sabato 20 febbraio 2021

THE BAND Il difficile terzo album

 

Il difficile terzo album. Così negli anni settanta veniva definito il terzo capitolo discografico di un artista o di una band che arrivava dopo l’interessante debutto ed un secondo album che aveva fatto sfracelli, di critica e risposta mediatica, ancor prima che di successo commerciale. E così fu per The Band. Erano arrivati fin li attraversando gli Stati Uniti ed il Canada con il loro rock n'roll invischiato di boogie, prima supportando il simpatico Ronnie Hawkins, cowboy da palcoscenico dell'Arkansas che nelle bettole sapeva come frullare Jimmy Reed, Bo Diddley e Muddy Waters per far ballare e rimorchiare le bellezze locali, e poi suonando con Bob Dylan nel sottoscala di  Big Pink, tra le montagne di Woodstock. Quando Robbie Robertson e amici presero il posto degli originali Hawks, decisero di rimanere semplicemente i falchi  perché in fatto di nomi i quattro canadesi e l'amico americano non hanno mai dimostrato (apparentemente) grande acume, tanto è vero che al momento di firmare il loro primo disco, prima scartarono The Crickets e The Honkies, troppo invischiati con uno scenario di rednecks sudisti, e poi assunsero l'estremamente generico e semplicistico The Band, il ché voleva dire tutto e niente. Fu un autentico colpo di genio. Quattro canadesi dell'Ontario quindi, il chitarrista  Robbie Robertson, il bassista e cantante Rick Danko, l'organista e polistrumentista Garth Hudson, il pianista e cantante Richard Manuel, ed un americano dell'Arkansas, il batterista e cantante Levon Helm, dettero vita alla formazione più misteriosa ed originale d’America andando controcorrente a quanto avveniva sui palchi del rock. Nel 1968 il loro album d’esordio, Music From Big Pink, attinse alle radici americane di country, blues, R&B, gospel, soul, rockabilly e dalla tradizione degli inni religiosi, dei canti funebri e della brass band music, dal folk e dal rock'n'roll, forgiando uno stile senza tempo, antitetico a ciò che girava nell’aria. Finirono col cambiare per sempre il corso della musica popolare. Gli anni sessanta non erano ancora conclusi ma The Band aveva già voltato pagina: basta coi colori sgargianti, le jam psichedeliche, gli interminabili assolo di chitarra, era arrivato il momento di un ragtime moderno, del Delta R&B canadese o, come lo battezzò la rivista Time, di the new sound of country rock. Un omaggio all'America rurale, al blues dei juke joints del Mississippi, ai diversi idiomi musicali del Sud, interpretati con un singolare eclettismo, una cura del dettaglio ed una creatività nel songwriting tale da rendere le canzoni fumose e non somiglianti alle radici da cui esse scaturivano. Già il nome, The Band, emanava una impressione di fraternità, la musica poi era una confraternita di linguaggi antichi rimessi a disposizione di una umanità in subbuglio che cominciava a chiedersi se il futuro non fosse guardarsi alle spalle, imparando dal passato il modo per andare avanti. Un primo album rivelatorio, Music From Big Pink con dentro un brano, The Weight, destinato a diventare epocale come lo sono stati  Like a Rolling Stone e Street Fightin’ Man, diversi ma per certi versi simili nel creare l’immaginario rock, ed un secondo album, The Band  chiamato anche The Brown Album, dall’atmosfera biblica, una sorta di nuovo-vecchio testamento musicale. Quando uscì “l’album marrone” non si sapeva molto di più sul gruppo, avvolti nel mistero, consentendo agli ascoltatori e alla stampa musicale di lasciare che la loro immaginazione si scatenasse su chi fossero questi personaggi, e cosa fosse questa musica che suonava diversa da qualsiasi altra. Erano un enigma. Vestiti come predicatori del XIX secolo, cantavano canzoni sull'America profonda,  una sorta di folk-rock scolpito nel faggio con melodie soul, ritmi flessibili, arrangiamenti di ottoni ed armonizzazioni vocali di grande fascino, grazie a tre voci una più bella dell’altra e assolutamente complementari. Quella spugnosa di Danko, quella secca di Helm e quella nostalgica di Manuel, tre timbri  in grado di moltiplicare le combinazioni possibili. C’era poi la scrittura di Robertson, letteraria senza essere verbosa, brillante per il senso del dettaglio e dell'ellisse. Un giorno il bassista e cantante Rick Danko affermò "era una grande momento per le nostre esistenze, vivevamo ogni giorno insieme e suonavamo musica genuina,  fatta in casa, l'album marrone fu la logica conseguenza". Da qualsiasi parte lo si prenda, ancora oggi The Band  è un capolavoro di musica popolare ed uno dei dischi più importanti di tutta la storia del rock n' roll, indifferente  alle burrasche dei tempi. La foto sgranata in bianco e nero di copertina, contornata da una cornice color marrone, opera di Elliott Landy rende ragione al mistero. In piedi sotto la pioggia, paiono predicatori del 19esimo secolo o cercatori d'oro di qualche sperduta località montana, una incarnazione moderna delle comunità fraterne e virili dei primi pionieri americani. Ma se The Band tagliò di netto con l’euforia psichedelica, i suoi musicisti non tagliarono per nulla con i succedanei di quella pazza stagione e fu soprattutto la pressante presenza delle droghe pesanti, ad un certo punto, a sollevare polvere e incertezze. Una delle poche cose che si sapeva del quintetto era che, insieme all’amico e collaboratore Bob Dylan, facevano parte della comunità di artisti di Woodstock, anni prima che la sonnolenta cittadina diventasse famosa per il festival, tenutosi a 40 miglia a sud-ovest a Bethel. L'unica band che proveniva effettivamente da Woodstock, The Band, suonò l'ultimo giorno del festival di fronte a quasi mezzo milione di persone. Come risultato, la piccola città di Woodstock divenne una sorta di mecca e fu invasa da orde di persone. La Band decise di affittare la Woodstock Playhouse per presentare il nuovo album in concerto. I cittadini del posto, temendo che lo spettacolo avrebbe solo attirato più estranei e peggiorato le cose, rifiutarono la proposta e il quintetto decise allora di registrare il terzo album proprio sul palco del teatro, senza pubblico. 


Nacque così Stage Fright. La Capitol voleva monetizzare immediatamente il successo del “disco marrone” e richiese un' altro lavoro da immettere sul mercato. Rick Danko non sopportava più John Simon, il precedente produttore e così ricorsero a Todd Rundgren.  Helm, Danko e Manuel avevano iniziato a flirtare seriamente con l'eroina, divennero irreperibili, freddi, cupi e distaccati ma Robertson e Hudson riuscirono a mantenere la macchina in carreggiata. Il primo scrisse The Shape I'm In per farla cantare a Manuel, Stage Fright  per Danko e The W.S Walcott Medicine Show per Helm, tutte erano attraversate da sfumature di follia e autodistruzione. "Una volta si diceva che se volevi suonare come gli angeli dovevi ballare con il diavolo, che l'eroina era l'accesso alla supremazia musicale. Quel mito apparteneva al passato del jazz, ma il potere della dipendenza era ancora in pieno vigore. La cosa che mi colpiva di più era che in band come la nostra, se non mandavi a pieno regime tutti i cilindri, la macchina finiva fuori strada". Sono le parole di Robertson nella sua bellissima autobiografia Testimony. Il parto di Stage Fright  fu complicato ma il disco uscì meglio di quanto si pensasse. Todd Rundgern non aveva idea di cosa stesse succedendo non avendo dimestichezza col mondo delle droghe e non riusciva a capire perché alcuni di loro si presentassero in ritardo o non si presentassero affatto alle session. Un giorno tra una registrazione e l'altra, Levon Helm prese un materassino ed una coperta e si mise a dormire nello studio, Todd Rundgren non capiva proprio come si poteva lavorare in quel modo.


Terminato il lavoro alla Playhouse, la Band accettò l'insolita offerta di partecipare al Festival Express con i Dead, Janis Joplin, Flying Burrito Bros., Ian e Sylvia Tyson, Delaney e Bonnie Bramlett, Buddy Guy, una carovana di musicisti che attraversò il Canada in treno suonando nelle città doveva faceva tappa. Dal punto di vista economico fu un gran fiasco, in alcune città ci furono dimostrazioni di giovani che volevano entrare gratis ai concerti, a bordo i musicisti se la spassavano e prosciugarono tutto il bevibile, tanto che si dovette fare un rifornimento straordinario di alcol. Quella che era iniziata come una idea romantica di viaggio condiviso, attraverso grandi spazi aperti, si trasformò in una baldoria autodistruttiva. La Capitol pubblicò Stage Fright nell'agosto del 1970 ed in poco tempo divenne disco d’oro. LP originario riportava sulla prima facciata le composizioni co-scritte da Robertson con Helm (Strawberry Wine) e  Manuel (Sleeping, Just Another Whistle Stop), e sulla seconda quelle firmate dal solo chitarrista, tra cui la canzone che dà il titolo e All La Glory, una dolce ed intima riflessione sulla paternità. Il disco fu mixato da Glyn Johns, per la copertina si scelse un colorato art work di Bob Cato ed una foto spoglia di taglio modernista opera di Norman Seeff, un sudafricano allora sconosciuto, divenuto in seguito uno dei più ricercati fotografi degli Stati Uniti.


