venerdì 31 luglio 2009

Bruce Springsteen and the E Street Band Udine 23 luglio Stadio Friuli



Ho scelto Udine questa volta per vedere Bruce. In mancanza di Milano mi è sembrata la scelta, per me, più logica visto che da quelle parti ho degli amici fantastici che hanno organizzato un mini-bus che ci ha portato prima in una cantina di Nimis ad assaggiare vari tipi di Refosco, poi in una ombrosa trattoria, Ramandul, di collina dove si è dato fondo alla nostra fame impenitente ed infine sul torrente Torre dove un tuffo nella fresca acqua di montagna ci ha tolto via i fumi dell’alcol e del cibo. Quando siamo arrivati, una ventina di persone, allo Stadio Friuli eravamo perfetti, pronti a calarci nella calura del concerto. In effetti Udine si è dimostrata una scelta azzeccata dal punto di vista della cordialità e della educazione delle persone, viva il Friuli e i paesi limitrofi, Slovenia, Austria e Croazia compresa, nessuna scena isterica di fan isterici, tanti giovani almeno nel prato, bella atmosfera rilassata e pacifica, acustica ottima, organizzazione efficiente sebbene l’uscita dalla zona stadio con le auto in Italia è sempre problematico. Tutto bene da questo punto di vista e tutto bene anche il concerto anche se,a dire la verità, ormai con Bruce non si tratta più di concerto ma di un immenso party felice e gioioso dove la gente canta, balla, grida, invoca, applaude, piange, sogna, agita le mani, sorride e desidera che lo show non finisca mai. Ci sono stati momenti davvero emozionanti durante lo show almeno per quanto riguarda la musica visto che al di là della festa e del calore collettivo che si respira in un concerto della E Street Band è la cosa che amo di più, quel qualcosa che mi scardina le corde della razionalità e mi immette in uno stato di esaltazione positivo, quasi erotico.. L’inizio di Sherry Darling è stata una sorpresa ma ancora di più è stato sentire e vedere quanto evocativo dal vivo sia Outlaw Pete con quelle immagini western rosso fuoco che rimandano all’immaginario di John Ford. Una ballata strattonata da molti springsteeniani della prima ora ma che nel tour attuale brilla come una delle cose fondamentali e rappresentative dell’intero show. Grande emozione per l’arrivo di Something In The Night una ballata dai toni epici e notturni che per chi è cresciuto con Darkness nel cuore è più che una dichiarazione d’amore, è qualcosa che ti avvinghia i sentimenti e ti rimanda ad un epoca in cui sognavi un mondo molto diverso da quello che poi ti è capitato di vedere. E’ una poesia, è una ode, è un miracolo di lirismo in bianco e nero che ti scorre davanti agli occhi e ti proietta in un film su New York con addosso la speranza di una vita da eroe. Qui Bruce si ricorda del suo passato e sciorina tutto il suo romanticismo da giungla urbana, cosa che succede anche in No Surrender, un canto di resistenza universale contro le brutture del mondo ed il tempo che uccide le speranze, rivisitata in un tempo accelerato e con una lievità diversa dall’originale. Singhiozzi al calore del boogie per Summertime Blues, finalmente udibile nel suo grandioso ed anfetaminico incedere alla Eddy Cochran dopo quella inascoltabile e inascoltata versione di San Siro dello scorso anno, quando gli amplificatori sputarono nientaltro che rimbombo e rumore. Delle canzoni dei cartelli Bruce ha scelto Be True. Niente da dire sulla sua scelta, l’ha scritta lui e ha il diritto di cantarla quando vuole ma vorrei trovare quello che ha innalzato quel cartello e chiedergli se non aveva altro di meglio da fare quel giorno perché Be True sarà anche una canzone del Boss ma in una possibile playlist non la metterei nemmeno tra le prime cento. Che Dio lo stramaledica visto che a Torino qualcuno, un santo, ha proposto Drive All Night e a Bilbao ovvero il concerto dopo Udine sono entrate in scena Factory e Because The Night oltre a This Hard Land e Does This Bus Stop at 82 Street, roba da far resuscitare i morti. Se aggiungete che sempre a Bilbao sono finite in scaletta anche You Never Can Tell di Chuck Berry e Jungleland vi rendete conto di come Udine, sebbene benedetta dalla grappa, sia stata un po’ troppo sotto gradazione dal punto di vista della scelta delle canzoni. Per fortuna Udine ha beneficiato di una grandiosa versione di Streets Of Fire, premiere europea del WOAD tour dove la E Street Band si è ricordata di che band fosse una volta e Nils Lofgren ci ha messo del suo per far capire che un conto è il party e un conto è il rock n’roll. Streets of Fire, a parere del sottoscritto,è l’assoluto highlights dello show, una intensità ed un vibrare elettrico da far paura. Bella anche la seguente My Love Will Not Let You Down, fresca e byrdsiana nonostante non sia nulla di trascendentale e di fatti era stata ripresa da Tracks ma che invecchia bene perché frizza come un prosecco dalla bollicina fine. Non capisco perché Bruce si ostini a presentare Waitin’ On A Sunny Day, è dal 2002 che ce la fa sentire, adesso è ora di metterla in archivio o almeno in standby , magari tirandola fuori sometimes, nel Minnesota o nel Kansas ma non da noi dove l’hanno sentita tutti, anche i bambini piccoli, che sono sempre di più ai concerti di Bruce, dimostrazione di un evento in cui la violenza non è di casa. Nonostante lo show abbia le sembianze di una festa, Bruce ha l’innata capacità di far pensare e riflettere anche nei momenti più allegri e spensierati. Lo dimostra la versione cupa e drammatica di American Skin con quei 41 colpi che rimbombano nelle coscienze di ognuno degli spettatori ricordando che l’America di oggi è Obama ma che la violenza, l’ingiustizia e l’intolleranza sono sempre dietro l’angolo. Per Lonesome Day valgono le considerazioni di Waitin On A Sunny Day mentre The Promised Land e Badlands non mi stancherò mai di ascoltarle. The Rising col tempo è cresciuta ed è ora uno degli inni del risorgimento americano, una canzone che parte dura e accorata e poi diventa un gospel di speranza e redenzione, un inno alla vita e alla rinascita. Bella la versione friulana. Non ho mai amato molto Born In The Usa ma a Udine è stato il primo pezzo dell’encore anche se tra il concerto e il bis e tra una canzone e l’altra non c’è stata praticamente una pausa. Bruce è tuttora un animale da palcoscenico, uno Stakanov del rock n’roll, una bestia elettrica che suona la Telecaster come fosse in una acciaieria. Born In The Usa è dura e martellante, Bruce la canta con parecchie cadute di voce, si vede che è stanco, che ha dato tutto, che con la sua energia ha portato avanti uno show ed una band che è soprattutto lui, il prigioniero del rock n’roll. Poi c’è il finale, American Land porta sul palco i Pogues, Bobby Jean fa scendere una lacrima ai più anziani, Dancing In The Dark serve a prendere per mano una ragazza (questa volta è di Maniago) e Twist and Shout mette a ballare lo stadio. Ho pregato perché il concerto non finisse con la canzone degli Isley Brothers ma è finita così. Speravo che nei bis ci fosse Jungleland o il piano di Racing In The Street o le scintille della Telecaster di Prove It All Night ma invece Udine si è dimostrata generosa per l’accoglienza e l’acustica e avara per la scaletta. Non avessi l’età che ho sarei andato davanti e avrei alzato il mio cartello con su scritto STOLEN CAR. Alla prossima.

