rossa come logo, diretta da Marshall Chess, figlio del fondatore della Chess di Chicago e distribuita dalla Atlantic di Ahmet Ertegun, ed è il disco benedetto da una delle più iconiche copertine della storia del rock, quei jeans Levi's disegnati da Andy Warhol con la zippo che si apre sugli slip e sul ventre di un modello, ed è soprattutto l'album che riporta i Rolling Stones in vetta alle classifiche americane, sei anni dopo Out Of Our Heads. 
Da molti definito il più grande successo dei Rolling Stones, pur pubblicato a fianco dei mitici cinque pezzi facili della band, ovvero l'esaltante tombola costituita da Beggar's Banquet, Let It Bleed, Get Yer Ya-Ya's Out ed Exile On Main Street, cinque capolavori in quattro anni. Quando uscì ebbe un immediato riscontro di popolarità e di consenso tra pubblico e critica, fu subito amato e preso a simbolo della trasformazione dei Rolling Stones inglesi legati ai singoli di successo in quelli americani più complessi, sfaccettati e devastanti dal vivo. Fu un successo immediato, a contrario di Exile per cui ci volle un po' di tempo per digerire quel suono caotico e "confuso"e la mancanza di dirompenti singoli da classifica. Sia Tumbling Dice che All Down The Line non potevano competere con le due canzoni che, come una sberla senza preavviso, aprivano la facciata A e B di Sticky Fingers, sulla prima c'era Brown Sugar, il parente più stretto di Jumpin' Jack Flash con quel titolo che alludeva al sesso e alla droga e quel riff marchiato dalla chitarra di Richards, sulla seconda c'era Bitch, provocatorio titolo che non faceva altro che ribadire la loro misoginia ed il loro sfacciato maschilismo, una canzone col titolo di puttana faceva impallidire gli stessi David Bowie e Lou Reed.
Il risultato fu che  Sticky Fingers entrò subito nel cuore degli appassionati di rock ergendosi ad immagine di una band che all'epoca non aveva rivali nel focalizzare quel contorto mix di trasgressione, decadentismo chic e ciò che ancora rimaneva della ribellione giovanile. Erano gli Stones al top della loro provocatoria ispirazione, insolenti ed arroganti, solo qualche mese dopo aver  soffiato sul fuoco ad Altamont, loro erano il rock n'roll, i Led Zeppelin erano ancora in rampa di lancio e i Faces troppo cockney per essere delle star da jet set. Gli Dei si erano rifugiati a Villefranche sur Mer, affacciati sulla baia dove era ormeggiato il vecchio panfilo di Erroll Flynn, decadenti ma con classe da vendere. Nonostante avessero lasciato in fretta e furia l'Inghilterra dopo un fugace Farewell Tour, nella primavera del 1971, agli occhi di tutti, i Rolling Stones sembravano in gran forma, più cool che mai pur essendo stati molto vicino a quello che gli inglesi chiamano Queer Street, la strada della rovina, ovvero cattive circostanze, penuria, debiti, bancarotta e perdita di credibilità. Con Altamont avevano rischiato di compromettere la loro credibilità ma ne erano usciti diabolicamente rafforzati, se non altro perché il patto col diavolo, visto l'entrata in scena di Rupert Loewenstein, uno che maneggiava i soldi come loro maneggiavano le droghe, lo avevano firmato davanti ad un notaio ed il cambio di scenario nel management e nella casa discografia, nell'immediato futuro voleva dire un fiume di soldi direttamente nelle loro tasche. Vendite di dischi e arene piene permettendo. Cose che non hanno mai fatto difetto agli Stones e in quei giorni di esilio confermava la regola che più sei canaglia più la fortuna ti arride. Scorazzavano in lungo e in largo sulla Costa Azzurra, tra i casinò di Beaulieu, le donne di Nizza e gli spacciatori di Marsiglia ed intanto Sticky Fingers scalava le classifiche di tutto il mondo imponendo la loro beffarda e sguaiata linguaccia a fior di dollari.

E' la spregiudicatezza che fa il rock n'roll, specie in quell'era ancora innocente di vizi, sperperi & rivoluzione, e loro ne erano i maestri. Così la Bibbia dell'epoca, Rolling Stone recensì Sticky Fingers " nel cambio di decade tra gli anni sessanta e gli anni settanta i Rolling Stones non solo sono ancora vitali ma smerdano tutto il resto della produzione rock".  Al di là delle fortune e dei patti diabolici, è bene sottolineare che quando fai seguire ad un capolavoro come Let It Bleed un altro capolavoro vuol dire che il tempo sta veramente dalla tua parte, nel senso che si possiede l' estro, la creatività e la capacità di cogliere lo zeitgeist, lo spirito del tempo nei suoi plurimi aspetti, sia estetici che ideali, se tale termine non fosse troppo impegnativo per tipi che hanno badato più che altro ai soldi, al divertimento. Oltre alla gloria. La strada li ha glorificati sempre e comunque, anche nei momenti più bui ma in quegli anni ogni cosa che gli Stones facevano diventava leggendaria. Ad esempio, la copertina di Sticky Fingers. Jagger chiese a Andy Warhol, altro narcisista di rango, di ideare una copertina quando ancora l'album non aveva un titolo. La sfida fu proteggere il vinile dalla zip, autentica, funzionante ed in rilievo e posizionata sulla parte anteriore della copertina. Un inserto di cartone raffigurante un ventre maschile con tanto di slip e peluria, funse da barriera. Gli Stones diedero 15 mila sterline a Warhol per concepire la copertina, risultata essere un art-work da museo di arte moderna..
Come racconta Bill Wyman nel suo Rolling With The Stones, il giovane con i jeans era l'amico di Warhol Corey Tippin, qualcuno dice che fosse l'attore della Factory Joe Dallesandro, altri che Warhol avesse pescato l'immagine da una collezione di foto scartate. In seguito l'assistente di Warhol Craig Braun dichiarò che il modello sulla parte anteriore della copertina era Jed Johnson e quello in mutande lo stesso. Quella non fu l'unica copertina dell'album in circolazione, per anni rimase un boccone prelibato per collezionisti la copertina dell'edizione spagnola  raffigurante una lattina con la dicitura Fowler's West India da cui spuntavano delle dita di donna insanguinate a bagno in una melassa non meglio identificata. Un disegno pulp che il regime di Franco aveva permesso al posto degli "sconci" jeans con zippo. Mai capiti i fascisti.



