
In
verità i fratelli Zanes (un’altra storia di rock brothers come quella dei
Creedence , dei Blasters, dei Black Crowes) ed il bassista Tom Lloyd non erano nativi di Boston ma
provenivano da Concord, 30 mila anime,
capitale del New Hampshire, ma nella città del Massachusetts si erano
trapiantati frequentando quel girone di giovani disperati che amavano ancora i
suoni elettrici vintage, tipi come i
Neats, i Lyres, i Flies, il Ben Vaughn Combo e altre amenità minori. Il nome lo
scelse il maggiore dei due fratelli Zanes, Dan, cantante e chitarrista ritmico
che così liquidò la faccenda: “sapete dove
si trova la Terra del Fuoco? In fondo, in fondo al mondo, beh più in basso di
così non avremmo mai potuto cadere”. Detto e fatto, in quanto ad ironia e
simpatia Dan Zanes non si è mai
tirato indietro, sapendo che far parte di una rock n’roll band era una delle
poche possibilità per non finire a lavorare all’ufficio postale o in un grande
magazzino. Comunque sia, negli alti( pochi) e bassi (tanti) della loro
avventura musicale, i Del Fuegos sono rimasti fedeli fino in fondo all’immagine
di una innocente e divertita garage band che suonava cià che gli dettava il
cuore ed il proprio gusto. Cresciuti ad una dieta di R&B (Brenda Lee,
Wilson Pickett, Gary U.S Bonds, Del Shannon) e con nel sangue i riff di Keith
Richards, Dan Zanes, il fratello Warren,
chitarra solista, e Tom Lloyd,
cambiati un po’ di batteristi (prima Nick Patterson, poi Steve Morrell, alla
fine Brent Giessman) registrano un
singolo, I Always Call Her Back/ I Can’t
Sleep prima di accasarsi con la Ace
of Hearts, con la quale riescono nell’impresa di non pubblicare nulla ad
eccezione di un brano della compilation A Boston Rock Christmas . Babbo
Natale gli regala l’attenzione di quelli della Slash, una etichetta distribuita dalla WB, in quel periodo al top
in fatto di rock “allora alternativo” con in scuderia Dream Syndicate,
Blasters, Green On Red, BoDeans, Los Lobos, Plugz, Rank and File, X, Violent
Femmes. I quattro bostoniani partono per Los Angeles per un viaggio affatto
turistico, nell’Ohio il Van esce di strada compromettendo la strumentazione,
appena arrivati nella Città degli Angeli si rifocillano con delle birre in un
bar ma quando tornano al furgone trovano il finestrino spaccato e bagagli,
giubbotti e agende con gli indirizzi volatilizzati. Gli angeli evidentemente
non erano in città ma la Slash gli mette a disposizione il produttore Mitchell Froom che al tempo è ancora un
signor nessuno e non ci mette molto a capire di che pasta sono fatti i quattro.
Li fa suonare per due mesi, soli e con altri musicisti di casa Slash, estenuanti giorni di prove, riprove, breaks,
rifacimenti, a cui partecipano anche Dave Alvin e Chris D. negli studi Sound
Factory. Alla fine viene fuori The Longest Day, un album dal suono
elettrico e chitarristico, con un tiro sferzante e ritornelli urlati alla maniera
di Kinks e i Creedence. In poche parole Nervous
and Shakey, il titolo che apre
l’album ed esemplifica il loro “tutto o nulla”. E’ il 1984 e quel rock spiccio,
crudo, che strizza l’occhio agli anni sessanta per l’appeal canzonettistico, è
una precisa configurazione dell’American music con un sound urbano venato di
rhythm and blues e rockabilly, inebriato da una attitudine punk. Roba in
ritardo per gli anni settanta e fuori luogo nelle radio, nei video e nelle
classifiche degli anni ottanta. Ma poco importa, c’è una tribù che li
intercetta e respira quell’aria di innocente gioventù innamorata del rock
n’roll pur coi dovuti rimandi a qualche loro concittadino, Jonathan Richman per
quello che aveva fatto coi Modern Lovers, Peter Wolf durante e dopo la J.Geils
Band.