Mauro Zambellini Luglio 2009

giovedì 16 luglio 2009

Concerti indimenticabili: Dave Matthews Band dal vivo a Lucca



Non è rock, non è soul, non è rhythm and blues, non è funky, non è jazz, non sono ballate ma è tutto insieme, un fiume inarrestabile di musica che si scompone in mille rivoli, in solismi e assoli di ogni genere, si frammenta in continui stacchi di tempo, in un groove contagioso ed ubriacante, si decompone e poi si ricombina in un'unica devastante onda sonora su cui galleggia come un surfista abile e pirotecnico Dave Matthews, con la sua voce quasi parlata, con la sua chitarra acustica dal suono cristallino, con quella verve indicibile da ragazzo della porta accanto che sta stregando un intera piazza, un intero stadio, una intera arena. Sembra sempre una ballata che parla delle cose quotidiane della vita, ora tristi ora allegre, un po’ di romanticismo e quasi mai rabbia, cantata in un modo quasi trasognato e accompagnata da una chitarra impugnata come fosse un cantautore folk-rock, però poi succede qualcosa, Carver Beaufort il batterista dalla tecnica immensa e dalla fantasia inarrestabile che suona ridendo e spezzetta il tempo come fosse un grissino, spiazza, scombina, riporta l’ordine, crea il disordine totale, rumoreggia l’estasi con un drum kit che è una sala da gioco, allora il batterista apre le danze e la ballata diviene qualsiasi cosa la musica possa abbracciare, un funky, un R&B, un rock, un soul, una danza erotica che ti entra dentro nel sangue, ti cattura, ti fa muovere, sognare e ti porta altrove. C’è fisicità nella musica della DMB, nella bella piazza Napoleone di Lucca domenica 5 luglio erano tante le donne a muoversi attorno a quell’erotismo non banale nascosto in quel fiume di note, che seduce, ammalia, abbraccia, ti spoglia di ogni rigidità, mette in movimento ogni cellula del corpo.
La DMB è un orchestra jazz che suona con l’energia del rock n’roll, c’è il cantante e poi un nucleo di strumentisti eccezionali in grado di rendere naturale il più complesso degli assoli, plasmando suoni e note a piacimento, creando solismi di straordinaria bravura che poi si amalgamano nell’insieme senza perdersi in improvvisazioni fine a sé stesse ma sempre riconducibili nella canzone che Dave Matthews tiene unita come fosse una ballata lirica, magnifica e totale. C’è tanto New Orleans nella sezione ritmica, il lontano ricordo dei migliori Neville Brothers, quelli dell’era Yellow Moon, ci sono i Little Feat del periodo Dixie Chicken e quel senso della sinfonia soul universale del Van Morrison dell’età dell’oro, ma i paragoni valgono per quello che valgono perché la DMB è quello è altro, è passato ma soprattutto presente anche se il rientrato Tim Reynolds fa gli assoli da vero sideman e Jeff Coffin col sax soprano rievoca un mondo di colossi del jazz. C’è un trombettista, Rashawn Ross che interviene potente, c’è un bassista, Stefan Lessard che non ha nulla da invidiare al povero Allen Woody dei Gov’t Mule, c’è un violinista Boyd Tinsley che si diverte sulle vette sonore come uno sciatore fuori pista suonando sempre al culmine dell’intensità.
Quello di Lucca è stato un concerto di una intensità rara, a dir poco eccezionale, di quelli che si ricordano per anni, tre ore e quindici minuti di puro delirio sonoro che hanno portato una intera piazza in paradiso a vedere da vicino Dio. Sono stati i brani dell’ultimo album Big Whiskey & Groo Grux a fare da ossatura al concerto anche se Shake Me Like A Monkey, Funny The Way It Is e Spaceman nella prima metà del lunghissimo show e poi Lying in the Hands of God, Why I Am e Alligator Pie sono state allungate, dilatate, ricreate con continui andirivieni strumentali ed una torrenziale prepotenza esecutiva divenendo delle jam all’interno della grande jam che è stata il concerto. Diciassette brani più altri sei divisi in due encore richiesti a gran voce con il finale rocambolesco di Pantala Naga Pampa e Rapunzel.
Un concerto colossale.