Stage Fright, come sottintende il titolo, paura del palcoscenico, è un’analisi sincera sulle dinamiche autodistruttive che pervadevano il mondo del rock di allora. Emana un fascino oscuro, una bellezza distorta nello strenuo tentativo di non perdere la purezza originaria minata dalla fama, dalle tentazioni del successo e dalla consapevolezza che le cose stavano cambiando. In quel momento furono soprattutto il pragmatismo di Robertson e la professionalità di Hudson  a portare avanti l ’avventura di The Band. Come confessa Robertson nella sua biografia "forse non si poteva dire proprio niente di un album che si intitolava Stage Fright. Stavamo facendo il massimo che potevamo considerate le fosche, drogate circostanze. Sia come sia, di una cosa sono certo: alcune delle canzoni migliori che avevo scritto erano contenute in questo disco, e questo mi bastava". E basta ascoltarsi brani come la narcolettica ballata Sleeping , come il mezzo tempo di Just Another Whistle Stop, come i due splendidi quadretti sull’America rurale di The W.S Walcott Medicine Show  e Daniel and The Sacred Harp, come l’amorevole The Rumor cantata a due da Danko ed Helm, per dargli ragione. Oltre ai titoli che ebbero un notevole impatto  nei live show ovvero la canzone che dà il titolo all’album, e poi Time To Kill e The Shape Im’In.



In occasione del 50° anniversario di Stage Fright, le nuove edizioni si sprecano: un cofanetto Super Deluxe con 2CD/Blu-ray Audio/LP/7” e booklet fotografico, il digitale, il mini-box di due CD, LP con vinile nero 180g e LP con vinile colorato 180g. Tutte le versioni della Anniversary Edition sono state supervisionate da Robbie Robertson beneficiando del nuovo missaggio di Bob Clearmountain dai nastri multi-traccia originali. Per la prima volta, l'album viene presentato con la sequenza dei brani prevista originariamente, non quella che uscì al tempo e nelle varie edizioni in CD. "Nell'album, avevamo utilizzato una sequenza diversa per presentare ed incoraggiare la partecipazione alla scrittura delle canzoni di Richard e Levon", rivela Robertson. "Nel corso del tempo, ho desiderato ardentemente recuperare il nostro primo ordine di canzoni, perché ti porta direttamente nello scenario di Stage Fright". Due sono le bonus track aggiunte e sono i mix diversi di Strawberry Wine e Sleeping, interessanti per la spartana dimensione acustica di chitarra e pianoforte ma c’è ben altro nel cofanetto, nel doppio CD e nelle versioni digitali.  Innanzitutto l’intero concerto Live at the Royal Albert Hall, June 1971, un’emozionante performance registrata durante il loro tour europeo, quando la band era al top della carriera, e poi sette registrazioni inedite col titolo di Calgary Hotel Recordings, 1970, ovvero una jam session improvvisata in hotel a tarda notte tra Robertson, Danko e Manuel. Mentre Robertson iniziava ad accennare alcune delle nuove canzoni registrate per Stage Fright, il fotografo John Scheele, che stava viaggiando con il gruppo durante il Festival Express, registrò con il suo magnetofono portatile una spontanea performance notturna il 3 luglio 1970 a Calgary in Canada, ultima tappa del leggendario tour. Le registrazioni ritrovate, che presentano Robertson, chitarra e voce con Danko che armonizza e Manuel che si unisce alla voce e all'armonica, sono un documento affascinante che consente di ascoltare tre amici che si divertono, arruffati e fuori dalle righe, a fare ciò che più amavano. Una vera registrazione sul campo, con Get Up Jake e The W.S Walcott Medicine Show, entrambi titoli di Stage Fright, uniti alle improvvisate Calgary Blues e Mojo Hannah e alle cover di Pneumonia & The Boogie Woogie Flu di Huey “Piano” Smith e Before You Accuse Me di Bo Diddley. Ma è il concerto londinese ad alzare il tiro di questo 50esimo anniversario. Nella primavera del 1971, The Band partì per l'Europa, per la prima volta dopo l’ultima apparizione con il tumultuoso tour insieme a Bob Dylan nel 1966. Non avendo suonato lì per cinque anni, The Band non sapeva cosa aspettarsi ed invece ebbe una risposta entusiastica nel primo concerto ad Amburgo, in Germania e durante l’intero tour avrebbero continuato a suonare per una folla incredibile. “Ogni membro della band andava al massimo ed ogni serata, da Amsterdam a Parigi a Copenaghen, lo spirito continuava a crescere”, ricorda Robertson. Per questo decisero di documentare il concerto alla Royal Albert Hall di Londra, e di questo si occupò la EMI che approntò un registratore a 4 piste. Per la prima volta in assoluto, le registrazioni del concerto vengono pubblicate come Live At The Royal Albert Hall, 1971, un incredibile set di 20 canzoni con la band che offre esaltanti versioni di canzoni dal loro terzo album, accanto ai loro brani più famosi di Music From Big Pink  e del Brown Album ovvero le immancabili The WeightKing Harvest (Has Surely Come)Up On Cripple CreekThe Night They Drove Old Dixie Down, Across The Great Divide, Chest Fever, Rag Mama Rag, Don’t Do It e le cover di I Shall Be Released di Dylan,   e di Loving You Is Sweeter Than Ever, scritta da Stevie Wonder a portata al successo dai Four Tops. Con l'aiuto di Clearmountain, queste registrazioni sono state recuperate 50 anni dopo, consentendo a tutti di ascoltare quello che Robertson definisce "uno dei più grandi concerti dal vivo mai suonati da The Band". Verissimo, questo live non ha nulla da invidiare al più conosciuto Rock of Ages anche se là era in pista una copiosa sezione di ottoni diretta da Allen Toussaint. E’ la succulenta ciliegina sulla torta della ristampa di un album che il noto critico musicale Robert Hilburn sul Los Angeles Times ha definito " un'incredibile dimostrazione di abilità musicale, strumentazione superba, voci precise e testi ricchi e senza tempo". Niente male per chi in quell’anno soffriva di ansia da palcoscenico.

 

MAURO  ZAMBELLINI    GENNAIO 2021

 

 

 

 

 

 

 

 






 

domenica 31 gennaio 2021

THE BLACK CROWES Shake Your Money Maker 30th Anniversary

 

Non occorre essere uno specialista per affermare che tra gli album d’esordio che fecero più scalpore nel rock americano di inizio anni novanta ci fu Shake Your Money Maker dei Black Crowes. Arrivò nel pieno dell’ “emergenza” grunge ma si rivolgeva all’eredità  classica del rock n’roll con rimandi espliciti al British blues, in particolare Stones, Free, Faces, Humble Pie e Led Zeppelin e al Southern rock, in primis Lynyrd Skynyrd, poi negli album successivi Allman Brothers Band. Adesso che si riparla di un loro ritorno in scena con un tour che, pandemia permettendo, dovrebbe arrivare a novembre anche dalle nostre parti, fa piacere sapere che in occasione del 30esimo anniversario Shake Your Money Maker  viene ristampato in una edizione che rende merito alla sua grandezza. Oltre all’album originario ampliato con una decina di inediti, B-sides e due demo della prima incarnazione della band quando ancora si chiamava Mr. Crowe's Garden, è presente un esplosivo concerto ad Atlanta, loro città natale, del dicembre 1990, una chicca assoluta per qualità audio e potenza della performance. Supervisionata dai fratelli Robinson e dal produttore originale George Drakoulias, la riedizione, disponibile in diversi formati (Super DeLuxe, 4LP, 3CD, doppio CD, LP 180 gr.) prevede anche un libro di 20 pagine con note scritte dal critico David Fricke ed altre amenità per collezionisti quali volantini, pass, setlist e patch. Inoltre, Charming Mess, una delle canzoni in studio inedite, che originariamente doveva essere il primo singolo della band e venne invece esclusa dall'album, è già disponibile sulle piattaforme digitali. La 30th Anniversary Edition  è quindi un succulento attestato di rock n’roll ad alta temperatura a cui è impossibile rimanere refrattari.  


Due note sul disco originario sono doverose. I Black Crowes si formarono nel 1988 attorno ai fratelli Robinson, il cantante Chris ed il chitarrista Rich. Assieme a loro il bassista Johnny Colt ed il chitarrista Jeff Cease, usciti da una massacrante selezione di musicisti più o meno locali, ed il batterista Steve Gorman amico di gioventù dei Robinson. Da Atlanta arrivano a New York grazie al produttore George Drakoulias che li porta a suonare al CBGB davanti a diversi discografici, i quali al terzo pezzo se ne sono già andati dal locale. La cosa non disturba Drakoulias e nemmeno i cinque Corvi Neri, perché al momento di firmare un contratto discografico da cinquemila dollari per la Def American, pochi soldi anche per l'epoca, Shake Your Money Maker  è già in rampa di lancio. E' il 1990 e la pista è affollata, almeno per quanto riguarda gli aeroporti del rock americano. L’anno prima è decollato Bleach  dei Nirvana, l'anno seguente sarà la volta di Ten dei Pearl Jam ma i Black Crowes intercettano altri desideri e fanno breccia in un pubblico affamato di rock e blues. La rivista Rolling Stone scrive: questo disco dei Black Crowes è come suonerebbero oggi gli Stones se Keith Richards nei suoi salad days si fosse fatto di steroidi piuttosto che di eroina".  Ai Black Crowes  piace soprattutto l’erba e si fanno promotori di Hempitation, concerti a favore della depenalizzazione della marijuana, mentre Shake Your Money Maker  riaccende per via di una eccitata urgenza anni 70 la vecchia mitologia sesso, droga e rock n'roll. Non vestono camicie di flanella e la copertina del disco strizza l’occhio all’oscurità esistenziale delle foto di David Bailey sui primi dischi degli Stones, camminano su una strada diversa dal grunge (pur contando sull'ingegnere del suono Brendan O'Brian, uno di casa a Seattle) e chi li bolla come nostalgici deve presto ricredersi perché le vendite lievitano e la loro epopea sarà quanto di meglio espresso dal rock americano fin de siecle. Pescano il jolly con una muscolare versione di Hard To Handle di Otis Redding che vede all'opera dietro le quinte il pianista di Allman e Stones, Chuck Leavell, con a fianco chitarre assassine in grado di sostituire l'assalto dei sassofoni della Stax dell’originale. Con una simile cover presentano l’album, un concentrato di rock n’roll misto a-boogie e blues che annovera una sequenza di canzoni da capogiro. Già Twice As Hard  e Jealous Again  fanno capire che oltre al  contagioso groove, c’è  un songwriting di livello e qualche ballata come l’emozionante She Talks To Angels  sulla fragilità e debolezze di un tossicodipendente, che non lascia indifferenti. E poi la band anche in studio riesce a sposare l’euforia dei Faces con le veemenza degli Humble Pie, i febbricitanti Stones con le rasoiate dei Led Zep e l’eccitazione freak dei Lynyrd Skynyrd. Fedeli alla linea fino al dettaglio (registrano dal vivo in analogico e per  creare il botto che introduce Thick n' Thin mandano il batterista Steve Gorman a schiantarsi con la macchina contro il bidone delle immondizie nel parcheggio dello studio di Atlanta dove stanno incidendo), ma non avulsi dal loro tempo. Nello stesso modo in cui i loro idoli inglesi avevano infilato il blues nel motore e  truccato i watt facendo suonare il blues come mai si era sentito prima, loro resuscitano il classic rock con una energia e freschezza che non si respiravano da almeno dieci anni. Album splendido ancora oggi (ha venduto 5 milioni di copie), per nulla invecchiato, contenente pezzi da novanta come Sister Luck, Stare It Cold, Struttin’ Blues, Could I’ve Been So Blind, oltre ai titoli già citati sopra, divenuti fissi nei loro show. Se non ci fossero The Southern Harmony and Musical Companion (1992) e Amorica (1994) sarebbe il più grande rock n’roll album degli anni novanta.