Sticky Fingers fu inciso in posti diversi, ci furono registrazioni negli studi Olympic e Trident di Londra, in Alabama a Muscle Shoals e a  Stargroves, il maniero di Mick Jagger a East Woodhay dove le session si protrassero per tutto il novembre del 1970 con alla consolle Andy Johns e Glyn Johns ed il produttore Jimmy Miller. Ma la storia dell'album inizia ben prima di quell'inverno, nella settimana precedente Altamont, durante il tour americano del 1969 quando gli Stones si fermarono per tre giorni a Sheffield in Alabama per registrare ai Muscle Shoals Sound Studios. All'inizio il gruppo avrebbe dovuto registrare a Memphis col musicista e produttore Jim Dickinson ma a quel tempo la Federazione dei musicisti americani poteva rilasciare alle band straniere solo un permesso per fare un tour oppure uno per incidere, ma non entrambi. Agli Stones era già stato proibito registrare a Los Angeles e allora per sfuggire il controllo del sindacato optarono per Memphis ma anche lì il gruppo non potè muoversi con sufficiente sicurezza, anonimamente. Fu Jim Dickinson a consigliare Muscle Shoals, là nel profondo sud nessuno li avrebbe conosciuti ed infastiditi. E fu così, quando l'aereo con gli Stones a bordo atterrò quello fu l'aereo più grande che avessero visto da quelle parti. La visita a Muscle Shoals si rivelò fruttuosa perché in quegli studi la band registrò Brown Sugar, Wild Horses e You Gotta Move. Jim Dickinson fu l'unico musicista presente in quelle session oltre a loro e a Ian Stewart e grazie a lui gli Stones riuscirono a penetrare nell'atmosfera del Sud tanto da essere automaticamente accettati dai musicisti che di solito frequentavano lo studio. Anche se la scelta di quel luogo fu dettata da esigenze contingenti, probabilmente  andare a Muscle Shoals non fu casuale, i Rolling Stones si erano spinti in quella parte del profondo Sud per attingere a quella stessa fonte da cui fluiva la musica che avevano scoperto a Chicago negli studi della Chess, quando si erano trovati di fronte a Muddy Waters. Muscle Shoals significava per loro il suono del Sud, non esclusivamente il blues del Delta ma gli intrecci di questo con il soul, il gospel, il rhythm & blues, l'honky-tonk, la musica hillbilly, in generale gli umori e le atmosfere di una southern culture che in quegli studi era di casa. Quelle influenze che già si erano manifestate in brani come Honky Tonk Women, Gimme Shelter e You Can't Always Get What You Want e più in generale nel sound di Beggar's Banquet e Let It Bleed  si sarebbero accentuate  assorbendo una lezione musicale senza paragoni. Dov'erano nate You Better Move On, When a Man Loves a Woman e dove fu registrato tutto il meglio del soul americano, il rock degli Stones avrebbe attinto da quella scuola. E fu veramente così, al di là del numero ridotto di brani là registrati, il loro rock assorbì la musica americana in un modo che rendeva difficile confonderli con gli originali, un blues da "gatti randagi" come quello dei loro primi dischi filtrava il canto di sofferenza di un popolo con la dissolutezza da jet-set di giovani bianchi decadenti e viziati e per di più inglesi. Era un sound unico e senza precedenti, avevano metabolizzato l'America e la rioffrivano con le sciarpe damascate, il mascara sugli occhi e gli stivaletti di pitone, esaltando con un suono sporco e con testi cupi e misteriosi quello che restava dell'America del mito. Questo è Sticky Fingers  anche se tale processo raggiunse l'apoteosi col seguente Exile On Main Street, un percorso valorizzato da straordinari progressi tecnici e da sottigliezze melodiche consentite da due stili di chitarra diversi e complementari, la solista pregna di blues di Mick Taylor e la ritmica rock n'roll di Keith Richards. Il pubblico comprese e apprezzò immediatamente la bellezza di Sticky Fingers in tutte le sue novità, dal retaggio Stax sound di I Got The Blues dove compare la piccola sezione fiati di Bobby Keys al sax e Jim Price alla tromba (entrambi provenivano dai Friends di Delaney and Bonnie) al country-blues di Mississippi Fred McDowell rielaborato in You Gotta Move, con Richards che si cimenta con la bottleneck sulla chitarra acustica e Taylor che suona la slide con una vecchia Telecaster del 1954, dal country bislacco (reso anomalo dall' accento tutt'altro che americano di Mick Jagger) di  Dead Flowers con un testo gotico dove spuntano rose, aghi e cimiteri, alla lunga jam di impronta latin rock di Can't You Hear Me Knocking con la presenza del percussionista Rocky Dijion ed un tour de force da parte di Taylor in stile Santana, accostamento che Richards ha sempre negato ma che lo stesso chitarrista messicano ne rivendicò l'influenza interpretando il brano sull'album Guitar Heaven.  Senza dimenticare le orchestrazioni orientaleggianti (il primo abbozzo del brano aveva il titolo di The Japanese Thing) e l'arrangiamento di archi di Paul Buckmaster in Moonlight Mile, un languore etereo in cui si parla di "una testa piena di neve" in  contrasto con le sonorità spesso aggressive del resto dell'album, ragione per cui venne raramente eseguita dal vivo
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Con la droga sempre più presente nella vita di  Richards, Sticky Fingers  proietta veri e propri riflessi di morte e la musica si carica di tinte fosche, e la durezza di linguaggio e di sonorità, logica conseguenza di una droga dura e disincantata come l'eroina, sparge un'aria sinistra, al pari di certi lavori di Lou Reed dell'epoca. Pervaso da una sorta di fascino maledetto divenne oggetto di culto anche alle nostre latitudini e  paradossalmente tra alcune frange "non allineate" dell'allora sinistra extraparlamentare (vedasi a Milano il Collettivo Casoretto), come fosse una sorta di corrispettivo musicale degli anti-eroi raccontati dal cinema della Nuova Hollywood allora in voga. Ad esempio, nella dolente ballata Sister Morphine, suona ossessiva l'invocazione di un po' di morfina da parte di un malato che non desidera altro che morire, e Wild Horses altra magnifica ballata del filone country degli Stones, frutto dell'approfondimento nel genere da parte di Keith Richards per via della frequentazione con Gram Parsons (ne uscirà una versione già nel 1970 da parte dei Flying Burrito Brothers di Burrito Deluxe), si cela dietro i presunti significati delle sue liriche, è una canzone per Marianne Faithfull o una ninna nanna per Marlon, il figlio di Richards, è una canzone sulla droga o quel couldn't drag me away è solo il rifiuto di Richards di rimettersi on tour, lui che ne scrisse il testo. La registrazione di Sister Morphine risale all'epoca di Let It Bleed e fu scritta in collaborazione con Marianne Faithfull, fu pubblicata come B side del suo singolo Something Better e venne ripresa in mano dagli Stones a marzo del 1969 con un grande intervento di Ry Cooder con la slide e Nicky Hopkins al piano. La canzone riflette l'atmosfera oppressiva da tempesta della notte in cui fu registrata ma Marianne Faithfull, al tempo non ancora tossicodipendente, affermò in seguito che quella canzone coglieva un malsano sentimento suicida di cui si sentiva afflitta. Jagger sostiene che la sua ex compagna esagera nell'attribuirsi il testo della canzone in toto e questo spiega la controversa questione dei credits, visto che nell'album originale compaiono solo i nomi di Jagger/Richards e il nome della Faithfull ricomparve solo nella ristampa dell'album del 1994.

