venerdì 21 ottobre 2011
Johnny Winter > Roots (Megaforce)
Malconcio e stanco ma ancora vivo, nel segno del blues. Johnny Winter non si arrende e dà alle stampe uno dei suoi dischi migliori da diversi anni a questa parte. Si intitola Roots il suo nuovo disco ed il titolo spiega bene il contenuto: undici titoli che da soli possono fare la storia del blues. Sono le radici del genere e anche quelle di Winter. C’è l’amato Muddy Waters di Got My Mojo Workin’, il Jimmy Reed di Bright Lights, Big City, Robert Johnson di Dust My Broom, T-Bone Walker di T-Bone Shuffle, l’Elmore James di Done Somebody Wrong, il classico Honky Tonk di Bill Doggett ed uno dei primi successi di Bobby Blue Bland, Further On Up The Road tante volte ripreso da Clapton e poi oltre al blues c’è il rock n’roll di Chuck Berry (Maybellene) e Larry Williams (Short Fat Fannie) e il R&B dei Mar-Keys Last Night, lo strumentale usato nella celebre sequenza del film Blues Brothers allorchè Jake and Elwood si sfilano di nascosto dal teatro lasciando il pubblico osannante e la polizia di stucco.
Non sono la novità e il sottobosco del blues a contraddistinguere l’ultima fatica di Johnny Winter ma solide versioni cantate con voce ancora fresca e suonate come Dio comanda, con l’albino impegnato a fare il guitar slinger coadiuvato da una buona sezione ritmica, il basso di Scott Spray e la batteria di Vito Liuzzi e dal chitarrista Paul Nelson e da invitati speciali presenti, a rotazione, in ogni brano. Nessuno di loro canta ma ci mettono strumenti, feeling e personalità. Il risultato è un disco di blues coi fiocchi con qualche brano memorabile e niente routine. Sugli scudi la conclusiva Come Back Baby pescata da repertorio di Ray Charles, Winter canta da manuale ricreando il mood del grande artista scomparso aiutato dal trombettista Don Harris e dalla magistrale abbinata organo/pianoforte di John Medeski e Mike Dimeo.
Il disco è tutto tranne nostalgia, T-Bone Shuffle vede in pista Sonny Landreth col suo inconfondibile e veloce mud-slidin’, come inconfondibile è il tocco di Warren Haynes che in Done Somebody Wrong sembra proprio imitare Duane Allman mentre il compagno di banda Derek Trucks lascia l’ impronta con una infuocata slide in Dust My Broom.
C’è l’armonica di John Popper in Last Night e la chitarra di Vince Gill nell’omaggio a Berry di Maybellene prima dell’entrata in scena dell’unica donna invitata, Susan Tedeschi che con voce e chitarra dà, assieme a Winter, una versione di Bright Lights, Big City dall’eco soul-blues. Anche il fratello Edgar Winter è della partita, suo è il sassofono di Honky Tonk.
Roots non è certo un disco che porta linfa nuova al blues, d’altra parte il titolo parla chiaro, sono le radici del genere ma suonate con una modernità insospettabile da uno dei maestri del rock/blues americano ancora in grado di dire la sua nonostante acciacchi e menomazioni.
MAURO ZAMBELLINI OTTOBRE 2011
lunedì 10 ottobre 2011
Clapton, Marsalis e Wilco
Due dischi tanto diversi quanto belli, quello di Wynton Marsalis & Eric Clapton e quello di Wilco. Me li sono procurati entrambi nello stesso periodo e sono rimasto affascinato da entrambi anche se centrano l’uno con l’altro come cavolo a merenda. Questo potrebbe sfatare l’idea che hanno molti circa i gusti unidirezionali di qualche recensore, me compreso. Non è così, la varietà stuzzica la ricerca del bello, quindi ben vengano due dischi che sono agli antipodi, il primo classico e ancorato alle radici antiche del blues, il secondo oscillante tra sperimentazioni noise, ballate low-country e accattivante retro-pop.
Wynton Marsalis & Eric Clapton omaggiano il blues, si intitola difatti Play The Blues il disco con una operazione che Marsalis aveva già effettuato con Willie Nelson ma con tutto il rispetto che nutro per il texano qui siamo su un altro pianeta perché la voce di Nelson sarà unica ed ineguagliabile ma la chitarra di Clapton a me ancora adesso fa venire i brividi e quando insieme ai musicisti della band di Marsalis a cui si è aggiunto il tastierista Chris Stainton, interpreta in un modo che non avevamo mai sentito Layla beh allora si capisce come l’unione tra manolenta e il trombettista sia musica da paradiso. Clapton sembra essere in un momento particolarmente felice della sua vita artistica, lo testimoniano il suo ultimo disco solista (Clapton) e la recente tournee con Steve Winwood. Certo la bravura di Marsalis, trombettista eccelso e gran direttore d’orchestra, conta e come e così la presenza di musicisti che sono un monumento al jazz ma Clapton sembra ogni giorno più coinvolto in questo ritorno al passato, al vintage blues, al jazz di New Orleans, a Louis Armostrong, a W.C Handy, l’autore di Memphis Blues e St. Louis Blues uno dei primi e più grandi autori di blues prebellico. Di W.C Handy qui vengono rilette Joe Turner’s Blues e Careless Love, uno standard che Clapton canta in modo divino. Le dieci tracce del disco comprendono poi Forty-Four di Howlin’ Wolf resa elegante dal suono della band, Ice Cream che apre il concerto con un ritmo incalzante e l’alternarsi di tutti i musicisti negli assoli ed una serie di titoli presi dai repertori di Bessie Smith, Memphis Minnie e Louis Armstrong. I singoli musicisti , e questo lo si percepisce molto bene vedendo il DVD, sono perfettamente amalgamati ed in sintonia, suonano con un piacere immenso e sono coinvolti in un progetto che appaga prima loro stessi che gli ascoltatori.