Veniamo alle bonus tracks: Charming Mess è una dichiarazione d’amore ai Faces con chitarre sguaiate e piano honky tonk, e 30 Days in The Hole  recupera gli Humble Pie prima che lo facciano i Gov’t Mule, dandogli una pennellata glam.  Don’t Wake Me è furia punk-rock “fatta” di speed, come dire “te lo do io il grunge” mentre  Jealous Guy di John Lennon è stravolta e bluesy grazie al lavoro di Hammond e pianoforte. Waitin’ Guilty ha le sembianze di una ariosa ballata da strada, Chris canta senza urlare e il coro aggiunge coloriture gospel, Hard To Handle contrariamente a quella uscita sull’album è qui in veste Stax con tanto di sezione fiati. L’alternate version di Jealous Again  è per sola voce, clapping e chitarra acustica, ed in versione acustica è anche She Talks To Angels voce, tamburello, chitarra e pianoforte. Deliziosa. Un’ altra versione di She Talks To Angels tutta arpeggi e aria country-folk arriva dagli esordi quando la band si chiamava Mr.Crowe’s Garden, così come  Front-Porch Sermon decisamente country con quel banjo, contrabbasso e armonie vocali.

Se queste sono le bonus tracks, il concerto di Atlanta, December 1990 è roba per cuori forti. Show memorabile,  potente, eccitantissimo, specchio della prima stagione dei Black Crowes col chitarrista Jeff Cease che se ne sarebbe andato di lì a poco sostituito da Marc Ford. Sono i Corvi più assetati di rock n’roll, le fughe psichedeliche di Ford non ancora nel copione, qui il sound è secco, teso, febbricitante come la voce da predicatore soul di Chris Robinson e le taglienti chitarre di Rich e Cease, una coppia che non fa prigionieri. Non mancano peraltro gli arrangiamenti e dietro alla martellante sezione ritmica lavorano pianoforte e organo, come nella accorata ed intensa Seeing Things e nella favolosa She Talks To Angels  mentre il delirio rock n’roll si consuma in You’re Wrong, Hard To Handle  unito in jam con Shake Em’ On Down di Fred McDowell  ed una distorta e assatanata rivisitazione di Get Back dei Beatles. Sangue, sudore e polvere da sparo in Sister Luck e Struttin’Blues, quest’ultima in grado di dare punti aanche a Jimmy Page e combriccola, e nei sconvolgenti tredici minuti di Words You Throw Away originariamente apparsa come B-side del singolo Hotel Illness. L’incandescente trance finale di Stare It Cold  e Jealous Again è l’apoteosi di un set bruciante, sanguigno, travolgente, cantato da uno sciamano  con alle spalle una band in grado di convergere gli assoli dei grandi chitarristi inglesi nel denso fango del blues del Sud. Pura stregoneria sonora.

MAURO  ZAMBELLINI    gennaio 2021 

 






 

giovedì 7 gennaio 2021

MY PLAYLIST 2020

 


Ho comprato pochi dischi ma ascoltato tanta musica. Sembra una contraddizione ma non è così. La rete lo consente, d’accordo o meno ma questa è la realtà ed anche io mi sono adattato, pur continuando a non scaricare ma ascoltando, grazie alle piattaforme e ad un buon speaker come il Marshall, dischi a valanga, la maggior parte dei quali non comprerei ma che è bene conoscere per avere il polso di cosa scrivono i recensori e farsi una panoramica di musica più ampia dei soliti gusti e dei soliti beniamini. Soldi riguardo a dischi comunque li ho spesi anche in quest’anno di merda la cui unica virtù è stata quella di veder pubblicati molti buoni e interessanti lavori. Senza acquistarli ma sfruttando internet ho apprezzato il potente live dei War On Drugs, il disco omonimo tra folk e melodie circolari di Sam Amidon, il country-rock leggermente lisergico della Rose City Band, le interessanti armonie dei Cut Worms, il rauco blues del Reverendo John Wilkins, il lunatico (nonostante il titolo) Sundowner di Kevin Morby, la varietà roots del Dave Alvin di From An Old Guitar, il folk anomalo di James Elkington, il frizzante e arruffato garage rock dei Nude Party, l'amalgama di blues e southern dei Terminal Station di Brotherhood ed il cosmico roots rock di Jonathan Wilson di Dixie Blur, lontano comunque dalle sue cose migliori. Anche una buona dose del nuovo disco di Paul McCartney è stata per me un’autentica sorpresa. Deludenti a mio modo di sentire, a parte un paio di brani davvero accattivanti, ma molto osannati dalla critica Ryan Adams con Wednesdays  e Jeff Tweedy di Love Is King. Su quest’ultimo mi sono promesso però di tornarci sopra. Troppa routine senza nessun scatto in avanti anche per i Dirty Knobs, ovvero la band del chitarrista di Tom Petty, Mike Campbell, che rimane uno dei migliori con lo strumento ma non ancora in grado di essere leader.




Nel primo lockdown sono stati un supporto importante sia il Box, che ho acquistato solo quest’anno aspettando di trovarlo cheap, di The Band, A Musical History, uscito mi sembra nel lontano 2005, un fenomenale testamento di una delle band più importanti di tutta la storia del rock che nel tempo non ha perso una briciola della propria originalità, attualissima ancora oggi. Sia il box del Cinquantesimo della Allman Brothers Band, Trouble No More, altra band che andrebbe fatta studiare a scuola perché come loro nel suonare il rock-blues non c'è più stato nessuno. Delle cosidette edizioni deluxe sempre più care e spesso sempre meno necessarie, mi sono piaciute il quadruplo Wildflowers & All The Rest di Tom Petty, d’accordo sono un suo fan accanito ma ne vale la pena e non costa troppo, Check Shirt Wizard dell’amato Rory Gallagher infuocato Live del 1977, il doppio CD (basta e avanza) di Goat’s Head Soup necessario per ogni fan delle Pietre Rotolanti grazie ad un secondo dischetto di inediti ed out-takes davvero diverse, l’ottimo Steel Wheels Live cronaca di un bellissimo show dei Rolling Stones ad Atlantic City e Welcome To The Vault della Steve Miller Band zeppo di inediti e tracce dal vivo sorprendenti. Tra gli italiani le cose che ho apprezzato maggiormente sono state Crossing, splendido viaggio tra roots, folk, boschi e rock di Enrico Cipollini con i suoi Skyhorses, l’anomalo, sghembo, plastico e coraggioso Elastic Blues del maestro Paolo Bonfanti, sentire per credere, ed il rauco urlo di blues garagista sporcato di Stones dei Dirty Hands di Bull’s Eye.


Il tanto tempo a casa imposto dal lockdown mi ha permesso di ritornare su diversi dischi del passato, molti dei quali in vinile. Non tutto ha retto al tempo che passa, le batterie e i sintetizzatori degli anni ottanta ne escono a pezzi ma anche molta “roba” incensata negli anni novanta come alternativa scricchiola da morire, così come certe ingenuità degli anni sessanta e primi settanta. Una band che rimane inossidabile e durante il lockdown suonavo a manetta mentre fuori dalla finestra si sentiva l’Inno di Mameli, sono i Faces, grandi, sempre e comunque. Solo quattro album ma più di una enciclopedia.

Veniamo alla mia palylist di supporti comprati e vissuti a lungo, perché internet o lo streaming non concederanno mai il tempo e la tranquillità per un ascolto approfondito. Naturalmente orientata alla classicità del rock, perché se vuoi bere un novello o un vino che fa 12 gradi accomodati pure, un bicchiere lo bevo anche io, ma continuo a preferire i rossi da 13 gradi in su. L’ordine è casuale.

LUCINDA WILLIAMS  Good Souls Better Angels. Dopo un paio di album rivolti soprattutto a ballate perse e malinconiche, la Williams ha preso la frusta e ha sfornato un signor disco di rock, umido, urbano, crudo, pennellato da qualche flash psichedelico e da chitarre davvero cattive.