Mauro Zambellini Luglio 2009

martedì 26 maggio 2009

Ryan Bingham > Road House Sun


Era difficile bissare un disco come Mescalito così fresco, energico, ispirato ma Ryan Bingham c’è riuscito e lo ha fatto bilanciando la rauca immediatezza del suo esordio con una spregiudicata sterzata verso un suono più aggressivo e rocknrollistico. Confermato saggiamente l’ex chitarrista dei Black Crowes Marc Ford dietro la consolle,  Bingham ha continuato su quella strada piena di polvere ed arbusti rinsecchiti su cui corrono la sua immaginazione ed il suo vissuto, cantando storie di un’America di confine non tanto diversa da quella di Sam Peckimpah ma questa volta non si è limitato a fare lo storyteller del border  e  così ha imbottito le sue ballate stralunate ed il suo scalpitante country-rock con un pimiento acido e corrosivo che più che Mescalito ricorda la mescalina.
Brani come Bluebird inizialmente una melodia bucolica, la younghiana Hey Hey, la nervosa e stridente Endless Eyes e i sette minuti meditabondi ed ipnotici di Change Is hanno portato Bingham a ridosso del rock psichedelico senza per questo smarrire la sua verve narrativa di vagabondo e outsider e senza privarsi di quella veste “povera” da cantastorie acustico che gli avevano valso accostamenti con Dylan e Guthrie.  Un atto coraggioso quello di Ryan Bingham, autore creativo ed in piena crescita, curioso di esplorare nuove lande sonore non accontentandosi di uno standard che gli ha portato fortuna e lo ha fatto conoscere in giro per il mondo. 
Road House Sun non ha cambiato lo scenario in cui Bingham opera, polvere, radici e fuorilegge rimangono i capisaldi della sua musica asciutta, suggestiva e visionaria ma accanto a laconiche ballate che ripropongono il gesto del solitario alla prese con le accordature acustiche (Snake Eyes) o frizzanti folk-rock che trasudano Dylan da tutte le parti (Country Roads e l’amara constatazione di come i tempi non siano cambiati di Dylan’s Hard Rain) ci sono affondi elettrici duri e lancinanti, squisitamente chitarristici che rivelano di uno spirito genuinamente ribelle non solo nelle liriche ma per l’atteggiamento libero con cui Bingham vive il sound delle radici. Un atteggiamento che lo rende versatile e originale e diverso dall’honky-tonk man in stivali e cappello da cowboy che tanti credevano di aver impacchettato. 
Sono proprio i brani di più lucida e rabbiosa follia rock la vera novità del disco, quelli che rendono Road House Sun non un sequel di Mescalito come qualcuno pronosticava ma un nuovo e altrettanto brillante capitolo di un’avventura che mi auguro piena di soddisfazioni, per lui e per noi. 
Ryan Bingham ha passato la maggior parte della sua vita sulla strada, Road House Sun appare come una sorta di vademecum sonoro di quello che la strada gli ha lasciato sulla pelle, nel cuore e nell’anima. Il suono brusco dei giorni sbagliati, il dolore dell’abbandono, l’amarezza della sconfitta ma anche la gioia della libertà,  l’ironica e disincantata osservazione del mondo, la bellezza del deserto, i misteri della notte ed il calore di un’amicizia trovano sfogo in un suono infettato di blues che attraverso la citazione di titoli quali Day Is Done, Dylan’s Hard Rain, Country Roads, Rollin’ Highway Blues, Bluebird, Roadhouse Blues esemplifica influenze e spiriti e rivela da che parte viene e dove vuole andare.