Il
trucco per fuggire all’anonimato lo suggeriscono i testi di Mary Don’t Change e Backseat Nothing e
soprattutto lo sferragliare delle chitarre, accompagnato da una sezione ritmica
cattiva e dalle tastiere (lo stesso Mitchell Froom)che ogni tanto si fanno
sentire con quel rumore da beat dei sixties. Qualche amara ballata, è il caso
di Anything You Want presagisce il futuro paesaggio di Boston,
Mass., l’anno seguente. Superata qualche goffaggine da
esordienti (Have You Forgotten) e
appresa qualche infarinatura sulle modalità di registrazione, i Del Fuegos
rincarano la dose, appoggiandosi ancora a Mitchell Froom che suona le tastiere,
produce e si porta appresso il chitarrista James
Ralston, già nella band di Tina Turner. Al tempo scrissi che Boston,
Mass. è il miglior disco degli Stones degli anni ottanta e l’iperbole
serve a capire come la novella del rock n’roll in certi momenti “bui” ha
bisogno di comparse di secondo piano per mandare segnali di resistenza e non
abbandonare la strada. Il fatto che per il sottoscritto i Del Fuegos fossero
tutt’altro che delle comparse poco importa, non l’ho scritta io la storia ufficiale
del rock, mi accontento di aver riempito i miei scaffali di dischi come i loro,
necessari per continuare a vivere e divertirmi con la musica. In Boston,
Mass. Dan Zanes canta prima col cuore in gola e poi col microfono, urla
dal fondo delle backstreets una poesia bluastra da loser ma nelle ballate è
come se una scheggia della musica di Springsteen fosse entrata e l’abbia
riscaldata. E la band rolla il sound della giungla urbana con tenacia e
determinazione, la batteria sta ancora chiedendo pietà tanto è stata pestata e
le chitarre sono laser figlie del blues. Basta ascoltarsi l’iniziale Don’t Run Wild per capire quante cassette degli Stones devono
essersi ascoltati i quattro nello stereo del Van, viaggiando da Boston a Los
Angeles. Ma è tutto l’album a funzionare, creando l’umore di una città di
notte, gli asfalti lucidi di pioggia, le luci al neon dai riflessi giallastri,
il silenzio delle strade secondarie, i fogli di giornale spazzati dal vento, le
saracinesche abbassate, una libertà sognata con l’autoradio a tutto a volume e
con la consapevolezza disincantata che l’alba non è poi così lontana. Rock
catartico, ingentilito da una grande storia d’amore (I Still Want You) che entra in classifica, e mitizzato da una
scenografia notturna degna di un noir. A
ballate strascicate e doloranti come Night
On The Town dove la voce di Dan
Zanes spezza il cuore, e lo stesso succede in Coup de Ville e Fade To Blue
(titoli che collegano idealmente Dream Syndicate, Rolling Stones, Mink De Ville,
Springsteen e Van Morrison) si oppongono le velocità anfetaminiche di Hold Us Down, It’s Allright, Don’t Run Wild
in uno stile di rock urbano tipico della
East-Coast, lo stesso espresso da Raindogs, Treat Her Right, Joe Grushecky, Joneses,
Semi-Twang, BoDeans e in una versione black, il primo Barrence Whitfield.
Nell’anno di Born In The Usa, dalle città della East Coast soffiava un rock
forte, autorevole, romantico, come se Bruce avesse legittimato un mondo capace
di opporsi alla musica di plastica con cui le radio e MTV inondavano l’etere.
Lo stesso Springsteen in una pausa
del suo tour raggiunse i Del Fuegos sul palco di un club in North Carolina per
eseguire con loro Hang On Sloopy e Stand By Me. Capiterà anche di “peggio”,
quando Bruce insieme a Nils Lofgren improvviserà in un backstage Backseat Nothing e Mary
Don’t Change, due canzoni di The Longest Day ma tipico dello stile Del Fuegos, sarà non
avere sottomano un registratore per immortalare
l’irripetibile jam.