CHRIS STAPLETON   Starting Over.  Ovvero come si può suonare e cantare ancora dell’americana e del country-rock senza apparire vetusto e risaputo, con in più delle ballate soul, è il caso di Cold,  che ti mettonoe addosso i brividi anche se fa caldo.


THE PRETTY THINGS Bare as Bone, Bright As Blood. I Pretty Things sono stati una delle più longeve band uscite dal British blues diventate un culto tra gli appassionati di sporcizie beat- rock-blues garagiste. Questo è un disco completamente diverso da tutto il loro passato, inciso poco prima che uno dei due fondatori Phil May morisse per un banale incidente ciclistico. Con il socio Dick Taylor dà vita ad un disco di folk e blues spettrale come la copertina, ma intenso, umano, emozionante come gli ultimi dischi di Johnny Cash. Struggente.

THELONIOUS MONK  Palo Alto. E’ jazz ma è suonato come se fosse rock ed è stato registrato nel 1968 in una scuola da un ragazzo con la compiacenza del bidello. Basta e avanza in questi mesi di scuola a distanza.

DRIVE BY TRUCKERS   The Unraveling/ The New OK. La rock band più anti-Trump d’America, per di più dell’Alabama, uno stato notoriamente not politically correct  ha sfornato due ottimi dischi nello stesso anno, sfruttando l’impossibilità di un tour. Ganci elettrici e ballate, rabbia e misericordia, avessero preso i pezzi migliori dei due dischi e li avessero assemblati in uno solo avremmo avuto un capolavoro.


MARCUS KING   El Dorado. E’ tornato di moda un soul di taglio classico, grazie a tipi che lo cantano con rispetto del passato e aperti a quello che gira intorno. Grazie anche ad un produttore come Dan Auerbach che ne coglie l’armonia e l’intrinseca sensualità. El Dorado è come un disco di country-soul registrato negli anni settanta a Muscle Shoals, cantato da una voce sabbiosa ed espressiva, bianca ma nera, un lavoro che anticipa nello stesso stile l’imminente Introducing di Aaron Frazer, più morbido e carezzevole ma ancora prodotto da Auerbach.

BRUCE SPRINGSTEEN  Letter To You. Meglio di quanto mi aspettassi, la nostalgia e la paura della vecchiaia è stata stemperata dal classic rock sound della E Street Band che lo ha di nuovo accompagnato in pista. Per il sottoscritto non è il capolavoro che si sono affrettati a scrivere prima che uscisse ma un disco del tutto dignitoso. Tre grandi canzoni del passato e altre tre del presente, per il sottoscritto Burnin’Train, Letter To You e I’ll See You In My Dreams. Quando arrivano If I Was The Priest e Song For Orphans si piange, di commozione.

COUNTRY WESTERNS  Country Westerns. Pensavo che la foga rocknrollistica della provincia americana si fosse sopita in cantautori che dopo due ascolti li dimentichi o li metti in lista d’attesa nei giorni che sei depresso come loro. Ed invece questi Country Westerns sono un trio che tira come una locomotiva evocando i primi Replacements, senza un attimo di tregua nel rinfrescare un alternative rock che è sangue, sudore e polvere da sparo.




 THE WOOD BROTHERS   Kingdom in my Mind. Questo è il disco che se uno vi chiede, che genere fanno? Rispondete, non lo so. Ed è questo il bello perché i Wood Brothers mischiano tante cose senza farle assomigliare a niente. Stralunatezze da anni settanta, divagazioni pianistiche, accenni (ma solo accenni)prog, attitudine jam, strambe filastrocche psycho-folk, pop maleducato, cori soul, ritmi in levare e chitarrine acide come un limone. Boh, but i like it.




THE THIRD MIND  The Third Mind LSD non è più di moda ma se uno volesse tornare a voli pindarici questa è la giusta colonna sonora per il viaggio. Dave Alvin con altri tre inscena una psichedelia blues dilatata e onirica dove vengono ripresi dal passato The Dolphins di Tim Buckley, East West della Paul Butterfield Blues Band, Morning Dew dei Dead in una dimensione di nuova allucinata Super Session.

SUZANNE VEGA   New York Songs and Stories. Ogni tanto viene la malinconia della vecchia New York, quando i club erano pieni di fumo,  sui muri nel quartiere dei macelli lungo l’Hudson River troneggiavano scritte come “suck my cock, boy” e gli ultimi cantastorie del Village cercavano i loro cinque minuti di notorietà con una canzone che Dylan aveva perso per strada. Suzanne Vega con la sua eleganza, delicatezza, bravura canta la sua New York che un pò è anche nostra, anche se l’abbiamo vissuta a distanza e di cui Walk On The Wild Side rimane l'impareggiabile colonna sonora.

E’ tutto, Buon Anno. Speriamo, che la musica dal vivo torni tra noi.

MAURO ZAMBELLINI

 

 

 

 

lunedì 16 novembre 2020

THE PRETTY THINGS Bare As Bone, Bright As Blood


 

Bare As Bone, Bright As Blood  è il toccante epitaffio di Phil May, il cantante solista dei Pretty Things morto lo scorso maggio 2020. Un disco anomalo nella intera discografia della band inglese creata dal chitarrista/bassista Dick Taylor nel 1963, una volta abbandonati i nascenti Rolling Stones, per unirsi a Phil May, nato come Philip Wadey nel 1944 a Dartfort nella regione del Kent. I Pretty Things furono tra i pionieri in Inghilterra ad unire rock e rhythm and blues ma il loro stile grezzo e viscerale incontrò anche il beat, il garage e la psichedelia tanto da divenire modello per molti gruppi, anche di ispirazione mod. Il loro S.F Sorrow  è considerata la prima opera rock in assoluto, ben prima di Tommy  degli Who e Arthur  dei Kinks e la loro discografia ufficiale, non estesa, vanta piccoli oggetti culto. Scioltisi diverse volte ma sempre riformatisi, i Pretty Things non hanno mai abbandonato il sottobosco del rock ed i loro concerti ( diverse volte sono stati alle nostre latitudini bazzicando piccoli club e locali undergound) hanno attratto un pubblico affezionato che amava pogare e cantare sui loro ritmi nervosi e adrenalinici e sul fiotto di contagiosa energia che sapevano riversare dal palco. Alla fine del 2018 il gruppo decise di sciogliersi per i problemi di salute di May ma poi l’anno seguente si misero a lavorare ad un nuovo disco. 



Phil May era malato da tempo ma la sua morte è stata causata dalle complicazioni per uno stupido incidente in bicicletta e non dalle sue condizioni di salute, disgrazia che ha turbato l’intero mondo del rock. Proprio a causa delle sue precarie condizioni di salute, lui ed il chitarrista Dick Taylor avevano optato con l’aiuto del produttore e manager Mark St.John  per un disco acustico, un lavoro diverso da quanto avevano fatto nel passato. Il risultato di tale sforzo si chiama Bare As Bone, Bright As Blood  un disco bellissimo e completamente acustico dove blues e folk si mischiano in modo spartano emanando una purezza ed una profondità degna degli ultimi lavori di Johnny Cash con Rick Rubin della serie American.  E’ il lavoro di due musicisti che fanno i conti con la propria età e i propri acciacchi ma non si sono arresi, la precarietà oggettiva si trasforma in una performance a due dove l’esperienza si sposa con il cuore, l’abilità tecnica con il sentimento ed il risultato è a dir poco sorprendente. Undici titoli pescati nel repertorio del genere, alcuni conosciuti come Can’t Be Satisfied, Come On In My Kitchen, Ain’t No Grave, Redemption Day, Love In Vain, altri più oscuri, interpretati con un trasporto ed una sensibilità fuori dall’ordinario, palpabile e sentita, da far accapponare la pelle in più di un momento. La voce di Phil May è sofferta, vulnerabile, segnata dagli anni e dalla malattia, ma è in grado ugualmente di comunicare una emozione che lascia senza fiato in più di una occasione, nella interpretazione da brivido di Redemption Day dove sembra di stare a sentire proprio Johnny Cash  e in Ain’t Grave, altro brano del repertorio di Cash. Ma anche come rilegge alla sua maniera Love In Vain  accompagnato dalla armonica e dalla slide di Taylor, e sempre l’armonica e la chitarra sottolineano l’intensità Delta blues delle versioni di Can’t Be Satisfied  di Muddy Waters e Come On In My Kitchen di Robert Johnson. Ma non è solo il Mississippi a scorrere in Bare As Bone, Bright As Blood , perché il violino rootsy di John Wiggs,, il banjo di Sam Brother e l’ipnotica chitarra di George Woosey in Bright As Blood  dipingono un paesaggio di country misterioso ed ancestrale tipico dei Monti Appalachi, che si ripete nella stupenda versione che May dà di Devils Had On Hold on Me  pescata nel repertorio di Gillian Welch. l’album. Ci sono momenti di una tenerezza ed una umanità incredibile, è il caso di To Build A Wall  del cantautore inglese Will Varley, il cui titolo allude ai  muri del disumano quotidiano odierno, e nel quale May con una voce sofferente riversa tutta la pietà possibile per testimoniare il sentimento di chi, pur sapendo di non avere un grande domani, guarda con orrore ad un tale futuro, e la conclusiva Another World che risuona come una preparazione al mistero che sarà. Momenti di estrema tenerezza che si contrappongono al tono drammatico e spettrale di Faultline e alle scure cadenze di Black Girl di Leadbelly per un disco di grande sincerità e bellezza.