Tutti rigorosamente in vestito scuro con giacca e cravatta siedono ai loro posti come una vera big band di jazz creando l’atmosfera della Preservation Hall di New Orleans, magie blues intrise di jazz con Marsalis che svetta con la tromba e la band che arrangia coi fiati i vari brani sullo stile di un funerale della Crescent City.
"New Orleans è il mitico luogo di nascita del jazz, del blues, del gospel, R&B, e rock n’ roll ed è il posto dove trovare una eredità comune. Abbiamo così deciso di usare la strumentazione della Creole Jazz Band di King Oliver più il piano e le chitarre elettriche perché quella band trasformò il mondo della musica con una serie di registrazioni nel 1923". (W.Marsalis)
Il risultato è un suono elegante e raffinato come la sala in cui è stato registrato, il Jazz at Lincoln Center di New York nell’aprile di quest’anno ma è anche un suono che coinvolge, affascina, riempie di benessere. Un disco di grande gusto, con momenti eccelsi, come la già citata Layla, come Joliet Bound pregna di umori louisiani, come Just A Closet Walk With Thee e Corrina, Corrina dove entra in scena Taj Mahal a chiudere questa delizia di concerto.
A tutt’ altre latitudini ci troviamo con The Whole Love di Wilco, il gruppo più interessante uscito negli ultimi ventanni di rock. Con l’inserimento qualche anno fa del chitarrista Nels Cline, Wilco ha assunto una fisionomia più sperimentale tradotta sia in studio che in concerto in una serie di frammentazioni sonore e schegge rumoriste che hanno ampliato l’orizzonte sonico del gruppo portandolo su strade ardite e innovative. Il peso di Cline è comunque bilanciato dal leader Jeff Tweedy il quale continua a dare una salda connotazione melodica alle sue canzoni, sia quando induce in un ripescaggio di certo pop all’inglese del passato sia quando si abbandona a diafane e malinconiche ballate (spesso infarcite di lap steel) che traspongono una idea del country molto diversa dai paesaggi di americana da cui il gruppo è uscito. Il punto climax di questa amalgama è stato Sky Blue Sky il disco del 2007 che sono in molti a considerare il più riuscito della loro seconda fase artistica ma anche il seguente Wilco (The Album) non ha tradito le aspettative dei tanti estimatori del gruppo di Chicago. The Whole Love è leggermente diverso e avvalora l’idea di una band in continua trasformazione mai venuta meno però al proprio stile che mantiene inalterato il connubio tra ricerca e melodia, tra furenti digressioni sonore urbane ed estatiche ballate da solitari spazi d’America di provincia. L’iniziale Art of Almost potrebbe lasciare di stucco se qualcuno non avesse visto un recente concerto della band ma invece è la logica conseguenza del giocare di Nels Cline con loop e noise, un brano rumorista con una dissonante ascesa finale che sembra gettare il gruppo nelle mani dell’avanguardia o almeno tra i discepoli dei Sonic Youth. Ma non è così perché il resto di The Whole Love è di tutt’altra pasta anche se l’indole aperta e l’attitudine eclettica portano il gruppo a sperimentare di nuovo, a cercare ulteriori soluzioni non per inseguire chissà quale concetto astratto di avanguardia ma per cercare nuove modalità espressive, nuovi flussi creativi. Rimangono all’interno del loro recinto rock ma non vogliono finire congelati e per questo ogni loro disco è sostanzialmente diverso dall’altro. The Whole Love che si potrebbe definire, vedendo i disegni di copertina, dadaista, un insieme di trovate melodiche e strumentali ricucite con una personalità eccentrica e fuori del comune, un disco che guarda alla modernità senza sbarazzarsi del passato. Ci sono forse più canzoni pop rispetto agli ultimi dischi, probabilmente perché lo stato mentale di Tweedy gli concede oggi un ottimismo ed una “solarità” che raramente abbiamo riscontrato ma poi più che un presunto pop ciò che magnifica questo disco sono una serie di ballate da pelle d’oca, in particolare Black Moon e la lunghissima e conclusiva One Sunday Morning che dicono di un gruppo che pur rimanendo i piedi per terra non ha perso l’abitudine per un rock sognante e visionario.