Con due album alle spalle, il nome Del Fuegos comincia a suscitare interesse anche nei piani alti del rock, John Fogerty e Tom Petty si interessano a loro ma, nello spogliatoio, la squadra comincia a scricchiolare. Ritornano al Factory Sound Studios di Hollywood con Mitchell Froom e Tchad Blake, una coppia che di lì a poco avrebbe firmato dischi importanti, e per loro si scomodano nomi di spicco: il chitarrista di Presley, James Burton, si diverte con la chitarra wah-wah in A Town Called Love ed il dobro in Long Slide(Far and Out), Merry Clayton ci mette i cori come faceva con i Rolling Stones, Alex Acuna porta le percussioni e i due vocalist di Ry Cooder, Bobby King e Willie Green Jr. danno una mano alla Clayton. In più Tom Petty regala la sua voce in I Can’t Take This Place e gli Heart Attack Horns aggiungono con la loro sezione d’ottoni una buona dose di Memphis sound. Il suono c’è, dal rock della banlieu di Boston, Mass. si passa ad un rock ancora urbano e chitarristico ma tinto di scuro R&B, il problema è che le canzoni non hanno lo stesso appeal e la stessa concretezza di quelle dell’album che lo ha preceduto. La copertina di Stand Up è un preciso riferimento all’epoca degli Stones di Brian Jones, lo stesso Warren Zanes lo ricorda nella foto con quella zazzera bionda ed il giubbetto di pelliccia bianca, e anche l sound lo conferma. Le danze cominciano con Wear It Like A Cape, negritudine a palla al pari di Long Slide, fiati in gran spolvero e sporcizia da Exile. A Town Called Love è tesa e notturna con un Burton ispiratissimo ed una Merry Clayton tornata ai tempi di Gimme Shelter, I Can’t Take This Place mischia pietre rotolanti e spezzacuori in un mezzo tempo perfetto per le highway, New Old World è funky e News From Nowhere è il rauco e duro grido dell’ ultima spiaggia, vivo o morto. Che qualcosa non funzioni è però palese, non è tanto il R&B a fare acqua ma le ballate, come se portassero a galla il malumore interno. He Had A Lot To Drink Today è un maldestro tentativo di imitare Tom Waits con versi presi da Francis Scott Fitzgerald, Scratching at Your Door è stanca da morire, I’ll Sleep With You una love song tirata per i capelli e Name Names un singolo destinato al fallimento.
Come affermò in seguito Dan Zanes “Stand Up è avaro di emozioni, ce ne siamo accorti troppo tardi e abbiamo dato per scontato che il pubblico ci seguisse comunque. C’era tensione tra me e mio fratello, che naturalmente si ripercuoteva su tutto il gruppo”. Fanno in tempo ad andare in tour con Tom Petty ma il destino è segnato, Warren Zanes se ne va e con lui il batterista Woody Geissman. Stand Up fu pubblicato nel 1987 e trascorse un anno prima che Dan Zanes e Tom Lloyd trovassero i sostituti. “Non ci interessavano due musicisti in affitto o due figure secondarie ma due veri Del Fuegos”. Il batterista Joe Donnelly proveniva da Boston e aveva suonato in diverse band locali, “voleva diventare un Del Fuegos cinque anni prima che lo chiamassimo”, Adam Roth, newyorchese, si era impegnato in più miscugli, prima con Jim Carroll, poi con i Jive Five, col poeta John Giorno e con una band rockabilly. “Un vero casino, proprio l’uomo che io e Tom cercavamo”.
“All’epoca di Stand Up le cose attorno ai Del Fuegos erano cambiate, molta
dell’innocenza si era smarrita, le liriche del disco sono spesso fuori fuoco,
appunti che non parlano di nulla”. Parole dette da Dan Zanes in un
intervista rilasciata al sottoscritto nel 1990, prima di un infuocato concerto
a Meolo, nell’entroterra veneziano. “Vivevamo
su un pullman senza accorgersi di come giravano le cose intorno ma non rinnego
quel disco, lo sbaglio è servito, ogni volta che fai un disco devi metterci il
cuore, devi dare tutto alla musica”. Il
cuore batte forte in Smoking In The Fields, nuovo disco,
nuova casa discografica e nuovo produttore, Dave Thoener, ingegnere del suono con la J.Geils Band. Non è la
sola connessione con la storica band di Boston capitanata da Peter Wolf, il
pianoforte di Seth Justman e
l’armonica del funambolico Magic Dick
ricamano nel disco un approccio ancora più stretto col soul e col suono Stax.