Mauro Zambellini 

lunedì 30 marzo 2009

Willie Nile > House Of A Thousand Guitars



Qualcuno si ricorderà di quell’album uscito nel lontano 1980 con in copertina, rigorosamente in bianco e nero, la foto di un giovane di bell’aspetto con giacca, camicia scura e sigaretta tra le labbra. Un disco che trasudava New York da tutti i solchi e metteva in fila una sequenza di canzoni capaci di catapultarvi in un film sotto una luna vagabonda , dietro la cattedrale mentre qualcuno sing me a song. 
Scampoli di romanticismo springsteeniano, espliciti fino nel titolo di Across The River  e riminiscenze di linguaggio stoniano (She’s So Cold)  mischiati con crudi scatti di vita urbana come gli Old Men Sleeping On The Bowery  e accorate preghiere (Dear Lord), il tutto all’insegna di un rock n’roll diretto, tagliente e senza fronzoli, che sapeva di Fender e di ritmi nervosi alla Who. Si intitolava semplicemente Willie Nile quel disco, che poi era il nome del suo autore, uno che era nato a Buffalo ma si era spostato nel Greenwich Village e allora la stampa americana gli era corsa attorno gridando al nuovo Dylan, l’ennesimo.
Ne è passato di tempo, quasi tutti i nuovi Dylan  si sono persi, nessuno è diventato Dylan ma Willie Nile è rimasto quel folletto arguto, vivace, pieno di cuore ed entusiasmo che saltava impugnando la Fender voltando le spalle al pubblico e volgendo lo sguardo al proprio batterista, che altri non era che Jay Dee Daugherty, quello che ancora oggi suona nel Patti Smith Group. 
Nile non ha fatto una carriera esorbitante, c’era da aspettarselo, troppo cuore ed eleganza per entrare nel ring ma nemmeno è diventato una figura patetica del Greenwich che fu. Ha continuato per la sua strada, pubblicando dischi in giusta misura, né troppi né troppo pochi, togliendosi dalla circolazione per un po’ di tempo ma continuando con la sua arte e non avvilendosi perché i tempi erano cambiati. Ha saputo aspettare e poi due anni fa ha giocato il jolly con un disco, Streets Of New York, che rimetteva in scena la boheme di New York come lui la sapeva cantare, con una selezione di canzoni che, senza retorica passatista, coniugavano lo spirito poetico del songwriter con una schietta dimostrazione di rock urbano. House Of A Thousand Guitars  il nuovo disco è il degno successore di quel lavoro e, come suggerisce il titolo, è ancora più venato di rock n’roll e chitarre elettriche anche se, come è nella tradizione dell’autore ci sono anche languori, malinconie e ballate.
Con l’atteggiamento spavaldo e scapigliato che lo ha sempre contraddistinto e con il solito amore per le strade e i romanzi , Willie Nile si ripropone al meglio recuperando il sound aguzzo ed essenziale del suo primo disco.
House Of Thousand Guitars  gioca sul fatto di avere una band, gli Worry Dolls, che sembra tagliata su misura su Nile, col chitarrista Andy York (John Mellencamp) talmente bravo nel sintetizzare un assolo da togliere qualsiasi grasso in eccesso ed una sezione ritmica, il bassista Brad Albetta ed il batterista Rich Pagano che conoscano a memoria il groove newyorchese ovvero quel misto di arditi saliscendi che sembrano le montagne russe ritagliate sulla skyline della città.
E’ vero che gli Worry Dolls partecipano solo a metà nel disco perché il resto è affidato all’inseparabile Frankie Lee nelle vesti di batterista, a Steuart Smith 0nelle vesti di chitarrista e Stewart Lerman in quella di bassista ma l’amalgama è perfetta ed al di là di qualche sfumatura il disco suona omogeneo e compatto. 
Che le chitarre, compresa la Stratocaster di Nile, siano costantemente all’offensiva lo dice il titolo del disco e la canzone-titolo, un vorticoso rock dove vengono citati  i nomi dei grandi santi del rock (Hendrix, Stones, Dylan, Robert Johnson, Hank Williams, John Lee Hooker, Muddy Waters, John Lennon) in una sorta di omaggio a quella lezione musicale di cui Nile è figlio. Lezione che si ripropone nel vortice di ritmi e guitar sound di Run, un pop veloce e frizzante  e nel tono rollingstoniano di Doomsday Dance.  Poi c’è uno di quei brani che entrano nel cuore e fanno la storia di un artista, Love Is Train è metà ballata e metà rock n’roll, ha forza, onestà e freschezza per diventare uno dei classici del nostro. Cosa che succede anche a Magdalena  sguaiato trash-punk da lower east side  con le chitarra di Nile e York che gracchiano sporche, urgenti, insolenti e  The Midnight Rose, enfasi springsteeniana e grande lavoro di squadra per un brano che ha muscoli e cuore in giusto dosaggio. 
Ma è nella ballate che si rincontra il Nile della New York City serenade, nello splendido titolo di Her Love Falls Like Rain  dove qualcuno potrà scorgere armonie vagamente beatlesiane, in Little Light dove sembrerà di essere in uno di quei momenti del concerto in cui tutti cantano con l’accendino in mano ed in Touch Me dove  si verrà coinvolti da ricordi e malinconie attraverso la voce commossa del protagonista e del suo pianoforte. 
Poi il finale, non troppo enfatico anche se già il titolo, When The Last Light Goes Out On Broadway,  dice di quanto sia bravo Willie Nile a cantare l’anima profonda di New York City. Splendido. 