MAURO ZAMBELLINI OTTOBRE 2011
Wynton Marsalis & Eric Clapton omaggiano il blues, si intitola difatti Play The Blues il disco con una operazione che Marsalis aveva già effettuato con Willie Nelson ma con tutto il rispetto che nutro per il texano qui siamo su un altro pianeta perché la voce di Nelson sarà unica ed ineguagliabile ma la chitarra di Clapton a me ancora adesso fa venire i brividi e quando insieme ai musicisti della band di Marsalis a cui si è aggiunto il tastierista Chris Stainton, interpreta in un modo che non avevamo mai sentito Layla beh allora si capisce come l’unione tra manolenta e il trombettista sia musica da paradiso. Clapton sembra essere in un momento particolarmente felice della sua vita artistica, lo testimoniano il suo ultimo disco solista (Clapton) e la recente tournee con Steve Winwood. Certo la bravura di Marsalis, trombettista eccelso e gran direttore d’orchestra, conta e come e così la presenza di musicisti che sono un monumento al jazz ma Clapton sembra ogni giorno più coinvolto in questo ritorno al passato, al vintage blues, al jazz di New Orleans, a Louis Armostrong, a W.C Handy, l’autore di Memphis Blues e St. Louis Blues uno dei primi e più grandi autori di blues prebellico. Di W.C Handy qui vengono rilette Joe Turner’s Blues e Careless Love, uno standard che Clapton canta in modo divino. Le dieci tracce del disco comprendono poi Forty-Four di Howlin’ Wolf resa elegante dal suono della band, Ice Cream che apre il concerto con un ritmo incalzante e l’alternarsi di tutti i musicisti negli assoli ed una serie di titoli presi dai repertori di Bessie Smith, Memphis Minnie e Louis Armstrong. I singoli musicisti , e questo lo si percepisce molto bene vedendo il DVD, sono perfettamente amalgamati ed in sintonia, suonano con un piacere immenso e sono coinvolti in un progetto che appaga prima loro stessi che gli ascoltatori.
Tutti rigorosamente in vestito scuro con giacca e cravatta siedono ai loro posti come una vera big band di jazz creando l’atmosfera della Preservation Hall di New Orleans, magie blues intrise di jazz con Marsalis che svetta con la tromba e la band che arrangia coi fiati i vari brani sullo stile di un funerale della Crescent City.
"New Orleans è il mitico luogo di nascita del jazz, del blues, del gospel, R&B, e rock n’ roll ed è il posto dove trovare una eredità comune. Abbiamo così deciso di usare la strumentazione della Creole Jazz Band di King Oliver più il piano e le chitarre elettriche perché quella band trasformò il mondo della musica con una serie di registrazioni nel 1923". (W.Marsalis)
Il risultato è un suono elegante e raffinato come la sala in cui è stato registrato, il Jazz at Lincoln Center di New York nell’aprile di quest’anno ma è anche un suono che coinvolge, affascina, riempie di benessere. Un disco di grande gusto, con momenti eccelsi, come la già citata Layla, come Joliet Bound pregna di umori louisiani, come Just A Closet Walk With Thee e Corrina, Corrina dove entra in scena Taj Mahal a chiudere questa delizia di concerto.
A tutt’ altre latitudini ci troviamo con The Whole Love di Wilco, il gruppo più interessante uscito negli ultimi ventanni di rock. Con l’inserimento qualche anno fa del chitarrista Nels Cline, Wilco ha assunto una fisionomia più sperimentale tradotta sia in studio che in concerto in una serie di frammentazioni sonore e schegge rumoriste che hanno ampliato l’orizzonte sonico del gruppo portandolo su strade ardite e innovative. Il peso di Cline è comunque bilanciato dal leader Jeff Tweedy il quale continua a dare una salda connotazione melodica alle sue canzoni, sia quando induce in un ripescaggio di certo pop all’inglese del passato sia quando si abbandona a diafane e malinconiche ballate (spesso infarcite di lap steel) che traspongono una idea del country molto diversa dai paesaggi di americana da cui il gruppo è uscito. Il punto climax di questa amalgama è stato Sky Blue Sky il disco del 2007 che sono in molti a considerare il più riuscito della loro seconda fase artistica ma anche il seguente Wilco (The Album) non ha tradito le aspettative dei tanti estimatori del gruppo di Chicago. The Whole Love è leggermente diverso e avvalora l’idea di una band in continua trasformazione mai venuta meno però al proprio stile che mantiene inalterato il connubio tra ricerca e melodia, tra furenti digressioni sonore urbane ed estatiche ballate da solitari spazi d’America di provincia. L’iniziale Art of Almost potrebbe lasciare di stucco se qualcuno non avesse visto un recente concerto della band ma invece è la logica conseguenza del giocare di Nels Cline con loop e noise, un brano rumorista con una dissonante ascesa finale che sembra gettare il gruppo nelle mani dell’avanguardia o almeno tra i discepoli dei Sonic Youth. Ma non è così perché il resto di The Whole Love è di tutt’altra pasta anche se l’indole aperta e l’attitudine eclettica portano il gruppo a sperimentare di nuovo, a cercare ulteriori soluzioni non per inseguire chissà quale concetto astratto di avanguardia ma per cercare nuove modalità espressive, nuovi flussi creativi. Rimangono all’interno del loro recinto rock ma non vogliono finire congelati e per questo ogni loro disco è sostanzialmente diverso dall’altro. The Whole Love che si potrebbe definire, vedendo i disegni di copertina, dadaista, un insieme di trovate melodiche e strumentali ricucite con una personalità eccentrica e fuori del comune, un disco che guarda alla modernità senza sbarazzarsi del passato. Ci sono forse più canzoni pop rispetto agli ultimi dischi, probabilmente perché lo stato mentale di Tweedy gli concede oggi un ottimismo ed una “solarità” che raramente abbiamo riscontrato ma poi più che un presunto pop ciò che magnifica questo disco sono una serie di ballate da pelle d’oca, in particolare Black Moon e la lunghissima e conclusiva One Sunday Morning che dicono di un gruppo che pur rimanendo i piedi per terra non ha perso l’abitudine per un rock sognante e visionario.