E’ un disco dai toni duri e dai racconti caldi dove i fiati degli Heavy Metal
Horns (tre sassofoni, due trombe ed un trombone) sono la miccia che fa
esplodere le danze, dove ci sono gli arrangiamento d’archi in Part Of This Earth, nel quale Tom Lloyd
suona il violoncello, e le orchestrazioni
nella struggente I’m Inside You che
strizzano l’occhio ad un Philly Sound
senza sdolcinature. C’è la voce di Rick
Danko nell’acustica Stand By You dal
profilo country. Per molti Smoking
In The Fields ( il titolo trae spunto da un verso di Friends Again, canzone dedicata al fratello, “ed è quello che assieme amavamo fare, fumare
spinelli nei campi”)è il lavoro più riuscito dei Del Fuegos grazie alla
sentita interpretazione degli stili che hanno dato anima, sangue e cuore al
rock. Il soul, il blues, il rock n’roll, il rhythm and blues e quelle ballate
che i Del Fuegos sapevano cantare con una disperazione da far accapponare la
pelle, pur offrendo con la loro energia la speranza che ognuno potesse esaudire
un sogno, vivere un amore, avere un futuro migliore. Anche qui canzoni come Down in Allen’s Mills, I’m Inside You,
Breakaway , Part Of This Heart non
sono avare in quanto a commozione, mentre Headlights
e The Offer suonano come se la J.Geils
Band fosse ancora in tour ad “aprire” per i Rolling Stones. Da parte loro Lost Weekend , No No Never e Move
with my Sister stemperano la rabbia in riff di chitarra quadrati ma mai
banali, in aperture armoniche da grandi spazi ed un pulsare ritmico da pub-rock
ad alto tasso di negritudine. Dan Zanes si riconferma un songwriter da strade
blu, il sound è saturo ma non sovraccarico, fiati, archi, coloriture delle
tastiere danno vigore a canzoni che esaltano l’umore stradaiolo di una delle più
trascinanti band americane degli anni ottanta. Se si considera che l’album
raggiunse il 139esimo posto di vendita nelle classifiche americane ed il
singolo Move With My Sister il ventiduesimo (Boston, Mass. era
arrivato al 134esimo), si capisce perché l’anno dopo della pubblicazione di Smoking
In The Fields, nel 1990, i Del Fuegos tolsero il disturbo. Con la sua
solita ironia, Dan Zanes dichiarò “gli
anni ottanta erano finiti e anche noi avevamo finito”. Nel giugno del 2011
la band si riunì per un paio di concerti al Paradise Rock di Boston per
raccogliere fondi per Right Turn, il programma di riabilitazione ideato da
Woody Geissman per assistere tossicodipendenti e malati mentali, nel febbraio
dell’anno seguente i Del Fuegos si imbarcarono in tour che si concluse nel
marzo del 2012 al Capital Centre of Arts di Concord, la città natale dei
fratelli Zanes. Durante quel tour registrarono un Ep, Silver Star , troppo
moderato per accendere il fuego di un
tempo.
Dan
Zanes, nel 1995, ha pubblicato un interessante disco solista, Cool
Down Time, prodotto ancora da Mitchell Froom prima di dedicarsi a
registrazioni per i bambini, il fratello Warren ha conseguito due master in
Visual and Cultural Arts, è Vice Presidente di Educazione alla Rock and Roll
Hall of Fame e ha realizzato nel 2002 l’album solista Memory Girls. Tom Lloyd
si è laureato presso il California Institute of Technology nel 1999 e ha
lasciato la musica, Adam Roth è morto di cancro nel 2015 e Joe Donnelly gira
ancora nel sottobosco del rock n’roll.
MAURO
ZAMBELLINI