lunedì 1 febbraio 2010

Gypsy Soul #4


(continua)

Simple Songs of Freedom

Amara e autodistruttiva è la vicenda di Tim Hardin songwriter sopraffino uscito dal movimento folk degli anni sessanta. Nato a Eugene nell’Oregon nel 1941, Hardin divenne una figura preminente nella scena del Greenwich Village grazie ad un talento straordinario e alle dicerie che lo volevano figlio del fuorilegge John Wesley Harding. A una spiccata sensibilità artistica si contrapponeva una personalità autodistruttiva e votata all’eccesso, morirà nel 1980 per overdose dopo una vita segnata pesantemente dall’eroina ma la sua voce e le sue canzoni rimangono tra le cose più belle di tutta la canzone d’autore americana. Voce melodiosa e flessibile, esaltata da una espressività dolente, apparentemente fragile ma intensamente poetica, che richiama quella di Fred Neil, altro grande e introverso rappresentante dello stesso movimento folk-rock, Tim Hardin seppe imporsi all’attenzione con canzoni di una innocenza incredibile che fecero breccia nei cuori più sensibili.
Titoli come Reason To Believe, If I Knew, Black Sheep Boy, Simple Song Of Freedom e la stra-coperta If I Were A Carpenter presentano un autore di una dolcezza romantica disarmante che mostra qualche analogia con Tim Buckley.
Dopo gli album per la Verve contrassegnati dalla sua vena più cantautorale e folk, Tim Hardin nel 1969 ripara in Inghilterra per tentare una cura disintossicante dall’eroina. Quando torna negli Stati Uniti e si stabilisce a Woodstock la Columbia gli mette a disposizione uno studio mobile per registrare Suite For Susan Moore and Damion-We Are-One, One All In One (Columbia, 1969) ambiziosa opera meditativa dedicata alla moglie Susan e al figlio Camion. L’album seguente risente della brezza afroamericana che coinvolge all’inizio degli anni ’70 i cantautori americani e scivola verso atmosfere southern e bluesy. Bird On The Wire (Columbia, 1971), che come titolo la nota canzone di Leonard Cohen, viene registrato tra Macon e New York col produttore Ed Freeman e con alcuni futuri Weather Report. L’ album include Hoboin’, accreditato a John Lee Hooker ma di fatto ottenuto da Freight Train di Lightnin’ Hopkins, le suggestioni sudiste di Southern Butterfly e diversi brani altrui. In realtà Hardin rincorre una idea di serenità che il disfacimento del nucleo famigliare e i problemi di dipendenza avevano compromesso. Bird On The Wire è uno dei rari periodi in cui l’autore non si fa di eroina ma l’uso del metadone e l’eccesso di alcol minano le sedute di registrazione tanto che è praticamente impossibile trovare il cantante e i musicisti in studio nello stesso momento. Le difficoltà del suo vivere sono messe in evidenza nella toccante Andrè Johray, una metafora sul successo con spunti autobiografici, ma è la delicata If I Knew, originariamente registrata a Nashville con uno stuolo di sessionmen di provata fede sudista, la perla del disco.
Simle Songs Of Freedom - The Tim Hardin Collection, un cd edito nel 1996. sintetizza al meglio gli album pubblicati per la Columbia.

Tormentato e inquieto come Hardin e anche lui vittima della droga, morirà a Dallas nel 1975 per un overdose di eroina scambiata per cocaina, è Tim Buckley, coraggioso esploratore vocale e improvvisatore che col suo folk visionario e psichedelico costituirà un caso a sé nel panorama musicale degli anni sessanta e primi settanta.
Poesia (Lorca e Rimbaud) e amore per il jazz sono parti indissolubili della sua musica, la prima per le liriche visionarie, il secondo per le ardite e ripide sperimentazioni vocali. Estimatore di John Coltrane, Charlie Mingus e Miles Davis nel 1968 Tim Buckley effettuerà una tournee a Londra, documentata dallo splendido Dream Letter (Demon,1990), con un quartetto formato dal vibrafonista jazz David Friedman, dal bassista Danny Thompson e dal chitarrista Lee Underwood definito dalla critica Modern Jazz Quartet of Folk.
Marcatemente funk sarà l’approccio tenuto dall’artista in Greetings From L.A. (W.B 1972), uno degli ultimi album della sua esistenza e dimostrazione dell’eclettismo della sua musica atipica, umorale, fisica e cerebrale al tempo stesso.
Fred Neil, di cui Buckley riprenderà la magica Dolphins, Tim Hardin e Tim Buckley costituiscono un trio di autori in cui il rapporto tra arte e vita non ammette compromessi (difatti sono morti tutti e tre) e la cui musica ha funzionato come le pagine di un diario letto in pubblico, senza paure e reticenze.

Anche l’Inghilterra ha visto in quegli anni proliferare personaggi che si mettevano a margine del mondo pop e si inventavano un mondo a sé, fragile come un bicchiere di cristallo ma poetico e ricco di suggestioni.
Il caso più misterioso (e drammatico) è quello di Nick Drake il cui Bryter Layter (Island,1970), secondo disco prima di una prematura morte per suicidio nel 1974, è un singolare cambiamento rispetto al lunatico folk autunnale degli altri due dischi e rivela di un artista sensibile alle orchestrazioni jazz e a produzioni più complesse. Gli arrangiamenti di Robert Kirby e la produzione di Joe Boyd (colui che avrebbe lavorato a Fables Of Reconstruction dei Rem) valorizzano l’architettura poetica dell’artista, la sua voce spaesata e il suo originario folk acustico, sfumature di jazz rarefatto e di cieli nordici colorano le dieci canzoni del disco creando un atmosfera affascinante e rilassata. Anche se Poor Boy col delizioso sax alto di Ray Warleigh, il piano elegante di Chris Mc Gregor e le voci femminili sa molto di gospel e bop americano.

John Martyn era amico di Drake e di Richard Thompson, i tre rappresentano il meglio della canzone d’autore inglese dei settanta. In possesso di una voce estesa e flessibile, la sua ricerca vocale ricorda un po’ quella di Tim Buckley anche se non ci sono la medesima inquietudine autodistruttiva e le ripide improvvisazioni.
Il suo Solid Air (Island, 1973) è uno di quei dischi che bisogna assolutamente avere. Un pigro e strascicato easy blues si insinua in melodiose canzoni dal tratto sognante e una voce da brivido canta un folk-rock etereo e unico. Ci sono frizioni di british free e allucinazioni (I’d Rather Be The Devil, Dreams By The Sea) ma quello che rimane sulla pelle sono ballate come Go Down Easy, Over The Hill, May You Never, Solid Air che hanno quel sottile mistero che il folk-rock di Drake e Martyn possedeva..
Ottima la chitarra acustica di Martyn, superbi i musicisti, sono gli stessi di Bryter Layter ovvero la crèmè inglese ruotante attorno a Pentangle e Fairport Convention. Entrambi i dischi vennero pubblicati dalla Island, un etichetta che in quegli anni era all’avanguardia per novità, gusto e coraggio.