MAURO ZAMBELLINI  

 

martedì 27 ottobre 2020

BRUCE SPRINGSTEEN LETTER TO YOU

3 ottobre. Ho rispettato i tempi comuni, mi sono svegliato alle 8, giornata grigia, piovosa, triste, ho acceso il Marshall e con Amazon Unlimited ho ascoltato finalmente tutto Letter To You. Un disco di grande malinconia rock, con alcuni momenti davvero commoventi, non entro nella disamina dei brani, scrivo dopo un solo ascolto. Più che l'inverno come suggerisce la copertina, è un disco autunnale, l'autunno della vita, malinconico e triste ma con ancora quel filo di resistenza e di saggezza che permette alle cose, in questo caso alla musica di emanare bellezza. Traspare la consapevolezza di non aver vissuto invano, di aver vissuto con l'intensità che ti porta a fare anche degli errori e degli sbagli, ma con sincerità e onestà. Certo c'è una differenza tra i tre brani di un tempo che fu e quelli di oggi, un po come i giubbotti che una volta Bruce portava, un po sgualciti e sciupati, presi magari da un mercatino dell'usato ma vissuti fino alle pieghe della pelle, e quelli di oggi che sembrano appena usciti da una boutique. Ma i giubbotti sono rimasti, come è rimasto il suo rock n'roll che con Letter To You Springsteen ci regala in questo anno infausto. Un Bruce così non lo ascoltavo da tempo. Bel disco.

Questo è il post che ho scritto su fbook la mattina del 23 ottobre dopo il primo ascolto a caldo di Letter To You, oggi martedi 27 torno sul luogo del delitto con alcune considerazioni, più per stimolare la discussione tra i lettori del blog, che me lo hanno chiesto, che altro. Certo, tra il 23 ed oggi ci sono stati altri ascolti, per cui  ho una idea più chiara del disco, ma sottoscrivo la prima impressione a caldo. Letter To You non è un capolavoro, è solo un buon disco, onesto e sincero come già scritto, e frutto di una volontà, quella dell’autore, di andare avanti guardandosi indietro, raccogliendo i ricordi, i suoni e gli uomini, quelli ancora rimasti, che sono stati con lui nella sua avventura artistica. E’ un disco molto diverso da Western Stars e non solo per il suono, ma per lo spirito collettivista che lo ha creato,  un lavoro d’insieme tra Bruce e la sua band, che qui dà tutta sé stessa non inventando nulla rispetto al passato ma ribadendo con professionalità e vigore il mainstream rock che da Born In The Usa contraddistingue la loro musica, non sottostando in maniera passiva, come è capitato nel recente passato ai dettami di Ron Aniello, un produttore che se non ci fosse sarebbe meglio. Sarà per la carica di nostalgia che il nuovo disco trasmette, e per quel po’ di retorica che affiora in testi rivolti al tempo che passa, agli amici che non ci sono più, all’ombra della morte (plausibili per l’amor di Dio ma in qualche momento aggiuntivi di una enfasi che si riflette anche nella voce di Bruce, il caso più eclatante è House of 1000 Guitars  con quel finale supplichevole) ma Letter To You risulta un disco crepuscolare e malinconico pur col suo sound potente e rockato, nelle sue chitarre urlanti, nel dispiegamento al meglio di una E Street Band che in qualche frangente sembra correre  avanti a Bruce, come quelle passeggiate in montagna in cui ci si ferma ad aspettare quello che è rimasto un po’ indietro perché affaticato. Ma l’essere uscito definitivamente dalla bolla autoreferenziale della biografia+On Broadway, è la misura che Bruce, pur con qualche stanchezza addosso, non ha abdicato al suo essere rocker popolare e non populista, un rocker per tutti, con i pregi e i difetti che questo comporta, ancora in grado di scaldare gli animi ed in qualche momento di emozionare come un tempo. Nonostante le colossali vendite lo abbiano reso un fenomeno da classifica, Western Stars è forse un lavoro più raffinato nel songwriting e nelle melodie, in molti casi superiori a quelle attuali (Last Man Standing  è talmente trita e ritrita che non si capisce di quale album faccia parte e Ghosts per il sottoscritto è troppo calcolata (avevo scritto paracula ma sembrava troppo pesante) per acchiappare la folla osannante dello stadio con quel carico completo di botta e risposta cantato/chitarre, refrain, rullata, coro, sax, piano e organo) ma quelle canzoni si perdevano (a mio modo di veder) in una cascata di arrangiamenti tutti uguali tale  da renderlo monocorde e privarlo di brillantezza, a parte l’ultima canzone,  ( non sono a priori contro archi e violini, ma usati con dettaglio, sfumature, parsimonia, eleganza, ascoltatevi Moonlight Mile e Winter  degli Stones per vedere come si possono efficacemente adattare ad un contesto di ballata rock), mentre Letter To You con tutti i limiti di scontatezza è un disco pulsante, che non ti accomoda in poltrona ma ti trasmette ancora dell’energia, in qualche caso anche della commozione. E’ un disco di rock mainstream ed è anche la costatazione di come la gioventù sia irripetibile anche nell’arte, nonostante l’età avanzata porti saggezza ed esperienza. Il Bruce di oggi non è quello di ieri, ma è encomiabile lo sforzo, non escluso il salutare aiuto della ESB, di non tirarsi indietro, di non arrendersi e di non svendere quello che è sempre stato il suo rock. C’è un divario evidente tra i 3 pezzi del passato ed il materiale di oggi, comunque fusi in un armonico equilibrio, senza che ci sia contrasto, grazie alla compattezza del sound della ESB. E’ forse nella costruzione della canzone e della melodia la differenza, una chance che Bruce sfrutta dando il meglio di sé sfogando la sua intensità emotiva e facendo venire i brividi a chi ascolta. Song To Orphans era una scheletrica canzone in chiave folkie molto verbosa, quella di Letter To You è il miglior Springsteen con band che si possa desiderare, corale, romantico, trascinante. Hanno scriito che sembra Dylan in questa canzone, è vero solo in parte, nonostante la struttura sia quella della ballata dylaniana, qui è BRUCE SPRINGSTEEN al 100% e al suo top, come  abbiamo imparato ad amarlo. Gigantesca.  E If I Was A Priest non è da meno, anzi. Fa parte di quella dinastia di canzoni nata con Lost In The Flood, un flusso di parole e versi che cresce inarrestabile fino a diventare una preghiera epica, che l’armonica, quella armonica e quel pianoforte e quel talking prima del finale la stringono, la avvinghiano a The River , per significato, per pathos, per narrazione rock, prima che l’assolo di chitarra la accompagni in quella dannazione elettrica che tanto desideriamo dalla ESB. Due canzoni che ti tolgono il fiato, pur con l’amara consapevolezza che sono state scritte in un’ altra era, quando Bruce aveva un'altra tensione. Poi c’è Jeanny Needs A Shooter  che io avrei (ma chi sono io?) desiderato più magra e sottotono, forse perché innamorato della cruda versione che ne diede il grandissimo Warren Zevon, ed invece con quell’inizio alla Independence Day  e quel finale drammatico diventa un’opera lirica. Nello stile dello Springsteen più teatrale ed enfatico, e va bene così. E poi ci sono i pezzi nuovi,  pur col sospetto che qualcosa sia stato recuperato e riadattato. The Power of Prayer  pare per la melodia rimasta fuori da Western Stars ma rivestita rock col mood di Letter To You, Rainmaker  dopo l’intro, assume le cadenze e l’arrangiamento che erano di casa in The Rising, Burnin’ Train recupera l’urgenza dei vecchi pezzi rock, dal ritmo di Roulette alle corde tese di Jackson Cage, chitarre a palla con molto riverbero e vento nei capelli, questo si un pezzo da stadio senza karaoke ma con muscoli da vendere, Letter To You è invece il classico brano radiofonico molto Bryan Adams di cui personalmente non ne sento il bisogno. Rimane da dire dell’inizio e della fine, in punta di piedi One Minute You’re Here , mi fa venire in mente l’atmosfera di Tom Joad ma il testo non è altrettanto nobile, lo xylofono di Charlie Giordano fa molto Natale e ci sta bene con la copertina, intimo e struggente,  chiude I’ll See My Dreams una splendida e corale ballata del genere The Land of Hope and Dreams dedicata ad un amico che se ne è andato troppo presto. Sontuoso l’arrangiamento piano/organo, Bruce non piange anche se ne avrebbe il motivo ma ha la forza di darci appuntamento ad un dove e quando che è solo nei nostri sogni.

MAURO ZAMBELLINI

 

 


 

giovedì 22 ottobre 2020

THE ROLLING STONES Steel Wheels Live Atlantic City, NJ

          Basterebbero le esecuzioni di Little Red Rooster con l’invitato Eric Clapton, e Boogie Chillen con Clapton e John Lee Hooker per giustificare l’acquisto di questo ennesimo reperto d’archivio della storia live degli Stones, un doppio CD con annesso DVD riguardante il concerto che tennero al Convention Center di Atlantic City nel dicembre del 1989 al termine della prima frazione dello Steel Wheels Tour. Ma c’è dell’altro, soprattutto un concerto sontuoso che vide i Rolling Stones tornare in pista dopo sette anni di blackout e diverse avvisaglie di scioglimento. In realtà il tour iniziò nell’agosto dello stesso anno a Philadelphia e finì l’anno seguente in Giappone, poi ci fu l’appendice europea intitolata Urban Jungle, con relativo passaggio italiano. Li vidi allo Stadio delle Alpi di Torino il 28 luglio del 1990, uno splendido show, migliore di quello che vidi nella stessa città nel 1982. Ma a parte le considerazioni personali, Steel Wheels Atlantic City New Jersey è un documento che attesta uno dei momenti più importanti nella storia degli Stones, il ritorno in tour ed il superamento delle incomprensioni tra Jagger e Richards, oltre alla messa in campo di un disco, appunto Steel Wheels, che riallacciò i legami con i vecchi fans e portò sotto il palco una nuova schiera di pubblico giovanile che non si accontentava di vedere gli Stones come miti  ormai sbiaditi di un glorioso passato ma esigeva da loro concerti vibranti, tosti, emozionanti. Il fatto di saldare i vecchi hits come Satisfaction, Jumpin’Jack Flash, Start Me Up, Honky Tonk Women, Sympathy For The Devil, Midnight Rambler, Miss You, You Can’t Always Get What You Want  col nuovo materiale fu la mossa azzeccata per togliere la polvere dallo storico mausoleo e ripresentare una band di pluri quarantenni (ma Wyman aveva già 52 anni) ancora punto di riferimento per chi aveva a cuore il classico ed intramontabile rock n’roll. 