Wild Horses fu invece registrata nel dicembre del 1969 ai Muscle Shoals e prese spunto dal cazzeggiare di Richards con le accordature aperte "mi ero messo a strimpellare su una sei corde con accordatura aperta in mi ed il suono era molto bello, ma alle volte ti vengono strane idee. E se provassi un'accordatura aperta su una dodici corde? Di fatto significava tradurre ciò che faceva Mississippi Fred McDowell- la tecnica slide sulla dodici corde-nella modalità a cinque, ovvero su una chitarra a dieci corde. Fu uno di quei momenti magici in cui tutto si incastra, come per Satisfaction, la senti in sogno e d'un tratto ce l'hai tra le mani". Ian Stewart si rifiutò di suonare il pianoforte a causa delle tonalità minori che detestava, così il lavoro fu fatto da Jim Dickinson che usò un piano verticale abbandonato in fondo allo studio, dove tenevano dentro la droga.

L'alone sinistro e sfuggevole di Sway, invece, traspare già dal titolo, letteralmente Sway significa spinta, influenza, impero, possesso, dominio. Molti vogliono però che Sway sia l’abbreviazione di satan way, la strada di satana, è lecito quindi supporre che il dominio del significato letterale sia quello del demonio e di Lucifero. Lo avvalora Zachary Lazar, giovane scrittore del Colorado, nel suo libro, intitolato  appunto Sway, un vizioso giro di fantasia e abile ricerca attorno ad una girandola di eventi sanguinari e oscuri che trasformarono nel 1969 l'estate dell'amore nella stagione dell'orrore.  Suono ossessivo e metallico, bluesato Delta, Sway è un sordido impasto di chitarre (Jagger e Taylor), cori (Richards, apporto minimo dovuto alle sue assenze da stupefacenti), il piano di Nicky Hopkins e gli arrangiamenti d'archi di Paul Buckmaster, un brano escluso dai concerti fino al 2005 quando finalmente il gruppo la rispolverò grazie alle richieste via internet dei fan.

L'evoluzione iniziata con Beggar's Banquet e proseguita con Let It Bleed si completa in Sticky Fingers grazie alla presenza, ora definitiva, di Mick Taylor, entrato nel gruppo col tour del 1969 ma per la prima volta presente a tempo pieno in studio (in Let It Bleed la sua presenza era limitata ad alcune tracce). Con lui gli Stones cambiano abito e aumentano di peso specifico, possono permettersi di separare chitarra solista e ritmica, concedersi assoli più lunghi, aumentare i fraseggi e la melodia delle chitarre, jammare. estendere il loro rock. Pur provenendo dal British blues di John Mayall, Mick Taylor porta un tasso di americanità prima sviluppata solo parzialmente, con lui in squadra diventano memorabili le ballate. Americanità sottolineata anche dall'uso di sax e tromba, una iniezione di rhythm and blues di scuola Memphis, sebbene le origini di Bobby Keys e Jim Price fossero nel Texas. Con le loro frasi, i due riprendevano più o meno esattamente quello che suonava un altro strumento, nel caso di Bitch la chitarra di Richards, riproponendo uno standard caro alle incisioni della Stax. Questo modo di arrangiare i fiati era stato sperimentato dai due lavorando con Delaney & Bonnie, suonando all'unisono e doppiando i riff della chitarra, in Bitch sprigionano una selvaggia carica erotica che traduce bene quel titolo poco educato. Anche se puttana sembra essere riferito all'amore e non ad una donna.