MAURO ZAMBELLINI OTTOBRE 2011
martedì 27 settembre 2011
Israel Nash Gripka > 2011 Barn Doors Spring Tour, Live In Holland
Nel giro di qualche anno è passato da benemerito sconosciuto a fulgida promessa della canzone d’autore rock. Figlio di un pastore battista, Israel Nash Gripka è prima emigrato dalle scure Ozark Mountains alle luci di New York dove ha debuttato discograficamente nel 2009 con l’album New York Town disco acerbo ma contenente un paio di ballate da brivido come Evening e Pray For Rain. E’ stata però la disastrata vecchia Europa ad adottarlo pubblicandogli grazie alla piccola ed indipendente Continental olandese i suoi tre dischi tra cui questo 2011 Barn Doors Spring Tour, Live In Holland.
Israel Nash Gripka è un talento di razza ed il suo stile non si discosta molto da quello dei vecchi rocker della lost generation (Murphy, Nile, Forbert...) ovvero una solida base folk necessaria per scrivere ballate convincenti e romantiche che arrivano dirette al cuore ed una voce che mischia disperazione, rabbia e voglia di riscatto. La tonalità della sua voce non passa inosservata, se poi ci aggiungete la caparbietà di chi, giovane, se ne infischia dei rumori di moda e di cosa piace ai propri coetanei ma segue solo il proprio istinto e le proprie passioni beh allora avrete uno di quegli storyteller elettrici capaci di farvi perdere la testa per un po’ di tempo.
Israel Nasha Gripka esce dal nulla della profonda provincia americana con un pugno di sogni fatti della stessa pasta di cui erano fatte le canzoni che insonorizzavano una New York di serenate al neon e di vagabondi stregati dalla luna. Non è però né un clone né un passatista Gripka, già nella sua opera d’esordio metteva in mostra canzoni di una freschezza straordinaria, roba da far roteare le emozioni come quando la prima volta ascoltai Heartbreaker di Ryan Adams. Adesso dopo l’esordio di New York Town arriva Live In Holland trasposizione dal vivo del secondo disco Barn Doors and Concrete Floors’, estratto di un suo concerto olandese e consacrazione di un talento non comune, uno show schietto, sanguigno, teso che conferma la regola principe del rock n’roll ovvero se hai una canzone che funziona e l’attitudine giusta tutto il resto sono panzane. Qui c’è quello che serve per amare un disco “minore” di rock n’roll ovvero brani nervosi e tirati, ballate romantiche, chitarre acustiche e rasoiate elettriche, una voce che si distingue ed una sezione ritmica cattiva. Basta ascoltare l’iniziale Fool’s Gold, un titolo che mi rimanda nostalgicamente al Graham Parker di Heat Treatment per capire che 2011 Barn Doors Spring Tour, Live In Holland è un disco che rimarrà a lungo nel lettore e si finirà per cantarlo in macchina a squarciagola, soli o in compagnia. Le emozioni si agitano immediatamente, il battito cardiaco accelera, l’armonica è quella di Dylan, la voce è arrabbiata e solenne, il suono è il prodotto di quarantanni di ballata elettrica urbana, dietro la chitarra acustica c’è l’assolo di chitarra tanto grezzo quanto necessario perché prove it all night non è solo il titolo di una canzone ma una scuola di pensiero. Antebellum è younghiana più di Young ma la voce è catrame che ti si appiccica addosso e le chitarre elettriche suonano come i Green On Red nei loro giorni di gloria. Four Winds ha il refrain per diventare un cult, Sunset, Regret occhieggia a Steve Earle ma ha la leggerezza della gioventù, Evening è un canto folkie che si apre come fosse farina dei Mumford and Sons ma poi soggiace ai colpi di una band cresciuta nell’heartland del rock n’roll, Pray For Rain è un incanto. L’ossatura dello show è costituito dai brani di Barn Doors and Concrete Floors, da lì arrivano la stoniana Louisiana e la nostalgia anni ’70 di Baltimore dove Israel Nash Gripka e i suoi punksters ovvero il chitarrista Joey McClellan, il bassista Aaron McClellan, il batterista Josh Fleishman, Eric Swanson(mandolino) e l’altro chitarrista Chris Holston preparano il vibrante finale ovvero una acida e sferzante resa di Revolution Blues di Neil Young, il grande vecchio che aleggia dietro ai suoni di questo giovane ribelle urbano.