Più contorto il percorso di Laura Nyro, cantante, autrice e pianista nata nel 1947 nel Bronx e deceduta nel 1997 per un cancro alle ovaie. Ebbe un impatto sulla pop music degli anni 60 e 70 grazie a canzoni introspettive che combinavano liriche poetiche con frammenti di folk urbano, soul e jazz.
Il jazz se lo portava nel sangue, il padre era un trombettista jazz che la invogliò a prendere la strada della musica. Scrisse la prima canzone che aveva solo otto anni e ancora prima di incidere il primo album a suo nome aveva già scritto diverse canzoni di successo come Stoned Soul Picnic, And When I Die e Sweet Blindness.
Ebbe un periodo di gioventù in cui usò l’Lsd, per sperimentare tecniche di scrittura nuove ma poi quando in un “bad trip” si trovò la camera assediata per nove ore da creature mezzo uomo e mezzo topo che la assalivano e distruggevano tutto pose fine alla faccenda e passò a Dylan e John Coltrane.
Con i suoi album registrati alla fine degli anni sessanta, Laura Nyro si affermò come una delle prime grandi cantautrici americane, coniando uno stile personale fatto di strani e intensi fraseggi pianistici, di improvvisi cambi di tempo e di una voce lamentosa e drammatica. Con i suoi lunghi capelli neri, i suoi abiti neri e il suo fare aristocratico, Laura Nyro divenne la perfetta chanteuse urbana in contrasto coi personaggi colorati dell’epoca.
Il suo album del 1969, New York Tendaberry, dalla copertina rigorosamente nera costituì il biglietto da visita di un songwriting riflessivo e ombroso, intriso di grande passione.
Il soul e il gospel che affioravano nelle sue composizioni la portarono presto a misurarsi con la musica nera, Christmas and The Beads Of Sweat (Columbia,1970) vede la Nyro lavorare ai Muscle Shoals con Duane Allman e la produzione di Felix Cavaliere e Arif Mardin per una serie di canzoni che mantengono lo stile originario dell’autrice però usano l’assetto strumentale sudista per emanare più calore e solarità. Il disco suona più ridente ma New York Tendaberry rimane insuperabile.
Gonna Take a Miracle (Columbia, 1971) si spinge oltre e appaga la voglia soul della cantante con la rivisitazione di classici del R&B come Lonnie Mack e Dancing In The Street e con la partecipazione di Patti Labelle. Seguirà un live in solitario, Spread Your Wings and Fly, in cui l’artista “coprirà” con l’aiuto di sola voce e piano canzoni di Aretha Franklyn, Drifters e Ben E.King. Poi per un lungo periodo Laura Nyro si ritirerà dalle scene.

MAURO ZAMBELLINI GENNAIO 2006

sabato 23 gennaio 2010

il 'fascista' di Van Morrison


"Radio Varese fu un’esperienza per molti di noi fondamentale, capace di mettere in contatto esperienze umane sparse sul territorio che avevano bisogno di un’occasione per incontrarsi e conoscersi. Almeno per quanto riguarda la prima versione della Radio, quella nata nel 1976 e conclusasi con la polemica e politica dimissione di alcuni di noi circa un anno dopo, fu un esperienza positivamente devastante che lasciò un segno indelebile nelle nostre vite.
Dispersi in quella parte degli anni ’70 a cavallo tra utopie e movimento, si cercava di riporre la nostra creatività e la nostra voglia di vivere al di fuori di gruppuscoli, partiti e slogan e così qualche nome da giungla come Tambo, Zambo, Dundo, Bongo si trovarono a fianco ad un inatteso concentrato della sinistra rivoluzionaria varesina, l’anarchico Roberto, lo stalinista Nedo e il gramsciano Chico. Più che per le idee politiche, il gruppo si solidificò per la militanza nella Radio e per l’amore verso i linguaggi musicali americani, Woody Guthrie e il folk, il blues, il jazz e soprattutto il rock. Non sembrava vero ai nostri di potere “praticare” tranquillamente i propri gusti e miti lontano dalla fastidiosa spocchia dei “professorini” della politica, forgiati in quel grigissimo Marx-Lenin-Mao Tze Tung pensiero che faceva di un disco dei Grateful Dead un pericoloso nemico dei proletari del mondo. I “gerarchi” della sinistra rivoluzionaria organizzata non vedevano di buon occhio questi renegades, li consideravano alla stregua dei freakkettoni. Troppo anarchici, troppo indisciplinati, troppo snob con quei loro dischi strani di importazione che arrivavano dal cuore dell’imperialismo americano. Ai nostri piacevano le teste da morto dei Grateful Dead, quegli “scoppiati” degli Stones, quel tossico androgino di Lou Reed, quei buzzurri della Allman Brothers Band e dei Lynyrd Skynyrd che osavano suonavano con la bandiera sudista alle spalle. Roba da scomunica, roba politicamente scorretta, roba da compagni che sbagliano.
Il problema è che i duri e puri della politica stavano sulle palle anche ai nostri, che consumate le rispettive esperienze gruppettare trovarono in Radio Varese l’occasione per poter affermare quanto non era mai stato possibile all’interno del movimento ovvero che si poteva essere di sinistra e contemporaneamente ballare coi Creedence Clearwater Revival e i Rolling Stones. Radio Varese divenne ben presto l’unica radio libera dell’Occidente occupato non solo per la sua collocazione “non allineata” a sinistra ma anche per l’indipendenza culturale verso i blocchi mentali della sinistra più o meno ufficiale.
E così Waiting For My Man e Jessica riempirono l’etere senza vergogna, creando uno zoccolo duro di rock che dalle trasmissioni specializzate invadeva anche le fasce orarie e gli interstizi tra le trasmissioni più serie e i notiziari. Non si era politically correct ma la rivoluzione fu proprio quella di cadenzare l’informazione e i dibattiti con il rock n’roll, per di più di matrice americana.
C’era Scatola Calda di Zambo al pomeriggio, il blues del reverendo Skala, il jazz-rock di Bongo, il country-rock in odore di West Coast di Girompini, i nuovi american songwriters di Gaucci che per primo portò in radio Tom Waits, Gigi Prevosti con le sue scelte eclettiche, Bolotto coi figli di Jackson Browne ma anche chi, della redazione, “riempiva i buchi” come Tambo non perdeva l’occasione di mettere Jessica o Ramblin’ Man.
Il pubblico recepì, la Casa del Disco cominciò a farsi grande da lì e Carù Dischi aumentò le vendite del genere, entrambi interessati alla pubblicità sulla radio e concerti, oggi impensabili per Varese, come quello di Bruce Cockburn fecero il tutto esaurito. Certo la mano dei nostri non era di quelle leggere se anche uno sbarazzino e un po’ ruffiano programma di musica a richiesta per casalinghe aveva come sigla Rock n’ Roll di Lou Reed ovvero un pezzo di dieci minuti dal vivo di assoluta violenza elettrica.
Altri tempi, assurdamente più free di questi. Si scopriva un mondo musicale che neppure i giornali specializzati dell’epoca (Ciao 2001 perchè il Mucchio Selvaggio dove nascere di lì a poco) trattavano. Radio Varese legittimò il rock (e naturalmente altri idiomi) al di fuori di una ristretta cerchia di carbonari, creando curiosità e cultura oltre che piacere. Un mondo distante anni luce da quello odierno dove lo stesso termine è usato per identificare una realtà di gossip e scemenze fatta di video insulsi, di canzoni che durano un mese, di produzioni tanto laccate quanto inesistenti e dove il rock sembra essersi trasformato nelle pistolettate dei rapper, nel culo di Jennifer Lopez, nei capricci di Mariah Carey nelle liti degli Oasis.


Non tutto era comunque rosa e fiori nella Radio. Al direttore Lovisolo tutto sto’rock non è che piacesse tanto, a Salomone qualcosa di più napoletano avrebbe fatto piacere e a Ciardiello, responsabile della pubblicità, un po’ più di “italiano” avrebbe permesso un dialogo un po’ più tranquillo con gli inserzionisti, i quali sborsando il grano non volevano che i loro soldi finanziassero né Brown Sugar né un derelitto degli Appalachi che con la chitarra acustica cantava Mr. Bojangles.