Il pezzo più famoso di Sticky Fingers  rimane Brown Sugar, concepito ai Muscle Shoals e uscito come singolo per inaugurare l'attività della Rolling Stones Records. E' un rockaccio intriso di r&b, con un acuto assolo di sax ed un suono saturo di southern feeling. Jimmy Johnson, chitarrista e fonico dei Muscle Shoals, obiettò che il suono è tutt'altro che perfetto e la separazione fra gli strumenti piuttosto approssimativa. L'amplificatore di Richards fu piazzato in un box separato per evitare problemi con il volume eccessivo ma la ruvidezza del risultato fu proprio ciò che Jagger e Richards desideravano. Riguardo al testo, Il Libro Nero dei Rolling Stones di Paolo Giovanazzi (Giunti), riporta che il pezzo si rifà allo stile di Freddy Cannon ( autore di Tallahasse Lassie, canzone comparsa nelle bonus tracks dell'edizione deluxe di Some Girls, e di Way Down Yonder in New Orleans) mentre l'idea del testo si basa sulla storia di una donna che ha una relazione sessuale con uno dei suoi servitori neri. Ci sono comunque riferimenti allo schiavismo, alla prostituzione e alla droga. Brown sugar è un tipo di eroina molto diffuso ma Richards ha negato che si riferisse a ciò perché in quegli anni l' ero non la si chiamava così. Difficile credergli. Secondo Jim Dickinson nel libro Life di Keith Richards, Jagger pronuncia nel testo skydog slaver, anche se la trascrizione è sempre scarred old slaver, probabilmente alludendo a skydog, il soprannome cheWilson Pickett aveva affibbiato a Duane Allman quando insieme registrarono ai Muscle Shoals  Hey Jude dei Beatles. Sconcia, sfrenata e oscena, Brown Sugar è la fotografia degli Stones a cavallo tra i sessanta e i settanta in un contorto connubio di creatività e disordine, una band al massimo della dissolutezza e al minimo della ricchezza ma in grado di concepire un disco perfetto come Sticky Fingers
I diversi formati della nuova edizione Deluxe  di Sticky Fingers includono parecchio materiale ma a contrario delle analoghe operazioni fatte per Exile e Some Girls non ci sono out-takes di studio ma solo alternate takes, oltre ad una copiosa parte live risalente all'anno di pubblicazione del disco.
C'è una Brown Sugar  con uno Jagger scatenato ed Eric Clapton tra le fila, Wild Horses  distilla delicatezze country con la deliziosa chitarra acustica di Taylor, chiara l'impronta stilistica di Gram Parsons,  a proposito Jagger disse " mi ricordo che in origine ci mettevamo lì seduti a suonarla con Gram Parsons e credo che la sua versione sia uscita leggermente prima della nostra".  La versione acustica qui riportata è l'antesignana di tante interpretazioni folkie che sono poi seguite,  Can't You Hear Me Knocking è in versione più corta rispetto all'originale, poco più di tre minuti contro i sette di quella conosciuta su Sticky Fingers e non ha lo stesso appeal,  al contrario Bitch è allungata  oltre i cinque minuti, rabbiosa e arrembante, con le chitarre che duellano, gli ottoni che urlano, la voce volgare e sprezzante  di un Jagger at the top ed una coda finale jam. Dead Flowers segue il copione conosciuto e se si vuole è ancora più malinconica e crepuscolare, un'altro dei brani influenzati da Gram Parsons poi finito nelle scalette di Steve Earle. Finite le alternative takes ci si sposta alla Roundhouse di Londra il 14 marzo del 1971 in una delle date del Tour dell'addio prima dell'esilio francese. Gli Stones suonano urgenti e regalano agli addolorati fans inglesi un set tutto adrenalina ed energia. Qui vengono riportate una versione assolutamente incandescente di Live With Me e una sporchissima Stray Cat Blues, concisa ma efficace. La lenta e rallentata Love In Vain rimette in circolo il fantasma di Robert Johnson, è in versione da nababbi, manca il mandolino di Ry Cooder ma Richards è superlativo, Midnight Rambler è il solito sabba e in Honky Tonk Woman si fa sentire Nicky Hopkins. Set eccellente basato su estratti di Let It Bleed e Beggar's Banquet. Nella versione super Deluxe un altro CD testimonia l'intero concerto alla Leeds University del 13 marzo del 1971, il giorno prima della Roundhouse e lo stesso Farewell Tour. Col titolo di Get Your Leeds Lungs Out  si gode dell' intero set, ed è ancora roba calda, tanto da indurre lo Yorkshire Post a scrivere, il giorno dopo "Mick Jagger col suo incedere tronfio, la sua aria tracotante, quelle sue pose che lo fanno sembrare un pony da circo sessualmente superdotato. Bill Wyman con il suo sorriso da becchino. Gli Stones erano in forma perfetta e Jagger è stato strepitoso. Si è mosso come un pesce e ha urlato come un mulo". Il concerto si apre con Jumpin' Jack Flash e si chiude con Let It Rock passando per tutto quanto offriva la casa all'epoca, comprese le due anticipazioni di Sticky Fingers, Brown Sugar e Bitch. Tredici brani prima di dire goodbye all'Inghilterra e bonjour alla Francia.

Nell'edizione super Deluxe anche un DVD con Midnight Rambler e Bitch estratte da uno special televisivo girato il 26 marzo 1971 al Marquee di Londra davanti spettatori come Eric Clapton, Jimmy Page, Ric Grech e Andrew Oldham.

 

 
 
MAURO ZAMBELLINI 












venerdì 22 maggio 2015

GOV'T MULE Alcatraz, Milano 20 maggio 2015


Mamma mia che concerto, ma chi sono questi, dei marziani. Indubbiamente il miglior concerto dei Muli tra quelli a cui ho assistito dal 2005 ad oggi, una grande serata di musica ad ampio raggio dove il blues si è legato al reggae, il soul alla psichedelia, il jazz al rock in un mix di suoni e di emozioni che ha fatto lievitare anima e corpo dei 1500 presenti verso quel paradiso del vero sentire che non sempre è facile incontrare. Immensi, i Gov't Mule hanno sostituito i Grateful Dead nel recente immaginario del rock, trafiggendo i cuori di chi vuole ascoltare e vivere musica superiore, senza barriere e limitazioni, conquistandosi una stima fuori dall'ordinario. Basta leggersi le scalette di questo segmento europeo del Dub Side Of The Mule Tour per rendersi conto di quanto i Muli siano un caso a sé, non c'è nessuno oggi che può permettersi di cambiare completamente scaletta da una sera all'altra (non dico qualche brano, ma l'intero menù della serata) come fanno loro, citando come nella notte dell'Alcatraz Bob Marley ( il reggae fuso col funky di Lively Up Yourself), BB King (versione da capogiro di Thrill Is Gone con la chitarra di Haynes accordata su quella del Re), i Led Zeppelin (D'Yer Mak'Er infilata dentro Frozen Fear), Neil Young & The Crazy Horse (Dangebird, forse il brano più sottotono della serata), gli Humble Pie ( la torrida 30 Days In The Hole nel primo richiestissimo encore), i Tower of Power ( What Is Hip?), Santana nel ripetuto divertente tormento di Oye Com Va, Van Morrison quando hanno messo in medley l'applauditissima Soulshine fondendola con una inattesa Tupelo Honey. Micidiali, più volte applauditi a scena aperta da un pubblico che li ama, ama la loro generosità, la loro bravura tecnica, la loro inventiva, apprezza l'umiltà di Warren Haynes, un gigante della chitarra ed un cantante dell'anima a cui dovrebbero erigere un monumento per come ha tenuto in vita questa concezione libera, spontanea, versatile e jammata del rock n'roll, senza pavoneggiarsi nella tecnica e nel virtuosismo.