MAURO ZAMBELLINI SETTEMBRE 2011
domenica 18 settembre 2011
Come il Rock ci ha salvato la vita
Come il rock ci ha salvato la vita è un libro che si legge come un long playing, c’è il lato A ed il lato B e raccoglie una serie di scritti di autori diversi aventi come comune denominatore il grande potere consolatorio ed emotivo della musica, in particolare del rock. E’ stato ideato e curato da Fabio Fedrigo e Roberto Muzzin per la piccola e coraggiosa editrice L’Ippogrifo di Pordenone e conta sui contributi offerti dai più disparati autori: giornalisti, musicisti, cantanti, bluesmen, cantastorie, social rocker, ristoratori anarchici, periti metal(rock)meccanici, studentesse, artigiani, storici, psicoanalisti, tutti rigorosamente poco noti ma ricchi di spirito.
Il libro è stato realizzato nel 2010 ma l’idea viene da lontano, dalla metà degli anni ’80 quando in Italia, paese refrattario a simili fenomeni, si cominciò a formarsi un insieme di individui che ben presto diventò un popolo che non era semplicemente fruitore di musica e consumatore di dischi come lo potevano essere collezionisti e puristi maniacali del vinile ma un popolo che si identificava emotivamente nella musica che ascoltava, in particolare il rock n’roll. Non era il gesto ribellistico e spesso ingenuo al conformismo degli anni ’50 consumato con i jeans e il ciuffo di capelli dei rockabilly e nemmeno i capelli lunghi dei beat e i fiori e le collanine degli hippies, identificazione estetica con gli artisti del sex and drugs and rock n’roll degli anni ‘60//70, no, era qualcosa di nuovo e più profondo che avrebbe costituito una piccola e sotterranea rivoluzione culturale tanto che dalla musica si passò a collegamenti con la letteratura e con il cinema, specie quello americano crepuscolare della new-Hollywood che non faceva apologia di american dream ma rovistava nelle pieghe di quel sogno in cerca di eroi che erano losers and loners. Qualcuno non colse, altri capirono benissimo : mai prima o perlomeno non in modo così netto e radicale era stato riconosciuto al rock un esplicito valore culturale tale da poter rispondere, non tanto o solo d’un influenza artistica, bensì di una formazione soggettiva. I testi delle canzoni avevano la loro importanza, come fossero messaggi di filosofia del vivere o poesie ma non era questo il nodo perché si potevano anche non capire le parole e come scrisse Wim Wenders “ascoltare per anni i Rolling Stones senza sapere di cosa parlassero. La loro forza evocativa era insuperabile.”
Si cominciò a usare il NOI, una moltitudine di individui si riconosceva in una comunità in cui i sogni facevano da legame, contava l’emozione che si provava per un disco, un concerto, un film, ritmo e letteratura divennero nutrimento per corpo e mente. Si formava un modo di vedere il mondo, veniva a crearsi una idea della vita in cui il rock n’roll era un modo di vivere la vita, di avvicinarsi alle cose, dare un senso al diventare adulti, crearsi una realtà parallela non artificiale, salvarsi la vita con la mente e perché no, quando le corde della Fender tremavano di eccitazione, anche coi sensi. Corpo e mente, niente di meglio e di più definitivo. Il paradiso qui in terra, adesso, con una band che suona rock n’roll, un songwriter che sussurra amore e dolcezza ed un ragazzo della porta accanto che urla no surrender.
Molti artisti vennero presi ad identificazione di questa nuova emotività collettiva, l’ascesa di Springsteen coi suoi dischi, le sue canzoni e i suoi concerti fu il simbolo, per qualche tempo, di questo rinascimento e ci furono giornali, in particolare il Mucchio Selvaggio e poi qualche tempo dopo il Buscadero, che fecero da catalizzatore di questo nuovo soggetto culturale con articoli appassionati nel quale chi scriveva si sentiva appartenere a questo popolo e si identificava, qualche volta a scapito della obiettività di giudizio, nelle parole e nei suoni della musica per cui scriveva. Era la consapevolezza che il rock poteva salvarci, rendere sopportabile il quotidiano e la realtà, legittimare i sogni e portare luce nella nostra esistenza. Non era fede, ma quella laica spiritualità del vivere che nel bene e nel male, nelle sconfitte (tante) e nelle vittoria (poche) ci ha mantenuto giovani dentro.