Ma era la storia di Radio Varese ai suoi albori, con le sue incogruenze, ingenuità, contraddizioni, piccole gelosie. I nostri che erano tra quelli che stazionavano per più tempo in redazione si sentivano dentro una piccola comune dove la vita di ognuno interagiva con quella degli altri e investiva quello che c’era intorno con la legittimazione di chi “si sentiva investito da una missione, la missione Radio Varese”. La radio era al centro di tutto, era la discussione nelle cene, nelle bevute, nelle fumate, travolgeva amici e fidanzate tanto da incuriosire e interessare anche chi della radio non ne faceva parte. La provincia parlava di radio Varese ma pure amici di Milano sapevano cosa fosse e come si viveva a Radio Varese.
Rinaldo era uno di questi. Era amico di Zambo ma per quel flusso di scambio intellettuale ed epicureo che si diceva prima era diventato amico anche di Chico, Tambo, Nedo e via dicendo. Una sera i nostri varesotti calano a Milano, per una bevuta in compagnia a casa sua, in un monolocale a Chiesa Rossa, sui Navigli. Macchina, strade, rock a manetta nello stereo dell’auto, parole, discussioni e risate. Il silenzio era una cosa che non esisteva, se non dopo le tre di notte. Si parlava in radio, si parlava nelle riunioni di redazione, si parlava al bar, al telefono, in strada, da Quinto con la pizza fumante che ustionava le gengive, in macchina, si parlava ovunque. Tranne che in famiglia. Spesso si straparlava. Era la parte finale della gioventù, creativa, allegra e un po’ fumata, erano gli anni settanta vicino al punk e i nostri bazzicavano l’ area di parcheggio, quella specie di stand by che non vuole ancora saperne di un lavoro e una vita definitiva.

Rinaldo ci accoglie col solito ciaoooooo in quello slang milanese un po’ cazzuto e svogliato che lo faceva personaggio non convenzionale, snob nell’inflessione vocale ma randa nei modi, un boscaiolo dei Navigli con un po’ di amici che uscivano dalle chiacchiere della Briosca, un locale dei Navigli che sarebbe andato bene nella prime canzoni di Jannacci o Gaber.
Ci beviamo delle birre, cazzeggiamo, parliamo di musica e di dischi, ridiamo e fumiamo e diamo fondo all’universo raccontato, tra sarcasmo, ironia, prese in giro e verità, della Radio. Spieghiamo la rava e la fava, caratteri e macchiette, personaggi e fatti, a chi la Radio se la immagina dal di fuori pur potendola ascoltare anche a casa propria, a Milano, grazie alla potenza ed efficienza tecnologica del tendem Salomone-Lovisolo.
Ad un certo punto viene l’idea di zittire lo stereo col solito Lou Reed, il mito musicale per eccellenza di Rinaldo e sintonizzarsi sui 100 e 700 di Radio Varese. “Dai Rinaldo che ci sentiamo un po’ di musica dalla Radio” Ma sono le undici e c’è Metropolitana, una trasmissione di avanguardia musicale con rock elettronico e progressismi vari condotta da Riccardo, un tipo preciso che fa una trasmissione tra il colto, lo sperimentale e lo sballato. Per i nostri la musica di Metropolitana è una palla incredibile, troppo cervellotica e ambiziosa con tutta quell’elettronica, quelle melodie che non ci sono e quei suoni che paiono artificiali, da laboratorio. Ai nostri piace il soul, il R&B, il rock sudista, la chitarra elettrica, i Rolling Stones, caso mai il jazz di Charlie Parker e John Coltrane, già coi Beatles ci vanno piano, troppo per bene e incensati. I nostri si sentono insomma dei ragazzi cattivi. Metropolitana va in onda tardi di sera, Riccardo (con il suo socio Mauro) ci mette enfasi e fascino nelle presentazioni ma spesso la sua trasmissione, per i nostri, è un ottimo sonnifero. Le sue atmosfere rarefatte portano veramente in un mondo di sogni.
Riccardo (o forse Mauro) introduce dicendo che quella di stasera è una puntata speciale di oltre due ore, dedicata al Kraut rock, al rock elettronico tedesco e ai corrieri cosmici, in particolare a Edgar Froese, ai Tangerine Dream e Popol Vuh. E parte una lunga divagazione di rumori acquosi e minimali, intitolata per l’appunto Aqua senza nessuna melodia e ritmo, solo una sequenza impercettibile di variazioni sonore al cui cospetto Philip Glass sembra Sam Cooke.
I nostri sono preparati ma Rinaldo rimane di stucco. “che cazzo è sta roba, ma chi cazzo è sto qui per mettere ste palle a quest’ora”. Ridiamo ma in cuor nostro rimaniamo un po’ sconcertati nel sentire il frutto del nostro orgoglio, Radio Varese, ammosciare così una allegra serata e deludere i nostri ascoltatori “di città”.
“Dai Rinaldo, telefonagli e digli di cambiare musica, di mettere……. c’è il nuovo Van Morrison dal vivo che è una bomba”. Ottima idea, dice Rinaldo. Telefono alla mano, un paio squilli, “pronto, Metropolitana?” Si, perché ? “Non potresti cambiare sto tormento senza estasi con qualcosa di più eccitante, magari il Van Morrison di It’s Too Late To Stop Now, siamo dei fedeli ascoltatori di Radio Varese, è una serata particolare e vorremmo un po’ far festa con della buona musica, qualcosa che ci dia delle buone vibrazioni e ci tenga allegri?” No, non è possibile, si sente rispondere dall’altra parte del filo, questa è Metropolitana e questa è una trasmissione speciale sull’elettronica tedesca che i nostri ascoltatori aspettano da tempo.
“Senti pezzo di merda” risponde Rinaldo con un perentorio slang dei Navigli “l’unica cosa che devi fare è andare di là, nella saletta dove c’è l’archivio dei dischi e ruscare sotto la M, prendere un disco di Van Morrison, metterlo sul piatto e tirar su il cursore del mixer. Dai fa il bravo, facci sto piacere, poi puoi mettere tutto il rock tedesco che vuoi”. Fine della telefonata.
Dopo qualche minuto, l’onda sonora proveniente dalla radio viene bruscamente interrotta, come se nell’Aqua di Froese (cosi’ mi sembra si chiamasse) fosse stato buttato un sasso. Aperto il microfono, il conduttore con voce grave e preoccupata dice “amici, compagni che ci seguite da tempo, un grave atto intimidatorio di stampo fascista sta turbando Radio Varese e le nostre emissioni, vi preghiamo di vigilare, rimaniamo sintonizzati affinchè la provocazione fascista in atto non arrechi danno alla Radio, contiamo sulla responsabilità democratica nostra e dei nostri ascoltatori. Non ci faremo intimidire”.
Come non detto. Ritornano ancora le oscillazioni metronomiche tedesche nell’etere e noi rimaniamo tra lo stupefatto e il divertito “ma va sto pirla, adesso siamo fascisti perché abbiamo chiesto in modo un po’ rude Van Morrison, ma roba de matt…..”
Di nuovo la musica si interrompe, il conduttore irrompe nell’etere “compagni, amici, finisce qui questa puntata speciale di Metropolitana, la vigilanza ci induce a lasciare perdere, le trasmissioni continueranno con il notturno in musica. Ciao”.
Rimaniamo allibiti, ma come? non doveva essere una puntata speciale di due ore che gli ascoltatori aspettavano con ansia ? ma vai a farti fottere Metropolitana, sparati un Lou Reed in vena”!.
Colpa di quel fascista di Van Morrison la serata si chiude in quattro e quattr’otto. Salutato Rinaldo, la notte ci inghiotte, stanchi e un po’ delusi la strada ci accoglie con le sue luci e i suoi fari, un mutismo che dura fino al casello di Gallarate regna sovrano nell’abitacolo della 128 Fiat rosso opaco di Chico. Poi ognuno va per la sua strada, chi a Varese, chi nel sud della provincia. Domani è un altro giorno".