Mauro Zambellini        Marzo  2009

mercoledì 11 febbraio 2009

Cheap Wine dal vivo allo Spazio Musica di Pavia


Chi non conosce i Cheap Wine, quartetto pescarese dedito ad un rock chitarristico di matrice urbana che cita Dylan, Neil Young, i Replacements, i Dream Syndicate, Springsteen e i Green On Red, dovrebbe vederli almeno una volta dal vivo. Non c’è in Italia chi suona come loro, con tanta passione, veemenza e abilità , quel rock che ci ha fatto amare New York con i suoi club e i suoi santi, ballate umide di pioggia e disperazione e vibranti rock n’roll che sanno di incontri oltre il fiume.
Se amate un disco come il recente Live From The Streets Of New York di Willie Nile non potete ignorarli. Allo Spazio Musica di Pavia sabato 31 gennaio in un locale pieno di fans e amici i quattro pesaresi hanno dato vita ad un concerto memorabile per energia e buone vibrazioni riversando sui presenti un TIR pieno di rock n’roll. Non è la prima volta che i Cheap Wine incendiano lo Spazio Musica ma questa volta la deflagrazione è stata totale e per tre ore i presenti sono stati tempestati da un rock al calor bianco che ha visto le chitarre, quelle acustiche di Marco Diamantini e quelle elettriche del fratello Michele (uno dei migliori chitarristi italiani di scuola rock) andare a spasso con il basso criminale di Alessandro Grazioli e con il drumming di Alan Giannini, il nuovo batterista che ha sostituito degnamente Zano Zanotti. C’era attesa per il loro show visto che l’ultimo disco, Freak Show,  risale al 2007 e la sostituzione di Zano ha richiesto tempo ed un nuovo assetto dopo un comprensibile periodo critico. Alla luce del concerto visto a Pavia si può affermare che i Cheap Wine sono ancora in pista con ritrovata energia ed entusiasmo, pronti ad entrare di nuovo in sala di registrazione per un nuovo album che, si vocifera,  sarà più aperto a soluzioni acustiche.
Il fatto di suonare spesso unplugged nei locali  di piccola capienza  ha potenziato la dimensione folk-rock dei Cheap Wine e a Pavia la prima parte dello show ha visto i fratelli Diamantini imbracciare le chitarre acustiche per riarrangiare brani come Bad Guy, Easy Joe, una intensa e desertica Among The Stones ed una sentita rivisitazione di Friend Of The Devil dei Grateful Dead. Anche le due cover di  Dylan Ballad Of A Thin Man e One More Cup Of Coffee (quest’ultima fa parte di un Dvd Just Like Bob Dylan Blues che ritrae il gruppo in concerto al Teatro Bramante di Urbania nel 2003 durante la prima edizione del 70’s Flowers Festival) non fanno mistero dell’amore che i Cheap Wine ed in particolare Marco nutrono verso la tradizione americana della ballata rock. 
Con la cover “personalizzata” di Youngstown di Springsteen è partita la parte più elettrica e vibrante dello show, quella che ha mandato in visibilio il caldo pubblico dello Spazio Musica. Pescando dall’anfetaminico  Freak Show (Time For Action, Jugglers and Suckers, Exploding Underground ) e dagli album del passato  i Cheap Wine hanno messo in azione la loro artiglieria rock suonando senza tregua un rock urbano tagliente e travolgente, trovando il tempo per perdersi nelle visioni acide e psichedeliche dell’immancabile Mary, rivedendo con una ritmica rinnovata la nervosa Freak Show ed immolandosi sull’altare della ballata metropolitana con la devastante City Lights, brano di punta dell’indimenticabile Moving. Molto più disinvolto che in passato e migliorato nella dizione Marco Diamantini ha svolto il ruolo di leader mentre Michele con la chitarra ha tirato fendenti elettrici capaci di illuminare una intera metropoli.
Due ore e mezza di concerto torrido hanno trasformato lo Spazio Musica in una sorta di Bottom Line de noantri, il pubblico ha richiamato i quattro sul palco e questi senza farsi pregare hanno riacceso gli amplificatori per regalare un ulteriore dose della loro carica rock. Dal soffitto sgocciolava il sudore dei Cheap Wine mentre il pubblico tutto in piedi cantava a squarciagola Boston dei Dream Syndicate e  Rockin’ In The Free World di Neil Young. Un trionfo. Altro che Vasco Rossi.