 
 
I Gov't Mule sono progrediti molto da quando erano un trio granitico ai confini tra hard-rock-blues e psichedelia, dove la potenza era l'aspetto principale della loro cifra stilistica. Oggi sono più morbidi, multiformi, soul e jazz, un ensemble che con le dovute differenze e ambiti diversi mi ricordano per bravura tecnica, inventiva, cultura musicale, il quartetto di John Coltrane, con la chitarra (le diverse Gibson passate tra le mani di un dimagrito e costipato Haynes) al posto del sassofono. Danny Louis, solito berretto ed occhiali alzati sulla fronte, è un tastierista dotato di grande misura, riempie spazi e accentua sia il groove che il lirismo  della band, lavora con l'Hammond ed il piano elettrico ed in entrambi i casi sortisce l' effetto di arrotondare  il sound  smussando le spigolosità dell' arcigno power trio di un tempo. Matt Abts, sempre più incurvato su sé stesso, è un batterista con pochi uguali oggi nel rock, picchia ma non si vede, ha l'impronta del batterista jazz, dinamico, sciolto, impareggiabile nei cambi di ritmo, nel costruire quei levare su cui si innestano sempre più frequentemente dub e reggae, nell'ammorbidire fino quasi al silenzio lo svolgimento del blues, assecondando il maestro d'orchestra Haynes che in Rocking Horse, Sco-Mule, Mule conduce il brano dalle impennate elettriche fino quasi all'esaurimento, al silenzio di poche note e tocchi, prima di risorgere in tutta la sua grandeur. Davanti a lui è Jorgen Carlsson,  bassista che si sente, eccome si sente e sa diventare solista. Ma è lui, Warren Haynes il capitano di questa ciurma di navigatori aperti ad ogni mare, affiatati e fantasiosi,  capaci di solcare il ritmo sincopato del reggae e abbandonarsi al blues e al senso epico di ballate che, come nel caso di Endless Parade, a parere del sottoscritto la highlights della serata, ti spediscono direttamente in paradiso. I Muli macinano lento, hanno pazienza, sono rigorosi, funambolici e passionali e anche quando sono di mezzo i colpi felini del rock, non si perdono in preamboli e lungaggini inutili, viaggiano nel cosmo psichedelico ma coi piedi per terra e col cuore rivolto al pubblico. Due ore mezza di concerto, chiamarlo show è fuorviante visto la voluta pochezza della loro coreografia, ed un tripudio di entusiasmo da commuovere anche la schiva e composta Milano. I Gov't Mule hanno fatto il loro set, chi si aspettava i bis delle precedenti date, Ventilator Blues oppure Little Wing o Get Behind The Mule di Tom Waits, è rimasto deluso perché signore e signori questi sono i Muli, prendere o lasciare, per loro il karaoke è parola sconosciuta, ed il 90% della scaletta è diversa da quella della serata precedente.

Chiudono con Soulshine intrecciata con Tupelo Honey, poi di nuovo sul palco con 30 Days In The Hole di Steve Marriott, e poi un secondo bis nel rispetto del paese in cui si trovano, quindi l'invito ad unirsi a loro di due armonicisti del blues italiano, il puma di Lambrate Fabio Treves e l'ex W.I,N.D. Fabio Drusin, nella bluesatissima Look On Yonder Wall di James "Beale Street" Clark. Nient'altro da aggiungere tranne sottolineare la miseria della grande stampa nazionale, che per un gruppo simile dedica al più un trafiletto. Pazienza, valgono di più i visi sorridenti, appagati, felici di tanto pubblico, molto meno affaticato rispetto a certe estenuanti performance del passato. Lunga vita ai Muli, chi non c'era si è perso una serata eccezionale.

MAURO   ZAMBELLINI   Le foto sono di Elena Barusco







mercoledì 22 aprile 2015

DAVID CORLEY Available Light


Esordire a 53 anni può essere un modo per esorcizzare paure, frustrazioni, fallimenti, lutti, ma ascoltando Available Light la prima cosa che viene in mente è perché ci ha messo così tanto tempo David Corley per scegliere la musica come sua salvezza. Si sono perfino accorti anche quelli di Uncut, di solito avari e restii verso questo genere di rockwriters persi nel diluvio, che un paio di numeri fa hanno votato con 9/10 l'album di Corley. D'accordo, l'equilibrio non è il loro forte ma è indubbio che Available Light sia un disco estremamente interessante ed un gradito regalo da parte di uno che altrimenti sarebbe finito in qualche oscuro bar della provincia americana ad affogare nel whiskey le sue cadute e le sue sfortune. La biografia dice di un abbandono scolastico prematuro e di una vita sbandata sulla strada, decine di lavori, autista di camion, muratore, barista e poi un esilio in una sperduta cabin sulle montagne della Georgia prima del ritorno nella nativa Lafayette, stato dell'Indiana, ed un ricovero per infarto. Uscito indenne si mette a suonare con una band di dopolavoristi chiamata Medicine Dog e incontra il musicista canadese Hugh Christopher Brown che si appassiona alle sue canzoni e alla sua voce scorticata e gli produce Available Light. Dietro David Corley non c'è comunque solo il destino perché in gioventù uno zio lo aveva cresciuto abituandolo a trattare bene le orecchie, ovvero  una collezione che ai soliti Beatles affiancava Van Morrison, Neil Young e Dylan, le icone che, a detta di Corley, hanno ispirato le canzoni di Available Light. Disco che al pari di quelli di James McMurtry, e le analogie non finiscono qui, fa della monotonia una virtù. Ballate dolenti, malinconiche, tra folk, rock e country, cantate con una voce che centrifuga una appassita dolcezza con un rauco sapore di alcol&cigarettes evocando le tonalità di Tom Waits, di Greg Brown, dello stesso McMurtry, del Lou Reed del Dirty Boulevard. Musica calda anche se irresistibilmente triste, melodie e qualche coro soul, un lento talking amarognolo nel narrare storie polverose e riflessioni a ruota libera sulla vita e sull'amore, la solitudine che si accompagna alla perdita di qualcosa e qualcuno, i sette minuti di auto-recrimazione di The End Of My Run, eccellente fotografia di un cantante/autore/musicista  che in alcuni momenti raggiunge l'intensità del Tom Waits ispirato di Orphans. Lirico e disperato ma mai piagnucoloso, David Corley concede i suoi momenti migliori nel disordinato soul-blues di The Calm Revolution, nella vanmorrisoniana Beyond Fences, nel nervoso lento running di The Joke dove pare di sentire proprio James Mc Murtry non fosse per una voce più arsa e rauca ed una chitarra alla Stones, nella lenta Easy Mistake quasi una copia di Coney Island Baby di Lou Reed, nei quattro minuti di disperata dolcezza di Unspoken Thing, nella torturata Lean, quasi una murder ballad alla Nick Cave. Fondamentale nel generale clima confessionale di Available Light  il supporto strumentale, un solido e corposo vintage sound da anni '70 creato da musicisti che sanno il fatto loro, oltre alle chitarre e alla sezione ritmica, un ampio campionario di tastiere divinamente suonate, dal pianoforte all'Hammond B3, dal wurlitzer al clavicordo. Registrato tra il Canada e Brooklyn, Available Light è l'ennesimo piccolo miracolo del rock quando parla di vita vissuta e tempi duri senza piangersi addossio, il miglior modo per cercare un barlume di luce in  tanta oscurità.