MAURO ZAMBELLINI 2003, dal libro "Radio Varese 100 e 700 L'Unica Radio Libera dell'Occidente Occupato"

sabato 16 gennaio 2010

Gypsy Soul #3


(continua)

Smokin’ R&B and late night jazz

Di tutt’ altro tipo le radici nere di Bob Seger, cresciuto nella banlieu di Detroit a stretto contatto tra rischi di devianza e l’alto tasso di negritudine della sua città. Già agli esordi nel 1967 con il singolo Heavy Music il suo rock macina un tribalismo bianco di chitarre fumanti e giungla urbana che sa di underground garagista ma anche di ritmi negroidi, visto che la Tamla-Motown è di casa in città e non si può del tutto ignorarla.
L’amore per la musica afroamericana e per i suoi idoli radiofonici, che rispondono ai nomi di Wilson Pickett, Chuck Berry, Muddy Waters, James Brown, Bo Diddley, viene a galla nel 1972 quando Bob Seger sfodera Smokin’ O.P’S un disco interamente incentrato sul rhythm and blues.
Con quella copertina giocata sui colori e la grafica del pacchetto delle Lucky Strike, il disco era un invito esplicito a perdersi nei bar della suburbia attorno a gonne facili e fiumi di birra. Torrido R&B e sporco rock n’roll tutto da ballare, un po’ come facevano i Creedence, più che l’anima è il corpo a pulsare animalesco in questo disco che precede di poco la consacrazione del Bob Seger mainstream.
Relegate le soffici soul-ballads della Motown in centro città, la periferia rock di Seger si alimenta del groove selvaggio della Stax, del jungle beat di Bo Diddley e di un organo Hammond che deborda dappertutto, spargendo un suono vintage da manuale. La ruvida versione gospel di Love The One You’re With di Steve Stills non ha equivalenti nel sistema solare mentre lo spirito blue collar del personaggio è orgogliosamente sbandierato da una intensa versione di If I Were A Carpenter di Tim Hardin.
Hummingbird di Leon Russell è soul-rock come lo suonavano Delaney and Bonnie con amici in quei giorni ovvero pregno di umori sudisti e la seconda facciata è uno scatenato party R&B con Let It Rock e Heavy Music (molte le analogie con Gimme Some Lovin’) , col traditional Jesse James infradiciato di boogie e con Turn On Your Lovelight che da blues di Bobby Bland diventa danza tribale alla corte del maestro di cerimonia James Brown.
Un disco che va riscoperto assolutamente anche perchè è stato recentemente ristampato dalla Capitol.

Come va riscoperto The Heart of Saturday Night (Asylum, 1974), Tom Waits prima maniera alla sua seconda uscita discografica con voce ancora indenne e romanticismo da vendere. Un album che ci fa apparire sublime una Los Angeles notturna e sudicia, popolata di prostitute e perdenti grazie a un blues alcolico che deve più a Bukowski che a Muddy Waters.
Tom Waits è il regista di un film dai toni bluastri in cui il cuore del sabato notte è sezionato in tutto il suo poetico realismo. Tra luci al neon, asfalti bagnati, drop-outs, vagabondi e fantasmi ambulanti, sublimando amarezze e miserie in ballate cariche di romanticismo, Tom Waits ci fa sembrare la strada più calda e confortevole di una famiglia.
E’ duro immaginarsela una città così ma Tom Waits con quel disco la seppe inventare e ce la fece a sognare. Tengono banco il pianoforte, qualche arrangiamento jazz e la voce malinconica da crooner degli sbandati. Tom Waits è un Philip Marlowe del blues, va a braccetto con il Sinatra di In The Wee Small Hours e si ubriaca felice sotto la luna.
Prima che il be-bop della beat generation entri prepotentemente in scena e radicalizzi un rauco suono all’whiskey che porterà prima a Foreign Affairs e poi a Blue Valentine lasciatevi sedurre dalla trilogia The Heart of Saturday Night/Nighthawks at the Diner/Small Change che sono l’equivalente di falchi della notte del pittore Edward Hopper.

(3 - continua)

sabato 9 gennaio 2010

Like a Rolling Stone


Like a Rolling Stone

di
Gian Paolo Ragnoli detto Giambo

Francia del sud, anni ‘70
Lo so, lo so, qualsiasi idiota potrebbe dire c’ero anch’io, le backing vocals sono basse nel mix e non si distinguono chiaramente. Non ho mai capito se fosse stata una scelta stilistica di Keith e di Jimmy Miller o fosse capitato per caso, registrando nelle cantine di casa di Keith invece che in uno di quegli studi pazzeschi che gli Stones si sarebbero potuti permettere. Ma era un periodo strano, questo esilio francese, e il fatto che fossero quasi sempre quasi tutti strafatti contribuiva a dare alle cose un tocco surreale, a farti pensare che c’era un’accorta regia mentre invece le cose succedevano come al solito, come pare a loro, e noi stavamo lì a ricamarci sopra qualche disegno superiore, il tuo karma è negativo, amico, no , guarda, è solo che tu sei troppo fuori anche solo per capire l’espressione karma negativo, insomma dialoghi così, come un Corman girato a doppia velocità. Comunque c’ero anch’io, secondo voi il testo su Angela Davis chi l’ha scritto? Me ne stavo a Villefranche, guardavo il sole tramontare, bevevo Côtes du Rhône, aspettavo l’estate come se questo significasse che stavo facendo qualcosa di sensato. D’altra parte non mi capita quasi mai…

Keno’s ROLLING STONES Web Site

ROLLING STONES LYRICS SWEET BLACK ANGEL (aka Black Angel)
Mick Jagger wrote this song in support of Angela Davis, back when she was facing murder charges, using a text by Ted Malvern, a Nomansland poet friend of Gram Parsons who, in the Spring of ‘71, was living in the South of France, near the Keith’s mansion where the Stones recorded the most of Exile on Main Street. The song was recorded in one night, from midnight to six, the night between 20 and 21 March, 1971, the first day of Spring. The song was later released on Exile On Main Street in 1972. Lead Vocal & Harmonica: Mick Jagger Backing Vocals: Keith Richards, Gram Parsons, Ted Malvern Guitars: Keith Richards & Mick Taylor Bass: Bill Wyman Drums: Charlie Watts Marimbas: Richard “Didymus” Washington Percussion: Jimmy Miller

SWEET BLACK ANGEL
(M. Jagger/K. Richards) aka Black Angel (T. Malvern/M. Jagger/K.Richards)

Ho appeso al muro un angelo nero
E’ bella come un’attrice ma non è una star
E’ una prigioniera politica
E’ una sorella in catene
Perchè ha lottato per la libertà di tutti
I porci hanno tentato di piegarla
Ma non ci sono riusciti
Lei è un angelo nero
Non una schiava dei padroni
Sta contando i minuti
Sta contando i giorni
Aspetta di uscire per continuare la lotta
Liberiamo tutti i prigionieri del sistema
Liberiamo l’angelo nero

Questo testo lo scrissi di getto, per una rivista che usciva allora, The Red Mole, la dirigeva Tariq Alì e la pagava Vanessa Redgrave. Un po’ troppo trotzkista per i miei gusti, ma che”You can’t always get what you want” l’avevo già imparato. Angela, Angela Davis si chiamava l’angelo nero, era davvero bella come una star, ma era una professoressa, insegnava all’Ucla e, non so come mai, era amica di Lebowski. Siamo usciti insieme qualche volta, la guardavano tutti ma anche starla a sentire non era male. Era stata assistente di Marcuse, sapeva un sacco di cose, era marxista, femminista, incazzata ma sapeva anche essere divertente. Le piaceva Jim, naturalmente, ma in quel periodo lui era troppo sballato anche solo per metterla a fuoco correttamente sulla retina. Insomma, per farla breve c’era un’amica e una compagna in galera e si era creato un movimento di solidarietà intorno al suo caso, per cercare di tirarla fuori. Volevano appiopparle l’omicidio di un giudice, i porci.

