martedì 3 settembre 2013

NARCAO BLUES 2013


Anche questa volta ce l'hanno fatto, nonostante i tagli, le limitazioni, i ritardi, quelli di Progetto Evoluzione sono riusciti a portare in porto la ventitreesima edizione di Narcao Blues. Quattro serate, da mercoledì 21 a sabato 24 agosto, hanno convogliato nella Piazza Europa di Narcao, centinaia di persone accorse da tutta la Sardegna a festeggiare uno degli eventi storici del blues in Italia. Proposta artistica varia con serate che hanno fatto storia a sé, un programma che si è differenziato sera dopo sera proponendo nomi collaudati e meno, radici afro-blues e rock-blues,  r&b di stampo retrò e roots-rock, soul, funky e contaminazioni col rap, l'edizione di quest'anno ha brillato particolarmente,  superando per interesse e ampiezza di vedute quella dello scorso anno.

Hanno cominciato i francesi Scarecrow animando la prima serata del festival con un ardito e spigoloso  rap-blues costruito sulle nervose linee chitarristiche di Slim Paul, voce blues della band e sullo scratching di Antribiotik Daw, felpa con cappuccio e voce hip-hop dell'ensemble, il quale rispondeva al drumming di Le Papa's e al basso di  Jamo creando un ritmo ossessivo e martellante. Daw rappa, Slim Paul mantiene i legami col blues, per quaranta minuti reggono bene e incuriosiscono, poi diventano ripetitivi anche se il pubblico giovane li apprezza e li richiede sul palco per l'encore. Prima di loro, sul versante opposto, Baba Sissoko ha trasformato la piazza di Narcao in un villaggio africano riportando la semplicità delle origini con un afro-blues sincopato ed ipnotico. Cinque i musicisti coinvolti ( Mali, Senegal, Costa d'Avorio) in questo viaggio a ritroso con strumenti tradizionali a percussione, a corda e a fiato, come il tamani, suonato dallo stesso Sissoko, djembe, congas, kamalengoni, ngoni, oltre naturalmente al corredo classico di chitarra, basso e batteria. La loro  musica è fortemente influenzata dall'amadran, una struttura ripetitiva ed ipnotica propria del Mali, che sbarcato in America in seguito alla deportazione degli schiavi ha contribuito a generare il blues. Baba Sissoko ed il suo afro-blues coinvolgono, divertono, illuminano, specie quando si tengono a debita distanza dagli stereotipi della musica africana e, grazie al funambolismo del percussionista Ady Thioune e alla simpatia di Baba, comunicano una musica gioiosa e solare.