Mauro Zambellini   Febbraio  2009

martedì 20 gennaio 2009

Bruce Springsteen > Working On A Dream


Pure Pop for Now People? Non proprio ma quasi. Il nuovo disco di Springsteen Working On A Dream a detta dello stesso autore nasce dalla eccitazione per il ritorno delle sonorità della produzione pop e per l’energia espressa dalla band nel recente tour. Paragonato alla sua più classica produzione, è un disco eccentrico e diverso in quanto non sono le chitarre ed il romanticismo da blue-collar a condurre le danze ma uno stravagante melting di arrangiamenti, archi, di mescolanze sonore, di idee anche un po’ confuse volendo, di elaborazioni, di intro e outro, come se le canzoni fossero colonne sonore di piccoli film e anche se la E Street Band si sente più che in Magic il nuovo lavoro è sostanzialmente frutto dell’amore che Springsteen ha nei confronti del pop californiano e dei sixties. I testi sembrano più che altro incentrati sulla vita quotidiana anche se per ora non è possibile approfondirli a fondo ma in generale Working On A Dream è un bel disco di pop, anche coraggioso nel suo insistere su una certa idea di pop (che non è la schifezza che si sente oggi), con tante citazioni di Beach Boys, Roy Orbison, Dion, Brian Wilson, Mama’s and Papa’s, Kinks, Byrds e con un occhio di riguardo all’ appeal che possedevamo le canzoni dei sixties. Un disco che sale ascolto dopo ascolto, come se lavorare attorno ad un sogno necessiti tempo e pazienza e l’artista possa finalmente esprimersi svincolato da quelle catene che lo volevano a tutti costi profeta con una chitarra al collo ed una gang al fianco.
Qui è il pop nella sue leggerezza, nella sua estemporanea fruibilità a garantire emozioni come quelle scatenate dagli otto minuti di Outlaw Pete, la canzone più ambiziosa e tortuosa dell’ intero album, un saliscendi di emozioni e orchestrazioni spectoriane con pianoforte, organo, archi ed un rallenty che evoca il C’era una Volta il West di Morricone. Ci pensa My Lucky Day a smorzare l’enfasi, titolo che assieme a This Life, Life Itself, Good Eye e Tomorrow Never Knows costituisce il lotto di partenza su cui è stato costruito tutto l’ album. E’ una normale canzone di Springsteen sulla scia di My Love Will Not Let You Down dove anche Clemons fa la sua parte. Di Working On A Dream conosciamo ormai abbastanza e pur risaputa nella sua cantilena buonista a furia di risentirla sembra quasi bella, basta comunque il fatto di aver contribuito a far eleggere Obama per non contestarla più di quel tanto. Discorso diverso per il pop da discount di Queen Of The Supermarket che nasce sul ricordo della leggiadra Girls In Their Summer Clothes nel senso che è come se Bruce fosse tornato ragazzino e si fosse trovato nel più grande magazzino di riff, accordi, strofe e ritornelli e lo abbia saccheggiato pensando poi di mettere insieme tutto avendo in testa le melodie di Brian Wilson. Muscoli invece, quelli del rocker-Bruce in What Love Can Do, tre minuti giusti giusti di rock grezzo e duro, con la voce e la chitarra acustica che si interpongono sopra il beat secco della batteria. Potrebbe essere il John Mellencamp di Dance Naked. Puro e semplice rock n’roll, uno dei miei brani preferiti. 
Ancora sixties mood in This Life, un connubio di Kinks, Jimmy Webb, Mama’s and Papa’s, John Phillips con in più l’affondo di sax di Clemons e la dodici corde di Lofgren. Di natura diversa Good Eye altri tre minuti di echi distorti, voce filtrata ed un’ armonica lancinante. Sembra una canzone cresciuta attorno alla versione di Reason To Believe del Devils and Dust Tour ed è sorella di A Night With Jersey Devil (bonus track nella versione deluxe del disco con tanto di dvd). Un blues da juke joint, rauco e sporco come nelle registrazioni della Fat Possum.
L’eco di una lap-steel, l’aria serena del country ed un violino pieno di nostalgia: Tomorrow Never Knows, titolo rubato ai Beatles di Revolver sembra la E-Street Band che imita la Seeger Sessions Band. Atmosfere cupe, voce bassa e gran lavoro di tastiere invece in Life Itself che naviga di traverso col grigiore di un cielo che non promette niente di buono. 
Kingdom Of Days al primo ascolto sembra di una banalità sconcertante, potrei sbagliarmi ma qui l’enfasi degli arrangiamenti raggiunge livelli insopportabili, meglio il pop da British Invasion di Surprise, Surprise dove si scorgono i Kinks (ma anche i Byrds) e le chitarre lasciano spazio ad un sing-along che si sviluppa attorno ad un ritornello felicemente ossessivo. 
Il finale è per le ballate, la prima, The Last Carnival, si muove nella zona folkie di Devils and Dust, la seconda, The Wrestler chiude il disco con stampato addosso la malinconia del volto malconcio di Mickey Rourke nel film omonimo. Non è un capolavoro Working On A Dream ma è un brillante e serio disco di pop, più coerente di Magic e con diverse novità (che non tutti i fans apprezzeranno) rispetto al clichè rock springsteeniano. Ma, sono sicuro, lo ascolteremo parecchio. 
 