Qualche tempo dopo ero nel sud della Francia, ad ammazzare il tempo a colpi di bottiglie di Côtes du Rhône quando a Villefranche incrociai in un caffè, La Fiancée du Pirate, Gram Parsons, che conoscevo dai tempi del giro folk, insieme a un tipo sconvolto che si presentò con impeccabile stile inglese, molto piacere, Keith Richards.
Keith aveva affittato una villa vicino a Villefranche e lì gli Stones stavano registrando il nuovo album, lontani dai guai londinesi, dal fisco, dagli arresti per droga, dal fantasma di Brian. Le cantine della villa erano state attrezzate a studio, c’erano Jimmy Miller, Andy e Glyn Johns, girava Robert Frank insieme a Dominique Tarlé, un fotografo francese che aveva fatto amicizia con gli Stones, e scattavano foto a tutti, Ian Stewart, Nicky Hopkins e un sacco di altri tizi erano pronti a suonare, in caso di bisogno. In realtà poi il vero “produttore” era Keith, anche se sempre strafatto quando era l’ora di suonare acquistava una lucidità sorprendente. Mick era spesso a Parigi, da Bianca, erano sposati da poco e lui sembrava più interessato alla sua vita privata che al disco da fare, ma alla fine arrivava in tempo per registrare la voce, un drink, un tiro e di nuovo via.

Una sera Keith suonava vecchi pezzi country con Gram, eravamo in giardino, stava cantando Send Me Back Home di Merle Haggard. Mi unii al coro, cantammo un po’ di vecchie cose, sapevano anche The Union Maid, Keith mi disse di aver sentito il Collettivo, una volta, bella voce quello col banjo, disse, ma mi sembra un po’ strano. Detto da Keith Richards…Arrivò anche Mick, appena tornato, come seguendo l’invito di Haggard. Tirò fuori una bottiglia di Château Latour, un sacchetto di Acapulco Gold (il ragazzo sapeva vivere, va detto), poi di colpo mi fissò e disse: ma non sei tu quello che ha scritto il testo su Angela Davis? Sì Mick, sono proprio io. Mick e Keith sembravano due a cui non fregasse assolutamente nulla del mondo esterno, ma ero già abbastanza vecchio da averne conosciuti altri che indossavano questa maschera di indifferenza come una corazza per difendersi dal dolore, dalle delusioni, dai tradimenti. Venne fuori che leggevano Red Mole, ogni tanto la finanziavano, conoscevano Tariq e la sua banda di trotzkisti internazionalisti. Mi venne una delle rare buone idee della mia vita, dissi a Mick: Hey, perchè non ci fai una canzone da quel testo? Avere gli Stones dalla nostra parte avrebbe un certo peso, non so se mi spiego. Avevo fumato troppo, cominciavo a sentirmi la testa pesante. Mick rispose: chi lo sa, Ted, potrebbe anche darsi…La notte dopo, a mezzanotte circa, Mick tirò fuori l’armonica e disse agli altri musicisti, gli Stones più Jimmy Miller e un altro percussionista, Didymus:
bene, stasera facciamo un pezzo nuovo, da un’idea di Ted, l’amico di Gram. Voi due potete cantare, se sapete le parole, disse rivolto a noi, ridacchiando assieme a Keith.
Poi partì il pezzo. Se l’erano già studiata, era quasi perfetta. Alla seconda take entrammo nel coro anche io e Gram, la canzone avrebbe potuto non finire mai, era un momento di gioia condivisa, fuori dallo spazio e dal tempo.
La seconda take poi fu pubblicata su Exile e quindi lì ci sono anch’io, ma soprattutto di lì a poco Angela fu scarcerata.
La rividi anni dopo, ad un corteo contro una delle tante guerre americane. Le raccontai la storia di Black Angel, lei mi guardò e disse: Ted, solo un anarchico piccolo borghese come te può pensare che mi abbiano liberato i Rolling Stones. Guardando la faccia da idiota che stavo facendo scoppiò a ridere e aggiunse: sei proprio scemo, Ted. Ti pare che direi sul serio una frase simile? Dai, andiamo a farci una birra, paghi tu, tanto sei amico degli Stones, sarai anche tu pieno di soldi…

Dopo molti anni mi tornò in mente questa storia e la scrissi per una rivista diretta da un amico irlandese, The Wild Rover. Pensavo fosse finita lì, ma pochi giorni dopo ricevetti una lettera da Villefranche, scritta da Madcap, un amico dei vecchi tempi.

Villefranche-sur-Mer (Alpes-Maritimes), le 3 juillet 2008
Mon vieux, ça c’est vraiment bizarre! J’ai reçu ton message pendant que je prenais mon pastis exactement au café de la Fiancée du Pirate de Villefranche: ça c’est un signe du destin incroyable. Je suis de passage ici, en train de me déplacer vers l’Atlantique: j’ai un rendez- vous demain à La Rochelle avec un étrange type qui m’a promis des trucs très intéressants pour ma recherche sur le période vendéen de Simenon (je suis payé par l’Université de Liège, ça va sans dire). J’ai passé tout la soirée de hier à parler du bon vieux temps avec Jannot, le patron du café, qui m’a montré quelque photo que lui avait donné Dominique à ce temps-là. Dans la première série on voit Keith avec une incroyable chemise hawaiienne et Anita ravissante dans sa robe blanche au centre d’un bordel de camionettes, de caisses et de cartons: peut-être que c’etait le jour de l’arrivée du RS Mobile Unit chez Keith. Dans la deuxième série on voit l’intérieur du café et ç’est facile de reconnaître Gram avec toi et une jolie femme qui rit avec vous (c’etait Tina Aumont, peut-être?). Le lieu n’est pas trop changé, l’enseigne de la bière Pelforth est toujours là. Derrière le zinc, à coté de l’affiche de Manuel Amoros en maillot bleu, il y a un exemplaire de Exile couvert de signatures (on peut lire très clairement: Ted, Charlie, Nicky…). Merde, ça fait du mal aussi de se plonger dans le passé. Bon, de toute façon ton message m’a fait vraiment plaisir. J’attends avec impatience ton nouveau livre à mon adresse bourguignon (6 rue Bocquillot, 89200 Avallon). Nathalie t’embrasse bien fort. Le carton de Chablis est toujours sur la rampe de lancement… Hasta siempre.