Di diversa impronta la serata seguente, tutta all'insegna del blues-rock. Apre Ian Siegal, chitarrista e cantante inglese con un buon curriculum alle spalle (l'ultimo suo album Candy Store Kid è stato registrato con i North Mississippi Allstar) coadiuvato dalla band  triestina di Mike Sponza, un classico basso (Mauro Tolot), chitarra (Sponza), batteria (Moreno Buttinar). Cappellaccio e stivali da cowboy, tatuaggi sul braccio, gilet nero e t-shirt scollata, Stratocaster scorticata dall'usura, Ian Siegal sembra uscito dal rovente Texas piuttosto che dall'umida Inghilterra. Il suo è un sound tipicamente americano che mischia blues, rock e roots e regala storie di confine e fremiti da strade impolverate.  L'inizio è da antologia, una viscerale Bo Diddley apre le danze prima di una memorabile e  jammata versione di Stop Breaking Down dei Rolling Stones. Siegal canta sporco e devastato, è un guitar hero delle bettole blues, il suo set è sulfureo e ruvido, la band di Sponza lo asseconda bene, lasciano da parte Chicago per immettersi nelle strade che portano a sud. Quando sale sul palco il sassofonista Jimmy Carpenter dei Roadmasters di Walter Wolfman Washington il set diventa ancora più torrido. In Nadine di Chuck Berry gli Stones early-seventies sembrano lì a pochi passi dalla band, quando Siegal riprende Back Door Man Siegal latra come Howlin' Wolf, poi c'è un lungo  ed intenso omaggio a R.L Burnside e a tutti i santi dei juke joint del North Hills Mississippi Blues, chiude con una sentita  Forever Young uno show rockato ed eccitante. Di tutt'altro tenore la Henrik Freischlader Band, nome da birra per un quartetto tedesco, c'è anche l'organo Hammond , tutto muscoli e assoli, che sta facendo parlare di sé in Europa dopo essere stata nominata ai British Blues Awards. Se lo show di Siegal era viscerale, sporco, sudato, magari imperfetto, questo è scintillante, spettacolare, perfetto. Alla maggior parte del pubblico presente piacciono gli assoli torcibudella del leader, le pose macho-rock del bassista Alex Grube, i continui rimandi ai riff hendrixiani, l'alternanza tra un blues ferocemente chitarristico di vecchia scuola e le ballate mainstream che sanno di Gary Moore. Piacciono per quello stile ridondante che oggi miete consensi con Joe Bonamassa e John Mayer,  lancinanti negli assoli, potenti ed elettrici e dotati di appeal commerciale. Bello l'omaggio a Peter Green con  Man of The World, applauditissime Crosstown Traffic di Hendrix ed il finale di Come Together dei Beatles. In mezzo c'è tutto il loro repertorio, spiegato al meglio. Divise a metà le opinioni a fine serata, chi ha preferito Ian Siegel e chi i giovani e bellocci teutonici. La differenza si può sintetizzare così: Ian Siegal ha suonato una caustica e sporca Stop Breaking Down degli Stones di Exile, mica bruscolini, Henrik Freischlader Band ha mandato in giuggiole ragazze e ragazzi di ogni età con Come Together dei Beatles. Un abisso, due mondi diversi, ad ognuno la sua scelta.

Il blues classico è il protagonista di venerdì 23. Lakeetra Knowles è una stupenda ragazza di colore dalla siluette sottile, il sorriso dolce e la pettinatura afro, che assomiglia ad una giovane Roberta Flack con un tocco di Lola Falana. Canta con raffinatezza, non alza mai il tiro, tradendo un po' le sue origini black, è piuttosto timida, la supportano i Chemako ovvero il chitarrista Gianfranco Scala, il bassista Mario Spampinato, il tastierista Matteo Carella ed il batterista Stefano Bertolotti. Il set è dignitoso, prevalgono i toni morbidi e melodici del soul ma ci sono brani che si spingono oltre come Old Man di Neil Young, It Ain't Easy di Betty Lavette,  I Don't Need No Doctor di Ray Charles.  Cita Susan Tedeschi e Muddy Waters, i Chemako sono diligenti, l'esibizione ha una accelerazione quando entra in scena Maurizio Glielmo detto Gnola, il quale regala un assolo alla carta vetrata in Rollin' and Tumblin'.

Si può essere o meno in sintonia col suo blues aperto al funky ma è indubbio che Walter Wolfman Washington di New Orleans con la chitarra è un maestro. Con lo strumento fa ciò che vuole, virtuoso e caldo al tempo stesso, canta con malizia e mestiere, spazia da Johnny Guitar Watson (You Can Stay) a Otis Redding. da Bobby Blue Bland (Share Your Love With Me) a Tyrone Davis (Can I Change My Mind), dal blues al funky, dal soul al R&B di New Orleans. Il suo stile occhieggia più a James Brown che al Delta e i Roadmasters sanno come attraversare con naturalezza e padronanza i vari linguaggi del leader. Scioltezza, tecnica, affiatamento, Jack Cruz al basso e Wayne Maureau alla batteria sono una oliata macchina ritmica, la sezione fiati è un'orchestra, Jimmy Carpenter bianco al sax e Antonio Gambrell nero alla tromba, non hanno segreti, suonano come se stessero festeggiando un compleanno, magari sono un po' risaputi ma eccellenti, disinvolti, divertenti. Alla fine la piazza è tutta per loro e il lupo mannaro Washington la ripaga con altra musica, altro blues, altro funky.