E gli Stones con quel tour ci riuscirono alla grande, al di là delle opinioni che si possono avere sul disco Steel Wheels, il concerto di Atlantic City è magnifico, eccitante e ricco di sfaccettature. Accattivante dal punto di vista visuale con l’inaugurazione dei faraonici palchi che sarebbero poi continuati nei tour seguenti, in questo caso una imponente struttura metallica ideata dall’architetto Mark Fisher e dal designer Patrick Woodroffe che simulava una sorta di raffineria abbandonata in un paesaggio alla Mad Max. La stessa struttura venne portata anche nello Urban Jungle Tour ma in una dimensione ridotta, il DVD in questione rende l’idea di come uno stadio venne trasformato in una fantasia post-industriale che si adattava al set duro e moderno degli Stones, un set che non era mai stato così lungo, più di due ore e mezzo di musica. E’ l’ultimo tour con Wyman in formazione, ma il bassista per tutto il concerto non fa una piega, statuario come la scultura di un presidente sul Monte Rushmore, sorridente solo quando viene preso in mezzo dalle avvenenti coriste Lisa Fisher, alla corte degli Stones a cominciare da quel tour, e Cindy Mizelle che gli fanno fare il doo-doo-doo-doo in una delirante versione di Sympathy For The Devil. 

Le stesse coriste accompagnano con le loro voci, ma c’è anche Bernard Fowler, in gran parte dello show  Mick Jagger, il quale concede alla Fisher l’impennata di Gimme Shelter, una performance che diverrà una sorta di classico nel curriculum della cantante. Jagger è scattante, adrenalinico, debutta vestendo un chiodo di pelle nera anni 80, piuttosto largo ma in linea con lo styling dell’epoca, e camicia blu, al termine rimarrà in succinta t-shirt bianca a cantare l’esplosivo finale di It’s Only Rock n’Roll, Brown Sugar, Satisfaction (grandiosa versione) e Jumpin’Jack Flash. Keith Richards è in forma da morire, suona da mago sia ritmica che solista, niente a che vedere con quelle strampalate entrate heavy che fa di recente, Ron Wood non è da meno e tra una sigaretta e l’altra tira fuori la sua anima blues. Charlie Watts non si commenta, è, e basta, Chuck Leavell e Matt Clifford si preoccupano di riempire lo sfondo con piano e tastiere. Dal punto di vista del menù le novità riguardano Sad Sad Sad dove si vede Bobby Keys in giacca e cravatta soffiare il suo sporco R&B, Terryfing, una sfavillante e sferzante Rock and Hard Place, mentre dal passato prossimo arrivano la danzante Harlem Shuffle con gli Uptown Horns  più festaioli che mai, la cupa Undercover of The Night, Mixed Emotions ed una bella e trascinante versione di Can’t Be Seen che Richards canta e trascina assieme alle coriste, prima della consueta Happy. Ma le novità arrivano anche dal passato remoto perché Bitch è quello che si desidera dagli Stones quando fanno i teppisti, Salt Of The Earth ripescata da Beggar’s Banquet  fa la sua premiere dal vivo con Axl Rose e Izzy Stradlin dei Guns and Roses a dare manforte ad un gospel che cresce immenso, e 2000 Light Years From Home dopo il teatrale intro di Jagger permette ad una band di rock-blues di entrare nello space rock dei Tangerine Dream, per poi saldarsi senza soluzione di continuità con il tribale inizio voodoo di Sympathy For The Devil, qui in versione da capogiro, tra le più belle del loro lungo curriculum live. E poi ancora il barocco pop di Ruby Tuesday, romantico ricordo della Swingin’ London, una vita che non la si ascoltava, ed il rientro in scena ( considerato che è ancora in cartello negli ultimi tour) della frustata punk-dark di Paint It Black.

Il blues è omaggiato come ci si auspica da una band che ha iniziato proprio con le dodici battute, Little Red Rooster beneficia di un Clapton che ricama da Dio, John Lee Hooker in elegante completo nero con fazzoletto rosso e Gibson d’annata vocifera rauco e spiritato in Boogie Chillen accompagnato da Clapton, Richards e Wood ovvero l’Università della Fender. In Honky Tonk Women, ennesimo highlights, due bambole da bettola del Sud si gonfiano enormi sopra lo stage, scollate e minigonnate come richiede il tema della canzone, facendo il verso a Cindy Mizelle e Lisa Fischer, uno spettacolo nello spettacolo con le loro movenze, i tacchi a spillo e gli abitini maliziosi. L’armonica di Jagger fa faville in Midnight Rambler, Miss You grazie all’assolo di Ron Wood non sembra neanche più un pezzo da discoteca, e Keef gli risponde nell’assolo di Sympathy portando tutti all’inferno.


Uno show maestoso e lungo, che si gusta con gli occhi, il DVD, e si salta in aria con i due CD, di eccellente qualità audio. La band è vogliosa di ritornare in scena, Atlantic City li applaude dopo 57 date americane, siamo nel 1989 ma gli Stones hanno già sotterrato l’infausta bombastic music di quella decade. E’ solo rock n’ roll.

MAURO ZAMBELLINI   OTTOBRE 2020


 

lunedì 28 settembre 2020

LOU REED NEW YORK



Una volta Lou Reed disse “ Faulkner aveva il Sud, Joyce aveva Dublino. Io ho New York e i suoi dintorni”. New York,  oggi ristampato dalla Rhino in confezione deluxe, costituisce l’apice  della sua discografia solista ma è tutt’altro che una serenata alla sua città.

 

Superato il suoi problemi di alcol e droga, riacquistato concentrazione e motivazioni, Lou Reed nel 1988 (ma il disco uscirà nel gennaio dell’anno seguente), concepisce un album in termini letterari, come se fosse un romanzo o una raccolta di racconti brevi. Il suo stile nello scrivere si portava appresso l’influenza della letteratura fin dagli esordi, uno dei suoi primi maestri di gioventù fu quel Delmore Schwartz il cui Nei Sogni Cominciano le Responsabilità l’aveva fortemente suggestionato, per poi continuare con i libri di William Burroughs e con Hubert Selby Jr. di Ultima Fermata a Brooklyn, con Raymond Chandler e le visioni gotiche di Edgar Allan Poe. Ma in New York  la sua scrittura raggiunge un livello superiore, in qualche modo paragonabile alla letteratura di Walt Withman, Nelson Alger, Edgar Lee Masters. Prende le distanze da quello che l’artista riteneva l’infantilismo del rock n’roll, l’uomo che per diverso tempo aveva dichiarato di fare rock n’roll adulto, in New York  oltrepassa qualsiasi barriera espressiva mettendo in scena un’ opera che racconta con inflessibile sguardo critico una città sotto assedio, in un’ epoca in cui nei cinque distretti urbani si contavano di norma oltre duemila omicidi all’anno, dove stava infuriando un’epidemia di AIDS che decimò molte delle comunità con cui Reed aveva legami di lunga data, quella dei gay, dei tossici, degli artisti. Pur amandola visceralmente, Lou Reed non fu per nulla accondiscendente con la propria città e lanciò un attacco verbale contro una New York vittima di AIDS ed ipocrisia, nella quale gli amici “scomparivano” giorno dopo giorno, una città di bambini violentati e donne picchiate, di bigotti e predicatori razzisti, di poliziotti uccisi da gang criminali, di migliaia di senza tetto che frugavano nei cestini dell’immondizia alla ricerca di cibo, dormendo per strada, nei vicoli, nei portoni. Ha scritto l’americano Viktor Bokris nella sua biografia (Lou Reed, il lato selvaggio del rock, Arcana Editrice,1999) : New York  fotografa un mondo di ipocrisia, egoismo e degrado che in confronto Desolation Row di Bob Dylan è come un picnic in campagna”.




Nel libretto che accompagnò l’album, Lou Reed scrisse che il disco andava ascoltato di seguito, come fosse un libro, e lo spettacolo di sei serate che Reed mise insieme al St.James Theatre, nel cuore di Broadway, per presentare l’opera (cosa poi ripetuta nelle altre date del tour), era strutturato come una sorta di rappresentazione teatrale dove nella prima parte veniva suonato l’intero album integralmente e senza interruzioni, con la sequenza originaria delle canzoni, mentre nella seconda parte lasciava spazio agli altri pezzi del suo repertorio, tra cui le immancabili Sweet Jane e Walk On The Wild Side.