MAURO ZAMBELLINI   APRILE 2015

 

lunedì 6 aprile 2015

MUSIC IS LOVE

 
Un mondo sfuggente e oscuro esce da 7 Walkers  fatto di intrugli magici e di piogge scroscianti nel bayou, di strambi personaggi che rispondono ai nomi di Chingo, Mr.Okra e lady Sue di Bogalusa e di tipastri che piacerebbero tanto al compianto DeVille, lui che in quei luoghi ci ha vissuto come un lupo mannaro. L’universo dei 7 Walkers è fosco, intrigante e la musica sgorga sinuosa, quasi improvvisata secondo una danza  che evoca antichi spiriti,  figure misteriose, segreti primordiali.

Un disco non collocabile in nessuna categoria di genere se non figlio di quell’immenso crogiolo di suoni e umori che è New Orleans, realizzato dal cantante e chitarrista Papa Mali con il batterista dei Grateful Dead Bill Kreutzmann, col bassista dei Meters George Porter Jr. e il polistrumentista Matt Hubbard. Uscì nel 2010, pochi se ne accorsero, peccato, un disco del genere fa parte del dna del blues più ancestrale e meticcio, roba che non è facile sentire neanche alle pagane latitudini del rock. Ora, a cinque anni di distanza, arriva il seguito, a nome Papa Mali. Con lui un pugno di musicisti che pendolano tra New Orleans, la Louisiana zydeco e il Texas. C'è il batterista  Johnny Vidacovich, la bassista Cassandra Faulconer, la pedal steel di Dave Easley, il piano e l'organo di Josh Paxton, il vibrafono e le tabla di Mike Dillon, le voci degli Harmonaires. Il disco si intitola Music Is Love, proprio come la canzone di David Crosby di If I Could  Only Remember Only My Name di cui ne viene offerta una versione paludosa, scura e psichedelica, che assieme alle altre undici tracce dell'album ci conduce in un mondo  affascinante dove un profano blues del Delta viene miscelato in un gumbo dal sapore forte che evoca l'antico Gris Gris di Dr.John solo accentuato da una ritmica funky ancora più tribale. La voce di Mali sembra arrivare da boschi eterni, i suoi compari suonano come fossero i sacerdoti di un rito voodoo, l'atmosfera è carica di mistero e presagi i sinistri, solitarie chitarre acustiche allentano la tensione solo per creare uno stato di attesa ancora più intenso.  Insomma, nonostante il titolo, Music Is Love non è musica per mammolette, piuttosto una Pasqua animista . Mettetevi un amuleto ed iniziate la danza. Auguri.


sabato 14 marzo 2015

WILLY DEVILLE AGAIN

 
Si sono finalmente aperti i rubinetti e dopo un periodo in cui  Willy DeVille era stato seppellito anche discograficamente, cominciano a circolare documenti sulla sua purtroppo prematuramente interrotta avventura musicale. Chi si muove meglio sono i tedeschi, che non sono tutti come la Merkel, e nutrono ancora oggi grande stima per il gitano, tant'è che animano da anni un Willy DeVille International Fan Club. Fin dagli anni settanta il nostro si è esibito centinaia di volte in Germania, questo spiega il ricco archivio che esiste da quelle parti, in primis  la serie Rockpalast che ha già visto pubblicato due CD e un DVD (assemblati insieme), recensiti su questo blog,  su concerti di Mink DeVille nel 1978 e nel 1981. Adesso ritornano sul luogo del delitto dando alle stampe altri due concerti di Willy DeVille, a Bonn il 25 marzo del 1995 e nella stessa città il 19 luglio del 2008, solo un anno prima della sua scomparsa.  Entrambe le performance sono di eccelsa qualità, uno di taglio più rock, l'altro con una maggiore venatura blues. Il DeVille del 1995 è in forma smagliante, all'apice della carriera e mai così rock, pur non privandosi dello charme chicano e delle malizie New Orleans, un artista nel pieno della sua creatività con un carisma pauroso, nell'anno di pubblicazione di Loup Garou. Sul palco sembra Capitan Uncino,  vestito di nero, sicuro di sé, con orecchini, l'imponente ciuffo e fluenti capelli lunghi sulle spalle, un magnetismo incredibile. Arriva dopo che la band lo ha introdotto con un numero da orchestra di James Brown, uno strumentale col sassofono (Mario Cruz) in gran spolvero, è regale e si capisce immediatamente  la caratura del concerto. La melliflua Slow Drain gli serve per prendere le misure, poi è rock n'roll da tagliagole e rhythm and blues dinamitardo.  Steady Drivin' Man è John Lee Hooker e Highway 61 mischiati assieme, Cadillac Walk privata di ogni orpello e del tradizionale passo d'anatra con la Gibson è un boogie sporco e bastardo. In cattedra c'è Fred Koella un chitarrista che in quel periodo non aveva nulla da invidiare a Steve Cropper, la band, contrariamente a quanto c'è scritto nel booklet, vede Cruz e Koella affiancati al tastierista e fisarmonicista Seth Farber , al percussionista Boris Kinberg, al batterista Shwan Murray  e al bassista David Keys. Dopo l'inizio al fulmicotone, Willy allenta la presa e partono le ballate del border del calibro di Heart and Soul, quelle melodrammatiche come Heaven Stood Still ed una Mixed Up,Shook Up Girl che porta a passeggiare il Dylan di Pat Garrett and Billy The Kid  sulle strade di Spanish Harlem. Poi è festa  New Orleans con Key To My Heart  e Every Dog Got His Day  mentre Angel Eyes tira verso il Messico così come Demasiado Corazon dove magistrale è l'arpeggio di chitarra di Koella. Dopo l' ammiccante Hey Joe, Even While I Sleep ribolle di sapori cajun  mentre Willy ormai mattatore, passa dal parlare spagnolo, francese, inglese come un attore provetto. Quando imbraccia la slide il Mississippi inonda la Germania, Spanish Stroll è meticcia e fradicia di vizio,  il cameo di Amazing Grace per sola chitarra acustica il prologo al riff al vetriolo di una devastante Dust My Broom. Grande concerto, grande band, immenso Willy, un artista che non ha diviso arte e vita fino alle estreme conseguenze, per cui Dylan, solitamente restio ad apprezzamenti, in una recente intervista a Bill Flanagan ha proferito "inammissibile che un artista del suo livello non sia nella Rock and Roll Hall of Fame mentre lo sono gli Steely Dan e i Mamas and Papas".