Come il Rock ci ha salvato la vita lo potete richiedere alla Libreria al Segno Editrice (tel.0434 520506) ed è stato presentato in via “ufficiale” il giorno 15 settembre al Festival Pordenonelegge. Erano circa duecento le persone accorse alla vivace ed informale presentazione/dibattito che ha visto coinvolti giovani (tanti) e meno giovani in un dibattito sul rock, i sogni e le emozioni che ha spaziato dagli albori del beat ai giorni nostri. In veste di moderatori ( e di veterani di quel popolo del rock) erano presenti il fondatore del Mucchio Selvaggio Max Stefani, il giornalista del Gazzettino Veneto e musicista Gio Alajmo, il sottoscritto e naturalmente i due curatori Fabio Fedrigo e Roberto Muzzin, instancabili depositari di una cultura di strada diventata letteratura.
MAURO ZAMBELLINI
mercoledì 14 settembre 2011
Counting Crows > August And Everything After Live At Town Hall
E’ sempre più raro imbattersi in un live degno di tale nome forse perchè circolano in rete tanti concerti che gli artisti hanno perso la voglia di fare dei live ufficiali come una volta. Si differenziano i Counting Crows che buttano sul mercato in formato CD, DVD e Blue Rays questo sfavillante Live At Town Hall con cui in tempi recenti hanno omaggiato il loro album d’esordio, quel August and Everything After che conteneva alcune delle più belle canzoni degli anni novanta, pezzi come Mr. Jones, Omaha e Rain King. Il gruppo si è ritrovato a New York e ha eseguito per intero quel disco seguendo quasi pedissequamente la scaletta originale dell’album con la sola eccezione di unire in medley l’iniziale Round Here con la strepitosa Raining In Baltimore. Il risultato è un disco a dir poco eccezionale, intenso, lirico, forte, vissuto fino all’ultima nota, poetico, con un Adam Duritz che inizia parlando e finisce travolto dalla musica dei Counting Crows in una delirante versione di A Murder of One dove la band dimostra contemporaneamente di essere una grande rock n’roll band e di avere qualità per competere coi grandi autori di canzoni della scuola Dylan/Springsteen/Young. Sebbene il loro disco d’esordio, August and Everything After, vivesse soprattutto per il successo radiofonico di Mr. Jones questa resa dal vivo conferma la bontà dell’intero album con versioni allungate, rivisitate, jammate, pregne di quel pathos che la voce messianica di Duritz le conferisce. Una delle dimostrazioni più evidenti è la lunga esecuzione di Rain King otto minuti di ballata rock con echi irlandesi e roots con i versi della canzone originale che si sovrappongono e si fondono ad un certo punto con una personale ripresa di Thunder Road di Springsteen in quello che è uno dei momenti migliori di simbiosi tra due generazioni di rockers, un momento altamente significativo ed intenso dove è facile farsi trasportare dall’enfasi e rabbrividire per tanta bellezza. Il rock è lungi dal morire perché Adam Duritz e i suoi Crows con questo disco affermano che non ci sono barriere di età e di genere quando le canzoni funzionano, le chitarre mordono, il piano intona la sinfonia, la ritmica pesta duro ed una voce urla rabbia e sussurra dolcezza in quella che è la nostra musica lirica, la nostra boheme, la soundtrack di un sogno iniziato tanto tempo fa. Che siano i Counting Crows a tenere in vita questo sogno non è una novità perché la loro discografia ha messo in evidenza una qualità eccelsa sia nella scrittura delle canzoni sia nel calore e immediatezza delle loro performance (si ascolti l’ottimo New Amsterdam del 2006) magari non perfette e calibrate ma in grado di trasmettere tutta l’urgenza e la poesia del rock n’ roll. Anche in questo Live At Town Hall la loro macchina non è cromata e lucidata come una fuoriserie da museo ma un mezzo solido, potente, affidabile per far viaggiare a mille canzoni che sono cuore e sensi, sangue e lacrime, estasi e passione, luce e oscurità. Difficile dire cosa sia meglio in questo live, certo è che Sullivan Street con la lunga introduzione di Adam Duritz sembra quello che faceva Springsteen nel tour del ’78, assolo di chitarra compreso e Anna Begins è un talking sincopato con il divino mandolino di David Immergluck, uno dei tre chitarristi della band assieme a Dan Vickrey e David Bryson, che rivela di una band a proprio agio anche con liriche tortuose e ritmi frammentati, per non dire di una rockata e allucinata Ghost Train che mette a riposo anni di REM con Charles Gillingham impazzito all’organo e Duritz che viaggia nel suo delirio vocale e la conclusiva A Murder Of One nella quale ognuno, Duritz, Crows e pubblico, ha lasciato andare i freni verso quella che è una discesa nella più pura apoteosi del rock n’roll.
Naturalmente ci sono anche Omaha e Mr. Jones.