Madcap

lunedì 4 gennaio 2010

Gypsy Soul #2


(...continua)

Moondance
Non è automatica le connessione tra il soul nero e i cantautori bianchi ma è fuori di dubbio l’influenza che la black music esercitò in molti dischi dei primi anni settanta. Van Morrison, che si può tranquillamente considerare il capostipite di questa tendenza, aveva alle spalle un background di musica nera di tutto rispetto visto che negli anni sessanta con i Them aveva saccheggiato un intero repertorio di R&B e di blues (se ne trova rispondenza nell’ottimo doppio cd della Deram del 1997 The Story Of Them Featuring Van Morrison) ma è con Moondance e St.Dominic’s Preview che il suo Caledonia Soul esplode in tutta la sua bellezza. Assemblando in modo originale blues, folk, soul, jazz ed elementi di musica celtica in canzoni lunghe, epiche, dense di un lirismo elusivo e sensuale e modulate da una voce potente e dinamica, Van Morrison crea uno stile unico che gli darà continuità per tutta la carriera.
Le basi di questo stile vengono poste con T.B Sheets, Madame Gorge e Beside You registrati, subito dopo aver lasciato i Them, nei Bang Masters (Sony, 1991) con il produttore e autore soul Bert Berns ma è con l’introspettivo Astral Weeks e con l’estroverso Moondance che viene raggiunto l’apice.
Come i Basement Tapes aiutano a spiegare la transizione di Dylan da Blonde On Blonde a John Wesley Harding, così i Bang Masters aiutano a capire la trasformazione di Van Morrison dal rauco e aspro R&B dei Them alla melodiosa trascendenza di Astral Weeks, Anche se è Moondance (Wb, 1970) a completare l’opera di rifinitura del Caledonia soul con l’introduzione di un ampia sezione fiati e con un approccio decisamente jazz. La prima facciata del disco con la sequenza Stoned Me, Moondance, Crazy Love, Caravan, Into The Mystic è roba da mille e una notte, la personalissima voce di Van Morrison, ora potente e ora gentile, capace di esplosioni improvvise e di momenti di grande rilassamento, regala emozioni impagabili.
Difficile fare meglio, St.Dominic’s Preview (Wb,1972) viaggia sulle stesse coordinate musicali con il folgorante R&B Jackie Wilson Said, omaggio ad uno dei suoi soulman preferiti mentre I Will Be There la si potrebbe ascoltare da un orchestra jazz in un club alle due di notte. St. Dominic’s Preview offre un cuore straziato e Listen To The Lion e Almost Independence Day sono due estesi viaggi nel mistico e in quella spiritualità che What’s Goin’ On aveva così bene predicato.

Due album in grado di fare scuola, di creare uno stile, di influenzare. Ne sanno qualcosa Dirk Hamilton e Bruce Springsteen. Inutile negare che quest’ultimo sia stato stregato dal Van Morrison di Moondance, lo si avverte in The Wild, The Innocent and The E-Street Shuffle (Cbs, 1973) dove gli umori latin e soul-jazz sono quasi prevalenti rispetto al rock e dove le percussioni, l’organo Hammond e il sax giocano un ruolo di primo piano creando quello shuffle da strada, erotico e festoso, che fu l’immagine dello Springsteen di Rosalita, Incident On 57th Street e Kitty’s Back.
Ce ne è conferma anche nel dvd del concerto del 1975 all’Hammersmith Odeon di Londra incluso nella riedizione del trentennale di Born To Run dove, tra le note di The E Street Shuffle e Kitty’s Back, si rintracciano citazioni di Moondance, di Havin’ a Party di Sam Cooke, di Shaft di Isaac Hayes a dimostrazione di un circolo di influenze in cui musica nera e rock bianco si rincorrono e si confondono.

Anche il Dirk Hamilton degli inizi, in particolare quello di Alias I (oggi disponibile in una edizione in digipack della Akarma con due bonus tracks) è della partita. Il rocambolesco R&B di The Eyes of The Night e The Ballad Of Dicky Pferd, le ballate di For Diana, Alias I e Joanna Ree hanno il merito di introdurre un songwriter brillante e dalla scrittura senza freni, che predilige canzoni a ruota libera e melodie dal volto umano con un folk-rock che si tinge di soul, dove a fianco del classico allineamento basso/chitarra/batteria ci sono ottoni, percussioni, tastiere e fisarmoniche.

(2 - continua)

martedì 29 dicembre 2009

The End Of The Year 2009


Un buon anno il 2009 per il rock n’roll a cominciare dai concerti che si sono visti dalle nostre parti.

Straordinario quello della rinata Dave Matthews Band tenuto all’inizio di luglio a Lucca testimoniato ora dalla pubblicazione di un box di tre cd (Lucca) ed un Dvd (Londra) DMB 2009 Europe in verità un po’ caro (attorno alle 60 euro) ma superlativo in quanto a musica e virtuosismi.

Altro emozionante show quello inscenato da Wilco, gruppo di punta del recente rock americano arrivato al top della propria creatività, al Conservatorio di Milano davanti ad un pubblico in delirio. Un set furioso ed estatico che ha messo insieme avanguardia e songwriting, feedback e melodia, rock n’ roll e rumore, Beatles e Sonic Youth in quello che è sembrato il concerto più originale dell’attuale panorama internazionale del rock. Se siete a digiuno di Wilco o l’ultimo loro album non vi ha del tutto soddisfatti (nettamente migliore il precedette Sky Blue Sky) consiglio vivamente di rifarvi con il Dvd Ashes Of American Flags, una sorta di road movie costruito attorno ad un loro tour nella profonda provincia americana con tanto di landscapes, strade, ponti, ghostown, brevi interviste ed estratti di concerto. Un lavoro sublime e suggestivo che fonde musica con immagini degne di un regista come Wim Wenders.

Possente e lirico, sebbene in taluni frangenti della loro musica questi due aggettivi frizionano fino a stridere, il monumentale show che i Gov’t Mule hanno tenuto in novembre all’Alcatraz di Milano a supporto di un album, By A Thread che è tra i migliori e più “ascoltabili” della loro produzione in studio.

Chi lo aveva visto in azione nel 2008 aveva già brindato alla sue energia e brillantezza ma anche quest’anno John Fogerty, a dispetto di un disco un po’ scialbo, non ha deluso. L’ho visto nell’incantevole cornice palladiana di Piazzola del Brenta con una band sontuosa in cui spiccava il drumming potente dell’indemoniato Kenny Aronoff e devo ammettervi che in quanto a puro rock n’roll e a canzoni da cantare a squarciagola Fogerty non è secondo a nesuno. Mi è capitato di vederlo solo pochi giorni dopo quello di Springsteen a Udine e con tutto l’amore e la stima che nutro per il Boss quest’anno l’incontro è finito 2 a 1 per l’ex Creedence.
Springsteen quest’anno mi ha deluso un po’, forse l’ho visto troppe volte, forse il suo Working On A Dream non è quel sogno che tutti ci aspettavamo ma il suo show del 2009 mi è sembrato un po’ troppo karaoke pop-olare con poco rock n’roll e troppo sing along.

Magnifico il concerto agli Arcimboldi, luogo che continuo a reputare insulso per la mia idea popolare di rock in virtù anche di biglietti dal costo elitario, di Ry Cooder, figlio e Nick Lowe ma qui è come entrare da Tiffany per una signora amante del lusso. Raffinato e colto, romantico e zeppo di storia oltre che di umore, il loro show è stato di una prelibatezza senza eguali, haute cousine per grandi intenditori, delusi solo dalla scarsezza delle porzioni. E’ durato si e no un’oretta, per sessanta e passa euro mi è sembrato un po’ pochino, anche in tempo di crisi.

Sono andato perché mi hanno offerto il biglietto, non sono mai stato un suo grande fan ma il concerto di Jackson Browne a Milano è stato davvero bello. Una band coi fiocchi, uno show diviso in due parti, con un po’ di roba nuova e tanti brani dell’antico e glorioso passato west-coast, canzoni che non sai se ridere dalla gioia quando li senti o piangere dai ricordi, ex hippies ora liberi professionisti dai capelli grigi e belle signore dal fisico conservato, tanta nostalgia di California ed il vento leggero di Running On Empty. Una sorpresa, a tutti gli effetti, un concerto caldo e positivo, senza retorica ma orgoglioso. Un brother Jackson ritrovato ed in forma.