Nell’intera discografia dell’artista, New York stabilisce un cambiamento nel  modo di porsi di Reed, ovvero si distacca dalla freddezza chirurgica con cui l’autore aveva raccontato storie di ordinaria follia e straordinaria depravazione, di ascesa e caduta, di tossici e femmine fatali,  senza mai dare giudizi sui comportamenti ma accettandoli come una imprescindibile manifestazione della natura dell’uomo. Al contrario, adesso, sembrava assumere un atteggiamento più umano, più partecipativo alle emozioni altrui, grazie anche ad una consapevolezza politica che da qualche anno si era formata in lui. Il centro della sua scrittura non era solo sé stesso e i mondi che aveva frequentato, ciò che la Presidenza Reagan ed i suoi accoliti, in primis Rudolf Giuliani, avevano causato all’America e alla sua New York lo avevano profondamente segnato, c’era rabbia, responsabilità sociale, vetriolo contro il potere. La sua poesia poteva sembrare ora più lavorata, più colta, senza perdere un briciolo della genuinità della strada e del rock n’roll, ogni solco di New York  risuona di echi profondi e Reed si erge al pari di un “cronista” abile nel raccontare l’amaro affresco di una città in decadenza morale, tra ricchezze spropositate e corruzione politica da una parte e homeless e malati di AIDS dell’altra, una città cupa di pregiudizi razziali ed ingiustizie sociali, dove la droga non è ne la cocaina o l’eroina ma il crack che lascia morti dimenticati nei vicoli e falcidia intere comunità, a cominciare da quella ispanica i cui Romeo Rodriguez e Pedro “vivono” nei versi di Romeo Had Juliette e Dirty Boulevard, due dei pezzi più significativi dell’album.


Lou Reed registrò New York nella seconda metà del 1988 con il nuovo chitarrista Mike Rathke (subentrato al fenomenale Robert Quine) marito della sorella di Sylvia Morales, la seconda moglie dell’artista. Dopo New Sensations e Mistrial  due dischi piuttosto contradditori, troppo clean per il personaggio e mai troppo amati dal suo pubblico, Reed chiude gli anni ottanta riposizionando la sua musica verso uno schietto e asciutto rock n’roll che nelle diverse parti acustiche suona addirittura come uno scheletrico folk urbano. Al basso recluta Rob Wasserman mentre alla batteria si alternano Fred Maher e Moe Tucker, la vecchia compagna nei Velvet Underground. Avrebbe dovuto esserci anche John Cale il quale saputo della presenza della Tucker declinò l’invito, sospettando una sorta di reunion dei Velvet. Cosa che immancabilmente successe un anno dopo, il 30 novembre del 1989 quando nell’ultima serata all'Opera House della Musical Academy di Brooklyn in ricordo dello scomparso Andy Warhol, Reed e Cale furono raggiunti sul palco proprio da Maureen Tucker in una sorta di estemporaneo come back dei Velvet Underground, reunion che ufficialmente si concretizzò tre anni dopo in occasione dell'inaugurazione della Andy Warhol Exposition promossa dalla Fondazione Cartier a Joiy-en-Josas, periferia di Parigi, raggiunti anche dal chitarrista Sterling Morrison per una versione di Heroin. Da lì i quattro VU si involeranno in un rischioso tour europeo testimoniato da un disco ed un video col titolo di Live MCMXCIII.

Ma tornando a New York,  l’impressione di trovarsi di fronte ad un capolavoro è palese già dal primo ascolto. Quel suono scarno, agro, povero di strumenti ma ricco di emozioni, entra immediatamente sotto pelle come un noir d’annata, è un album crudo e dai colori lividi, "un disco da leggere, un libro da ascoltare" come viene riportato sulla copertina dell'album, “ un album di rabbia e compassione, realistico e spirituale al tempo stesso, cesellato e scolpito nel timbro della grande poesia”, scrive Daniele Federici nel suo Lou Reed (Editori Riuniti, 2004). Venne ideato subito dopo la scomparsa di Andy Warhol, avvenuta nel 1987, ed è il primo capitolo di una trilogia del dolore assieme a Songs for Drella e Magic and Loss, il primo dedicato a Warhol, il secondo per la morte degli amici Doc Pomus e Rita (che molti dicono essere Rachel la sua compagna/o negli anni settanta), nella quale Reed si appropria di una visione morale della vita, lontano dalle trasgressioni che avevano contraddistinto il suo passato.  New York è un atto nei confronti della sua città, ma forse è anche un esame di coscienza sul proprio essere, e a tale proposito l’autore disse: “ questo album è il risultato della convergenza, di tutto quello che è successo nel passato. Ciò significa tutte le cose che ho imparato, tutti gli errori fatti, tutti i maledetti casini in cui mi sono infilato”.  New York  fu accolto positivamente da critica e pubblico, nonostante l'assenza di brani e trucchi radiofonici, fu il disco più venduto di Lou Reed dai tempi di Sally Can’t Dance, e probabilmente il più venduto in assoluto della sua discografia solista. Nonostante i temi trattati è anche un disco divertente e perfettamente godibile, la misura di un genio capace di emozionare e addentrarsi in profondità psicologiche senza eccedere in accademie e risultare tronfio, altezzoso, palloso. Lou scelse quel disco per abbandonare la RCA e accasarsi con la Sire, l’etichetta diretta da Seymour Stein, succursale della WB, che negli anni mise sotto contratto Ramones, Talking Heads, Smiths, Cure, Pretenders, Depeche Mode e Madonna. Lou Reed non aveva propriamente la nomea di hitmakers ma era un personaggio culto amato da giornalisti ed intenditori, la lungimiranza di Stein fu tale che il periodo con la Sire fu quello commercialmente più felice nella carriera di Reed.


Il disco inizia con Romeo and Juliette, una ballata scarna il cui sound a base di chitarra permea l’intero disco. “Il cantautore James McMurtry ricorda di aver parlato del disco con John Mellencamp che disse: sembra prodotto da uno studente di terza media, ma mi piace” ( Vita e opere di Lou Reed, Anthony DeCurtis, Caissa Italia, 2018). Assieme a Hold On, qui il talking di Lou è sostenuto dai colpi assestati dalla batteria e dalla distorsione delle chitarre, e Dirty Boulevard sono i brani ambientati nelle strade di New York, nelle vite di personaggi che non sono necessariamente i vecchi frequentatori delle canzoni di Lou, tossici, puttane, travestiti, artisti bohemien, ma piuttosto  cittadini comuni che grazie agli otto anni di Reagan e alla ferrea politica d’ordine di Giuliani, hanno perso qualsiasi certezza in una società polarizzata tra una classe di benestanti sempre più in alto e persone sempre più in basso, la cui vita è sospesa ad un filo. Dirty Blvd. è uno dei brani emblematici del disco, ricorda vagamente nelle sue ondulazioni Sweet Jane, Lou canta con dolente partecipazione di una cruda storia di abusi mentre il pathos è sottolineato dal misurato lavoro ritmico e dal coro di voci, a cui partecipa Dion DiMucci, uno degli idoli musicali di Reed, introdotto dallo stesso nella Rock and Roll Hall of Fame lo stesso mese di pubblicazione di New York.

Se c’è forse un brano del disco che può ricollegarsi direttamente all’ immaginario delle canzoni di Reed del passato questo è Halloween Parade, l’usuale parata che ogni anno porta la comunità gay a festeggiare per le strade di New York. Ma questa volta la parata non pare festosa, il modo con cui Reed la racconta è piuttosto commovente perché la celebrazione della teatralità, della fantasia e della sfacciataggine della comunità ora è segnata dal dolore per quelli che non sono nelle strade perché troppo malati per partecipare o addirittura morti. “The docks and the badlands meets” canta Lou giocando sul significato reale delle parole, molo e bassifondi, e  quella zona di New York della West Side a ridosso del Hudson River dove i gay erano solito trovarsi. E’ un aggiornamento di Walk On The Wild Side ma la fierezza della trasgressione e dell’ambiguità sessuale di allora qui ha lasciato il posto ad una compassione, ad  un umanismo consapevole, all’affetto con cui Reed parla di tipi abbigliati come Greta Garbo, Alfred Hitchcock, Joan Crawford, Cary Grant e trans vestiti di pelle, e nello stesso tempo il cuore si raggela pensando ai tanti che non ci sono più, menzionando tra di loro Rotten Rita e Johnny Rio frequentatori della Factory di Warhol,  e auspicando in un malinconico finale “ magari ci si rivede l’anno prossimo, alla sfilata di Halloween”. Un lirismo enorme, una canzone grandiosa, una ballata in grado di zittire chiunque, il frutto di una lucida sensibilità che pochi hanno saputo manifestare nella storia del rock parlando dei perdenti. E se per tanti altri artisti vengono scritti e detti fiumi di parole, compresi trattati ed elucubrazioni, o si sbava spasmodicamente all’annuncio di un imminente  disco in uscita, di Lou Reed a sette anni dalla sua scomparsa, nella ufficialità e nello stesso pubblico del rock, è rimasto poco, lo si ricorda raramente, un destino che lo accomuna a Willy De Ville e visto come vanno le cose pure a Tom Petty. Lontani dalla Bibbia, vicino alle tentazioni della strada, sarà questa la ragione?.  


Il ritmo lento e dolce di Endless Cycle, il quarto titolo dell’album, non tragga in inganno, qui si racconta di deviazioni e abusi tramandati dai genitori ai figli, due chitarre speluccate accompagnano sardonicamente l’assenza di qualsiasi speranza, consumata nel verso “ quell’ uomo si sposerà e picchierà il figlio, la donna farà lo stesso pensando che sia cosa giusta e sacrosanta, meglio di quanto hanno fatto i loro genitori, meglio dell’infanzia che hanno subito, la verità è che sono più felici solo se soffrono”. Duro, incalzante e abrasivo There Is No Time è invece una esplicita esortazione politica a non perdere tempo e rimanere inerti “questo non è il momento delle celebrazioni e di rendere onore alla bandiera, questo è il momento di riunire le forze e di darsi uno scopo nella vita, questo è il momento perché non c’è più tempo”. Chitarre distorte e rasoiate rock. Con un celato riferimento a Melville e con i suoni elettroacustici di una ballata folkie The Last Great American Whale mette sotto accusa gli insuccessi della politica ecologica americana, chiudendo sarcasticamente con “ aveva ragione quello che mi diceva il mio amico pittore Donald, ficcagli una forchetta nel culo e voltali, sono davvero malati”, riferendosi alla maggioranza degli americani.