               Willy DeVille nell'estate 2008 a Bonn appare nell'ultima delle sue apparizioni al Rockpalast , è un personaggio che ha dovuto lottare con le  traversie della vita, contro l'ignoranza dei discografici e del pubblico americano che non l'ha mai amato. In Germania invece è venerato e lo si vede dal pubblico numeroso, lo show è  riportato sia in DVD che in CD e mostra diversità col precedente, in primis perché  si svolge open air, secondo perché Willy ha ripristinato la sigla Mink DeVille Band col  ritorno di vecchie conoscenze quali il bravo tastierista/fisarmonicista Kenny Margolis,  il batterista Shawn Murray e il percussionista Boris Kinberg, assenti durante il periodo del trio acustico, la vocalist Yadonna Wise e il bassista Robert Curiano presente nell'Italian tour del 1984. Nuovo è il muscoloso chitarrista Mark Newman che con la slide imprime allo show un deciso approccio bluesy.  Dal Capitan Uncino di tredici anni prima, Willy si è trasformato in un incrocio tra Dracula e un nativo americano,  pallido,  emaciato, capelli lunghi dritti nerissimi, baffetti spioventi laterali, pendenti turchesi, collana e occhiali con lenti rossastre. L'aspetto non è rassicurante,  Willy, a causa dell'incidente automobilistico di qualche anno prima, si sorregge su uno sgabello e solo a tratti si mette in piedi con la chitarra.  Non mancano le sigarette, una dopo l'altra e la voce è ormai un profondo latrato blues da far impallidire perfino Howlin ' Wolf. Dà il via allo show con la litania oscura e mannara di Loup Garou raccontando di neri serpenti, paludi infestate da spiriti e lune gialle. Un inizio  magnetico che porta l'artista in quell'universo notturno e oscuro che gli anni in Louisiana gli hanno appiccicato addosso e grazie al lavoro di Mark Newman intinge in un blues viscerale. Certo non mancano gli altri ingredienti del suo pachuco come l'uptempo r&b di So So Real estratto dall'appena pubblicato Pistola,  la cajun music di Even While I Sleep e le dolcezze romantiche di Heart and Soul oltre ai lasciti del suo periodo newyorchese, Spanish Stroll e Mixed Up Shhok Up Girl. Non mancano nemmeno i suoi hits (Hey Joe e Demasiado Corazon)  e il tributo a Chuck Berry con un una torrida Savoir Faire in medley con Cadillac Walk ma sono altri i titoli a rendere questa esibizione diversa, immagine dell'ultimo corso dell'artista.  Sono due vecchi brani come Steady Drivin' Man e Just Your Friends rimessi a nuovo accentuando il drive rollingstoniano  nel primo e con una forte dose di blues alla John Lee Hooker il secondo, con l'aggiunta della fisarmonica di Margolis in una versione crepuscolare  da ultima notte di Billy The Kid. E poi c'è il lurido rockabilly di White Trash Girl, storia di degrado in un microcosmo di sottoproletariato bianco del sud, il bluesaccio Delta di Muddy Waters Rose Out Of The Mississippi Mud e lo swampin' di You Got The World In Your Hands, la prima tratta da Crow Jane Alley, la seconda da Pistola. Se a queste aggiungete poi Bacon Fat  avrete uno show mai così blues e un artista con  una ispirazione ed un savoir faire ancora lontane dal tramonto. Se ne andrà esattamente un anno dopo.

 

   Ai due irrinunciabili  Rockpalast  segue la pubblicazione di questo triplo CD antologico, Collected,  che grazie al lavoro dei  fans olandesi, aiutati   dalla locale Universal, ripercorre l'intera carriera di William Borsey Jr., dalle origini quando il suo set si chiamava Mink DeVille fino al momento della sua morte, nell'agosto del 2009, quando tutti lo conoscevano come Willy DeVille. Un' importante antologia che racchiude brani registrati con le diverse etichette più un terzo bonus CD contenente alcune rarità, qualcuna  interessante, altre di valore solo collezionistico. All'opera hanno collaborato parecchi musicisti, produttori, fotografi (Patricia Steur, Rocky Schenk) che nel corso degli anni hanno lavorato con Willy, scrivendo le note del curatissimo booklet interno e lasciando il loro appassionato ricordo su un uomo tanto eccentrico quanto generoso.