Passiamo ai dischi, oops ai Cd. Tra le cose migliori il nuovo Ian Hunter, Man Overboard, commovente con quelle ballate che emanano fuliggine londinese e spirito battagliero (Arms and Legs è la ballata dell’anno) e sferzante quando mette in pista il sound amarognolo del rock inglese dei seventies cresciuto nei club e nei pub. E’ un disco entusiasmante ed emozionante, onesto e sincero Man Overboard, il magnifico lavoro di un grande vecchio del rock. Hunter ha settanta anni e quest’anno se li è festeggiati con una applaudita reunion dei Mott The Hoople e con una bella ristampa di You’re Never Alone with a Schizophrenic, disco newyorchese del 1979 dove si trovava in compagnia di Mick Ronson e di alcuni della E-Streeters per quello che è uno dei must del suo catalogo. All’originale disco hanno aggiunto un Cd tutto dal vivo del genere Welcome To The Club ovvero roba pesante, da maneggiare con cura.

Un altro vecchio che non ha fallito nemmeno quest’anno è il caro vecchio Bob. Il suo Together Trough Life è intenso e romantico, sporcato di fisarmoniche messicane, immediatezza folk e chitarre blues, un disco dolente e quasi sgangherato come i suoi attuali concerti, un lavoro di strada da parte di un artista che è l’essenza intrinseca del rock. La prima decade del nuovo secolo ha significato per Dylan una rinascita creativa, prima Love and Theft, poi Modern Times ed il memorabile Tell Tale Signs delle Bootleg Series, adesso Together Trough Life, i dylanologi ufficiali non condividono ma i rockisti si leccano dita e baffi. Chi l’ha detto che non si poteva suonare rock n’roll dopo i trentanni? Guardate Hunter e Dylan e poi ditemi se quando si è giovani non si è inclini alle cazzate.

Della serie altri vecchi crescono ecco Eric Clapton, “giovane” a seconda dei giorni, e Steve Winwood che chi l’ha visto in concerto a Milano ne ha detto un gran bene. Si sono riuniti al Madison Square Garden dopo 40 anni e hanno fatto uscire un doppio live che ha lo stile dei double live album degli anni ’70. Rock potente, suonato con maestria incrociando blues, pop, R&B e psichedelia con titoli che sono di per sé una leggenda. I Cream, lo Spencer Davis Group, i Blind Faith, Hendrix, Ray Charles, Muddy Waters, i Traffic e J.J Cale tutti in un colpo solo. Il classico dei classici, come bere uno champenoise superiore del Franciacorta.

Visto che di live abbiamo parlato all’inizio non vorrei dimenticarmi della The Live Anthology di Tom Petty con gli Heartbreakers. Quattro Cd nell’ edizione economica, cinque in quella deluxe e the last great american band vi porta dove i vostri sogni vorrebbero essere ovvero su quelle strade d’America che dalla California dei Byrds arrivano alla Florida dello swamp-rock, dal punk di Century City alla Ballad of Easy Rider, dai Fleetwood Mac importati di Oh Well a Dylan, dai Southern Accents a BoDiddley, dalla pioggia della Louisiana a Dreamville, da Green Onions ad American Girl. Come scrivere una storia del rock americano usando chitarre, batteria ed Hammond al posto della macchina scrivere, l’equivalente rock n’roll di On The Road di Jack Kerouac.

Non è finita. In quanto ad american music i Black Crowes dopo aver giocato per una decina d’anni con la british invasion di Stones, Free, Led Zeppelin e Faces adesso hanno riscoperto The Band e le montagne di Woodstock ovvero la genesi in chiave rock della roots music. Before The Frost… Until The Freeze è il loro disco più pastorale ed invernale ma è caldo come una serata con amici attorno ad un camino acceso. Magnoni di lana, tappeti sotto i piedi, una buona bottiglia di vino rosso e quella profumata marijuana che ha porta l’amico americano di nome Chris.

Dei loro amici Muli abbiamo già detto sopra ma se Warren Haynes è da iscrivere come il vero guitar hero dei giorni nostri, anzi come qualcuno ha detto il titano della Gibson, non va dimenticato il suo compare Derek Trucks che con lui divide le corde nell’ultima edizione della Allman Bros. Band. Il suo nuovo Cd, Almost Free non è sperimentale come il precedente Songlines ma mischia soul, jazz e blues con un tocco di classe soprafino, è originale ed elegante, non assomiglia a nessun altro disco del genere e suona fresco come pochi. Sentire per credere, si apre con Down In The Flood pescata dai Basement Tapes di Dylan ma rifatta ex novo e poi va avanti tra illuminazioni soul (Sweet Insipration) e ventate di rock/blues che confinano col jazz e con l’etno.

Mi rimane da segnalarvi il piccolo e coriaceo Willie Nile che continua a cantare delle strade di New York come fossimo nel 1980. Il suo House of A Thousand Guitars ha indurito la vena ritrovata del precedente i Streets Of New York incattivendo la sua poesia con un salutare sound di Fender (Andy York); i Lucero che con 1372 Overton Park dimostrano di aver lasciato alle spalle l’alternative country più ortodosso per approdare ad un rock memphisiano dove si scorgono ombre di Big Star, Replacements e e dei Del Fuegos di Smoking In The Fields e i Drive By Truckers, figli anomali di un sud lacerato, che con Live From Austin rivelano di essere più vicini a Neil Young e i Crazy Horse che ai Lynyrd Skynyrd.

Last but not least the italians ovvero il terreno minato per ogni recensore che si rispetti. I Cheap Wine a detta di tutti, anche del sottoscritto, hanno fatto il loro disco più maturo, variegato, profondo (nei testi e nei suoni), originale e suonato meglio (Spirits) confermandosi una band con i controcoglioni, ottimi musicisti e validi autori ormai degni di una platea internazionale.
Una menzione anche ai roots-rockers dell’Oltrepò Pavese ovvero i Mandolin Brothers gruppo che spumeggia mexican flavours, blues pachuco, dixie chicken e diari di viaggio messi a canzone. Il loro 30 Lives! è il party record del San Silvestro della Bassa.

Purtroppo il 2009 è stato l’anno della scomparsa del gitano delle emozioni Willy DeVille, artista di grandezza inestimabile ignorato dal mondo dei pusillanimi sia in vita che in morte, a cui va il mio sentito e addolorato ricordo.
Buon anno a tutti, anzi no, solo a quella parte d’Italia per cui tolleranza, solidarietà, cultura e giustizia sociale significano ancora qualcosa. Gli altri vadano a quel paese che, purtroppo, oggi è il loro.

Mauro Zambellini

domenica 20 dicembre 2009

Gypsy Soul #1


A margine dei primi anni settanta alcuni songwriters furono influenzati dalla musica afroamericana, a partire dal R&B per arrivare al jazz, quasi in netto contrasto con la tensione folkie dei loro rispettivi colleghi degli anni sessanta, in primis Bob Dylan.
Nacquero così dischi come Moondance di Van Morrison, The Wild and The Innocent di Springsteen, Alias I di Dirk Hamilton, The Heart Of Saturday Night di Tom Waits, Solid Air di John Martyn.