Attendevo con curiosità il primo concerto italiano di James Hunter arrivato a Narcao con la sua band (J.H Six), dopo le ottime recensioni ricevute a livello internazionale dal suo ultimo disco, Minute By Minute. L'attesa non è andata delusa, James Hunter è un cantante che fa del soul retrò, una miscela di suoni Stax, southern soul di casa Fame, il Marvin Gaye degli esordi, rock n'roll anni cinquanta, rocksteady, qualche colpo del primo Van Morrison coi Them, frammenti di Sam Cooke e fugaci stacchi alla James Brown. E' inglese e ciò è una  anomalia perché a parte le iniezioni di rocksteady tutto suona americano nel suo set, composto da una lunga sequenza di canzoni di due minuti circa, tutte piuttosto identiche. Non c'è blues, solo un rigoroso soul/R&B di taglio vintage, cantato con la foga dello shouter, senza nessuna sbavatura di sorta, un copione fedele ai cliché del genere, roba da archivio degli anni cinquanta e sessanta. Anche in scena James Hunter appare come una apparizione del passato, è tarchiato, porta giacca e pantaloni neri comprati al mercato delle pulci, camicia chiara con collettone  che straborda sul reverse della giacca, capelli ricci e corti, faccia sudata e sorridente di chi è appena uscito dal pub dopo aver passato il pomeriggio a giocare a freccette e bere birra. Sembra la versione bianca di Jackie Wilson, e questo è l'accostamento più pertinente, strimpella la Gibson, è vivace, nervoso, scattante, padroneggia un genere che nessuno fa più e lui lo ripete con  rigore, onestà, feeling. La band è a sua immagine e somiglianza ovvero strumenti e suoni presi da vinili del 1958-1962.  Andrew Kingslow all'Hammond è un piccolo Booker T, magnifico, Jason Wilson è il contrabbassista che ci vuole, Jonathan Lee alla batteria è ineccepibile e Damian Hand col tenore e James Knight col baritono sono due sassofonisti usciti dallo studio in cui venne registrato Reet Petite, 1962. In scena vanno i brani di Minute By Minute, ovvero Chicken Switch, One Way Love, Let The Monkey Ride, The Gypsy, Drop On Me, Minute By Minute, Look Out, la cover di Baby Don't Do It  e rimasugli dei precedenti album come Carina, Believe Me Baby, She's Got A Way, Jacqueline, Talking 'Bout My Love con cui si conclude lo show. All'inizio il pubblico è un po' perplesso nel trovarsi di fronte un set così ancorato al passato, sebbene il sound sia perfettamente in sintonia con la mode vintage ma poi, contagiato dal brio di Hunter e da canzoni che ritmicamente non lasciano scampo, si lascia coinvolgere e alla fine tutti ballano come fosse un concerto di James Brown. E' il set che con  gusto ed eleganza chiude il festival, una sala da ballo con musica di prima qualità. Prima di James Hunter Six si erano esibiti i Mandolin' Brothers col loro roots-rock infarcito di strade blu. Hanno ricevuto applausi a scena aperta e se li sono meritati, richiesta di bis per una band che è progredita parecchio (era diverso tempo che non li vedevo) con Jimmy Ragazzon in piena forma nel regalare con voce e armonica suggestioni dylaniane attraverso i titoli del suo songwriting (Scarlet, Saigon, Still Got Dreams, Insane) e la band (le due chitarre di Marco Rovino e Paolo Canevari, la fisarmonica e le tastiere di Riccardo Maccabruni, la sezione ritmica di Daniele Negro e Joe Barreca) a mostrare versatilità nel passare dalle rasoiate di Copperhead Road  alle medley blues, dai fraseggi roots di mandolino e fisarmonica  alla cavalcata psichedelica di Almost Cut My Hair, versione da paura, fino alla sensuale e festosa caciara sudista di Iko Iko e Dixie Chicken con cui hanno chiuso un concerto molto apprezzato.

 

MAURO  ZAMBELLINI    

Le foto sono di GIANFILIPPO MASSERANO

Nessun commento: