martedì 17 agosto 2010

The Black Crowes > Croweology


I Black Crowes festeggiano il ventesimo anniversario del loro debutto, Shake Your MoneyMaker risale al 1990, con Croweology un doppio album nel quale il gruppo sudista rivede il proprio songbook in chiave acustica. Brani storici come Jealous Again, Remedy, Hotel Illness, Ballad In Urgency, Wiser Time, She Talks To Angels, Morning Song, Thorn In My Pride, Non-Fiction provenienti dagli album migliori della loro discografia ( Money Maker, The Southern Armony and Musical Comapnion, Amorica) ma ci sono anche tracce di Three Snakes And One Charm (Under A Mountain , Good Friday, Girl From A Pawnshop ) e Lions (Soul Singin)sono rivisti in una veste acustica che mette in rilievo l’anima roots ed il loro profondo legame con la tradizione della musica del sud.
Anima roots che sembra essere predominante nelle ultime prove del gruppo della Georgia visto quello che i Crowes hanno fatto con lo splendido Before The Frost… Until The Freeze e nel DVD Cabin Fever Winter Winter 2008 dove nello studio di Levon Helm in mezzo alle innevate montagne di Woodstock la band si è immersa in una atmosfera che a tanti ha ricordato quella della Band di Music From a Big Pink e dei Traffic della campagne del Berkshire. Ancora una volta il rock mischiato alle radici della musica americana, al blues, al country, al bluegrass, al folk con un approccio di basso profilo molto diverso da quello che aveva accompagnato i Black Crowes agli esordi, quando addirittura venivano messi in cartellone nelle adunate e nei festival metal.
Il tempo è stato dalla loro parte, i Black Crowes si sono rivelati una potente rock n’roll band e poi, dopo un periodo di silenzio, hanno avuto il coraggio di cambiare e con l’innesto del chitarrista Luther Dickinson al posto di Marc Ford hanno maturato un sound dalle forti implicazioni roots, un sound con tante sfumature, legato alle radici della musica americana senza per questo venir meno a quella verve rock che si sente nel modo in cui compongono le canzoni e le interpretano.
Per certi versi assomigliano ai migliori Stones di fine anni 60/inizio anni 70, a loro dire i punti di riferimenti di questa evoluzione sono stati Beggar’s Banquet ed il terzo album dei Led Zeppelin, quello delle connessioni con il folk, ma il batterista Steve Gorman cita anche Every Picture Tells a Story di Rod Stewart e personalmente ci trovo molto di The Band e di Delaney and Bonnie and Friends oltre agli Allman Brothers più pastorali, quelli per intenderci degli episodi acustici di Eat A Peach, come sembra testimoniare il meraviglioso arrangiamento della magnifica Wiser Time un brano di Amorica che mi ha sempre trasmesso un senso di pace, di rilassatezza, di bucolica contemplazione, di sognante road movie anni ’70.
Croweolgy è un bellissimo disco, un doppio album (come d’altra parte Before The Frost… Until The Freeze) nello stile dell’epoca d’oro del rock frutto di una registrazione sbrigativa effettuata in soli cinque giorni ai Sunset Studios di Los Angelus suonando in diretta come fossero dal vivo. L’idea di tale progetto era venuta ai Black Crowes dopo un doppio show acustico tenuto nel 2008 alla New York Town Hall. La riuscita degli show, il coinvolgimento del pubblico e la sfida con sé stessi aveva indotto il gruppo a concretizzare quell’idea così che oggi abbiamo a disposizione una performance eccelsa che dimostra la bravura dei singoli musicisti e la loro versatilità nel ridare nuova vita a vecchi brani, nel riarrangiarli e nell’offrire con strumenti acustici (splendide le chitarre e favoloso il pianoforte) un appeal davvero coinvolgente, sebbene privo della febbricitante urgenza elettrica di Robinson e soci. Un operazione che conferma la grandezza di questa band, secondo chi scrive il miglior gruppo rock in senso classico uscito dagli anni novanta, ritornato alla ribalta negli ultimi anni dopo un periodo di stallo e oggi in grado di far rivivere il grande rock degli anni settanta tra liberatorie esplosioni di cruda elettricità, sprazzi di psichedelia e intense ballate calde come un camino d’inverno. Croweology è il disco che ci vuole per affrontare l’autunno, quest’anno purtroppo in netto anticipo .

Mauro Zambellini Agosto 2010

venerdì 6 agosto 2010

Piece of My Heart: Willy DeVille 1950-2009


Il 6 agosto di un anno fa se ne andava definitivamente il più grande soulman esistito dopo la morte di Otis Redding. Una perdita colossale per quanti, come me, avevano amato la sua musica, il suo charme sinistro e gaglioffo ed il suo essere originale, scomodo, coraggioso, pericoloso, controcorrente, vero. Un anno senza Willy De Ville è come un anno senza campionato di calcio, manca qualcosa, anche a quelli che il calcio non lo seguono. Ci sono rimasti i suoi dischi e le sue registrazioni a consolarci, pur rattristati dal sapere che l’avventura è finita per sempre, documenti immortali di un artista che è stato tanto amato quanto ignorato. Nessuno nei dodici mesi trascorsi, tra i suoi colleghi e nel mondo musicale, ha speso parole per lui e per la sua musica, magari solo ricordandolo o dedicandogli qualche tributo (ne meriterebbe più di uno) come si fa attualmente per l’ultimo dei bovari degli Appalachi travolto da un trattore o per qualche misconosciuto “maudit” del rock alternativo morto per overdose. Si sono scritti fiumi di inchiostro su Michael Jackson ma su Willy niente, zero. Una vergogna, la dimostrazione di cosa sia diventato il mondo in cui viviamo. Uno schifo. Una eccezione c’è ed è una grande eccezione, Peter Wolf ex cantante della J.Geils Band, un signore, un nobile, un personaggio di altri tempi e di altri cuori, oltre che grande cantante e indomabile rocker, ha scritto una splendida e romantica ballata, The Night Comes Down (for Willy DeVille) sulla falsariga di quelle gemme che Willy cantava in Return To Magenta o Le Chat Bleu ovvero luci capaci di rischiarare un umida e buia notte newyorchese. Fa parte del menù di Midnight Souvenirs un disco che è un delitto non avere, uno dei migliori CD di questo 2010, un disco che è una stretta al cuore e rende giustizia sia alla bravura di Wolf che all’arte di Willy.
Questo che segue è un lungo articolo che scrissi dopo la morte del gitano, già pubblicato sul numero di ottobre 2009 del Buscadero. Mi è sembrato opportuno rimetterlo in circolazione ad un anno da quel funesto giorno, magari a qualcuno farà piacere.


Quando lo vidi da vicino la prima volta nel 1981, intervistato nella room 329 del Chelsea Hotel di New York oltre alla soggezione provai vera paura. Ci aveva aperto la porta della stanza Toots, una tipa a piedi scalzi con un trucco pesantissimo ed un turbante di capelli tipo Ronettes, labbra rossissime e denti d’oro su tutta l’arcata. Uno shock. Lui era seduto su una poltrona, magro, vestito di nero, con un ciuffo alto e sporgente, gli orecchini e qualche dente da 22 carati. Anche nell’intimità di una camera aveva un magnetismo ed un carisma straordinario, le sue movenze lente e raffinate intimidivano, la sua voce bassa, profonda, rotta solo da qualche rancida risata, mi ipnotizzava, il suo savoir faire aveva qualcosa di principesco. Si vedeva che era “fatto” ma era lo stesso magnifico e signorile, era una star nel vero senso del termine, aveva i modi di una diva del cinema, un personaggio da romanzo ottocentesco. Sembrava un moschettiere cresciuto in una improbabile corte di Salvador Dalì, non era ancora un gitano. Era pericoloso, lo si vedeva al volo. Ad un certo punto, dopo che Toots lo aveva irrorato di profumi, spruzzati da una boccetta presa da un comò, Willy si era alzato, aveva impugnato un bastone intarsiato col manico d’avorio, ne aveva sfilato una parte e ne aveva mostrato la sottile spada e con una mossa repentina aveva mimato “il tocco”. Questo è il Coup de Grace, aveva detto, con quella sua risata sarcastica, acida, inquietante, è l’esecuzione con cui la mafia mette a tacere i suoi delatori, voi che siete italiani dovreste saperlo bene.
Era il 27 agosto del 1981, una giornata di afa bestiale a New York, pioveva ma era la pioggia estiva dei condizionatori d’aria impazziti, la condensa di una città morsa dal caldo. Due mesi dopo, nell’ottobre dello stesso anno, quando l’estate (e New York) erano ormai un ricordo lontano, nei negozi di tutto il mondo usciva Coup De Grace uno degli album più rock di Willy DeVille allora ancora sotto il nome Mink DeVille, un album fortemente influenzato dal sound del Jersey Shore di Bruce Springsteen e Southside Johnny.
Nel corso degli anni ho visto, incontrato e parlato numerose volte con William Paul Borsey Jr. alias Willy De Ville ma quell’incontro mi è rimasto stampato nella memoria, come se fosse avvenuto ieri. Quando il 7 agosto di quest’ anno ho saputo della sua morte ho sentito una stretta al cuore, un senso di vuoto mi ha lasciato attonito. E’stato il primo artista che ho intervistato, era un artista che, non qualche difficoltà, gli si poteva arrivare vicino, non viveva circondato da una barriera di addetti ai lavori che ne impediva il contatto. A volte era sfuggente, infastidito, assorto nei suoi problemi ma, al di là dei suoi look pittoreschi e teatrali e dei suoi modi da diva, quando era di umore giusto parlava a briglia sciolta di qualsiasi cosa, dalla musica all’arte, dall’ architettura ai cavalli, dai vestiti alle città. L’ho seguito sempre e comunque, attraverso i suoi concerti, i suoi dischi, le sue interviste e conferenze stampe. E’stata una parte importante del mio cammino nel rock n’roll. Willy De Ville è stato un personaggio senza eguali oltre che un grande cantante, un grande performer ed un grande autore e attore. Per molti di noi, sebbene non fossimo musicisti, è stato una sorta di maestro, nessuno come lui ci ha insegnato a catturare le emozioni con la musica e a dare bellezza ad una sporca storia di strada o ad una tormentata vicenda d’amore. Lui ci ha portato nell’inferno della Lower East Side facendoci capire di quanta umanità fosse possibile il ghetto e ci ha catapultato nel cuore di New Orleans, immergendoci nei suoi misteri e nei suoi ritmi. Ci ha insegnato che per essere un cantante soul ci vuole l’anima e non il colore della pelle e che una voce, seppur aspra, ed una canzone in certi momenti possono essere la migliore consolazione contro la solitudine, la mancanza di denaro e il dolore. Ci ha insegnato che il rock n’roll è come la vita, puoi avere talento ma non è detto che avrai successo.
Di talento Willy ne aveva da vendere. Coup de Grace segnò il rientro a New York di DeVille ed un nuovo contratto discografico con la Atlantic voluto da Ahmet Ertegun, uno degli uomini più importanti di tutta la storia del r&b in America. Dopo due dischi nudi e crudi come Cabretta e Return To Magenta (1977/78) che avevano rimesso in gioco una serie di suggestioni come Brill Building sound, uptown soul, Phil Spector, Jack Nitzsche, spanish harlem, Drifters e Dion, Willy DeVille era entrato in contatto con uno dei più grandi autori di musica americana, Doc Pomus che ne era rimasto folgorato ed aveva visto in lui l’incarnazione del perfetto soul singer, un cane randagio con i modi del bullo che con uno slang mezzo portoricano riportava in auge i Drifters.
Confuso tra le orde di punk ed il rock al vetriolo del Cbgb, un club dove Mink DeVille per un paio di anni fu attrazione fissa assieme a Ramones, Patti Smith, Television e Talking Heads, Willy cambiò improvvisamente scenario e se andò a Parigi convinto di poter registrare nella ville lumiere il suo grande album, quello che lo avrebbe consacrato nell’olimpo del rock. Pensò in grande ma non tenne conto dell’ignoranza dei businessmen dell’industria discografica. Si affidò per gli arrangiamenti orchestrali a Jean Claude Petit, l’uomo che era stato dietro Edith Piaf, usò il sassofonista di Phil Spector Steve Douglas e la sezione ritmica di Elvis Presley ovvero il batterista Ron Tutt ed il bassista Jerry Scheff, oltre ai suoi buddies, il chitarrista Louis X. Erlanger, responsabile della infarinatura blues del Mink DeVille group ed il tastierista e fisarmonicista Kenny Margolis, un musicista che affiancherà Willy fino alla fine della sua carriera. Il risultato fu un disco che i francesi definirono superbe, intenso, passionale, ricco di swing e di sfaccettature cajun, con aperture liriche verso la chanson francese, in particolare Edith Piaf. Un album superlativo, uno dei suoi più belli, denso di un romanticismo che esala il fascino della Parigi delle caves, dei bistrot e anche dei blouson noirs, visto i riferimenti a Gene Vincent. Un omaggio a quella cultura europea che Willy, nato da madre indiana (pequot) ma con discendenze basche ed irlandesi, ha sempre avuto nel suo dna. La Capitol americana non seppe che farsene di un disco così, da Parigi si aspettavano che arrivasse un disco di new-wave alla moda, (“ma come? Questo non è punk, non è musica americana, mi dissero “i’m not american, i’m newyorker gli ho riposto e così è finito il mio contratto con la Capitol) gli europei invece andarono in giuggiole e lo incoronarono disco di culto per eccellenza. Venne pubblicato in Europa nel 1980, solo più tardi verrà pubblicato negli Stati Uniti.

Non era comunque la prima volta che Willy tradiva New York, la sua città adottiva, era nato difatti nel 1950 a Stamford, nel Connecticut “una città di fabbriche dove tutti lavorano e aspettano di morire”. A ventanni dopo qualche fallito tentativo di crearsi una band aveva pensato bene di trasformare una gang di teppisti di strada in rock n’roll band, il che spesso è la stessa cosa, chiamandola The Royal Pythons e con questi se ne era andato sulla west-coast a cercare fortuna perché in quei primi anni settanta non c’era niente di veramente interessante a New York se non vedere quegli scoppiati del flower power che adesso si iniettavano anfetamina e giravano come zombie nella Notte dei Morti Viventi. Nel 1974 è a San Francisco che DeVille fonda il primo nucleo di quello che sarebbe diventato Mink DeVille col bassista Ruben Siguenza, il batterista Tom “Manfred” Allen, il pianista Ritch Colbert ed il chitarrista Fast Floyd. Il primo nome affibbiato al gruppo è Billy DeSade & The Marquees ma con l’introduzione del chitarrista Louis X.Erlanger le cose cambiano ed il ritorno alla città madre è un atto dovuto. Mink DeVille diventa fisso al Cbgb (ci davano 150$ a sera da cui ci detraevano le spese per il bere, in pratica suonavamo gratis), sulla Bowery soffia il vento del punk ma Willy ama Muddy Waters, John Lee Hooker e John Hammond Jr. il cui disco del 1965 So Many Roads è quello che gli cambia la vita.
Gli anni del Cbgb (sulla raccolta della Atlantic Live At Cbgb c’è una ballata dall’inconfondibile lezzo rollingstoniano, Cadillac Moon che Willy non ha mai più cantato ma che, a parere di chi scrive, rimane uno dei suoi highlights sconosciuti) sono alle spalle da un pezzo quando ritrovo Willy DeVille per la seconda volta. E’ a Piazza Vetra il 19 luglio del 1982 durante la rassegna Milano Suono, un festival col sottotitolo di Inventario dei percorsi musicali nelle metropoli degli anni ottanta organizzato da Radio Città e dalla giunta socialista. La pomposità del sottotitolo presuppone che nella stessa serata siano in cartello le performance di Siouxsie and The Banshees, Echo & The Bunnymen e per ultimo, all’una di notte per uno show di soli 40 minuti visto le proteste degli abitanti della zona, Mink DeVille. Ci sarebbe dovuto essere anche Angelo Branduardi ma per fortuna la sua esibizione saltò. Lo show di Mink DeVille fu interrotto all’una e trenta dall’arrivo della polizia chiamata dalla gente del Ticinese. Willy scese dal palco incazzatissimo, non conosceva ancora l’ italian style ovvero l’abitudine ad usare il rock and roll per fini meramente elettorali. Già prima del concerto non era lo stesso rilassato DeVille del Chelsea Hotel. Avvicinatomi alla roulotte che fungeva da camerino e tentato vanamente di parlargli avevo trovato un uomo nervoso e ansioso che cercava qualcos’altro che non fosse parlare del suo lavoro. Voleva la droga, me lo fece capire apertamente. Forse non aveva tutti i torti, essere relegato a notte fonda in un parco sorbendosi le esibizioni di quei dark inglesi deve essergli sembrato insopportabile se non offensivo. Ma nonostante le condizioni al contorno Willy in divisa d’epoca ovvero giacca e pantaloni attillati neri, stivaletti alla Beatles, cravattino stretto e camicia viola emozionò quanti lo avevano aspettato con impazienza fino a quell’ora. Il suo primo show milanese fu introdotto dallo strumentale Harlem Nocturne e poi, dopo le rose rosse buttate al pubblico, con le maracas in mano Willy aveva sciorinato la danza sinuosa di Slow Drain per poi passare ai pezzi forti del suo set, a Savoir Faire, Cadillac Walk, She’s So Tough, Spanish Stroll, alla ballata Just Your Friends e a Love & Emotion l’ ultimo arrivato da Coup de Grace. Un sound secco, tagliente, rocknrollistico, il Mink DeVille di New York City. Poi, dopo una sferzante versione di Lipstick Traces ecco la polizia e tutti a casa con l’amaro in bocca.
La volta successiva che lo vedo è un concerto grandioso, vigoroso e potente, carico di passione e di tosto r&b urbano. Il suo miglior concerto italiano dell’era Mink DeVille. E’ il 6 giugno del 1984 e in circolazione c’è Where Angels Fear To Tread altro disco della scuderia di Ertegun che a contrario del precedente non gode della produzione dell’amico Jack Nitzsche, l’uomo che ha saputo in tempi diversi offrire a Willy sempre il sound giusto. E’ un disco ispirato ma non ha l’immediatezza di Coup De Grace nonostante includa quello che sarà il tormentone Demasiado Corazon, una ballabile salsa-rock che lo porterà anni più tardi, ahimè, negli studi Mediaset. Nuoce ad Angels quell’aria un po’ compiaciuta di chi si sente sul palcoscenico come una Billie Holiday al maschile ma finalmente DeVille può sfruttare il momento favorevole. L’Atlantic gli aveva dato la possibilità di ripulirsi un pò, di risolvere i problemi con la sua vecchia band e di ricostruirsi una carriera ed una immagine, in parte compromessa dalle sue pericolose abitudini, almeno negli Stati Uniti. Quelli tra il 1982 ed il 1985 sono anni positivi per Willy ed il suo nome esce dalla cerchia degli “specialisti”per fare il giro d’Europa dove i suoi dischi vendono abbastanza bene e la sua musica viene accomunata al nuovo emergente mainstream rock che monta dal New Jersey.
Quando arriva a Milano il Teatro Tenda è gremito, lo sparuto nucleo di appassionati che lo aveva atteso fino a notte fonda qualche anno prima a Piazza Vetra è diventato una folla. Lo strumentale Goodbye Pork Pie Hat di Charlie Mingus prende il posto di Harlem Nocturne e dopo l’overture arrivano sia le immancabili rose rosse per le “signore” delle prime fila che questo affusolato ganzo ricain con la sigaretta infilata tra le labbra a mò di gangster e la stretta giacchetta nera ormai lisa da rocker degli anni ’50. Lo show è sontuoso, la band conta sui servigi di Kenny Margolis, Rick Borgia e Louis Cortellezzi ovvero il cuore pulsante di Mink DeVille, il suono è una frustata di rock n’roll al serramanico con venature blues, soul e latin. Vanno in scena per la prima volta (in Italia) Each Words Beat Of My Heart, Lilly’s Daddy Cadillac e Demasiado Corazon che mette a ballare tutto il Tenda. Willy è padrone della città ma non dimentica gli intenditori del soul, accenna a Save The Last Dance for Me e a Spanish Harlem presi dal repertorio di Ben E.King, all’epoca uno dei suoi cantanti di riferimento.

Quando lo si rivede di nuovo parecchia acqua è passata sotto il ponte. Consumato il suo feeling con Doc Pomus con un album, Sportin’ Life, piuttosto scadente e sovraprodotto e tentata la carta della collaborazione illustre con Mark Knopfler sfociata nel contraddittorio Miracle, bello per chi scrive ma poco amato dall’autore e dal pubblico in generale, Willy DeVille nel 1988 aveva lasciato l’amata New York per trasferirsi a New Orleans e cercare in quella città quel gusto, quella senso della storia e quegli umori che anni prima aveva cercato a Parigi. Sembrava la città ritagliata a sua misura: il blues, il jazz, l’architettura coloniale, l’eredità francese, l’ influenza spagnola, la cucina creola, il Mardi Gras, le strade strette all’europea, il fascinoso intreccio di culture, etnie, magia, odori e colori. Willy si immerge a capofitto in un mondo che lo rigenera e gli offre una nuova chance artistica ed esistenziale. Avevo lo stesso feeling che si prova quando qualcuno torna a casa. Era molto strano… vivevo nel Quartiere Francese a due strade da Bourbon Street. Di notte quando andavo a letto sentivo il boogie che saliva dalla strada e alla mattina quando mi svegliavo sentivo il blues.
Nel 1990 Willy incide un “piccolo” album, Victory Mixture con cui omaggia i santi della città, i musicisti e gli autori del soul di New Orleans, facendo partecipare gli stessi alla realizzazione del disco, nomi storici come Dr. John, Eddie Bo, Allen Toussaint, Earl King. Il disco pur edito da una etichetta minore, la Orleans Records che in Francia è rappresentata dalla Sky Ranch (distribuzione Fnac) diventa il primo disco d’oro della sua carriera con più di 100 mila copie vendute. Un vero miracle che permette a DeVille, ormai privatosi di Mink, di andare a Los Angeles ad incidere Backstreets Of Desire, quello che è unanimemente considerato il disco più famoso della sua carriera grazie ad una intrigante versione Texico che il nostro dà di Hey Joe. Lo smilzo bad boy della bassa Manhattan è ormai un ricordo, adesso c’è un artista a tutto tondo che ha saputo fondere nel suo pirotecnico rock n’roll ampie dosi del soul di New Orleans e di mexican flavour assimilando i ritmi caraibici degli Wild Magnolias, lo zydeco blues di Zachary Richard e le romantiche ballate spagnoleggianti che parlano di eroi da malavita, amori arrabbiati e uomini che cercano di togliersi dalla cattiva strada. Il disco vede la luce nel 1992 ma che fosse New Orleans il nuovo scenario della sua vita se ne ha un primo assaggio nell’autunno del 1990 quando al Rolling Stone di Milano Capitan Uncino, questo è il suo look dell’epoca con giacche e mantelli da Pirata dei Caraibi, camicie con lo sbuffo e jabot, rimuove completamente Miracle e con un onestissimo quintetto r&b (basso, chitarra, batteria, tastiere e sax) sparge caldi umori southern con You Better Move On di Arthur Alexander e con i brani di Victory Mixture Beating Like a Tom Tom e Every Dog Has His Day. Ma il nuovo corso è santificato dall’apparizione del maggio del 1993 e dal tutto esaurito del City Square. Merito forse di Hey Joe, di certa stampa specializzata italiana che nutre per DeVille un particolare affetto e del serio lavoro di promozione degli uomini della Ricordi che si muovono con DeVille come nessun altro aveva mai fatto. I risultati si vedono, Willy è ormai una star e si può permettere una band di gran classe. La dirige Freddy Koella, un tipetto apparentemente anonimo che con le chitarre è un sorta di prestigiatore e ricava un mondo elettroacustico che abbraccia il twangin’ degli anni 50, il blues ed un inconfondibile latin mood. Willy è in forma più che mai, nella conferenza stampa del giorno precedente al concerto elargisce battute e risate oltre agli sguardi complici verso la sua nuova moglie Lisa, che è anche sua manager e al City Square è un fiume in piena. Sembra Otis Redding quando canta Key To My Heart e Hello My Lover, fa l’incantatore di serpenti con Hey Joe, strappa brividi erotici con Bamboo Road, rilancia il suo vecchio amore Stand By Me e chiude con una incandescente versione di Dust My Broom di Elmore James prima di rispolverare uno dei suoi inni del periodo newyorchese, Easy Street. Se ne va sudatissimo rimettendosi il mantello da Capitan Uncino mentre la band continua a suonare, come fosse Elvis Presley a Las Vegas o James Brown all’Apollo. Fenomenale. Qualche ora più tardi in un locale cittadino intratterrà gli invitati in un after-hour a base di vecchi blues e di vino rosso. A conclusione di questo tour apparirà nello stesso anno un Live edito dalla Fnac mentre il suo voodoo charm sarà testimoniato da Big Easy Fantasy del 1995.

Con gli stessi uomini Willy torna a Milano il 2 marzo del 1995 ma lo show pur ricopiando in larga parte lo stesso copione compreso il finale di Dust My Broom, non sarà della stessa intensità di quello di due anni prima. Causa un lungo viaggio in macchina di 12 ore che lo ha portato da Parigi, Willy è stanco e non riesce a ricreare la fantasmagoria del precedente show milanese. Il pubblico capisce e si accontenta. Quando lo rivedo quattro anni dopo è un' altra storia ancora. Capita a Parigi il 28 ottobre del 1999 al Trianon, un vecchio teatro in legno scuro usato negli anni della Belle Epoque dai chansonniers di Montmartre per i loro spettacoli. Trasuda fascino e Willy ci sta a pannello, si sente a casa e saluta Parigi chiamandola sister city. La formazione è cambiata e ridimensionata, accanto a Willy ci sono due voluminose coriste di colore, un organista, un contrabbassista ed il solito Koella alle chitarre. Il nuovo show ha un sound più scarno ed acustico ma un profondo Delta blues e la coreografia gospel delle voci femminili aumentano le suggestioni notturne ed il forte impatto emotivo e visivo. che visivamente ricordala copertina di Loup Garou dove Willy all’angolo di Bourbon Street sembra un vampiro in attesa di succulente prede. Willy è magnetico, vampiresco oserei dire, vestito completamente di nero entra in scena con una maschera da lupo mentre sullo schermo vengono proiettati le effigia di due cavalli (da poco l’artista assieme alla moglie Lisa aveva traslocato in una fattoria del Mississippi allevando cavalli e altri animali), c’è un attimo di silenzio e poi la lunga ipnotica cantilena di Loup Garou con un sottofondo di sibili, fruscii, echi, voci sommesse e sordide percussioni ulula loup-garou bal goulà. I parigini ne sono stregati ed anche il sottoscritto rimane a bocca aperta. La caliente solarità di Backstreets Of Desire si è trasformata in una notte buia e inquietante. C’è ancora New Orleans ma non è quella colorata del Mardi Gras, è la New Orleans del 1880 e del 1890, quella dell’assenzio, del voodoo, degli schiavi che scompaiono misteriosamente, di Intervista col Vampiro. Ma Willy non si limita ad apparire come un nuovo Dracula e sciorina sorprendenti delizie come la cover del classico Goodnight My Love, la straziante Carmelita di Warren Zevon, storie di due junkie nell’America degli anni ’70 e i brani del nuovo Horse Of A Different Color, in particolare Runnin’ Through The Jungle e Goin’ Over The Hill di Fred McDowell. Ricompare anche la gloriosa Steady Drivin’ Man di Return To Magenta, album tornato prepotentemente in auge, una originale Cadillac Walk senza batteria e poi Across The Borderline in versione voce/chitarra/mandolino e contrabbasso. Il bis è la ciliegina sulla torta: una kilometrica Save The Last Dance For Me ed una lentissima e strascicata Billy The Kid presa dal Dylan di Pat Garrett and Billy The Kid.
Parigi non delude mai, quello del Trianon rimane uno degli show più originali e presagisce la svolta acustica del Live In Berlin.
Quando incontro Willy DeVille nel backstage è rilassato e di buon umore, seduto su un divano attorniato dalle coriste e con la moglie vigile a distanza. Vestito con un abito da indiano di pelle scamosciata con lunghe frange riesce anche a scambiare nella confusione della stanza alcune parole. Qualche mese prima ero stato a New Orleans e per il Buscadero (n.206) avevo scritto un pezzo sul lato oscuro della città intitolato Bayou des Mysteres. Gli faccio vedere il giornale, lo sfoglia interessato e capita sul pezzo, lo guarda con attenzione e davanti alla foto di due ceffi di colore (moglie e marito) con un machete in mano che secondo un volantino locale praticano il voodoo mi dice “Come fai ad avere questa foto? Io li conosco, sgozzano galli, se vedono questa foto pubblicata su un giornale ti tagliano la gola” Sorrido ma non troppo divertito, svio il discorso chiedendogli di Carmelita di Warren Zevon e mi risponde che lui la canta meglio anche se nutre grande stima verso l’autore. Gli chiedo di Bob Dylan e di Billy The Kid ma fa finta di niente, torna tra le sue donne ed io me ne vado. La storia continua.
Il 25 ottobre del 2003 a Chiari grazie alla gentilezza di Franco e Mauro dell’ADMR, Paolo (Carù) ed il sottoscritto lo avvicinano per una chiacchierata lampo immediatamente prima del concerto. Il tempo per scambiare qualche impressione sul suo bellissimo The Willy DeVille Acoustic Trio in Berlin e assisto ad un autentico scontro tra titani (Willy e Paolo) sulla paternità di Hey Joe. Paolo ipotizza che l’autore della canzone Billy Roberts sia in realtà Dino Valenti (cantante dei Quicksilver morto per aneurisma nel 1994), Willy, capelli lunghissimi neri e lisci, pizzetto e baffi sottili, una camicia bianca con pizzi, nega secco e ribadisce l’origine messicane di Hey Joe, “Dino Valenti era un uomo molto impegnato ed ha preso idee da ogni parte, sicuramente l’ha cantata ma non penso che l’abbia scritta lui Un tizio mi ha detto che questa canzone veniva cantata in Messico più di cinquantanni fa”.
Quello del 25 ottobre 2003 è un DeVille che terrà la scena da grande e temprato performer ma è un uomo provato dalle vicissitudini della vita. Dal 2000 si è disintossicato da una ventennale dipendenza dall’eroina e ha di nuovo traslocato, spostandosi a vivere a Cerrillos Hill nel New Mexico. Una tragedia ha però segnato la sua vita: sua moglie Lisa si è suicidata in un periodo in cui Willy si era innamorato di un'altra donna. Fuori di testa per il dolore l’artista è uscito di strada con l’auto e l’incidente gli ha procurato una tripla frattura della gamba. Sul palco zoppica e si aiuta con un bastone oltre che con qualche bicchiere di vino ingollati in un colpo solo. Sono con lui il contrabbassista David Keyes ed il pianista Bill Mitchell nella stessa dimensione trio acustica del Live In Berlin. La voce con il tempo si è fatta strepitosa, profonda come una caverna, capace di passare dall’anima al cielo nel volgere di qualche secondo. Seduto su uno sgabello o appoggiato al pianoforte Willy rilegge alcune canzoni (sue e di altri) immortali (Trouble In Mind, Spanish Harlem, Big Blue Diamond, Betty&Cupree, Since I Met You Baby) con l’intimità del grande incantatore che va all’essenza del blues, del soul e del jazz. Nessun orpello, nessun colpo elettrico, solo un piano, un contrabbasso, il fumo delle sigarette, i silenzi spezzati dalla sua voce incredibile, una performance di rara intensità che, partita in sordina, arriva a commuovere con le drammatiche versioni di Heaven Stood Still (Le Chat Bleu) e Nightfalls (Miracle). Un concerto sofferto e venato di malinconia.
A Chiari ci passa un’altra volta, poi nel 2004 torna a Los Angeles per registrare Crow Jane Alley, terzo disco col produttore John Philip Shenale in cui piange la perdita dell’amico Jack Nitzsche. “Io e Jack ci siamo conosciuti e siamo diventati subito amici, io ho influenzato lui e lui ha influenzato me. Era uno vero e non ci metteva molto a partecipare a qualsiasi cosa avessi in mente, abbiamo fatto tre dischi assieme ed è stato il più bel periodo della mia vita. Jack mi manca molto, era il mio migliore amico, il mio fratello di sangue”.
Adesso Willy si veste e porta monili da nativo Americano, i suoi capelli neri sono lunghi come quelli di un Apache, il suo viso è sempre più spigoloso, il suo sguardo penetrante. Dopo quindici anni torna a vivere nella sua New York con la terza moglie Nina. E’il suo ritorno a casa. C’è qualcosa di sinistro in tutto questo. L’ultima volta che lo vedo è a Trezzo d’Adda il 14 marzo 2008 e per l’occasione ha ripristinato il nome Mink DeVille. La band annovera vecchie conoscenze degli anni ’80 e ’90 (il batterista Shawn Murray, il percussionista Boris Kinberg) ed un paio di coriste ma il sound è virato verso un elettrico rock urbano, graffiante, velenoso, nel più classico idioma newyorchese. Un ritorno al passato che Willy, pallido, con occhiali, camicia bianca e palandrana nera avvalora ripescando Cabretta attraverso belle versioni di Mixed Up Shook Up Girl, Spanish Stroll, Venus Of Avenue D e con un uso massiccio della Gibson suonata alla Chuck Berry e Keith Richards. Non è un concerto memorabile ma Willy sembra sopravvivere a sé stesso grazie alla musica. Musica che abbraccia il blues di Muddy Waters Rose Out of the Mississippi Mud, la punkeggiante White Trash Girl, la nerissima Bacon Fat e gli scampoli del suo New York soul. Trova posto anche il sottovalutato Pistola con So So Real e Been There Done That. E’ l’ultimo atto della storia. L’ultimo di noi a parlare con lui è Paolo Carù (intervista nel N.298) all’indomani dell’uscita di Pistola. E’un Willy DeVille sfuggente e un po’ confuso, che non parla quasi mai di musica e tende a portare la discussione su un piano gradito a lui.
Nel febbraio del 2009 gli viene diagnosticato l’epatite C e a giugno gli viene scoperto un cancro al pancreas. Muore il 6 agosto in un ospedale di New York tre mesi prima del suo 59esimo compleanno. La stampa ufficiale non gli ha mai prestato molta attenzione, specie negli Stati Uniti e continua a farlo anche alla sua morte. Poche righe di circostanza e nulla più. Come uno qualsiasi. Per noi rimane una divinità. Sia lode a te, zingaro della musica e delle emozioni.

MAURO ZAMBELLINI SETTEMBRE

martedì 3 agosto 2010

Blasters Hard Line


Dopo venticinque anni il capolavoro dei Blasters, Hard Line è ristampato per la prima volta.

Dopo due album (in realtà tre visto la pubblicazione di American Music per la Rollin’ Rock poi tolto dal mercato) ovvero The Blasters del 1981 e No Fiction con cui il gruppo di Downey, periferia di Los Angeles, aveva rilanciato il rock n’roll degli anni cinquanta dentro il circuito del punk portando una ventata di contagiosa energia a base di rockabilly e R&B, la band dei fratelli Phil e Dave Alvin a metà degli anni ottanta firma il proprio capolavoro. Un disco magistrale che purtroppo suonerà come epitaffio della loro avventura, almeno della parte più luminosa della loro carriera.
Nel 1985 viene pubblicato Hard Line e i cambiamenti rispetto all’arrembante rock n’roll dei dischi precedenti sono subito evidenti. Dallo stile tutto sommato derivativo dei primi lavori, pur caratterizzati da un approccio sorprendentemente originale al rock n’roll si passa ad un rock più complesso, profondo e sfaccettato che abbraccia la dura linea dei dischi di Bruce Springsteen e John Mellencamp che in quell’anno si chiamano Born In The Usa e Scarecrow. Proprio Mellencamp con lo pseudonimo di Little Bastard fa da produttore esecutivo al disco.
Il parto di Hard Line è difficile e comincia con la dipartita del sassofonista Steve Berlin verso i Los Lobos e con la scelta di un produttore esterno, nell’intento di sfondare il muro delle radio e finire nella heavy rotation nazionale.
È la prima volta che i Blasters si rivolgono a qualcuno al di fuori della band, la scelta cade su Jeff Eyrich che in quegli anni aveva prodotto i dischi dei Plimsouls (Everywhere at Once), dei Rank and File (Long Gone Dead) e T-Bone Burnett (Proof Through The Night) tre lavori che spaziano tra power-pop, country-punk e rock d’autore e dicono di una mentalità aperta e senza preconcetti. Le registrazioni vanno però per le lunghe perché il clima interno al gruppo non è idilliaco e sui fratelli Alvin si abbatte il lutto per la perdita della madre.
Phil e Dave vogliono uscire dalla nicchia ma non sanno bene che pesci pigliare per dare una nuova direzione al Blasters-sound. Dave si affina come songwriter non limitandosi a ciò che aveva già fatto in termini di puro e nudo rock n’roll. La Warner sollecita il gruppo a registrare ulteriori tracce dopo le prime registrazioni e allora compaiono Just Another Sunday co-scritta da Dave con l’amico John Doe degli X e Colored Lights scritta da John Mellencamp, entrambe prodotte dall’ingegnere del suono Don Gehman. I Blasters entrano in contatto con Mellencamp in una vacanza in Italia, a Capri nel 1982 e qualche anno dopo chiedono il suo intervento per alcune canzoni da mettere nell’album. Lo stesso Mellencamp li introduce a Don Gehman che in quegli anni aveva lavorato ai dischi American Fool e Uh-Uh dandogli quel suono FM oriented che i Blasters cercavano.

Hard Line è un disco che risente di diverse mani ma forse proprio per questo è ricco di dettagli e angolature che i dischi precedenti non avevano, più realisticamente collocato in quel heartland rock che in quei giorni ribadiva l’affiliazione con le radici e i temi della musica americana ergendo una diga contro l’effimera artificiosità del pop e del rock anni ottanta. Dave Alvin ne è il protagonista anche se imprescindibili sono le parti vocali di Phil. Un disco innovativo ai tempi e ancora attuale adesso, sebbene siano passati venticinque anni dalla sua pubblicazione. Un lavoro che marcia in nuove direzioni con il tema chicano/cajun di Hey, Girl impreziosito dall’accordion di David Hidalgo, col rude affondo nei territori dei Creedence di Dark Night dove si fanno sentire il mandolino di Hidalgo, il violino di Richard Greene ed il contrabbasso dell’ex Canned Heat Larry Taylor, con le potenti e chitarristiche Trouble Bound e Just Another Sunday e col mainstream rock di Colored Lights firmato da Mellencamp.
La nuova identità sonora dei Blasters è poi rafforzata dalle osservazioni di Common Man sui politici ciarlatani, esplicito riferimento ai danni dell’era Reagan e dal bagno doo-woop di Samson and Delilah e Help You Dream con le voci dei Jordanaires.

Un disco di deciso orientamento roots, più adulto nei testi e nel sound rispetto alla briosità e alla velocità punk dei primi lavori. Purtroppo nella ristampa non ci sono bonus tracks a dimostrazione che quel disco nacque in un periodo tribolato. Difatti subito dopo la pubblicazione di Hard Line se ne va il pianista Gene Taylor e dopo un disastroso show nel novembre del 1985 a Montreal anche Dave Alvin lascia il gruppo avviandosi verso una felice avventura solista.

Con Hard Line si chiude il periodo d’oro dei Blasters, in seguito ci saranno diverse reunion testimoniate da due live di buona fattura: Trouble Bound del 2002 e Going Home del 2004.

MAURO ZAMBELLINI LUGLIO 2010


PS: leggi dei Blasters sul Blue Bottazzi BEAT

venerdì 30 luglio 2010

Narcao Blues Festival 2010


Nella panoramica dei festival estivi dedicati al blues Narcao si segnala per la longevità e soprattutto per la caparbietà con cui ha promosso in Sardegna, luogo a torto considerato alla periferia dell’impero, il blues in tutte le sue forme. Va dato atto agli organizzatori di non essersi mai arresi alle difficoltà e di aver perseguito con tenacia e passione la propria “missione” ovvero far conoscere il blues in una regione che spesso è ricordata solo per le vacanze dei vip. Nel corso degli anni da Narcao sono passati grandi e piccoli nomi del blues internazionale e nazionale ma la scelta non si è limitata solo all’ufficialità del genere perché le assolate terre del Sulcis hanno assaporato le gesta di outsiders non sempre apprezzati dai puristi come ad esempio Anders Osborne, Neville Brothers e Willy De Ville.
In una cornice che assomiglia molto ad un paesaggio del New Mexico, nell’entroterra della provincia di Carbonia ad una ventina da un mare che non ha equivalenti nell’intero Mediterraneo, tra il 21 ed il 24 luglio è andato in scena il 20esimo (dico venti, un numero importante) Festival del Blues, quest’anno partito con una serata dedicata a Jimi Hendrix, morto il 18 settembre di quaranta anni fa.
Sonny Landreth e Popa Chubby gli artisti selezionati per onorare la mano sinistra di Dio, due chitarristi dallo stile differente che hanno onorato il compito con due set infiammati e potenti appagando gli esteti del Fender sound e i giovani affamati di rude e torrido rock-blues. Il pubblico, mai così numeroso, è andato in visibilio sia con Sonny Landreth, autore di un set tecnico ed inappuntabile, sia con Popa Chubby artefice di uno show viscerale e muscoloso. Assieme a Sonny Landreth e alla sua inseparabile Fender Stratocaster rossa c’erano il bassista David Ranson, anche lui nei Goners di John Hiatt ed un batterista, Brian Brignac, che mi ha stupito in quanto a dinamismo e tempismo, un batterista che mi ha ricordato Stewart Copeland. Il set di Landreth è stato tutto all’insegna del virtuosismo e della velocità, poche parti cantate, ridotte le parti melodiche in favore di un suono che scende come un torrente di note, di scale armoniche, di assolo e ritmo con poche ballate ed un drive impressionante. La straordinaria tecnica chitarristica messa in campo ha sacrificato un po’ il feeling ma il pubblico ha apprezzato e applaudito le cavalcate di Z Rider, di The U.S.S Zydecoldsmobile, di Milky Way Home, di Wind In Denver, di Promised Land, di Hell At Home e dell’ omaggio a Hendrix di I Don’t Live Today. Quando sale sul palco il voluminoso Popa Chubby l’atmosfera è già sufficientemente surriscaldata e ci vuole poco prima che il trio del newyorchese richiami sotto il palco tutta la sezione giovani del festival che suda e si attorciglia attorno ai brucianti assolo di Hey Joe e Spanish Castle Magic. Chubby è in forma e sta bene, sembra non soffrire il caldo perché la notte è calata e il suo hard-rock/blues da power trio gronda sangue, sudore e polvere da sparo. Esegue qualche brano del suo repertorio (Rock n’Roll Is My Religion, NYC 1977 Till, Already Stoned) enfatizzando assolo e cantato, omaggia la sua città New York con una versione sincopata e funky di Walk On The Wild Side di Lou Reed e poi si scatena in un finale ad effetto con citazioni di Black Sabbath e Led Zeppelin e con una bella e intensa versione di Little Wing. Alla fine Piazza Europa è in ebollizione.
Di tutt’altro tenore la serata seguente, quella del 22 luglio, con Eric Bibb e Larry Carlton Band. Quest’ultimo dispiega un jazz/rock elegante che concede poco al blues e molto più alla fusion ma molto più emozionante mi appare Eric Bibb il cui vellutato country-blues vociferato con calda e profonda voce soul arriva al cuore senza il bisogno della chitarra elettrica. Inizia lento, quasi dimesso con Kokomo e Stagolee poi sale e diventa un gigante infarcendo il blues con spezie caraibiche e reminiscenze di Mississippi John Hurt. Il suo intimacy of the blues cattura il cuore e gli animi sensibili con Right On Time, River Blues, Don’t Ever Let Nobody Drag Your Spirit Down e con classici quali Nobody’s Fault But Mine e Goin’Down The Road Feelin’ Bad dove rapisce letteralmente il pubblico che contraccambia con un sentito, commovente e lungo applauso, a dimostrazione della maturazione raggiunta dopo aver partecipato a ventanni di concerti blues in tutte le salse, comprese quelle più povere e difficili come quella di un Erci Bibb solo ed in acustico.
Delusione, non si può chiamarla in altro modo l’esibizione di Peter Green pur applaudita da un pubblico comprensivo del suo precario stato psicologico. L’artefice di tanti dischi che mi hanno fatto sognare in gioventù facendomi appassionare al rock/blues non c’è più, è solo un pallido ricordo l’autore di Then Play On, di Rattlesnake Shake, di Oh Well, di Black Magic Woman, degli incredibili live al Boston Tea Party, di tutta quella meraviglia firmata Fleetwood Mac. Purtroppo Peter Green ha smesso di essere The Supernatural da parecchio tempo ma gli amici che lo accompagnano attualmente, Friends, sono i peggiori amici che uno può avere e non giovano minimamente alla sua già precaria causa, una band imbarazzante che non aiuta e non può aiutare il già stentoreo Green. Musicisti piuttosto improvvisati e dilettanteschi che contribuiscono a comporre un set dove Green possa pungere con efficacia. Chi si salva è lo stesso Green perché dopo un avvio incerto ed una voce stentorea la sua Gibson SG prende quota e dopo essersi scaldata con un po’ di classici ( Key To Highway, You Don’t Love Me, When The Lights Out, Stranger Blues, Blues Get Off My Shoulder) riesce ancora a spiccare il volo con Oh Well, Albatross, con la lunga e melodica versione di Oh Pretty Woman di Albert King, con la dolce e commovente riproposizione di Rainy Night In Georgia di Tony Joe White e con una ritmata ripresa di Off The Hook dei primissimi Rolling Stones lasciando venir fuori il suo lirismo e la sua magia, sprazzi di una grandezza che fu.
All’insegna dell’allegria più sfrenata e contagiosa la conclusione del Festival dopo che sul palco erano passati il Mark DuFresne Organ Trio e il Joe Cleary Trio. Letteralmente invaso dalla sarabanda della Dirty Dozen Brass Band l’ensemble di ottoni, percussioni e chitarre che ha riversato l’euforia e la gioia di vivere di New Orleans nelle terre del Sulcis-Iglesiente con una cascata di suoni, colori, ritmi, gag, improvvisazioni, assolo che hanno trascinato l’intera piazza facendo ballare anche i morti e riproponendo la vitalità di una musica che non ha eguali sul nostro pianeta. Tra Saints Go Marchin’ In , echi voodoo, ritmi tribali e caciara da Bourbon Street si è consumato il rito di una New Orleans indomita anche alle catastrofi, benedetta da una yellow moon che nel cielo blu di Narcao sovrastava il finale frizzi e lazzi di un festival che almeno una volta nella vita bisognerebbe vedere.

MAURO ZAMBELLINI

lunedì 26 luglio 2010

Cronaca di una spedizione selvaggia (Springsteen a Zurigo)


A complemento della lettera di Federico Bartolo del post precedente, ci è sembrato naturale riportare l'articolo apparso a firma Mauro Zambellini sul Mucchio Selvaggio n. 42 del 1981

Un concerto di Springsteen non è uguale agli altri concerti. Per tante ragioni. Prima di tutto, già dal mattino, bisogna sopportarsi le assurde nuove scarpe di Rinaldo, la cravatta démodé di Blue Bottazzi e la cassetta di Dalla che insistentemente Anna infila nello stereo della macchina.
La Svizzera è vicina, pulita e fastidiosamente perfetta. La sporcano le decine di macchine e autobus italiani in pellegrinaggio, che si incontrano all'altezza del lago dei Quattro Cantoni.
Sono tanti i tifosi della E-Street Band, dentro l’Hallenstadion. Quasi il 50% acclamerà Springsteen con accento tipicamente latino. Quale miglior pubblico per un tarchiato italoamericano?
Cercare l’Hallenstadion, quando si è incolonnati in otto macchine, non è cosa semplice. Ci si scontra con una lingua poco malleabile, con l'ottusità di uno svizzerotto, che per un leggero tamponamento chiede in cambio metà della Lombardia più la contea di Camerino, con una segnaletica più adatta alle intermittenze dell’albero di Natale.
Raggiungiamo il Zentrum grazie alle intraprendenza mitteleuropee di Blue e dopo il Zentrum è gioco da ragazzi arrivare fin sotto lo stadio coperto dove è programmato il concerto. I nostri biglietti sono verdi come la speranza, ma questa cade subito quando raggiungiamo i posti numerati: in linea retta il punto più distante dal palco! Dopo una passeggiata sotto il palco, mi accorgo che gran parte dei fans italiani sono confinati nei punti meno graziosi e più periferici dello stadio e pensare che i'organizzazione aveva perfino invitato una rock magazine come "Sorrisi & Canzoni” alla conferenza stampa del boss. Mi piacerebbe proprio sapere le domande rivolte: “Cosa pensi dell’amore???”
Strani scherzi, ma poi neppure tali, del grande circo del rock.
Sorpresi sì ma avviliti no, noi ammucchiati siamo presenti per gustare lo spirito primitivo e sensitivo del concerto lontani mille miglia dai pettegolezzi e le moine style Montecitorio che avvengono dietro le quinte o dentro le stanze degli hotel e rendono improvvisamente grandi piccole cariatidi dall’universo di pastafrolla.
Il pubblico, non più di 7/8 mila, non è quello delle storiche band degli anni 60 e neppure quello della new-wave ma piuttosto una miscela poco colorata di innamorati di rock sanguigno e rythm & blues, di Little Feat, di Tamla Motown, di musica che sia identità ludica e non esibizione di simboli.

Alle 19.05 si spengono le luci a compare Bruce che attacca da solo Factory parlando delle fabbriche di plastica viste dall'autostrada che lo ha portato dalla Germania a Zurigo.
Anna tende a svenire (è una grossa fans di Springsteen, non delle fabbriche) ma Max il biondo la rinviene e la E-Street Band attacca Prove it all night. Tutti si alzano e abbandonano le proprie postazioni, scavalchiamo, scivoliamo, spingiamo e conquistiamo il diritto di vivere il concerto nel suo giusto spirito.
C'è qualche apprensione dopo la cancellazione delle date inglesi ma svanisce di colpo. L'immaginazione che per anni si è nutrita di bootleg e di cronache riportate è soddisfatta e finalmente è realtà.
Springsteen dal vivo e la più vera e sudata incarnazione dello spirito del rock. Sintetizza nel suo act tutto quanto il rock & roll ha prodotto: emozione, feeling, dramma, compiacimento, power, rabbia e amore.
Sul palco è un vero Jake La Motta del rock. Si muove e salta come un eroe del ring, impugna la chitarra come un Winchester, incita il pubblico ad unirsi a lui nella soddisfazione di ciò che sta facendo.
Attorno a lui i «boys» Tallent e Van Zandt, quest'ultimo in completo nero sembra un becchino francese, e «Master of Universe» Clarence Clemmons, colui che si mangia due grattacieli alla volta, completano il primo piano della stage rispondendo alle continue esortazioni di entusiasmo di Springsteen.
Dietro, in secondo piano, la professione e la precisione di Bittan, Federici e Weinberg completano la scena e sorreggono un lirismo che a volte diventa epico.

L'eccitazione è alta e l'acustica ottima, dopo una drammatica Darkness of edge of town, Bruce attacca Who’lI stop the rain dei Creedence Clearwater e il pubblico lo ricompensa con una ovazione generale a mani alzate.
Sembra incredibile ma quasi tutti conoscono i pezzi eseguiti per cui nei ritornelli si crea un aottofondo cantato che esalta la figura di questo cantautore popolare contornato dal carisma presente in figure simili della musica USA (Guthrie, Presley, Dylan, Young, Browne).
Rende omaggio a Woody Guthrie eseguendo con la chitarra acustica This land is my land e appare chiaro come dentro di lui si rifletta buona parte della cultura e storia americana.
Non è rock della trasgressione il suo anche se le sue liriche pullulano di situazioni “balorde”, queste hanno però una risoluzione compatibile con la tradizione populista dell'ideologia americana. Il suo romanticismo,la sua ricerca della libertà, le sue fughe, conservano lo spirito primitivo e ingenuo dell'avventura così come è stata codificata nell' american dream.
Ha però la capacità di farle rivivere nel rock con una tale intensità ed un tale senso dello spettacolo che alla fine sembrano stravolte e carica il sogno dell'ascoltatore di contenuti radicalmente deviati. Può essere benissimo per tali ragioni il nuovo Elvis Presley; anche allora il SIGNIFICATO fu ribaltato dall'EFFETTO.

Le emozioni raggiungono l'apice, il rock è allo stato puro quando esegue Badlands e si cala tra le prime file dei pubblico lancinando una chitarra usata come estrema e finale possibilità della voce.
Il sudore scende dalle braccia e incontra il metallo della chitarra, riflette la bellezza e perché no il tono leggendario del concerto. Si chiude la prima parte e ce n'è proprio bisogno.
Quando riprende, Springsteen lo fa con Sherry Darlin’ e con una bella ragazza catturata fra il pubblico, balla, la bacia e la invita ad aspettarlo dopo l’act. Fortuna da rock & rollstar. Noi, comuni mortali, continuiamo a dimenarci sulle sedie. Anche i più “inglesi”, come Glauco e il grande capo lakota perdono le staffe, per non parlare dei biondi Max e Anna ormai virati al rosso per l'eccitazione.
Una sequenza mozzafiato di brani tratti da The River e Springsteen se ne va sugli amplificatori a realizzare la celebrazione estetica della chitarra. Chi non ha posato almeno una volta con quel “simbolo” puntato come fosse la propria forza scagli la prima pietra! Clemmons lo imita, meno agilmente, dall'altra parte del palco facendo la gioia dei fotografi appiccicati sotto.
Arriva Racin’ in the street, il cui lirismo è pari solo alla commozione e alla bravura di Roy Bittan. Poi è la volta di Backstreets e di Rosalita con cui, tra l'ovazione del pubblico, viene presentata in maniera chiccosa tutta la E-StreetBand. È la fine del concerto.
Il bis non si fa attendere ed è Born to run ad esaltare ancor di più «the spirit of rock & roll », poi con la Detroit Medley Springsteen trascina Clemmons, Tallent e Miami Steve in un carosello rituale di puro omaggio ai grandi interpreti di rythm & blues.
Tutti cantano, anche i muti. Il suono è possente, energico, pulito, nello stesso tempo, Springsteen riesce a comunicare drammaticità e entusiasmo con una generosità al limite dell'incredibile.
Se ne va dopo tre ore di concerto. Penso come sia possibile sostenere un tour di 40 date con un dispendio di energie del genere: è proprio il Jake La Motta del rock! So che ama la Coca Cola, ma i miei pensieri sono molto, molto più maliziosi...
Acclamato concede il saluto finale al “favoloso pubblico di Zurigo” eseguendo Rock & Roll over the world di John Fogerty terminando con quel suo tipico salto all’indietro a Fender sguainata.
Miglior saluto non poteva esserci per i fans più incalliti. Mi siedo, mi accendo una sigaretta e non aggiungo una parola di più.
Fuori incontro Stefano, un elegante chitarrista milanese, è stravolto. È stato per tutto il concerto nella calca sotto il palco, non ha più un filo di voce ma riesce a dire: “Dio esiste, l'ho visto a Zurigo!”.

Il ritorno è nella notte, in compagnia della pioggia e di qualche blues.

Mauro Zambellini

foto di Blue Bottazzi

REPERTORIO ESEGUITO DURANTE IL CONCERTO DI ZURIGO

l' PARTE
Factory- Prove ti all night- Qut in the streets - Tenth Avenue Freeze out -Darknessin on the edge of town - Independence day - Who’ll stop the rain -Two hearts - Promised Land - This land is my land - The river - Badlands-Thunder road.

II’ PARTE
Cadillac ranch - Sherry darlin’ - Hungry heart - Fire - You can look -Wreck on the higway - Racin’ in the street - Backstretts - Ramrod - Rosalita - Born to run - Detroit medley: Good Golly Miss Molly, Devil with the blue dress, c.c. rider, Jenny Jenny - Rock & Rollover the worid

giovedì 22 luglio 2010

Messina, USA


Questa volta invece di scrivere io, lascio spazio a una bellissima lettera ricevuta da Federico Bartolo:

"Stavo mettendo un po’ d’ordine alla mia perenne confusione cercando di sistemare i giornali musicali che in oltre 30anni ho conservato quando una copia del Mucchio Selvaggio con Springsteen in copertina (numero 42 anno 1981) è saltata fuori. Il nastro dei ricordi si è riavvolto e magicamente seduto li in terra in mezzo alla polvere delle cose che stanno in soffitta ho riaperto quel numero che raccontava del concerto all’Hallenstadion di Zurigo. Lo ricordavo perfettamente quel reportage di Zambo parola per parola anche perché se non ho mai visto Bruce dal vivo in parte è colpa di quel meraviglioso resoconto. A quel tempo insieme alle canzoni di Bruce, Clash e Tom Waits, il Mucchio è stato la mia giacca per il freddo. Oggi rileggendolo ho pianto come in quella mattina. Lacrime sulla città Bad Scooter cerca il suo buco ed io sono solo assolutamente solo e non riesco ad andare a casa. A 18 anni quella mattina di Giugno sarei dovuto andare a scuola, ma passando dal tabacchi-edicola l’unico posto dove arrivava il Mucchio lo vidi appeso con la molletta da bucato che penzolava nel vento. In copertina c’era Bruce e Big Man per cui non ci pensai due volte a fare colletta dato che di soldi non ne avevo. Ma allora la gente era generosa e in breve tempo raggiunsi la somma necessaria comprai il giornale e mi incamminai verso il porto. Mi sedetti sugli scalini del molo dove alcuni anziani stavano pescando. Rimasi li tutta la mattinata leggendo e rileggendo quel racconto guardando le navi e lo stretto di Messina mentre le lacrime mi inondavano il viso. Poi bighellonai senza meta per la città, andai alla stazione a guardare i treni e poi al bar del porto , dove mi conoscevano tutti quelli che lo bazzicavano che non erano stinchi di santo, ma erano buoni con me. Vagai solitario per una zona radioattiva e ne usci con l’anima intatta mi nascosi nell’ira della folla ma quando mi dissero siediti io mi alzai oh.. crescevo.
Bruce lo conobbi per caso spulciando le copertine in un negozio di dischi che si chiamava Parametro, mi ritrovai in mano la copia di Darkness on the edge of town è fu un colpo al cuore. Guardavo quella faccia dura e spigolosa irriverente e malinconica guardavo quel teppista ed era come guardarmi allo specchio. Ma come al solito soldi non ne avevo quindi nascosi il disco nel reparto della musica classica per sottrarlo ad un eventuale compratore perché di copie ne avevano una sola. Non sapevo neanche chi fosse quel tizio dal cognome impronunciabile ma quella faccia mi aveva detto tutto, tutto quello che c’era da sapere. Conoscendomi sapevo che avrei trovato il modo per racimolare il denaro, mi serviva solo un pò di tempo. Il mio amico Sal (come Dean) mi venne in aiuto pochi giorni dopo. Trovò un lavoretto che avremmo fatto di domenica, si trattava di un trasloco. Ci spezzammo la schiena quel giorno, dalle sei del mattino alle undici della sera a trasportare una montagna di scatole, mobilia, suppellettili che non servivano a nulla ma si sa la gente ama circondarsi di cose inutili. Alla fine della giornata ero distrutto ma avevo i soldi in tasca ed era quello che contava. Di primo mattino suona il fischio della fabbrica l’uomo si alza dal letto, si veste prende il suo pranzo ed esce nella chiara luce del mattino. È vita, vita,niente altro che vita di lavoro. L’indomani il negozio che si trovava vicino alla scuola che frequentavo era aperto già di buon’ora dato che vendeva anche articoli di cartoleria per cui prima di entrare in classe comprai il disco che misi dentro la carpetta da disegno che ogni studente che frequentava il tecnico geometri doveva avere. Quelle sei ore di lezione furono lunghissime di tanto in tanto sbirciavo la copertina cercando di memorizzare quel cognome, ma continuavo a fissare il volto ero ipnotizzato da quello sguardo. Ero prigioniero, mi sentivo soffocare cercavo la mia strada , ma qual’era la mia strada. “tutto mi sembrava un vicolo cieco il r’n’r arrivò in una casa dove non esistevano né musica nè libri né qualunque scampolo di creatività, e s’infilò ovunque” Suonai quel disco a tutto volume per giorni ero il terrore del vicinato tutti si lamentavano con i miei genitori ma a me non dicevano nulla di certo il mio aspetto e il mio sguardo faceva la differenza cosi evitavano di affrontarmi alla fine non dissero più nulla deposero le armi e di certo mi odiarono. Quelle canzoni le mandai giù a memoria ogni nota ogni passaggio lo conoscevo perfettamente quelle canzoni erano state scritte senza filtri senza veli , dopo Woody, era la voce della classe operaia , di chi aveva perso tutto, era la voce dei perdenti, dei ribelli sognatori a qui ridava dignità rispetto speranza. Sì la speranza, di credere in se stessi che non è cosa da poco. Sei nato con nulla e cosi sei felice appena hai qualcosa mandano qualcuno per cercare di portartela via.
Nessuno tolti i Clash dopo DARKNESS è riuscito a cantare quei temi con quella violenza e quel romanticismo disarmante perché certe cose non vengono dal nulla ma ti abitano dentro dopo sarai libero di respirare, l’angoscia se ne andrà, svanirà nel buio e pagherai un prezzo perché c’è sempre un prezzo da pagare. Bruce non le canterà mai più con quel intensità che aveva nel tour del 1978, non avrebbe mai più potuto farlo. Ma da lui in quei giorni imparai a lottare e a non arrendermi mai. Le illusioni ti indeboliscono i sogni e le possibilità invece ti rendono forte”.
Sono cresciuto nella periferia nord della città in una valle dove c’era una sola strada e la Fiumara (il mio fiume). Ero circondato da alberi di limoni e mandarini e c’era una grande gebbia dove d’estate mi tuffavo insieme alle rane ai girini e al lippo (muschio) dopo aver giocato scalzo al pallone con 40 gradi di temperatura perche un paio di scarpe da calcio non le ho mai avute. Con il mio amico Pino andavamo a caccia di tiraombra e a mangiare le nespole e le ciliege dagli alberi ed avevo sempre un cane randagio con cui dividere il mio panino con il pomodoro, e c’era mia madre affacciata al balcone. Ho imparato a tenere la guardia alta e a difendermi dai più furbi ho fatto a botte ne ho prese e ne ho date è stata dura avvolte ma crescevo solitario e forte. Sto pensando, sono un perdente su questo percorso sto morendo ma non posso tornare indietro perché dall’ombra sento invocare il mio nome e ti accorgi di come ti hanno giocato questa volta. Sono tutte menzogne ma sono impigliato nei fili di ferro di queste strade di fuoco. Molto presto mi resi conto che non avrei avuto molte possibilità per la mia vita se non quelle già tracciate da altri prendevi un diploma poi facendo le giuste anticamere ovvero leccando il culo al politico di turno potevi finire a fare l’impiegato alle poste o in ferrovia o prendere il posto di tuo padre se era stato servizievole con il suo padrone. Se decidevi di fermarti alla terza media finivi a fare il manovale o a vendere la frutta per strada. Io di leccare il culo non ne ho mai avuto voglia pertanto ero in fuorigioco ero una scheggia impazzita in un sistema perfetto a renderti una nullità il rock mi ha salvato la vita, Bruce mi ha salvato la vita.
Sono andato giù al fiume e mi sono giocato il tutto per tutto da solo con le mie forze. C’è chi nasce sotto una buona stella e chi invece la buona stella se la procura in qualsiasi modo. The River me lo regalò (mesi dopo l’uscita ufficiale) mio cugino per il mio diciottesimo compleanno.

Nel frattempo Zambo sul numero 35 (nov. 1980) del Mucchio scaldò i motori non pago della recensione con un articolo e un paio di testi tradotti. Sulla copertina del disco c’era sempre lui ma stavolta era un Bruce agreste non più metropolitano da bassifondi. Con camicia a scacchi e il viso sicuramente più rilassato sembrava un novello John Fogerty. The River al di là delle apparenze è un disco di canzoni folk vestite di rock. Canzoni che si possono suonare con una chitarra acustica a differenza di quelle di Darkness, disperate, elettriche fino al midollo. Quando finalmente arrivò sul piatto del mio piccolo HI-Fi fu una festa di paese, la mia casa si riempi di amici avevo fatto proseliti anche nel vicinato curiosi di ascoltare una musica diversa da quella che passavano in radio. In quell’estate del 1981, complice il fatto che i miei genitori partirono per andare a trovare una zia, bevvi birra a fiumi e fumai come un turco ascoltando uno dei migliori dischi di sempre. Wreck on the Highway è una ballata folk di tre accordi struggente e bellissima una delle migliori di questo gigantesco doppio ed è la fine di The River e l’inizio del capolavoro Nebraska. A volte mi sveglio nell’oscurità e osservo la mia bambina mentre dorme poi mi metto nel letto e la stringo forte. Rimango li la notte pensando ai rottami sull’autostrada. Quel concerto lo avevo sognato lo sentivo nel profondo che quella era la mia occasione di vedere il mio Bruce ma al solito dovevo fare i conti con le mie possibilità che erano uguali a zero. Quando quel giorno lessi quella diretta del concerto di Zambo capi che quella magia era irripetibile avevo perso la mia occasione dopo non sarebbe stato più lo stesso. Arrivò Nebraska e poi i giorni di gloria, cosi al bivio me ne andai per le mie strade blu, in cerca delle mie possibilità come lui mi aveva insegnato. A volte il vecchio fuoco si è riacceso penso a The Ghost of Tom Joad, a 41 Skin, Devil & Dust. Ma quando ho voglia di rincontrare il mio vecchio amico è sempre al fiume che scendo, al buio ai margini della città. La porta a vetri sbatte il vestito di Mary svolazza come se fosse una visione balla sotto la veranda mentre la radio suona con Roy Orbinson che canta per le persone sole.
Telefonai a mia madre da una cabina telefonica verso l’una per tranquillizzarla, sapevo che era in pena per me mi vedeva smarrito e silenzioso. Verso le otto di sera andai alla fermata degli autobus ed aspettai il sette sbarrato per far ritorno a casa. Quando scesi alla fermata vicino la chiesa alzai gli occhi e la vidi affacciata al balcone anche lei mi vide e rientrò in casa. Mi incamminai lentamente sali le scale del palazzo e suonai il campanello. Lei venne ad aprirmi e con la sua ruvida dolcezza mi chiese dove fossi stato tutto il giorno. Senza neanche stare a pensarci gli risposi a Zurigo mamma con Mauro Zambellini , mi guardò sorniona e pensando che la stavo prendendo in giro mi rispose "ed io a New York". Le sorrisi e l’abbracciai e fu la prima volta che lo facevo.

Messina 30 GIUGNO 2010 BARTOLO FEDERICO

A MAURO ZAMBELLINI CON PROFONDA GRADITUDINE

venerdì 9 luglio 2010

Città del Rock: Los Angeles


I LOVE L.A (Randy Newman)

Odio New York è fredda e umida
E la gente veste come se fossero tutti frati
Lasciamo Chicago agli eschimesi
Quella città è un po’ troppo inclemente per noi, per te, ragazzaccia

Venendo giù per l’Imperial Highway
Con una grossa, volgare rossa al mio fianco
I venti di Santa Ana che soffiano caldi dal Nord
...siamo nati per correre

Abbassa la tapparella, chiudila metti i Beach Boys, baby
Non fermare la musica
Andremo avanti così finchè ce la faremo

Dalla South Bay alla Valley
Dal west side all’east side
Tutti sono tanto contenti
Perchè c’è sempre il sole
Ed ogni giorno è perfetto

Amo L.A (noi l’amiamo)
Amo L.A (noi l’amiamo)

Guarda le montagne guarda quegli alberi
Guarda quel tipo laggiù, uomo
È inginocchiato a guardare quelle donne
Non ve ne sono come loro, in nessun posto

Century Boulevard , l’amiamo
Victory Boulevard, l’amiamo
Santa Monica Boulevard l’amiamo
La sestta strada l’amiamo, l’amiamo

Amo L.A
Amo L.A noi l’amiamo