 Due CD  e 40 canzoni ricompongono la sua carriera "ufficiale" privilegiando i brani più noti e rappresentativi  in una sorta di allargato greatest hits. Il primo CD analizza i Mink DeVille Years  partendo dal 1977 ( appare quindi errato quel 1976 strillato in copertina ) perché la prima traccia è quella Spanish Stroll che uscì nel disco debutto del 77. Da quel disco, in Europa intitolato Cabretta, sono estratte anche  Mixed Up,  Shook Up Girl, Cadillac Walk, Little Girl mentre dal seguente Magenta arrivano Just Your Friends, Guardian Angel, Soul Twist. Un reato aver  tralasciato Steady Drivin'Man e Desperate Days  ma sono talmente tante le perle regalate dal gitano nel corso della sua carriera che 40 titoli sembrano davvero insufficienti a raccontare la sua arte..  Chiude il periodo Capitol Le Chat Bleu con Mazurka, Savoir Faire, This Must Be The Night, JustTo Walk That Little Girl Home , Heaven Stood Still.  Ben cinque brani dal disco "parigino" a dimostrazione dell'apprezzamento sempre riservatogli dai fans della vecchia Europa. Coup De Grace  è presente con Maybe Tomorrow, la cover You Better Move On  e Love and Emotion mentre Angels espone  Demasiado Corazon e Each Word's A Beat of My Heart . Due brani contro i tre di Sportin' Life (Italian Shoes, I Must Be Dreaming, In The Heart of The City), scelta del tutto discutibile visto la scarsa popolarità di quel disco per quel suono synth-80.  Il sipario sugli anni di Mink DeVille cala  con la superba resa di Stand By Me. Un primo CD magnifico anche se i brani sono tutti ampiamente editi, così come il materiale del secondo CD imperniato sui Willy DeVille Years. Qui prevale la parte melodica e romantica dell'artista pur  non mancando dei suoi affondi taglienti e del suo pachuco mexican- New Orleans. Dal controverso album con Mark Knopfler sono pescate Miracle,  Storybook of Love, Assassin of Love (personalmente avrei aggiunto anche Nightfalls ). Il periodo New Orleans viene affrontato con due titoli di Victory Mixture, Hello My Lover e Beating Like A Tom-Tom,  tre di Desire, Hey Joe,  Even While I Sleep e la stupenda I Call Your Name mentre un titolo dello stesso album, Voodoo Charm  è preso dal disco francese della Fnac, Big Easy Fantasy,  e solo uno di Loup Garou, Still ( I Love You Still) quando avrebbero potuto starci anche Loup Garou Bal Goulà per le sue malsane suggestioni da bayou des mysteres  e lo sporco rockabilly sudista White Trash Gir.  Copiosa la selezione dell'album memphisiano e Delta blues di Willy ovvero Horse of Different Color, ben cinque tracce (Gypsy Deck Of Hearts, Across The Borderline, Lay Me Down Easy, The Downing Of The Flamingo, Hangin  Round My Door), due ripescaggi da Crow Jane Alley (Come A Little Bit Closer e Right There, Right Then) ma qui la title track e la cover di Slave To Love avrebbero meritato  la convocazione, e due dal crepuscolare Pistola, I Remember The First Time e When I Get Home. Ci poteva stare anche la cover di Louise  di Paul Siebel perché riesumare una canzone così bella di un artista tanto sconosciuto , è mossa che poteva fare Willy DeVille, Bob Dylan e pochi altri. Eccellente anche questo secondo CD  a conferma di un songbook sontuoso  zeppo di canzoni superlative e melodie indimenticabili. Ma è il terzo CD a solleticare i fan visto le curiosità presenti, non tutte all''altezza della situazione. Occasione questa del bonus disc che era da sfruttare meglio riportando out-takes  e brani live inediti di ben altra caratura. In questo CD  ritornano in circolo le tracce che componevano la ormai introvabile soundtrack del tostissimo film di William Friedkin Cruising  ovvero  le nervose Pullin' My String,  It's So Easy  e Heat Of The Moment prodotte da Jack Nitzsche, ci sono due testimonianze della parentesi acustica e in trio di Live In Berlin, la toccante Carmelita di Warren Zevon  e Let It Be Me , il duetto con Brenda Lee in You'll Never Know   e quella Dust My Broom alla Elmore  James con cui Willy chiudeva i suoi memorabili  show degli anni novanta. Del tutto discutibile è l'inclusione delle versioni remix di Assasin Of Love, Italian Shoes, I Must Be Dreaming, tre titoli già inclusi nel secondo CD, all'insegna di quel syntho-pop  e drumming elettronico anni '80.  Non sono l' immagine corrispondente alla musica  di Willy, furono  un tentativo da parte della casa discografica di far girare il suo nome in Mtv per farlo conoscere al refrattario pubblico americano.  Dagli archivi poteva uscire materiale molto più interessante, ad esempio la versione bluesata  di Motorhead Baby di Johnny Guitar Watson,  una delle out-take di Le Chat Bleu oppure  le tante tracce live che ogni sabato mattina dalla community web radio australiana 89.7fm la trasmissione DeVille Hour mette in rete.  Azzeccata invece  la messa in campo di Who's Gonna Shoe Your Pretty Little Foot uno standard  interpretato molte volte da Willy in concerto qui in duetto "bilingue" col cantante svizzero Polo Hofer, e la versione spanglish  Cuemtame Un Cuento col gruppo spagnolo Celtas Cortos.  Quasi inedita è  Pride and Joy (niente a che vedere con lo stesso titolo di Steve Ray Vughan), B-side del singolo Italian Shoes , anche questa vestita con le sonorità sincopate  degli anni ottanta.

Succulenta la parte provenienti dalle incisioni delle 2 Meter Sessions, una stazione radio  e TV olandese divenuta nel tempo un eccezionale archivio di registrazioni in acustico per tanti artisti. Lì Willy DeVille ci è passato tre volte, nel 1987, nel 1992 e nel 1999. Le prime due sono  qui documentate: del 1987 sono Hard Time,  scheletrico blues per chitarra acustica solo sussurrato ed una affranta versione di Well It's True So True di Sheldon Ganz, registrate da Willy pochi giorni dopo la morte del fratello,  mentre non sono inedite le registrazione del 1992 (erano su un mini CD del 1993 intitolato I Call Your Name)  dove Willy faceva da ponte tra Robert Johnson e John Lee Hooker con dei blues scarni e profondi, magri accordi di chitarra ed una voce che affiorava dal fango del Mississippi. Per chi non le avesse già, I'm In The Mood,  Early Morning Blues  e Who's Gonna Shoot Your Pretty Little Foot sono la deliziosa conclusione della più completa antologia (ma il terzo CD necessitava di scelte più accattivanti) oggi in circolazione  su uno dei più grandi e sottovalutati  artisti della storia del rock.

 

MAURO   ZAMBELLINI     MARZO 2015