Mauro Zambellini

domenica 4 gennaio 2009

The End Of The Year - 2008


Tralasciando  l’immenso Bootleg Series Vol.8 di Dylan altrimenti conosciuto come Tell Tale Signs che ho acquistato nella versione doppia per via del prezzo poi diventato triplo grazie alla rimasterizzazione di Marco Denti ( ed il terzo dischetto vale e come), una sorgente dalle emozioni continue ed infinite, è il lavoro a firma Mudcrutch l’avvenimento rock dell’anno per chi scrive. Tom Petty con la sua vecchia band ha recuperato un sound che con gli Heartbreakers non gli riusciva più, un sound urgente, diretto, istintivo, per nulla perfetto ma del tutto vitale che racchiude tutta l’essenza del grande rock anni settanta ma che sa andare oltre, riesumando scampoli di fifties  nella High School Confidential contenuta nell’Ep Live appena pubblicato,  riossigenando il pop-folk-rock dei Byrds e dei Flying Burrito Bros. con cimeli quali Lover Of The Bayou e Six Days On The Road ed ergendo un monumento come Crystal River, impedibile la versione a 15 minuti dell’Ep Live, dove rock n’roll, blues, swamp, psichedelia, improvvisazioni, chitarre, Hammond, liriche e dolente voce del sud concorrono ad offrire una esaltante pagina di quello che il rock deve essere. 

Naturalmente le ristampe o gli archivi degni di nota del 2008 non si esauriscono con Dylan perché Pacific Ocean Blue del beach boy Dennis Wilson è un disco strano, intrigante, misterioso, caduco di presagi sinistri e di improvvise esplosioni di bellezza, un disco decadente anche se qui la decadenza ha i colori blue dell’oceano e l’aria rilassata della Southern California quindi una cosa assolutamente inusuale, da ascoltare senza pregiudizi anche per chi non sopporta gli arrangiamenti orchestrali. 

Una ristampa è anche l’edizione deluxe di Strangers Almanac degli Whiskeytown, un’opera di roots-rock  a molti sfuggita al tempo (1997) che segna l’apice della scena alternative country degli anni novanta con un concentrato di puro rock stradaiolo e senza il qual disco non sarebbe nato un controverso genio della canzone d’autore  qual’è Ryan Adams, il cui attuale, discreto, Cardinology scompare rispetto alla grandezza di  Strangers Almanac.

Per chi frequenta il soul, ma qui oltre all’anima c’è il cuore, l’orgoglio, la fierezza, la passione e la coscienza, consiglio vivamente di acquistare l’elegante box con tre cd ed un dvd  intitolato To Be Free ovvero The Nina Simone Story. Basta la versione del brano di Dylan  Just Like Tom Thomb’s Blues per capire che qui si ha a che fare con una materia celestiale ma le delizie non finiscono qui perché tra versioni e originali To Be Free apre le porte del paradiso anche a noi peccatori. 

Dagli archivi arriva anche Live At The BBC di Paul Weller, la storia l’ho già raccontata in Beat un po’ di settimane fa (cercatelo nel blog), invece per quanto riguarda i live non c’è bisogno che aggiunga nulla riguardo a Shine A Light degli Stones, nel cui dvd edito dalla Real Cinema della Feltrinelli c’è un testo, Il Tempo è Dalla Nostra Parte (45 anni coi Rolling Stones) scritto dal sottoscritto che consiglio a chi voglia sapere i su e giù artistici delle Pietre senza finire nei gossip. A parte l’auto-citazione  consiglio il potentissimo e springsteeniano Joe Ely Live Chicago 1987, uno show devastante, nella cui band brillavano il chitarrista David Grissom, il migliore avuto da Ely ed il sassofonista degli Stones Bobby Keys. 

Non dimenticatevi di passare poi dal Mercury Lounge nella Lower East Side di New York per vedere all’opera Willie Nile Live From The Streets Of New York ovvero un concentrato di tagliente rock urbano con una band tirata da tre chitarre in assetto di guerra. Per il piccolo rock-writer di Vagabond Moon la celebrazione per una vita dedicata al sound della Grande Mela. Chi ama Springsteen, Lou Reed, David Johansen, i Clash e gli Who troverà pane per i propri denti.

Buono senza essere eccezionale nel senso che manca qualche canzone all’altezza dei passati fasti anche se il sound esala sulfurei aromi di Exile On Main Street è Warpaint! dei Black Crowes e premio come miglior album di americana  dell’anno Brighter Than Creation’s Dark dei Drive By Truckers, che a mio modesto parere  possono essere considerati come i successori degli Whiskeytown con un tasso rollingstoniano e sudista in più.  In questo ambito segnalo l’arrivo di una giovane band di blue collar rock, genere che con la proletarizzazione indotta dalla crisi economica vivrà una stagione di revival, ovvero i Gaslight Anthem. Il loro The ’59 Sound è duro, energico, incalzante, suona un po’ irlandese alla maniera dei Black 47 ma ha la fuliggine e la voglia di riscatto delle periferie industriali americani. Da tenere sotto controllo anche se ancora a corto di memorabili canzoni.

Lo hanno messo tutti, specialmente nelle riviste specializzate estere e lo metto anch’io,  più per la freschezza e l’originalità e perché dal vivo loro mi sono proprio piaciuti per il candore e l’informalità con cui affrontano show e pubblico. Il disco dei Fleet Foxes  è un originale cocktail di cori alla beach boys,  musica gregoriana, folk e rock underground che farebbe tanto bene alle nuove generazioni perse tra Kaiser Chiefs, Killers e altre chincaglierie di poco prezzo. 