Ad un certo punto all’inizio degli anni settanta, dopo che i bagliori dei sixties si erano spenti o avevano perso di luminosità, ci furono artisti e songwriters che rivolsero la loro attenzione verso la musica nera, sentendo l’esigenza di rinfrancare la loro musica e le loro composizioni con il soul, il jazz, il R&B, in nome di una maggiore libertà espressiva. Questi autori e cantanti, alcuni dei quali provenivano dal movimento folk e rock degli anni sessanta, trovarono naturale contaminare la loro ispirazione coi suoni della musica afroamericana , non tanto per emulare i loro colleghi di colore o per appropriarsi di una tradizione come era invece successo col british blues ma piuttosto per adeguare la loro creatività ai fremiti libertari di un epoca che stava vivendo un particolare momento culturale e sociale.
La psichedelia aveva già offerto ampi margini di libertà ad esplorazioni di vario tipo ma questa costituiva terreno di battuta soprattutto per le band e i gruppi che facevano della sperimentazione strumentale la loro innovazione ma per i solisti e i songwriters legati alla forma canzone il campo era più ristretto perché c’erano tempi e metriche da rispettare. Questo nonostante che Like a Rolling Stone di Dylan avesse affermato la rottura di certe barriere e il superamento dei tre minuti della canzone folk e della sequenza strofa/ritornello/strofa della canzone pop.
Contò molto in questa evoluzione stilistica una generale liberazione delle coscienze , quell’ autoconfessarsi in un pubblico che aveva investito vari ambiti del movimento giovanile e che si tradusse nel rock in un modo di cantare e scrivere molti simile ad un letterario stream of consciousness. L’esempio più calzante è offerto da Astral Weeks nella musica bianca e What’s Goin’On in quella nera, archetipi di questo fiume di suoni, parole, silenzi e note in cui poesia e musica si confondono e si abbracciano.


Inner City Blues
Fu la musica afroamericana ad offrire ad autori come Van Morrison, Dirk Hamilton, Laura Nyro, la spregiudicatezza melodica e ritmica per evolvere a livello di scrittura e di interpretazione, liberando la propria creatività in composizioni lunghe ed elusive, fatte di silenzi e di improvvise impennate liriche, di ballate dai toni introspettivi, di rocamboleschi shuffle di soul, blues e jazz in cui ritmo e improvvisazione rispondevano ad una anarchia stilistica a volte difficile da maneggiare.
Quello che fino a poco tempo prima era stato un mondo a parte, con proprie città, proprie etichette, proprie classifiche ovvero la black music adesso irrompeva nei Cafè del Village, nei club del Sunset Boulevard e nei campus universitari. Fu importante il periodo, il passaggio tra i sessanta e i settanta, due epoche più che due decadi e alcuni dischi. Il 1970 è l’anno di Bitches Brew di Miles Davis, di John Barleycorn dei Traffic e di Layla ma è anche l’anno di un album a torto considerato minore come Curtis di Curtis Mayfield, un artista che ha lasciato traccia in un numero incredibile di artisti rock (la sua Gypsy Woman è stata cantata un po’ da tutti).
Protagonista della scena musicale di Chicago dalla fine degli anni cinquanta come elemento di punta- assieme a Jerry Butler-del gruppo vocale degli Impressions, Curtis Mayfield entra con Curtis nella seconda fase della sua avventura artistica e imprime al soul scelte rivoluzionarie. Il suo tipico falsetto e la sua chitarra pizzicata diventano il veicolo di un soul politico che abbraccia temi e problematiche sociali, razziali e sessuali, sullo sfondo di un’ America attraversata da una profonda crisi ma anche arricchita da fermenti di rinnovamento ideale.
L’impegno artigianale e la fiducia verso la propria musica spinge Mayfield a fondare una propria etichetta discografica, la Curtom, con cui pubblica il suo primo disco solista. La portata innovativa del disco è un soul urbano ritmico e trascinante, di scrittura nuova e matura, che si apre ad arrangiamenti e accompagnamenti strumentali di grande ricercatezza, ad interpretazioni grintose e sensuali in cui ballate romantiche si alternano a momenti di più rabbiosa consapevolezza politica e culturale. Epica è Move On Up, un inno di straordinario potere ritmico e altrettanto indimenticabili sono (Don’t Worry) If There’s a Hell Below We’re All Going To Go, The Other Side Of Town e Miss Black America, sincero omaggio quest’ultima alle giovani donne che si affacciano alla vita pubblica con orgoglio e senza timori reverenziali.
L’edizione rinnovata del 2000 della Rhino aggiunge alle otto tracce originarie nove bonus tracks tra cui i demo di Power To The People, Underground e Ghetto Child.
Nato a Chicago ma cresciuto nel ghetto nero di St.Louis, Donny Hathaway ha saputo ampliare con la sua versatilità, inquietudine ed ambizione i confini armonici ed espressivi della musica soul, forte di una voce ricca e flessibile, in grado di creare una particolare tensione aerea con acuti dal vibrato aperto e accorati passaggi introspettivi.
Scoperto da Curtis Mayfield, Hathaway compì un rapido tirocinio come arrangiatore e pianista di studio prima di approdare alla Atlantic e incidere nel 1970 Everything Is Everything, un album viscerale, emozionante e romantico. Un album che costituisce il trampolino di lancio verso una fulminante carriera corredata da singoli da classifica, diverse produzioni, ottimi dischi solisti, uno splendido Live del 1971 e diverse collaborazioni con Roberta Flack. Un’ avventura artistica interrotta bruscamente da una prematura morte nel 1978, causa un suicidio non del tutto chiaro all’Hotel Essex di New York mentre era in procinto di portare a termine un nuovo album con la Flack e la sua esistenza correva tranquilla.
L’avventuroso Everything is Everything contenenti le antemiche The Ghetto, solare ritratto della città nera e sorta di riflessione sulle “gioie della gente in un’area oppressa” e To Be Young, Gifted and Black di Nina Simone , introduce un soul-blues per molti versi simile a quello di Curtis, un flusso ritmico ed emozionale, vibrante di orgoglio nero e di sensibilità jazzistiche, dominato dal piano elettrico e dalle percussioni, con la chitarra di King Curtis che presenzia nella versione di I Believe To My Soul di Ray Charles.
Ma è l’epocale What’s Goin’ On di Marvn Gaye (consiglio l’edizione deluxe del 2001 in doppio cd) la vera rivoluzione in termini di soul, un disco che traccia un solco definitivo tra quello che c’era prima e quello che ci sarà poi e annuncia un radicale differenza con la precedente produzione della Motown. Un lavoro che influenzerà una generazione di artisti neri, a cominciare dal compagno di scuderia Stevie Wonder e che illuminerà anche molti autori e songwriters bianchi. Una sorta di concept album attorno ai temi dell’amore, della fratellanza, dell’ecologia e dell’infanzia, contrassegnato da un modo di cantare a ruota libera, seguendo un inarrestabile flusso interiore di conoscenza e spiritualità. What’s Goin’ On può considerarsi l’equivalente “nero” di Astral Weeks anche se, per la fede nella vita profusa dalle sue canzoni e per lo spirito che anima la musica, si sono sprecati accostamenti alle meditazioni di Miles Davis in A Love Supreme.
Ascoltare ancora oggi What’s Goin’On è ascoltare il suono di un miracolo, sia per le condizioni tribolate in cui è nato, con Marvin Gaye proveniente da due anni di depressione conseguenti alla prematura scomparsa della partner Tammi Terrell, sia per la rivoluzione in termini di suoni, liriche e arrangiamenti di cui è portatore. Un disco romantico e solare che irradia un amore per la vita incredibile anche se le considerazioni sui problemi sociali ed umani da cui parte sono tutt’altro che positive.
Marvin Gaye non fu il primo a indirizzarsi verso quell intreccio di vecchio soul e nuovi grooves, anni prima Isaac Hayes, soul-singer della scuderia Stax, si aveva stravolto il pop ultramelodico e in odore di country di Jimmy Webb secondo modalità a dir poco sconcertanti. Un classico brano da cantare sotto la doccia, che non superava i quattro minuti ovvero By The Time I Get To Phoenix veniva allungato fino a diciotto minuti e quaranta secondi in una sequenza di parlato, tensione, violini e arrangiamenti tale da stravolgere la connotazione originaria. Era il 1969 e il disco si intitolava Hot Buttered Soul.

(1 - continua)