MAURO ZAMBELLINI
martedì 30 agosto 2011
Red Wine Serenaders
THE RED WINE SERENADERS > D.O.C (Totally Unnecessary Records)
Gli americani hanno gli Old Crow Medicine Show, noi abbiamo i Red Wine Serenaders. I primi hanno un tiro rock/punk più pronunciato ma i secondi rileggono la tradizione popolare rurale americana degli anni '20 e '30 con un amore ed una vivacità che li rende coinvolgenti e spiritosi anche quando recuperano una bacucca canzone di cowboy. Sono un caso più unico che raro alle nostre latitudini e anche l’ Europa si è accorta di loro perché suonano spesso in Francia ed in paesi limitrofi ed oggi sono la più bella realtà europea in fatto di country-blues, ragtime, hokum e jug-band music.
Il nuovo lavoro non esce come il precedente a firma Veronica and Red Wine Serenaders ma solo col nome della band , a suggello di una maturità in termini di affiatamento e sarabanda collettiva che ormai, dopo quattro anni di lavoro, fonde in modo armonico le personalità, le complicità e i contributi individuali dei quattro musicisti coinvolti.
Musicisti di prima scelta sia nel feeling che nella tecnica, a cominciare dalla spigliata e spiritosa front-woman, la cantante Veronica Sbergia specializzata in ukulele, kazoo e washborad e poi dalla effervescente contrabbassista jazzy Alessandra Cecala, anche lei cantante e dai due chitarristi oltre che cantanti, il formidabile Max De Bernardi un vero maestro delle corde in grado di giostrare con brillantezza mandolino, ukulele, chitarre acustiche e resofoniche e Mauro Ferrarese un montanaro appassionato di chitarre e banjo che ha l’ardore di traghettare nella old time music dei R.W.S un background di provata fede rock.
D.O.C il nuovo disco dei R.W.S è un cocktail di sonorità e feeling che portano in superficie una America rurale e profonda attraverso un crogiolo di musiche calde, coinvolgenti, evocative, misteriose e arcaiche ma ancora in grado di trasmettere emozioni se rilette ,come fanno i Serenaders, con freschezza, imprevedibilità, rispetto e quello spirito guascone che li rende adatti ad interpretare i tempi moderni. Come per esempio It Calls That Religion un testo di denuncia degli anni ’30 calato in una tematica oggi più che mai attuale..
D.O.C è un piccolo disco di grande musica che diverte, accultura e racconta un pezzo di storia musicale americana con l’onestà, la bravura e la semplicità degli artigiani e l’allegria dei bevitori di vino. Tredici tracce, ognuna una storia, ognuna un contante diverso, dalla spumeggiante Veronica Sbergia alla maliziosa Alessandra Cecala, dal disincantato Mauro Ferrarese al rigoroso Max De Bernardi. Si comincia con la jug music di On The Road Again e si prosegue con il divertente swing di Just As Well Let Her Go e con un classico del blues quale I’d Rather Drink Muddy Water dove De Bernardi mostra tutto la sua sapienza in fatto di corde acustiche. Out on the Western Plains è una gustosa ed ironica rivisitazione da parte della Cecala di un brano eseguito da Leadbelly (ma lo faceva anche Rory Gallagher) e di Leadbelly c’è anche Linin’’Track qui in versione lunare e country-goth degna dei primi 16 Horsepower. Non mancano le ballate come la dolce When It’s Darkness on the Delta e la notturna Lotus Blossom mentre l’ukulele impazza nel vecchio traditional You Rascal You dove sembra di essere davanti ad una vecchia radio degli anni ’30 che trasmette canzoni da qualche WLAC di Nashville o da qualche sperduta stazione degli Appalchi .
In Did You Mean a firma Casey Bill Weldon c’è tanto sapore di Leon Redbone, In My Girlish Days c’è tutta Memphis Minnie con una superba interpretazione vocale di Veronica, 8, 9 & 10 è string-band music nella sue definizione più pura e Samson & Delilah è riletta in maniera corale come sarebbe piaciuto alla Seeger Session Band.
Old Time Music for Modern Times a denominazione di origine controllata, invecchiata in barile e pronta da bere. In alto i calici per i Red Wine Serenaders.
Una menzione speciale per il lavoro fotografico di Marcus Tondo che oltre agli scatti si è occupato anche dell’armonica.