Basato su un riff di chitarra jazzistico Beginning of a Great Adventure sottintende al desiderio della moglie Sylvia di avere un figlio, “un piccolo me stesso a cui trasmettere i miei sogni”, e aggiunge  “deve essere divertente avere un bimbo a cui tramandare qualcosa, qualcosa di meglio della rabbia, del dolore, della collera e della sofferenza”. Morbida e jazzy, prevalentemente parlata, il testo della canzone pur scaturito dalla effettiva richiesta di Sylvia, si tramuta in un punto di vista umoristico, come se a parlare fosse l’ americano medio, la cosa più distante dall’uomo Lou Reed.



Busload of Faith è uno dei brani più rock dell’album, ( invito ad ascoltarvi  l’eccellente versione data da Bob Seger nel suo ultimo recente I Knew You When )  ed è un altro dito puntato contro chi usa la fede per nascondere, dietro ad una faccia pulita, una vagonata di ipocrisia e cupidigia. Dimostrazione che l’album New York  è di attualità ancora oggi, a trentanni dalla sua pubblicazione. Giocata su scatti e controscatti, Busload of Faith emana il suono di un quartetto elettrico in grado di fare rock n’roll da camera, cosa che si ritroverà in futuro in Ecstasy, e non dà tregua all’ascoltatore perché fuso nella seguente Sick of You, altro affondo sulla decadenza e corruzione della sua città. Impagabile nel testo l’ironica visione  di una Staten Island scomparsa a mezzogiorno, le spiagge chiuse, lo strato di ozono ormai privo di ozono, la mancanza di insalata fresca perché c’erano siringhe nei cavoli, l’Empire State venduto al Giappone……….e tu mi vuoi lasciare per il ragazzo della porta accanto. Caustico e divertente.  Non fa sconti a nessuno Lou Reed, “uno sbirro è stato steso da un ragazzino con un colpo alla testa, un tossico ha messo sotto una ballerina incinta, si era addormentato al volante dopo essersi fatto di eroina, lei è morta ma il bimbo è salvo, c’è uno che ha una 38 ed un coltello a serramanico e deve ancora prendere la metropolitana, là sotto c’è l’essenza puzzolente di New York. C’’è una rabbia furiosa che sale come un flagello ma non saranno sufficienti gli Hell’s Angels e Mark Tyson per porre rimedio a questo sanguinoso caos”. Al pari del testo il suono è nervoso, sincopato, una marcetta che inizia beffarda e finisce convulsa. Vetriolo puro è Good Evening Mr.Waldheim nel quale per la prima volta Reed  difende senza scherno il suo essere ebreo chiamando in causa il candidato alla Presidenza Jesse Jackson, che nella campagna elettorale usò il termine common ground, ed il leader della Nation of Islam Louis Farrakham, entrambi rei in precedenza di aver manifestato il loro pregiudizio antiebraico. Non vengono risparmiati nemmeno il Segretario delle Nazioni Unite, l’austriaco Kurt Waldheim, che fu accusato di essere a conoscenza della atrocità naziste durante la Seconda Guerra Mondiale, e lo stesso Giovanni Paolo II per l’accettazione al tempo, in Polonia, dei crimini di guerra nazisti, se non addirittura di veri e propri legami giovanili con essi. Si chiede Lou Reed se  possa essere compreso anche lui oppure no nella common ground, mentre il ritmo aumenta veemente e la chitarra morde con inusitata ferocia. Lenta, dolente, sulla falsariga di una nuova Coney Island Baby, X Mas in February ritorna sulla ferita aperta del Vietnam cantando con sentita partecipazione la vita di Sammy, di quando era nella giungla, di quando tornò senza un braccio, di quando perse moglie e figli, di quando  rimase senza lavoro e di quando è diventato un homeless con un cartello che chiede l’elemosina ai passanti. Fa degna compagnia ad un’altra agghiacciante canzone sul tema, quella Sam Stone di John Prine.

Urlata con la veemenza di un sermone apocalittico, in Strawman  l’America è dipinta come un uomo di paglia che non esita ad investire soldi e missili ed ignora totalmente i poveri e la gente che vive ai margini, il quadro di un paese che sta andando all’inferno e per il quale Reed spera in un castigo divino.






Inizio cupo e funereo, col contrabbasso frizionato da un archetto e le percussioni di Maureen Tucker, presente pure in Last Great American Whale, a rendere ancora più drammatico lo scenario, Dime Store Mystery trova nella voce grave di Reed l’atmosfera intimista per accennare al mistero della vita di Gesù ( pare dopo aver assistito ad una intervista televisiva di Martin Scorsese riguardante L’ultima tentazione di Cristo) e per riflettere sulla morte di Andy Warhol. E’ l’ultimo titolo dell’album. Quattordici brani per un disco epocale, lucido, complesso e pungente nei temi, tanto semplice e spartano nella veste sonora, New York  ancora oggi rimane una dei più affascinanti racconti di una città e di un mondo in declino, un’ opera d’arte immortale che andrebbe letta, ascoltata e studiata a scuola.


LA RISTAMPA

New York  significò per l’artista un riconoscimento artistico e commerciale mai ricevuto prima, fu disco d’oro, ottenne una nomination ai Grammy e Dirty Blvd. si installò al primo posto nella categoria Modern Rock. Del tutto giustificata la polposa nuova edizione della Rhino : un cofanetto comprendente il disco originario rimasterizzato (per la prima volta anche in vinile da 180 gr.), un CD dove lo stesso album è eseguito dal vivo in concerto ed un CD comprendente 26 tracce inedite tratte dal Lou Reed Archive tra mix grezzi, alternate take, versioni acustiche, demo, tutti  relative ai titoli del disco originario, ad eccezione di un inedito, The Room, un brano strumentale di dissonante improvvisazione che non avrebbe sfigurato nel secondo album dei Velvet Undreground. Ci sono anche i due encore del suo spettacolo dal vivo, ovvero Sweet Jane e Walk On The Wild Side. Nel box anche un video ( per la prima volta tradotto in formato DVD), da tempo fuori stampa, registrato durante il New York Tour al Teather St. Denis in Montreal. Al fine di evitare doppioni, nessuno dei brani del CD live è tratto dal DVD. Completa il tutto un libro con copertina rigida contenente testi del giornalista David Fricke, saggi dell’archivista Don Fleming e la produzione dello stesso Fleming con Laurie Anderson, Bill Ingot, James Stern e Hal Willner. New York:Deluxe Edition  celebra in modo lussuoso il capolavoro New York . Di particolare interesse sono i due CD aggiunti, quello live e quello degli inediti. Il New York Tour arrivò anche in Italia a metà del 1989, come da copione il palco venne allestito per simulare la New York dei bassifondi con una scala che introduceva ad una casa fatiscente contornata da graffiti di ispirazione portoricana, il neon di un hotel da pochi soldi, una vecchia bottega di calzolaio, un lounge, un ondulato di latta a demarcare il confine di una (allora) misera zona della Lower East Side. In questo  decor di squallore urbano, Lou Reed accompagnato dal chitarrista Mike Rathke, dal bassista Bob Wasserman e, diversamente dal disco, dal batterista Bob Medici, porta sul palco le quattordici canzoni del disco senza aggiungere alcunché, a parte qualche coretto in Halloween Parade, mantenendo il suono asciutto, schietto e la veste sobria progetto originario. Nella seconda parte del concerto entrarono altre canzoni del suo repertorio, ma qui nel CD live la scaletta è rigorosamente quella di New York e le uniche aggiunte, Sweet Jane e Walk On The Wild Side, sono riportate, inspiegabilmente, nel finale del terzo CD, quello degli inediti. E’ una esposizione dal vivo coerente con quello che fu il volere di Lou Reed, elegante e con qualche improvvisazione, specie nella nervosa fraseologia jazzy di Beginning Of A Great Adventure e nel resuscitare in Dime Store Mistery le atonalità care ai Velvet, dove il contrabbasso “segato” con l’ archetto da Wasserman in modo particolarmente violento (quasi volesse imitare John Cale con la viola) produce un suono sinistro e dark. Di contrasto Last Great American Whale è morbida e mai così pacata sebbene alluda ai disastri ambientali americani mentre la cruda Busload Of Faith anche dal vivo si conferma il brano più muscoloso e rock dell’album.

Diverse le curiosità nel CD degli inediti, se Romeo Had Juliette è sostanzialmente uguale all’originale, a parte un più mordace inciso di Mike Rathke, singolare è lo studio attorno a Dirty Blvd. : un demo con le prove del giro di chitarra ripetuto ossessivamente, ed un primitivo mix già in possesso però degli elementi costitutivi del brano. In Endless Cycle non c’è altro che la voce di Lou e la sua simulazione vocale degli strumenti, di Last Great American Whale si può ascoltare un work in progress con Lou che impartisce consigli ai compagni, Beginning of A Great Adventure è ancora più sommessa vocalmente e pizzicata alla Wes Montgomery, Busload of Faith è in splendida versione acustica. Di Sick Of You ci sono scampoli del suo divenire in studio ed il missaggio grezzo, cosi come per Hold On e Strawman. The Room è sperimentalismo avant-guarde così caro ai Velvet Underground, ma pure allo stesso Reed considerato il suo folle e alienato Metal Machine Music. Tratte dal live, comunque spoglie di qualsiasi retorica e compiacenza, Sweet Jane e Walk On The Wild Side chiudono questa Deluxe Edition, il cui unico difetto è il costo. Ma New York  è pura letteratura rock e per tale ragione non ha prezzo.

MAURO ZAMBELLINI       SETTEMBRE 2020