Della categoria giovani da seguire sono anche gli Okkervill River che pivelli non lo sono più da un pezzo e che già al tempo di Black Sheep Boy mi avevano incuriosito per il loro oscuro charme ma che con gli ultimi due dischi hanno proprio fatto il botto unendo il pop con un folk-rock introverso e notturno, chitarre acustiche ed elettriche, melodie che sembrano uscite da un vecchio palazzo vittoriano, un tono vocale (quello di Will Scheff) che mi ricorda Ray Davies dei Kinks e qualche eccentrica entrata di tromba. Sono sghembi nelle melodie ma affascinanti, per nulla texani come invece dicono le loro carte d’identità, sembrano di Boston o di Dublino ma poi nel penultimo album recuperano un classico portato al successo dai californiani Beach Boys (Sloop John B) celandolo sotto mentite spoglie. Il disco di quest’anno si intitola The Stand Ins, provate a sentirlo non ve ne pentirete. Ho preferito loro, che facevano da supporter, allo show di un mese fa ai Magazzini Generali quando in cartello c’erano i martellanti e muscolosi Black Keys.

Blue mi ha accusato di essere in un periodo di innamoramento ma la verità è che la Gabe Dixon Band ha veramente una dimestichezza con le melodie da grande storia d’amore. Nel loro omonimo disco non ci sono chitarre che fumano il born to run e nemmeno gesti rudi da rock di  rabbia, il clima è rilassato e mite, siamo in Georgia d’altra parte, pesche e magnolie si alternano a campi e distese verdi e il pianoforte conduce una danza dolce ma non zuccherosa che  con Disappear e All Will Be Well fa innamorare anche un orco. Gabe Dixon è un grande autore di ballate e piuttosto che spendere i soldi per l’ultimo disco di Jackson Browne rivolgetevi a lui se volete insonorizzarvi una mattinata calma, sorridente e luminosa. 

Nessuna sorpresa con i Counting Crows, c’è chi li odia e chi li ama. Io faccio parte della seconda schiera e Saturday Nights, Sunday Mornings è un disco che come suggerisce il titolo alterna melodie uggiose da mattino newyorchese pieno di pioggia e sciabolate chitarristiche in odore di Pearl Jam che fanno festa il sabato sera con alcol e amici.

Mi rimane da dire di Lucinda Williams la miglior rockeuse degli ultimi anni che dopo un capolavoro come West è riuscita a bissare le sue prestazioni con un album finalmente influenzato da una visione della vita meno pessimistica e dolorosa e da quelle vibrazioni che in genere hanno a che fare con le storie d’amore. Ben per lei e per noi, che non ci stufiamo di sentirla e possiamo così godere dei cambiamenti di Little Honey, ancora ballate dolenti di ambientazione sudista ma anche un sano rock n’roll che mette in fila Steve Earle, Rolling Stones e Ac/Dc di cui la rockeuse copre It’s A long Way To The Top.

Infine un cantautore che è pure ottimo chitarrista visto che è in pianta stabile come sideman nella band dell’ex Grateful Dead Phil Lesh, è Jackie Greene che ho scoperto dopo che mi aveva incuriosito una recensione di Gianfranco Callieri sul Buscadero. Ha un curriculum piuttosto lungo con alcuni buoni affondi nel senso del rock d’autore di matrice metropolitana, tra tutti il dylanesco  Sweet Somewhere Bound con quel notturno decor tipicamente newyorchese ma il disco che ha portato aria fresca nel mio appartamento è Giving Up The Ghost, suo lavoro del 2008. Esiste una sorta di preclusione da parte della critica nei suoi confronti e non capisco il motivo perché Greene ha talento e finezza e questo album suona arioso, fresco, con canzoni che si stampano addosso ed emanano una frizzante atmosfera californiana che in qualche episodio ricorda i Fleetwood Mac di Tusk. Insomma come andare a San Francisco,  Greene è di lì, stando seduti in poltrona e poi sognare.

Altri dischi mi hanno rallegrato senza emozionarmi più di quel tanto, finisco qui per non stancare ma ricordo che a livello di concerti visti quello di John Fogerty all’Alcatraz e di Springsteen e la E-Street Band a San Siro fanno parte di un altro mondo mentre una sonora delusione, pagata a prezzo da capogiro, l’ho avuta con Tom Waits agli Arcimboldi: una grande Tom Traubert Blues al piano, un paio di altre perle da lacrime agli occhi e poi una ripetizione di rantolii, sferragliare industriale (ottima comunque la band), suoni gutturali ed una solenne presa per il culo. Per chi cantava di battone, barboni, motel di quarta categoria e luridi asfalti del sabato sera suonare agli Arcomboldi per un pubblico d’elite ( con 105 e 145 euro a biglietto per forza di cose si seleziona il pubblico) non è una presa in giro?  Dov’è finito il poeta dei bassifondi, in un salotto della borghesia bene ? Al 2009 l’ardua risposta . Ciao e Buon Anno.

Mauro Zambellini