MAURO ZAMBELLINI
sabato 13 agosto 2011
Mangiafuoco
Non voglio rubare il lavoro ad Armadillo Bar, università del vino e del savoir vivre ma questa volta parlo di un vino anzi di una piccola cittadina che si chiama Concordia Sagittaria, antico insediamento romano a pochi kilometri da Portogruaro. Qui ai margini della laguna a nord di Venezia ovvero nella Louisiana d’Italia pulsa una qualità della vita che per me che vengo dall’intasato nord-ovest è benessere allo stato puro. Innanzitutto le città, Portogruaro in primis ma anche Concordia sono proprio belle, pulite, ben tenute, amministrate bene e tranquille, un mix di storia passata e way of life moderna, retaggio nobile e spirito efficiente che si rispecchia nei suoi abitanti o almeno nella maggior parte di essi, affabili, socievoli, spesso colti ma non spocchiosi, curiosi, goduriosi e perfino laboriosi, cosa che va sottolineata perché certe volte goduria e labor suonano come un ossimoro. Siamo all’estremo est del Veneto ai confini del Friuli ma qui la Lega non è padrona ed il suo credo oscurantista non ha attecchito più di tanto perché qui, come si può vedere la mattina della domenica, la società è divisa in due: chi va in chiesa e chi va all’osteria. È questo il bipolarismo di Concordia, non sorprende quindi che fra quelli che frequentano l’osteria ci siano anche degli eretici che hanno coniugato l’ombra de vin coi suoni del rock n’ roll, veterani inossidabili che ho incontrato nei lontani giorni del Mucchio Selvaggio ovvero metà anni ’80 e poi sono diventato amico tanto che l’amicizia oltre a durare nel tempio si è allargata a macchia d’olio ed ormai conosco più gente lì che nel luogo dove abito. In questa landa di concordia, di vino e di prelibatezze gastronomiche, in primis le eccelse ed inarrivabili sarde in saor, ad una cinquantina di km da Udine ovvero dal luogo dove il bulletto dell’Indiana si è rifiutato di suonare perché non consono alle sue esigenze di star (ed erano in tanti ad aspettarlo ora delusi ed indignati) c’è un locale (un pub?, una pizzeria? Un ristornate? Un bar?) dove grazie alla passione di uno che si chiama Walter Fiorin e ha l’unico difetto di essere juventino il rock ha trovato un posto di ristoro adeguato. Il locale si chiama Sacco&Vanzetti River Cafè e basterebbe il nome per capire di cosa si tratta se non ci fossero poi le tovagliette di carta zeppe di aneddoti cinematografici, letterari e musicali ma se ci andate a mangiare e bere capirete cose della vita che prima solo immaginavate e magari vi sentirete raccontare che tra quelle mura di pub un po’ irlandese e un po’ di osteria veneta oltre al soul food da laguna del cuoco Gigi, presidente della confraternita dell’aringa, hanno suonato tra gli altri i Cheap Wine, gli Wind in versione acustica, Graziano Romani, Luigi Majeron, Angelo “Leadbelly” Rossi e nel futuro approderanno i Red Wine Serenaders e magari anche Bruce che nella parete vicino al bancone è immortalato in una foto col paròn Walter.
A Concordia Sagittaria ogni prima settimana di agosto va in onda la festa di S.Stefano, una di quelle feste che si vedono solo al sud tanta gente c’è e tante luci ci sono ma per fortuna lì il tasso laico ed eno-gastronomico è di gran lunga superiore al delirio religioso delle processioni meridionali. C’è la fiera come si conviene ad una festa di origine contadina coi trattori in esposizione, tante stufe a legna in vendita, le pulitrici per casa e i tagliaerba, il miele e i prodotti naturali, le creme per dimagrire/snellire/ringiovanire/tonificare, proprio come in un medicine show del vecchio west e poi una lunga fila di posti ristoro dove si può mangiare di tutto, dal fritto misto alla trippa, dai bratwurstel della Turingia alla soppressa, dalle costine alla polenta, dalle seppioline al baccalà. Insomma una babele della gola che termina con la consueta sparata di fuochi d’artificio nell’ultima serata di festa, a cui fa seguito una sbronza di massa per quanto riguarda i giovani ed un piccolo privè al lato della piazza dove un tale Loris Mussin presenta il suo vino biodinamico e medicinale per il corpo( a detta dello stesso quando l’influenza invernale assale basta bersene una bottiglia e coricarsi ed il mattino dopo sarà un’altra storia, di assoluto benessere) chiamato Mangiafuoco. E’ un vino Merlot che Mussin definisce garage wine perché fatto rigorosamente e spartanamente in casa, prodotto in quantità limitata con tutti i crismi della sostenibilità eco-ambientale, non in vendita e bevuto ad agosto alla festa di S.Stefano dopo essere stato in barrique per un anno e aver assorbito i sapori della cantina o meglio del garage. E’ un rosso superbo, rotondo, di profumi ancestrali, profondo e avvolgente, ricorda il Tignanello ma ha un carattere tipicamente nord-est, sa di bora e di quella terra che lambisce il mare ma si mischia con le acque dolci, gli acquitrini, le paludi salmastre, la campagna e la Brussa. E’ il primo grande rosso blues d’Italia, un vino che si accompagna a carni e pesci grassi come le sarde, l’anguilla, lo sgombro ed esige il sottofondo di un Bob Seger d’annata, preferibilmente Night Moves, di un John Lee Hooker, del John Hiatt di Bring The Family, del Warren Haynes di Man In Motion, del DeVille di Miracle e di Shine di Joni Mitchell.
Gran posto l’Italia, nonostante tutto.
MAURO ZAMBELLINI
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